Al via il processo d’Appello a carico di Michele Barone, l’ex sacerdote del Tempio di Casapesenna accusato di aver provocato lesioni ai danni di una ragazzina di 14 anni di Maddaloni nel corso di pratiche esorcistiche medievali e di violenza sessuale nei confronti di altre due ragazze; dei genitori della 14enne e del dirigente di polizia Luigi Schettino, unico assolto in primo grado dai giudici di Santa Maria Capua Vetere.
Nel corso della prima udienza, celebrata dinanzi alla IV sezione d’Appello di Napoli si è assistito ad un mero rinvio per alcuni difetti di notifica alle difese degli imputati. Si torna in aula fra due settimane per superare l’impasse e dare inizio al processo d’Appello. Nel collegio difensivo sono impegnati gli avvocati Maurizio Zuccaro, Carlo De Stavola, Carlo Taormina, Umberto Pappadia e Giuseppe Stellato.
In primo grado Barone era stato condannato a 12 anni di reclusione solo per i maltrattamenti e le lesioni subite dalla ragazza mentre era stato assolto dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di altre due ragazze. Il padre e la madre della ragazza erano stati condannati a 4 anni e 5 mesi e 4 anni a testa mentre Schettino era stato assolto dalle accuse contestategli.
Sesso dietro minaccia, Procura vuole la condanna di don Barone per violenza
Una sentenza che è stata appellata da tutte le parti, compresa Procura e parti civili, tra cui l’avvocato Rossella Calabritto, che hanno chiesto la revisione della sentenza del tribunale di Santa Maria Capua Vetere e di condannare Barone anche per la violenza sessuale. I giudici di prime cure, infatti, pur riconoscendo che quei rapporti sessuali ci siano stati, non credono completamente alla versione fornita dalle vittime. La Procura, invece, insiste per la condanna. Secondo la tesi dell’accusa quei rapporti sarebbero avvenuti dietro la minaccia di possibili conseguenze negative per la ragazza. In questo modo ne avrebbe alterato la volontà costringendola a subire gli abusi.
Il caso Spotlight è una pellicola che racconta della vera indagine svolta da una redazione giornalistica per portare alla luce del sole una rete di abusi sessuali su minori perpetrati da uomini della Chiesa
Presentato il 3 settembre 2015 all’interno della cornice del Festival del Cinema di Venezia, Il caso Spotlight ha anche vinto il premio Oscar come miglior film nel 2016, dopo essersi aggiudicato anche quello come miglior sceneggiatura.
Il film, che andrà in onda questa sera alle 21.15 su Rai 5, ha fatto molto parlare di sé. Il caso Spotlight, infatti, trasporta sul grande schermo la vera storia dell’inchiesta svolta nel 2002 dal Boston Globe per portare a galla una lunga lista di abusi sessuali su minori avvenuti in seno alla chiesa cattolica.
Come ricorda The Wire, per l’inchiesta Spotlight, il Boston Globe vinse il premio Pulitzer nel 2003 per il servizio pubblico reso alla comunità.
Il caso Spotlight, la trama del film
L’anno è il 2001 e al Boston Globe è arrivato il nuovo direttore Martin Baron (Liev Schreiber). Sotto la sua guida, la squadra di giornalisti investigativi denominati Spotlight cominciò a indagare su alcune accuse di abusi sessuali perpetrati da oltre 70 sacerdoti appartenenti alla diocesi di Boston. L’indagine porterà a galla una serie di racconti agghiaccianti, con alcuni preti che, abusando della loro posizione, sfruttavano la fiducia e la povertà di alcuni fedeli per poter molestare liberamente dei minori.
Oltre a Liev Schreiber, nel film recitano anche Michael Keaton, nei panni di Walter Robinson, e Mark Ruffalo, l’interprete di Hulk per il Marvel Cinematic Universe, in quelli di Michael Rezendes.
Il caso spotlight, la vera storia e i numeri della pedofilia
Per avere un’idea di quanto sia stata importante la vera indagine del vero team spotlight, basta andare nella homepage del sito dell’Arcidiocesi di Boston. Qui esiste una voce che si chiama Protezione dei Minori e denunce (child protection and reporting, in lingua originale). Se si clicca sopra il link, si può accedere a una lunga lista di tutti gli abusi sessuali che sono avvenuti in seno alla chiesa cattolica di Boston e che sono stati smascherati proprio dalla vera indagine del team Spotlight.
La trama del film diretto da Todd McCarthy segue dunque i fatti che sono accaduti nella realtà. La storia vera dell’indagine a cui la pellicola si ispira prende infatti il via quando Marty Baron reclama l’attenzione dei suoi colleghi su una dichiarazione dell’avvocato Mitchell Garabedian (nel film interpretato da Stanley Tucci) che afferma che il cardinale Bernard F. Law, arcivescovo di Boston, fosse a conoscenza della presenza di un prete pedofilo, John Geoghan. L’accusa per Law era quella di conoscere l’orrore che veniva fatto nella sua arcidiocesi e di non aver fatto nulla per fermare le molestie.
Come viene fedelmente raccontato dal film e ricostruito da ScreenRant, il team spotlight cominciò a indagare sulla base di queste affermazioni, pur essendo consapevoli del potere mediatico della Chiesa di mettere a tacere i mass media. Il team, composto da Walter Robinson, Michael Rezendes, Sacha Pfeiffer e Matt Carroll, scoprì ben presto che la portata dello scandalo andava ben oltre la figura di Padre Geoghan. Con il loro giornalismo investigativo, scoprirono che almeno altri 13 preti erano responsabili di abusi sessuali su minori.
Sempre ScreenRant riporta di come la squadra investigativa scoprì, attraverso un ex prete di nome Sipe che aveva passato la vita a studiare la pedofilia, che il 6% dei preti era colpevole di abusi sessuali. Una percentuale che, in relazione alla popolazione di Boston, faceva salire il numero dei preti pedofili a circa 90 unità.
Grazie a testimonianze di alcuni sopravvissuti agli abusi e all’indagine riportata ne Il Caso Spotlight e pubblicata nel gennaio del 2020, l’arcivescovo Law diede le dimissioni dal suo ruolo nel dicembre dello stesso anno. Tuttavia, più tardi venne promosso arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, che ancora oggi è una delle più grandi e importanti al mondo.
Sull’onda dell’indagine pubblicata dal Boston Globe, nei primi anni del Duemila vennero effettuate altre ricerche sulla vita sessuale degli uomini della chiesa cattolica. Come riporta l’Internet Movie Data Base, il 12 maggio 2003 un prete svizzero pubblicò uno studio secondo il quale il 50% dei preti veniva meno al proprio voto di castità, collezionando amanti. Padre Victor Kotze, un sociologo del Sudafrica, asserì che il 45% dei preti cattolici è sessualmente attivo. Tra questi, il 53% ha rapporti con donne adulte, il 21% con uomini adulti, il 14% con ragazzi minorenni e il 12% con ragazze minorenni.
Tra le novità c’è l’abolizione del segreto pontificio nelle indagini su violenze sessuali e abusi sui minori e l’assistenza alle vittime. Con ciò, in teoria, può ricevere un trattamento diverso delle denunce presentate contro i sacerdoti, molti dei quali coperti dalla Chiesa cattolica.
C’è, tuttavia, molto scetticismo da parte degli analisti sulla misura in cui le nuove regole entreranno in vigore nella pratica.
Come rivelato dal Fantástico di TV Globo, Don Alberto è stato accusato di molestie morali e sessuali da quattro ex seminaristi che hanno frequentato la sua casa tra il 2010 e il 2014. Le accuse sono indagate dalla Polizia Civile, su richiesta della Procura della Repubblica del Pará.
Secondo il rapporto, un rappresentante vaticano è venuto in Brasile per indagare sulle accuse.
Il Vaticano, invece, attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ente incaricato di indagare sui casi di pedofilia nella Chiesa, non dice se ci siano denunce contro i religiosi.
Voluto dal rapporto della BBC News Brasil, l’avvocato dell’arcivescovo, Roberto Lauria, si è detto non autorizzato a parlare alla stampa per avere una clausola di riservatezza con l’arcidiocesi di Belém. In un video pubblicizzato, l’arcivescovo ha negato quelle che ha definito false accuse di immoralità.
“La notizia dei presunti abusi ci ha lasciati sorpresi”, ha detto padre José Otácio Oliveira Guedes, rettore del Pontificio Collegio Pio Brasileiro, in un’intervista a BBC News Brazil, istituto gestito dalla Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (CNBB) a Roma e frequentato principalmente da Chierici brasiliani.
“Sorprendono i commenti di chi conosce don Alberto, per la sua importante storia di lavoro nella Chiesa cattolica e per il suo comportamento sempre chiaro e cordiale”.
Anche senza menzionare il caso specifico, il rettore ritiene che grazie alle regole introdotte da Papa Francesco, i casi di pedofilia che coinvolgono persone religiose possano essere chiariti più facilmente. “La mia percezione è che questi cambiamenti siano illuminanti, perché oggi la vittima ha la possibilità di ottenere giustizia”.
“Una di queste nuove regole prevede, ad esempio, l’allontanamento immediato del religioso quando l’accusa di abuso sessuale è avanzata da un minore. Questa e altre misure prevengono il ripetersi di questi crimini che fino ad allora avrebbero potuto verificarsi a causa della lunghezza delle indagini”.
Ha aggiunto: “Ora, le denunce di abusi sessuali devono essere immediatamente segnalate al vescovo e alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che è l’organo competente per indagare su questi casi”.
La Chiesa cattolica è oggetto di migliaia di denunce in tutto il mondo di abusi sessuali da parte di sacerdoti e accuse di insabbiamento da parte della comunità ecclesiastica.
Quando è diventato papa nel 2013, Francesco ha chiesto “un’azione decisiva” sull’argomento. E da allora, ha subito forti pressioni per generare soluzioni praticabili alla crisi che ha afflitto la Chiesa negli ultimi anni.
Nell’agosto 2018, il leader religioso ha scritto a tutti i cattolici condannando gli abusi sessuali del clero e chiedendo la fine dell’insabbiamento.
E alla fine del 2019 ha deciso di abolire il cosiddetto “segreto pontificio” in relazione alle denunce di pedofilia, nel tentativo di rendere più trasparenti questi casi.
La Chiesa fino ad allora ha trattato ufficialmente i casi di abusi sessuali in modo confidenziale, in quello che sosteneva fosse uno sforzo per proteggere la privacy delle vittime e la reputazione degli accusati.
‘Prima che ci fosse assoluta segretezza’
Secondo il parere di Marco Politi, uno dei principali vaticanisti italiani e autore di nove libri sulla Santa Sede, Papa Francesco ha apportato due importanti cambiamenti per combattere la pedofilia nella Chiesa.
Il primo stabilisce in modo chiaro e preciso quali dovrebbero essere il rito e le scadenze per indagare su una denuncia di abuso. Un altro provvedimento fondamentale, introdotto dalla Santa Sede nel dicembre 2019, è stata l’abolizione del segreto pontificio nelle inchieste legate alla pedofilia. Ciò significa che il Vaticano può e deve fornire alle autorità civili tutte le informazioni relative ai casi che coinvolgono religiosi cattolici “, ha aggiunto.
Per lui “è stato un grande passo, visto che prima c’era assoluta segretezza e nemmeno la vittima poteva avere accesso ai fascicoli”.
In Brasile, la CNBB ha pubblicato nel luglio 2020 un libretto che cerca di mettere in pratica le istruzioni della Santa Sede in relazione alle procedure da adottare nel trattamento dei casi di abusi sessuali su minori commessi dal clero.
Inoltre, l’istituto ha aperto a Brasilia, nel dicembre dello stesso anno, un ufficio per supportare l’organizzazione del lavoro di insediamento delle commissioni diocesane per la protezione dei bambini, degli adolescenti e delle persone vulnerabili nelle strutture della Chiesa.
Mancanza di organizzazione e lentezza
Secondo Politi, nonostante gli sforzi compiuti dal Vaticano negli ultimi anni, il problema maggiore nella lotta alla pedofilia nella Chiesa è la mancanza di organizzazione nazionale da parte delle Conferenze episcopali.
“Nel 2010, Papa Benedetto 16 aveva chiesto alle Conferenze episcopali di ogni Paese di sviluppare un proprio piano d’azione nazionale per combattere questo tipo di crimine, ma poche congregazioni sono davvero efficaci”, ha ricordato Politi in un’intervista a BBC News Brasil.
“Ogni Conferenza episcopale è organizzata per conto suo. Ancora oggi, pochi paesi hanno chiese con sistemi strutturati per raccogliere denunce contro sacerdoti, condurre indagini o risarcire le vittime”.
“Negli Stati Uniti, ad esempio, ogni anno viene prodotto un rapporto con casi di pedofilia che si verificano nelle chiese di quel Paese. In Germania, un vescovo designato dalla Conferenza episcopale controlla cosa succede nelle diverse diocesi. Inoltre, ci sono punti in cui si trova possibile sporgere denuncia e ricorrere a meccanismi di risarcimento per le vittime “, ha aggiunto.
Ma, secondo lui, la stragrande maggioranza dei Paesi è molto lenta, come l’Italia, dove fino al 2019 la congregazione nazionale non aveva adottato cambiamenti.
“E se le Conferenze episcopali non vengono organizzate, è chiaro che è molto più difficile per le vittime”, dice lo scrittore.
Critica alle nuove regole
Tra le critiche alle norme per combattere la pedofilia nella Chiesa, c’è l’assenza dell’obbligo per gli ecclesiastici di denunciare i casi di abuso da parte dei religiosi alle autorità civili.
Secondo le regole introdotte da Papa Francesco, la denuncia di un reato sessuale commesso contro un minore è un requisito morale. “Questo rimane un grave problema nel mondo cattolico”, dice Politi.
Per Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso, associazione che riunisce circa 900 vittime di pedofilia che coinvolgono religiosi in Italia, le misure introdotte dalla Santa Sede non sono efficaci.
Secondo lui, vittima di abusi sessuali nell’infanzia da parte di un prete, “immaginare che un minore denunci l’abuso sessuale da parte di un adulto è, per lo meno, paradossale”.
“Come ti aspetti che un bambino che non sa nemmeno di essere una vittima denunci qualcosa?”
“Il crimine di pedofilia è possibile solo proprio per questo, perché i minori, immaturi anche sessualmente, non sanno di partecipare a qualcosa di sbagliato, praticato da adulti di cui si fidano”, ha detto in un’intervista a BBC News Brasil. “Se sapessero di essere vittime di un crimine orribile, probabilmente scaccerebbero gli aggressori nei loro primi tentativi”.
“È sorprendente come il modo in cui lavorano i pedofili nella Chiesa si ripeta nella stragrande maggioranza dei casi. In genere, chi abusa inizia con conversazioni gentili sulla masturbazione e sull’eiaculazione”.
“Anche con la distanza di 30 anni, l’immagine del mio aggressore che si masturbava davanti a noi bambini dietro il giardino parrocchiale non lascia la mia testa. Credevamo che quello fosse davvero parte della sua spiegazione sull’eiaculazione”, ha detto.
“Le vittime impiegano anni per denunciare perché non mettono in relazione l’esperienza di abuso con la sofferenza che portano in età adulta, come la mancanza di autostima, problemi sociali ed emotivi, alcolismo e tentativi di suicidio”, ha detto l’italiano, vittima abusi per quattro anni ed è riuscito a dire la verità solo da adulto.
Il portale dell’associazione porta una mappa con le diocesi italiane dove sono state accusate di pedofilia ed elenca i nomi di oltre 300 sacerdoti tra quelli denunciati, perseguiti, assolti su prescrizione o condannati in transito dai tribunali italiani.
“Per darvi un’idea, il caso Spotlight era una notizia in tutto il mondo per aver mostrato 70 preti pedofili, che hanno agito per oltre 50 anni. I nostri dati si riferiscono a più di 300 sacerdoti che hanno commesso abusi solo negli ultimi 15 anni”, afferma lui, riferendosi allo scandalo della pedofilia nell’arcidiocesi di Boston, rivelato dal quotidiano americano The Boston Globe, che è stato coperto da religiosi e ha ispirato il film premio Oscar 2016 Spotlight .
Per Zanardi non trova applicazione il provvedimento vaticano che determina la trasparenza degli atti processuali legati agli abusi sui minori.
“Abbiamo sette casi in cui abbiamo richiesto documenti alle autorità ecclesiastiche competenti e non abbiamo ricevuto risposta. Né le vittime stesse, né l’ufficio del pubblico ministero, né i magistrati – i cui requisiti abbiamo avuto accesso – sono in grado di ispezionare questi registri”.
“Abbiamo informazioni che associazioni come la nostra in altri paesi hanno avuto gli stessi problemi. Le vittime di sacerdoti in Nuova Zelanda, ad esempio, che avrebbero bisogno di utilizzare la testimonianza in un processo canonico, non ricevono risposte. Ci sono molti casi del genere”.
Zanardi dice di non essere ancora a conoscenza di alcun caso di risarcimento economico fatto dalla Chiesa a qualunque vittima di abusi sessuali commessi da religiosi.
“Solo se lo hanno fatto in segreto”, ha aggiunto.
Secondo lui, il primo passo per porre fine alla pedofilia nella Chiesa è costringere i suoi membri a consegnare gli autori degli abusi alle autorità civili.
“Se l’intenzione di Papa Francesco fosse davvero quella di essere ‘tolleranza zero’ verso la pedofilia nella Chiesa, non sarebbe necessario fare tutto questo clamore, né pubblicare nuovi testi e norme. Basterebbe costringere il clero a denunciare alle autorità giudiziarie ogni abuso di minori. “
“La gente dovrebbe scendere in piazza e chiedere che la Chiesa e il governo stesso lo facciano”.
“La devastazione che subiamo noi vittime di pedofilia è considerata un danno ‘biologico’, perché ti condiziona per il resto della tua vita. È impossibile superarla completamente. Anche con il passare degli anni, continuiamo a sentirci in colpa”.
“Il nostro obiettivo principale”, afferma Zanardi, “è evitare che altri bambini vivano questa stessa sofferenza”.
Indagine sul caso Dom Alberto
Secondo l’attuale legislazione cattolica, dopo aver ricevuto la denuncia, l’autorità ecclesiastica locale deve svolgere un’indagine preventiva per verificarne i motivi. Se si riscontra la veridicità delle accuse, il caso viene deferito alla Congregazione per la dottrina della fede, con la “notizia del delitto”.
In una nota alla BBC News Brasil, la CNBB afferma che l’agenzia non è stata ufficialmente informata di accuse di abusi sessuali contro Dom Alberto Taveira Corrêa.
Il rapporto ha chiesto la Nunziatura Apostolica a Brasilia, la principale rappresentanza diplomatica del Vaticano in Brasile, ma non ha ricevuto risposta.
Un funzionario della Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma ha detto a BBC News Brasil che l’agenzia non fornisce informazioni sulle possibili procedure in corso.
Respinto il ricorso presentato dall’ex cappellano scout condannato per pedofilia. Il film ‘Grazie a Dio’ fa parte di ‘un dibattito d’interesse generale’
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato da padre Bernard Preynat contro la diffusione del film ‘Grazie a Dio’ di François Ozon. All’inizio del 2019, tramite i propri legali, il sacerdote aveva chiesto la sospensione dello sfruttamento del lungometraggio, accusato di avere infranto la sua presunzione d’innocenza mentre egli non era stato ancora processato in quello che sarebbe diventato il caso di pedofilia più clamoroso di Francia.
Ispirato alla storia di tre uomini che accusano l’ex cappellano scout di avere abusato di loro trent’anni fa, il film di Ozon racconta la lotta dei sopravvissuti a Preynat condotta tramite l’associazione La Parole Libérée, per portare il caso alla giustizia e denunciare l’inerzia della Chiesa. Premiato al festival di Berlino, il film ha chiamato nelle sale francesi oltre 900mila spettatori.
Nel marzo 2020, Bernard Preynat è stato condannato a cinque anni di carcere per innumerevoli aggressioni sessuali commesse tra il 1971 e il 1991 nella diocesi di Lione. Il religioso e ha rinunciato in appello lo scorso autunno. L’anno precedente, nel febbraio 2019, due giorni prima dell’uscita del film, il tribunale di Parigi aveva respinto la sua richiesta di vietare la diffusione del film fino alla decisione finale del tribunale. Richiesta respinta anche in appello, nel giugno dello stesso anno. Padre Preynat ha quindi presentato ricorso, respinto lo scorso mercoledì: ricordando la motivazione della corte d’appello, ovvero il fatto che film fa parte di un “dibattito d’interesse generale”, la Corte ha confermato che una sospensione della sua diffusione avrebbe costituito una misura “sproporzionata”.
“La presunzione d’innocenza vieta di presentare un uomo come colpevole e non solo come colpevole. Purtroppo la Corte ha deciso il contrario”, si è rammaricato Emmanuel Mercinier-Pantalacci, avvocato del sacerdote.
Sono 16 le vittime del Forteto (quelle che, per sopraggiunta prescrizione, non hanno potuto ricevere nessun rimborso) che hanno deciso di ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con l’accusa precisa nei confronti dello Stato Italiano per aver permesso, con la sua negligenza, il protrarsi di queste violenze. Un Natale amaro, nel ricordo di tanti Natali negati all’interno della comunità setta…
Il video, diffuso sia sui social che agli organi di stampa, inizia con un testo in cui sintetizza le motivazioni che hanno spinto queste 16 vittime a rivolgersi alla Corte di Strasburgo, poiché ritengono che nonostante le istituzioni abbiano riconosciuto le loro responsabilità, si siano dimenticate del risarcimento completo alle vittime, cosa che è stata effettuata solo in parte.
Tutto questo – spiega Marchese – dopo che al Forteto sono stati affidati negli anni circa 90 minori o anche ragazzi appena maggiorenni. Che – aggiunge l’avvocato – hanno lavorato per anni, festivi compresi, senza ricevere né retribuzioni né contributi. Il tutto nonostante Fiesoli e Goffredi fossero già stati condannati nel 1985 per gravi reati in danno di minori e disabili”.
Di chi è la colpa di tutto questo? Chiede Marchese: del Forteto, ma anche delle istituzioni italiane. E per risanare tutto ciò non basta istituire commissioni regionali o nazionali. Si tratta infatti di minori o ragazzi appena maggiorenni che sono anche stati maltrattati o abusati; e che non potevano incontrare i propri familiari. Il tutto dopo che, per anni, sono state ignorate le prime condanne a Fiesoli e Goffredi.
Nel testo all’interno del video troviamo anche un messaggio che dovrebbe far riflettere:
“… le vittime sono state costrette a sottoporre la questione alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che verrà così a conoscere la miseria umana di chi, per rievere gratuitamente una forma di pecorino, ha inviato all’inferno minori e disabili. Le vittime del Forteto ringraziano le istituzioni per questo ennessimo Natale Amaro.”
Il ricorso è stato presentato dall’Avvocato Giovanni Marchese in collaborazione con lo Studio Legale CNTTV di Firenze.
È sconcertante apprendere dalla stampa e dall’Associazione Rete L’ABUSO le notizie che mi riguardano, o meglio che riguardano un processo canonico in cui è implicato un sacerdote, don Mauro Galli della Diocesi di Milano, di cui io sono la vittima.
La causa in questione è la CDF 279.2015
Italian Alessandro Battaglia wears a T-shirt reading “Abused when I was 15 by Father Mauro Galli” as he demonstrates near St. Peter’s Basilica in Rome. (CNS photo/Tony Gentile, Reuters) See SYNOD-CAGGIANO Oct. 5, 2018.
La mia famiglia ha chiesto più volte di essere messa al corrente in merito agli atti del processo canonico. Qualche mese fa, in seguito alla notizia che Papa Francesco avrebbe abolito il segreto pontificio nei casi di pedofilia, ho richiesto personalmente tramite il mio avvocato, di avere informazioni e la documentazione relativa al processo.
Non ho, ad oggi, ricevuto alcuna risposta.
Finora, per quanto mi riguarda, la “trasparenza” della Chiesa è solo millantata.
In sede penale Don Mauro Galli è stato condannato a 6 anni e 4 mesi, siamo in attesa dell’appello. Risulterebbe invece una assoluzione in prima istanza da parte dell’autorità ecclesiastica.
Chiedo cortesemente di ricevere la documentazione relativa al processo canonico, come indicato da Papa Francesco.
Cordiali saluti
Alessandro Battaglia
Ci associamo e condividiamo lo scritto di Alessandro.
Mai avremmo immaginato di apprendere dalla stampa, attraverso indiscrezioni del TERL, le notizie in merito ad un processo canonico, quel processo canonico per il quale abbiamo reso testimonianza nel 2015 durante l’Indagine Previa, e poi nel 2016 nel processo vero e proprio.
Lei, Monsignore, sa bene a quale processo ci riferiamo. Ci siamo incontrati ben prima del processo, anni prima. L’Indagine Previa, tuttavia, è stata istruita solo in seguito all’avvio del processo in sede civile presso il Tribunale di Milano. E poi il processo. Abbiamo scritto più volte alla CdF chiedendo notizie, abbiamo scritto al Papa, ma forse le carte non erano ancora arrivate a Roma? Era ancora tutto in Diocesi o presso il TERL?
Ora, diversi mesi fa, Papa Francesco dice di aver abolito il segreto pontificio per quanto riguarda le cause di pedofilia. Sarà un proclama (ennesimo) per ribadire a parole la “tolleranza zero”, oppure un passo concreto?
Sarà come il Motu proprio “Vos estis lux mundi” che, nel nostro caso e in quello di tante altre vittime che abbiamo conosciuto in questi anni, è rimasto lettera morta? O come l’annunciato tribunale per i vescovi insabbiatori, smentito come “era solo un’idea”?
Sarà come l’indicazione che aveva dato il Papa, ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, di incontrare le vittime della pedofilia prima del summit sulla pedofilia del febbraio 2019? Incontro richiesto al card. Bassetti, per tempo, da noi e da altre vittime e per il quale siamo ancora in attesa di una risposta?
Sarà come l’Angelus al termine del summit sulla pedofilia del febbraio 2019, dove Papa Francesco ha salutato e ricordato ogni parrocchia presente in piazza San Pietro e non una parola alle decine di vittime, provenienti ida tutto il mondo, presenti con striscioni e con tutte le telecamere delle televisioni estere e italiane a riprenderci? Nemmeno una parola di vicinanza da parte del Papa: curioso! Proprio a conclusione di un summit che ci riguardava! E nemmeno un sacerdote che ha partecipato alla “March to Zero” a fianco delle vittime. Nessuno.
Così sarà il proclama sulla trasparenza, che prevede l’abolizione del segreto pontificio nei casi di pedofilia? Una risposta concreta per noi sarà rappresentata dal fatto che Alessandro riceva i documenti relativi al processo canonico e alla sentenza in prima istanza.
Come cattolici siamo davvero delusi, addolorati e profondamente feriti. Non c’è stato un solo momento, in questi lunghi anni, dal dicembre 2011, in cui abbiamo sentito l’accoglienza della Chiesa, un solo momento in cui, a supporto delle numerose lettere ricevute dal Card. Scola in cui esprimeva la vicinanza della Diocesi, abbiamo realmente sentito questa cosiddetta vicinanza. Non un solo momento.
Oggi a Messa siamo stati invitati a riflettere sulle origini della nostra fede, focalizzando il pensiero sulla testimonianza di chi abbiamo incontrato nella nostra vita.
Ecco, negli ultimi anni, la testimonianza che abbiamo ricevuto da parte dei vertici della chiesa, è proprio quella che ha contribuito ad allontanare da Gesù Cristo e dalla Chiesa tante e tante persone che ci sono vicine. Il pulpito non basta più. Con le vittime è necessaria la testimonianza concreta, è necessario essere accanto concretamente, con la propria vita: non schierarsi con il prete pedofilo! Il resto sono solo – e restano – belle parole vuote.
Guardare il dolore negli occhi di una vittima è qualcosa che non si dimentica. Parlare con una, due, dieci, venti e più vittime, conoscere le loro vicende, sapere che ciascuno è stato concretamente allontanato dalla Chiesa, è qualcosa che fa male, ferisce in un modo che non si può spiegare se non si è provato. Sentirsi parte di una famiglia (la Chiesa), amare la propria famiglia (la Chiesa), ed essere violentati, non creduti, allontanati, e combattuti nei tribunali. E tutto per difendere l’istituzione? Perché è davvero difficile comprendere perché la Chiesa scelga di difendere i preti pedofili e non le vittime, i minori.
Che senso ha parlare di abolizione del segreto pontificio e poi apprendere dalla stampa che il prete sarebbe stato assolto dal tribunale ecclesiastico?
Ci associamo alla richiesta di Alessandro affinché riceva la documentazione relativa alla causa CDF 279.2015.
Cordiali saluti
Cristina Balestrini, Giovanni Balestrini, Ettore Battaglia
Invece si è saputo di don Vincenzo Calà, condannato dal tribunale italiano a tre anni con l’annullamento per intervenuti termini prescrittivi – dei soli effetti penali – che vedrà ribaltata la sentenza in sede canonica con la piena assoluzione da parte del vescovo di Acireale Antonino Raspanti.
Di pochi giorni fa il caso analogo di don Mauro Galli. Questa volta il vescovo è Mario Delpini che, proprio sulle omissioni in fase di indagine ecclesiastica sul caso Galli, raccolse persino l’ammonizione del cardinale Scola che le definì già all’epoca le sue “scelte maldestre”.
Ora Scola non c’è più e Delpini è diventato il suo successore, ma il “vizietto” di fare scelte maldestre pare che gli sia rimasto. Vediamo infatti, nell’esito del processo italiano a don Mauro Galli, la condanna in primo grado a sei anni e quattro mesi per aver dormito nello stesso letto e aver violentato Alessandro Battaglia, all’epoca 15enne.
In quella sede, con tanto di competenze in quanto da 15 anni avvocato della diocesi di Milano, oltre che membro della neonata commissione per la tutela dei minori della stessa diocesi, riferendosi al processo canonico l’avvocato Mario Zanchetti – difensore in questo caso di don Galli – disse rivolgendosi ai Giudici “Non sto bagatellizzando la situazione, sto dicendo che ciò che ha fatto don Mauro è stato profondamente sbagliato e che le conseguenze non saranno piacevoli” in quanto anche non fosse avvenuta la violenza, il solo fatto che il Galli abbia dormito con un minore è gravissimo per la chiesa.
Invece scopriamo che, zitti zitti, il processo canonico a don Galli non solo è stato celebrato, ma è l’ennesima assoluzione dalla chiesa in prima istanza.
A prescindere dal fatto che nel processo canonico la massima pena che la chiesa può infliggere è la dimissione dallo stato clericale, non possiamo però non renderci conto che gli interventi della campagna di tolleranza zero, posti in essere da Papa Francesco per contrastare la pedofilia, vengono disattesi totalmente se viene assolto in sede canonica chi è stato condannato da un tribunale laico, cosa che non rende neppure giustizia a Dio.
Sorgono spontanee diverse riflessioni, in quanto con l’assoluzione canonica si crea un macroscopico problema perché vengono meno tutti i provvedimenti che dovrebbero intervenire in caso di condanna. Sorge spontanea la domanda: quanto deve essere grave la violenza, per la sede canonica, affinché chi ha commesso uno stupro su un minore sia condannato?
Sempre nel caso Galli / Delpini la vittima ha non solo chiesto di essere informata, ma come decine di altri nostri assistiti ha richiesto gli atti senza ottenere risposta. Vengono così meno anche alla tanto proclamata “trasparenza” dopo la presunta abolizione del segreto pontificio. Apprendiamo infatti la notizia che il tribunale canonico ha assolto Galli da un’indiscrezione uscita dai sacri palazzi lombardi. Nessuna comunicazione ufficiale neppure alla vittima.
Ma la tolleranza zero, tanto acclamata da Papa Francesco, non era solo verso i preti pedofili, ma anche verso i vescovi che insabbiano i casi. Ebbene, vediamo quello di Delpini, che stiamo discutendolo in questo articolo che ne da notizia, ma anche in quello insabbiato da Bagnasco: per esempio è la stessa Santa sede tramite la CDF a revocargli l’incarico, ma non si ha notizia di alcun provvedimento, dopo la revoca, nei confronti del cardinale.
Questo è estremamente disonesto e possibile solo in Italia, e solo grazie alla maggior parte di stampa, genuflessa come i lacchè in protezione del Papa e che, puntualmente, censura tutto quanto di negativo emerga alla cronaca.
Come Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO esprimo a nome dei più di 900 nostri associati in Italia, rammarico e disgusto. Non solo per l’ennesimo fallimento delle politiche della Santa Sede che, ad oggi neppure le prende in considerazione e che se non dai tribunali civili, dalla chiesa non hanno mai ricevuto giustizia umana, ma anche nei confronti dello Stato italiano, da dieci anni totalmente complice consapevole: come conferma il Comitato ONU per la tutela dell’infanzia, reo, a differenza degli altri paesi, di aver scelto di non mettere mano a un problema sociale che ogni anno rende vittime decine di centinaia di cittadini.
Se non fosse per i giudizi opposti dei due tribunali (Italiano e Vaticano), il fatto che la chiesa abbia assolto anche don Mauro Galli che semplicemente aggiungiamo alla lunga lista di casi analoghi con Luciano Massaferro, Vincenzo Calà Improtta, Felix Cini, Paolo Turturro e via dicendo, la cosa ormai non stupirebbe più di tanto.
Certo il fatto che persone condannate dallo Stato italiano per pedofilia, vengano poi assolte per quegli stessi fatti da un tribunale canonico e rimessi nelle parrocchie con così tanta frequenza per giunta, stimola una serie di riflessioni.
Anche se pur vero che i due tribunali si basano su due differenti parametri di giudizio – in quello italiano è il crimine contro la persona (la vittima), in quello canonico invece l’offesa a Dio con l’atto impuro di entrambi – pare che questo risultato non sia contrario alla sola legge italiana, ma pure a quella di Dio in quanto la stessa definitiva assoluzione del Galli da parte del tribunale della chiesa non gli rende affatto giustizia.
È lo stesso don Galli che a processo davanti ai giudici ammette di aver dormito in canonica nello stesso letto (malgrado ce ne fossero altri) con l’allora 15enne Alessandro Battaglia, ed è lo stesso avvocato della diocesi Mario Zanchetti (membro della commissione diocesana per la tutela dei minori ma in questo caso difensore del Galli) a criticare in sede processuale il comportamento del suo stesso assistito definendolo “grave”. Ma nei fatti, per la chiesa don Galli è scagionato, moralmente innocente, quindi da reintegrare in qualche parrocchia dopo l’intervento dei termini prescrittivi imminenti che bloccheranno forse anche l’appello.
In questi ultimi periodi – almeno da quanto apprendiamo dalla stampa – la chiesa avrebbe posto in essere una serie di iniziative che arrivano fino alle parrocchie, volte alla prevenzione. Dal vademecum della CEI alle ultime linee guida della Santa Sede.
Tutte iniziative che vediamo con molta perplessità perché la scienza medica insegna che la pedofilia non è una malattia, ma una grave devianza della personalità dalla quale non si guarisce, che il profilo del pedofilo è equiparabile a quello dei killer seriali ovvero di persone che vanno monitorate perché statisticamente portate a reiterare il crimine.
Ora, è pur vero che chi ha commesso questi abusi per la chiesa potrà non essere colpevole dell’offesa a Dio sulla base del suo stesso principio processuale – il 6° comandamento del decalogo – tuttavia, nei fatti è comprovato dal tribunale italiano che queste persone hanno abusato di minori e rimetterle in parrocchia – anche se la chiesa li ha assolti – non solo rende inutili le iniziative preventive poste in essere dalla chiesa stessa, ma rende sempre meno credibile il presunto sforzo della stessa in favore delle vittime e della prevenzione e della stessa trasparenza, quando controcorrente alle più elementari logiche preventive mette persone le cui tendenze sono conclamate, ancora a contatto con altri minori.
Donald Bellizzi è stato condannato per aver abusato sessualmente dell’allora ragazzo di 13 anni, che frequentava un gruppo speciale per coloro che desideravano diventare preti.
I reati sono iniziati nel 2010 quando il ragazzo ha iniziato a frequentare le adunanze per scoprire se avesse la vocazione a diventare prete e sono durati fino all’età di 16 anni.
Bellizzi, che ora ha quasi 50 anni, ha avuto la sua condanna a tre anni di reclusione confermata in appello dalla giudice Consuelo Scerri Herrera che lo ha ritenuto colpevole di aver contaminato il minore e di aver partecipato ad attività sessuali con lui.
La Corte d’Appello ha respinto la sua argomentazione secondo cui le attività sessuali erano consensuali e che non si era imposto su di lui, dicendo che questo non significava che non equivalessero a contaminazione. Inoltre, c’è stata una violazione della fiducia.
Il giudice ha osservato che le attività sessuali, che hanno assunto le forme del sesso orale, sono durate più di tre anni e hanno avuto un effetto drastico sul giovane, tanto che la verità è emersa solo quando ha parlato ai suoi genitori della sua attrazione per gli uomini, dicendo loro che l’abuso ha avuto un effetto sul suo orientamento sessuale.
“Quello che ha fatto l’accusato è stato deplorevole e condannabile perché questi giovani erano soliti partecipare a riunioni di gruppo e live-in al convento per scoprire se avevano la vocazione a diventare sacerdoti e lui era il loro modello di cui si fidavano e si fidavano persino dei loro genitori “, Ha detto la giudice Scerri Herrera confermando la pena detentiva di tre anni.
Il tribunale ha anche confermato l’ordine di protezione a favore della vittima, ordinando all’ex sacerdote di non parlare o di non avvicinarsi e ha anche ordinato che il nome dell’uomo fosse elencato nel registro pedofilo.
Non è chiaro se don Bellizzi abbia da allora lasciato il sacerdozio, ma il caso è stato indagato per la prima volta dalla Commissione di salvaguardia della Chiesa che ha deferito la questione alla polizia. Il caso originariamente riguardava tre giovani, ma è stato giudicato colpevole solo di aver contaminato uno di loro. Era stato anche accusato di possesso di pornografia infantile, ma il tribunale non lo ha ritenuto colpevole di questa accusa.
Gli ispettori Joseph Busuttil e John Spiteri sono stati perseguiti. L’avvocato Joe Giglio è stato difensore mentre l’avvocato Stefano Filletti è apparso parte civile per la vittima.
Zanardi: “faremo appello” intanto prepara la sua battaglia, un altro magistrato ha disposto la perizia
Il primo atto va alla Chiesa. Il giudice civile Luigi Acquarone ha infatti rigettato l’istanza avanzata da una presunta vittima dell’ex prete Nello Giraudo per una richiesta danni di 602 mila euro alla diocesi di Savona e allo stesso ex prete.
Vicenda prescritta, secondo il giudice che ha preso una strada differente rispetto a quella del collega Stefano Poggio chiamato ad esaminare una pratica simile avanzata dal presidente della Rete l’Abuso, Francesco Zanardi.
A dire il vero all’inizio erano cinque le presunte vittime che volevano chiedere i danni alla Chiesa, ma tre hanno preferito attendere di vedere come sarebbero evolute le altre cause.
Luigi Acquarone avrebbe infatti ritenuto intervenuta la prescrizione di cinque anni dal momento in cui la presunta vittima di violenza avrebbe avuto contezza delle conseguenze degli abusi.
Ed è questa la divergenza tra i due magistrati. Anche Zanardi sarebbe stato vittima di abusi da parte di Nello Giraudo ed avrebbe presentato il conto alla Chiesa. Per questo secondo caso però il giudice ha disposto una perizia ad un consulente tecnico che possa chiarire l’esatto momento in cui la vittima si è resa conto dell’accaduto.
“Non ho ancora parlato con il mio cliente ma presenteremo sicuramente appello” sottolinea Francesca Rosso difensore della vittima. “Appello sicuro” tuona Zanardi della Rete l’Abuso. “Denunci il danno quando prendi convinzione con i fatti” aggiunge Francesco Zanardi.
E due sono i passaggi chiave della vicenda che in un caso ha avuto conclusione: la denuncia del fatto (avvenuta nel 2010 a fronte del presunto abuso consumato nel 1994) e la richiesta di messa in mora da parte della Rete L’Abuso avvenuta nel 2014. “Un atto che avrebbe interrotto la prescrizione – spiega l’avvocato Rosso – Ci sono pronunce di nuova cassazione che ci darebbero ragione e una perizia del dottor Panza nel 2015 avrebbe ribadito i disagi subiti dal mio cliente. Che ora lavori ed abbia intrapreso una vita normale non è certo dirimente”.
Ovviamente soddisfatti in Diocesi. “Nessuno brinda o festeggia – ammette l’avvocato della Chiesa, Simone Mariani – Però noi abbiamo negato ogni responsabilità e tanto meno c’è stata prova dei fatti. Il giudice ha accolto il tema della prescrizione da noi proposto. Sono stati riscontrati più elementi che hanno portato a considerare prescritto il diritto dell’attore”.
Tra le parti in causa ci sono anche le parrocchie di Spotorno e Calice (dove si sarebbero consumati gli abusi) e se quest’ultima è uscita, Spotorno deve attendere la conclusione della causa intentata da Zanardi.