Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Prete a metà = anche vittima a metà?

    Prete a metà = anche vittima a metà?

    In questi giorni si rincorrono le notizie rispetto alla vicenda di Don Lu, ovvero di Don Luciano Massaferro.

    In ambito cattolico lo sconcerto è tanto, è una notizia che non si riesce a comprendere: condannato e nello stesso tempo assolto. Se ne parla, ci si confronta, si prende posizione.

    Un reato, una vicenda … ma due Tribunali e due sentenze opposte.

    Sorge quasi scontata la riflessione: qualcosa non ha funzionato, qualcuno ha sbagliato. Non è concepibile una schizofrenia così amplificata ed estrema. Come si può essere colpevoli e innocenti per la stessa cosa sulla quale si viene giudicati?

    Un articolo in particolare ha stimolato la mia riflessione: “Don Lu, prete a metà: pur riabilitato dalla Chiesa, non potrà né insegnare né sposare”.

    Condannato in Cassazione, quindi dopo ben tre gradi di giudizio, e assolto e riabilitato dalla Chiesa che, tuttavia, dovrà attenersi alle disposizioni e limitazioni imposte da Tribunale Penale, e dunque non potrà esercitare quelle “pratiche” che hanno un “valore legale” sul suolo italiano.

    Dunque la Chiesa riconosce queste limitazioni perché deve attenersi alla legge dello Stato, non perché riconosce che il sacerdote è stato condannato.

    Come cittadina, e come cattolica, esprimo delle fortissime perplessità su tutto questo. Legalmente sarà tutto corretto e ineccepibile, ma i dubbi che scatena sono davvero tanti.

    Si legge poi che sicuramente il Card. Bagnasco (Arcivescovo metropolita di Genova, Presidente della Conferenza Episcopale Ligure, Presidente del Consiglio delle conferenze dei vescovi d’Europa) non ha incontrato la famiglia, ma nemmeno si è informato se la Diocesi di Albenga-Imperia lo abbia fatto, pur dichiarando che è stato fatto tutto per bene.

    Ma qualcuno si è domandato come si sarà sentita la vittima in tutto questo?

    Che ruolo ha la vittima nel Tribunale Ecclesiastico?

    Ci sono due possibilità.

    La prima è quella che il Tribunale Ecclesiastico la ignori completamente o la vittima si rifiuti/scelga di non essere sentita: viene celebrato comunque il Processo “sentendo solo una campana”, quella del sacerdote.

    La seconda è che la vittima sia chiamata in udienza, ma non può presentarsi con il suo avvocato e non viene affiancata da personale che la supporti psicologicamente. E nemmeno ha poi notizie rispetto all’andamento del Processo poiché non è rappresentata da nessuno, nessun avvocato che segua il procedimento. La vittima è sola, dall’inizio alla fine.

    Dunque un Tribunale un po’ “sbilanciato”, e non a favore della vittima. Un Tribunale che mantiene poi tutto “riservato”, le parti non hanno a disposizione gli atti, nulla. Un Tribunale al quale non si può fare ricorso. Ma un Tribunale che emette una sentenza: Don Luciano Massaferro è innocente.

    E la vittima?

    Per lo Stato Italiano la vittima è un minore che ha subito un abuso ed è stato stabilito un risarcimento (lo avrà mai?).

    Per la Chiesa la vittima è una persona che evidentemente ha mentito, perché il fatto non è avvenuto, il sacerdote è innocente.

    Dunque un “prete a metà” e anche una “vittima a metà”.

    Semplice.

    Ma qualcuno del Tribunale Ecclesiastico si rende conto, anche solo in minimissima parte, di cosa tutto questo possa significare per la vittima?

    Qualcuno prova ad immedesimarsi?

    Qualcuno tra i Vescovi superiori del Don Lu, ha mai guardato negli occhi la vittima?

    Evidentemente no.

    E la Parrocchia del Don Lu? Cosa faranno i parrocchiani?

    Ci saranno quelli schierati “senza se e senza ma” a favore del sacerdote, convinti della sua piena innocenza (senza ovviamente aver seguito il Processo, senza aver sentito la vittima…), magari pensando ad un “errore giudiziario” a un “complotto contro la Chiesa”, credendosi dei “buoni cattolici” perché difendono la Chiesa. Sì, ci saranno questi parrocchiani. Come ci sono stati per la fiaccolata, in difesa del prete, prima della sentenza.

    E non si renderanno conto che, in questo modo, anziché fare il bene della Chiesa contribuiranno a renderla ancora meno credibile … quando non si approfondisce non ci si può permettere di prendere posizione per partito preso, questo atteggiamento fa solo del male.

    Ma questi parrocchiani non saranno disponibili a mettersi in gioco, perché questo vorrebbe dire riconoscere una realtà che fa male, vorrebbe dire prendere coscienza che certi problemi vanno affrontati e non negati.

    Certo, fa male, perché non ci si aspetta che un sacerdote possa diventare un orco, colui che dovrebbe avvicinarti a Dio, brutalmente ti rovina la vita. Fa male pensare che tutto questo possa essere una realtà. E dunque si preferisce non approfondire, per loro va bene così.

    E della vittima cosa si può pensare? Fate finta che non esista, e dormite tranquilli.

    Ci saranno poi dei parrocchiani (forse) che delle domande se le faranno.

    Ma a chi potranno farle? Al Parroco? Al Vescovo? Al Papa?

    La Chiesa, nonostante il verdetto dei tre gradi di giudizio penale, si è espressa: il sacerdote è innocente.

    Dunque basta così?

    A me non basta. La vittima esiste, e il suo grido di dolore io me lo immagino.

    Una mamma cattolica

    Lettera firmata

    Per non far dimenticare anche ai parrocchiani, la vittima ricorda e ricorderà 

  • Inchiesta sui preti gay, c’è anche un caso di pedofilia. Una chat per gli incontri a luci rosse tra sacerdoti

    Inchiesta sui preti gay, c’è anche un caso di pedofilia. Una chat per gli incontri a luci rosse tra sacerdoti

    La denuncia dell’ex escort Mangiacapra: milletrecento pagine con chat e video a luci rosse

    C’è il prete che paga i suoi occasionali compagni con ricariche su Postepay, il monsignore che gira in auto di lusso spacciandosi per diplomatico e promettendo posti da autista. C’è il professore di religione che predica il Vangelo ai suoi alunni e poi si presenta in videochat mentre compie atti di autoerotismo. C’è il seminarista che sfugge alla solitudine chattando sul sito per incontri gay «Grindr» dove recupera altri amici per serate hard. E ancora: il sacerdote che vanta la sua amicizia con una star italiana della musica pop e che non rinuncia alle serate a luci rosse. Ci sono foto di sacerdoti giovani e palestrati che si mostrano nudi e discutono di appuntamenti hot. Ma c’è anche di peggio: come un sacerdote sotto processo per pedofilia che continua a invitare amici e consumare rapporti sessuali (si spera non con minori). Un corposo dossier di 1.300 pagine quello raccolto da Francesco Mangiacapra, ex avvocato e ormai ex escort di molti sacerdoti. Un plico con nomi e cognomi, ma anche immagini esplicite, numeri di telefono e fotogrammi di chat che ritraggono almeno cinquanta tra preti e seminaristi la maggior parte dei quali sparsi nel Mezzogiorno (ma anche due che prestano la loro opera non lontano dal Vaticano). Una rete di preti che, in barba al voto di castità, praticano tranquillamente sesso tra loro e con escort maschi a pagamento.

    Mercoledì scorso quel dossier è stato consegnato da Mangiacapra nelle mani di monsignor Luigi Ortagli, della cancelleria della Curia di Napoli. Ieri la Curia ha diffuso una nota con cui si fa sapere che «il materiale verrà opportunamente esaminato per essere trasmesso alle Diocesi interessate per le necessarie valutazioni». La Curia insomma vuole vederci chiaro e avvia un’indagine su quello che rischia di diventare un clamoroso scandalo, l’ennesimo dopo il disvelamento degli incontri hard che hanno portato all’allontanamento nei mesi scorsi dell’ex sacerdote di Santa Maria degli Angeli al Monte di Dio. Tre sono i sacerdoti napoletani che compaiono nel dossier. Almeno una dozzina le diocesi interessate. Per la Campania oltre a Napoli, Pozzuoli, Caserta e Salerno. Molti anche i casi registrati in Basilicata, in Puglia, in Calabria e in Sicilia. Insomma, si tratta di un terremoto nella Chiesa annunciato già nei mesi scorsi, quando Francesco Mangiacapra pubblicò il libro «Il numero uno», le memorie di un escort, in cui squarciava il velo sulle abitudini sessuali di molti uomini di chiesa.

    Resta una domanda di fondo: perché un escort decide di tradire la fiducia dei suoi clienti e di metterli alla berlina? Risponde Mangiacapra: «Ormai sono un ex escort perché a trent’anni e passa mi ritengono troppo vecchio per quelle cose lì e io ho deciso di smettere con quella vita». E dunque cos’è, una vendetta? «No, io non ho mai ricattato nessuno. Ho denunciato — e non sono solo in questa mia scelta — è perché ritengo che dobbiamo smascherare una grave ipocrisia. I preti si oppongono alla libertà sessuale, condannano in pubblico ciò che loro perseguono in privato e segretamente. La libertà sessuale degli individui è sacra, è la base di tutte le libertà, ecco perché anche la loro privacy mi appare secondaria rispetto alla promozione della loro stessa dignità, all’accettazione di sé, costi quel che costi».

    http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/18_febbraio_26/inchiesta-preti-gay-c-anche-caso-pedofilia-chat-gli-incontri-luci-rosse-sacerdoti-939a229e-1ac1-11e8-8fbe-7a22bfa20835.shtml

  • Pedofilia, Don Luciano assolto dalla Chiesa. Bagnasco: «Fatte tutte le procedure previste». Ma nessuno ha ancora risarcito la vittima

    Pedofilia, Don Luciano assolto dalla Chiesa. Bagnasco: «Fatte tutte le procedure previste». Ma nessuno ha ancora risarcito la vittima

    Genova – Condannato dalla Cassazione , ma assolto dalla Chiesa. Secondo il Tribunale regionale ecclesiastico don Luciano Massaferro «deve essere completamente riabilitato in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti» e che pertanto debbano cessare le pene cautelative imposte dal vescovo di Albenga-Imperia. È quanto riporta la sentenza del Tribunale regionale ecclesiasticodopo quattro anni di processo penale canonico.

    Era impossibile non fare una domanda sulla vicenda al cardinale Angelo Bagnasco, questa mattina alla presentazione della turbina Montebianco ad Ansaldo: «Credo anzi mi risulta che siano state fatte tutte le procedure canonicamente e giuridicamente previste del caso. Per cui lui tornerà operativo secondo le modalità previste. L’augurio è che possa essere sereno nel fare il sacerdote, nel limite delle possibilità previste».

    Quindi ricapitolando: per la giustizia ordinaria è colpevole di pedofilia nei confronti di una chierichetta di dodici anni e condannato a 7 anni e 8 mesi, pena passata in giudicato e ridotta a sei anni. Episodi avvenuti nel 2009 ad Alassio. Ma per la giustizia della Chiesa, invece, don Luciano «deve essere completamente riabilitato in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti».

    Il verdetto del tribunale ecclesiastico è stato ufficializzato ieri dopo quattro anni di «processo accurato e meticoloso» ha puntualizzato monsignor Guglielmo Borghetti che in seguito alla condanna penale aveva sospeso il prete alassino dai sacramenti. «Con la sentenza canonica di assoluzione il sacerdote Luciano Massaferro può tornare a celebrare pubblicamente la Santa Messa e i Sacramenti della vita cristiana – si legge in un comunicato diramato nel tardo pomeriggio di ieri -. Il Vescovo diocesano, Monsignor Guglielmo Borghetti, ha prospettato, in pieno accordo con il sacerdote, un suo reintegro graduale nel ministero pastorale e nella vita diocesana».

    Decisamente meno entusiasta la replica dell’avvocato che ha assistito la vittima (ora maggiorenne) e la sua famiglia. «Con estrema serenità e non potendo rivelare i contenuti del processo di primo grado svoltosi a porte chiuse – ha detto – posso dire che la verità religiosa cozza, senza rimedio, contro la verità emersa all’interno del processo».

    Il verdetto del tribunale ecclesiastico affidato nel 2013 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede al Cardinal Angelo Bagnasco, arcivescovo metropolita di Genova, in qualità di giudice delegato, coadiuvato da due assessori, Officiali del tribunale ecclesiastico regionale ligure, rischia di scatenare reazioni piccate. Già nel 2009 quando don Lu venne arrestato (era il 29 dicembre) la popolazione alassina si spaccò tra colpevolisti ed innocentisti, con tanto di fiaccolate pro don Lu.

    La piccola vittima del prete fu addirittura costretta a lasciare Alassio per sfuggire agli “attacchi” di chi l’accusava di essersi inventata tutto. E al proposito, alla luce della giudizio della chiesa, «il Vescovo diocesano auspica che la sentenza canonica sia accolta con animo sereno dai fedeli che in questi anni hanno seguito l’intera vicenda». Un’inchiesta che era scattata alla metà del 2009 quando la ragazzina raccontò delle particolari attenzioni sessuali ricevute dal prete durante il giro delle benedizioni delle case prima della Pasqua.

    Accuse che don Lu rigettò fin dal primo momento che venne arrestato: il 29 dicembre 2009. Da quel giorno il sacerdote venne rinchiuso nel carcere di Chiavari e il 17 febbraio 2011 venne condannato in primo grado alla pena di sette anni e otto mesi. Condanna confermata fino in Cassazione (2012) quando a difesa del prete alassino è arrivato il notissimo avvocato Franco Coppi.

    Alla luce del verdetto del tribunale ecclesiastico don Massaferro potrà tornare a recitare messa in pubblico, ministero che gli era stato vietato, ma rimarrà interdetto in perpetuo dai pubblici uffic i e neppure potrà più insegnare nelle scuole pubbliche e private, di ogni ordine e grado.

    Don Luciano Massaferro, invece, al momento non ha ancora effettuato il risarcimento di 220mila euro a cui è stato condannato dal tribunale savonese (giudice Zerilli, a latere De Dominicis e Rossi), nonostante i recenti solleciti della difesa della vittima. «Abbiamo avuto poche migliaia di euro chiedendo il pignoramento del quinto dello stipendio che l’istituto sostentamento del clero assegnava al prete – conclude l’avvocato Vanucci – Siamo andati avanti un anno a 200 euro al mese, poi lo hanno cancellato dalle liste e non abbiamo più avuto nulla». Ieri, per la vittima della pedofilia, l’ultimo affronto.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2018/02/23/ACeyVTWB-pedofilia_bagnasco_procedure.shtml

  • Scandalo pedofilia: Papa Francesco nell’occhio del ciclone

    Scandalo pedofilia: Papa Francesco nell’occhio del ciclone

    #Papa Francesco è al centro della peggiore crisi del suo quinquennio di pontificato. La causa? lo scandalo legato agli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Il Santo Padre ha sempre goduto di grande popolarità e stima da parte dei fedeli perché dice le cose giuste al momento giusto. Lo ha fatto anche quando ha promesso “tolleranza zero” nei confronti di tossicodipendenti e spacciatori, esprimendo il suo cordoglio e la sua compassione per le vittime dei commercianti di morte.

    Non ha mancato neppure di prendere decisioni drastiche, non ultima la rimozione dei vescovi coinvolti nei recenti scandali di #pedofilia. Una comprensibile reazione di indignazione, dunque, e di sorpresa quella scatenata nei giorni scorsi – nel corso del recente viaggio in America Latina dalla sua affermazione che il #vaticano ha bisogno di prove certe per condannare le pecore nere.

    La dichiarazione fu subito ritratta in seguito alle proteste contro Juan Barros, vescovo della Diocesi di Osomo in Cile, accusato di avere taciuto sugli abusi perpetrati da un prete pedofilo. L’assenza di prove non è sufficiente per respingere le accuse, aveva poi stigmatizzato il Pontefice, arrivando a chiedere scusa per la sua leggerezza ai microfoni dei giornalisti sul volo di ritorno a Roma.

    Con le sue parole, papa Francesco aveva turbato persino uno dei suoi consiglieri più fidati, il cardinale Sean O’Malley, che ha criticato il pontefice con parole insolitamente dure. Anche perché lo stesso O’Malley aveva consegnato personalmente al Pontefice un dossier contenente importanti incartamenti sul caso del vescovo cileno già nel 2015. È possibile che il papa, assorto nei suoi impegni, non l’abbia letto? Se lo stanno chiedendo in molti.

    In risposta alle critiche mosse contro di lui, Papa Francesco questo mese ha inviato in Cile l’arcivescovo Charles Scicluna, il suo principale investigatore per i casi di pedofilia, per indagare sul caso Barros. Troppo poco. E troppo tardi, è stato detto. Tuttavia, qualunque piega prendano ora le cose, la reputazione di Papa Francesco ne esce irrimediabilmente compromessa. Una macchia difficile da cancellare per il Santo Padre e il suo entourage.

    Lo scandalo degli internati spagnoli

    La tempesta non accenna a placarsi. È di oggi la notizia diffusa dal quotidiano ispano-americano “Pùblico” di una lettera inviata per email alla redazione dall’avvocato Montserrat Fernández Garrido. La Garrido, donna indubbiamente tenace – si legge nel testo del servizio – si è rivolta ancora una volta ai media per denunciare la scarsa attenzione della Chiesa cattolica al fenomeno degli abusi sui minori da parte di prelati. Montserrat ha fatto una richiesta precisa: chiedere scusa per gli abusi commessi sotto il regime franchista nei centri di detenzione dove erano presenti anche molti bambini.

    Non possiamo fare a meno di chiederci, ancora una volta, – sottolinea la Garido – perché la Spagna sia rimasta uno dei pochi paesi cattolici in cui la Chiesa non è stata sottoposta a una severa revisione pubblica del suo passato. Mentre negli Stati Uniti – aggiunge l’avvocato – si moltiplicano drammaticamente i casi di abuso, come pure in Francia, Austria, Regno Unito, Australia, Olanda, Cile e Germania, per dare alcuni esempi, in Spagna sembra che casi tanto eclatanti come quelli che si riferiscono agli internati franchisti siano condannati al silenzio, conclude la corrispondente non senza una punta di amarezza.

    La trasmissione su TV3 dell’inquietante documentario realizzato dai giornalisti catalani Montse Armengou e Ricard Belis “Els internats de la por”, ha già sconvolto l’opinione pubblica. Ed è destinata a scatenare – se possibile – ancora più sdegno e indignazione negli spettatori e tra il popolo del web, che oggi – nel bene e nel male – non fa sconti a nessuno.

    https://it.blastingnews.com/cronaca/2018/02/scandalo-pedofilia-papa-francesco-nellocchio-del-ciclone-002378257.html

  • Il primo giorno in Cile dell’inviato papale Scicluna, in programma oltre 20 udienze

    Il primo giorno in Cile dell’inviato papale Scicluna, in programma oltre 20 udienze

    L’arcivescovo ascolterà due vittime di Karadima, José Andrés Murillo e James Hamilton. Breve incontro con la stampa cilena: «Grazie a chi vorrà aiutarmi». In programma una riunione con una delegazione di Osorno che contesta Barros

    L’inviato di Papa Francesco in Cile, monsignor Charles Scicluna, che sta già indagando dal 17 febbraio scorso su possibili nuovi elementi nella vicenda “Karadima-Barros”, è arrivato ieri in mattina a Santiago del Cile. Oggi, nella sede della Nunziatura (e fino a venerdì 23 febbraio) l’inviato darà inizio alla sua delicata missione nel Paese: per prima cosa incontrerà e ascolterà le altre due persone, delle tre, che accusano monsignor Juan Barros di aver coperto gli abusi sessuali commessi dal sacerdote Fernando Karadima, di cui era discepolo nella Fraternità della parrocchia di El Bosque.

    Scicluna ha già incontrato, sabato 17 scorso a New York, nella canonica della Chiesa del Santo Nome di Gesù, il testimone e vittima Juan Carlos Cruz. Oggi alle ore 16 locale (sarà sera in Europa), l’arcivescovo della diocesi maltese de La Valletta, insieme padre Jordi Bertomeu, ufficiale spagnolo della Congregazione per la Dottrina della Fede, vedrà le altre due vittime José Andrés Murillo e James Hamilton.

    Juan Pablo Hermosilla, avvocato di Cruz, Hamilton e Murillo, conversando con alcuni giornalisti ha dichiarato che i suoi assistiti attendono di «essere ascoltati come è già accaduto con Juan Carlos Cruz». «Ascoltare è già un aiuto per loro, può sembrare strano dire una cosa di questo tipo ma è così», ha osservato il giurista. E ha augurato a Scicluna un «buon lavoro con un’ampia raccolta d’informazione e l’ascolto di tanti testimoni» perché «ciò permetterà poi di consegnare al Vaticano un rapporto completo» sulla vicenda di monsignor Barros.

    Hermosilla ha spiegato inoltre che, in rappresentanza dei suoi assistiti, ha già inviato per posta elettronica all’arcivescovo Scicluna «documentazione importante»; Murillo e Hamilton «consegneranno agli inviati del Vaticano oggi altri documenti. Tra questi c’è il registro di tutti i casi giuridici che si sono aperti sul caso di padre Fernando Karadima».

    «Occorre ricordare – ha aggiunto l’avvocato – che non si tratta solo di testimoni. Ormai si sono realizzate due inchieste da parte dello Stato cileno da dove si evincono prove associate a numerosi testimoni. In alcuni casi si tratta di situazioni che i coinvolti hanno riconosciuto».

    Monsignor Charles Scicluna – che dovrebbe ascoltare almeno 20 persone in questi giorni – si riunirà inoltre con una delegazione di fedeli della diocesi di Osorno che contestano il vescovo Barros. L’incontro si terrà vicino alla Nunziatura presso la Casa delle Pontificie Opere Missionarie.

    E proprio nella sede delle Pom, il presule – al contrario di quanto aveva detto giorni fa a diversi giornalisti che lo avevano contattato – ha deciso di incontrare in mattinata (ora locale) la stampa cilena prima di dare inizio alle udienze. Scicluna non ha risposto ad alcuna domanda ma ha letto un comunicato. «Sono venuto in Cile inviato da Papa Francesco per raccogliere informazioni utili riguardo monsignor Juan Barros Madrid, vescovo di Osorno – ha detto -. Voglio esprimere la mia gratitudine alle persone che si sono dichiarate disponibili per incontrarmi nei prossimi giorni. Ringrazio il personale della Nunziatura, per la loro accoglienza e collaborazione e in modo speciale a monsignor Ivo Scapolo, nunzio Apostolico in Cile». L’arcivescovo ha trasmesso «il saluto affettuoso» di Papa Francesco «che ancora ricorda con emozione la calda accoglienza che ha ricevuto durante il suo viaggio apostolico in questo paese».

    http://www.lastampa.it/2018/02/20/vaticaninsider/ita/vaticano/il-primo-giorno-in-cile-dellinviato-papale-scicluna-in-programma-oltre-udienze-clRl6e0WixPGyrMCWKYKOL/pagina.html

  • Papa Francesco riapre il caso di Diego Esposito? Vittima, avvocato e testimoni non ne sanno nulla.

    Papa Francesco riapre il caso di Diego Esposito? Vittima, avvocato e testimoni non ne sanno nulla.

    Si parla tanto di fake news e questa sembra proprio esserla, a meno che la privacy e la tutela della vittima, già tanto invocate dal cardinal Bagnasco, non siano diventate per il Vaticano qualcosa di molto simile alla vendita del pesce ai mercati generali.

    Secondo la notizia, appresa dalla stampa ma mai comunicata ne alla vittima, ne al suo avvocato, tanto meno ai testimoni e alla Rete L’ABUSO, si apprende che papa Francesco avrebbe riaperto il caso di Diego Esposito. Anche fosse vero, non possiamo certo non notare il dispregio per la privacy della vittima, che non solo apprende la presunta notizia sui giornali, ma che come accaduto pochi mesi fa, si ritrova nuovamente diffamata, vedendo riportata in quella notizia la sua reale identità.

    Il dubbio più che legittimo che questa possa essere una fake news uscita da chissà quale fonte vaticana, prende ancora più corpo leggendo su alcune testate, che il caso di Diego Esposito avrebbe addirittura fatto rinominare la Pontificia Commissione per la tutela dei minori scaduta lo scorso dicembre.

    Di questi giorni anche un’altra notizia che lascia perplessi, quella che Bergoglio settimanalmente stia da tempo ricevendo in segreto le vittime di abusi. Segreto davvero perché ne all’associazione, ne alle vittime, risulta essere mai stati contattati, non che si pretenda che con tutte le vittime di preti pedofili che ci sono, Francesco chiami solo quelle della Rete L’ABUSO, certo pare strano non ne abbia chiamata neppure una, per esempio avrebbe potuto in uno di questi incontri convocare personalmente anche Diego Esposito e dargli la buona notizia anzichè darla ai giornali che di fatto riportano una notizia inufficiale e al momento priva di qualunque riscontro.

    Zanardi

  • L’incubo di Diego, abusato a 13 anni da un prete: “Diceva che il mio seme gli curava lo stomaco”

    L’incubo di Diego, abusato a 13 anni da un prete: “Diceva che il mio seme gli curava lo stomaco”

    In un lunga intervista a Fanpage.it Diego Esposito, 40 anni, racconta gli abusi subiti a 13 anni dal suo insegnante di religione, il parroco don Silverio Mura.

    DiegoEsposito ha 40 anni e da dieci aspetta che venga celebrato il processo per gli abusi subiti quando era solo un ragazzino da don Silverio Mura, il suo insegnante di religione. Oggi ha perso il lavoro, una pesante terapia farmacologica che cura i segni degli abusi lo abbatte metà del giorno sul letto della sua stanza. Spesso si sente disilluso e solo, eppure, sostenuto dal suo avvocato Carlo Grezio e dalla criminologa Luisa D’Aniello, non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia alla Chiesa. “Lo faccio per le altre vittime – dice in una lunga intervista a Fanpage.it – non deve vincere il massaggio che chi denuncia è condannato a passare il resto della vita isolato e inascoltato, questa storia deve andare in modo diverso”.

    L’ora di religione
    L’orrore, racconta Diego, inizia quando il suono della campanella scolastica annuncia l’ora di religione. Ha il volto di un professore trentenne, sacerdote in una chiesa della periferia est di Napoli, quella di Ponticelli dove negli anni ’80 l’abito talare è riverito e temuto. Quella di Diego, 13 anni, è la classica famiglia di condizioni modeste e molto devota, che trascorre le sue vacanze in pellegrinaggio e considera un privilegio avere un rapporto di amicizia con un sacerdote. Così, quando don Silverio invita Diego a casa lui è felice e onorato. È il 1988.

    La stanza del prete
    “Ero al terzo della scuola media (oggi chiamata a giudizio per quei fatti, ndr) – comincia – don Silverio mi portò nella sua stanza, chiuse la porta e vi sistemò davanti una poltrona pesante, così che se qualcuno avesse provato a entrare, essendo sprovvista di chiave, sarebbe rimasto bloccato. Si sdraiò sul lettino, io ero sulla poltrona. “Vieni a sederti qui vicino a me”, mi disse. Iniziò a toccarmi. Io ero a disagio, rigido, impietrito, non capivo cosa stesse succedendo, ma restai letteralmente sconvolto quando mi baciò in bocca. Lui capì che ero sotto choc e per calmarmi mi disse: “Stai tranquillo, lo faccio perché ti voglio bene”.

    Le manipolazioni
    Diego racconta questi particolari davanti alla moglie , che lo accompagna fedelmente in questo cammino di profondo dolore e grande frustrazione da quasi dieci anni. La voce non trema, anzi, riprende il racconto con lucida precisione, come se i fatti fossero avvenuti ieri. “Gli abusi iniziarono così – dice – a pochi metri dall’anziana madre del parroco, e andarono avanti per tre lunghi anni. Io subivo passivo, piegato su quella poltrona, rigido come un sasso. A volte pretendeva di avere con me rapporti orali, diceva che il mio seme gli curava il mal di stomaco, che ne aveva bisogno”.

    Don Silverio
    “Trovava sempre una giustificazione per ogni sua richiesta – continua Diego – era un un uomo molto manipolatorio, ricordo che mi regalò perfino una moto (che mi indusse a guidare senza patente), per placare la mia angoscia . Ho sempre pensato che avesse due facce: una affabile e socievole, l’altra spietata e calcolatrice, perfino avida, ricordo come maledicesse i fedeli quando le offerte non erano sostanziose”. All’epoca, però, credevo a tutto quello che mi diceva e non ho mai dubitato, neanche di fronte all’evidenza, che quelle cose avvenissero solo con me”.

    Le altre vittime
    “Ricordo che un giorno andai trovarlo a casa, ma sua madre al citofono mi disse che suo figlio non c’era. Non mi convinse, notai che la finestra della stanza aveva la tapparella tirata giù. Lui la chiudeva completamente solo quando faceva le sue ‘sporche cose’ con me. Decisi di aspettarlo davanti alla sua casa, ero sicuro che la madre mentiva, che lo stava coprendo. Dopo circa tre ore il prete uscì con un bambino, era più piccolo di me. Scoppiai in lacrime andandogli incontro, lui spinse da parte il piccolo e mi disse che era un equivoco, che avevo capito male. E io gli credetti. Solo da adulto, dopo tanti anni, sono riuscito a realizzare che quella era un’altra vittima. Oggi lo so, ho conosciuto altre vittime che sono parte del procedimento civile, ne ho la certezza”.

    La presa di coscienza
    Dopo tre anni Diego va per la sua strada interrompe i rapporti con il prete trova un lavoro, si sposa e va a vivere fuori Napoli. Finalmente una vita normale: un impiego di responsabilità pieno di gratificazioni, apprezzato da superiori e colleghi. Dieci anni dopo, il trasferimento in Campania con la moglie e i figli, il ritorno, a pochi chilometri dal prete e
    nel 2010, a quarant’anni, un episodio sconvolgente: la mente torna a fare i conti con quel passato terribile. Un violentissimo attacco di panico lo porta in ospedale. Sentendosi a un passo dalla morte, Diego confessa alla moglie e alla madre gli abusi subiti da bambino. E per la prima volta, la confusione e la vergogna lasciano il posto alla
    consapevolezza dell’abuso.

    La denuncia
    È lo psichiatra con il quale affronta questo doloroso tema a indirizzarlo verso la denuncia. “L’ho ritenuto utile per le strategie terapeutiche, oltre che un mio obbligo di cittadino e cattolico”, dirà il dottor A. R.. Diego affronta il percorso di denuncia per due volte, una dai carabinieri locali (il reato è ormai prescritto) e l’altra presso la Curia, dove gli assicurano che la sua storia verrà seguita. “Aspettavo che dalla Chiesa mi dessero una risposta o semplicemente che mi ascoltassero – riprende Diego – ma nulla di tutto questo è mai successo. Il ‘Don’ ha continuato ad essere un prete e un insegnante e io, a stare sempre più male”.

    Papa Francesco
    “Scrissi a papa Francesco ottenendo che mi chiedessero nuovamente di sporgere denuncia. Nel 2014 padre Luigi Ortagli, delegato da Papa Bergoglio a occuparsi del caso, raccolse la mia seconda denuncia. Intanto i giornali avevano ripreso il mio caso e quando chiesi conto di dove si trovasse il prete mi venne risposto che si trovava in una struttura per quel ‘tipo di casi’. Ad oggi non so dove sia, solo solo che non è più un insegnante.

    La risposta della Chiesa
    “La mia frustrazione ha continuato a salire tanto da chiedere udienza al Cardinale Sepe. Nel 2016, circa un anno fa, un comunicato stampa firmato da padre Ortagli smentiva le mie accuse di insabbiamento contro il cardinale Sepe, menzionando il mio vero nome 8 volte, violazione per la quale oggi è in corso un procedimento penale”.

    L’epilogo
    Da dopo la denuncia la mia vita è segnata, seguo una terapia farmacologica molto pesante per i disturbi che mi sono derivati dal trauma, mi sento ignorato da chi dovrebbe darmi risposte, ho minacciato il suicidio come estremo atto di protesta e per tutta risposta mi è stato revocato il porto d’armi senza il quale non potevo più fare la guardia giurata, ed eccomi disoccupato. Perché lo faccio? Io voglio un processo ecclesiastico. Voglio la verità. La mia storia sia d’esempio.

    https://napoli.fanpage.it/l-incubo-di-diego-abusato-a-13-anni-da-un-prete-diceva-che-il-mio-seme-gli-curava-lo-stomaco/

  • «Violentato a 11 anni in sagrestia stavo zitto, avevo paura di peccare»

    «Violentato a 11 anni in sagrestia stavo zitto, avevo paura di peccare»

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano Ricordare quei momenti non è un esercizio piacevole. È come piombare di nuovo in una gabbia buia che si pensava ormai demolita, distrutta. E invece quei ricordi quando affiorano, ogni volta, sono lampi che fanno male, sono pezzi di vetro nel cuore. Oggi G.S. ha 37 anni, è un uomo maturo, si è formato una famiglia, non abita più a Ponticelli e quando guarda i suoi figli pensa a subito al pericolo, alla gabbia buia, al rischio che qualcuno possa fare loro del male. «Mi si ferma il respiro ogni volta che penso al rischio che possono correre altri bambini».

    Se la sente di parlarne?
    «Faccio fatica a tornare a quel periodo. Avevo 11 anni e a quell’ età si è davvero piccoli, cuccioli, incapaci di leggere tra le righe il male, e così ci si affida ai grandi pensando che siano loro i modelli ai quali ispirarsi. Don Silverio era il parroco di Ponticelli ed era conosciuto da tutti, era un mammasantissima, una persona tenuta in grande considerazione dalla comunità».

    Come sono cominciati gli abusi?
    «È stato un percorso progressivo. La mia famiglia si trasferì in quel quartiere e iniziai a frequentare la parrocchia, facevo il chierichetto, andavo a giocare a pallone e così conobbi quel sacerdote. Era il secondo sacerdote della parrocchia, l’ altro si chiamava don Ciro Cocuzza. Mi sono spesso chiesto se don Ciro abbia mai subodorato qualcosa vedendo che dalla casa di don Silverio spesso entravano e uscivano diversi ragazzini. L’ idea che mi sono fatto da adulto è che in fondo erano in tanti a sapere, o a sospettare ma si finiva per stare zitti perché quella era la cosa da fare. Ripeto, don Silverio era uno tenuto in grande considerazione dalla comunità».
    Un percorso di fiducia graduale.
    «Iniziò a portarmi con lui quando andava in giro con la sua macchina, una Fiat 126, per fare visite pastorali in zona. Mi ripeteva che ero il suo chierichetto di fiducia. Mi lodava e io mi sentivo importante, ero così fiero. E poi era generoso. Mi faceva regali che altrimenti non mi sarei potuto permettere. Mi fece trovare persino una bicicletta. Prendeva 20 mila lire dal portafoglio dicendomi che era un piccolo regalo per me. Sapeva conquistare la fiducia della gente. E anche la mia. Purtroppo. Don Silverio abitava con la madre ma aveva in uso un’ altra casa, una villa, in località Guindazzi, a borgo Trocchia. Quello fu un luogo che utilizzò spesso con me anche se le violenze iniziarono in sacrestia».

    In sacrestia?
    «Capitava che con mille scuse cercava di restare solo con me. Man mano che la amicizia si faceva più stretta, cercava progressivamente di trovare più tempo per stare solo anche con tante scuse. Per esempio mi diceva di raggiungerlo per studiare la funzione religiosa della domenica. Altre volte si proponeva di farmi fare i compiti e di seguirmi.
    Fatto sta che un giorno mi ritrovai solo in sacrestia con lui e iniziò a toccarmi le gambe, poi le parti intime, dicendomi che era normale tra amici. Mi ricordo che ero come pietrificato: avevo paura, paura di commettere una cosa sbagliata, malvagia, di peccare ma lui mi rassicurava dicendomi che si trattava di amicizia e, dunque, di una cosa bella. Mi ripeteva che non era fare del male, che dovevo fidarmi. Le carezze diventarono ben presto qualcosa d’ altro fino alla penetrazione, a restare a letto con lui, nella villa che aveva in dotazione», Lei non ha confidato quello che succedeva ai genitori, ad un amico, ai fratelli?
    «Mia mamma vedendo che passavo i pomeriggi con don Silverio era tranquilla. Pensava fosse una cosa positiva e io, del resto, non ho mai detto nulla. Non ho mai fatto trasparire alcun turbamento. A casa mi sforzavo di fare finta di nulla».

    Poi cosa successe?
    «A 17 anni cominciai a non riuscire più a tenermi dentro questo rapporto malato, mi lacerava, ero soggiogato, manipolato, in balia di don Silverio.
    Abbandonai la scuola e mi cercai un lavoro e fu la mia salvezza perché a un collega, un giorno, confidai l’ angoscia che mi divorava e non mi faceva più vivere sereno. Fu come sbriciolare un muro e quella sera stessa trovai la forza per mettermi davanti a mio padre e raccontargli tutto. Fu una sofferenza per lui, per tutti quanti».

    Perché non siete andati subito a denunciarlo alla polizia?
    «Se la immagina una denuncia del genere, negli anni Novanta, nel quartiere Ponticelli contro un parroco stimato e considerato da tutti? Un amico di mio padre che faceva il poliziotto ci suggerì a malincuore di lasciare perdere, perché avremmo avuto solo delle grane, e poi nessuno mi avrebbe creduto, ero solo un ragazzino, e sarei finito in una macchina del fango più grande di me, mi avrebbero tritato e denigrato, mi avrebbero fatto a pezzi. Ci fece capire che occorrevano anche i denari per un buon avvocato, che la questione si sarebbe protratta a lungo. A volte è facile dire facciamo giustizia. Il suo fu un consiglio di buon senso, sebbene davanti ad un reato pesante e ad un ragazzo violato era il primo a parlare con le lacrime agli occhi. Pochi anni dopo ci trasferimmo tutti e ce ne andammo. Fu una scelta saggia».

    Perché esce allo scoperto ora a distanza di tanti anni?
    «Anche se provengo da una famiglia cattolica da allora non sono più riuscito ad entrare in una chiesa.
    Quando guardo mia figlia o gioco con i miei nipoti, avverto il bisogno che hanno di essere protetti, e immediatamente ripenso a quello che ho subito. Mi viene una grande rabbia. Una rabbia incontenibile. Ecco perché quando ho letto della storia di D.E., l’ altra vittima, mi si è mosso dentro qualcosa di ineludibile. Il bisogno di avere giustizia civile, anche se il reato penale è caduto in prescrizione. Mi resta un desiderio: che la Chiesa riprenda in mano le indagini canoniche per fare in modo che questo prete non possa mai più avvicinarsi a un bambino».

    Il Messaggero 2-2-2018

  • Isernia, molestie nella diocesi: Giorgio a rapporto dalle autorità ecclesiastiche

    Isernia, molestie nella diocesi: Giorgio a rapporto dalle autorità ecclesiastiche

    di Alessandra Decini
    ISERNIA. Non cerca vendetta, ma giustizia. Il suo non vuole essere un tentativo di infangare la Chiesa, piuttosto un’azione per contribuire a renderla più pulita.
    Continua la denuncia di Giorgio, il ragazzo polacco che ha raccontato di aver subito abusi sessuali da parte di un parroco, in servizio nell’Isernino, al quale era affidato e con il quale è quindi cresciuto.
    Contattato da isNews, il giovane, oggi 34enne, non solo ha ripercorso il suo inferno all’interno della canonica, ma ha spiegato la ‘ratio’ della sua battaglia attuale: “Perché non accada più ad altri ciò che è successo a me”. E poi anticipa di essere vicino ad un altro risultato: dopo aver ottenuto l’interessamento da parte della Curia pentra, con il vescovo Camillo Cibotti che ha vergato una lettera con la quale – oltre a chiedere perdono alla vittima – ‘apre’ il dialogo a tutte le persone in difficoltà, Giorgio sarà verosimilmente ascoltato a breve dalle autorità ecclesiastiche. Il procedimento canonico, come riferito anche da monsignor Cibotti, sarebbe dunque avviato.
    Giorgio, cosa è scattato in te al punto da spingerti a denunciare?
    “Con la nascita mia figlia è cresciuto in me un senso di protezione. E ho pensato che quanto è accaduto a me non dovesse succedere ad altri bambini. Premetto però che non è stato facile. Ci sono voluti anni di psicoterapia e ipnosi per riuscire ad elaborare quanto accaduto e il mio dolore. Poi, grazie all’aiuto di persone che hanno saputo sostenermi, come il mio avvocato Sergio Cavaliere e alcuni giornalisti, sono riuscito a tirare tutto fuori”.
    In passato avevi già tentato di raccontare gli abusi subiti?
    “Sì, ma a persone dell’ambito ecclesiastico, perché erano quelle che avevo intorno e di cui mi fidavo. Però nessuno mi ha mai creduto. Dicevano che le mie erano visioni del demonio, solo illusioni. All’epoca volevo fare qualcosa. Ho pensato di scappare. Ma in fondo ero un adolescente, ero malleabile e totalmente sotto il loro controllo. Don M. è un uomo intelligente e sa come comportarsi. Anche se penso non si renda davvero conto di cosa mi ha fatto”.
    Quale iter hai seguito appena hai deciso di parlare? La strada mediatica non è certo stata la prima pista battuta.
    “La prima cosa che ho fatto, di concerto con il mio legale, è stata denunciare tutto ai carabinieri, producendo tutte le prove che avevo a mia disposizione. Subito dopo, era all’incirca giugno, l’avvocato Cavaliere ha inviato una raccomandata in Curia a Isernia. Da allora, fino a dicembre scorso, non si è saputo nulla. Mi aspettavo mi chiamassero per sentire la mia versione dei fatti. Di fronte al silenzio, ho deciso di utilizzare i social per fare venire a galla la verità”.
    Hai così ottenuto un primo risultato. Come interpreti l’apertura mostrata dal vescovo di Isernia?
    “Non sono convinto sia stata del tutto spontanea, ma appunto dettata dal clamore suscitato sulla vicenda, magari dal timore che vengano fuori i nomi. Però in ogni caso l’apprezzo. Se con lui si può parlare, allora parliamone”.
    E ora a cosa punti? Qual è il tuo obiettivo?
    “Ci tengo a precisare che io non ho chiesto risarcimenti. Il mio non è un attacco alla Chiesa, anzi. Io voglio aiutarli a disfarsi di questo problema, che purtroppo non è solo mio. Questo è il mio scopo. Chiaramente, nel mondo reale una persona che commette abusi su un minore va punita e curata. Questa vicenda non deve cadere nel nulla. Temo che, essendo passati troppi anni, sia difficile a causa dei termini di prescrizione giungere ad un’azione incisiva da parte della magistratura, però mi aspetto che magari delle indagini possano servire a spronare il Vaticano a prendere provvedimenti e non ad insabbiare, a offuscare tutto”.
    Portando la tua storia alla luce è possibile che anche altri ragazzi, nel caso ce ne fossero, possano decidere di denunciare e magari attualizzare il reato. Ti aspetti questo?
    “Credo sia difficile. Mi ci sono voluti troppi anni per trovare il coraggio di parlare. E ho attraversato momenti bui: ho avuto problemi di dipendenze, di sessualità. E forse ne sono uscito, oltre che con l’aiuto di specialisti, grazie al mio carattere un po’ forte. Ma non per tutti è così. Non mi aspetto, quindi, che un ragazzino, sentendo me oggi, riesca a raccontare subito i suoi problemi. Però è comunque una possibilità”.
    Come hanno reagito i tuoi familiari, che ti avevano affidato a don M., quando hanno appreso i fatti da te denunciati?
    “Mia madre si è arrabbiata tantissimo. Voleva quasi farsi giustizia da sé. La mia è una famiglia molto cattolica e quando questo prete è entrato in casa nostra per lei è stato come una benedizione. E lo era anche per me. Purtroppo, ho avuto un padre con problemi di alcol che mi picchiava e la dolcezza di quel sacerdote per me era positiva. All’inizio i suoi comportamenti erano normali, o almeno così sembravano. Cercava il contatto fisico con me attraverso il gioco, tenendomi in braccio dinanzi al volante dell’auto. Ma io ero un bambino e non percepivo allora della malizia. Ero solo felice di poter guidare. Poi in Italia le cose sono cambiate e le molestie sono diventate esplicite, come ormai tutti sanno”.
    Oggi le cose vanno meglio, cosa ti senti di dire?
    “Nonostante tutto, per me è andata bene. Mi ritengo fortunato: ho una famiglia, una figlia, un lavoro. Ma purtroppo in tanti non ce la fanno e non ce l’hanno fatta. Voglio lanciare un messaggio ai genitori: non lasciate andare i figli fuori casa, se non c’è un reale bisogno e se non sono abbastanza maturi per difendersi dai pericoli”. Jan Mazurkiewicz

  • Le vittime di abusi sessuali chiedono di indagare su Karlic e Puiggari

    Le vittime di abusi sessuali chiedono di indagare su Karlic e Puiggari

    La Rete dei sopravvissuti di abusi sessuali ecclesiastici ha pubblicato un rapporto sulla situazione degli abusi da parte dei membri del clero e l’atteggiamento della gerarchia cattolica. Karlic e altri religiosi di Entre Ríos sono inclusi nel rapporto.

    La Rete dei sopravvissuti di abusi sessuali ecclesiastici ha fatto un rapporto esaustivo sulla situazione degli abusi da parte dei membri del clero e dell’atteggiamento della gerarchia cattolica, in particolare di Papa Francesco, il cui viaggio apostolico in Cile, iniziato lunedì e concluso Giovedì, è stato attraversato da accuse di occultamento da parte della gerarchia dell’episcopato transandino. L’avvocato Carlos Lombardi ha preparato un rapporto “sulle azioni di Papa Francesco che consolida il sistema di occultamento del clero violentatore sessuale nella Chiesa cattolica (2013/2018)”.

    Nel rapporto è stato riferito che ha nominato nella curia vaticana i cardinali “membri della cosiddetta” sporca dozzina “per essere stati accusati di aver nascosto sacerdoti pedofili,” incluso l’argentino Leonardo Sandri.

    Lombardi ricorda il rapporto che il Papa “non ha rispettato le esortazioni che la commissione per i diritti del fanciullo (delle Nazioni Unite ONU), ha reso alla Santa Sede nel 2014 per rimuovere la piaga del l’abuso sessuale, che è radicata nella sua struttura e l’organizzazione “e mantiene” il segreto pontificio sugli abusi sessuali da parte del clero. Lo stesso, obbliga tutti i partecipanti di un processo canonico al segreto sotto il giuramento del silenzio imbavagliando le vittime”.

    I punti relativi all’Argentina esprimono quanto segue:

    40 – Non ha ancora espulso il sacerdote Julio Cesar Grassi, nonostante sia stato condannato per i reati di abuso sessuale e corruzione di minori a 15 anni di carcere effettivo. La procedura canonica è stata ripresa dopo che la Corte Suprema di Giustizia della Nazione ha confermato la prigione al sacerdote.

    41 – Appoggia le linee guida della Conferenza episcopale argentina in cui alle vittime viene sistematicamente negata la garanzia di un giusto processo, violando i diritti umani fondamentali e rivedendole come l’abuso di potere e la negazione della giustizia continua.

    42 – Non ha mai ricevuto vittime di abusi membri della Rete dei sopravvissuti di abusi sessuali in Argentina. Quelli che hai ricevuto – da altri paesi – sono stati accuratamente selezionati per evitare reclami e manipolarli.

    43 – Nel 2014 è venuto a conoscenza di casi di abusi sessuali presso l’Istituto Antonio Próvolo di Verona, in Italia, e non ha intrapreso alcuna azione. Gli è stato consegnata – nelle sue mani – la lista di sacerdoti e vittime abusivi.

    44 – Nel 2015, il processo di beatificazione è iniziato dal vescovo di Verona, Giuseppe Carraro, che ha abusato sessualmente di uno studente dell’Istituto Antonio Próvolo in quella città.

    45 – È tornato per prendere atto – nel 2016 – di più casi di abusi sessuali presso l’Istituto Próvolo, questa volta a Mendoza e La Plata, in Argentina. Solo allora ha nominato una commissione d’inchiesta composta da due sacerdoti dell’arcidiocesi di Córdoba, Argentina, che su richiesta del sostituto procuratore che segue la causa Provolo si chiedeva di collaborare con i tribunali statali portando la propria documentazione – hanno rifiutato, invocando il privilegio legale concesso dal Concordato del 1966 firmato tra l’Argentina e la Santa Sede, cioè di non informare. Il lavoro della suddetta commissione aveva chiari scopi di estrarre informazioni dalla documentazione senza avere una legittimità procedurale, ostacolando lo sviluppo della stessa, con rischi di proposte di nullità che avrebbero danneggiato le vittime.

    46 – Approva le azioni criminali delle autorità dell’Istituto italiano di Próvolo in merito ai sacerdoti detenuti a Mendoza, senza procedere a nessuna procedura per sanzionarli.

    47 – Appoggia la complicità dell’Arcidiocesi di Mendoza, entità responsabile a livello locale dell’Istituto Antonio Próvolo.

    48 – Non ha avviato alcuna procedura canonica contro i tre vescovi di Mendoza per la loro responsabilità nell’operazione dell’Istituto Antonio Provolo, applicando le disposizioni contenute nel documento “Come madre amorevole”.

    49 – Appoggia le parole del prete Dante Simón, membro della Commissione inviato dal Vaticano per indagare sugli eventi del Próvolo, il quale sosteneva che “una ragazza, un ragazzo … si innamora di un prete e non risponde. L’uomo e la donna possono essere disgustati, quindi lo denunciano, e dato che è necessario intervenire di propria iniziativa, prima della denuncia, è necessario intervenire, tante cause vengono respinte “.

    50 – Non ha avviato un processo canonico contro il vescovo di San Francisco, Córdoba, Sergio Buenanueva, che ha espressamente riconosciuto: “Il nostro grande errore è stato proteggere i preti violenti”.

    51 – ha approvato la decisione della Commissione di indagare sui fatti del Provolo nel suo rifiuto di fornire informazioni e documentazione al procuratore, nel caso, basandosi sul Concordato del 1966. violando, così la sentenza della Corte Suprema Mendoza – caso Ivan Gonzalez contro arcivescovo di Mendoza – che ordinò alla chiesa di fornire informazioni alle vittime.

    52 – Non ha avviato procedura canonica per determinare una responsabilità per omissione e negligenza, applicando le disposizioni contenute nel documento “Come una madre amorevole” contro i vescovi argentini elencati di seguito, incaricati di seguire i sacerdoti incardinati nella loro diocesi denunciati per abuso sessuale nelle sedi statali e / o canoniche:

    -Hector Aguer, sacerdote Héctor Ricardo Giménez (La Plata).

    -José María Arancedo, sacerdote Félix Alejandro José Martínez (Mar del Plata) e Luis Brizzio (Santa Fe).

    -Antonio Marino, sacerdote Félix Alejandro José Martínez (Mar del Plata).

    -Ricardo Faifer, prete Domingo Jesús Pacheco (Corrientes).

    -José María Arancibia e Sergio Buenanueva, i preti Jorge Luis Morello e Raúl del Castillo (Mendoza).

    -Carlos María Franzini (deceduta) e Dante Braida, i preti Nicola Corradi e Horacio Corbacho (Mendoza).

    -Juan Alberto Puiggari, i preti Justo José Ilarraz, Marcelino Moya, Juan Diego Escobar Gavíria.Estanislao Karlic e religiosa Bibiana Fleitas (Entre Ríos),

    -Oscar Ojea e Mario Poli, prete Mario Koessler (San Isidro, Buenos Aires).

    -Mario Cargnello, i sacerdoti Emilio Raimundo Lama e Agustín Rosa Torino (Salta).

    -Luis Urbanc, i preti Juan de Dios Gutiérrez e Renato Rasjido (Catamarca).

    -Adolfo Uriona, sacerdote Carlos Alberto Dorado (Santiago del Estero).

    -José Masín e Rubén Martínez, sacerdote Néstor Monzón (Chaco).

    -Guillermo Rodríguez Melgarejo e Sergio Buenanueva, prete Carlos José (San Martín, Buenos Aires).

    +

    Analisis

    https://www.unoentrerios.com.ar/pais/victimas-abuso-sexual-piden-investigar-karlic-y-puiggari-n1543192.html