Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Don M., ricordi quando mi masturbavi tra i cani?” ma il prete serve ancora messa a Isernia

    “Don M., ricordi quando mi masturbavi tra i cani?” ma il prete serve ancora messa a Isernia

    Un presunto caso di pedofilia vedrebbe coinvolti a vario titolo tre sacerdoti e un diacono della diocesi di Isernia. La denuncia è partita da Giorgio, che afferma di aver subito gli abusi sessuali quando era solo un bambino prima in Polonia e poi in Italia. La Procura di Isernia ha aperto un’inchiesta per far luce sulla vicenda. Anche le autorità ecclesiastiche sono state informate ma finora nessun provvedimento è stato preso contro gli accusati.

    “Don M., ti ricordi quando mi facevi dormire coi tuoi cani e ti masturbavi quando si avvicinavano a me? Spero che tu abbia migliorato il tuo rapporto con gli animali, oltre che coi minorenni”. Parole dure come pietre quelle scritte da Giorgio, un uomo di 34 anni, che ha trovato la forza di denunciare l’inferno vissuto da piccolo.

    Giorgio è nato a Lublino, in Polonia, da una famiglia problematica: il padre alcolizzato, violento, quasi assente. E’ solo un bambino quando viene avvicinato da Don M., un sacerdote polacco che comincia a ricoprirlo di attenzioni. Un interesse che nasconde ben altro e a dodici anni cominciano i primi abusi. Dopo poco il prete arriva in Italia, nella diocesi di Isernia, da dove continua a mantenere i contatti con il bambino. Grazie alla fiducia riposta dalla famiglia, il sacerdote riesce a portarlo con sé. In un primo momento per brevi soggiorni vacanza in estate ma, dopo aver ottenuto l’affidamento di Giorgio, Don M lo porta a vivere nella sua parrocchia in Molise.

    Tra le mura ecclesiastiche le sopraffazioni continuano, anzi, si moltiplicano. Le punizioni sono al limite del sadismo e il ragazzo è costretto a dormire con i cani, segregato per giorni senza poter uscire dalla parrocchia. Giorgio riesce comunque ad integrarsi: va a scuola e comincia a confidarsi con amici e con altri tre parroci vicini a Don M. Tra questi c’è un esorcista che, invece di fermare l’aguzzino, prova a convincere l’adolescente che gli abusi sono una visione del demonio. Non solo, un altro dei sacerdoti gli avrebbe offerto del denaro per mantenere relazioni sessuali. Già maggiorenne, Giorgio decide di trasferirsi nel nord Italia, cercando di seppellire dietro di sé gli orribili ricordi dei maltrattamenti subiti. Dopo anni di cure capisce che deve togliersi questo peso e contatta l’avvocato Sergio Cavaliere e il movimento “Non abbiate paura”, impegnato nella difesa delle vittime degli abusi sessuali.

    A raccontare a Fanpage.it la storia di Giorgio è stato proprio il suo legale che, di fronte alla gravità dei fatti, ha presentato una denuncia alla Procura di Isernia. Cavaliere a giugno dell’anno scorso ha informato anche le autorità ecclesiastiche ma, come ci tiene a sottolineare, da allora nessun provvedimento è stato preso nei confronti dei tre parroci e del diacono che sarebbero coinvolti negli abusi. “Il nostro atto d’accusa – ha ribadito il legale – è rivolto alle curie di Lublino, in Polonia, e di Isernia che non hanno fatto nulla. Da loro ci aspettiamo un segnale che non è ancora giunto”. Il prete accusato degli abusi e gli altri tre prelati continuano ad indossare l’abito talare in altre parrocchie sempre della stessa diocesi in cui si sarebbero consumate le violenze e – come rimarca Cavaliere – sempre a contatto con i bambini.

    Ma se la curia tace, la magistratura è al lavoro. Il procuratore capo di Isernia, Paolo Albano, ha assicurato che gli inquirenti sono al lavoro per far completa luce sulla vicenda. “Non rimaniamo di certo inerti di fronte ad una denuncia per pedofilia”, ha dichiarato il magistrato. “La denuncia c’è ed è stata presentata parecchi mesi fa”. Per il resto bocche cucite e nessun altro particolare è emerso dalle indagini. “Abbiamo analizzato la denuncia e crediamo occorra mantenere il massimo riserbo e segretezza vista l’estrema delicatezza della materia”, il commento di Albano.

    Il vescovo di Isernia ai primi di gennaio ha ammesso che anche la diocesi sta accertando eventuali responsabilità dei membri della Chiesa. A Giorgio e al suo avvocato non basta e sono intenzionati ad andare fino in fondo. “Alle Diocesi di Isernia, Pescara, Lublino. Vi diamo 10 giorni. I 10 giorni per rimuovere don M., che abusò di me dalla parrocchia con cui è a contatto coi bambini; 10 giorni per rimuovere dalla sua parrocchia nella diocesi di Pescara don R., che mi chiese sesso a pagamento; 10 giorni per rimuovere dalla sua parrocchia l’esorcista don G., che mi disse che i miei abusi erano frutto del demonio; 10 giorni per rimuovere dalla parrocchia don E., che ancora dice di distinguere notizie vere e false e non ci ha mai detto quello che sapeva. Poi faremo nomi e cognomi.” E’ l’ultimatum lanciato da Giorgio alle autorità ecclesiastiche.

    Mancano pochi giorni alla scadenza del aut aut e l’avvocato Cavaliere, raggiunto al telefono da Fanpage.it, sta valutando con il suo assistito il momento per rivelare l’identità dei sacerdoti coinvolti nel presunto scandalo di pedofilia. “Non chiedo risarcimenti o vendetta”, scrive Giorgio su Facebook. “Vorrei soltanto che le persone aprissero gli occhi per poter evitare la mia stessa esperienza ad un altro ragazzino”.

    https://www.fanpage.it/don-m-ricordi-quando-mi-masturbavi-tra-i-cani-ma-il-prete-serve-ancora-messa-a-isernia/

  • In Perù la Chiesa è travolta dallo scandalo “pedofilia” ma Bergoglio fa finta di niente

    In Perù la Chiesa è travolta dallo scandalo “pedofilia” ma Bergoglio fa finta di niente

    Gli aveva detto di spogliarsi e poi ha afferrato la videocamera. Non era la prima richiesta inusuale di Luis Fernando Figari, il leader e fondatore della maggiore associazione cattolica peruviana. Figari aveva chiesto ad Oscar Osterling e altri due ragazzini di seguirlo nella sua stanza perché era “la guida spirituale”. Accadeva due decadi fa. «Se lui ti chiedeva di fare qualcosa, lo facevi e basta», dice oggi Osterling, che non è più un bambino, ma ha 44 anni. «Oggi, 20 anni dopo, capisco che a molti è stato chiesto di spogliarsi», dice Oscar.

    Di questa storia ne hanno parlato diffusamente i giornali internazionali, com il Guardian o il New York Times.

    Insieme ai manifesti con il suo volto e la scritta “unidos por la esperanza”, uniti per la speranza, su tutti i muri, incollati per onorare la sua visita, il pontefice trova questo tipo di storie, ma il papa non le ascolterà. Il papa ha chiesto perdono per gli abusi e quello che i peruviani si chiedono, mentre visita il loro Paese, è perché, – se vuole essere davvero severo contro questi crimini – , poi “protegge” un colpevole, uno che li ha commessi? (nb. Quando un papa chiede ‘perdono’ corrisponde a una assoluzione della Chiesa dai “peccati” commessi dai suoi sacerdoti. Sta parlando come capo della Chiesa non come capo di Stato. La richiesta di perdono è rivolta a Dio, di cui il papa è portavoce: l’abuso è un peccato, un’offesa a Dio, un delitto contro la morale non un crimine contro bambini inermi. Se fosse una assunzione di responsabilità – da capo di Stato – diverrebbe invece un atto ‘politico’ che come naturale conseguenza comporterebbe l’impegno di risarcire materialmente le vittime e di (far) arrestare i colpevoli, ndr)

    Il colpevole è Figari, che ha abusato psicologicamente e fisicamente di decine e decine di ragazzini peruviani. Quando nel 2010 hanno cominciato ad investigare sui suoi crimini, è stato mandato a Roma. I giudici peruviani che si occupano del caso vorrebbero che fosse estradato, Figari rinnega le accuse, il Vaticano non ha commentato all’inizio la richiesta d’arresto, gli ha detto di non tornare in Perù e di pagare i conti e le spese della sua organizzazione, tutta costituita da uomini: la Sodalitium christianae citae. Un sodalizio, appunto.

    Greg Burke, portavoce Vaticano, ha detto: «La direttiva di non ritorno in Perù è stata data per bloccare i contatti tra Figari e Sodalitium, il Vaticano non si opporrà agli sforzi peruviani per arrestare Figari». Ora l’organizzazione, per volere del papa stesso, è sotto sorveglianza del Vaticano, ma nessun accenno è stato fatto nei riguardi delle vittime. «Questa decisione non tiene certo conto di noi, le vittime» ha detto uno dei bambini di allora, oggi adulto, che ha preferito rimanere anonimo e che è stato violentato quando aveva solo 15 anni. È dal 1975 che Figari agiva senza che nessuno lo fermasse o lo denunciasse: oggi l’hanno fatto in 19, che allora erano minori, e altri 17, che erano già adulti. Nelle loro denunce si legge che «Figari diceva alle vittime che gli atti indecenti erano parte del suo potere mistico, esercizi di yoga, tecniche per generare energia».

    È proprio così «che opera la Chiesa, li riporta a “casa” e non ci sono conseguenze» dice Peter Sauders, una vittima degli abusi, che si è dimessa dalla commissione della Santa sede per la tutela dei minori. Oggi i giudici peruviani hanno capito che Figari gestiva «un’organizzazione criminale che predava giovani uomini». Figari, che ha ormai 70 anni, non commenta per ordine del Vaticano. Il suo avvocato Armando Lengua Balbi ha dichiarato però che se tornerà in Perù «le persone lo linceranno».

    Figari ha fondato Sodalitium negli anni 70: un’organizzazione conservatrice che funzionava per l’obbedienza incondizionata richiesta, disciplina, la promessa di una vita basata sul “si” a prescindere. Uno dei suoi slogan era “uno spirito indipendente vuol dire la morte della nostra comunità” e costringeva i ragazzi a cantare il saluto al sole, l’inno della falange spagnola fascista. Era vietato uscire senza permesso, ricordano le vittime, era “come un monastero”. Figari è rimasto fino al 2010 a capo dell’organizzazione, perché solo oggi i ragazzi, dal 1978, – quando le prime vittime hanno cominciato a denunciare -, sono stati creduti.

    Figari in Perù ha fatto quello che ha fatto Fernando Karadima in Cile, altro Paese visitato dal papa, dove è stato accolto dalle urla di protesta. Sui cartelloni stretti dai pugni delle donne fuori dalla chiesa di Osorno c’era scritto “renuncia”, perché vogliono le dimissioni dell’arcivescovo Juan Barros. Nominato da Bergoglio, Barros – che nel 2006 officiò i funerali di Pinochet – è un ex seminarista di padre Karadima, e ha lavorato al suo fianco per oltre 25 anni. Secondo numerose vittime fa parte della schiera di vescovi che hanno nascosto i preti pedofili e che invece di essere denunciati sono stati promossi e hanno ricevuto incarichi prestigiosi, che gli hanno assicurato ancora maggiore potere.

    Fernando Karadima in Cile, come Figari in Perù, ha stuprato decine di bambini, seminaristi che studiavano proprio insieme a Barros. L’ultima volta che un papa è stato in Cile è stato nel 1987, 31 anni fa. Oggi, 2018, le vittime degli abusi di Cile e Perù chiedono che li si ascolti durante la visita in Sud America e hanno tentato di ottenere un incontro. Ancora una volta dalla Chiesa il silenzio è stata l’unica risposta.

    https://left.it/2018/01/19/in-peru-la-chiesa-e-travolta-dallo-scandalo-pedofilia-ma-bergoglio-fa-finta-di-niente/

  • Pedofilia, ecco come papa Francesco ha promosso chi ha insabbiato lo scandalo

    Pedofilia, ecco come papa Francesco ha promosso chi ha insabbiato lo scandalo

    DI EMILIANO FITTIPALDI – Per la prima volta papa Francesco va in piazza, e viene fischiato. Non da qualche scalmanato anticlericale, ma da una fetta importante dell’opinione pubblica del Cile. Paese sudamericano cattolicissimo, e cugino dell’Argentina che a Bergoglio ha dato i natali. Cosa è successo? Quali negligenze i fedeli imputano al papa tanto da protestare con tale veemenza? Con vandali che hanno persino attaccato una decina di chiese, alcune delle quali date alle fiamme?

    A parte le polemiche antigovernativa sui denari spesi per la visita, le critiche riguardano soprattutto la gestione, da parte di Francesco, di alcune gravissime, vicende di pedofilia. Che hanno visto coinvolti preti e vescovi (ben tre) cileni. Della lotta agli abusi sui minori Francesco ha fatto una bandiera del pontificato. Anche oggi, in un primo discorso, Francesco ha chiesto perdono: «Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa. Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta».

    Ma in Cile, come in altri paesi, per molti sono parole vuote. Il papa, sulla pedofilia, troppe volte sembra aver mancato di coerenza. Lasciando che sulla questione, delicatissima per la Chiesa cattolica, lo spread tra parole e fatti si facesse sempre più largo.

    (lettera_cile) È noto che nei primi anni di governo Bergoglio infatti ha promosso nel consiglio dei cardinali porpore come Maradiaga e l’australiano Pell (se nell’arcivescovato in Honduras del primo qualche lustro fa trovò rifugio un prete pedofilo inseguito da anni dall’Interpol, il secondo è considerato da centinaia di vittime un insabbiatore seriale, finito da poco in un processo penale), ma ci sono altre tre eminenze assai chiacchierate che il papa ha promosso elevandole nell’empireo delle gerarchie: il vescovo cileno Juan Barros Madrid,nominato nel 2015 alla diocesi di Osorno, l’arcivescovo di Santiago del Cile Ricardo Ezzati, prima messo alla guida della Congregazione per l’educazione cattolica e nel febbraio 2014 nominato cardinale, e soprattutto il suo predecessore Francisco Javier Errazuriz, chiamato anche lui nel C9.

    Tutti e tre coprotagonisti del più grande scandalo nella storia del clero del Cile, e da più di un lustro attaccati duramente in patria da giornali, associazioni, fedeli e magistrati per aver coperto le gesta di padre Fernando Karadima. Un carismatico e influente sacerdote dei quartieri bene di Santiago, parroco per più di vent’anni della parrocchia del Sacro Cuore di El Bosque che – per stessa ammissione di Errazuriz – ha formato due o tre generazioni di prelati cileni. Una sorta di santo vivente popolarissimo in tutto il paese, che dietro l’odore d’incenso nascondeva segreti oscuri: secondo quattro uomini padre Karadima è infatti un violentatore seriale, un criminale che ha distrutto le loro vite.

    Dopo anni di insabbiamenti e indagini sospese per volontà delle gerarchie ecclesiastiche, le accuse dei sopravvissuti sono state considerate credibili sia dal tribunale penale cileno, che ha dovuto archiviare il caso perchè i termini di prescrizione erano stati superati, sia dalla Congregazione per la dottrina della fede. Che nel febbraio del 2011 ha condannato il prete, che oggi ha ottantasei anni, a “una vita di preghiera e penitenza” nel convento di Santiago delle Serve di Gesù della Carità. Al sacerdote è stato vietato di esercitare il ministero pubblico. Nel 2014 un avvocato lo ha fotografato mentre celebrava messa alle suore che ospitano la sua clausura.

    L’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzalez è sintetizzata in un documento di ottantaquattro pagine dove vengono ricostruite, attraverso testimonianze di vittime, preti e dipendenti della diocesi, le fasi dell’inchiesta interna e del presunto tentativo, da parte dell’allora vescovo, di evitare lo scandalo allungando a dismisura i tempi dell’istruttoria. Ed evitando, ovviamente, la denuncia alle autorità civili. La vicenda inizia a metà del 2003, giusto qualche mese dopo l’approvazione da parte della Conferenza episcopale cilena delle nuove e in teoria severe linee guida che le gerarchie del paese avrebbero dovuto seguire in caso di abuso sessuale da parte dei sacerdoti. È giugno: il gesuita Juan Diaz, ex vicario all’educazione di Errazuriz, racconta al giudice di aver consegnato nelle mani dell’allora vescovo la testimonianza scioccante di uno dei ragazzi abusati negli anni ottanta, l’ex chierichetto Josè Murillo, che si era confidato con lui. Una lettera in cui Karadima appariva non come un santo, ma come un depravato.

    “Mi sembrò che il cardinale prendesse seriamente la lettera,” spiegherà il gesuita davanti alla corte sette anni più tardi. Il cardinale rispose all’ex chierichetto un mese dopo attraverso una email, in cui spiegava di “pregare per lui”, ma di non poter aprire un’investigazione preliminare: “Sfortunatamente, considero al momento queste accuse non credibili”. Una scelta discutibile: come hanno sottolineato anche esperti canonisti come il professore della Pontificia università gregoriana, padre Marcelo Gidi, Erruzuriz avrebbe dovuto aprire subito un fascicolo. “Quella che deve essere giudicata come ‘credibile’ in questi casi è la buona fede dell’accusatore,” ha commentato il reverendo al “New York Times”, in un articolo che raccoglieva anche l’intervista di un altro testimone che spiegava come già nel 1984 un gruppo di parrocchiani avesse inviato una segnalazione sulle “condotte improprie” di padre Karadima al responsabile della curia cilena del tempo, il futuro cardinale Juan Francisco Fresno Larran.

    Dopo mesi di silenzio, l’abusato Murillo tornò dal suo amico don Diaz, chiedendo che cosa avrebbe fatto il vescovo. “Tornai da Errazuriz per riparlargli della questione. Mi disse che la stava ancora valutando. Dissi a Murillo che non potevo fare di più, e che tutto era nelle mani del vescovo.” Che, però, non si mosse per mesi. La prima istruttoria cominciò solo un anno dopo: Karadima aveva infatti abusato per quindici anni anche di James Hamilton, oggi un noto gastroenterologo di Santiago, che fu molestato per la prima volta a diciassette anni, quando il parroco approfittò di un momento di fragilità psicologica del ragazzino dovuta alla morte del padre.

    Hamilton descrisse a sua moglie Veronica Miranda i soprusi subiti dal prete solo quando capì che il suo matrimonio stava andando in pezzi per le violenze mai superate: l’influenza di Karadima sulla vittima (Hamilton descrive incontri in cui il prete si masturbava tentando di baciarlo) durò per oltre un quindicennio. Fu Veronica a denunciare alla Chiesa il “santo vivente”, “in modo da evitare che potesse fare del male ad altri ragazzini”.

    Anche stavolta Errazuriz fu informato, anche stavolta non rispose alla vittima, né volle incontrarla. Le due testimonianze furono però raccolte dal promotore di giustizia della diocesi Eliseo Escudero, che alla fine del 2005 le considerò “credibili e coerenti” inoltrando una relazione al suo capo, atto che di fatto diede il via al vero e proprio procedimento amministrativo interno. All’inizio del 2006 Errazuriz – dopo aver parlato della faccenda con Andras Arteaga Manieu, uno dei più stretti seguaci di Karadima e capo dell’Unione sacerdotale, che dubitò dell’affidabilità delle storie raccontate dalle presunte vittime – bloccò immediatamente le indagini appena partite. Il cardinale ripetè più volte che riteneva le accuse deboli.

    Dunque, orribili menzogne. E tuttavia, nell’agosto del 2006, dopo aver “sospeso” l’inchiesta a carico di Karadima, decide comunque di allontanarlo dalla diocesi. Prima tentando di convincerlo a voce, poi – dopo le rimostranze del popolarissimo prete – con una lettera firmata, che l’Espresso pubblica in originale.

    “Caro Fernando, la celebrazione per i suoi cinquant’anni di sacerdozio sarà un grande anniversario, nessuno potrà dire che non sia stato celebrato come si conviene… Rispetto alla nostra conversazione mi par di capire che la cosa che la affligge di più,” scrive il cardinale, “è quella di smettere di essere parroco del Sacro Cuore. Su questo mi permetta, caro padre Fernando, che le dica una parola da fratello, amico, padre e pastore: accetti le decisioni del vescovo, faccia un salto nella fede. Se lei vuole essere santo, così hanno fatto i santi. Lei mi manifestò la preoccupazione che il cambio possa essere visto come un castigo. Non lo è, e tutti lo capiranno: se lo fosse non continuerebbe a lavorare nello stesso luogo, né vicino ai suoi più stretti collaboratori.”

    Il cardinale propone al pedofilo di annunciare ai fedeli di aver rinunciato lui stesso all’incarico, avendo ormai settantacinque anni e ventidue di onorato servizio all’interno della parrocchia, in modo da mettere a tacere qualsiasi malalingua. Se in molti considerano la lettera e il suo contenuto la prova che Errazuriz si è mosso per spegnere l’incendio prima che le fiamme divampassero, mettendo in cantina il prelato e proteggendo il buon nome suo e della gerarchia, nel settembre 2015 il cardinale cileno ha rifiutato questa lettura “forzata”, ripetendo che parlare di insabbiamento è un errore madornale.

    Una posizione ufficiale condivisa dal Vaticano, che ha sempre difeso l’operato del cardinale vicino a Bergoglio senza alcuna esitazione: “Nel caso Karadima l’azione della Santa Sede è stata nel senso della verità, visto che mentre la giustizia civile ha proposto l’archiviazione, è stata proprio la Congregazione per la dottrina della fede a pronunciare un giudizio di condanna”, ha detto padre Federico Lombardi, ex portavoce della Sala Stampa, dimenticandosi di evidenziare che il procuratore cileno non soltanto era stato costretto a chiudere le indagini solo per avvenuta prescrizione, ma che ha accolto l’intera ricostruzione delle vittime. Insabbiamenti compresi. Di fatto, dopo la rinuncia “volontaria” Karadima non solo rimane nella parrocchia di El Bosque, ma vede incoronato come successore un suo fedelissimo.

    Tutto scorre tranquillo per tre anni, quando il prete e la gerarchia di Santiago si accorgono che la valanga che tentano di fermare da anni rischia di rimettersi in moto: Hamilton ha infatti chiesto l’annullamento ufficiale del suo matrimonio religioso, mettendo agli atti che la crisi era provocata dalle violenze di don Fernando il “santo”, che abusando di lui sessualmente e psicologicamente era riuscito ad annullare la sua volontà e il suo discernimento. La decisione di sposarsi, infatti, era stata presa anche per le insistenze di Karadima. A quel punto, denuncia Hamilton, le pressioni per fargli ritirare la causa si fanno opprimenti.

    Siamo a fine 2009, Errazuriz decide di riaprire l’inchiesta e nel giugno 2010 manda finalmente le carte a Roma. Leggendo le carte, la mossa appare come un tentativo tardivo per dimostrare che lui e la Chiesa non avevano coperto il pedofilo. Il caso diventa di dominio pubblico ad aprile 2010, quando tre vittime, Hamilton in testa, decidono di rompere gli indugi, superare la vergogna, il pudore e l’imbarazzo e denunciare l’aguzzino alle autorità civili e sui media sudamericani.

    La notizia scatena un pandemonio, getta nel fango Karadima e nel panico Errazuriz che, ai fedeli di mezza Santiago che ne chiedevano le immediate dimissioni, invia una lettera aperta in cui chiede “perdono”, precisando contemporaneamente che “al termine di una prima indagine ho lasciato in sospeso la causa perchè in attesa di nuove informazioni, e per approfondire quelle già ottenute, oltre che per avviare nuove consultazioni con esperti di materia giuridica canonica […] Bisogna però ricordare anche il lavoro fecondo e generoso di padre Karadima, che ha formato generazioni di cattolici, tra i quali i cinque vescovi cileni attuali […] Il fatto che sia in corso un’inchiesta non significa che la persona sia considerata colpevole”. L’inchiesta penale della procura di Santiago si apr. nel 2010 e si richiuse per prescrizione in un battibaleno, nel 2011, senza nemmeno che i denuncianti fossero citati.

    Nonostante questo, la sentenza determinò che gli abusi di Karadima avvennero realmente. L’inchiesta indagò anche su alcune presunte mazzette, con cui esponenti della gerarchia cilena avrebbero tentato di comprare il silenzio di altri sopravvissuti. Fu accertato, per esempio, che a un ragazzo maggiorenne (presunta vittima di un altro sacerdote, don Diego Ossa, vicinissimo a Karadima) la Chiesa girò 10 milioni di pesos (oltre 10 mila euro), mentre altri 20 milioni finirono nel conto in banca di una cuoca della parrocchia.

    Denaro che, secondo gli avvocati delle vittime, fu bonificato in modo da comprare il silenzio di scomodi testimoni che avrebbero potuto peggiorare la posizione processuale di padre Fernando. I legali della curia, pur non avendo mai negato l’esistenza dei pagamenti, li hanno sempre giustificati come semplici “atti di beneficenza”. La storia per ora non ha visto un solo responsabile delle violenze pagare per quello che è accaduto dal 1980 al 1995.

    Nel 2013 si è aperta una causa civile contro l’arcidiocesi di Santiago, su cui pendono richieste di risarcimento pari a 450 milioni di pesos, e nel 2015 il cardinale è stato riascoltato dai giudici come teste, confermando a verbale la sua tesi difensiva: “A quel tempo padre Karadima godeva di una fama straordinaria, aveva la reputazione di un santo, ammetto che dunque non credetti alla denuncia”, si legge negli atti. “Insabbiamento? Non vi è nella mia coscienza o nella mia memoria aver coperto abusi psicologici, ministeriali o sessuali; né è esistito un tentativo di mettere a tacere o silenziare le accuse. A quelle denunce non fu dato seguito perché non erano corroborate da prove. Vi era il prestigio di Karadima da un lato, e in secondo luogo . stato difficile ipotizzare che gli adulti fossero stati abusati per anni senza che nessuno lo denunciasse.” E come mai allora chiese le sue dimissioni dalla parrocchia nel 2006 con una lettera? “Solo perchè Karadima aveva più di settantacinque anni. Non si trattò di un licenziamento, perché non si può licenziare un pastore senza processo canonico. Nel dicembre 2005 lo pregai di presentare la sua rinuncia. Ma avanzò molte scuse. La lettera del giugno 2006 è una risposta alle obiezioni di padre Karadima.”

    Tranne l’Espresso, in Italia nessun giornale si è mai occupato della vicenda. Anche quando Errazuriz è stato nominato da Bergoglio nel consiglio ristretto dei cardinali che devono aiutarlo nel governo della Chiesa universale. “Per me il cardinale Errazuriz invece di partecipare al conclave dovrebbe essere in galera,” chiosò nel marzo 2013 il medico Hamilton. “Non ha fatto niente in favore delle vittime, persino i rapporti che ha consegnato alla Chiesa erano con nomi e avvenimenti censurati. Anzi, ci ha traumatizzati una seconda volta cercando di insabbiare le nostre accuse una volta per tutte.” Anche una terza vittima di don Karadima, Juan Carlos Cruz, ha attaccato il cardinale con parole di fuoco.

    “Francesco ha nominato Errazuriz nel C9? Sono molto deluso. I segnali che ci aveva dato il papa animavano la nostra speranza che le cose potessero cambiare, ma ora vediamo che è sempre la stessa cosa. Gesù scelse Giuda, e ora sta succedendo lo stesso,” ha commentato qualche tempo fa. Solo nel settembre del 2015 Cruz ha scoperto che il neo membro del consiglio ristretto delle porpore aveva scambiato alcune email con il collega Ricardo Ezzati, parlando proprio di lui.

    Nel documento pubblicato da un sito cileno i due cardinali discettano con grande preoccupazione di future nomine vaticane: quella del gesuita don Felipe Berros come futuro cappellano del palazzo della presidenza cilena (“fa dichiarazioni piene di superbia e contrarie al magistero della Chiesa, usa un tono da profeta parlando di corruzione e di incoerenza della Chiesa”, scrive Ezzati), e quella di una delle vittime di Karadima, ossia proprio Cruz, che qualcuno a Roma ipotizzava come possibile membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori. “La nomina di Cruz sarebbe un danno troppo grande per la Chiesa del Cile. Anche perché darebbe credito e avallerebbe un castello [di accuse] che il signor Cruz ha costruito astutamente. Spero che lei possa informare con chiarezza coloro che devono dar seguito a questa nomina,” conclude l’arcivescovo. Errazuriz si dice d’accordo: “Coraggio, il serpente non prevarrà”.

    Alla fine le due designazioni non arriveranno mai in porto. Se qualcuno sostiene che papa Francesco non conoscesse con dovizia di particolari la vicenda del cardinale George Pell, all’esplosione di questo scandalo che ha segnato la storia recente della Chiesa cilena Bergoglio non viveva su Marte, ma era il potente arcivescovo di Buenos Aires. E, dunque, conosceva perfettamente le accuse di insabbiamento e il comportamento delle alte gerarchie. Nonostante tutto, ha deciso per. di premiare sia Errazuriz che Ezzati, da lui considerati dunque estranei ai fatti.

    Ma non è tutto. Quello che ha fatto infuriare i cattolici cileni è il fatto che nel 2015 Bergoglio ha nominato vescovo di Osorno, città a novecento chilometri a sud di Santiago, un ex seminarista di Karadima, monsignor Juan Barros Madrid, che è stato a fianco del prete pedofilo per oltre venticinque anni, condividendo con lui il periodo buio della parrocchia maledetta del ricco quartiere di El Bosque. Secondo il racconto di alcune vittime Barros, che nel 2006 officiò i funerali dell’ex dittatore cileno e criminale Augusto Pinochet, era a conoscenza delle condotte peccaminose del suo superiore e le avrebbe coperte.

    Un sacerdote, durante il processo penale, ha testimoniato di aver ammonito Karadima per le sue azioni proprio in presenza del giovane Barros, all’inizio degli anni ottanta. Il neovescovo ha ovviamente negato ogni addebito, dichiarando di non aver avuto “alcuna conoscenza delle denunce” contro il suo mentore. Né durante il periodo passato al suo fianco, né quando era segretario del cardinale Fresno, il primo prelato a coprire Karadima. È certo però che Cruz giura come almeno in un’occasione Barros abbia addirittura assistito come testimone oculare agli abusi sessuali, ed è certo che per anni, dopo l’inizio dello scandalo, lo stesso abbia organizzato manifestazioni pubbliche per difendere il suo maestro, compresa una messa solenne a lui dedicata.

    Alla notizia della designazione i fedeli della città di Osorno, associazioni religiose e parlamentari assortiti hanno chiesto al Vaticano di ripensarci, ritirando l’imbarazzante candidatura. Un gruppo di cinquantun deputati ha persino mandato una lettera al papa invitandolo a tornare sui suoi passi. Anche Alex Vigueras, superiore provinciale della Congregazione dei Sacri Cuori, ha scritto un articolo parlando di “una nomina che lascia perplessi” e chiedendo a Barros “di rinunciare all’incarico, visto che la scelta non risulta in sintonia con la tolleranza zero che la Chiesa sta cercando di promuovere” contro la pedofilia.

    Stessa posizione del sacerdote don Peter Kligger della diocesi di Osorno, che ha dichiarato che “Barros porta sulle spalle un carico morale che non gli permette di disporre dell’autorità necessaria al governo pastorale”. Tutto inutile: Barros ha celebrato la sua prima messa da nuovo vescovo il 21 marzo 2015, in un clima da guerriglia fuori e dentro la cattedrale, con duecento manifestanti furibondi che hanno inscenato una protesta sventolando bandiere e palloncini neri e cartelli con scritte contro il monsignore. Il papa, nonostante parte della Pontifica commissione per la tutela dei minori avesse chiesto che “i vescovi nominati devono avere credibilità per quanto riguarda la questione della pedofilia”, è andato dritto per la sua strada.

    Di più. Nel maggio del 2015, durante un incontro in piazza San Pietro, a un corista cileno che lo affrontò spiegandogli che la Chiesa cilena stava “soffrendo” a causa della nomina del vescovo di Osorno, Bergoglio ha risposto (probabilmente senza immaginare di essere registrato dall’iPad di un turista argentino che assisteva alla scena) che le proteste erano state “montate” ad arte dagli “zurdos”, cioè i politici “sinistrorsi” che hanno messo per iscritto il loro scontento per la scelta vaticana.

    “È una Chiesa che ha perso la libertà perchè si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo venti anni di servizio,” ha detto duro il papa. “Per cui, che pensino con la testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa. Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh… non perdano la serenità. Osorno soffre, certo, perchè è stupida. Perchè non apre il suo cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle cretinate che dice tVisualizza articoloutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare, confusione, che cercano di calunniare…”

    Il video del papa, se ha fatto infuriare le vittime di padre Karadima, i parlamentari (di vari partiti, non solo del partito socialista) che hanno firmato la petizione contro la nomina, e persino alcuni autorevoli componenti della Pontificia commissione per la tutela dei minori (la sopravvissuta irlandese Marie Collins, violentata a tredici anni da un prete in un ospedale cattolico di Dublino, si è detta “scoraggiata e addolorata” per le parole di Francesco), ha catturato anche l’attenzione della Corte suprema del Cile, colpita dallapresunta “assoluzione di Barros” di cui aveva parlato il pontefice.

    Nessuno, infatti, sapeva che il vescovo fosse stato giudicato da una ignota “corte giudiziaria”, dalla quale è stato considerato innocente. Così alti magistrati hanno subito avviato una rogatoria internazionale, richiedendo al Vaticano di inviare qualsiasi incartamento sulla posizione del presule, e di esibire le prove: a oggi, dalla Santa Sede non c’è stata alcuna risposta. Semplicemente perché Francesco ha detto una cosa mai accaduta.
    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/01/16/news/pedofilia-come-papa-francesco-ha-promosso-chi-ha-insabbiato-lo-scandalo-1.317225
  • PAPA IN CILE; L’avvocato della Rete L’ABUSO Carlos Lombardi deposita formale protesta al Consolato

    PAPA IN CILE; L’avvocato della Rete L’ABUSO Carlos Lombardi deposita formale protesta al Consolato

    L’avvocato Carlos Lombardi, Procuratore della Rete L’Abuso “Associazione Italiana Sopravvissuti  agli abusi sessuali del clero” e rappresentante della Rete di Sopravvissuti all’Abuso Sessuale Ecclesiastico dell’Argentina ha presentato una protesta formale davanti al Console Generale ​del Cile nella provincia di Mendoza, il Signor Eduardo Schott,, per la visita del papa Francesco in Cile e Perù.

    ​Il primo obiettivo di questa protesta formale è denunciare davanti alle autorità civili di Cile e Perù il sistema di copertura criminale che la chiesa ha utilizzato ed utilizza di fronte alle numerosissime ​denunce di pedofilia ecclesiastica. Dall’altra parte esorta i governi di entrambi i paesi a compiere le indicazioni che l’ONU prevede in questi casi, al fine di non incorrere nella responsabilità internazionale e in condotte che avvallino il comportamento illegale ​della chiesa cattolica.

    L’Ufficio de Presidenza

        

    http://www.laizquierdadiario.com/La-Red-de-Sobrevivientes-de-Abuso-Sexual-Eclesiastico-presento-una-protesta-formal-por-el-viaje-del

  • Scarcerazione in vista. A breve don Walter lavorerà in parrocchia

    Scarcerazione in vista. A breve don Walter lavorerà in parrocchia

    Attesa per l’udienza, poi i servizi sociali lontano da Mantova. Il sacerdote è in carcere da quattro anni. Visita di Buscadi Giancarlo Oliani

    MANTOVA. Scarcerazione in vista per l’ex parroco di San Leonardo don Walter Mariani, dopo la condanna a sei anni di reclusione sancita dalla Corte di Cassazione per violenza sessuale nei confronti di due prostitute.

    Il sacerdote infatti è in attesa dell’udienza, che si terrà a breve davanti al tribunale di sorveglianza, per l’affidamento ai servizi sociali.

    Una misura che viene concessa quando il residuo di pena è inferiore ai quattro anni, purché ci sia un anno di osservazione positiva in carcere.

    Il sacerdote, in questi mesi, ha ricevuto la visita anche dell’attuale vescovo di Mantova Marco Busca, oltre che di numerosi mantovani che non hanno mai smesso di sostenerlo e di credere nella sua innocenza. Più volte è andato a trovarlo anche il vescovo emerito Roberto Busti. Don Walter, però, anche quando sarà un uomo libero non tornerà più a Mantova. L’avrebbe confidato ai suoi parenti e al suo legale di fiducia.

    Con tutta probabilità, se otterrà di essere affidato ai servizi sociali – cosa pressoché certa – andrà a fare il volontario in qualche parrocchia lontana dalla nostra città.

    Don Mariani è in cella dal marzo 2014. Le violenze per le quali è finito in carcere sono avvenute tra il 2004 e il 2006 su due giovani straniere (per una terza, di origine lituana, la Corte d’appello lo ha prosciolto): una russa e una romena ospiti della Casa di Ruth di Curtatone per un programma di recupero di cui il sacerdote era responsabile.

    Quello non era stato il suo unico guaio giudiziario. A fine marzo 2012, infatti, aveva subito una seconda condanna dal tribunale di Ferrara: otto mesi di reclusione per aver indotto una testimone – una ragazza che lo accusava di violenza sessuale – a dire il falso, offrendole 3mila euro per ritrattare le accuse.

    Per questo l’avvocato Sandro Somenzi aveva presentato ricorso in Corte d’Appello a Bologna. Un procedimento che non ha avuto seguito per avvenuto prescrizione del reato.

    http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2018/01/12/news/scarcerazione-in-vista-a-breve-don-walter-lavorera-in-parrocchia-1.16342951

  • Il caso Emanuela Orlandi, parla il fratello: “Dentro le mura vaticane Emanuela si sentiva protetta, ho bisogno di sapere cosa è successo”

    Il caso Emanuela Orlandi, parla il fratello: “Dentro le mura vaticane Emanuela si sentiva protetta, ho bisogno di sapere cosa è successo”

    Nello speciale della serie “Scomparsi”, in onda domenica prossima su Sky, la storia del dramma che sconvolse il mondo intero di cui non si conosce ancora la verità

    “Emanuela Orlandi è mia sorella, sono trentacinque anni che non la vedo. Aveva quindici anni quando qualcuno l’ha portata via. Non so dove si trova, non so se è viva, ma so qual è la sua colpa: essere una delle pochissime persone cittadine dello Stato Vaticano”.

    Inizia così, con una voce accorata da un dolore che dura oramai da troppo tempo, Scomparsi: Emanuela Orlandi, lo speciale dedicato a un dramma che sconvolse l’Italia e il mondo intero, un racconto intenso e sofferto che non si è ancora dimenticato. Questo perché di quella ragazzina che viveva con i suoi genitori all’interno ella Città del Vaticano (suo padre Ercole lavorava alla Prefettura Vaticana e si occupava delle udienze papali), non si è saputo più nulla dal giorno della sua scomparsa, il 22 giugno del 1983.

    “Quel giorno ha cambiato la nostra vita per sempre”, Pietro Orlandi, suo fratello, nel documentario che Crime+Investigation proporrà in esclusiva domenica 14 gennaio alle ore 21 sul canale 118 di Sky. La voce narrante che ascolterete all’inizio e che vi accompagnerà per cinquanta minuti è la sua, quella di una ragazzo (allora) e un uomo (adesso) che ha deciso con tutte le sue forze e possibilità di poter arrivare ad una verità, nonostante il percorso sia stato e sia (ancora oggi) tutto in salita.

    Emanuela Orlandi è sparita in un’afosa giornata del 1983, inghiottita da un ingranaggio enorme, e il suo nome è stato accostato all’attentato del Papa, al crollo dell’Unione Sovietica, ai misteri della Banca del Vaticano, alla banda della Magliana e da trentacinque anni Pietro la cerca e – come lui – le sorelle Federica e Natalina (anche loro presenti nel doc) e tutti i loro familiari vogliono giustizia. “Ho fatto tutto quello che ho potuto per mantenere viva la speranza– spiega Orlandi, capelli grigi medio lunghi e un orecchino argentato al lobo sinistro – sono stato ospite in trasmissioni televisive, ho incontrato mafiosi e agenti dei Servizi Segreti, ma anche magistrati, giornalisti, ho partecipato a manifestazioni e incontrato tre Papi, ma non ho ottenuto nulla. Ora devono dirmi la verità”.

    Lo speciale – primo episodio della serie “Scomparsi”, prodotto da B&B Film per A+E Networks Italia e scritto proprio da Orlandi assieme a Raffaele Brunetti e Piergiorgio Curzi – parte da immagini fotografiche in bianco e nero e a colori dell’archivio personale della famiglia Orlandi che all’epoca viveva all’interno delle mura Vaticane. “Lì dentro ci sentivamo protetti, era un piccolo paese e il Papa era il suo sindaco”, aggiunge Pietro, “poi di colpo non lo siamo stati più”.

    Sua sorella andò ad una lezione di musica al Complesso di Sant’Apollinare e da allora non tornò più a casa. La solita scappatella o una fuga d’amore, dissero i poliziotti ai familiari, ma in realtà non fu così. Pochi giorni dopo la sua scomparsa, ci fu persino un appello del Papa, “un appello che ci colse impreparati”, commenta Pietro, “un appello che dimostrava che il Papa era a conoscenza di qualcosa che noi ignoravamo, un appello che parlava di ‘responsabili’ e che quindi Emanuela era stata rapita”. Fu proprio così. Tredici giorni dopo la scomparsa, in una telefonata, i rapitori chiesero uno scambio della ragazza con l’attentatore del Papa, Ali Agca. “Il Papa non parla a caso”, commenta nel documentario il giornalista Andrea Purgatori che all’epoca si occupò quotidianamente del caso sul Corriere della Sera. “Il suo era un appello rivolto a chi doveva capire, mostrando un punto critico per il Vaticano. Se lo fece è perché stava mandando un messaggio a qualcuno”.

    A quell’appello ne seguì un altro e dopo il giorno dell’ultimatum stabilito dai rapitori (il 20 luglio del 1983) non accadde nulla. Il corpo della ragazza non venne più ritrovato né si ebbero sue notizie. A Natale di quell’anno, Papa Wojtyla andò a far visita alla famiglia Orlandi, dimostrando così tutta la sua solidarietà e dicendo che avrebbe fatto il possibile per arrivare ad una verità. “Quel gesto e quelle parole – spiega Pietro – ci fecero in qualche maniera riavvicinare al Vaticano e credere nelle istituzioni; il Papa mi offrì addirittura un posto allo IOR”, un incarico che accettò subito e che Pietro ha svolto fino a pochi anni fa, quando scoprì altre verità.

    Ventidue anni dopo, infatti, una telefonata alla trasmissione “Chi l’ha visto?” fece riaprire il caso. Una voce maschile diceva che nella chiesa di Sant’Apollinare era stato sepolto Enrico De Pedis, detto “Enrichetto”, l’ultimo grande capo della Magliana, assassinato in una via della Capitale nel 1990. Come è stato possibile che una persona così pericolosa venne sepolta proprio lì, in quel luogo di culto, riservato a principi e a grandi artisti? Fu l’allora arcivescovo Poletti a volere quella sepoltura, perché – stando a quanto da lui dichiarato – De Pedis fece molte donazioni alla Chiesa stessa. Venne fuori che una grossa somma della criminalità era stata prima depositata allo Ior e poi improvvisamente scomparsa. Uscirono i nomi di Sabina Minardi – che dichiarò di aver accompagnato la Orlandi in un preciso punto di Roma e di averla consegnata ad un uomo seduto all’interno di una macchina scura con un abito religioso – venne fuori la lettera del banchiere Roberto Calvi indirizzata al Papa in cui dichiarava che i soldi scomparsi erano stati utilizzati per finanziare il sindacato polacco Solidarnosc (poco dopo, il corpo di Calvi venne ritrovato impiccato a Londra, al Blackfriars Brdge), spuntò il nome di monsignor Marcincus, allora presidente dello Ior, “l’unico in tutto il Vaticano che si avvicinava ai miei genitori quando li incontrava”, dice Pietro. “Un grandissimo attore” o una persona fedele e sincera? Si chiede. Fatto sta che solo nel 2012 – dopo tante proteste in pubblica piazza capitanate proprio da Pietro – il corpo del malavitoso venne tolto da quella chiesa e il caso fu riaperto.

    Oggi Pietro – che tramite l’avvocato Laura Sgro’ dello Studio Bernardini De Pace ha chiesto l’accesso agli atti del Vaticano e la richiesta de documenti in loro possesso, compresi quelli del papa Wojtyla, per ora scomparsi – vuole la verità sulla sorella, “rapita non perché fosse Emanuela Orlandi, ma perché era una cittadina vaticana”, una ragazza al centro “del gioco grande della storia”, come lo definì Giovanni Falcone, usata – probabilmente – come si sostiene nel documentario, per favorire il crollo dell’Unione Sovietica. “Ho bisogno di sapere cosa è successo”, dice più volte, “presto arriverò ad una verità e a dare giustizia a mia sorella, perché nessun potere è più forte del dolore”.

    Dopo questo speciale, la serie “Scomparsi” (diretta da Alessandra Bruno e scritta da Alessandro D’Ottavi e Lorenzo Brunetti) continuerà martedì 23 gennaio alle 22.00 con Pietro Orlandi che presenterà cinque sparizioni (di Federica Farinella, Emanuele Arcamone, David Fedi, Nicholas Ravaioli e Fabrizio Catalano) sepolte dal tempo negli archivi della giustizia italiana che rivedranno finalmente la luce, restituendo così agli scomparsi il diritto di esistere e a chi ancora li aspetta quello di non essere dimenticati.

    http://www.huffingtonpost.it/2018/01/11/il-caso-emanuela-orlandi-parla-il-fratello-dentro-le-mura-vaticane-emanuela-si-sentiva-protetta-ho-bisogno-di-sapere-cosa-e-successo_a_23330769/

  • Denuncia per pedofilia, parla il vescovo della diocesi di Isernia: «Difenderò la verità»

    Denuncia per pedofilia, parla il vescovo della diocesi di Isernia: «Difenderò la verità»

    Monsignor Cibotti rompe il silenzio sul caso dei presunti abusi

    «Sarò il difensore della verità: a questo tenderà la mia indagine». Così il vescovo della diocesi di Isernia, monsignor Camillo Cibotti, rompe il silenzio in merito alla vicenda dei presunti abusi perpetrati 17 anni fa ai danni di un ragazzo straniero, da un sacerdote che opera tuttora in un centro della provincia pentra.
    Dopo il clamore mediatico suscitato dalla denuncia pubblica di quello che ormai è un uomo e dopo l’esposto depositato in Procura dal suo avvocato, il vertice della Curia isernina ha voluto dire la sua su una storia che sta provocando sofferenza a tutti i livelli.
    Nell’intervista rilasciata in esclusiva a Primo Piano Molise, Cibotti sgombra il campo dal suo presunto immobilismo e spiega che sin dall’arrivo della segnalazione, ovvero circa un mese prima di Natale, ha avviato le verifiche del caso.
    «Si sta procedendo a quella che noi chiamiamo ‘indagine previa’ – ha spiegato -. Un giudice istruttore sta lavorando, in ambito riservato e segreto. Visto il parere più che positivo rivolto a questa persona ritengo che non sia una contraddizione poter dare a lui la possibilità di continuare il suo ministero, come ha fatto da quando è in questa realtà. Io come vescovo devo fidarmi dei miei preti. Lungi però da me essere assolutorio. Io devo avere la possibilità di indagare e di cercare la verità. Il giudice istruttore del tribunale ecclesiastico avrà l’occasione di compiere le sue indagini, sentire i testimoni e verificare. Sicuramente verrà chiamata anche la presunta vittima nei tempi che il tribunale ecclesiastico ritiene necessari. Trovo ingiusto accusare il vescovo di non aver fatto nulla. Io certamente non metto in piazza il nostro ‘modus agendi’. Noi con coscienza cerchiamo la verità».
    Il vescovo non dimentica la presunta vittima: «Sicuramente il ragazzo porterà in sé una sofferenza – ha proseguito -, perché se davvero, come dichiara, è stato abusato dall’inizio sarò il primo a chiedergli perdono e a trovargli forme di sostegno. Altrimenti gli chiedo di non far soffrire chi gli ha fatto bene».
    Nelle parole di monsignor Cibotti poi anche i tratti salienti della storia che ha visto il prete e il ragazzo venuto da lontano, coabitare nella stessa comunità.
    «La famiglia del ragazzo lo ha affidato a questo sacerdote e lui lo ha portato in Italia come gesto di carità, per dargli una possibilità – ha detto ancora – . Anche quando il parroco non aveva soldi pensava a lui. Io non ho il compito di difendere il sacerdote ma di difendere la verità sì. Le autorità indagheranno e anch’io farò lo stesso».
    Una vicenda che è stata portata a conoscenza di tutta la diocesi sin dallo scorso mese di novembre, cioè da quando il vescovo, leggendo attentamente la lettera dell’avvocato Cavaliere, ha ritenuto di avviare gli accertamenti, ascoltando inizialmente le altre persone tirate in ballo e cioè ecclesiastici in ‘servizio’ nelle parrocchie della diocesi.
    «Mi sono informato subito, proprio perché ritengo queste persone degne di credibilità – ha dichiarato a Primo Piano -. Ho chiesto a loro cosa fosse successo negli anni in cui non ero in questa realtà e, dalla loro versione, ho capito che la storia è molto più articolata rispetto a come è stata rappresentata. Il gesto di questo sacerdote che viene accusato era di accoglienza verso una situazione difficile della famiglia del ragazzo.

    Denuncia per pedofilia, parla il vescovo della diocesi di Isernia: «Difenderò la verità»

  • Australia, morto prima che potesse testimoniare l’uomo che accusava il cardinale George Pell di pedofilia

    Australia, morto prima che potesse testimoniare l’uomo che accusava il cardinale George Pell di pedofilia

    Damian Dignan aveva denunciato di essere stato stuprato da piccolo dal prete

    E’ morto in Australia, prima che potesse testimoniare in tribunale, l’uomo che accusava il cardinale George Pell di abusi sessuali su minori. Damian Dignan, che viveva nella città vittoriana di Ballarat, aveva denunciato di esser stato stuprato quando era un giovane studente a Ballarat East, un’accusa che Pell negava. La morte di Dignan è stata confermata dalla compagna, Sharon Rixon. Non è chiaro come la morte di Dignon si rifletterà sul processo. Il procuratore, Nicholas Papas, ha dichiarato al Guardian Australia che la morte di Dignan influirà sulla struttura del processo che sta per cominciare a Melbourne. “La morte di un testimone è generalmente una cosa molto seria e può determinare il fatto che un processo cominci o meno. Ma non è così semplice, perchè potrebbero esserci altre prove o testimoni”.

    L’avvocato di Dignan, Ingrid Irwin, si è detta addolorata e colpita dal fatto che il suo assistito non possa contribuire di persona al processo. “E’ ridicolo che non abbia trovato giustizia. Era uno dei più coraggiosi ragazzi di Ballarat. Era distrutto ma in qualche modo aveva trovato la forza di parlare”.

    http://www.huffingtonpost.it/2018/01/08/australia-morto-prima-che-potesse-testimoniare-luomo-che-accusava-il-cardinale-george-pell-di-pedofilia_a_23327038/

  • Scandalo pedofilia, morto Law l’ex cardinale di Boston

    Scandalo pedofilia, morto Law l’ex cardinale di Boston

    È morto il cardinale americano Bernard Francis Law che si era dimesso nel 2002 dall’arcidiocesi di Boston dopo le inchieste sui preti pedofili del Boston Globe raccontate anche nel film del 2015 «Spotlight». Law aveva 86 anni e viveva a Roma. Per 19 anni, dall’inizio del 1984 al 2002, aveva guidato l’arcidiocesi di Boston coprendo in maniera sistematica i preti pedofili. La notizia della morte a Roma di Law è stata annunciata mercoledì mattina dalla Sala stampa della Santa Sede.

    Il porporato, nato a Torreon, in Messico, il 4 novembre 1931, fu ordinato presbitero il 21 maggio 1961, nominato vescovo di Springfield-Cape Girardeau il 22 ottobre 1973 e innalzato alla dignità cardinalizia nel concistoro del 25 maggio 1985. È stato arcivescovo metropolita di Boston dall’11 gennaio 1984 al 13 dicembre 2002 quando è stato costretto a dimettersi proprio in seguito allo scandalo – portato alla luce dall’inchiesta del Boston Globe, premiata col Pulitzer – quando si scoprì che non era riuscito a fermare i sacerdoti che abusavano di minori, spostandoli semplicemente da una parrocchia a un’altra. Dal 27 maggio 2004 al 21 novembre 2011 è stato arciprete della Papale Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore.

    A Roma
    L’approdo di Law a Santa Maria Maggiore suscitò all’epoca non poche polemiche. La sua posizione era stata già discussa in un summit tenutosi nel 2002, e al cui capo vi fu lo stesso papa Giovanni Paolo II, e che vedeva posizioni molto forti sul suo conto. La successiva decisione, comunque, fu il suo trasferimento a Roma, mentre la diocesi di Boston veniva coinvolta in vari processi per i casi di pedofilia.

    «Riaperte ferite»
    Mitchell Garabedian, un avvocato di Boston che ha rappresentato decine di persone che hanno denunciato di avere subito abusi sessuali da parte di religiosi, ha commentato la morte del card. Law affermando che questa «ha riaperto vecchie ferite». «Molte vittime si sono ricordate del dolore sofferto» ha detto Garabedian. «Ha voltato le spalle a creature innocenti – ha aggiunto l’avvocato – e ha permesso che fossero abusati sessualmente».

    http://www.corriere.it/esteri/17_dicembre_20/scandalo-pedofilia-morto-law-l-ex-cardinale-boston-48dd06d4-e549-11e7-bb03-a8143f47e27e.shtml

  • Casi di pedofilia e abusi: ecco il dossier sul cardinale Pell

    Casi di pedofilia e abusi: ecco il dossier sul cardinale Pell

    Un dossier della Commissione d’Inchiesta sul caso del cardinale Pell, accusato di aver coperto casi di pedofilia e di veri e propri abusi “storici”

    Il cardinale Pell – com’è noto – è accusato di aver coperto dei casi di pedofilia quando era arcivescovo di Melbourne.

    Il porporato australiano – successivamente – sarebbe stato incriminato anche per presunti “storici” abusi sessuali su minori. Durante la prima udienza tenutasi lo scorso luglio in Australia, Pell ha respinto tutte le accuse: “A scanso di equivoci, dico subito che il cardinale Pell si 
dichiara non colpevole…”, sottolineò all’epoca l’avvocato Robert Richter in tribunale. Pell – tuttavia – scelse in quell’occasione di non pronunciarsi personalmente. La seconda udienza, svoltasi ad ottobre – poi – durò venti minuti e si è limitò ad indagare sugli aspetti amministrativi. La Corte – in questa seconda circostanza – ha udito la previsione della deposizione di 50 testimoni prevista per il prossimo marzo: un passaggio cruciale per verificare l’esistenza del fumus boni iuris e procedere – quindi – con il processo. Una vicenda davvero pesante – insomma – considerando che Pell è la più alta carica ecclesiastica mai finita sotto accusa per reati inerenti la pedofilia. Papa Francesco – inoltre – aveva nominato l’australiano prefetto della Segreteria per l’Economia del Vaticano solo nel 2014 e così – tutta la “questione Pell” – ha assunto rilevanza mediatica anche in funzione della fiducia che il papa sembrava aver riposto in quest’uomo di Chiesa.

    Ma quali sono queste accuse mosse nei confronti del cardinale? L’edizione odierna di Repubblica ha pubblicato il contenuto dell’ultimo dossier della Commissione d’inchiesta. Il documento sottolinea che: “il desiderio di evitare scandali e di proteggere la reputazione dei sacerdoti e della stessa Chiesa cattolica ha condotto a un «fallimento straordinario » rispetto a ciò che invece sarebbe stato doveroso fare”. Per la Commissione – insomma – le diocesi di Ballarat e Melbourne non avrebbero risposto adeguatamente a denunce riguardanti abusi su minori che sarebbero state presentante nel corso di trent’anni. Pell – nelle città australiane citate – è stato prima sacerdote e poi vescovo. Ma il passaggio apparentemente più sconcertante tra quelli rivelati riguarda la testimonianza di Graeme Sleeman: un testimone che – nel novembre 2015 – avrebbe dichiarato che il porporato australiano – dinanzi ad alcune richieste su questi casi di abusi – “Mi attaccò il telefono”. La tendenza della diocesi – poi – sarebbe stata quella di trasferire in nuove diocesi i sacerdoti accusati di pedofilia.

    I casi per i quali invece Pell sarebbe direttamente accusato – invece – deriverebbero anche da un’email della polizia di Victoria, una missiva informatica secondo cui gli abusi sarebbero avvenuti: “a Ballarat tra il 1976 e il 1980 e a Melbourne, tra il 1996 e il 2001”. Il report della Commissione su questi capi di imputazione dovrebbe essere reso pubblico il prossimo 14 dicembre, scrive Repubblica. Il totale delle denunce corrisponderebbe a 450 per 35 anni complessivi. Il cardinale si trova attualmente in “congedo” dall’incarico di prefetto. Una delle poche espressioni attribuite al cardinale australiano in questi mesi parla di un “accanimento senza tregua” che si starebbe perpetrando nei suoi confronti. Esistono – ovviamente – gli innocentisti convinti. Secondo questo articolo, ad esempio: “Gli accusatori (e gli avvocati) appartengono a quella compagnia di giro che ha già portato uomini e donne di Chiesa (il 96 per cento delle volte, senza giusta causa) davanti ai tribunali di Inghilterra ed Irlanda”. Il tesoriere del Vaticano – in ogni caso – tornerà alla sbarra per difendersi dalle accuse di pedofilia.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/pedofilia-ecco-dossier-sul-cardinale-pell-1472012.html