Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Bari

  • Processo a prete pedofilo per molestie istituto dei salesiani chiamato in causa

    Processo a prete pedofilo per molestie istituto dei salesiani chiamato in causa

    La parrocchia del Sacro Cuore di Foggia e l’Istituto nazionale dei Salesiani di Roma saranno citati come responsabili civili nel processo che si sta svolgendo a Foggia e che vede imputato un prete accusato di abusi sessuali nei confronti di quattro ragazzine

    FOGGIA – La parrocchia del Sacro Cuore di Foggia e l’Istituto nazionale dei Salesiani di Roma saranno citati come responsabili civili nel processo che si sta svolgendo a Foggia e che vede imputato un prete accusato di abusi sessuali.

    Secondo l’accusa il sacerdote, un salesiano di 79 anni, nel 2006, quando era vice parroco al Sacro Cuore di Foggia avrebbe molestato 4 ragazzine che si confessavano con lui. Il sacerdote si è sempre dichiarato innocente ed estraneo ai fatti.

    Questa mattina il gip del tribunale di Foggia, Antonio Diella, ha autorizzato le parti civili a chiamare in causa come responsabili civili, per il risarcimento dei danni, la parrocchia foggiana e l’Istituto dei Salesiani di Roma, rappresentato dal rettore generale. Nei prossimi giorni i legali di parte civile citeranno in giudizio la parrocchia e l’Istituto Salesiano, i cui rappresentanti potrebbero essere in aula il 24 novembre, alla ripresa del processo.
    (22 settembre 2010)

    http://bari.repubblica.it/cronaca/2010/09/22/news/molestie_a_ragazzine_da_prete_pedofilo_istituto_dei_salesiani_chiamato_in_causa-7321484/

  • Viaggio nella clinica dove curano i preti orchi

    Viaggio nella clinica dove curano i preti orchi

    Viaggio nella clinica dove curano i preti orchi
    19-04-2010

    PANORAMA IN EDICOLA PRETI-PEDOFILI URBI ET ORBI
    L’istituto Oasi di Elim si occupa della riabilitazione dei preti pedofili e sorge a breve distanza dall’asilo Madre del Divino Amore.

    La «clinica» per i preti orchi della diocesi di Roma sorge ad appena 100 metri di distanza da una scuola materna (l’asilo Madre del Divino Amore sulla via Ardeatina). Ma le famiglie dei bimbi non lo hanno mai saputo. Panorama invece lo ha scoperto recandosi al Santuario del Divino Amore dove si trova l’Oasi di Elim: una struttura protetta con otto posti letto per sacerdoti e religiosi afflitti da problemi psichici, depressione, alcolismo, burn-out e pedofilia. Fondata 16 anni fa su iniziativa dell’Apostolato accademico salvatoriano, l’Oasi di Elim è sostenuta dalla diocesi di Roma e dalla Cei.

    Fino a oggi la sua esistenza era nota solo agli addetti ai lavori. La casa di cura per i preti orchi sorge a fianco del vecchio Santuario del Divino Amore. Però basta scendere le scale, attraversare il parcheggio del santuario, pochi passi, e ci si trova di fronte alla scuola materna. Una vicinanza certo non voluta, ma che può provocare sconcerto. Anche perché nell’Oasi di Elim si svolgono attività di ambulatorio e psicoterapia per sacerdoti e religiosi che quasi ogni giorno arrivano da Roma e dintorni.

    All’entrata della casa c’è solo una piccola targa anonima: «Opera salvatoriana per il clero e la vita consacrata. Oasi di Elim». Un piccolo cancello, con un vistoso cartello rosso («vietato l’ingresso»), dà su una scala che conduce alla porta di ingresso. Non c’è citofono, né campanello: per entrare occorre digitare la combinazione sulla tastiera. Finalmente dentro, la pace e il silenzio che si respirano contrastano con i rumori all’esterno e soprattutto con il clamore degli scandali che hanno travolto la Chiesa in queste settimane. Un piccolo corridoio conduce alle stanze, tutte singole e piuttosto spartane: letto, scrittoio, armadio, comodino e un piccolo bagno. Niente radio, tv o computer. In fondo al corridoio la statua della Madonna. Poco distante la cappellina per pregare e celebrare la messa lontano da occhi indiscreti. Quindi una sala per la comunità con qualche poltrona, un televisore, l’occorrente per preparare il caffè.

    Comincia da qui il percorso di risalita dall’orrore per i sacerdoti affidati alle cure di Marco Ermes Luparia, diacono permanente, psicologo e psicoterapeuta, insieme con la sua équipe integrata da confessori e direttori spirituali. La vita nell’Oasi di Elim, infatti, alterna la psicoterapia individuale e di gruppo ai tipici momenti della vita sacerdotale: celebrazione della messa, recita delle Lodi e dei Vespri, sempre all’interno della casa. Si tenta così di ricostruire personalità distrutte dall’ansia, dall’angoscia o dalla depressione; liberare pastori d’anime divenuti schiavi dell’alcol o del sesso; fermare orchi in tonaca in preda a disturbi compulsivi, come la pedofilia e l’efebofilia. Se necessario si ricorre anche a terapie farmacologiche. Ci sono poi le migliaia di ore di ascolto e terapia individuale per preti, religiosi e suore che l’équipe di Luparia garantisce presso l’Oasi di Elim e altri centri.

    La richiesta di aiuto è così vasta e crescente che l’anno scorso, su iniziativa del vescovo di Albano, Marcello Semeraro, in un vecchio casale immerso in un parco in via della Solfatara a Pomezia è sorta un’altra struttura con sei posti letto per accogliere i preti con disturbi psichici. È il Centro Monte Tabor, non distante dall’Oasi di Elim e affidato allo stesso gruppo di esperti.

    Ma dalla pedofilia si può guarire? Lo psichiatra Tonino Cantelmi, fondatore dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, è scettico: «Bisogna distinguere due tipi di pedofilia. Una è di tipo sociale, cioè segnata da profondi sensi di colpa. In questi casi il soggetto rivolge le sue attenzioni principalmente verso gli adolescenti e una corretta terapia può portare dei risultati nel tempo». L’altra, prosegue Cantelmi, «è la pedofilia antisociale, priva di sensi di colpa, caratterizzata da un narcisismo maligno che rivolge le sue attenzioni a bambini, pre-adolescenti, perché punta al dominio e alla manipolazione dei più deboli. Si tratta di soggetti molto abili a dissimulare e capaci di conquistare con facilità la fiducia dei bambini e l’apprezzamento degli adulti (maestri, pediatri, educatori). Sono personalità sdoppiate che, una volta compiuto il crimine, tendono a reiterarlo, compulsivamente. Giungono in terapia solo a seguito di una denuncia e sono poco motivati perché non avvertono alcuna remora etica. In questi casi si può puntare solo al contenimento sociale, difficilmente si ottiene un recupero».

    Per Cantelmi nella popolazione italiana sono ormai circa 100 mila gli adulti con fantasie pedofile, alimentate da un mercato pedopornografico sempre più diffuso su internet. Di questi, almeno 10 mila passano poi all’atto sessuale e la pericolosità sociale è altissima, perché «un singolo soggetto è in grado di fare centinaia e centinaia di vittime». Ma «l’incidenza del fenomeno nelle comunità religiose è pari al resto della società».

    Il cardinale Angelo Bagnasco, appena eletto presidente della Cei, ha incaricato il sottosegretario monsignor Mauro Rivella di occuparsi del problema. Così nell’ottobre del 2007, su spinta della Cei, è stata fondata a Roma l’associazione Ministri della Misericordia, alla quale hanno aderito sette congregazioni religiose maschili e femminili e sei comunità terapeutiche. L’obiettivo dell’associazione è favorire la nascita di una rete di strutture per l’accoglienza di sacerdoti e religiosi in difficoltà e l’adozione di protocolli comuni di terapia. Anche il cardinale Agostino Vallini, vicario della diocesi di Roma, sta dando un grande impulso in questa direzione. E i responsabili di diversi centri si sono riuniti lo scorso 12 aprile per fare il punto della situazione.

    Però tutto questo non basterà a far voltare pagina alla Chiesa se non si investirà nella prevenzione, osserva padre Franco Imoda, già rettore della Pontificia università gregoriana nonché psicologo e psichiatra. Quarant’anni fa Imoda ha fondato alla Gregoriana il primo istituto di psicologia e psicoterapia di un’università pontificia, mentre Sigmund Freud e la psicoanalisi erano ancora vietati dal Sant’Uffizio. «Già allora avvertivamo l’esigenza di investire nella formazione degli educatori dei futuri sacerdoti, offrendo loro competenze di tipo psicologico per accompagnare la crescita dei seminaristi» spiega Imoda. «Se la Chiesa avesse investito nella preparazione dei formatori appena una piccola parte di quello che poi ha speso in risarcimenti per le vittime dei preti pedofili, non ci troveremmo oggi in questa situazione, non solo per quanto riguarda gli abusi sessuali, che sono una piccola percentuale, ma anche per gli abbandoni e per le crisi dei sacerdoti».

    Per Imoda psicologia, teologia e spiritualità devono andare di pari passo: «In seminario arriva un 20 per cento di giovani già maturi dal punto di vista psicologico e affettivo. Un altro 10 per cento invece ha problemi tali da dover essere curato e non è detto che potrà diventare prete. Ma c’è un 70 per cento dei giovani seminaristi nella zona grigia che va aiutato a conoscersi e a crescere, anche con l’aiuto degli psicologi, se si vuole evitare che un giorno possa cadere vittima delle proprie fragilità». Per formare a livello psicologico gli educatori dei seminari la Gregoriana ha fondato 15 scuole in giro per il mondo. Gli stessi Cantelmi e Luparia hanno creato master per formatori di preti.

    Mario De Maio, sacerdote e psicoanalista, impegnato a conciliare psicologia e spiritualità con l’associazione Ore undici, accusa con forza: «Nonostante gli scandali, continuiamo a formare i futuri preti prevalentemente sui libri, basandoci sugli esami che sostengono, senza fare caso ai percorsi di maturazione umana e affettiva. Non dobbiamo avere paura degli psicologi nei seminari perché la psicologia aiuta a purificare la spiritualità». Ma don De Maio invita a guardare al futuro: «È inutile recriminare sugli errori del passato: la comunità cristiana deve inventare soluzioni nuove per formare i presbiteri. Perciò sono convinto che anche il ripensamento del celibato obbligatorio potrebbe contribuire a una migliore qualità umana dei preti». Dalle ceneri degli scandali, insomma, si affaccia una Chiesa che ha voglia di pulizia e rinnovamento.

    «Io, psichiatra e diacono, il mio servizio per i preti in crisi»
    Amo la Chiesa innanzitutto perché mi è Madre. Lo è oggi ma lo è stata anche ieri, quando pieno del mio io potevo fare a meno di Dio. Silenziosamente, attraverso persone speciali, essa mi ha seguito da lontano e non si è fatta dissuadere dalle mie colpevoli infedeltà. Mi ha amato così come ero, dandomi il tempo del ravvedimento e della maturazione, senza dita puntate, paziente e piena di fiducia. La conversione è stata innanzitutto una profonda esperienza nella quale ho capito che cosa significa giudicare qualcun altro invece di allargare le braccia a dismisura fino ad aprirle alla stessa ampiezza di quelle del Crocefisso.

    Mi sono deciso a scrivere questa testimonianza dopo che un mio caro amico, a conoscenza del mio servizio verso i sacerdoti, cercò di provocarmi sul perché continuare dopo certi scandali. Quando risposi che oggi più che mai amo la Chiesa, replicò sorpreso: «Però, che fede!». Certo non avevo mai pensato che il mio amore per la Chiesa fosse un tema interessante per qualcuno, ma poi mi sono detto che forse questo è il momento di parlare lasciando andare il cuore sperando che questo sia di qualche utilità in questo momento di grande confusione.

    Amo la Chiesa innanzitutto perché mi è Madre. Lo è oggi ma lo è stata anche ieri, quando pieno del mio io potevo fare a meno di Dio. Silenziosamente, attraverso persone speciali, essa mi ha seguito da lontano e non si è fatta dissuadere dalle mie colpevoli infedeltà. Mi ha amato così come ero, dandomi il tempo del ravvedimento e della maturazione, senza dita puntate, paziente e piena di fiducia. La conversione è stata innanzitutto una profonda esperienza nella quale ho capito che cosa significa giudicare qualcun altro invece di allargare le braccia a dismisura fino ad aprirle alla stessa ampiezza di quelle del Crocefisso. Gesù di Nazareth ha lasciato che si forzasse la carne al legno per poter accogliere tutti, proprio tutti, ma soprattutto noi peccatori. Da questo abbraccio, dolce e sicuro, ho capito che cosa significa prendere le distanze dal peccato e continuare ad amare il peccatore. Così come fa quel Dio Mendicante seduto fuori dalla porta della nostra vita in attesa che gliela apriamo, per lasciarlo entrare nel nostro cuore e cambiarlo fino alla radice, anche quando tutto sembra opporsi.
    E io cosa avevo da offrirgli? Cosa avevo da offrire al sofferente, al ferito, al rabbioso, al disperato? Solo quello che avevo imparato nella mia professione di psicoterapeuta che allora volgeva verso la fine dei tre lustri. Eravamo nel 1994 e avevo già intrapreso il mio cammino di formazione diaconale, e il “grembiule della lavanda dei piedi” mi si era impresso nell’anima. Dovevo solo iniziare: ero certo che Lui avrebbe fatto il resto. Così nacque l’Apostolato accademico salvatoriano, con i suoi primi due rami operativi: il Centro per la famiglia Mater Salvatoris e il Centro per il sostegno psicologico al clero Oasi di Elim.

    Il primo era comprensibile data la professione, ma il secondo non aveva alcun senso se non in una profezia che allora non capii. Quando cominciò a crescere la fiducia della Chiesa verso le scienze umane cristianamente ispirate mi resi conto che si stava creando la condizione di una “vocazione nella vocazione”. Da allora il mio “prossimo speciale” sono stati i sacerdoti, i consacrati e le consacrate che si sono rivolte al nostro centro. Oggi sono centinaia le persone passate dall’Oasi di Elim, e da un anno dal Monte Tabor. Due strutture a favore del clero e della vita consacrata fortemente volute la prima dalla diocesi di Roma e la seconda dalla diocesi di Albano. Ambedue vanno ben oltre la territorialità delle due diocesi svolgendo, con il sostegno della Cei, il loro servizio.

    Chi sono quelli che ci chiedono aiuto? Sono persone cadute nella tribolazione del disagio psicologico. La maggior parte delle problematiche sono simili a quelle di coloro i quali si rivolgono ai nostri consultori familiari: stress, fobìe, oppure semplici disagi di ordine esistenziale, che comunque non consentono una vita e un ministero sereno. Anche i sacerdoti sono persone come tutti gli altri, anzi, molto più sollecitate dal sovraffaticamento e dallo stress. Quanti ne abbiamo accolti prima che stramazzassero per la fatica del loro ministero, a cui stavano dedicando senza riserva l’intera vita! Di fronte a tanto amore e abnegazione come non potevo non innamorarmi di questi uomini e donne i cui confini del cuore tentavano di raggiungere l’ampiezza del Cuore di Dio!

    Certamente nel percorso ho incontrato e toccato con mano anche lo scandalo della pedofilia e i suoi artefici. Ho incontrato i loro occhi toccando la profondità della loro paura e della loro vergogna. Quante sono queste persone rispetto all’insieme dei nostri “utenti”? Anche questa è una domanda ricorrente. Forse darò una grande delusione a chi vuole identificare la pedofilia con i preti, ma la percentuale ricalca pienamente quella già apparsa in altra documentazione: circa il 2%. La percentuale bassa non mi induce però, come non ha indotto il Santo Padre al cui fianco siamo dalla prima ora, a minimizzare il fenomeno. Il nostro intervento tempestivo fa la sua apparizione mentre le procedure canoniche fanno il loro corso. Nessuna fuga, nessun nascondiglio, ma solo la disponibilità professionale ad accogliere una persona che ha certamente bisogno di aiuto e che ha generato sofferenza ad altri.

    Di fronte a queste brutture la mia posizione non cambia: amo la Chiesa come e più di prima. Sento che mai come oggi ha bisogno di me, come madre ferita e addolorata. Come posso abbandonarla e allearmi con il giustizialismo di cui è imbevuto questo mondo materialista?
    Ma cosa è la Chiesa? Anzi, per la precisione, “chi” è la Chiesa? Lo scopro ogni volta in cui mi trovo davanti a “quell’uomo”, per parafrasare Natan quando mette re Davide di fronte alla colpa sulla quale voleva glissare. Quando guardo quegli occhi bassi per la vergogna scorrono davanti ai miei tutti gli attori dell’orribile scena. Le braccia della Chiesa che in quel momento indegnamente rappresento si allargano fino a tentare di contenere tutti, che siano credenti o che non lo siano. Sono un diacono, e in quanto tale sono uomo del prossimo, quello della “Chiesa del grembiule”, l’uomo di frontiera come mi hanno sempre detto. Allora la Chiesa che amo sta nel mio prossimo. E il mio prossimo è, in primo luogo, quello ferito, nel corpo, nel cuore e talvolta nell’anima. È quel bambino tradito e violato proprio da colui nel quale aveva riposto il suo affetto e la sua fiducia. Come non pensare a lui quando, facendo leva sulla sua vera contrizione, opero sul senso critico e sull’identità di sacerdote che doveva offrire a lui tutt’altro! Il mio prossimo è la sua famiglia, arrabbiata, addolorata e spaventata, a sua volta ferita non meno del figlio. Comprendo il bisogno di certezze. Il desiderio che la cosa non accada più a nessuno, e che nessun altro abbia a soffrire. Ecco allora che non basta solo guarire il sacerdote ammalato nell’oggi e nella mente, lo si deve guarire per sempre e nell’anima, per non ricadere in queste mostruosità. Il mio prossimo è la comunità nella quale si è perpetrato il gesto osceno, scandalizzata e disorientata, a una passo dal cadere nella cultura del sospetto anche sui suoi pastori più santi. Il chiamare in causa la comunità durante i colloqui psicoterapeutici diventa elemento di riflessione profonda e di allargamento degli orizzonti sulle conseguenze di questa deflagrazione immorale.

    Il mio prossimo è la Chiesa locale e il suo vescovo che nel dolore di padre fa propria la vergogna del figlio, e al quale comunque non può far mancare la sua presenza pur nel rigore e nella severità. Se si potesse rappresentare il cuore di un vescovo, così come io l’ho potuto vedere, siamo molto lontani dalle complicità descritte come scenari diabolici. Amando si può anche sbagliare, ed errori sono stati fatti, ma io credo molto nel motto che dice: «Solo chi non si assume la responsabilità del suo amore non sbaglia». Il mio prossimo è il Santo Padre su cui convergono le problematiche e le tribolazione della Chiesa e gli attacchi a essa. Egli è il mio Vescovo, ed è mio dovere offrirgli il mio braccio in qualunque frangente.

    Ma è anche il mio prossimo il sacerdote che ha sbagliato o che è ammalato. È mio compito e anche dovere della Chiesa, quale Madre, aiutarlo a recuperare la salute della mente e dello spirito, oltre che – in alcuni casi – aiutarlo ad accettare le determinazioni della giustizia.
    Ecco: questa è la Chiesa che amo. e nell’azione terapeutica tutto dev’essere armonizzato per il bene di tutti. Non è facile, anzi, è una battaglia estrema, da combattere non certo con gli strumenti del mondo. Il bambino ha bisogno di recuperare la sua fiducia nel mondo e non vuole la vendetta. La famiglia va aiutata a ritrovare la pace attraverso la giustizia e non fomentando l’accanimento. La comunità cristiana deve riflettere anche sulle proprie fragilità senza assurgere a giudice essa stessa accontentandosi della semplice espulsione della mela marcia.

    La Chiesa ormai è beneficamente avviata verso un radicale rinnovamento, cerca la verità e la giustizia ponendola quale caposaldo della credibilità dell’annuncio evangelico e dei suoi annunciatori, chierici o laici che siano. Su questo credo che nessuno possa nutrire più dubbi. Il principio guida è il “saper ben riconoscere e saper ben difendere la verità”, da qualunque parte essa si trovi. La verità richiede equilibrio, sapienza e serenità. E io credo che la Chiesa abbia queste virtù poiché, al di là dei limiti umani, essa è sempre un’istituzione prima di tutto divina. In questo percorso, ormai irreversibile, essa è sicuramente alleata con il mondo laico, ma senza abdicare al suo ruolo di Mater et Magistra, utilizzando gli strumenti propri. Lascia perciò ad altri la responsabilità di travalicare i limiti della giustizia e il rischio di incorrere nel pericoloso e quanto mai tremendo e vendicativo giustizialismo. Se nel passato la verità è stata colpevolmente attenuata, oggi in alcuni casi rischia con pari colpa di essere ingigantita.

    Ormai credo sia chiaro perché amo la Chiesa, quella reale quella impregnata della presenza di Dio e lacerata dalla fragilità degli uomini. Quella di oggi e non quella di ieri, quella concreta e non quella astratta. A essa non farò mai mancare le mie mani, la mia intelligenza e il mio cuore, qualunque sia la bruttura che dovessi incontrare. Mai come oggi la misericordia di Dio si è fatta carne lacerata ed è visibile aldilà di ogni ragionevole sopportazione.

    Il Dio dell’impossibile, così come io l’ho incontrato, mi dice che scellerato ed empio non è solo colui il quale commette la colpa, ma anche chi si arroga l’ultima parola di vita o di morte sul suo simile. Nessuno sconto per il peccato, ma mani tese verso il peccatore perché si redima. Questo principio, che nasce dalla mente giusta di Dio, può però essere capito solo da chi, stanco di vivere ripiegato sul proprio ombelico, decidendo di alzare il suo sguardo al Cielo supera la tentazione dell’onnipotenza per riconoscersi felicemente e pienamente creatura.

    Marco Ermes Luparia
    diacono permanente, psicologo psicoterapeuta, presidente dell’Apostolato accademico salvatoriano, responsabile del Centro Oasi di Elim e Monte Tabor

    Avvenire, 26 maggio 2010

    http://www.arcidiocesibaribitonto.it/pubblicazioni/articoli-on-line/abio-psichiatra-e-diacono-il-mio-servizio-per-i-preti-in-crisibb

  • Anamnesi di una vittima.

    Anamnesi di una vittima.

     «Mai avere una relazione con bambini ricchi»

    «Mi preparo per la caccia, mi guardo intorno con tranquillità perché ho i ragazzini che voglio senza problemi di carenze, perché sono il giovane più sicuro al mondo […] Piovono ragazzini sicuri affidabili e che sono sensuali e che custodiscono totale segreto, che sentono la mancanza del padre e vivono solo con la mamma, loro sono dappertutto.

    Basta solo uno sguardo clinico, agire con regole sicure […] Per questo sono sicuro e ho la calma. Non mi agito.

    Io sono un seduttore e, dopo aver applicato le regole correttamente, il ragazzino cadrà dritto dritto nella mia… saremo felici per sempre […] Dopo le sconfitte nel campo sessuale ho imparato la lezione! E questa è la mia più solenne scoperta: Dio perdona sempre ma la società mai. » 

    Padre Tarcisio Tadeu Spricigo ha compilato un manuale sequestrato dagli inquirenti con le dieci regole per restare impuniti.

    Credo che da questo breve ma significativo pezzo possiamo avere un quadro piuttosto chiaro del pedofilo, si nota la lucidità e la consapevolezza delle sue azioni, come cercare e quali caratteristiche deve avere la vittima in modo di garantirsi il “totale segreto”, sa di essere un seduttore.

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2025/02/preti-pedofili-e-adulti-complici-il-corto-di-cammuso-illumina-la-sala-farina-gesti-orrendi-camuffati-da-abito-religioso.webpwp-content/uploads/2025/02/dettagli-abusi-su-minori-in-nome-di-dio-da-piu-di-25-anni-ad-aci-bonaccorsi-la-comunita-che-plagiava-le-giovani-il-video.webpwp-content/uploads/2025/02/caso-vitale-processo-rinviato-a-dicembre-messere-a-telemolise-fatti-gravissimi-perche-commessi-da-chi-ha-una-funzione-educativa.webpwp-content/uploads/2025/02/chi-lha-visto-affronta-il-prete-che-ha-abusato-di-lui-la-risposta-preghiamo-insieme-un-caso-denunciato-dalla-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2024/09/il-primo-film-sui-preti-pedofili-girato-a-savona-e-verona-sara-al-bari-international-film-festival-domenica-6-aprile.webpwp-content/uploads/2025/02/conclave-2013-petizione-contro-il-cardinale-domenico-calcagno-non-denuncio-prete-pedofilo-non-e-degno-del-conclave-il-secolo-xix-ratzinger-sapeva-video.webp2005/11/21/scandalo-in-brasile-i-diari-dei-preti-pedofili/

    Perche le vittime soprattutto quelle dei preti non denunciano?

    Intanto bisogna dire che la figura del sacerdote è sempre stata una figura guida molto importante in molte culture, fino a pochi anni fa si andava dal parroco per esporre molti problemi familiari, un approdo sicuro, sapeva spesso mettere pace tra l’anima e il corpo. La visione impressa nella cultura, quella di un uomo al di sopra di noi.

    Nel caso di una vittima di un sacerdote (teniamo presente le caratteristiche della vittima) una eventuale denuncia da parte di un adolescente, potrebbe essere fatta, eventualmente ad un altro sacerdote estraneo agli abusi (Qualora vi fosse la possibilità) magari in un confessionale, perché no.

    In questo caso vigerebbe il “Segreto di confessione” e la denuncia finirebbe li, anche se il sacerdote volesse non può denunciare, pena la scomunica.

    Difficilmente il ragazzino denuncerà nuovamente, almeno per un po’ di anni, fino a che i traumi cominceranno a venire fuori, al momento è più semplice per un adolescente affrontare gli altri problemi che la crescita impone. Naturalmente non ne parlerà mai in casa, capisce che in quelle attenzioni qualcosa non va, si sente sporco adesso, si sente anche in colpa di non permettere più a quella figura paterna di concederle attenzioni. Ci rimette la vittima, ora è sola.

    Ora entriamo un attimo nella testa di un ragazzino/a di età tra i 10 e i 16 anni.

    Un’età importante nella quale gli ormoni si scatenano, il corpo cresce si diventa uomo o donna, accadono fatti e sensazioni sconosciute all’adolescente, comincia il percorso di sperimentazione che formerà il carattere del ragazzo, carattere che subirà nel caso di violenze un indebolimento e una mancanza di autonomia devastanti per la crescita. l’adolescente in questo vulcano di novità, forse percepisce appena che qualcosa non va, ma lo terrà segreto, mai ne parlerà in famiglia.

    Credo che fino a qui sia abbastanza chiaro, ho cercato di fornire una visione semplice e abbastanza completa del pedofilo, della vittima, e di cosa accade nel caso che il pedofilo sia un sacerdote.

    A questo punto trovo doveroso esaminare una differenza sostanziale tra il pedofilo laico e il pedofilo sacerdote.

    Viene subito agli occhi che il sacerdote ha una rete di copertura e il laico no, nel caso il pedofilo venga indagato e condannato accadrà che il laico andrà in carcere, il sacerdote malgrado la condanna no, continuerà a commettere crimini. Verrà spostato altrove e si ricomincia da capo, nuove vite spezzate. Riporto di seguito un recentissimo caso savonese, quello di don Giorgio Barbacini che riprenderemo più avanti. https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2025/02/preti-pedofili-e-adulti-complici-il-corto-di-cammuso-illumina-la-sala-farina-gesti-orrendi-camuffati-da-abito-religioso.webpwp-content/uploads/2025/02/dettagli-abusi-su-minori-in-nome-di-dio-da-piu-di-25-anni-ad-aci-bonaccorsi-la-comunita-che-plagiava-le-giovani-il-video.webpwp-content/uploads/2025/02/caso-vitale-processo-rinviato-a-dicembre-messere-a-telemolise-fatti-gravissimi-perche-commessi-da-chi-ha-una-funzione-educativa.webpwp-content/uploads/2025/02/chi-lha-visto-affronta-il-prete-che-ha-abusato-di-lui-la-risposta-preghiamo-insieme-un-caso-denunciato-dalla-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2024/09/il-primo-film-sui-preti-pedofili-girato-a-savona-e-verona-sara-al-bari-international-film-festival-domenica-6-aprile.webpwp-content/uploads/2025/02/conclave-2013-petizione-contro-il-cardinale-domenico-calcagno-non-denuncio-prete-pedofilo-non-e-degno-del-conclave-il-secolo-xix-ratzinger-sapeva-video.webp?s=giorgio+barbacini

    La mia personale esperienza nella Diocesi di Savona dal 1980 a oggi.

    Avevo 10 anni circa, Spotorno un piccolo paese della riviera ligure, nemmeno 5000 abitanti, cominciavo con gli amici Franco e Fabrizio ad uscire soli, le nostre situazioni familiari, la mia e quella di Franco pressappoco uguali, Fabrizio invece orfano di padre.

    Cominciammo, un po’ così un po’ per fare piacere alle nostre madri a frequentare la domenica la parrocchia, andavamo a servire messa, con le nostre situazioni familiari li ci sentivamo importanti, si faceva a gara per aggiudicarsi i vari servizi durante la messa ed era un’ottima scusa per distrarsi dall’ambiente familiare.

    Il parroco don Gianni Decia all’epoca già molto anziano non conduceva molte attività parrocchiali, da li a poco andò in pensione ritirandosi.

    1. Arriva il grande giorno, a Spotorno due giovani nuovi parroci, Carlo Rebagliati e Giovanni Busoni pieni di voglia di fare pieni di voglia di trasmettere Dio come appreso nel Vangelo. Le opere parrocchiali, di nuova costruzione e molto ampie divennero presto un punto di incontro, l’unico per i giovani della piccola e noiosa cittadina.

    I primi anni furono fantastici, pieni di emozioni, Carlo che aveva notato il mio modo di fare molto introverso e l’importanza per me di avere un luogo sereno, dove potermi esprimere (ero agli antipodi della mia vita professionale, ancora smontavo radio, sveglie senza mai riparare nulla) e trovare il mio spazio, che a casa non avevo. Mi diede un sottoscala, li ero solo io, non mi pareva vero.

    1. Un giorno arrivò un nuovo vice parroco, Nello Giraudo molto giovane, arrivava da Roviasca una piccola parrocchia nell’entroterra savonese (Solo anni dopo, scoprimmo che lo mandarono a Spotorno per essere controllato da Carlo e Gianni, perche sorpreso a Valleggia mentre molestava un minore), di tanto in tanto, piccole probabili vittime di circa 14-16 anni venivano a trovarlo da Roviasca in motorino, (solo per un breve periodo) ridacchiavano con noi dicendo che “toccava” ma non capivamo bene il significato di quelle frasi. Molto presto però capimmo.

    Nel frattempo in parrocchia le attività erano numerose, anche fuori dalla parrocchia, proprio con lui io Franco Fabrizio Andrea Romeo e altri andavamo alle escursioni nella casa piemontese, (ricordo la prima volta che vidi in quella casa, il dormitorio, era un enorme letto di tavole poggiate su due putrelle di ferro, su due piani, il suo altare sacrificale) si mangiava, da buoni lupetti ripulivamo la cucina e si andava a dormire, si spegneva la luce e il mostro cominciava, quasi sempre uno alla volta, in questo caso ingenuamente trasportati al di sotto del piano dove si dormiva,  sentivamo il rumore e tutti sapevamo cosa accadeva, attendevamo solo il nostro turno. Continuò per anni, con vari stratagemmi e in luoghi differenti, verso i 16 anni cominciai ad allontanarmi dalla parrocchia, trovai un lavoro e interruppi gli studi a 18 presi la patente e mi allontanai definitivamente dalla Chiesa, non passai momenti facili, all’età di 24 anni, mia madre si suicidò. Fu un periodo molto buio per me, non riuscii mai a parlare a Carlo degli abusi di quel prete, mi faceva paura anche lui, (premetto che non provò mai a toccarmi) malgrado fosse stato un po’ il mio papa, la mia guida lo chiamavo Popi, fu un grande trauma lasciare la parrocchia. Era il 1988 festeggiavo i miei 18 anni.

    Malgrado i vari traumi dovuti alle violenze, con molta fatica la mia vita andava avanti, mi licenziai e cominciai a lavorare in proprio,(era il 1994) anche se inconsciamente continuavo a subire quei traumi, me ne ero praticamente dimenticato, li avevo apparentemente rimossi. Incontravo per strada il mio carnefice, senza alcun apparente sentimento di rancore, era sempre con ragazzini, dentro di me sapevo.

    E’ inutile dire che la mia adolescenza era oramai distrutta e mai vissuta, il ricordo di quegli anni è molto vago. Ricordo che non avevo ancora una identità sessuale e avevo il terrore di avere rapporti, un classico quasi per tutte le vittime.

    Carlo nel frattempo era diventato Economo, aveva anche intuito, collegando varie situazioni, il perché mi allontanai da Spotorno, non riusciva a perdonarsi il silenzio dovuto a alle direttive interne alla chiesa che così tanto danno avevano arrecato a troppi, un silenzio nel quale tutti sapevano, e che permetteva a questi mostri di continuare le loro barbarie.

    Lo incontrai, erano passati tanti anni, ma le volevo ancora bene, aveva lasciato in me un’impronta importante, lui anche, non si era mai dimenticato di me, non ci eravamo più cercati, quelle violenze da parte di Nello Giraudo, una montagna troppo alta per tutti e due, ancora in lui come un tempo, la voglia di coltivare la sua chiesa, malgrado le difficoltà che impone.

    Eravamo contenti che le nostre strade si incrociassero ancora, mi raccontò della sua carriera ecclesiastica, io della mia. Intanto io vivevo con mio padre, non era il massimo ma cercavo di farmela andare bene, Carlo mi propose di andare a vivere con lui, la casa dove abitava era grande e un po’ di vita in comune con una persona che sentivo una guida mi avrebbe fatto bene. Era il 1996.

    Parlammo a lungo, anche delle violenze, ma per Carlo non era facile, io mi chiudevo, non riuscivo ad affrontare l’argomento. Troppa la vergogna e il peso, mi sentivo in colpa. Anche in lui il senso di colpa e d’impotenza pesava come un macigno.

    Nel frattempo Carlo mi introdusse nell’ambiente lavorativo ecclesiastico come tecnico, andavo spesso da lui in Diocesi, dal cancello vedevo un prete con abiti firmati, sempre alla moda, con auto sportive, intorno a lui dei ragazzini extracomunitari, nei suoi modi mi tornava in mente qualcosa. Scoprii presto che era un pedofilo messo a dirigere la comunità per minori in difficoltà, la comunità era situata nel Palazzo dei Canonici di Savona, stranamente, anche in questo caso nessuno si accorse mai di nulla. La comunità Migrantes di don Giorgio Barbacini, direttore anche dell’ufficio missionario diocesano fu aperta con il consenso del Vescovo Dante Lafranconi nel 1996, lo stesso Vescovo fece aprire in quegli anni al già noto Nello Giraudo, la comunità di Fegnino, sulle alture di Finale.

    Di seguito l’articolo su don Giorgio Barbacini. “il 15 ottobre (2004 n.d.r.) viene condannato a 3 anni e mezzo di reclusione don Giorgio Barbacini per aver compiuto atti sessuali nei confronti di un minorenne extracomunitario, con l’aggravante di averne avuto la custodia e la tutela. I fatti risalgono al 2000, quando don Giorgio era responsabile della comunità “Migrantes” di Savona, istituita dalla Curia per tutelare i giovani extracomunitari con problemi di ambientamento. Attualmente don Giorgio è stato trasferito in un’altra diocesi fuori dall’Italia; nei suoi confronti non è mai stata avviata alcuna procedura ecclesiastica.”

    Quando seppi che Nello Giraudo aveva ottenuto dal Vescovo il permesso di aprire una comunità per minori in difficoltà mi crollo il mondo addosso. Questi minori erano affidati dal tribunale ai comuni di residenza, ai quali non pareva neppure vero che ci fosse un pellegrino che si facesse carico loro, nessuno stette a guardare troppo per il sottile.

    Nel 2008 stanco di sentirmi complice di queste continuate atrocità, abbastanza libero dal trauma, decisi di denunciare tutto alle autorità civili. Purtroppo scoprii che la mia denuncia non sarebbe servita a nulla, era in prescrizione, nessuno tranne lo scrivente al quale la depositai l’avrebbe mai letta.

    Nel gennaio 2010 vengo convocato dal magistrato, il caso è stato riaperto, confido nella giustizia.

    Invito tutti coloro che leggono a diffondere quanto sia importante denunciare, porta un po’ di sollievo anche a noi vittime, porta una vita più sicura alle future probabili vittime.

    A questo punto vorrei fare una riflessione, prima come vittima, dopo anche come omosessuale.

    Ho parlato a lungo negli ultimi periodi con altre vittime dello stesso sacerdote, tutte stanno passando le stesse cose di cui sopra, non è stato facile convincerle che denunciare era giusto, vivono ancora la colpa e la vergogna, di essere vittime.

    Nel coro unanime che si alza dalla Chiesa, coro che offende e violenta ancora quelle vittime, coro che dice di stare tutti attorno al Pontefice ma che si dimentica e ignora chi ha subito e sta ancora subendo, a causa dell’omertà che c’è stata, un’omertà che sta continuando e permette come nel caso di Savona, di cui siamo testimoni, che il carnefice, oramai difficile da nascondere e scomodo, venga semplicemente allontanato senza che nessuna delle persone a conoscenza dei fatti denunci all’autorità giudiziaria. Il Vescovo minaccia denunce a me, non al sacerdote che per ben 30 anni la Diocesi ha coperto, eppure la cosa era ben nota. Bisognerebbe che qualcuno si preoccupasse delle vittime, queste persone hanno necessità di andare in analisi, alcune soffrono delle malattie nervose più varie a causa di questi traumi, quelle della comunità di minori, non godono neppure di un appoggio dalla famiglia.

    Credo anche, bisognerebbe assumersi le proprie responsabilità, evitare di scaricarle sugli omosessuali come è stato fatto ultimamente, nella realtà di Savona non mancano, ma a differenza dei pedofili, non nuocciono a nessuno.

    Un po’ troppo spesso ho sentito dichiarazioni del tipo “La pedofilia si può perdonare l’omosessualità e l’aborto no” oppure “Pedofilia, il problema sono i gay”. Non credo che Dio consideri i gay un mattone bruciato e dimenticato nel forno dal Signore mentre costruiva la sua chiesa, dio è amore e proprio non credo che approvi ciò che sta accadendo.

    Vittima di un pedofilo e omosessuale, due volte vittima.

    Un’altra considerazione da fare è che il limite massimo di prescrizione per questo tipo di reati è di dieci anni, in realtà ridotto a poco più di sette, non è sufficiente, la vittima nei pochi casi nei quali riesce a reagire raramente denuncia prima dei 25 anni dagli abusi.

    Le autorità ecclesiastiche nella peggiore delle ipotesi, si limiteranno ad avviare il processo di de canonizzazione del sacerdote, in questo modo si tolgono tutte le responsabilità passate e future. Anche in questo caso il pedofilo potrà continuare il suo percorso.

    Atri casi di preti nascosti dalla Chiesa in Italia, uno riguarda anche la nostra Diocesi, è il caso di Padre Yousuf Dominic nascosto ad Albisola. https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2025/02/preti-pedofili-e-adulti-complici-il-corto-di-cammuso-illumina-la-sala-farina-gesti-orrendi-camuffati-da-abito-religioso.webpwp-content/uploads/2025/02/dettagli-abusi-su-minori-in-nome-di-dio-da-piu-di-25-anni-ad-aci-bonaccorsi-la-comunita-che-plagiava-le-giovani-il-video.webpwp-content/uploads/2025/02/caso-vitale-processo-rinviato-a-dicembre-messere-a-telemolise-fatti-gravissimi-perche-commessi-da-chi-ha-una-funzione-educativa.webpwp-content/uploads/2025/02/chi-lha-visto-affronta-il-prete-che-ha-abusato-di-lui-la-risposta-preghiamo-insieme-un-caso-denunciato-dalla-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2024/09/il-primo-film-sui-preti-pedofili-girato-a-savona-e-verona-sara-al-bari-international-film-festival-domenica-6-aprile.webpwp-content/uploads/2025/02/conclave-2013-petizione-contro-il-cardinale-domenico-calcagno-non-denuncio-prete-pedofilo-non-e-degno-del-conclave-il-secolo-xix-ratzinger-sapeva-video.webp?s=Yousuf+Dominic


    Mi rivolgo ora alle varie testate che diffidano spesso delle mie dichiarazioni e che mi attribuiscono un guadagno politico o economico.

    Riguardo a quello politico, che spesso viene attribuito alle mie recenti lotte per i diritti degli omosessuali, rispondo che se avessi voluto strumentalizzare la situazione e attaccare la Chiesa, sicuramente lo avrei fatto prima. Lo faccio ora semplicemente perche lo scandalo esploso lo impone.

    Riguardo quello economico è presto fatto, la mia denuncia è prescritta, non posso chiedere neppure un risarcimento, le vittime non ancora prescritte si, ma non è il mio caso.

    Rischio solamente, dopo avere già perso il lavoro, di perdere anche la casa che è della Diocesi, di aggiudicarmi querele ecc.

    Sto facendo tutto ciò perché ho una coscienza, mi rammarico di non avere trovato la forza prima di reagire, forse quelle due comunità non le avrebbero aperte, altri adolescenti non avrebbero subito i miei stessi traumi. Con quelli che conosco ho parlato, cerco di aiutarli ma non è facile, per loro non sono ancora passati 10 anni e non metabolizzano ancora, vedono in fondo il loro carnefice come una persona che li ha aiutati. Purtroppo questa è la visione che il carnefice imprime alla vittima, ci riesce solo per i motivi di cui ho parlato all’inizio di questo scritto. Non li sottovalutiamo.

  • Prete violenta una bambina, il Gip lo manda in monastero di clausura

    Prete violenta una bambina, il Gip lo manda in monastero di clausura

    TERAMO – Ha violentato una bambina di 10. E’ la barbaria commessa da un prete indiano di 40 anni, arrestato due giorni fa. Il GIP, Guendalina Buccella lo ha rimesso in libertà.

    La richiesta era stata avanzata dal legale del sacerdote, l’avvocato Gianni Gebbia, dopo essersi confrontato con lo stesso giudice.

    Nel corso dell’interrogatorio il sacerdote, che ieri aveva ricevuto la visita del vescovo di Teramo, monsignor Michele Seccia, aveva ammesso l’unico episodio di molestia contestato, pentendosi dell’accaduto.

    Lo stato di collaborazione dell’indiano ha indotto il pubblico ministero Bruno Auriemma a concedere parere positivo e il gip a concedere il beneficio degli arresti domiciliari.

    Il prelato è stato scarcerato e trasferito in un convento di clausura.
    15/04/10 19:07
    Elisabetta Froncillo

  • Il predicatore: ho chiuso con Arkeon

    Il predicatore: ho chiuso con Arkeon

    di Giovanni Maria Bellu

    Trentamila euro. Era la fine di dicembre del 2006. E i seguaci del “metodo Arkeon” decisero di investire la bella cifra per pagare uno studio su “Sacred path” – la loro associazione – al “Centro internazionale studi sulla famiglia”, il prestigioso istituto di ricerca cattolico dei padri paolini. Un tentativo estremo di riaccreditarsi come organizzazione virtuosa e riconosciuta dalla chiesa quando era già in pieno svolgimento l’inchiesta per associazione a delinquere, truffa, maltrattamenti di minori. I reati dei quali sono accusati il capo di “Sacred path”, Vito Carlo Moccia e altri undici imputati nel processo in corso davanti al tribunale di Bari.

    L’investimento degli arkeoniani per questo studio su se stessi risulta da un documento agli atti del processo ed è confermato dal fatto che davvero il Cisf, tra il dicembre del 2006 e il febbraio del 2007, condusse un’indagine su “alcuni aspetti dell’esperienza Arkeon”. Elaborò anche un “rapporto finale” cautamente favorevole all’associazione. Si tratta di dieci paginette precedute da un avvertimento che suona come un mettere le mani avanti: «Tutto il materiale è stato fornito da Arkeon o è stato realizzato con il suo supporto tecnico. La disponibilità e l’apertura totale dimostrate da tutte le persone di Arkeon implicate nella ricerca sono state pronte e totali, ed hanno consentito un lavoro rapido e, a noi pare, proficuo». Segue un’esposizione fredda del materiale esaminato e di quanto i ricercatori hanno potuto ricavare dalla partecipazione a due dei “seminari” per i discepoli del “primo livello”. La parte più rilevante (e forse l’unica ragione che spinse “Sacred path” a spendere trentamila euro) è nelle ultime righe. Si danno delle indicazioni su come andare avanti nel “lavoro di revisione”. In definitiva si riapre un credito condizionato. È stata poi la magistratura a impedirne l’utilizzo.

    Il rapporto del Cisf conferma che l’associazione di Vito Carlo Moccia ha continuato ad avere protezioni importanti e autorevoli anche quando erano emerse pubblicamente notizie molto gravi. Come se, per i suoi sponsor all’interno della Chiesa, fosse impossibile un distacco netto e definitivo. Nella lettera che pubblichiamo in questa pagina, padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, conferma integralmente le notizie che abbiamo riportato. Anche il fatto di aver ricevuto la segnalazione di “specifiche tragedie familiari” prodotte dal metodo Arkeon e di averle segnalate a Moccia, cioè al presunto responsabile delle menzionate tragedie. Aggiunge, padre Cantalamessa, di non essersi mai interessato «di quel che accadeva nell’Associazione e intorno all’ Associazione». Purtroppo ancora una volta i documenti lo smentiscono. È una storia e delicata e complicata, converrà ancora una volta andare con ordine. E prima di tutto bisogna dire che padre Cantalamessa non è l’unico uomo di Chiesa ad aver sostenuto “Sacred path”. Ce n’è almeno un altro. Si chiama Angelo De Simone ed è un sacerdote paolino oltre che un teologo. Fu lui, nel 2004, il primo a dare risalto al metodo Arkeon con un articolo nel quale Vito Carlo Moccia, che tra l’altro è anche accusato di esercizio abusivo della professione, veniva presentato come un genio pluridisciplinare universalmente conosciuto e stimato. Eccone un passo. «Un tempo Vito Carlo era imprenditore nel campo della bioingegneria, realizzato economicamente e riconosciuto nel mondo. Anni fa anch’egli scendeva nel “proprio inferno” prendendo coscienza della solitudine esistenziale che lo investiva. Andò alla ricerca di risposte nelle vie intellettuali, si laureò in antropologia e psicologia, cercò nei percorsi psicanalitici e psicoterapeutici, nelle tradizioni orientali, nella pratica della meditazione, fino a scoprire la via del ritorno al padre».

    Un identikitche stride in modo sinistro con quanto si legge nel decreto di rinvio a giudizio: «Il Moccia si presentava come laureato alla Jolla University di San Diego e laureato in psicologia e pedagogia presso l’università statale di Fiume, titoli inesistenti e comunque non validi in Italia». Don Angelo De Simone partecipava ai sinistri rituali dell’associazione. Celebrava gli strani matrimoni che servivano a sancire la riconciliazione di coppie peraltro già sposate, predicava tra icone di Gesù Cristo e foto di Vito Carlo Moccia. Esiste in merito un’abbondantissima, e francamente penosa, documentazione di video e di foto che lo prova. Era, don De Simone, molto vicino a “Sacred path”. E quando apparve accanto al capo supremo in una puntata di “Mi manda Rai 3” del dicembre del 2006, i telespettatori, e anche il conduttore, ebbero la netta impressione che ne facesse parte. Per la veemenza con cui ne sosteneva le improbabili ragioni. Ma era anche molto legato a padre Cantalamessa. Assieme celebrarono, il 20 gennaio del 2006 (cioè dopo che Canale 5, con Maurizio Costanzo, aveva per la prima volta segnalato la pericolosità del metodo Arkeon) una messa nella chiesa milanese di S. Eustorgio (altra circostanza che padre Cantalamessa conferma nella sua lettera e che noi documentiamo con una nuova immagine dove è possibile riconoscere, accanto a Moccia e al predicatore apostolico che si abbracciano, il teologo paolino di Arkeon).

    Insomma, è davvero difficile fare stare assieme questo «non interessamento» verso ciò che accadeva «nell’Associazione e intorno all’Associazione», con la frequentazione di don De Simone. A meno che questi non abbia nascosto qualcosa. Chissà, Di sicuro, dai documenti, emerge che padre Cantalamessa era informato proprio da don De Simone dell’attività di Moccia e dei suoi seguaci. Ecco cosa scrisse (il 24 marzo del 2006) nella lettera di risposta a un signore che gli aveva segnalato una di quelle «specifiche tragedie familiari» di cui ora riconosce di aver avuto notizia: «Un sacerdote che li segue da tempo, don Angelo De Simone, paolino, che può contattare se vuole (seguiva il numero di cellulare, nda) può testimoniare di quanti battesimi, prime comunioni e confessioni ha personalmente amministrato nel contesto dei seminari guidati da Vito».

    10 aprile 2010

  • Da predicatore vaticano a supporter di Arkeon

    Da predicatore vaticano a supporter di Arkeon

    Da predicatore vaticano a supporter di Arkeon
    Padre Cantalamessa, il frate che ha accostato lo scandalo pedofilia all’antisemitismo, è tra i supporter di un gruppo accusato di violenze sui minori.
    di Giovanni Maria Bellu

    Il processo è in corso a Bari. Gli imputati sono undici, accusati di reati quali associazione a delinquere, truffa, violenza privata, maltrattamento di minori. Il decreto che dispone il giudizio di Vito Carlo Moccia, inventore del metodo Arkeon, e presidente dell’associazione “Sacred Path”, è un repertorio di violenze psicologiche atroci. La più perfida consisteva nel fare credere agli adepti di aver subito nell’infanzia una violenza sessuale. Per questo si resta di stucco quando, nel leggere l’enorme materiale di documentazione sul “caso Arkeon”, si scopre che il più autorevole sostenitore di questa organizzazione è stato padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, il frate cappuccino che lo scorso 2 aprile, parlando in presenza di Benedetto XVI, ha scatenato uno scandalo planetario paragonando la campagna di stampa sulla pedofilia nella Chiesa con «gli aspetti più vergognosi dell’antisemitismo».

    È una storia complicata che si sviluppa in un lungo arco di tempo. Conviene, dunque, andare con ordine. Fondata da Vito Carlo Moccia nel 1999, l’associazione “Sacred Path” (cioè “il sentiero sacro”) nel Duemila, con l’invenzione del metodo Arkeon, assume la natura che l’ha portata in tribunale. Ma in quei primi anni opera con discrezione, aumentando proseliti e profitti attraverso un discreto passaparola. Ha anche una buona stampa. La popolarità televisiva arriva l’11 settembre del 2004. E quel giorno che il nome di padre Raniero Cantalamessa compare per la prima volta accanto a quello di Vito Carlo Moccia. Il predicatore dedica una puntata della sua rubrica televisiva “A sua immagine, le ragioni della speranza”, che va in onda tutti i pomeriggi del sabato su RaiUno, al metodo Arkeon e conduce un’intervista encomiastica a Moccia sul rapporto padre-figlio.

    Ancora del lato oscuro di Arkeon non si è parlato. Cantalamessa, dunque, potrebbe essere ignaro di tutto. Deve infatti passare un altro anno e mezzo prima che lo scandalo esploda. Il 20 gennaio del 2006, Maurizio Costanzo ospita nel suo “Tutte le mattine”, che va in onda su Canale5, la psicologa Lorita Tinelli, presidente del Cesap (Centro studi sugli abusi psicologici) e due ex adepti di Arkeon: un “maestro” e una “allieva”. La denuncia dei metodi di Moccia è precisa e circostanziata: le accuse che sono alla base del processo in corso a Bari per la prima volta diventano pubbliche. Ma Padre Cantalamessa non cambia idea. Al contrario. Un mese dopo a Milano, nella chiesa di S. Eustorgio, celebra una messa alla quale assistono Vito Carlo Moccia e centinaia di suoi discepoli. La cosa colpisce e sorprende quelli che già nutrono molti dubbi sulla vera natura di “Sacred path”. Perché il presentarsi come associazione non solo tollerata ma addirittura approvata dalla Chiesa è uno degli argomenti più forti di una campagna di proselitismo sempre più intensa: il numero degli adepti arriverà a sfiorare la ragguardevole cifra di ventimila.

    L’Unità è in grado di raccontare quale fu il comportamento di padre Cantalamessa quando alcune persone si rivolsero a lui per segnalargli specifiche tragedie familiari prodotte dal metodo Arkeon. L’autenticità di questi documenti – che aiutano a ricostruire quale retroterra culturale e anche spirituale ci sia dietro la clamorosa gaffe su pedofilia e antisemitismo – è certificata. Sono stati, infatti, prodotti dai legali di Vito Carlo Moccia a sostegno di un atto di citazione contro il Centro studi sugli abusi psicologici. In sostanza Moccia, per difendersi, ha chiamato in causa – e difficilmente può averlo fatto senza esserne stato autorizzato – il predicatore della Casa pontificia. «Reverendo Padre», comincia così la lettera di un “musicista e studioso cattolico” di Rovereto (abbiamo i nomi degli autori di tutte le missive citate, ma li omettiamo per evidenti ragioni di discrezione, nda), il quale segnala a Cantalamessa il caso di una sua conoscente madre di un ragazzo che «da qualche tempo frequenta il movimento». «È preoccupata – scrive – perché il figlio «crede ciecamente ai poteri di Moccia, è aggressivo, ha abbandonato la fede e la parrocchia, sostiene la non divinità di Cristo e la sua equiparabilità ai vari profeti e santoni della storia. Sostiene, e qui sta il problema, che il movimento e il Moccia sono “benedetti” da lei padre Cantalamessa che di recente avrebbe celebrato una Santa messa con i diaconi di S. Eustorgio in Milano con il gruppo condividendone gli intenti». Quindi l’autore della lettera chiede al predicatore della Casa pontificia «il giusto consiglio da dare a quella mamma che da poco ha perso il marito e che, da buona cristiana, vorrebbe aiutare il figlio a recuperare la Verità e la Vita». La risposta arriva poco più di due settimane dopo, il 24 marzo 2006.

    È una difesa accorata di Moccia e dei suoi metodi. C’è solo una vaghissima, e reticente, presa di distanze; «Non ho celebrato la messa per loro. Hanno chiesto di partecipare a una messa da me celebrata per la parrocchia di S. Eustorgio e sono stati accolti da me e dal parroco. Erano in 400 e hanno edificato tutti: molti si sono confessati e moltissimi hanno fatto la comunione». È vero. Cantalamessa, però, non dice che l’incontro con Moccia si protrasse oltre la celebrazione, proseguì nella sacrestia. Forse non sapeva, né immaginava, che quei momenti erano stati filmati e trasferiti in un Cd promozionale poi diffuso da “Sacred path”.

    Il successivo capoverso della lettera è significativo per le analogie che presenta con gli argomenti utilizzati da chi, all’interno della Chiesa, vorrebbe negare il problema della pedofilia. È la tesi del “caso singolo”. «Il campo in cui opera Vito – scrive Cantalamessa chiamando confidenzialmente per nome il capo di Arkeon – è delicato e non meraviglia che ogni tanto ci sia qualcuno che, per motivi umani spesso complessi e talvolta inconfessati, sparga sul suo conto le voci più allarmanti, giudicando da un caso singolo tutto il complesso dell’opera». Ma la vera sorpresa è alla fine: il predicatore della Casa pontificia non si limita a difendere il capo di “Sacred path” ma si premura di informarlo della denuncia che gli è stata confidenzialmente rivolta. In calce alla lettera c’è, infatti, una nota manoscritta: «Caro Vito, ti invio una lettera che ho ricevuto e la mia risposta, perché, penso, è giusto che sia informato. Con affetto ti abbraccio e ti benedico. P. Raniero».

    Qualche tempo dopo, a Cantalamessa giunge un’altra segnalazione allarmata. A inviargliela, il 5 aprile del 2006, è una signora di Magenta: «Molto reverendo padre, mi rivolgo a lei per chiederle aiuto. Una mia cara amica è disperata perché i suoi due figli, entrambi laureati e coniugati, con le loro rispettive famiglia hanno da tempo aderito ad una organizzazione che ha completamente stravolto in senso negativo la loro mente, il loro comportamento e il loro modo di vivere. Essi dicono di dover obbedire ad un certo “maestro”, fondatore e capo, rifiutano i contatti con la loro madre, non le lasciano avvicinare i nipoti. Seguono riti strani e pericolosi … L’organizzazione si chiama Arkeon».

    Il comportamento di padre Cantalamessa è sbalorditivo. Nella documentazione non c’è, come ci si aspetterebbe, la sua risposta. C’è invece (datata 19 aprile 2006) una lettera, scritta dalla stessa città, di un signore che poi è il marito dell’amica disperata della signora di Magenta. Questo signore, al pari dei due figli, ha aderito ad Arkeon o, almeno, ce l’ha in grande simpatia. E fa riferimento al contenuto della lettera inviata a Cantalamessa dall’amica della moglie. Come è potuto succedere? L’unica spiegazione è che anche questa volta Moccia sia stato informato e che abbia chiesto all’adepto di Magenta di scrivere qualcosa di rassicurante all’autorevole sponsor cattolico. [

    Nel giugno del 2006 viene avviata l’inchiesta giudiziaria. E a ottobre di quello stesso anno, il “caso Arkeon”, come ormai si chiama, riesplode sugli schermi. Questa volta in una puntata di “Mi manda Rai 3” dove sono presenti gli accusatori (tra i quali la psicologa Lorita Tinelli) e il leader degli accusati, Vito Carlo Moccia. C’è anche un ragazzo che racconta di essere stato obbligato a chiedere l’elemosina con appeso al collo un cartello con su scritto «sono schizofrenico». Sua madre in seguito racconterà di aver segnalato il dramma del figlio a padre Cantalamessa fin dal 2004, dopo aver assistito sgomenta all’intervista di Moccia nella rubrica del predicatore, e di non aver mai avuto risposta. L’immagine dell’associazione ne esce a pezzi davanti all’opinione pubblica. Ma, ancora una volta non davanti al predicatore della Casa pontificia. Ecco come risponde a una lettera inviatagli qualche giorno dopo da un’aderente al Cesap: «Ho visto la trasmissione e mi ha dato l’impressione di un penoso linciaggio. Agli accusati non è stato permesso di terminare una sola frase. C’è stato, mi sembra di capire, un caso di un operatore che ha effettivamente abusato della propria posizione che, però, è stato per questo sospeso (…) Non si dovrebbe fare di ogni erba un fascio. Chi si sognerebbe di voler mettere fuori legge la Chiesa cattolica o l’associazione degli psichiatri perché qualche loro membro ha abusato del suo ufficio?».

    Due mesi dopo, il 30 dicembre 2006, si verifica l’evento televisivo più importante. E anche più significativo rispetto ai rapporti tra Cantalamessa e “Sacred path”. Nella settimanale puntata della sua rubrica, il predicatore pontificio manda in onda la registrazione di un’intervista. Nello schermo appare una giovane coppia con un bambino di circa tre anni tenuto in braccio dal padre. Il padre dice di chiamarsi Luca, afferma di «essere stato» omosessuale e di essere «guarito» grazie ad Arkeon. Curiosamente, nel presentare il filmato, Cantalamessa non nomina l’organizzazione ma la definisce semplicemente «gruppo di sostegno». Né, naturalmente, dice chi ha realizzato il filmato, né di chi è la voce fuori campo che pone a Luca domande sul suo percorso. Eppure lo conosce benissimo: è, infatti, Vito Carlo Moccia.

    La puntata non passa inosservata. E non solo perché, in seguito, molti riconosceranno in quel Luca il «Luca era gay» della canzone di Povia. Interviene il garante della privacy che rivolge alla Rai e al conduttore un ammonimento per aver violato le regole deontologiche che tutelano i minori. Il bambino di Luca non solo era perfettamente riconoscibile ma, osserva il garante, ha dovuto assistere a un’intervista che riguardava «anche aspetti estremamente delicati relativi a vissuti dolorosi di uno dei genitori: gli abusi sessuali subiti da parte di un familiare». Se potevano esserci ancora dei dubbi sulla gravità e sulla serietà delle accuse a “Sacred path”, essi vengono a cadere il 10 ottobre del 2007 quando a Moccia e agli altri dirigenti vengono notificati gli avvisi di garanzia. La notizia fa clamore e la tv torna ad occuparsene.

    Questa volta è Striscia la notizia che scopre e manda in onda spezzoni dell’intervista-spot a Moccia andata in onda nel 2004. L’effetto è sconvolgente per il contrasto tra la figura del predicatore e i fatti raccontati dai testimoni. Cantalamessa è costretto a intervenire. È una presa di distanze imbarazzata e tardiva, come le scuse alla comunità ebraiche dopo la gaffe sull’antisemitismo. Scrive il predicatore: «Personalmente io non sono venuto a conoscenza di nessun abuso, che altrimenti sarei stato il primo a denunciare e condannare». È falso. Padre Raniero Cantalamessa fu informato dei comportamenti di “Sacred path” sicuramente nelle due lettere che abbiamo riportato. Non solo non fece alcuna denuncia ma, come abbiamo visto, informò il capo dell’organizzazione. Proprio come quei prelati che, davanti alle denunce di casi di pedofilia, non si rivolsero alla magistratura ma alle autorità ecclesiastiche gerarchicamente superiori.
    09 aprile 2010

  • “Il corpo della Claps scoperto mesi fa “Il mistero scuote la diocesi di Potenza

    “Il corpo della Claps scoperto mesi fa “Il mistero scuote la diocesi di Potenza

    27/3/2010 (8:8) – COLLOQUIO “In chiesa omertà e coperture”

    “Il corpo della Claps scoperto mesi fa “Il mistero scuote la diocesi di Potenza

    Caso Claps, l’ex arcivescovo: «L’assassino non ha agito da solo, chi sa ora parli»

    GIACOMO GALEAZZI CITTA’ DEL VATICANO

    Denuncia «un’evidente omertà e un silenzio inquietante», esorta a «far chiarezza e stringere il cerchio sui pochi che avevano libertà di movimento alla Santissima Trinità», riconosce che «qualcuno ha abusato della fiducia dei sacerdoti che allora gestivano la chiesa». Quando Elisa Claps scomparve, Ennio Appignanesi era arcivescovo di Potenza e, sul ritrovamento del corpo della ragazza, le sue parole hanno un peso pari alla prudenza e saggezza che tutti in Curia gli riconoscono.

    «Vanno distinti i tempi e il grado di responsabilità – spiega monsignor Appignanesi -. A Potenza ho conosciuto gente straordinaria, ma un’ombra pesa sulla città. L’ambiente alla Santissima Trinità era ristretto e qualcuno può essersi infiltrato in parrocchia approfittando della libertà concessa ai gruppi parrocchiali e culturali». Un malessere condiviso anche dall’attuale responsabile della diocesi lucana, Agostino Superbo, vicepresidente Cei ed ex capo dell’Azione Cattolica, secondo il quale «alcuni aspetti meritano un approfondimento, come ho detto al questore». L’impressione è che qualcuno si sia approfittato della fiducia del parroco della Santissima Trinità, don Domenico Sabia, morto due anni fa dopo quattro decenni nei quali ha avuto la responsabilità della chiesa. Osserva Appignanesi: «Per nascondere così un cadavere non basta una persona. Sembra opera di più persone legate tra loro da un vincolo: un’omertà da manuale». E infatti non si è saputo nulla.

    Se per diciassette anni il cadavere della ragazza è rimasto nascosto alla Santissima Trinità, evidenzia, «la colpa non è certamente della vigilanza attuale». E, rispetto all’ipotesi che due addette alle pulizie avessero comunicato mesi fa al nuovo parroco la presenza dei resti, l’arcivescovo sottolinea che «se è accaduta una cosa del genere e si è taciuto, siamo di fronte ad un silenzio inquietante». E aggiunge che, però, «l’omertà parte da lontano e pesa sull’intera vicenda». Man mano che emergono dettagli, puntualizza Appignanesi, «il mio dolore aumenta», perché «quella è stata una pagina terribile nella mia vita di vescovo e la parentesi più brutta». Ricorda che era «praticamente all’inizio del mio mandato» e che «da subito percepii sicuramente un clima omertoso, di coperture».

    L’arcivescovo si augura che «adesso chi sa parli, si faccia vivo». La cerchia, avverte, si sta restringendo: «Si valuti con attenzione e scrupolo tra le persone che a quel tempo potevano avere libertà di movimento». Infatti, «non a tutti è dato di trasportare una persona o un morto sino al controsoffitto di una chiesa». Collaborare con i magistrati, risalire a eventuali coperture, fuori o dentro la Chiesa, è divenuta una priorità per le gerarchie ecclesiastiche. Nella bufera delle polemiche il caso Claps è divenuto un caso di primaria importanza anche per l’intera Chiesa. In diocesi come in Curia, la parola d’ordine è «fare giustizia e ricostruire la fiducia». Che vengano a galla eventuali complicità di esponenti della Chiesa sarebbe comunque meno dannoso piuttosto che alimentare ulteriormente e far dilagare una sensazione di connivenza e incoerenza con i continui appelli alla legalità rivolti dai vescovi soprattutto nel sud.

    www.lastampa.it/redazione/cmsSezion…53543girata.asp

    «Così il fratello di Elisa minacciò di ammazzarmi»

    Sta riprendendo una brutta piega il caso Claps. Esattamente come all’indomani di quel 12 settembre 1993 di 17 anni fa, quando di Elisa si perse ogni traccia. All’epoca una sfilza di errori (che la famiglia Claps non esita a definire «depistaggi») allontanò la verità, tanto da non poterla più raggiungere. Oggi, purtroppo, la storia sembra ripetersi. Dal 17 marzo – giorno del ritrovamento «ufficiale» del cadavere di Elisa nel sottotetto della Santissima Trinità di Potenza – stiamo assistendo infatti a un repertorio imbarazzante di ingenuità che non risparmia nessuno: investigatori, religiosi, gerarchie ecclesiastiche e mezzi di informazione.
    L’ultima dichiarazione choc l’ha fatta ieri il vescovo di Potenza, Agostino Superbo. Alla domanda: «Perché il viceparroco della Santissima Trinità dopo aver saputo, fin da gennaio, da due donne delle pulizie che nel sottotetto della chiesa giacevano i resti di un cadavere non avvertì nessuno?», monsignor Superbo ha risposto: «Forse aveva pensato che si trattasse di uno scherzo…».
    Uno «scherzo»? Ma come, due donne trovano un corpo umano rannicchiato nel buio, avvertono il prete e quest’ultimo, invece di chiamare immediatamente il 113, pensa a uno «scherzo»? E continua a pensarlo per oltre due mesi, decidendo di parlare col vescovo (e non con la polizia) solamente all’indomani del rinvenimento dello scheletro mummificato di Elisa da parte di un operaio incaricato di riparare le infiltrazioni del tetto.
    Idee confuse anche nella questura di Potenza, dove la strategia comunicativa del «dico e non dico…» e del «non smentisco e non confermo…» sta creando più di un equivoco. 
    Segnali contraddittori pure dalla Procura di Salerno e dai periti tecnici di Bari. Un caso emblematico? La fuga di notizie sulla «violenza sessuale» subìta da Elisa: una circostanza che è stata data per «certa» anche se i risultati dell’autopsia si avranno solo tra una quindicina di giorni. Una corsa allo «scoop» piuttosto discutibile. Ma si sa che quello mediatico è un meccanismo ad altissimo rischio.
    Un altro esempio viene dal quotidiano Il Riformista che – forte di una documentata inchiesta dedicate nell’estate scorsa proprio al caso Claps – ieri ha ripubblicato una vecchia email inviata al giornale da Danilo Restivo, al momento l’unico indagato per il delitto di Elisa. Titolo dell’email: «Suo fratello mi minacciò. E se lo denuncio, sarà arrestato». Chiariamo. «Suo fratello» sarebbe il fratello di Elisa, Gildo Claps, che avrebbe addirittura «minacciato di morte» Danilo, tendendogli un agguato davanti al suo appartamento in Inghilterra. Siamo alla follia: Restivo che cerca di accreditarsi come una «vittima» della «violenza» della famiglia Claps, indicata come mittente di «una busta contenente due proiettili» spedita a casa Restivo.
    Ma la delirante ricostruzione di Restivo non si ferma qui: «(…) Qualora decida di muovere accuse contro il Signor Claps, lo stesso Claps si troverebbe ad essere arrestato con un mandato di cattura internazionale. Il motivo per cui non ho voluto parlare con il Claps è perché Claps poteva essere armato di pistola. Le minacce verbali di morte che Claps ha lanciato sono state registrate telefonicamente al 999 e archiviate con numero di incidente 02/281 (…)». Il testo della lettera è molto più lungo, ma ci fermiamo qui perché sarebbe avvilente dare ulteriore spazio a simili farneticazioni.

    Fatti e non farneticazioni sono invece gli svariati tentativi di depistaggio messi in atto negli anni da Restivo, un atteggiamento così penalmente rilevante da essere stato cristallizzato dalla magistratura potentina in due sentenze di condanna per falsa testimonianza: 9 mesi in primo grado; 2 anni e 8 mesi in appello. Ora, dopo il ritrovamento del cadavere di Elisa, dovrà aprirsi un nuovo processo: questa volta con un’accusa ben più grave, omicidio volontario.

  • APRE IL PROCESSO CONTRO LA SETTA ARKEON: PROMETTEVANO DI CURARE I GAY

    APRE IL PROCESSO CONTRO LA SETTA ARKEON: PROMETTEVANO DI CURARE I GAY

    Ordine degli psicologi e Arcigay parti civili per la vicenda del ragazzo fermano
    venerdì 19 marzo 2010 , di il Resto del Carlino

    di FABIO CASTORI

    UMILIAZIONI, manipolazioni mentali, violenze di gruppo, conti bancari prosciugati ed esperienze terrificanti per trovare la strada’ per guarire da tumori, Aids, infertilità, problemi spirituali, affettivi e matrimoniali. Erano più di diecimila le persone pronte a sopportare tutto questo in nome del metodo Arkeon, la più grande piscosetta mai esistita in Italia fino ad oggi. Si è aperto ieri, davanti al collegio penale del tribunale di Bari, il processo agli 11 guru finiti alla sbarra dopo anni di indagini della Digos. Tutti dovranno rispondere, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere, truffa, esercizio abusivo della professione medica, violenza sessuale, maltrattamenti di minori e incapacità procurata da violenza. Gli imputati hanno preferito non presentarsi in aula, inviando a rappresentarli gli avvocati difensori. Presenti, invece, associazioni e privati che si sono costituti parte civile per il risarcimento dei danni causati dalla setta. Tra questi il Centro studi abusi psicologici Cesap, l’associazione dei familiari delle vittime delle sette Favis, il Codancons e la psicologa Lorita Tinelli. A loro si sono aggiunti ieri anche l’Ordine degli psicologi e l’Arcigay. Quest’ultimi sono entrati in ballo dopo il caso del 18enne fermano che il padre avrebbe fatto curare dalla setta per la sua omosessualità. Tra le vittime di Fermo anche un uomo, deceduto a causa di un tumore, che avrebbe abbandonato la famiglia e le cure mediche per seguire il percorso di Arkeon. Il primo colpo di scena del processo è arrivato quando gli avvocati difensori hanno presentato la lista dei testimoni: ben 275 persone, tutti adepti di Arkeon. Momenti di tensione all’ingresso in aula delle telecamere di Striscia la Notizia’ e delle moltissime televisioni presenti. Gli avvocati di Arkeon, infatti, sostenendo di voler evitare che il processo si trasformasse in un fenomeno mediatico, hanno chiesto l’allontanamento dei cameraman e dei fotografi. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 1999 e il 2008, durante il quale, secondo l’accusa, la setta truffava gli adepti (tra loro anche moltissime persone del Fermano) costringendoli a partecipare a costosi seminari, convincendoli che solo in questo modo sarebbero guariti da tumori, aids, infertilità, disagi di qualsiasi genere oppure da problemi spirituali. Tra gli esercizi’ richiesti c’era quello di travestirsi e andare a chiedere l’elemosina per strada o sottoporsi a percorsi no limits’, durante i quali, sempre secondo le denunce presentate, si sarebbero consumate violenze di gruppo.

    www.gaynews.it/view.php?ID=84310

    Diffamarono i testimoni, 47 indagati
    Sotto accusa gli adepti dell’Arkeon
    La setta psico-satanica prometteva attraverso i suoi corsi di poter risolvere problemi psichici e malattie gravissime
    Investigatore. Il dirigente della Digos di Bari, Stanislao Schimera.

    Investigatore. Il dirigente della Digos di Bari, Stanislao Schimera.

    BARI — Quarantasette avvisi di garanzia sono stati notificati dai poliziotti della Digos di Bari ad adepti dell’associazione «Arkeon» responsabili di diffamazione in concorso. Il pm inquirente Francesco Bretone ha accertato che gli indagati hanno denunciato, pur sapendo della loro innocenza, coloro che pubblicamente avevano segnalato gli abusi subiti dai responsabili di «Arkeon». In particolare le vittime intervenute durante alcune trasmissioni televisive. Il leader del gruppo, Vito Carlo Moccia, – secondo la Digos – avrebbe convinto i suoi seguaci a denunciare i loro accusatori fornendo addirittura un modello di denuncia da utilizzare.

    La setta psico-satanica radicata in mezza Italia che prometteva attraverso i suoi corsi a pagamento di poter risolvere problemi psichici, malattie gravissime, ricongiungimenti con la persona amata, è stata smascherata nel 2007 dalla Digos di Bari e nei giorni scorsi è iniziato il processo. Secondo gli inquirenti il maestro Moccia (aveva fondato l’associazione «The sacred Path» il 4 giugno del ’99) era un truffatore che utilizzando tecniche ispirate alle filosofie orientali del Reiki, reinventate da lui e dal suo gruppo, in dieci anni è riuscito a ingannare migliaia di persone, tra cui anche professionisti. Per partecipare ai seminari di «Arkeon», il costo minimo si aggirava sui 260 euro fino a 20 o 30 mila euro (a seconda del livello), ma una coppia del nord Italia per risolvere la crisi coniugale ha sborsato 200 milioni delle vecchie lire. Nei seminari il Maestro faceva fare esercizi terapici che portavano alla spersonalizzazione e alla accettazione di qualsiasi indicazione venisse dal maestro.

    Angela Balenzano
    26 marzo 2010

  • Elisa Claps/ Trovato corpo in una chiesa, forse e’ il suo

    Elisa Claps/ Trovato corpo in una chiesa, forse e’ il suo

    Mercoledi, 17 Marzo 2010 – 15:59

    Il corpo di Elisa Claps, studentessa 16enne scomparsa a Potenza il 12 settembre 1993, potrebbe essere quello rinvenuto nella chiesa Santissima Trinita’, nel centro della citta’. Ad avvertire la polizia sono stati gli operai di un’impresa che sta eseguendo dei lavori di manutenzione all’edificio. Sul posto sono stato fatti arrivare anche i genitori di Elisa Claps per cercare di individuare particolari utili al riconoscimento. Si parla in particolare di un occhiale che sarebbe appartenuto alla ragazza e trovato vicino al corpo. La polizia scientifica di Bari ha prelevato un campione dei resti per confrontare il Dna.

    Il presunto colpevole potrebbe aver ucciso ancora: in gran bretagna nel 2002
    Caso Claps, un mistero lungo 17 anni
    Elisa Claps scomparve a Potenza nel ’93: si pensava fosse stata uccisa e c’era anche un sospettato, Danilo Restivo

    il presunto colpevole potrebbe aver ucciso ancora: in gran bretagna nel 2002

    Caso Claps, un mistero lungo 17 anni

    Elisa Claps scomparve a Potenza nel ’93: si pensava fosse stata uccisa e c’era anche un sospettato, Danilo Restivo

    La madre di Elisa Claps con la foto della figlia (Today)
    La madre di Elisa Claps con la foto della figlia (Today)
    MILANO – Un mistero lungo quasi 17 anni quello di Elisa Claps, la ragazza di Potenza che scomparve nel nulla, senza lasciare tracce, il 12 settembre del 1993. Le ricerche scattarono subito ma della giovane, che allora aveva 16 anni, non sono mai approdate a nulla. Quel giorno – era una domenica – Elisa fu vista viva l’ultima volta nella chiesa della Santissima Trinità, in via Pretoria, intorno a mezzogiorno. Poi su di lei calò il più fitto mistero. Ed è proprio dalla chiesa della Ss. Trinità che a distanza di tanto tempo sono ripartiti gli investigatori, arrivando alla clamorosa scoperta di resti umani mummificati, ed effetti personali, tra cui un paio di occhiali. Resti che saranno sottoposti ad esami e sofisticatissimi test dagli esperti della polizia scientifica di Bari.

    LA RICERCA – L’ultimo ad aver visto in vita la giovane fu il potentino Danilo Restivo. Un particolare importante che emerge dalle carte processuali del giudizio che si celebrò dopo la scomparsa della ragazza, nei confronti di un’amica di Elisa, Eliana De Cillis, di un altro giovane, Eris Gega, e dello stesso Restivo, che poi fu condannato per falsa testimonianza. L’inchiesta sul caso Claps ripartì da zero due anni fa. Così negli scorsi mesi sono state effettuate delle ricerche anche con apparecchiature tecnologiche che sono in grado di leggere all’interno di corpi compatti cementizi la presenza di cavità o di nicchie, un radar utilizzato per trovare i covi dei latitanti e dei criminali, ma anche per trovare anfratti dove occultare un cadavere. La stessa famiglia Claps da tempo non ha più la speranza di trovare viva Elisa e concentra tutti i suoi sforzi nel tentativo di fare giustizia e di dare un nome ed un cognome a chi l’ha fatta sparire. Il caso-Claps è un’indagine complessa perchè troppi elementi, a volte contrastanti, sono sul terreno. Nemmeno questi accertamenti tecnologici avevano dato riscontro. Fino ad oggi.

    IL SECONDO OMICIDIO – Negli ultimi anni la vicenda di Elisa Claps si è intrecciata da un punto di vista investigativo con l’omicidio di una sarta, Heather Barnett, avvenuto a Bournemouth, nel Dorset, 200 km a sud di Londra. Fu trovata morta il 12 novembre del 2002 dai figli che rientravano a casa da scuola. Era nel bagno, con la testa fracassata, il seno mutilato e due ciocche di capelli non suoi nelle mani. Per questo omicidio tempo dopo è stato fermato ed interrogato il potentino Danilo Restivo che nel frattempo si era trasferito oltre la Manica per rifarsi una nuova vita, lontano da Potenza. Le indagini della polizia del Dorset sono sempre aperte e non hanno ancora portato ad un’incriminazione. La polizia inglese ha fatto un sopralluogo anche in Basilicata a conferma del legame che viene attribuito al caso di Elisa Claps. Nonostante tutta questa attivita, anche l’inchiesta inglese finora non ha portato a degli esiti.

    Redazione online
    17 marzo 2010

    http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_17/mistero-claps_0b91cc46-31d9-11df-b03c-00144f02aabe.shtml

    Elisa Claps: dopo 17 anni si cerca il cadavere sotto la chiesa. Due omicidi, tanti indizi e un grande sospetto mai provato

    Diciotto anni dopo la scomparsa di Elisa Claps le ricerche riprendono esattamente da dove sono cominciate il 12 settembre 1993. Si scava, infatti, nella chiesa della Santissima Trinità, nel centro storico di Potenza per cercare i resti della studentessa. Stando alle prime informazioni, alcuni operai, mentre lavoravano nella chiesa, hanno trovato un corpo mummificato e alcuni effetti personali, compreso un paio di occhiali e un orologio che potrebbero appartenere proprio alla Claps.

    Il giorno della sua scomparsa la ragazza aveva 16 anni. Quella domenica mattina Elisa esce di casa per andare a messa e ad una sua amica racconta di dover incontrare una persona, proprio nella chiesa dove adesso si scava. Elisa da quel momento svanisce nel nulla e gli inquirenti, quasi subito, identificano la persona con doveva vedersi. È Danilo Restivo, all’epoca dei fatti studente di giurisprudenza di 21 anni, innamorato e non ricambiato dalla Claps.

    Restivo conferma l’incontro ma dice di aver scambiato con Elisa solo due parole. Qualcosa, però, nelle sue dichiarazioni non convince gli inquirenti che incriminano il ragazzo per falsa testimonianza. Passano cinque anni e per Restivo arriva una condanna in appello a due anni e 8 mesi. Restivo, quindi, mente ma gli investigatori non trovano prove sufficienti di un suo coinvolgimento diretto nel delitto.

    Finita qua? No. Lo studente va a vivere a Bernemouth, un paese nel sud dell’Inghilterra. E nel 2002 gli investigatori inglesi bussano a casa dei genitori di Elisa. Nella cittadina inglese, infatti, è stata uccisa una donna di 48 anni, Heather Barnett. Un omicidio brutale: la donna viene colpita a martellate e poi l’assassino la mette nella vasca da bagno, le asporta i seni e le mette in mano una ciocca di capelli di un’altra donna. Cosa c’entra con Elisa Claps? Apparentemente nulla ma il principale sospettato è ancora una volta Danilo Restivo, che nel frattempo si è sposato e vive proprio di fronte all’appartamento della vittima.

    Gli indizi a suo carico non mancano: la Barnett prima di morire ha raccontato ad una sua amica che credeva le fossero state rubate le chiavi di casa da un vicino italiano. Non solo: Restivo è certamente stato a casa della vittima per chiederle di confezionargli una tenda. Ma c’è di più: diversi testimoni, fin dai tempi di Potenza, accusano il ragazzo di andare in giro sugli autobus a tagliare ciocche di capelli alle ragazze. E a Potenza, dai suoi coetanei, Restivo è soprannominato il “parrucchiere”. Per completare il quadro c’è una denuncia, risalente a quando “il parrucchiere” aveva 14 anni: Restivo, senza motivo apparente, lega e sevizia nel cortile della Biblioteca nazionale di Potenza due giovanissimi ragazzi, ferendoli con il coltello.

    A lasciare perplessi, però, sono anche le prime fasi delle indagini sulla scomparsa della Claps, caratterizzate da ritardi inspiegabili. Il giorno della scomparsa di Elisa, per esempio, Restivo non viene sentito dagli investigatori. Il giorno successivo, addirittura, se ne va da Potenza a Napoli per un concorso. Gli inquirenti non lo interrogano neanche lì e decidono di aspettarlo il giorno successivo alla stazione di Potenza ma il ragazzo scende prima e si presenta in Questura in compagnia del padre e del suo avvocato.

    E proprio il padre di Restivo gioca un ruolo ambiguo nella vicenda. Nipote di un importante ex ministro della Democrazia Cristiana, Maurizio Restivo è stato a lungo Direttore della Biblioteca nazionale di Potenza, oltre che pittore e saggista. Oggi Restivo senior vive a Erice nel Trapanese, ma a Potenza lo ricordano come un appassionato di Nietzsche superbo e fanatico del culto del “superuomo”.

    Protezioni o meno, Restivo, nonostante i sospetti, è ancora a piede libero. A Potenza non mette più piede anche perché più di una volta ha raccontato di aver ricevuto minacce. Il fratello di Elisa si è rivolto anche alla trasmissione televisiva “Chi l’ha visto” e qualche anno fa ha tentato la strada del blitz in Inghilterra per far parlare Restivo. Senza nessun risultato.

    Nel profilo psicologico di Restivo, oltre alla questione dei capelli, ci sono diverse zone d’ombra. Racconta un suo ex collega, Nicola, che Restivo durante l’orario di lavoro faceva continuamente la doccia, a tratti diceva frasi sconnesse e che un giorno, a Roma, ha avuto un attacco di panico dopo aver visto una volante della polizia. Un’altra conoscente, Paola, racconta che il ragazzo un giorno le disse: «Se mi arrabbio, sono capace di fare qualsiasi cosa di male a una persona».

    Nella storia della scomparsa di Elisa Claps, non mancano neppure i retroscena legati a criminalità organizzata e Servizi segreti. Nel 1999, per esempio, un pentito della malavita locale, Gennaro Cappiello punta il dito contro Michele Cannizzaro, il marito del Pm Felicia Genovese, titolare delle indagini.

    Cappiello accusa Cannizzaro di essere coinvolto nella scomparsa di Elisa Claps. Ma Cappiello non ha le idee troppo chiare. Prima afferma che Maurizio Restivo avrebbe dato un assegno di 100 milioni di lire a Cannizzaro affinché lo aiutasse a far scomparire il corpo di Elisa Claps . Poi tira fuori un’altra versione: Maurizio Restivo si sarebbe rivolto a Cannizzaro affinché intercedesse presso la moglie, titolare delle indagini sulla scomparsa di Elisa. Nel 2004, poi, dall’Inghilterra arriva alla redazione de Il Riformista dove Andrea Di Consoli segue il caso da anni, una mail in cui si dice che Danilo Restivo non può parlare perché è sotto ricatto dei Servizi segreti italiani. Che ci sia o meno il corpo di Elisa Claps sotto quella chiesa, insomma, le cose da chiarire restano ancora tante.

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/elisa-claps-cadavere-chiesa-restivo-288125/

  • PEDOFILIA: LOMBARDI, VICARIO SI DISCOSTO’ DA INDICAZIONI PAPA

    PEDOFILIA: LOMBARDI, VICARIO SI DISCOSTO’ DA INDICAZIONI PAPA

    E’ cominciato lo scaricabarile per salvare la faccia a Ratzinger

    http://www.agi.it/news/notizie/20100312191…ndicazioni_papa

    PEDOFILIA: LOMBARDI, VICARIO SI DISCOSTO’ DA INDICAZIONI PAPA

    (AGI) – CdV, 12 mar. – “Evidentemente il vicario generale si discosto’ dalle indicazioni avute dall’allora arcivescovo Joseph Ratzinger, che aveva disposto che il sacerdote in questione non svolgesse alcuna attivita’ pastorale”. Lo afferma il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, riguardo alla vicenda accaduta nel 1980 quando la diocesi di Monaco di Baviera accolse un prete sospettato di pedofilia al fine di fargli seguire una terapia. In proposito l’attuale arcivescovo Marx ha chiarito che “la decisione fu presa affinche’ l’abate H. potesse seguire una terapia”. “Questa decisione fu presa con l’accordo dell’allora arcivescovo Ratzinger”, afferma il comunicato, che sottolinea come “allontanandosi da questa decisione, tuttavia, l’allora vicario generale (vice dell’arcivescovo, ndr) lo impiego’ per una attivita’ senza limiti di cura di anime in una parrocchia di Monaco”. L’allora vicario generale, mons. Gerhard Gruber, “si assume per questa decisione sbagliata l’intera responsabilita’”. “La nota della diocesi di Monaco che e’ competente ed ha tutti gli elementi per ricostruire la vicenda e spiegare quali sono le responsabilita’ del caso – sottolinea padre Lombardi – chiarisce che il vicario generale del tempo che si assume ogni responsabilita’, perche’ era lui che aveva mandato il sacerdote sospettato di pedofilia nella cura pastorale”.