Un vescovo è stato accusato di due capi d’imputazione per stupro ai danni di una minorenne di età inferiore ai 16 anni.
La polizia dello Staffordshire afferma che le accuse contro David James Oakley, vescovo di Northampton, fanno seguito al suo arresto avvenuto nel settembre dello scorso anno. I reati sarebbero stati commessi nello Staffordshire tra il febbraio 2000 e il febbraio 2001, ha dichiarato la polizia.
Oakley, 70 anni, dovrà comparire davanti al tribunale di Cannock il 14 agosto.
In una dichiarazione, la diocesi cattolica di Northampton, che comprende il Northamptonshire, il Bedfordshire e il Buckinghamshire, ha confermato le accuse contro Oakley “a seguito di un’indagine su presunte violazioni dei diritti dei minori risalenti a tempo addietro”.
Ha affermato di riconoscere che il caso è “molto doloroso per tutte le persone coinvolte”, ma di non poter rilasciare ulteriori commenti a causa del procedimento legale in corso.
Secondo la diocesi, Oakley è nato a Stourbridge, nelle West Midlands, ed è stato ordinato sacerdote nel 1980.
Ha prestato servizio in diverse parrocchie all’interno dell’arcidiocesi di Birmingham prima di diventare vescovo di Northampton nel 2020.
Oakley fu anche, a un certo punto, uno dei favoriti per diventare capo della Chiesa cattolica in Inghilterra e Galles.
Le prove contenute negli ‘Epstein Files’ rivelano “preoccupanti e credibili abusi sessuali, traffico e sfruttamento sistematico e su larga scala di donne e ragazze”.
È quanto avvertono esperti delle Nazioni Unite che analizzato il caso Epstein si chiedono come come “una rete del genere abbia potuto prosperare così a lungo nel cuore delle élite politiche, economiche e mediatiche” di vari Paesi.
Secondo gli esperti Onu i file Epstein suggeriscono “l’esistenza di un’impresa criminale globale” che solleva “terrificanti implicazioni sul livello di impunità per tali crimini”. Alcuni dei fatti descritti potrebbero rientrare secondo il diritto internazionale, in condizioni di schiavitù sessuale, tortura, sparizioni forzate o crimini contro l’umanità.
Le indagini giudiziarie americane, sottolinea l’Onu, hanno gradualmente scoperto in capo a Jeffrey Epstein un sistema di reclutamento di ragazze giovani, spesso minorenni vulnerabili, sfruttate sessualmente in diverse residenze dei finanzieri, negli Stati Uniti e nei Caraibi. Gli esperti denunciano “gravi errori” nel processo di divulgazione delle notizie relative al caso e l’urgente necessità di procedure che tutelino le vittime, affinché “nessuno di loro subisca ulteriori danni”.
Infine, nonostante il numero di documenti divulgati, secondo gli esperti, sono state aperte poche nuove indagini, per questo chiedono la revoca del termine di prescrizione, che impedirebbe alcune azioni penali e indagini più ampie su possibili complicità. Sulla base dei documenti che hanno messo in luce legami tra Jeffrey Epstein e personalità di diversi altri paesi, tra cui Regno Unito, Norvegia e Francia, gli esperti avvertono che “nessuno è troppo ricco o troppo potente per essere al di sopra della legge”.
Hillary Clinton accusa Trump, ‘insabbiamento sugli Epstein Files’
Hillary Clinton ha accusato l’amministrazione del presidente Donald Trump di “insabbiamento” sulla gestione dei fascicoli relativi al defunto molestatore sessuale Jeffrey Epstein. “Fate uscire i fascicoli. Stanno procedendo a rilento”, ha detto l’ex Segretario di Stato americano alla Bbc a Berlino, dove ha partecipato all’annuale Forum Mondiale. La Casa Bianca ha insistito sul fatto che, pubblicando i fascicoli, hanno fatto “più per le vittime di quanto abbiano mai fatto i Democratici”. Alla domanda se Andrew Mountbatten-Windsor dovesse comparire davanti a una commissione del Congresso, Hillary Clinton ha risposto: “Penso che chiunque venga invitato a testimoniare debba testimoniare”. I Clinton dovrebbero comparire davanti alla commissione.
Bill Clinton comparirà il 27 febbraio e Hillary Clinton il giorno prima. Sarà la prima volta che un ex presidente degli Stati Uniti testimonia davanti a una commissione del Congresso da quando lo fece Gerald Ford nel 1983. Nessuno dei due Clinton è stato accusato di illeciti da parte di sopravvissuti agli abusi di Epstein, ed entrambi hanno negato di essere a conoscenza dei suoi reati sessuali all’epoca. I Clinton hanno chiesto che l’udienza si svolga in pubblico anziché a porte chiuse: “Ci presenteremo, ma pensiamo che sarebbe meglio farlo in pubblico”, ha detto Hillary Clinton alla Bbc. “Non abbiamo nulla da nascondere. Abbiamo chiesto ripetutamente la pubblicazione completa di questi documenti. Pensiamo che la luce del sole sia il miglior disinfettante”. L’ex candidata alla presidenza ha sostenuto che lei e suo marito venivano usati per distogliere l’attenzione da Trump. “Guardate questo oggetto luccicante. Avremo i Clinton, persino Hillary Clinton, che non ha mai incontrato quell’uomo”. Hillary Clinton ha affermato di aver incontrato Ghislaine Maxwell, la complice condannata di Epstein, “in alcune occasioni”.
L’ex presule è stato infatti chiamato in causa da altri quattro accusatori, come rivela oggi la Bbc, che nei mesi scorsi aveva innescato l’apertura da parte della polizia di un fascicolo penale attraverso un’inchiesta giornalistica corredata da diverse testimonianze.
La Chiesa del Galles ha ribadito il suo messaggio di scuse, affermando di essere «profondamente dispiaciuta» e chiedendo collettivamente perdono alle vittime «e a chiunque abbia sofferto o sia stato abbandonato a causa di nostre mancanze».
Lo scandalo fa riferimento anche alle negligenze e alle coperture attribuite a settori ecclesiastici di vertice, come per altri casi scoperchiati più o meno di recente, giunti pochi mesi fa a coinvolgere persino la massima autorità religiosa della Chiesa d’Inghilterra: Justin Welby, costretto a dimettersi dalla cattedra di arcivescovo di Canterbury per aver coperto in passato un vicenda analoga.
Nel caso di Peirce, la Bbc sottolinea come le prime segnalazioni sui suoi comportamenti fossero arrivati sui tavoli dei vertici della Chiesa locale fin dal 1986, 13 anni prima della sua nomina a vescovo di Swansea, senza produrre all’epoca alcuna azione concreta o approfondimento serio.
La rete italiana di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, Rete L’Abuso, ha dichiarato martedì che in Italia c’è ancora troppa “omertà” nei confronti dei preti predatori e che circa il 3,2% dei chierici sono abusatori.
Le reti di sopravvissuti in Italia e all’estero hanno affermato che il defunto Papa Francesco ha fatto più dei suoi predecessori per affrontare la crisi degli abusi che ha sconvolto la Chiesa globale, ma ancora troppo poco.
“Ci sono enormi lacune legislative in Italia, ad esempio non c’è l’obbligo di denuncia, mentre le gerarchie non hanno affatto rispettato gli appelli di Papa Francesco” contro la pedofilia, ha affermato il presidente di Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, in una conferenza stampa promossa dai familiari delle vittime di preti pedofili alla vigilia del conclave per scegliere il successore di Francesco.
L’ex Arcivescovo di Canterbury George Carey si è dimesso da sacerdote a causa delle accuse di aver gestito male un caso di abusi sessuali, ha riferito martedì la BBC, nell’ultimo scandalo che ha colpito la Chiesa d’Inghilterra nelle ultime settimane.
La BBC ha detto che Carey si è dimesso dopo che l’emittente lo ha contattato per le accuse di aver permesso al sacerdote David Tudor, che era stato bandito alla fine degli anni ’80 a causa di accuse di abusi sessuali, di tornare al ministero sotto supervisione.
Carey, che è stato il leader spirituale degli anglicani in tutto il mondo dal 1991 al 2002, ha contattato la Diocesi di Oxford il 4 dicembre per rinunciare al suo permesso di officiare, come ha riferito il quotidiano Telegraph.
La BBC ha detto che Carey ha scritto nella sua lettera di dimissioni che è stato un “onore servire”, e ha ringraziato “Dio per la sua duratura fedeltà”.
La Chiesa d’Inghilterra ha rifiutato di commentare. La Diocesi di Oxford non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento.
Tudor è stato bandito a vita dal ministero da un tribunale della Chiesa nell’ottobre di quest’anno, dopo aver ammesso una cattiva condotta sessuale.
Le dimissioni di Carey arrivano dopo che l’arcivescovo uscente di Canterbury Justin Welby si è dimesso il mese scorso per un caso separato, affermando di non essere riuscito a garantire un’indagine adeguata sulle accuse di abuso da parte di un volontario nei campi estivi cristiani di decenni fa.
Anche il leader entrante della Chiesa d’Inghilterra, Stephen Cottrell, l’arcivescovo di York, è stato invitato a dimettersi per la sua gestione del caso Tudor, esposto in un’inchiesta della BBC.
Cottrell dovrà prendere temporaneamente il posto di Welby come arcivescovo di Canterbury il mese prossimo. In una dichiarazione, ha affermato di non aver avuto le basi legali per sospendere Tudor fino a nove anni dopo, quando la polizia lo ha arrestato.
Nel cuore dell’estate, una lettera ha toccato particolarmente la redazione di Réforme, il giornale protestante francese. Così racconta in un articolo la giornalista Alice Papin. A 81 anni, Catherine (il suo nome è stato cambiato) confida di sentirsi stupita quando di leggere articoli «che mettono in luce i problemi degli ecclesiastici cattolici, problemi che vengono spiegati con il celibato imposto loro dai voti» perché lei stessa, da bambina, è stata vittima di abusi sessuali da parte di un pastore riformato in pensione, di circa sessant’anni, sposato, padre di quattro figli figlie e persino nonno. Ha raccontato di aver completamente seppellito questi fatti, riemersi vent’anni fa, al momento del suicidio di suo figlio, durante uno scambio con uno psicologo. «Ho continuato ad andare avanti nella vita senza pormi domande, senza sapere da dove venisse il mio disagio. Ho messo tutte le mie forze per adattarmi».
La storia di Catherine non è isolata all’interno del protestantesimo. Nel desiderio di riparare gli abusi sessuali commessi contro minori o persone vulnerabili, la Chiesa protestante unita di Francia (EPUdF) ha deciso di unirsi alla Commissione di riconoscimento e riparazione (Crr) alla fine di ottobre; una decisione annunciata in un comunicato stampa diffuso il 7 novembre. Questa scelta si inserisce nel quadro delle azioni intraprese a sostegno delle vittime di violenza, secondo Emmanuelle Seyboldt, presidente del consiglio nazionale dell’EPUdF: «Due anni fa, abbiamo creato una cellula di servizio di ascolto professionale e indipendente per combattere molestie, discriminazioni, abusi di potere e violenza all’interno della Chiesa. Alcuni mesi fa, i membri della cellula ci hanno raccontato della loro incapacità di sostenere le vittime di abusi di venti o trent’anni fa, che si aspettano qualcosa di diverso dal semplice ascolto da parte della Chiesa. Ci è sembrato allora fondamentale trovare persone competenti che li aiutassero a superare questi vecchi traumi».
Percorso di supporto
Diversi motivi hanno portato l’EPUdF a scegliere il Crr come organismo terzo, spiega Emmanuelle Seyboldt: l’esperienza di questa organizzazione, che ha sostenuto un migliaio di persone dalla sua creazione; l’importanza attribuita alla giustizia riparativa nel percorso di conciliazione, in coerenza con le convinzioni dell’EPUdF ; il fatto che il Crr è un ente del tutto indipendente dalla Chiesa, composto da membri di diverse fedi, anche protestanti, tutti reclutati per le loro competenze; e, infine, la straordinaria personalità di suor Véronique Margron, alla guida della Conferenza dei Religiosi e delle Religiose di Francia e iniziatrice della Crr. «La giustizia riparativa, che pone il dialogo al centro del suo approccio, sembra essere lo strumento più adatto per sostenere le vittime e consentire la chiusura di storie che, decenni dopo, continuano a perseguitarle», afferma Emmanuelle Seyboldt.
All’interno del Crr, le vittime delle persone che ricoprono responsabilità nell’EPUdF beneficeranno dello stesso sostegno di coloro che hanno subito abusi nella Chiesa cattolica. «Abbiamo ideato un programma di sostegno che cerchiamo costantemente di migliorare», spiega Antoine Garapon, presidente del Crr. Questo percorso si svolge in diverse tappe fondamentali: prima l’udienza, poi una valutazione effettuata da due referenti attraverso uno strumento di analisi che permette di misurare l’impatto della violenza sessuale sulla vita delle vittime, e infine la riparazione, decisa in assemblea plenaria da parte di una commissione. La riparazione avrà un tetto massimo di 60.000 euro. È importante non confondere risarcimento e riparazione. Il risarcimento, che mira a risarcire materialmente una perdita, non può applicarsi qui, perché non può riparare una vita spezzata da uno o più atti violenti. Ciò che offriamo è una forma di riparazione simbolica, un riconoscimento ufficiale dei fatti e della sofferenza che ne deriva. La cifra stanziata serve semplicemente a dare più peso a questa parola di riconoscimento.»
Nessuna “deriva sistemica”
Dal punto di vista finanziario, sarà la Chiesa protestante unita, a livello nazionale, a sostenere i costi della riparazione, e non le Chiese locali. Per quanto riguarda il processo di giustizia riparativa, le sue modalità saranno definite caso per caso, in un dialogo tra la vittima e l’organismo interessato (consiglio presbiterale, regionale o nazionale). Ci si può tuttavia chiedere perché l’EPUdF, prima di aderire al Crr, non abbia avviato un’indagine indipendente su larga scala, come avvenuto nella Chiesa cattolica attraverso la Commissione Ciase, per valutare l’entità degli abusi nel protestantesimo.
«Ogni vittima è una di troppo; per questo riconosciamo la responsabilità della Chiesa in questa violenza e stiamo adottando misure concrete, spiega Emmanuelle Seyboldt, sempre dalle colonne del giornale Réforme. Tuttavia, il funzionamento dell’EPUdF, caratterizzato in particolare dalla collegialità dei suoi organi e dalla limitazione dei mandati, sembra proteggerci da una deriva sistemica all’interno della nostra organizzazione. Ma la Chiesa protestante unita non è immune alla violenza, come la società francese.» Secondo Emmanuelle Seyboldt, dalla sua creazione, il numero di chiamate ricevute dall’unità d’ascolto riguardanti violenze passate contro minori o persone vulnerabili rimane molto limitato e «si conta sulle dita di una mano».
Fattori aggravanti
Ma le vittime scelgono sempre di farsi avanti? Per quanto riguarda la violenza attuale, gli abusi si potrebbero contare sulle dita di due mani o forse di più. «Quando affermiamo, come nel rapporto della commissione etica e società della Federazione protestante di Francia sulla violenza sessuale e spirituale, pubblicato nel febbraio 2023, che non esiste alcun abuso caratteriale sistemico all’interno del protestantesimo, questo non significa in alcun modo che questa violenza non esista tra noi», precisa Valérie Duval-Poujol, vicepresidente della Federazione protestante di Francia, impegnata nella sensibilizzazione sugli abusi spirituali e sessuali. Secondo la teologa battista gli abusi sono numerosi e, forse a causa della minore visibilità mediatica dei casi protestanti, la parola non è ancora stata del tutto diffusa. Osserva che, sul campo, pastori specializzati nel sostegno o psicologi incontrano ogni settimana le vittime. Se alcuni aspetti del protestantesimo possono limitare la violenza, ci sono anche, secondo Valérie Duval-Poujol, fattori aggravanti: rapporti di potere, una sopravvalutazione della figura pastorale posta a modello, tabù sulla sessualità o addirittura disuguaglianze tra uomini e donne.
La Commissione per il riconoscimento e la riparazione
La Commissione Riconoscimento e Riparazione (Crr) è stata creata nel novembre 2021, dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa (Ciase), che stimava in 320.000 il numero delle vittime di abusi sessuali da parte di religiosi e laici persone nella Chiesa cattolica tra il 1950 e il 2020. Questo rapporto ha suscitato uno shock ben oltre i confini della Chiesa di Francia. Allo stesso tempo è stata istituita l’Autorità nazionale indipendente per il riconoscimento e la riparazione (Inirr). Queste due organizzazioni indipendenti condividono lo stesso obiettivo: riconoscere e riparare questi massicci abusi. Tuttavia, la Crr prende in considerazione la violenza commessa all’interno delle congregazioni religiose, mentre l’Inirr si concentra su quella perpetrata dai membri delle diocesi della Conferenza episcopale di Francia.
Il Sinodo della Chiesa tedesca affronta a sua volta il tema degli abusi
Il tema degli abusi all’interno delle istituzioni ecclesiastiche sta avendo un grosso peso anche nel Sinodo della Ekd, la Chiesa evangelica in Germania, in corso fino a domani 13 novembre a Würzburg. La chiesa evangelica tedesca proprio un anno fa è stata scossa dalle dimissioni della sua presidente, la pastora Annette Kurchus, accusata di aver celato un caso di violenza sessuale all’interno della sua comunità.
L’Ekd, che federa chiese evangeliche e luterane tedesche per un totale di circa 25 milioni di persone, ha istituito negli scorsi anni un Forum sulla partecipazione alla violenza sessuale che durante il Sinodo in corso ha presentato un piano d’azione in materia.
Una delle misure raccomandate riguarda la revisione della politica di protezione dalla violenza dell’Ekd, che dovrebbe garantire standard uniformi di prevenzione, intervento e sostegno. La creazione di un ufficio di mediazione dovrebbe consentire un sostegno migliore e indipendente alle persone colpite. Un altro punto centrale è una profonda sensibilizzazione della Chiesa e della diaconia.
«Lo studio di revisione del forum ci ha dimostrato all’inizio dell’anno che non abbiamo ancora raggiunto il punto sperato in termini di trattamento e prevenzione», ha affermato la presidente del Sinodo Anne-Nicole Heinrich. «Sonograta che siamo riusciti a tradurre le raccomandazioni in misure concrete. Nella Chiesa protestante e nella Diakonia tutti sono ora chiamati a partecipare coerentemente all’attuazione, con tutte le nostre energie e senza se e senza ma».
Uno studio scioccante
Il riferimento è all’analisi fortemente voluta dalla stessa Ekd che lo ha finanziato tre anni fa con ben 3,6 milioni di euro di investimento, all’indomanidell’emergere di varie testimonianze di abusi raccolte nel tempo. Lo studio fa parte di un pacchetto completo di misure per la protezione dagli abusi e molestie sessuali, che il Sinodo Ekd ha deciso di adottare a novembre 2018 (avevamo parlato qui dei numeri inquietanti degli abusi anche in seno alla Chiesa evangelica in Germania). Da allora, la Chiesa evangelica ha istituito un consiglio consultivo per la protezione contro la violenza. Ci sono commissioni indipendenti nelle chiese regionali che riconoscono l’ingiustizia che si è verificata. La protezione contro la violenza è stata anche incorporata nei regolamenti legali tramite una direttiva transnazionale sulla protezione della violenza.
I dati sono effettivamente sconvolgenti: il team di ricerca indipendente ha identificato almeno 2200 vittime accertate, che sommate ai casi in fase di accertamento, potrebbero portare a oltre 9 mila i minori vittima di abusi nella Chiesa evangelica dal 1946 a oggi, con un numero di presunti abusatori che supererebbe le 3 mila unità. Un terzo fra loro sarebbero pastori e vescovi, gli altri operatori che lavoravano per organizzazioni legate alla chiesa, Diaconia in particolare.
«Il riconoscimento non è solo una questione di soldi», sottolinea Detlev Zander, portavoce delle vittime nel Forum. «Rappresenta un atteggiamento che la Chiesa dovrebbe e deve mostrare verso il mondo esterno. Il riconoscimento si riflette anche nel fatto che la Chiesa abbia il coraggio di intraprendere nuove strade».
Nella riunione di Würzburg il Sinodo vuole decidere anche altre misure che consentano di trarre conclusioni dallo studio presentato a gennaio sulla portata della violenza sessuale nella Chiesa protestante e nella diaconia.
In Inghilterra l’arcivescovo Justin Welby sulla graticola
Quanto il tema sia centrale per il futuro delle chiese, soprattutto per quanto riguarda la loro credibilità, lo dimostra anche il caso, scoppiato in queste ore, che riguarda l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, primus inter pares della Comunione anglicana. Caso che in realtà sarebbe già stato noto da tempo alle autorità ecclesiastiche; da qui le feroci critiche in corso.
L’arcivescovoWelby sta affrontando una crescente pressione per dimettersi dopo che una commissione indipendente chiamata a valutare l’operato in tema di abusi sessuali della Chiesa d’Inghilterra ha concluso in parte che Welby «poteva e avrebbe dovuto» denunciare le accuse alle autorità un decennio fa, quando venne a conoscenza per la prima volta di una losca vincerà di violenze.
La controversia si concentra su un’indagine sulle accuse di abusi contro John Smyth, accusato di attacchi «continui, brutali e orribili» su oltre 100 ragazzi e giovani uomini mentre frequentavano campi cristiani alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80. L’indagine indipendente è stata commissionata nel 2019 dal National Safeguarding Team della chiesa. I suoi risultati sono stati pubblicati e divulgati la scorsa settimana, il 7 novembre.
«Nonostante i notevoli sforzi compiuti da singoli individui per portare all’attenzione delle autorità competenti la portata e l’orrore della condotta di Smyth, anche da parte delle vittime e di alcuni membri del clero, le misure adottate dalla Chiesa d’Inghilterra e da altre organizzazioni e individui sono state inefficaci e non hanno né completamente esposto né impedito ulteriori abusi da parte sua», afferma il rapporto investigativo.
«Netta mancanza di empatia e tendenza a minimizzare la questione»
Il giorno della pubblicazione del rapporto, Welby ha rilasciato delle scuse pubbliche per non essersi assicurato che «la terribile tragedia fosse indagata energicamente» e per non aver incontrato rapidamente le vittime di Smyth.
Welby e altri alti funzionari della Chiesa d’Inghilterra sono venuti a conoscenza per la prima volta delle accuse di abusi contro Smyth nell’agosto 2013 (11 anni fa!), afferma il rapporto, ma «c’è stata una netta mancanza di empatia mostrata da queste figure di alto livello e una tendenza a minimizzare la questione, dimostrata dall’assenza di ulteriori interrogatori e follow-up».
La polizia inoltre ha aperto un’indagine penale su Smyth nel 2017 in risposta alle informazioni rese pubbliche quell’anno in un documentario televisivo. Smyth è morto nel 2018 all’età di 75 anni. All’epoca, si diceva che si trovasse in Zimbabwe e che fosse in procinto di essere estradato per affrontare le accuse in Inghilterra.
Ieri 11 novembre, Helen-Ann Hartley, vescova di Newcastle, ha chiesto le dimissioni di Welby.
«Penso che sia molto difficile per la chiesa, in quanto chiesa nazionale e consolidata, continuare ad avere una voce morale in qualsiasi modo, forma o aspetto nella nostra nazione, quando non possiamo mettere ordine in casa nostra per quanto riguarda qualcosa di così criticamente importante come gli abusi» ha detto Hartley alla BBC.
Separatamente, un membro del Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra, il reverendo Robert Thompson, ha lanciato una petizione su Change.org chiedendo a Welby di dimettersi. A ieri sera, aveva ricevuto più di 7.000 firme virtuali.
L’Episcopal News Service ha contattato l’ufficio stampa di Welby a Lambeth Palace per chiedere un commento e un portavoce ha rimarcato che «L’arcivescovo ribadisce il suo orrore per la portata dell’abuso di John Smyth. Welby si è scusato profondamente sia per i suoi fallimenti e omissioni, sia per la malvagità, l’occultamento e l’abuso da parte della chiesa in senso più ampio».
Welby, secondo la dichiarazione, «non era a conoscenza o sospettava delle accuse prima che gli venissero comunicate nel 2013» e non ha intenzione di dimettersi. Spera, tuttavia, che il rapporto investigativo supporti «il lavoro in corso per costruire una chiesa più sicura qui e in tutto il mondo».
Un storia nota da decenni
Un’indagine del 1982 condotta segretamente dall’Iwerne Trust, che finanziava i campi estivi, fu insabbiata. Il Winchester College, la scuola pubblica frequentata da molte delle vittime, proibì a Smyth di entrare nei suoi locali ma non denunciò i suoi crimini alla polizia.
Smyth si trasferì nello Zimbabwe, dove continuò ad abusare di ragazzi e dovette affrontare le accuse di aver ucciso un ragazzo di 16 anni in un campo estivo nel 1992. Il caso fu archiviato. Smyth si sposto quindi in Sudafrica, dove nel 2017 fu rimosso dall’incarico di leader della sua chiesa locale a Città del Capo dopo accuse di comportamento inappropriato.
Welby aveva incontrato Smyth quando faceva volontariato nei campi estivi dell’Iwerne Trust nel Dorset. Nel 2017 disse: «Per come lo ricordo, era un oratore affascinante, delizioso, molto intelligente e brillante. Non ero un suo caro amico, non ero nella sua cerchia ristretta o nella cerchia ristretta della dirigenza del campo, tutt’altro».
Il rapporto della scorsa settimana ha affermato che Welby «potrebbe non essere stato a conoscenza dell’estrema gravità dell’abuso, ma è molto probabile che avesse almeno un livello di conoscenza del fatto che John Smyth fosse motivo di preoccupazione».
Nel 2013, pochi mesi dopo che Welby aveva assunto il suo ruolo di arcivescovo, lui e altre figure di alto livello sono stati informati delle accuse. La scorsa settimana Welby ha riconosciuto di non aver «garantito che ciò fosse perseguito con la stessa energia e spietatezza di quanto avrebbe dovuto essere». È stato, ha detto, un «fallimento davvero vergognoso».
Da quando Welby è diventato arcivescovo, la Chiesa d’Inghilterra ha pubblicato una serie di rapporti sulla sua gestione dei casi di abusi. Quasi tutti hanno trovato prove di occultamento, insabbiamento e sforzi per contenere i danni alla reputazione.
La Chiesa d’Inghilterra ha investito denaro e risorse nei suoi sforzi per migliorare la tutela e correggere gli errori del passato. Ci sono stati alcuni miglioramenti, ma la maggior parte dei sopravvissuti afferma che nel complesso la risposta della chiesa è stata incoerente e spesso dannosa.
Ciò che contraddistingue questo caso è che Welby vi è personalmente coinvolto. Era nei campi estivi quando Smyth, un uomo che ammirava molto, metteva in atto i suoi abusi. Era in una posizione di potere quando i sopravvissuti si sono fatti avanti e non è intervenuto. La Chiesa d’Inghilterra ha tergiversato sulla revisione commissionata sui crimini di Smyth. Non c’è da stupirsi che le richieste di dimissioni di Welby stiano aumentando.
“Volevo denunciarlo perché quello che mi aveva fatto il monaco era un crimine, ma i miei genitori avevano paura”.
Così Miguel Hurtado racconta come , all’età di 16 anni, iniziò il suo lungo e doloroso percorso per essere riconosciuto vittima di abusi sessuali da parte di un monaco di un monastero cattolico situato alla periferia di Barcellona.
“Mia madre credeva che il gruppo cattolico di giovani scout dell’Abbazia di Monserrat fosse molto sicuro, ma sfortunatamente era un posto molto più pericoloso di quanto sembrasse”, spiega questo psichiatra catalano che oggi ha 41 anni e ha trascorso metà della sua vita cercando giustizia.
Sono passati più di due decenni in cui Miguel ha provato di tutto per denunciare quello che gli è successo: registrazioni segrete, un documentario, un libro, un incontro con Papa Francesco, una campagna per raccogliere firme e, naturalmente, fare terapia e relazionarsi la sua testimonianza alle autorità e alla stampa.
La sua perseveranza è stata tale che il suo caso di abuso è diventato uno dei più emblematici in Spagna.
Recentemente, l’Ufficio del Difensore civico di quel Paese ha pubblicato un rapporto realizzato da una commissione indipendente sulla pedofilia nella Chiesa cattolica spagnola. È il primo del suo genere e include la storia di Miguel.
Il rapporto stima che l’1,13% dell’attuale popolazione adulta spagnola abbia subito abusi da parte dei preti .
Questi dati contraddicono la versione della Chiesa che per anni ha affermato che quel Paese rappresentava un’eccezione rispetto alla gravità del fenomeno globale.
L’istituzione religiosa ha reagito al rapporto in modo frammentato e senza un chiaro consenso.
Mentre il presidente della Conferenza episcopale spagnola ha respinto sui social i dati estrapolati dal testo, la Conferenza spagnola dei religiosi (CONFER) ha diffuso un comunicato in cui ringrazia il lavoro svolto dal Difensore civico e si impegna a studiare le raccomandazioni del Difensore civico. denuncia e si scusa con le vittime.
L’indagine ufficiale spagnola è avvenuta perché nel 2022 diversi partiti politici hanno richiesto la creazione di una commissione per analizzare la questione.
Sostenevano, tra le altre cose, che a differenza dei paesi vicini come Francia e Portogallo, e di molti altri paesi nel mondo, la Spagna non ha ancora indagato formalmente sugli abusi della Chiesa.
BBC Mundo ha parlato con Hurtado di quel rapporto, ma anche della sua storia, del suo attivismo e del complesso processo che le vittime della pedofilia devono affrontare all’interno della Chiesa cattolica per denunciare e vedere fatta giustizia.
“Quello che pensavo era: se questo è stato fatto a me, avrebbe potuto essere fatto ad altri. Dobbiamo trovare un modo per fermarlo”.
Miguel aveva 17 anni quando arrivò a questa conclusione.
Il suo aggressore era il monaco Andreu Soler, che da più di 40 anni guidava un gruppo di giovani scout nell’emblematica abbazia di Montserrat, icona della cultura catalana.
Si erano conosciuti un paio di anni prima in quel gruppo, e il monaco era diventato poco a poco una guida spirituale nella quale il giovane Miguel aveva molta fiducia.
Tanto che confessò la sua angoscia nel rendersi conto di essere omosessuale.
“Gli ho detto che ero gay, che lo stavo accettando, che i miei genitori non lo sapevano e che ero preoccupato di come avrei potuto dirglielo.”
Da quel momento il comportamento del monaco cominciò a confondere Miguel.
Da un lato era un uomo rispettato dalla comunità, carismatico, molto preoccupato per il benessere dei giovani e che, inoltre, si mostrava interessato ad ascoltarlo e ad offrirgli una guida.
Ma, d’altra parte, era un uomo di 65 anni che cercava di restare solo con lui di notte e che gli diceva che se “lavorassero insieme, quegli impulsi omosessuali potrebbero essere curati”.
“Per me era una figura paterna e il suo discorso era: così come mi interessa il tuo benessere e cerco di darti consigli sulla famiglia, sugli amici, ti do anche consigli sull’educazione sessuale”.
Ma quei suggerimenti apparenti includevano tocchi che arrivavano a un livello superiore.
“Quando mi ha dato il bacio alla francese sono rimasta pietrificata. Ho stretto forte i denti perché non volevo che mi facesse questo. Non mi piaceva quello che stava succedendo e rimasi scioccato. “Non ho potuto reagire”
E poi è arrivata la chiarezza.
“La barriera di negazione che avevo avuto per tanti mesi è crollata. “Ho capito che ciò che stava facendo il monaco non faceva parte di un tentativo di fornire educazione sessuale ma era un abuso.”
“Quello che è successo è che ha approfittato di quelle informazioni riservate per iniziare ad abusare sessualmente di me.”
La denuncia
La prima persona che Miguel raccontò dell’abuso fu un altro monaco che notò che era strano e osò chiedergli cosa c’era che non andava.
All’inizio quel monaco si dimostrò empatico e comprensivo, ma quando Miguel volle dare seguito alla sua denuncia per scoprire quali avrebbero potuto essere i passi successivi, dovette affrontare il segreto.
“Aveva un atteggiamento più difensivo. Era come se fosse stato un gioco da bambini. Uno scherzo banale, gli dai una pacca sulla mano perché non lo faccia più e basta.”
Miguel capì che nella Chiesa non c’era la volontà di denunciare , né di denunciare i suoi genitori o quelli degli altri giovani, tanto meno di trovare altre vittime.
“Sono rimasto molto, molto scioccato perché non me lo aspettavo. Avere una persona che ti delude è difficile. Ma avere una seconda persona che ti delude e l’istituzione che ti delude è molto più difficile”.
Il passo successivo è stato dirlo ai suoi genitori, poiché erano i suoi rappresentanti legali.
Dopo averlo scoperto, la madre di Miguel decise di inviare una lettera all’abate principale lamentandosi dell’accaduto e del fatto che non era stata intrapresa alcuna azione.
“L’abate ha risposto dicendo che l’aggressore era stato trasferito in un monastero che l’ordine ha nell’interno della Catalogna e che non avrebbero più avuto questo tipo di problemi”.
“Era affettuoso, affettuoso, era preoccupato per il mio benessere e raccomandò a mia madre di non denunciarlo, che era meglio che se ne occupassero internamente perché se avesse sporto denuncia avrebbero dovuto chiamare un avvocato l’aggressore.”
Per Miguel, in quel momento l’insabbiamento istituzionale divenne chiaro.
“Hanno avuto la solita reazione. All’inizio negano, facendo finta di nulla, e quando la denuncia raggiunge un livello tale che è lì e non c’è modo di contenerla, risolvono il problema spostando l’aggressore in un altro posto all’interno della rete di istituzioni che ha la stessa Chiesa Cattolica”.
Ma Miguel aveva già chiaro che quanto accaduto era un crimine e voleva denunciarlo alle autorità spagnole. Il problema era convincere i suoi genitori.
“ I miei genitori avevano paura delle conseguenze , avevano paura dell’ostilità sociale, avevano paura che nessuno mi credesse. Avevano paura che l’Abbazia assumesse una buona squadra di avvocati che ci avrebbero distrutto dal punto di vista giudiziario”.
Ora stava affrontando la sua stessa famiglia.
“C’è stato un incidente e non mi hanno supportato quando ho presentato il reclamo. A quel tempo ero finanziariamente dipendente e i miei genitori non mi avrebbero sostenuto. “Ho provato a voltare pagina, concentrarmi sui miei studi e andare avanti con la mia vita.”
La goccia che ha riempito il bicchiere
Miguel si dedicò completamente agli studi di medicina e riuscì a raggiungere un alto rendimento accademico.
Cercò di dimenticare gli abusi, ma intorno al 2002, quando aveva 20 anni, venne alla luce lo scandalo della pedofilia nella chiesa cattolica di Boston, negli Stati Uniti.
L’inchiesta pubblicata in più puntate dal quotidiano The Boston Globe ha dimostrato non solo che erano molti i minori abusati dai preti, ma che la chiesa era responsabile di proteggere e coprire gli autori degli abusi.
“Questo mi ha commosso molto. Quegli stimoli provenienti dai telegiornali, dalla televisione, hanno fatto emergere e venire a galla il trauma rimosso. Mi sono trovato molto male. Non riuscivo a dormire”.
Miguel ha cercato aiuto. Conoscevo una fondazione che lavorava sugli abusi sessuali sui minori e offriva terapie di gruppo. Decise allora di contattare nuovamente l’Abbazia per chiedere un risarcimento.
“Ho scritto loro una lettera molto arrabbiata in cui li criticavo per come avevano gestito gli eventi. Ho detto loro che stavo male, che avevo bisogno di terapia, che non pensavo che i miei genitori avrebbero dovuto pagarla e che avevo bisogno di un compenso economico per pagarla”.
Questa volta l’istituzione ha risposto con una lettera del suo avvocato in cui si chiedeva un incontro, al quale Miguel ha partecipato in compagnia di un avvocato.
“Mi hanno fatto spiegare nuovamente l’abuso. “Credo che sia stato un confronto per confrontare quello che ho detto con quello che avevo scritto e vedere se la mia testimonianza era credibile”.
“Alla fine il mio avvocato e il suo avvocato hanno concordato un risarcimento molto basso, molto basso, di circa 7.200 euro (circa 7.600 dollari) per le spese terapeutiche. Non hanno voluto pagare direttamente con bonifico bancario per non lasciare la minima traccia. Mi hanno pagato in tre rate in buste e con banconote da 500 euro”.
Questo processo servì anche a convincere sua madre a unirsi alla sua causa .
“Quando mia madre ha visto che quando hanno chiesto un risarcimento, quella reazione molto pastorale è cambiata e hanno assunto un atteggiamento così ostile e legalistico, più tipico di una multinazionale, ha capito che l’avevano ingannata e che l’avevano usata”.
Miguel si è finalmente sentito sostenuto dalla sua famiglia e la terapia è stata il primo passo per iniziare ad affrontare il trauma dell’abuso sessuale . In questo processo ha capito che il suo aggressore era stata una figura paterna, che gli mancava, in un momento fondamentale della sua vita.
Ma col passare del tempo, ha voluto verificare che la chiesa avesse mantenuto la promessa di isolare il suo aggressore e ha deciso di cercarlo online.
“Ho scoperto che era morto. Ma ho anche scoperto che prima di morire, l’Abbazia di Montserrat aveva pubblicato un libro di ricordi con un prologo di Jordi Pujol, ex presidente del governo catalano.”
“A me è sembrata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stato l’ultimo insulto e ho capito che dovevo fare qualcosa”.
Era il 2011, Miguel aveva già 29 anni e conosceva meglio l’istituto che aveva di fronte.
Test
La prima cosa che Miguel ha fatto è stata attuare una strategia per ottenere prove che potessero supportare la sua testimonianza.
Ormai sapeva che molto probabilmente non gli avrebbero creduto e, anzi, lo avrebbero screditato.
Ha deciso di contattare nuovamente i vertici dell’istituzione cattolica. Ha inviato loro un’altra lettera chiedendo un incontro, al quale ha deciso di recarsi con una telecamera nascosta per registrare l’intera conversazione.
Miguel era incaricato di facilitare ulteriori incontri con diverse autorità cattoliche che erano a conoscenza del suo caso e che li registravano segretamente. Gli incontri si sono svolti nel corso di diversi anni.
“Il monaco Josep María Sanromá, al quale raccontai del mio abuso quando avvenne, si giustificò rivelando di aver spiegato all’abate di allora quello che era successo e che era stato l’abate a decidere di non fare nulla.”
“Con l’abate Josep María Soler, nominato quando avevo 18 anni, ho avuto due conversazioni. Ha detto che il mio aggressore aveva negato i fatti. Ma negli anni ’70 avevano sentito storie, voci di comportamenti sessuali inappropriati, quando era responsabile di un gruppo di giovani che si incontravano nei fine settimana per andare in un rifugio cattolico.
“Che non sapeva se fossero state prese delle misure oppure no, ma quando io, decenni dopo, gli spiegai cosa mi era successo, non fu colto di sorpresa.”
“E la giustificazione che mi diede riguardo al libro fu che lui come abate non sapeva che fosse stato pubblicato. “Che l’editore agisce in modo indipendente, ma che si è impegnato a ritirarlo dalla circolazione e a distruggerne tutte le copie.”
Con queste registrazioni Miguel era riuscito a ottenere la prova che i leader cattolici erano a conoscenza dei suoi abusi e non li avevano denunciati alle autorità.
Ma mancava un ultimo passo: restituire i soldi che gli avevano dato ufficiosamente per la terapia e dimostrare così che quelle transazioni erano esistite.
“Ho colto l’occasione per restituire i soldi e dirgli che erano soldi sporchi, che non li volevo e che mi avevano usato. L’ho registrato mentre lo restituiva .”
“E alla fine gli ho detto che mi avevano chiesto insistentemente di tacere, ma che in quella situazione non potevo più garantire che lo avrei fatto. Mi ha chiesto ancora di tacere perché l’abate di allora, quando ero minorenne ed era avvenuto l’abuso, era già molto vecchio e la cosa lo avrebbe turbato e gli avrebbe toccato molto”.
A quel punto Miguel cominciò a raccontare il suo caso in forma anonima ad alcuni media locali.
racconta tutto
“Ora che siamo adulti emancipati possiamo raccontare la storia degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica spagnola”, spiega Hurtado.
Nel 2019, a 37 anni, Miguel ha raccontato la sua storia al quotidiano spagnolo El País. Ha nominato il suo aggressore e coloro che presumibilmente lo avevano coperto, supportata dalle prove che aveva raccolto.
Nello stesso anno ha collaborato al documentario “Examen de Conciencia” , che denuncia il caso della pedofilia nella Chiesa cattolica spagnola, e che è stato ampiamente distribuito da Netflix.
“Ciò che mi ha motivato è che nella mia scala di valori, nella mia scala etica e morale, non era accettabile che un’istituzione, non importa quanto potere, prestigio o influenza abbia, si comporti in quel modo.”
«Si erano comportati come un’organizzazione mafiosa, come un’organizzazione criminale. A porte chiuse hanno tenuto un discorso sui valori cristiani umanisti, sulla cura dei più vulnerabili, sulla difesa dei diritti dei bambini e poi, a porte chiuse, hanno commesso milleuno crimini. “Sapevo che eticamente dovevo denunciare quanto accaduto e che era importante che si sapesse la verità”.
Dopo 20 anni di tentativi in modi diversi, a Miguel è bastato presentare una denuncia pubblica.
“Era l’unico strumento di potere che avevo. Quando ho avuto la prima crisi, mi sono consultato con un avvocato e lei mi ha spiegato che, secondo la legislazione allora vigente, la mia causa scadeva tre anni dopo la maggiore età, cioè a 21 anni. Legalmente non potevo fare nulla. Le porte della giustizia erano chiuse. Ed è quello che è successo nella maggior parte dei paesi del mondo”.
Ma la sua strategia ha dato i suoi frutti. Ha fatto parte del gruppo di attivisti provenienti da tutto il mondo che hanno partecipato al summit antipedofilia organizzato da Papa Francesco a Roma nel febbraio 2019.
Inoltre, le loro denunce pubbliche hanno incoraggiato altre vittime a raccontare le loro storie e, date queste prove, la chiesa ha deciso di condurre un’indagine interna per la quale ha convocato una commissione indipendente.
“Nel settembre 2019 hanno pubblicato i risultati e ciò che la commissione indipendente ha affermato è che il mio aggressore era un predatore sessuale. Che aveva abusato di almeno 12 bambini in 30 anni. E non solo, ma non è stato l’unico caso di abuso sessuale avvenuto a Montserrat”.
Miguel ha deciso, allora, di cominciare a concentrare il suo attivismo sulla questione dell’imprescrittibilità dei crimini sessuali contro i minorenni, poiché sostiene che la prescrizione legale è stata la grande alleata degli abusatori e degli occultatori.
Quell’idea si è concretizzata con la campagna “L’abuso non prescrive” sulla piattaforma Change.org.
“ Ho raccolto 560.000 firme e ci è voluto molto per suscitare l’interesse dei politici. Alla fine, nel 2021, è stata finalmente approvata una legge in cui il termine di prescrizione è stato esteso a 17 anni, in modo che le vittime abbiano 17 anni in più per denunciare, nei casi verificatisi dal momento in cui è iniziato il reato. “
Anche se il termine è stato prorogato, questi reati continuano a scadere in Spagna. Ecco perché ha chiesto consiglio ad altri paesi che hanno legiferato a favore dell’imprescrittibilità. La sua idea era quella di fornire elementi per il rapporto dell’Ufficio del difensore civico che avrebbe iniziato a essere preparato nel 2022.
“Ci sono altri paesi come Perù, Ecuador, Cile e Colombia che hanno già approvato la completa imprescrittibilità. Gli attivisti spagnoli continuano a lottare affinché i termini di prescrizione vengano completamente eliminati. “È una lotta molto dura e molto lunga perché i politici non ci sostengono molto”.
Il rapporto
Nel marzo 2022, il Congresso spagnolo ha incaricato il Difensore civico di creare una commissione indipendente da lui presieduta e di preparare un rapporto sulle denunce di abusi sessuali nella Chiesa cattolica spagnola.
Il 27 ottobre, un anno e sette mesi dopo quell’incarico, il difensore Ángel Gabilondo ha presentato al Congresso il lavoro di 779 pagine dal titolo: “Rapporto sugli abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica e il ruolo dei poteri pubblici. Una risposta necessaria”.
Per l’inchiesta la commissione ha raccolto le testimonianze di 487 vittime elencate nel testo in forma anonima.
Inoltre, nell’ambito della ricerca, è stato effettuato uno studio su un campione di 8.000 persone residenti in Spagna.
L’obiettivo era cercare di quantificare l’entità del problema e dai dati raccolti si è concluso che l’1,13% dell’attuale popolazione adulta ha subito abusi in Spagna da parte di religiosi cattolici.
“I media, estrapolando i dati, hanno fornito cifre di 230.000 vittime di pedofilia da parte di religiosi in Spagna e di circa 400.000 di abusi sessuali nelle istituzioni cattoliche”, spiega Miguel.
Il cardinale Juan José Omella, presidente della Conferenza episcopale spagnola (CEE) e arcivescovo di Barcellona, ha rifiutato questi numeri sul suo account X (ex Twitter).
Ha affermato che “le cifre estrapolate da alcuni media sono bugie e hanno lo scopo di ingannare” e ha assicurato: “Non ci stancheremo di chiedere perdono alle vittime e di lavorare per la loro guarigione”.
Il rapporto del difensore costituisce il primo rapporto ufficiale su questo tema nel paese europeo, che è stato criticato anche per il suo ritardo nel rispondere ad un fenomeno di interesse pubblico e su scala globale.
Questo ritardo è riconosciuto nel testo. “ Il nostro Paese è tra gli ultimi in Europa occidentale ad aver creato una commissione e ad aver prodotto un rapporto. Tra i paesi più vicini lo hanno già fatto sia la Francia (2021) che il Portogallo (2023).
“Ma molto prima, saltando i continenti, vale la pena ricordare che il Canada aveva già creato una commissione parlamentare nel 1989 e presentato un primo rapporto nel 1992 (ampliato nel 2007), seguito dagli Stati Uniti (2004)”
Per Miguel questo ritardo non è strano.
“ Per 40 anni la Spagna è stata una dittatura nazionale cattolica , dove il potere civile e il potere religioso erano fratelli siamesi. “Non si sapeva dove iniziasse l’uno e finisse l’altro, e c’è stata un’enorme resistenza da parte della stampa e delle autorità civili quando si è trattato di indagare su questi eventi.”
Ma la verità è che la Spagna ha già fatto un primo passo e Miguel ha contribuito in qualche modo a questo processo. Nella relazione del Mediatore, infatti, si passa in rassegna il suo caso e come il suo attivismo sia riuscito a mettere la questione all’ordine del giorno e ottenere la modifica dei termini di prescrizione.
“Ho chiesto a un team legale cileno molto potente, gli stessi che avevano redatto la legge cilena sull’imprescrittibilità, di scrivere un documento legale tecnico di 120 pagine che raccomandava una legge sull’imprescrittibilità in Spagna”.
“Ho consegnato quel rapporto alla commissione d’indagine del Difensore civico. “Ho avuto un incontro con Ángel Gabilondo per spiegargli la misura.”
Ma ha la sensazione di non essere stato ascoltato del tutto.
“Leggendo il rapporto si vede che le vittime in più occasioni e in più modi chiedono l’imprescrittibilità, ma continuano a non ascoltarci e continuano a non includerla nelle raccomandazioni”.
Miguel è concentrato nel realizzare quel cambiamento per contribuire, in qualche modo, alla tutela delle nuove generazioni.
“Il problema principale è che l’abuso sessuale sui minori è sempre un abuso di potere. E quanto maggiore è l’asimmetria tra il bambino e l’adulto, tanto più difficile è denunciarli e smascherarli come bambini o adolescenti.”
“Per poter raccontare la propria storia in modo sicuro e non subire ritraumatizzazioni secondarie, è essenziale avere potere .”
“Devi aver fatto terapia in molte occasioni. Devi aver raccontato la storia alla cerchia ristretta e trovare una cerchia che ti protegga e ti aiuti. Devi essere finanziariamente indipendente. “Devi avere risorse personali e finanziarie”.
E le condizioni descritte da Miguel vengono raggiunte, nella maggior parte dei casi, anni dopo che si sono verificati gli abusi.
“Le prove scientifiche ci mostrano che ci vogliono decenni prima che le vittime siano in grado di denunciare questi eventi . Ecco perché in gran parte del mondo sono in corso campagne molto attive per estendere o eliminare i termini di prescrizione per i reati di pedofilia”.
La lotta di Miguel è motivata da quel minore che era, che nessuno poteva proteggere dagli abusi e che è diventato un adulto che ha dovuto lavorare instancabilmente per affrontare il suo trauma.
“Quando invecchi, vedi l’impatto che l’abuso sessuale ha avuto sulla tua vita e confronti come è stata la tua vita e come sarebbe potuta essere se non avessi subito abusi sessuali.
“Devi piangere la perdita delle molteplici opportunità di cui hanno goduto altri ragazzi della tua età, ma che tu non hai potuto perché eri depresso, angosciato, traumatizzato, chiuso in una stanza senza vedere nessuno.”
“Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”
Matteo Zuppi
… Le botte poi invece le hanno date e a prendersele sono state ancora una volta le loro vittime.
Abbiamo cercato di fare chiarezza sui progressi della chiesa in tema di abuso sessuale su minori e persone vulnerabili aiutati da un dato a campione notevole, quello documentato attraverso i sopravvissuti che si sono rivolti all’Associazione durante i suoi 13 anni di attività unica in Italia.
EXECUTIVE SUMMARY
Quale livello di giustizia per le vittime è stato ottenuto?
Quale livello di sicurezza, prevenzione si è raggiunto?
Quale livello di controllo sulle gerarchie e coloro che insabbiano?
Quali differenze tra l’Italia e gli altri paesi?
Affidabilità della “linea italiana” della Cei ?
“La grande farsa italiana della CEI”
REPORT SULLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
OSSERVATORIO PERMANENTE della Rete L’ABUSO
Associazione italiana sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
Relatore Francesco Zanardi
-o-O-o-
Un’inchiesta durata più di un anno e decine di documenti che delineano un comportamento inequivocabile da parte delle gerarchie ecclesiastiche italiane, anche senza fare il paragone con quanto è invece stato fatto all’estero, in particolare in Europa.
Il campione in esame è di 332 casi, ovvero solo i casi che la Rete L’ABUSO ha trattato direttamente, quelli che abbiamo seguito passo passo al fianco delle vittime. Un campione quantitativamente e qualitativamente eccellente, persino eccessivo in quanto 100 casi sarebbero bastati.
L’arco temporale del campionamento va dal 2010, anno in cui nasce Rete L’ABUSO e inizia la raccolta diretta dei dati forniti dagli stessi sopravvissuti.
Non manca il dato attuale in quanto, dopo l’apertura degli sportelli diocesani, il riscontro aumenta con il ritorno di coloro che in buona fede si sono rivolti a quegli sportelli e poi insoddisfatti e in balia della rievocazione del trauma che ha funto da riattivatore, hanno cercato aiuto alla Rete L’ABUSO, permettendo all’Osservatorio di esporre anche il dato attuale, ovvero l’effetto del Motu proprio, nell’applicazione italiana.
Questo rapporto analizza quanto fatto dalla chiesa italiana nelle sedi giudiziarie canoniche che ricordiamo doverosamente, per quanto vengano chiamati tribunali, non sono equiparabili in alcun modo con i tribunali civili in quanto il parametro di valutazione è differente oltre che incompatibile.
Mentre nel tribunale canonico l’oggetto del procedimento è l’offesa a Dio, le violazioni dottrinali e via dicendo, nel procedimento del tribunale civile l’oggetto è il danno alla persona, cioè la vittima.
Premetto questo per evitare confusioni che potrebbero sorgere nel testo per via delle varie omonimie; quando si parla di condanna penale detentiva e risarcimenti alla vittima, questi vengono dal tribunale civile dello Stato italiano a seguito di una denuncia.
I tribunali canonici non infliggono questo tipo di pene in quanto il reato è “dottrinale”, quindi valuta il sacerdote imputato e la sua integrità nel rappresentare il ministero. In questo caso le pene massime sono di sospensione dal ministero fino alla (successiva) riabilitazione. Nei casi più gravi la riduzione dallo stato clericale.
In questo caso il risarcimento della vittima non è previso in quanto se pur quest’ultima ha subito una violenza, l’oggetto del processo è Dio e la vittima in questo caso è colei che consapevole o meno, ha contribuito all’offesa.
L’invito indispensabile nella lettura di questo rapporto è quello di fare come è doveroso la differenza tra quello che “è stato detto” e quello che “è stato fatto” concretamente.
-o-O-o-
Partiamo doverosamente dal 28 maggio 2022 quando, durante la prima conferenza stampa del neoeletto Presidente della CEI Matteo Zuppi, poniamo alcune perplessità sulla “Via italiana” contro gli abusi sessuali del clero illustrata dal Presidente della CEI.
Una Via italiana deludente in quanto qualitativamente e quantitativamente notevolmente inferiore a quella di tutte le Conferenze Episcopali non solo europee, che hanno utilizzato un arco temporale di indagine di 70 anni, sufficiente a prendere in considerazione (con un “trattamento umano”) tutti i casi dei sopravvissuti ancora in vita. La Via italiana invece risulta penalizzante e discriminatoria in quanto tratterà solo i casi dal 2000 a oggi, tagliando fuori migliaia di persone.
Altra anomalia della Via italiana di Zuppi è il fatto che, ancora una volta contrariamente alle altre Conferenze Episcopali, la commissione della CEI non sarà indipendente, perché utilizzerà organi esterni alla chiesa ma dipendenti in realtà da essa, e non si avvarrà né del coinvolgimento dello Stato, né di altri organi di controllo.
In parole povere la Conferenza Episcopale Italiana se la suonerà e se la canterà da sola in un solitario autoreferenziale censimento dei dati “scelti”, come vedremo escludendo persino le stesse le vittime e i moltissimi casi mai denunciati all’autorità ecclesiastica.
Gli impegni pubblicamente assunti dal cardinale Matteo Zuppi in conferenza.
Poche settimane dopo lo incontrerò a Bologna. Due incontri riservati, con spirito diplomatico al fine di tentare di avviare in virtù del Motu proprio un dialogo tra i sopravvissuti e la massima gerarchia a livello italiano. Il Presidente dei vescovi, di fatto coloro che hanno controllo sui singoli territori, le diocesi.
Il risultato fu piuttosto deludente in quanto non solo Zuppi non si spostò di un millimetro da quella linea controcorrente all’Europa e, in realtà anche alla stessa morale cattolica; ovvero la Conferenza Episcopale Italiana sceglie consapevolmente e rinuncia al perdono delle vittime, la maggior parte, quelle antecedenti all’anno 2000, escluse brutalmente dall’indagine interna.
Confermerà anche a differenza degli altri paesi che non ci sarà da parte della chiesa italiana alcun indennizzo ai i sopravvissuti, che a detta del cardinale, indurrebbe soltanto le vittime a denunciare.
Fu invece molto più “garantista” (come lui stesso si definisce) nei confronti dei sacerdoti accusati, della loro difesa e della loro riabilitazione, dimostrando uno squilibrio notevole verso le vittime. L’impressione è stata che la CEI facesse quasi “una cortesia ad interloquire con noi”.
Disattesa anche l’acquisizione di tutti i casi denunciati alla Rete L’ABUSO, malgrado volontà da parte dell’Associazione di accettare la richiesta avanzata in conferenza dallo stesso Presidente della Cei, in virtù della disponibilità offerta e delle stesse parole di Zuppi; l’aspetto morale non si prescrive.
Dopo la promessa di organizzare un incontro con monsignor Lorenzo Ghizzoni che non ci ha mai contattati, nessuno da parte della chiesa ha più voluto quei nomi.
Data l’indisponibilità della CEI a un qualunque possibile spazio di dialogo con i sopravvissuti, restammo disponibili ad una loro convocazione, ma non ritenemmo utile chiedere un terzo incontro.
Tuttavia le strade della Rete e quelle della CEI si incroceranno ancora quando nel 2022 mi reco ad Aversa per incontrare, insieme al padre di un 13nne abusato, il vescovo Angelo Spinillo. I motivi dell’incontro riguardavano in particolare una serie di apprezzamenti molesti fatti sui profili social del ragazzino, successivi alla misura di arresto domiciliare del sacerdote e apparentemente effettuati da un profilo “omonimo” di quello del prete. Le successive indagini della polizia giudiziaria ricondurranno quegli apprezzamenti molesti alla connessione internet della struttura dove il sacerdote è ai domiciliari, ma non venne approfondito dagli inquirenti chi, dei 6 tra ospiti e operatori, dall’interno della struttura avesse materialmente commesso i fatti.
La richiesta del padre del ragazzino era tuttavia banale; accertare i fatti e impedire al sacerdote l’utilizzo di internet, non solo per evitare altri equivoci, ma per una questione di buonsenso in quanto il prete era ai domiciliari con l’accusa di reati sessuali sul minore, quindi degno di un doveroso controllo da parte di chi si era assunto la responsabilità del controllo, al fine di evitare che potesse reiterare il fatto.
La risposta di Spinillo non fu di quelle esemplari per un vescovo, che dovrebbe avere l’autorità sui suoi sacerdoti. Rispose che non sapeva che cosa fare in quanto il sacerdote non riconosceva più l’autorità del vescovo…
Sarebbe stato un buon motivo per avviare un procedimento canonico, ma invece…
Pochi giorni dopo il rientro a Savona decisi di informare della situazione riscontrata ad Aversa il cardinale Zuppi, fiducioso che almeno in quella singola situazione potesse mettere mano con più autorità di quella che il vescovo Spinillo aveva saputo esercitare. Ma non fu così, anzi, fu il padre del ragazzo in fine ad essere definito “un rompiscatole” dalla Curia di Aversa.
Nella primavera del 2023 le strade della Rete L’ABUSO e quelle della CEI si incroceranno ancora quando a seguito di alcune segnalazioni pervenute dalla diocesi di San Remo, scriviamo al vescovo Antonio Suetta, nell’intento di segnalare come previsto dal Motu proprio, quanto in nostro possesso. Una segnalazione preventiva che va accertata e che secondo il Motu proprio può essere anche anonima ed effettuata anche non direttamente dall’interessato.
Ma in questo caso non sarà affatto anonima, anzi è ufficiale, da parte della Segreteria dell’associazione che la manda in copia anche al cardinale Zuppi in quanto i segnalanti lamentavano di aver già informato la chiesa, ma questa non era intervenuta.
La risposta del vescovo Suetta non si fa attendere e francamente è spiazzante.
Qualche giorno dopo anche il cardinale Matteo Zuppi risponderà alla collega (Cristina Balestrini, Segretaria dell’Ufficio di Presidenza), ma come il vescovo non pare per nulla interessato neppure a capire il contenuto delle segnalazioni, ma molto più attento ad “interrogare” la collega che ha inviato la missiva. Tenta di manipolare il dialogo con l’associazione e la invita a scrivergli da un indirizzo mail personale e non da quello della Rete L’ABUSO, sottolineando che preferirebbe un dialogo non ufficiale, cosa che ancora una volta nel contesto generale stride non poco con le dichiarazioni di trasparenza, vicinanza alle vittime e di dialogo con loro.
La collega acconsentirà per cortesia diplomatica solo alla prima richiesta ribadendo l’ufficialità degli scambi epistolari, per poi tornare a scrivere tassativa dalle opportune sedi e con la mail dell’Associazione nel suo ruolo di Segretario.
Le missive saranno diverse, una decina. Anche questa volta in nessuna l’accenno di voler acquisire quei dati, come fermamente affermato da Zuppi in conferenza, anzi, nell’ultima missiva inviata in copia questa volta al cardinale Zuppi ma indirizzata alla Nunziatura apostolica, alla quale segnaliamo l’accaduto, alleghiamo una delle ultime lettere di denuncia ricevute dalla Rete, circostanziata con dati verificabili, ma anonima, ed è proprio per questo che la alleghiamo.
Ma ancora una volta vi è un rifiuto da parte di Zuppi che commenta “io le lettere anonime le cestino”.
Facciamo ora un breve feedback di quanto emerso nella prima parte, in cui vediamo colui che è o almeno dovrebbe essere il maggior “vigile” sui vescovi italiani.
Abbiamo rigorosamente citato solo i vescovi attori nei casi in cui il Presidente della CEI ha interagito direttamente con noi, ma in realtà la mancata vigilanza e la compiacenza da parte della CEI che non contrasta la disapplicazione nonché l’elusione delle norme da parte dei vescovi, emerge come vedremo ovunque nella penisola italiana.
Eppure il Motu proprio prevede almeno sulla carta rigide sanzioni per i vescovi che insabbiano o non affrontano adeguatamente i casi, ma chi controlla e le applica?
…Per questo in premessa ho sottolineato l’importanza di notare la differenza tra quanto viene “detto” e quanto poi in realtà viene “fatto”.
Nella sostanza siamo di fronte a una serie di norme introdotte e rassicuranti per l’opinione pubblica e i fedeli, ma non troviamo un solo caso di applicazione in Italia; al contrario, ne troviamo a decine, tutti in violazione.
Mentre negli altri Stati vediamo come accaduto in Spagna la stessa Conferenza Episcopale acquisire neppure dalle vittime, ma da un quotidiano, i nominativi raccolti, in Italia questo non è stato possibile neppure alla presenza del Presidente dei vescovi italiani.
Mentre vediamo come in Svizzera le istituzioni religiose che denunciano i sacerdoti e cercano le altre vittime, in Italia neppure una associazione di vittime riesce nei fatti a fare una segnalazione, in quanto la chiesa fa ostruzionismo.
Mentre come in Francia la chiesa è disposta a vendere i suoi beni per indennizzare le vittime, in Italia dice Zuppi che sarebbe un incentivo a denunciare gli abusi alla chiesa.
La ovvia domanda è; a che servono quindi gli sportelli diocesani se non si vogliono accogliere denunce
-o-O-o-
I DATI SULLE DIOCESI ITALIANE CHE ARRIVANO DALLE VITTIME
Al fine di non ripetere nel corso dell’esposizione questo dato, lo daremo sottointeso nei punti che seguono in quanto emerge sistematico nei 332 fascicoli in nostro possesso e esaminati;
nel 100% dei casi è stata omessa la comunicazione da parte dell’autorità ecclesiastica alla Giustizia italiana;
nel 100% dei casi la chiesa non ha reso giustizia alla vittima neppure sotto l’aspetto morale;
nel 100% dei casi i sopravvissuti non hanno ricevuto soccorso medico adeguato, in praticamente tutti i casi nessuno ha ricevuto sostegno tranne incontri di natura “spirituale”, non classificabili tuttavia come soccorso o assistenza di carattere medico psicologica;
nel 100% dei casi non è stato dato nessun indennizzo da parte della chiesa, tranne in quei casi (circa l’8-9%) dove c’è stato l’interesse della chiesa ad un accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza. Casi che non possono essere accolti come indennizzi, non solo per la cifra indecorosa rispetto al danno (in genere 25.000€), ma per la finalità stessa per la quale quella cifra viene elargita, ovvero vincolare la vittima al silenzio lasciando il sacerdote “anonimo” e libero di poter reiterare.
nel 100% dei casi in cui c’è stata una condanna da parte della giustizia italiana o ecclesiastica (esclusi i sacerdoti deceduti o suicidi, quelli che hanno lasciato il sacerdozio o i pochi ridotti allo stato laicale dalla stessa chiesa) i sacerdoti sono sempre stati reintegrati in parrocchie dove è difficile non essere a contatto con minori anche quando c’è un decreto o una raccomandazione del vescovo.
Queste premesse, che emergono sistematiche da tutte le 332 schede, in Italia trovano fondatezza anche sugli organi di informazione, sempre in genere molto favorevoli a queste notizie incensanti verso la chiesa.
Ebbene, nemmeno la cronaca italiana documenta un solo caso contrario.
Tanto meno la Conferenza Episcopale Italiana, che nel caso l’avrebbe strumentalizzata come consuetudine all’inverosimile.
Esporremo ora alcuni tra i casi più significativi tra quelli recenti di insabbiamento da parte dei vescovi, ovvero registrati dopo l’entrata in vigore del Motu proprio, particolarmente espressivi delle gravi inadempienze e delle reticenze delle Gerarchie ecclesiastiche, alle quali come abbiamo visto non è estraneo neppure lo stesso Presidente della CEI.
Utilizzeremo casi di cui ci siamo occupati e noti sui media in quanto offrono la possibilità di essere verificati con facilità da chiunque.
Il 4 maggio 2022 la diocesi di Milano comunica a Daniela Cultrera, uno dei legali lombardi della Rete L’ABUSO che difende la vittima del sacerdote reo confesso Alberto Lucchina, a cui il tribunale canonico ha inflitto una condanna pari a cinque anni di sospensione, dalla quale sottolinea la curia, va detratto il periodo di indagine (un anno) in quanto – secondo le dichiarazioni – il sacerdote era stato sospeso, già dall’indagine previa .
Dichiarazioni che scopriremo totalmente mendaci, appurate persino dall’Autorità Giudiziaria, che dopo le indagini, malgrado i riscontri si trovò bloccata dalla prescrizione.
Si scoprirà in realtà che il sacerdote non ha fatto un solo giorno di sospensione e che all’inizio del processo canonico è stato spostato e gli è stata nuovamente assegnata una parrocchia, a Milano nel quartiere Isola. Ma la nostra assistita e vittima di Alberto Lucchina, non sa che Alberto ha un fratello, Maurizio, anche lui sacerdote. Non sa neppure che alla Rete L’ABUSO abbiamo una denuncia di abusi da parte di un’altra donna vulnerabile, con invalidità, che questa volta accusa il fratello di Alberto, Maurizio Lucchina.
Anche la Rete L’ABUSO ignora qualcosa che scopriremo solamente durante le indagini. Nel quartiere Isola ci sono due parrocchie adiacenti in una delle quali la chiesa di Milano ha nascosto dopo la condanna Alberto, nell’altra risiede Maurizio, il quale non è mai stato sottoposto neppure ad un’indagine previa, malgrado ci sia una querela all’autorità italiana e il caso sia uscito sui giornali.
La diocesi e il prete non hanno mai risposto neppure alle richieste di indennizzo avanzate dal legale della Rete L’ABUSO assegnato alla vittima di don Alberto, malgrado sia reo confesso.
Non risulta alcuna indagine per le violazioni a carico della diocesi da parte delle istituzioni ecclesiastiche.
A Enna, nel corso del processo a carico di Giuseppe Rugolo, accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di alcuni parrocchiani minorenni, emergono dalle intercettazioni della Procura inequivocabili ammissioni da parte dello stesso vescovo Rosario Gisana; ammette di avere insabbiato il caso. Nel 2020 infatti, Antonio Messina, la vittima, denuncia il prete anche all’autorità giudiziaria, spinto proprio dalle reiterate inadempienze del vescovo Rosario Gisana, che anziché intervenire lo aveva nel frattempo (2019) trasferito a Ferrara, dopo aver tentato inutilmente di comprare il silenzio della vittima con 25.000€ della Caritas e mentendo in parte anche al collega vescovo, mons. Gian Carlo Perego, al quale nella lettera di presentazione rassicura non ci sia “nulla di particolare da segnalare”.
Tuttavia va notato che il vescovo di Ferrara non si è lamentato e che una volta pubblica la notizia che il Rugolo fosse indagato con l’accusa di violenza sessuale su minore, neppure lui intervenne cautelativamente. Il sacerdote è stato arrestato dalla polizia giudiziaria nell’aprile 2021 praticamente “in parrocchia” dove continuava a svolgere attività a contatto con i minori.
Malgrado le omissioni e le leggerezze palesate nell’ampia documentazione, la chiesa non ha anche in questo caso, avviato alcuna indagine nei riguardi dei due vescovi coinvolti.
Malgrado l’indagine previa del vescovo Luigi Testore (che si limitò a Gamalero senza indagare se ci fossero altre vittime, che in realtà l’Associazione documenta) e l’ammissione del Bottero, quando raggiunto dalle telecamere, il sacerdote non pare così affranto, sorride ironico. Risulta sia sempre restato al suo posto, mai sospeso e svolge ancora incarichi a contatto con minori.
Nessun procedimento noto da parte della chiesa né per il prete né per il vescovo.
Neppure in questo caso, malgrado la consapevolezza della chiesa colombiana che lo ha trasferito, la chiesa italiana che lo ha accolto non ha attuato qualora informata, alcuna misura preventiva al fine di evitare reiterasse e non risulta qualora non sapesse abbia avviato indagini per chi ha omesso la grave segnalazione, permettendo altre 2 vittime.
Anche se sono parecchi di più, questi alcuni esempi di casi attuali nei quali vediamo la chiesa italiana non intervenire nei confronti dei vescovi, in assoluta violazione al Motu proprio.
-o-O-o-
Va anche notato, come evidenzieremo subito dopo con qualche esempio, che la chiesa si fa in qualche modo carico dei sacerdoti puntualmente difesi dai migliori avvocati sulla piazza, con parcelle che difficilmente un sacerdote può permettersi.
Neppure la vittima!
In alcuni casi abbiamo documentato che quando il prete è indagato, il vescovo attivamente provvede alla scelta del difensore, organizzando l’incontro con l’imputato.
Si fa anche garante quando necessario di una dimora per gli arresti domiciliari (l’inchiesta completa sui 23 centri per preti pedofili in Italia su “Giustizia Divina” Emanuela Provera – Federico Tulli “Chiarelettere”), della loro riabilitazione e del reinserimento nelle parrocchie, che avviene puntualmente senza restrizioni o un adeguato monitoraggio, anche dopo aver scontato il carcere.
Una prevenzione anche qui sulla carta e un altro evidente squilibrio in discriminazione delle vittime che non hanno alcun tipo di assistenza. Questo non solo a fronte delle dichiarazioni di vicinanza e soccorso della chiesa, anche queste solo sulla carta, ma un abominio in quanto la stessa è poi l’organismo che equamente dovrebbe giudicare e spesso a farlo sono gli stessi vescovi che in precedenza hanno coperto il prete.
Qui sarebbe interessante che il Presidente della CEI si pronunciasse e ci spiegasse come applica o dove vede applicato equamente quel “garantismo” di cui si fece tanto forte nei nostri incontri !
A fronte dell’impegno per la difesa dei preti pedofili, nessuna garanzia per le vittime.
Neppure per quelle che hanno ottenuto un risarcimento in sede giudiziaria, verso le quali la chiesa dovrebbe intervenire.
Potrei proseguire con casi come quello di don Luigi Gabbriellini, Don Silverio Mura, Mauro Galli e tanti altri che non elenchiamo in quanto non cambierebbero la palesata gravità della situazione della chiesa italiana, che emerge positivamente solo nei comunicati autoreferenziali ai media, per autoacclamazione e puntualmente senza il contraddittorio dei sopravvissuti o di chi li tutela.
Anche l’editoria non ha certo brillato molto nelle inchieste giornalistiche o negli approfondimenti televisivi, mentre i media stranieri (malgrado la notizia sia per loro “di nicchia”) hanno già prodotto 3 documenti sulla grave situazione della penisola.
Documenti che naturalmente non sono circolati in Italia, ma li proponiamo qui di seguito e sono;
Il terzo è stato prodotto invece per una TV (non italiana) da una troupe belga e sarà pubblicato in Europa nei primi mesi del 2024.
IL SISTEMA DELLE GERARCHIE e le “FACOLTA’” dei gerarchi “privilegiati”
Forse superficialmente quanto detto prima è più che sufficiente ad una valutazione. Vogliamo ancora spendere intellettualmente qualche passaggio rispondendo alla più ovvia e spontanea delle domande; PERCHE’ questo è possibile malgrado il Motu propio ?
E’ vero che il pontefice fa le leggi e le raccomandazioni ma poi le gerarchie hanno una loro autonomia nell’applicarle. Autonomia concessa, in quanto in ogni paese le esigenze della chiesa sono differenti e lo scopo delle gerarchie è proprio quello di gestirle al meglio, in favore del Vaticano.
Cosa che abbiamo visto negli anni, per esempio, nelle varie linee guida emesse dalle Conferenze Episcopali, diverse in ogni nazione, dove la chiesa ha adattato i suoi parametri/esigenze alle leggi degli Stati. In altri come l’Italia invece, controcorrente o quanto meno indifferente anche di fronte agli appelli della Santa Sede, non ha fatto nulla in quanto la carenza legislativa e l’assenza dello Stato italiano glielo hanno permesso.
Un anno abbondante di indagini dell’osservatorio della Rete L’ABUSO ha documentato in Italia, in più occasioni oltre quelle citate sopra, attraverso molte testimonianze anche di sacerdoti oltre che sopravvissuti, quello che accade nel mondo “sommerso” delle diocesi. In questo caso dei vescovi e della stessa Conferenza Episcopale, responsabile degli stessi e dell’applicazione di quanto legiferato dal Pontefice, che tuttavia non si intromette.
“Caro Zanardi, i casi che arrivano in CDF, sono solo quelli coperti da vescovi non più in carica in quella diocesi, un modo per il nuovo vescovo, di togliersi il problema creato dal predecessore facendo bella figura con i fedeli”.
Spiega che “I vescovi in carica, quando hanno un caso lo gestiscono internamente, presso il tribunale diocesano. Di certo non lo mandano alla CDF, anzi, posso dirti che in alcuni casi trattati, come quello di don X (non citiamo per tutela della fonte), di cui ho conoscenza diretta, ebbene il vescovo è stato costretto a ricevermi per conto di CDF, ma al momento in cui ho voluto sentire il prete accusato, il vescovo lo ha impedito ed io non ho potuto oppormi.”
“Devi capire che i vescovi hanno totale autonomia sul territorio della diocesi. Possono impedire anche a CDF di occuparsi dei casi o di accedere ai fascicoli. Malgrado sembrino molti i casi che riceve CDF ogni anno da tutto il mondo, in realtà questi sono la minima parte.”
“Il fatto che molte diocesi non hanno realizzato gli sportelli diocesani è proprio per questo motivo; la loro assoluta autonomia di gestione del territorio”.
Sembrerebbe quindi venire a mancare in molti casi anche la comunicazione da parte delle diocesi alla CDF nonché la stessa collaborazione vantata da Zuppi pubblicamente. Un fatto già appurato alla presentazione del Report della CEI, che dai venti anni annunciati si è ridotto poi a due e senza i dati di CDF.
Report che tuttavia, tenendo conto che i due anni censiti erano durante l’emergenza COVID, che ha limitato l’accesso agli uffici e che i dati provenivano dasoli30 centri di ascolto diocesani su 166 diocesi che li hanno attivati (su un totale di 226), il dato non era proprio insignificante.
In Italia il dato CEI di cui non si conosce neppure la località dove sono avvenuti i fatti, di cui si ignora cosa la chiesa abbia fatto per quelle vittime e per i colpevoli e dal quale sono stati omessi; procedimenti in corso; dati delle diocesi (esclusi i 30 sportelli); dati delle associazioni; dati della CDF e lo dividiamo per i due anni che la CEI ha campionato, fa 34 casi ogni anno, contro i 42 della Francia.
Guardiamo per un solo attimo il risultato ottenuto nel concreto dalla CEI e senza andare troppo lontano lo paragoniamo a quanto hanno fatto le altre Conferenze Episcopali nella sola Europa tra commissioni d’inchiesta indipendenti, ricerca delle vittime dei preti, soccorso ai sopravvissuti e indennizzi economici, prevenzione e allontanamento dei soggetti pericolosi.
…Dire che non è stato fatto nulla dalla CEI, è persino un complimento molto generoso.
L’esponente Francesco Zanardi, nato a Torino il 19 luglio 1970, agisce nel presente atto in qualità di Presidente pro tempore delle ONG Rete L’ABUSO – Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero – CF 92109400090; Rete L’ABUSO – Human Rights Connect EDV/ETS (Registro nazionale) – C.F. 92111440092; nella qualità osservatore e referente per l’Italia ECA Global con sede in Seattle.
Al fine di rendere quanto piu consapevole questo Comitato della drammatica situazione dello Stato membro, ha inserito nell’esposizione oltre ai soliti allegati cartacei (all. x) anche dei (link x), per sottolineare che i gravi fatti che andremo ad esporre NON SONO frutto di documentazione conosciuta ristrettamente dall’Associazione esponente, ma sono dati pubblici denunciati e documentati persino sui quotidiani italiani.
Questo a riprova dell’inerzia delittuosa e sistematica delle istituzioni del paese, che le ignorano puntualmente in tutta la loro gravità, legittimandole, negando nei fatti l’accesso alla Giustizia.
L’esponente fa anche notare che, se pur approfondisca nei testi in particolare quanto l’Associazione documenta per sua specifica finalità riguardo alla chiesa cattolica, questo deve essere visto in una panoramica di 360°: dalla società civile a tutte quelli situazioni che vedono aggregazione, comunità, associazioni di vario genere, cooperative di servizi, confessioni religiose e confraternite.
La chiesa cattolica come vedremo, si differenzia in modo preoccupante nello Stato membro, per il fatto di essere un’associazione strutturata che, a fronte del problema e grazie ai vuoti legislativi, si è regolamentata internamente dietro a un Motu proprio, che mantiene tutte le modalità omissive e criminali storicamente originarie del problema stesso, in Italia favorite in modo particolarmente “floreo” grazie allo Stato, che la sta supportando con il silenzio e, come vedremo, favorendone la linea criminale.
Nell’ottica di quanto sopra il reportage di BBC dell’8 giugno 2022 “Our World: Italy’s Hidden Sins” prodotto, sottolineo, non dalla TV italiana, tra i tanti problemi del caso (link 1 con sottotitoli), ma dalla TV inglese. Questo per accrescere ulteriormente e doverosamente l’attenzione proprio sui fatti di cronaca che indicheremo come (linkx), tanto gravi da essere finiti sulla cronaca e questo malgrado i silenzi dell’informazione nel paese.
ESPONE
Nella 65° sezione del 31 gennaio 2014 questo Comitato esaminava a seguito dei persistenti silenzi il rapporto periodico della Santa Sede riportando queste osservazioni conclusive.
43 – “Il Comitato prende nota dell’impegno espresso dalla delegazione della Santa Sede di ritenere inviolabile la dignità e l’intera persona di ogni fanciullo. Il Comitato cionondimeno esprime la sua più profonda preoccupazione circa l’abuso sessuale sul bambino commesso dai membri degli ordini cattolici che operano sotto l’autorità della Santa Sede, con chierici che sono stati coinvolti nell’abuso sessuale di decine di migliaia di bambini in tutto il mondo. Il Comitato è gravemente preoccupato per il fatto che la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi. Il Comitato è particolarmente preoccupato del fatto che:
(a) Ben noti autori di abusi sessuali su bambini sono stati trasferiti di parrocchia in parrocchia o in altri Paesi nel tentativo di tenere nascosti tali crimini, una pratica documentata da numerose commissioni nazionali d’inchiesta. La pratica della mobilità dei criminali, che ha permesso a molti preti di rimanere in contatto con i fanciulli e di continuare ad abusare di loro, tuttora pone i fanciulli di molti Paesi ad alto rischio di abuso sessuale, poiché dozzine di autori di abusi sessuali su bambino sono segnalati essere tuttora in contatto con fanciulli;
(b) Ancorché la Santa Sede ha stabilito la sua piena giurisdizione sui casi di abuso sessuale su bambino nel 1962 e li ha posti nel 2001 sotto l’esclusiva competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), ha deciso di fornire al Comitato i dati su tutti i casi di abuso sessuale su bambino portati alla sua attenzione nel corso del periodo del rapporto e le risultanze dei procedimenti interni in tali casi;
(c) I casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale su bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari negli Stati dove gli abusi sono stati commessi;
(d) A causa del codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica, i casi di abuso sessuale su bambino non sono quasi mai stati denunciati alle autorità per l’applicazione della legge nei Paesi dove tali crimini sono stati commessi. Al contrario, casi di suore e preti ostracizzati, degradati e licenziati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio sono stati denunciati al Comitato così come casi di preti che hanno ricevuto congratulazioni per essersi rifiutati di denunciare gli autori di abuso su bambino, come dimostrato nella lettera indirizzata dal Cardinale Castrillon Hojos al Vescovo Pierre Pican nel 2001;
(e) Denunciare alle autorità nazionali per l’applicazione della legge non è mai stato reso obbligatorio e ciò è stato esplicitamente rifiutato in una lettera ufficiale indirizzata ai membri della Conferenza Episcopale Irlandese dal Vescovo Moreno e dal Nunzio Storero nel 1997. In molti casi, le autorità della Chiesa, incluso al più alto livello della Santa Sede hanno mostrato riluttanza e in alcuni casi, hanno rifiutato di cooperare con le autorità giudiziarie e le commissioni nazionali d’inchiesta.
(f) Limitati sforzi sono stati fatti per mettere in grado i fanciulli iscritti nelle scuole e istituzioni cattoliche di proteggere se stessi dall’abuso sessuale.
44 – Il Comitato accetta la dichiarazione della Santa Sede circa l’importanza di stabilire la verità di ciò che è accaduto nel passato, per adottare i necessari provvedimenti per impedire che ciò accada ancora, per assicurare che i principi di giustizia siano pienamente rispettati e, soprattutto, per portare riparazione alle vittime e a tutti quelli colpiti da questi enormi crimini. In questa prospettiva, Il Comitato sollecita fortemente la Santa Sede a:
(a) Assicurare che la Commissione creata nel dicembre del 2013 investigherà in maniera indipendente tutti i casi di abuso sessuale su bambino così come le condotte della gerarchia cattolica nell’occuparsi di essi. La Santa Sede dovrebbe considerare di invitare la società civile e le organizzazioni delle vittime a unirsi a questa Commissione e gli apparati internazionali per i diritti umani a supportare il suo lavoro. Le risultanze di questa investigazione dovrebbero essere rese pubbliche e servire a prevenire il ripetersi dell’abuso sessuale su bambino all’interno della Chiesa cattolica;
(b) Rimuovere immediatamente tutti coloro che sono noti e sospetti autori di abuso sessuale su bambino dai loro incarichi e rinviare la questione alle pertinenti autorità per l’applicazione della legge per le investigazioni e i fini di azione giudiziaria;
(c) Assicurare una trasparente condivisione di tutti gli archivi che possono essere usati per tenere gli autori degli abusi responsabili così come quelli che hanno nascosto i loro crimini e scaltramente hanno posto gli offensori in contatto con i fanciulli;
(d) Emendare il Codice canonico affinché l’abuso sessuale su bambino sia considerato come i crimini e non come “delitto contro la morale” e abrogare tutte le disposizioni che possono imporre un obbligo di silenzio sulle vittime e su tutti quelli che vengono a conoscenza di tali crimini:
(e) Stabilire chiare regole, apparati e procedure per la denuncia obbligatoria di tutti i casi sospetti di abuso e sfruttamento sessuale del bambino alle autorità per l’applicazione della legge;
(f) Assicurare che tutti i preti, il personale religioso e gli individui che lavorano sotto l’autorità della Santa Sede siano resi edotti dei loro obblighi di denuncia e del fatto che in caso di conflitto, questi obblighi prevalgono sulle disposizioni del codice canonico;
(g) Sviluppare programmi e politiche per la prevenzione di tali crimini e per il ristabilimento e la reintegrazione sociale delle vittime bambino, in accordo con i documenti conclusivi adottati dai Congressi Mondiali contro lo Sfruttamento Sessuale dei Bambini del 1996, 2001 e 2008, tenuti a Stoccolma, Yokohama e Rio de Janeiro, rispettivamente;
(h) Sviluppare programmi di educazione preventiva per innalzare la consapevolezza dei fanciulli sull’abuso sessuale e per insegnare loro le necessarie capacità tramite le quali proteggere se stessi; e
(i) Considerare di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla Protezione dei Bambini contro lo Sfruttamento Sessuale e l’Abuso Sessuale.”
Questo comitato concludeva e rimandava;
66 – Il Comitato invita la Santa Sede a presentare il suo rapporto periodico combinato dal terzo al sesto entro il primo settembre 2017 e ad includere in esso le informazioni sull’implementazione delle presenti osservazioni conclusive…
-o-O-o-
Nell’ottobre del 2018 l’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO relazionerà con un report a questo Comitato (link 3) la già all’epoca grave situazione dello Stato membro, in particolare per quanto riguarderà l’ambito dei rapporti con la Santa Sede e la Conferenza Episcopale Italiana.
Il report verrà esaminato nell’80°sezione, nelle sedute del 23 e 24 gennaio 2019, durante l’esamina periodica dell’Italia.
Il 28 febbraio 2019, questo Comitato si esprimerà riportando queste osservazioni conclusive
“21.Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorioper contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:
(a)Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;
(b)Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;
(c)Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;
(d)Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;
(e)Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;
(f)Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;
(g)Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;
(h)Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”
Raccomandazioni che mi permetto la triste ironia, oggi è evidente siano sfuggite decisamente di mano allo Stato membro e afferrate al volo dallo Stato del Vaticano che, trovato il vuoto, si è infilato e lo ha sfruttato come vedremo. Non di certo nell’interesse superiore del minore e della convenzione ONU.
ESPONE
il 7 maggio 2019, a seguito del Motu Proprio emesso dal Legislatore dello Stato della Città del Vaticano anche le diocesi italiane si sono adeguate alla normativa interna alla Santa Sede. (link 5)
Secondo il report della Conferenza Episcopale Italiana (all. 1) (link 6) diffuso il 17 novembre 2022 sarebbero su un totale di 226 diocesi, 166 ad aver attivato i c.d. sportelli diocesani (il 73,4%), delle quali si evince, tranne un’assistenza psicologica presente solo nel 12,3%, non hanno alcun programma concreto di prevenzione; la denuncia resterà rigorosamente internaalla chiesa; nessun indennizzo o soccorso è previsto per le vittime.
Un grave squilibrio che va sottolineato tra vittime e clero pedofilo: per il clero troviamo 23 strutture (link 7) di “ricovero e redenzione” per i sacerdoti accusati o condannati, presso le quali la chiesa sostiene tra le contestazioni della comunità scientifica, di “curarli” prima di reinserirli nelle parrocchie. Come spiega Marco Ermes Luparia – Psicologo, Psicoterapeuta, Antropologo Prenatale e Diacono Permanente – “Noi siamo un’officina, non siamo uno sfasciacarrozze”. (EURONEWS link 8)
Proseguendo nella lettura del report della CEI, la situazione che emerge è grave!
I dati se pur davvero molto scarni, esaminano due anni, il 2020 e il 2021 con le risposte pervenute agli sportelli in un periodo sicuramente ostile, in quanto la pandemia ha limitato moltissimo anche nelle diocesi l’accesso agli stessi da parte dei sopravvissuti.
Lo stesso report – dichiara CEI – non comprenderà i dati pervenuti alla Congregazione per la Dottrina della Fede.
Ebbene, delle 166 diocesi italiane che hanno attivato gli sportelli, i dati trasmessi che lo stesso report riconduce a soli 30 di questi (di cui non è stata resa nota la posizione geografica nel paese), dichiarano che dei 68 presunti autori denunciati; 30 sarebbero chierici, che sommati ai 15 consacrati fanno 45.
Si legge che i laici educatori, insegnanti di religione ecc.) sarebbero 23 dei 68, il 33,8% del totale. (#)
Riservo di espandere meglio per i laici nel paragrafo relativo alla ratifica della (* pag. 8) Convenzione di Lanzarote.
La recente commissione d’inchiesta CIASE ha ravvisato che in Francia, in un arco temporale di circa 70 anni, ben 3000 sacerdoti cattolici abbiano abusato sessualmente di 216.000 minori. Non è noto per quante volte.
Secondo la Commissione CIASE, aggiungendo l’indotto cattolico, il numero di vittime salirebbe a 330.000.
Tuttavia, tenendo conto delle “sole” 216.000 vittime dei 3000 religiosi, ogni sacerdote cattolico francese avrebbe abusato, mediamente, di 72 bambini.
Un dato che va indubbiamente ben oltre la media dei reati attribuibili in ambito laico.
La Francia ha mantenuto nei 70 anni in esame circa 2/5 dei sacerdoti rispetto all’Italia, e se anche l’Italia segue la statistica percentuale come in Francia e negli altri paesi, e non vi è motivo di pensare non sia così, è verosimile quindi che più di 7.000 sacerdoti italiani risultino pedofili.
Come confermerebbero anche le proiezioni redatte dal collega Mark Vincent Healy: il potenziale di vittime in Italia sarebbe pari a circa un milione di bambini. (all. 2)
-o-O-o-
Il 1 febbraio 2023, l’Associazione produrrà un contro report a quello della CEI, dettagliato e suddiviso anche per regione geografica (link 9). I dati utilizzati sono quelli pervenuti all’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO, attraverso le denunce dirette dei sopravvissuti che assistiamo, raccolte nei 13 anni di operatività sul territorio italiano.
La base dei dati esposti è da definirsi assolutamente parziale e in difetto, sono state rimosse tutte le segnalazioni anonime, sono gli unici dati disponibili in assenza di una indagine governativa.
Stiamo parlando di un totale censito di 418 sacerdoti, non di casi in quanto molti di questi sono autori di abusi su piu bambini. Facendo un rapido paragone col report CIASE, solo i 418 potrebbero aver prodotto circa 30.000 vittime.
Parliamo di;
166 accusati, in molti casi con condanna in 1° e 2°grado, ma spesso mai diventata definitiva a causa dell’intervento dei termini prescrittivi, che ne hanno estinto in questi casi anche qualunque forma preventiva da parte dell’Autorità Giudiziaria. (link 10)
164 condannati in via definitiva, moltissimi non hanno mai fatto un giorno di carcere, “ricoverati” per “terapia” nelle 23 strutture utilizzate dalla CEI sul territorio dello Stato membro. (link 11)
88 mai denunciati, totalmente anonimi anche alla giustizia. Spesso perché prescritti e per scelta, in tutela alla fragilità delle vittime stesse, che nel paese non hanno poi supporto psicologico neanche dallo Stato, spesso siamo costretti a desistere alla denuncia che come vedremo piu avanti sarebbe infruttuosa, nella drammatica attesa di riuscire a trovare un’altra vittima, non prescritta e disposta a fare una querela.
Altro problema italiano, in quanto la querela di parte è l’unica formula di denuncia possibile. Ostativa e penalizzante in quanto impedisce anche alle ONG come la nostra, di procedere con qualunque comunicazione ai fini preventivi all’Autorità Giudiziaria.
Problema che persisterebbe naturalmente anche qualora la Santa Sede dovesse inserire nelle sue leggi l’obbligo della denuncia alle autorità italiane.
Tuttavia, tolti gli 88 mai denunciati che hanno sempre girato e girano tutt’ora indisturbati, tolti quelli deceduti, sia i 166 accusati, sia i 164 condannati, una volta archiviata la loro posizione, li ritroviamo praticamente tutti nelle parrocchie, a contatto con i minori. (linkLuciano Massaferro – Enzo Calà – Felix Cini – Paolo Turturro e decine di altri facilmente reperibili sul Web)
Riservo di espandere meglio questo punto e le lacune nel paragrafo relativo alla ratifica della (* pag. 8) Convenzione di Lanzarote.
-o-O-o-
Nell’intento di provocare nelle assopite Istituzioni del paese un atto di responsabilità come quello della Magistratura spagnola, che nella sua autonomia Istituzionale e nel vuoto di una discussione politica sul tema all’interno del paese, è intervenuta ordinando a tutte le Procure locali l’invio dei dati alla Procura Generale, provocando una discussione e l’avvio di una Commissione Governativa. (link 12)
Il 16 febbraio 2023 l’esponente invierà una denuncia alla Procura Generale della Repubblica Italiana, contenente quanto era emerso di grave già nel report del 1° febbraio. Per via delle gravi problematiche ostative che in Italia impediscono ai cittadini e alle ONG di denunciare anche a scopo preventivo le notizie di reato di cui si è informati, l’Osservatorio della Rete L’ABUSO non ha potuto comunicare (per legge) la lista dei nominativi unitamente alla denuncia, il rischio era di ricevere centinaia di querele da chi segnalato. (all. 3)
L’esponente, invitato a desistere dai suoi stessi legali dall’allegare l’elenco, ha utilizzato la “formula” di mettere a disposizione dell’Autorità Giudiziaria i 418 nominativi, che se richiesti dall’AG durante un interrogatorio, assumono nell’adempimento del dovere di tutela della stessa AG, la legalità della loro trasmissione.
Ebbene, malgrado sussista la procedibilità d’ufficio ai fini di tutela, questo non è avvenuto ancora in data odierna (vedi firma digitale a fine documento). Ancora una volta a riprova delle drammatiche reticenze istituzionali che indubbiamente hanno favorito e favoriscono le condizioni criminali nelle quali si trova il paese, i bambini che ci vivono e i sopravvissuti, questa volta allo Stato e alla Chiesa.
Con l’inerzia dimostrata dalla Repubblica già nel 2019, lo Stato Italiano per “tacito accordo” legittimava nei fatti in particolare alla CEI che li “ratificava” dietro il motu proprio, l’occultamento dei crimini e dei criminali previsti, il loro favoreggiamento e la possibilità che questi piu volte reiterassero a danno di bambine e bambini, che lo Stato avrebbe dovuto invece proteggere.
In qualche modo a riprova che la chiesa è consapevole di essere un pericolo per i bambini, o viceversa i bambini un pericolo per lei. Questo non solo a causa delle devianze sessuali dei suoi ministri, ma per l’indotto pedofilo che attira a sé, “rassicurato” dall’omissione della denuncia, garantita dalle stesse linee guida della CEI, a sua volta garantita dalla compiacenza delle Istituzioni del paese.
Come emerge chiaramente dagli stessi dati CEI, un terzo del totale sono proprio laici.
-o-O-o-
L’11 aprile, attraverso una PETIZIONE al Parlamento Europeo (all. 4) l’esponente documenta la grave situazione del paese e le stesse lacune esposte in questo documento, con particolare attenzione al (* pag. 8) Trattato di LANZAROTE, direttiva Europea che l’Italia ratificherà con la legge 172/2012.
Rammaricandosi per la disapplicazione fallimentare da parte del Legislatore italiano, l’esponente ne sottolinea i gravi effetti collaterali prodotti e osserva;
Il c.d. certificato anti pedofilia si è dimostrato nell’applicazione del legislatore italiano un vero boomerang in quanto lasciando scoperta in particolare tutta la fascia del volontariato, ha convogliato in quell’ambito tutti i predatori accertati, impossibilitati dal certificato stesso ad agire in altri contesti.
Situazione che si aggrava ulteriormente in tutte le realtà di associazioni, COOPERATIVE di servizi e confessioni religiose, esenti in Italia dall’esibizione, in quanto considerate volontariato o offerenti lavoro subordinato o occasionale.
Realtà che, in questi casi, come è ben noto, tendono a gestire internamente il crimine prediligendo la tutela e il buon nome della propria immagine anziché l’interesse superiore del minore e, questi gruppi o associazioni, non essendo pubblici ufficiali, in Italia sono esenti dall’obbligo della denuncia, che nei più dei casi – indotti e/o impediti dal vuoto legislativo – è omessa sistematicamente.
Certamente un incentivo ulteriore per il predatore, che trova al loro interno piu tutela qualora venisse scoperto.
L’ulteriore effetto collaterale, oltre le vittime prodotte, di cui puntualmente nessuno si fa carico in quanto si svelerebbe l’accaduto, è non segnalare l’abusante, limitandosi ad allontanarlo. Permettendo così, qualora non abbia precedenti, di introdursi anche in ambienti dove è necessario il certificato, vanificandolo ulteriormente. (link 13)
Anche in materia di audizione protetta rileviamo gravi violazioni e in alcuni casi violenze a danno delle vittime.
Il motu proprio del 2019 introduceva i c.d. sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali e le persone vulnerabili. Uffici privi di consenso informato, inadeguati alla regolamentazione vigente in materia di privacy, ai quali la vittima in Italia accede senza neppure l’assistenza del proprio difensore di fiducia, non prevista. Depone sottoscrivendo una denuncia/relazione spesso raccolta da sacerdoti o volontari che non hanno alcuna competenza e che tuttavia non agiscono in nome della legge dello Stato, ma in base al codice canonico che regolamenta questi sportelli e lo stesso Motu proprio, basato sul sesto comandamento del decalogo. Tutto senza dare copia alla vittima e senza sapere che uso ne sarà fatto.
Tutto praticamente sulla fiducia spesso indotta dalla fede.
In molte occasioni viene chiesto alle vittime di sottoporsi ad una perizia per conto dello stesso tribunale canonico, di cui anche in questo caso non verrà data copia dell’esito.
Come nel caso della denuncia in assenza del difensore, anche in questo caso la modalità è identica e da diverse testimonianze che ci pervengono attraverso i nostri assistiti – che in qualche caso scaltramente ne hanno registrato gli incontri – sentire il peritante accusare la vittima, colpevolizzandola per non essersi sottratta al prete. Come, ad esempio, nel caso specifico citato sopra e documentato con registrazione audio video, del nostro associato di Napoli, provocando un ricovero in psichiatria al malcapitato.
Come documentato nella querela al Governo italiano del 2919, già agli atti di questo Comitato (all. 5 da pagina 15). Qui il video delle violenze del prete psicologo apparso nella famosa trasmissione di Mediaset – LE IENE – Accuse di pedofilia: come indaga la chiesa
Facciamo notare – Malgrado la gravità e la denuncia sottoscritta anche dall’interessato Arturo Borrelli e da altre 28 persone che nel testo denunciavano i rispettivi casi, quindi con querela di parte, senza comunicazione alcuna, la Procura della Repubblica di Savona archivierà a tempo di record l’intero fascicolo, proprio mentre l’80° sezione del Comitato per i diritti dell’infanzia a Ginevra si apprestava a discutere la posizione dell’Italia.
Nel merito dell’esito delle procedure canoniche avviate presso gli sportelli diocesani, ravvisiamo da quanto denunciano le stesse vittime e documenta l’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO, al di là dell’omissione sistematica della comunicazione alla magistratura, al di là della “pena” irrisoria data dalla chiesa – nel piu dei casi una sospensione dal sevizio – registriamo diversi casi dove le condanne comunicate alle vittime risultano mendaci, tanto da ritrovare il prete condannato a 5 anni di sospensione, dirigere due parrocchie insieme al fratello, accusato anch’esso di stupro ai danni di un’invalida (link 14).
Registriamo anche diversi tentativi – molti avvenuti e documentabili su richiesta dell’AG – di comprare, attraverso accordi tra le parti con il vincolo della riservatezza, il silenzio delle vittime. In genere 25.000€ non a titolo di indennizzo, ma per non rivelare l’accaduto a nessuno, lasciando quindi il sacerdote libero di continuare nell’anonimato (link 15). In altri casi – molti meno – l’accordo tra le parti è strumento per evitare che, durante il processo il prete o la diocesi si trovino contro la vittima e le parti civili. (link 16)
-o-O-o-
Naturalmente l’Associazione scrivente ha più volte denunciato queste circostanze sul territorio alle Istituzioni.
Il 27 novembre 2017 con una interrogazione parlamentare dell’Onorevole Matteo Mantero –senza risposta (link 17);
Il 19 febbraio 2018 una diffida inviata agli organi di Governo italiano (L. 241 1990) – senza risposta (link 18);
Il 18 ottobre 2018 una denuncia depositata presso la Procura della Repubblica di Savona sottoscritta da 29 vittime – archiviata malgrado sussistesse in diversi casi la procedibilità d’Ufficio (all. 3 – alleghiamo solo corpo del testo centrale depositato per motivi di ampiezza del fascicolo, integralmente disponibile dal nostro datacenter, accedendo a https://retelabuso.eu/index.php/s/Ls6g3aiQ9ZSc53c), password xxxxxxx.
Il 30 novembre 2018 deposita presso questo Ufficio il report nominato “Caso Italia” che sarà esaminato da questo Comitato nell’e sedute dell’80° sezione del gennaio 2019, le cui conclusioni troviamo all’inizio del presente testo a fondo della pagina 1. (link 19 par.21)
Nel gennaio 2023 la Relazione al Parlamento sul contrasto all’abuso dei minorenni 2021, non rileva quanto rilevano tutti gli Stati membri dell’Unione europea e degli altri paesi al di fuori (link 20 pag 182).
(#) Da notare nella relazione di del Servizio 114 – Emergenza infanzia;
“Percentuali più irrisorie riguardano invece luoghi quali la scuola, i luoghi aperti, comunità, CPA, luoghi pubblici, impianti sportivi, la strada o la chiesa. Il presunto responsabile invece, noto nel 64% dei casi gestiti nel 2021, è un estraneo nel 28% dei casi e un genitore nel 27%; nel 10% dei casi è un amico e nel 9% un conoscente, mentre in percentuali minori si tratta di altri soggetti, tra cui parenti, educatori, insegnanti, vicini di casa.”
Non a caso, proprio nelle aree che segnaliamo come “critiche” il dato di denunce ricevute è bassissimo secondo gli stessi dati.
Facilmente spiegabile perché sono quelle fasce piu a rischio e frequentate da chi è piu fraglie, con famiglie meno presenti. Quei minori che non sono in grado di difendersi o per varie ragioni, in assenza di un supporto dello Stato, costretti o fortemente condizionati da una sudditanza, spesso legata alla posizione sociale ma non solo.
Obbligo denuncia, abrogazione della prescrizione e certificato anti pedofilia sono essenziali, l’uno per l’altro. Quanto una strada serve a una automobile per poter essere se stessa!
Il 16 febbraio 2023, l’informativa dell’Osservatorio della Rete L’ABUSO alla Procura Generale della Repubblica, ancora in attesa di riscontro. (all. 3)
CONCLUDE
Stando alla Convenzione per i diritti dell’infanzia ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991 con la legge n. 176, notiamo 32 anni dopo nel 2023, che lo Stato membro non ha ancora preparato il terreno su cui la Convenzione possa crescere e svilupparsi nelle sue importanti finalità, producendo nell’applicazione delle varie convenzioni, mi permetto di dire, un effetto quasi catastrofico, sicuramente discorde on le finalità che questa aveva.
Significativa la discrepanza su come sia sistematicamente inquadrato dallo Stato membro e dalla sua stessa Autorità Giudiziaria, quello che è inquadrato invece dalla Convenzione per i diritti dell’infanzia come lo status speciale, l’interesse superiore del minore e il fine di evitare danni irreparabili.
Limitati sforzi sono stati fatti per mettere in grado i fanciulli, i loro genitori e la società: in ambito civile, volontariato e istituzioni religiose, di proteggere se stessi ed essere protetti dall’abuso sessuale:
Quali iniziative materiali, diplomatiche e di altra natura finalizzate al rispetto della Convenzione per i diritti dell’infanzia, ha intenzione di mettere in atto questo Comitato al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali nello Stato membro?
Quali urgenti iniziative si propongono o promuoverà questo Comitato in soccorso delle migliaia di cittadini italiani rimasti vittime accertate dagli organi dello stesso Stato italiano, e che per le deficienze dello stesso però, rimasti senza giustizia ed abbandonati a se stessi?
Fine della richiesta di infrazione ———————————————————————————-
Francesco Zanardi
NOTA
L’esponente annota fuori testo, oltre ai fatti esposti, che nell’estate 2022, in ben due incontri documentabili, ha incontrato il neoeletto Presidente della Conferenza Episcopale Italiana Matteo Zuppi.
A riguardo limita il commento sull’impossibilità attuale di un dialogo con l’Istituzione italiana, i cui motivi espande volentieri nelle opportune sedi qualora richiesto dal Comitato o dall’AG.
Limita riferendo, nei colloqui con il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, l’Associazione sarebbe stata disposta a fornire alla CEI parte della lista, quella non procedibile per prescrizione dallo Stato italiano.
Proposta in un primo momento benvista e delegata verbalmente dal Cardinale Zuppi a Mons. Lorenzo Ghizzoni – Servizio tutela minori della Conferenza Episcopale Italiana (link 21) .
Nel 2006 la BBC trasmise in Inghilterra un documentario intitolato: “Sex Crimes and the Vatican” che affrontava il tema scabroso degli abusi sessuali sui minori nei quali erano coinvolti decine di sacerdoti cattolici responsabili di reati di pedofilia, accaduti nella diocesi di Ferns nella contea di Wexford in Irlanda, svelando particolari allarmanti e di come i reati, e i loro autori, vennero tutelati dalle autorità ecclesiastiche.
È superfluo dire che in Italia non è mai andato in onda perché il Vaticano ne bloccò la proiezione programmata durante la trasmissione Anno Zero andata in onda il 20 maggio 2010 intitolata “Peccati e reati” dedicata a questo argomento. La redazione della serie giornalistica d’inchiesta della Rai dovette cedere alle motivazioni della Santa Sede preoccupatissima che la visione di tale documentario avrebbe creato equivoci e alzato una polemica pericolosa sull’argomento in tutto il Paese.
Sin dagli anni ’80, alcuni avvocati statunitensi iniziarono ad assumere il patrocinio di minori che avevano subito violenza sessuale da parte di preti pedofili, in alcuni casi si trattava di bambini. All’inizio le gerarchie cattoliche gestirono le denunce addivenendo ad un accordo privato tra le parti che prevedeva la liquidazione di una somma a titolo risarcitorio, nel contempo la parte denunciante rinunciava alla causa con l’obbligo di sottoscrivere un patto di riservatezza.
Alla fine degli anni ’90 il numero delle denunce era così consistente che attirò l’attenzione del Boston Globe che condusse un’inchiesta approfondita e documentata dimostrando quanto fosse diffuso il fenomeno della pedofilia negli Stati Uniti al contempo iniziavano ad emergere numerosi casi di pedofilia anche in Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Sud America, tale situazione spingeva il Vaticano ad intervenire con una lettera ad exsequendem denominata “De Delictis Gravioribus” a firma del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede pro tempore cardinale Joseph Ratzinger controfirmata dall’arcivescovo Tarcisio Bertone datata 18 maggio 2001 che conteneva le istruzioni rivolte ad aggiornare quanto precedentemente definito in un altro documento denominato “CRIMEN SOLLICITATIONIS” emanato dal Santo Uffizio il 16 marzo 1962 in materia di delitti considerati particolarmente gravi che riguardano i rituali sacramentali e la morale.
Il documentario della BBC “svelava” al grande pubblico l’esistenza di un atto scritto interno al Vaticano che era noto solo ai vescovi diocesani perché mantenuto nel più stretto segreto (pena la scomunica), tutt’ora in vigore, che contiene la procedura da seguire in caso di denuncia per abusi sessuali su minori consumati e denunciati nell’ambito clericale e reati contro il culto. I patrocinatori americani nelle cause di reati di pedofilia con la pubblicazione della lettera ad exsequendem firmata dal cardinale Joseph Ratzinger poterono rintracciare l’atto originario e, in base ad esso, lo citarono in giudizio con l’accusa – in veste di prefetto vaticano – di aver dato “copertura” ai preti pedofili per 20 anni perché era non solo a conoscenza dell’atto ma diretto responsabile dell’applicazione delle procedure contenute nel “Crimen Sollicitationis” dal 1981 – anno d’inizio del suo mandato – al 2001 – anno della pubblicazione delle modifiche.
Occorre una corretta informazione per affrontare questo delicato argomento dapprima partendo da una lettura critica del documento del 1962, avendo cura di abbandonare sin dall’inizio ogni pregiudizio o riserva mentale riguardo il suo contenuto e i suoi autori e soprattutto rifuggire la tentazione di ricoprire con la dignitosa purezza dello spirito la miseria umana.
Riporto il frontespizio del documento sopra citato in italiano datato 1962. L’ultimo periodo dedicato ai vescovi fa riferimento alla segretezza.
DALLA SUPREMA SACRA CONGREGAZIONE DEL SANTO UFFIZIO
A TUTTI I PATRIARCHI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E ALTRI MENBRI DEL CLERO DEI LUOGHI
“ANCHE DI RITO ORIENTALE”
*****************
ISTRUZIONE
Sulla procedura nelle cause di molestia
DA CONSERVARSI DILIGENTEMENTE NELL’ARCHIVIO SEGRETO DELLA CURIA IN RAPPORTO ALLA NORMA DA NON PUBBLICARE E DA NON ACCRESCERE CON ALCUN COMMENTO
Il documento inizia con le disposizioni preliminari. Si ha molestia quando “un sacerdote o nell’atto del sacramento della confessione; o prima o immediatamente dopo la confessione; o in occasione o con il pretesto della confessione; o anche al di fuori dell’occasione della confessione nel confessionale o in altro luogo destinato ad ascoltare le confessioni o scelto con il pretesto di ascoltare la confessione proprio in quel luogo, abbia, tentato di incitare o invitare un penitente – qualsiasi persona sia – a comportamenti disonesti e vergognosi sia con parole, sia con segni, sia con cenni, sia con contatto fisico o attraverso la scrittura da leggere al momento o in seguito o abbia tenuto con lui discorsi o pratiche illecite e disoneste con audacia sconsiderata”.
Il Tribunale diocesano territorialmente competente è quello di residenza dell’accusato ma, in casi di particolare gravità, la causa può essere deferita al S. Uffizio o, quest’ultimo avocarla a sé inoltre è diritto dell’accusato chiedere il trasferimento della causa dinanzi alla Congregazione.
La Congregazione del S. Uffizio è meglio conosciuta come “La Santa Inquisizione” ed è tutt’ora operativa (seppure con un altro nome, ndr).
La vittima deve denunciare il fatto durante la confessione entro dieci giorni dall’accadimento e solo per gravi impedimenti può essere scritta o delegata a persona di fiducia del denunciante. Deve indicare il nome, la data e le circostanze dell’episodio ed eventuali testimoni.
La procedura viene gestita totalmente da soggetti clericali: giudice, difesa, consulenti per le indagini e notaio (che presenzia alle udienze e sottoscrive tutti gli atti che invierà al Vaticano dove verranno archiviati e secretati).
L’organo giudicante è composto dagli Ordinari del luogo – Vescovo residenziale, l’Abate o, in carenza dei primi due, il prelato nullius (cioè con popolo e territorio separati ed esenti), l’Amministratore, il Vicario e il Prefetto Apostolico. Normalmente vi è un solo giudice a causa del segreto che investe l’intero procedimento in tutte le sue parti, può accadere che la complessità della situazione richieda la cooperazione di assessori consulenti scelti tra i sinodali – al massimo due – tale numero ristretto di cooperanti è giustificato dalla segretezza imposta nell’esercizio dei propri incarichi. E’ la segretezza che domina incontrastata tutta la procedura fino ad estendersi inesorabilmente oltre.
Preliminari – punto 11 – cita: “Quello che nel trattare queste cause deve essere curato e osservato in misura più grande è che le medesime si svolgano segretissimamente e che, dopo che siano state determinate e ormai affidate ad esecuzione siano vincolate da un perpetuo silenzio (Instr. Del Santo Uffizio, 20 febbraio 1867, n. 14); tutti anche presi singolarmente, in qualsiasi modo appartenenti al tribunale, o ammessi a causa del loro incarico alla conoscenza degli avvenimenti sono tenuti a conservare inviolabilmente il segreto strettissimo, che è comunemente definito segreto pontificio, sotto pena di incorrere nella scomunica “latae sententiae” immediatamente e senza ulteriore dichiarazione (automaticamente solo per aver commesso il fatto) e riservata alla sola persona del Sommo Pontefice, ad esclusione della Sacra Penitenziaria. Gli Ordinari sono vincolati da questa legge ipso iure o dall’importanza del proprio incarico; gli altri aiutanti ex iuramento che sempre debbono prestare prima di cominciare il proprio compito; e sono vincolati anche coloro che sono delegati, interpellati informati in contumacia, ex praecepto nelle lettere di delega, di citazione, di istruzione imponendo loro con l’espressa menzione del segreto pontificio”.
Perché viene imposto tale segreto? «In alcune questioni di maggior rilevanza viene richiesto un particolare segreto, detto segreto pontificio, e che deve essere custodito con grave obbligo, poiché si tratta della sfera pubblica, che riguarda il bene di tutta la comunità religiosa, non spetta a chiunque, secondo ciò che detta la propria coscienza, ma a chi legittimamente ha la cura della comunità decidere come, quando o con quale gravità tale segreto debba essere imposto».Continuando:«Coloro che hanno l’obbligo di custodire tale segreto» dovrebbero considerarsi come «legati non da una legge esteriore, ma invece da un’esigenza che scaturisce dalla loro stessa dignità umana, dovrebbero perciò ritenere un onore essere chiamati a custodire tali segreti per tutelare il bene pubblico».Si evince che la “facciata” della comunità religiosa è un bene pubblico da tutelare ad ogni costo.
Nell’analisi delle disposizioni preliminari emerge la necessità per il Vaticano di silenziare tutti coloro che partecipano al procedimento per tutelare l’immagine della comunità religiosa; di far trattare direttamente ed esclusivamente il delitto da un tribunale ecclesiastico sottraendolo alla giustizia secolare; vincolare il denunciante (vittima) al segreto del Santo Uffizio e, nel testimoniare davanti al giudice (Vescovo) – senza l’assistenza di un legale – dire la verità pena la scomunica. Nel Titolo quinto – IL DELITTO PEGGIORE – punto 73. “Con il nome di “peggiori dei delitti” si intende qui qualsiasi atto osceno gravemente peccaminoso compiuto o tentato in qualsiasi modo da un membro del clero con una persona del proprio sesso e con animali bruti”. (Bestialitas)
Qui si condanna esplicitamente l’omosessualità come uno dei delitti peggiori. Proprio ieri papa Francesco ha dichiarato che l’omosessualità non va criminalizzata dando una spallata ad un principio contenuto in un documento ufficiale del Santo Uffizio. Per me il problema consiste nel tollerare, invece la soluzione sta nell’accettare, beninteso se ciò non reca danno ad alcuno. Ancora oggi purtroppo si può venire uccisi per le divergenze di idee.
E cosa dire della “bestialitas”? Penso alla povera gallina che prima di finire in pentola deve subire violenze sessuali e non può neanche recarsi in un confessionale a denunciare il suo violentatore – se è un prete – o dalla polizia se non lo è. Però anche gli animali hanno una dignità!
Nella formula si usa “con” e non “contro” un minore – che può essere un bambino o una bambina pari o al di sotto dei 10 anni – imponendo alla vittima il ruolo di complice. Questo particolare è a mio avviso estremamente grave: imporre a un minore vittima di abusi sessuali il ruolo di complice pregiudica tutto il processo, ne devia all’origine la finalità di tutelare i diritti di una vittima di abusi sessuali qualsiasi età abbia. Non vi è una vittima e un “carnefice” ma due complici. Forse per questo la procedura vaticana permette di porre domande tendenziose e autoincriminanti alla vittima.
In un tribunale secolare queste premesse sono inaccettabili: come può un bambino essere complice per abusi sessuali da lui subiti!
Oggi vengono denunciati preti pedofili che molestano bambini, adolescenti e maggiorenni che versano in particolari condizioni di fragilità sociale o psicologica che frequentano scuole private cattoliche, oratori cattolici e parrocchie.
Durante il dibattimento in una causa per pedofilia, l’avvocato Daniel Shea si è visto accusare di complicità da un vescovo diocesano perché difensore del minore che aveva subito abusi sessuali da un prete pedofilo.
Delle modifiche apportate dalla Congregazione della Dottrina della Fede al documento del 1962 e della vicenda giudiziaria del cardinale Joseph Ratzinger strettamente connesse ne parlerò nel successivo approfondimento.