Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi insabbiati in Vaticano | Il parroco di Grandate torna a scuotere la Chiesa di Como

    Abusi insabbiati in Vaticano | Il parroco di Grandate torna a scuotere la Chiesa di Como

    Il parroco di Grandate don Roberto Pandolfi torna a “strigliare” la Chiesa di Como sulla vicenda dei presunti abusi sessuali in Vaticano denunciati dalla trasmissione televisiva Le Iene: il caso, che vede coinvolto anche un sacerdote della diocesi di Como, ha visto chiamare in causa anche l’ex vescovo Diego Coletti, accusato di aver insabbiato l’accaduto.  Proprio in seguito a quei servizi televisivi, la Santa Sede ha avviato un’indagine e l’attuale vescovo di Como, monsignor Oscar Cantoni, aveva invitato a non emettere giudizi affrettati prima di una sentenza definitiva.

    Sulla questione don Pandolfi era intervenuto più volte dalle pagine del sito internet della parrocchia di Grandate, con una serie di articoli molto duri sui presunti abusi e soprattutto sui presunti tentativi dei vertici ecclesiastici di insabbiare l’accaduto, chiedendo maggiore trasparenza e pregando per i “poveri ministri” della Diocesi lariana.
    Parole dal peso particolare perchè pronunciate dal sacerdote che reggeva la parrocchia di San Giuliano a Como nel 2012 quando esplose lo scandalo degli abusi sessuali commessi dal suo predecessore Marco Mangiacasale. Don Pandolfi fu chiamato a gestire lo scandalo che, suo malgrado, travolse la sua parrocchia.

    La riflessione di don Pandolfi

    Nella riflessione settimanale si lunedì 28 maggio 2018 intitolate “Sorprese (gradite?”), il parroco di Grandate parte da un episodio che riguarda la Chiesa cilena e scrive:

    “La notizia è sconvolgente -scrive- e la sorpresa è grande: tutti i vescovi del Cile hanno rassegnato le dimissioni per aver coperto abusi sessuali di cui erano a conoscenza.

    Lo scandalo che ha travolto la gerarchia ecclesiastica cilena ha visto inizialmente coinvolto anche il papa, che aveva poi chiesto perdono per aver sottovalutato la situazione e aveva avviato indagini serie ed approfondite, che hanno portato alla luce silenzi, complicità, appoggi… le solite cose, verrebbe purtroppo da dire”.

    Dopo una serie di riflessioni sulla vicenda cilena, il parroco di Grandate passa a considerazioni sulla speranza che questo primo passo possa rappresentare un segno di cambiamento e sul ruolo dei media:

    Aria nuova, Dunque? Speriamo. Anche se rimane l’amarezza del dolore causato a tante persone. Sempre riguardo alle vicende cilene, su “Avvenire” Guido Mocellin prendeva spunto dal ringraziamento dei vescovi dimissionari ai mezzi di comunicazione per il “servizio alla verità” da essi svolto nel portare alla luce le questioni per dire cose molto vere e belle: “Quando le vittime scelgono di rendere pubbliche le loro ferite e la loro sofferenza, è perchè l’istituzione non ha dato loro ascolto. Così si potrà sperare che il ruolo dei media sarà sempre meno centrale quanto più le comunità ecclesiali, anche le più piccole, si educheranno a un tale ascolto e in generale si apriranno a conoscere e a riconoscere le dinamiche di tali abusi”.

    La “strigliata alla Chiesa comasca

    Poi il sacerdote passa a parlare della diocesi comasca. Di seguito il testo di don Pandolfi.

    Ma veniamo alla nostra Diocesi.
    Qualche giorno fa, con grande sorpresa, ho ricevuto un supplemento al Bollettino Ecclesiastico Ufficiale (dove ci sono gli interventi del Vescovo, i provvedimenti della curia, le nomine dei preti e molto altro) interamente dedicato al tema degli abusi sessuali perpetrati nella Chiesa cattolica.

    L’introduzione del Vescovo contiene parole molto significative, gravide di impegni: “Grande clamore e sconcerto hanno generato nel corso del 2017 vari servizi televisivi e giornalistici attorno alla diffusione di notizie relative a condotte immorali attribuibili a un nostro sacerdote. Ne era scaturita tanta tristezza e sofferenza.

    Non è mancata la vicinanza alle comunità ecclesiali in sofferenza e che si sono interrogate sulla veridicità o meno di quanto i mass media hanno ostentato con tracotante sicurezza.

    Si è avvertito, però, anche vivo il compito di educare il Popolo di Dio a “trarre profitto” da queste vicende nella certezza che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”.
    Occorre infatti imparare a “trovare Dio” dentro tutte le situazioni, anche le più dolorose, quelle che generano amarezza, suscitano interrogativi inquietanti ed espongono i singoli fedeli e la Chiesa intera al pericolo di facili critiche, non ultimo una perdita di fiducia. “Dobbiamo avere gli occhi aperti e non nasconderci una verità che è spiacevole e non vorremmo vedere”, esorta papa Francesco.

    Come Cristiani dobbiamo guardare in faccia la realtà, senza paura, con grande serenità senza ricorrere al vano tentativo di nascondere alcunchè (che sarebbe espressione di una mentalità da trincea), senza nemmeno dare l’immagine di voler minimizzare le notizie… Come sacerdoti, in particolare, avvertiamo l’esigenza di una maggiore assunzione di responsabilità nel prenderci cura del gregge che ci è stato affidato così come del prenderci cura gli uni degli altri”.

    Il supplemento riporta integralmente il Motu Proprio del Papa ” Come una madre amorevole”, sulla responsabilità dei vescovi nei casi di abusi e sulla loro rimozione in caso di inadempienze o complicità (i lettori di queste riflessioni ne avevano già gustati ampi stralci nella riflessione del 20 giugno 2016, qualche giorno dopo la pubblicazione del documento. Ovviamente, la stampa cattolica “locale” era stata in prudente e guardingo silenzio), due discorsi e un’omelia ancora del Papa, tre interventi di Benedetto XVI, uno studio del nostro canonista don Marco Nogara e, infine, consiglia la lettura di alcuni articoli, uno dei quali già riportato quasi integralmente in queste riflessioni l’11 dicembre 2017.

    Don Pandolfi conclude con una speranza e una strigliata alla Chiesa, per chiedere che si giunga presto alla verità:

    Forse qualcosa comincia a muoversi anche sulle sponde amene del nostro lago.
    Chissà.

    Intanto restiamo in trepida attesa di sapere se la “tracotante sicurezza” ostentata dai mass media nel novembre del 2017 corrispondeva a verità oppure no.

    Si sa che i tempi delle gerarchie ecclesiastiche sono sempre piuttosto lunghi, ma forse varrebbe la pena di stringere.

    Anche perchè ci sono tante persone in attesa di giustizia e/o di riabilitazione della propria immagine.
    D’altronde la Verità non può farci paura…altrimenti sarebbe come dire che ci fa paura Gesù.

    http://www.quicomo.it/cronaca/abusi-vaticano-iene-pandolfi-como-grandate.html

  • Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Nell’arco dell’ultimo ventennio, lo scandalo degli abusi sessuali sui minori ha aperto una crisi drammatica nel cattolicesimo mondiale e prodotto cambiamenti profondi, in parte senza precedenti, nella chiesa di Roma. Da una parte si è affermato un principio di responsabilità – prima negato e occultato – di fronte a delitti considerati gravissimi dall’opinione pubblica e da molte legislazioni civili, allo stesso tempo è entrato in discussione il clericalismo inteso come potere separato e intangibile della chiesa e dei suoi apparati. Su questo secondo aspetto, peraltro, è in corso una battaglia culturale all’interno delle stesse gerarchie ecclesiastiche tutt’altro che conclusa.

    Il momento di svolta in questa storia è il 2001: quell’anno esplodeva infatti il caso dell’arcidiocesi di Boston portato definitivamente alla luce nei mesi successivi dal Boston Globe attraverso l’ormai storica inchiesta che si è aggiudicata il premio Pulitzer ed è diventata un film da Oscar nel 2016, Il caso Spotlight. Qualcosa di paragonabile – per impatto sull’opinione pubblica e costruzione del mito del giornalismo a stelle e strisce – era avvenuto solo con lo scandalo Watergate, l’evento che contribuì alle dimissioni di Richard Nixon, da cui pure venne tratto un celeberrimo film, Tutti gli uomini del presidente.

    Dopo l’inchiesta circa settanta sacerdoti furono accusati di abusi commessi nel corso di alcuni decenni a Boston. Il cardinale arcivescovo della città, Bernard Law, si dimise nel 2002 e di lì a poco si trasferì a Roma, sfuggendo così ai procedimenti giudiziari nei quali era coinvolto per aver coperto i colpevoli, nascosto i delitti e fatto pressione in vari modi sulle vittime e sulle loro famiglie affinché mantenessero il segreto. Law, tra le proteste delle organizzazioni delle vittime e di molti fedeli, fu nominato da Giovanni Paolo II arciprete della basilica di Santa Maria maggiore, a Roma, uno dei più importanti luoghi di culto cattolici al mondo. Vi rimase dal 2004 al 2011. Nel 2017 è morto.

    Il processo in Australia
    In questa primavera 2018 altri fatti raccontano, in modo diverso, la stessa storia. Lo scorso 1 maggio il cardinale George Pell è stato rinviato a giudizio da un tribunale australiano relativamente a diversi casi di abusi su minori, che sarebbero avvenuti in due momenti diversi: tra gli anni settanta e ottanta del novecento a Ballarat, paese di origine di Pell, da cui prese il via la sua carriera ecclesiastica; e tra la fine degli anni novanta e il 2000 a Melbourne, città in cui ricopriva la carica di arcivescovo. Altre accuse sono state respinte dalla giudice Belinda Wellington che, dopo aver ascoltato per un mese una cinquantina di testimonianze contro e a favore dell’accusato, ha deciso che il processo poteva avere luogo.

    Il caso Pell ha alcune implicazioni notevoli. Il cardinale infatti era, fino a un anno fa, il prefetto della segreteria per l’economia, ovvero il capo del nuovo superdicastero creato da papa Francesco per mettere ordine nelle opache finanze vaticane. Il porporato, tuttavia, una volta che l’iter giudiziario ha preso il via in Australia, ha lasciato il suo posto – assecondando in tal modo una richiesta dello stesso Bergoglio – e si è presentato davanti al tribunale australiano per difendersi dalle accuse, rivendicando sempre la sua innocenza.

    Per ora, fa sapere la Santa Sede, “resta in congedo”, in attesa della fine del procedimento. Un po’ in omaggio al principio di non colpevolezza fino al pronunciamento della sentenza, un po’ perché nominare un secondo ministro delle finanze dopo un simile passo falso, non è così facile neanche per il papa.

    I problemi di Pell erano noti da tempo. Sia quando era a capo della chiesa australiana sia da prefetto dell’economia in Vaticano, il cardinale aveva dovuto difendersi dalle accuse di abusi sui minori davanti a due commissioni – una dello stato di Victoria e una della Royal commission. In quelle circostanze aveva di fatto ammesso le proprie responsabilità circa silenzi e coperture, adducendo alcune attenuanti tra le quali la scelta – sia pure giudicata a posteriori come un grave errore – di mettere al primo posto la difesa del buon nome dell’istituzione.

    Il processo in corso è stato accompagnato da infinite polemiche pro e contro il cardinale. Pell è stato una personalità chiave della chiesa australiana e dell’establishment del suo paese, un esponente dell’ala più tradizionalista della gerarchia cattolica sul piano dottrinario e un fautore del liberismo in economia. Tra le sue caratteristiche una buona dose di schiettezza, la capacità di lottare per le proprie idee pubblicamente, nonostante i dissensi e le critiche, e la passione – autentica – per le finanze.

    Il cardinale è entrato in conflitto con il papa sui temi etici, sulla concezione della famiglia, sulle aperture ai divorziati risposati e agli omosessuali. Pell è stato anche l’unico alto esponente vaticano ad aver scritto, nero su bianco, quale fosse il risarcimento pagato dalla Santa Sede allo stato italiano per il crac del Banco ambrosiano, ovvero 406 milioni di dollari. Ancora, davanti alla commissione dello stato di Victoria nel 2013, aveva riconosciuto – e si tratta di una rarità nel mondo ecclesiastico – che il celibato obbligatorio poteva essere all’originedi alcuni casi di abuso sui minori. Figura controversa per eccellenza, amico dell’Opus dei e vicino ai circoli finanziari più conservatori, ora dovrà affrontare un procedimento non facile sotto il profilo giuridico.

    Quando si parla di Pell, non bisogna perdere di vista il contesto: l’Australia è stata sconvolta dalle indagini sulla pedofilia che hanno portato alla luce una realtà sconcertante fatta di decine di migliaia di casi avvenuti tra il 1950 e il 2010, il 60 per cento dei quali all’interno di strutture religiose. La vicenda, definita dalle stesse istituzioni australiane “una tragedia nazionale”, ha rotto in modo traumatico il rapporto di fiducia tra la chiesa e le persone, tanto che lo stesso episcopato australiano ha convocato un concilio plenario nel 2020 (l’ultimo si è tenuto nel 1937) per affrontare la situazione; una decisione in linea con quel rilancio del decentramento sinodale, del ruolo e dell’autonomia decisionale delle chiese locali, promosso da Francesco come strategia di riduzione del centralismo romano.

    Cile, abusi, dittature e silenzi
    L’altro grande nodo venuto al pettine in questi mesi riguarda il Cile. La vicenda ha complesse diramazioni, ma il canovaccio centrale lungo cui si snoda contiene già tutti gli elementi essenziali del problema. Un sacerdote, Fernando Karadima, 87 anni, responsabile di decine di abusi sessuali, è stato anche strettamente legato ad alcune figure dell’alta borghesia cilena e a pezzi di establishment reazionario del suo paese, ha avuto frequentazioni con la giunta militare di Augusto Pinochet ed è stato in ottimi rapporti con il cardinale Angelo Sodano, ex nunzio apostolico in Cile e poi a lungo segretario di stato vaticano, uomo chiave del potere wojtyliano.

    Karadima ha inoltre fondato un’organizzazione, la Pia unione sacerdotale, attorno alla quale, tra gli anni settanta e ottanta del novecento, gravitavano politici, ministri della giunta militare, gerarchie ecclesiastiche. Diversi sacerdoti hanno fatto carriera grazie a Karadima, e alcuni sono diventati vescovi.

    Con il passare del tempo però gli abusi di Karadima sono venuti alla luce grazie alle denunce delle vittime. Il sacerdote ha subìto un processo canonico nel 2010, durante il quale è stato riconosciuto colpevole, e la Santa Sed ha respinto ogni appello per modificare la sentenza. Nel frattempo, e parallelamente, è emersa la figura di monsignor Juan Barros Madrid, vescovo della città di Osorno, nel sud del Cile. Barros – ripetevano le vittime di Karadima – aveva assistito agli abusi, ne era a conoscenza, eppure non era stato mai allontanato dagli incarichi che ricopriva, anzi aveva fatto carriera, difeso e tutelato dai più alti esponenti della gerarchia ecclesiastica. La vicenda ha provocato un’ondata di indignazione nel paese, allontanando moltissimi fedeli dal cattolicesimo.

    Nel gennaio scorso il papa, durante la visita in Cile e Perù, ha difeso a spada tratta Barros, evocando esplicitamente una sorta di complotto di sinistra, laicista e anticlericale, contro la chiesa. Le accuse contro di lui erano infondate. La presa di posizione del papa è esplosa come una bomba sulla stampa di mezzo mondo, suscitando reazioni critiche anche in ambienti cattolici. Francesco ha fatto una prima parziale marcia indietro sul volo di ritorno verso l’Italia, chiedendo scusa alle vittime per le sue parole, senza però cedere sulle responsabilità Barros.

    A quel punto sono cominciate ad arrivare critiche al papa anche dai vertici della chiesa – un altro fatto inedito. Il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della pontificia commissione per la tutela dei minori, che ha preso il posto di Law a Boston dopo gli scandali, ha dichiarato: “È comprensibile che le parole di papa Francesco in Cile siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero”. Dunque, il papa aveva sbagliato.

    Da lì in poi le cose hanno preso un corso imprevedibile: Francesco ha mandato una commissione d’inchiesta fidata e indipendente in Cile, quindi ha fatto sapere di essere stato male informato da alcuni dei suoi collaboratori sul caso Barros. Infine, tra aprile e inizio maggio, le tre vittime più note di Karadima, oggi accusatrici di Barros e dei vertici della chiesa cilena, sono state ricevute in vaticano nella residenza Santa Marta.

    Le vittime in Vaticano
    Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Andrés Murillo hanno parlato a lungo con Francesco, e secondo quanto hanno detto loro stessi non ci sono state censure o paure. Ma hanno anche aggiunto: “Non spetta a noi portare avanti le necessarie trasformazioni nella chiesa per fermare l’epidemia degli abusi e degli insabbiamenti sessuali. Speriamo che il papa trasformi le sue amorevoli parole di perdono in azioni esemplari, altrimenti tutto questo resterà lettera morta”.

    Il passo successivo sarà l’inevitabile rifondazione della chiesa cilena, anche perché negli insabbiamenti degli abusi sono coinvolti ben due cardinali, Ricardo Ezzati Andrello e Francisco Javier Errázuriz Ossa, entrambi ex arcivescovi di Santiago del Cile. Errázuriz Ossa è stato anche uno dei più stretti collaboratori di Bergoglio.

    Il tema resta quello della governance interna alla chiesa e del messaggio che la Santa Sede sarà in grado di trasmettere al mondo. Dimissioni e prepensionamenti di vescovi e cardinali cileni coinvolti nello scandalo saranno un segno di svolta. L’ammissione del proprio errore – e che errore – da parte del vescovo di Roma, pone le basi per una nuova assunzione di responsabilità da parte della chiesa. La vicenda ha segnato il pontificato, che ha creato un dicastero apposito, la Pontificia commissione per la tutela dei minori, poi entrato in crisi per il conflitto tra alcune vittime, i componenti laici dell’organismo e alcuni settori della curia refrattari ad accettare il ruolo decisionale del nuovo dicastero, ritenuto tropo laico e con troppe donne al suo interno.

    Marie Collins, irlandese, una vittima, esperta di tutela dei minori, si è dimessa nel marzo 2017 in polemica con il Vaticano e in particolare con la Congregazione per la dottrina della fede. Al centro dello scontro, i poteri reali della pontificia commissione e la possibilità o meno di istituire un tribunale vaticano per processare i vescovi colpevoli di insabbiamento. Nel luglio del 2017, però, anche il prefetto della congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, leader dei conservatori contro Francesco, ha lasciato il suo incarico a causa, tra le altre cose, di una gestione troppo burocratica dei casi di pedofilia.

    Chiesa e società
    Lo scandalo abusi, dunque, ha fatto emergere diverse questioni relative al potere clericale, al rapporto tra giustizia civile e canonica, al celibato e alla sessualità, all’assenza di donne ai vertici della chiesa. In sostanza è entrata in crisi la relazione tra chiesa e società civile.

    Tra i documenti che saranno ricordati e studiati dagli storici ci sono ben due drammatiche lettere aperte scritte dagli ultimi due pontefici proprio dopo gli scandali legati agli abusi sui minori: la prima, di Benedetto XVI, indirizzata nel 2010 ai cattolici d’Irlanda; e la seconda di Francesco ai vescovi del Cile. In quest’ultima si fa riferimento tra l’altro a “tante vittime di gravi abusi di coscienza e di potere” e agli “abusi sessuali commessi contro minorenni da diversi consacrati del vostro paese, che sono stati negati al momento e che hanno rubato loro l’innocenza”.

    Ratzinger esprimeva “la convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre ad uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro”.

    Anche in Irlanda, il lavoro condotto da una lunga serie di commissioni d’inchiesta governative aveva portato alla luce uno scenario terribile fatto di migliaia di abusi avvenuti in molte istituzioni cattoliche alle quali era stato affidato una parte consistente del sistema scolastico e formativo del paese. All’enormità dello scandalo ha fatto seguito una decisa accelerazione sulla strada della laicità nella sensibilità collettiva del paese e forse una presa di distanza dalla cultura cattolica tout-court; in questa prospettiva può essere letta l’approvazione per via referendaria dei matrimoni gay nel maggio del 2015.

    Da alcuni anni all’università gregoriana di Roma, lo storico ateneo dei gesuiti, è attivo il Centro per la protezione dell’infanzia, che si occupa di studiare gli abusi e lo sfruttamento dei minori dentro e fuori la chiesa, e di formare personale ecclesiastico in grado di gestire un problema così complesso e grave. L’obiettivo è quello di collocare la crisi interna alla chiesa dentro lo spazio più ampio del mondo e delle molteplici tipologie di violenze sui minori. Tuttavia, la rottura del patto di fiducia tra la chiesa e i fedeli, nonché la rottura del silenzio da parte delle vittime, disegnano un quadro specifico che riguarda la chiesa di Roma.

    Casi tenebrosi come quello di padre John Geoghan e Paul Shanley a Boston (autori di decine di violenze su minori, impuniti per quasi un ventennio); del fondatore del gruppo ultrareazionario dei Legionari di Cristo in Messico, Marcial Maciel Degollado (manipolatore, abusatore di minori, finanziato dal miliardario messicano Carlos Slim); e di Lawrence Murphy, sacerdote della diocesi di Milwaukee, considerato responsabile di almeno duecento casi di abuso, descrivono i percorsi di autentici predatori seriali che hanno lasciato una cicatrice profonda nella storia recente della chiesa.

    Dalla capacità di rispondere a questa macro questione – che contiene al suo interno molti dei problemi irrisolti nel rapporto tra istituzione ecclesiale e modernità – dipenderà il futuro del cattolicesimo come religione universale.

    https://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2018/05/15/scandalo-pedofilia-chiesa

  • Ipotesi dimissioni per il cardinale Pell, imputato in due processi per abusi sessuali

    Ipotesi dimissioni per il cardinale Pell, imputato in due processi per abusi sessuali

    I due procedimenti dovrebbero svolgersi in otto-dieci settimane. Il timining sarà decisivo per capire se resterà o meno alla guida della Segreteria dell’Economia

    By Maria Antonietta Calabrò

    Il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria dell’Economia, rimane per Papa Francesco e la Santa Sede “in congedo”, anche dopo il suo rinvio a giudizio per presunti abusi sessuali nei confronti di minori. Quindi la sua posizione non cambia.

    Ma per capire il suo futuro sarà decisivo il timining del processo. La nuova udienza che si è svolta alla Corte di Melbourne questa mattina, dopo la decisione di ieri, ha stabilito – e i suoi avvocati si sono dichiarati d’accordo – che i processi cui sarà sottoposto saranno due e non uno. Il primo per le accuse più vecchie (quelle relative agli anni Settanta e Ottanta a Ballarat) e il secondo per quelle più recenti (fino al 2001), quando era arcivescovo di Melbourne. Il porporato è libero su cauzione, gli è stato ritirato il passaporto, e deve notificare alla Corte i suoi spostamenti. Le date di inizio dei due processi saranno fissate tra quindici giorni, il 16 maggio prossimo.

    Il procuratore Mark Gibson in un primo tempo ha anticipato che l’accusa avrà bisogno di tre mesi per prepararsi ad andare a dibattimento, poi si è corretto, dicendo che “forse tre mesi sono un po’ troppi”, facendo capire che potrebbe essere pronto prima.

    In ogni caso accusa e difesa hanno concordato che i due processi separati dovrebbero svolgersi in otto-dieci settimane.

    L’entourage australiano di Pell – che si è sempre proclamato “non colpevole” – ha fatto sapere in passato che il cardinale intende rientrare in Vaticano dopo essere stato assolto. Il punto è quanto tempo ci vorrà e se nel frattempo il Papa nominerà un altro prefetto dell’Economia, perché è quasi un anno che Pell non è operativo, e la Segreteria dell’Economia viene gestita “con il pilota automatico” dal numero due, monsignor Luigi Mistò, che non è un cardinale, e questo – come ha dichiarato uno dei maggiori supporter di Pell nella lotta alla cosiddetta “vecchia guardia” della Curia, John Allen, direttore del Crux, considerato il più influente vaticanista americano, questa mattina al Sidney Morning Herald – crea un problema: “Perché se non c’è un cardinale alla guida, non succede nulla”.

    Allen pensa quindi che proprio per far procedere la riforma economica, cui tanto tiene, Pell potrebbe fare un passo indietro come prefetto della Segreteria dell’Economia, tornando in Vaticano a processo finito, nel caso sia assolto, per continuare il suo incarico di membro del C9, del consiglio della corona di Papa Francesco.

    “La maggiore probabilità è che non tornerà mai a Roma, almeno come capo della Segretaria dell’Economia”. Andrea Tornielli, direttore del sito Vatican Insider ha dichiarato sempre al SMH : “Non so se il Papa nei prossimi mesi prenderà la decisione di scegliere un nuovo prefetto dell’Economia”. E poi ha aggiunto: “La soluzione potrebbe venire da Pell. Può darsi che che egli possa chiedere al Papa ‘per favore, accetta le mie dimissioni, cosicché tu possa nominare un nuovo Prefetto, perché adesso devo difendermi e questo richiederà molto tempo, potrebbe essere impossibile per me tornare a Roma nei prossimi due o tre anni “. Anche se Tornielli ha poi aggiunto che “si tratta di un punto delicato”.

    La sera del primo maggio anche America Magazine, la rivista dei Gesuiti americani, ha pubblicato un lungo articolo di Gerald O’ Connell, influente vaticanista, in cui riferisce, citando alcune sue fonti romane, che se Pell dovesse presentare le sue dimissioni da prefetto, per il bene della Chiesa, indipendentemente da ogni ammissione di colpevolezza, il Papa le potrebbe accettare.

    Letteralmente: “Dato che il cardinale Pell compirà i 78 anni il prossimo giugno e sa che non può adempiere alle sue funzioni, fino a che il processo non finirà (e con un’assoluzione), egli potrebbe decidere che la cosa migliore è consegnare le sue dimissioni ora. Se dovesse farlo, fonti a Roma dicono che Papa Francesco potrebbe accettarle”.

    Non sarebbe la prima volta. In una lettera che l’allora arcivescovo di Sydney, Pell, scrisse nel marzo 2010, egli rinunciò per il bene della Chiesa all’incarico di prefetto della Congregazione dei vescovi, visto che in Australia c’erano molte accuse contro di lui per presunte coperture di preti pedofili e anche per presunti abusi personali, che avrebbero potuto essere strumentalizzate contro il Vaticano e la Santa Sede. Dopo questa richiesta, Benedetto XVI decise di non procedere alla sua nomina al vertice di uno dei dicasteri più importanti della Curia romana.

    I tempi del processo australiano, insomma, si riveleranno decisivi. Anche se è chiaro che il Papa non vuole farsi condizionare – in questo caso – dalle procedure giudiziarie, né farsi dettare l’agenda da esse.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/05/02/ipotesi-dimissioni-per-il-cardinale-pell-imputato-in-due-processi-per-abusi-sessuali_a_23425302/

  • Pedofilia, il cardinale George Pell a processo per abusi sessuali su minori. “Sono innocente”

    Pedofilia, il cardinale George Pell a processo per abusi sessuali su minori. “Sono innocente”

    di Francesco Antonio Grana

    L’uomo chiave del governo di Papa Francesco è accusato di molestie avvenute anche nella diocesi di Melbourne, di cui era alla guida. Mai prima d’ora un porporato, ovvero uno dei più alti esponenti della gerarchia ecclesiastica, era stato processato per aver commesso atti di pedofilia

    Sarà processato per pedofilia il cardinale australiano George Pell. Lo ha deciso il tribunale di Melbourne, città dove il porporato è stato arcivescovo dal 1996 al 2001, dopo 4 settimane di udienze durante le quali sono state ascoltate decine di testimonianze incrociate. Il giudice di Melbourne, Belinda Wallington, ha stabilito che ci sono prove sufficienti per un vero e proprio rinvio a giudizio di Pell, uomo chiave del governo di Papa Francesco che prima lo ha voluto nel suo “C9”, il Consiglio di cardinali che lo aiuta nella riforma della Curia romana, e poi lo ha nominato prefetto della Segreteria per l’economia. Il porporato australiano è accusato di abusi sessuali ai danni di minori avvenuti tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta a Ballarat, suo paese natale, e tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del 2000 nella diocesi di Melbourne quando Pell ne era alla guida. Dal canto suo il cardinale continua a proclamarsi innocente.

    I dettagli delle diverse accuse non sono ancora stati resi noti, ma oltre a quelli che lo vedono direttamente coinvolto vi sarebbero episodi di copertura di altri sacerdoti pedofili e perfino uno stupro. Immediato è stato il commento del Vaticano. “La Santa Sede – ha affermato il portavoce Greg Burke – prende atto della decisione emanata dall’autorità giudiziaria in Australia riguardante Sua Eminenza il cardinale George Pell. L’anno scorso il Santo Padre gli aveva concesso un periodo di congedo per potersi difendere dalle accuse che gli erano state contestate. Tale disposizione rimane tuttora valida”. Nemmeno davanti al rinvio a giudizio per pedofilia Francesco ha deciso di mandare definitivamente in pensione il porporato australiano. Eppure è da quasi un anno ormai che Pell è in congedo per potersi difendere dalle accuse e oltretutto ha ampiamente superato i 75 anni, ovvero l’età canonica delle dimissioni.

    Una decisione, quella di Bergoglio, che può ulteriormente minare le riforme del suo pontificato. A 5 anni dalla sua elezione, infatti, i vertici di entrambi i nuovi dicasteri da lui istituti, la Segreteria per l’economia appunto e quella per la comunicazione, sono di fatto commissariati con due reggenti: monsignor Luigi Mistò e monsignor Lucio Adrian Ruiz. Non bisogna nemmeno dimenticare che l’accusa che i magistrati australiani rivolgono a Pell non solo è gravissima, ma non ha precedenti nella storia della Chiesa cattolica perché mai prima d’ora un porporato, ovvero uno dei più alti esponenti della gerarchia ecclesiastica, era stato processato per aver commesso atti di pedofilia.

    Nel caso dell’allora arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, si trattava di aver coperto centinaia di sacerdoti pedofili della sua diocesi spostandoli di parrocchia in parrocchia e così consentendo che continuassero ad abusare di bambini. Nel caso di Pell, invece, oltre ad aver coperto i preti pedofili, il cardinale si sarebbe lui stesso macchiato dello stesso reato definito da Francesco “una messa nera”. Non sono nemmeno nuove le accuse al porporato australiano. Nel 2010 Benedetto XVI aveva pensato proprio all’allora arcivescovo di Sydney per sostituire il cardinale Giovanni Battista Re nel ruolo di prefetto della Congregazione per i vescovi. Ma lo scandalo della pedofilia per Pell era già alle porte e i consiglieri di Ratzinger riuscirono a scoraggiare il Papa tedesco a procedere a questa nomina. Perché allora, appena un mese dopo la sua elezione al pontificato, Francesco ha deciso di nominare Pell tra i suoi più stretti consiglieri e, successivamente, affidargli tutta la regia delle riforme economiche?

    Oltretutto già al suo debutto nella Curia romana il porporato aveva fatto parlare molto di sé: mezzo milione di euro spesi in soli sei mesi. Il conto del “moralizzatore del Vaticano”, che Francesco ribattezzò il “ranger” per i suoi modi di fare decisi, lasciò tutti senza parole: dal sottolavello da 4.600 euro a 7.292 euro spesi per la tappezzeria, dai 47mila euro per mobili e armadi a diversi lavoretti domestici che ammontavano a ben 33mila euro. Ma tra le voci c’erano anche abiti ecclesiastici per 2.508 euro e voli, ovviamente in business class, costosissimi: 1.103 euro per andare da Roma a Londra; 1.150 euro per fare Roma-Dresda; 1.238 euro con direzione Monaco. Tutte spese rimborsate dalla Segreteria per l’economia. Inevitabile fu l’intervento del Papa che chiese a Pell di ridurre drasticamente il suo tenore di vita. È indubbio che il porporato sia stato fin da subito una pesante grana per Bergoglio e per la credibilità del suo pontificato riformatore. Ciò che è ignoto è il perché ancora una volta Francesco non lo abbia definitivamente congedato.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/01/pedofilia-il-cardinale-george-pell-a-processo-per-abusi-sessuali-su-minori-sono-innocente/4327025/

     

  • L’Arcivescovo di Milano mons. Delpini ha coperto un caso di Pedofilia: nuove testimonianze e il cerchio si stringe.

    L’Arcivescovo di Milano mons. Delpini ha coperto un caso di Pedofilia: nuove testimonianze e il cerchio si stringe.

    E’ il caso don Mauro Galli, sacerdote accusato di aver abusato sessualmente di un minore nel 2011, a tirare in ballo, ancora una volta, l’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini, all’epoca dei fatti Vescovo ausiliare della zona in cui è avvenuto il presunto abuso sessuale.

    Sono infatti ora disponibili le trascrizioni dell’udienza penale che si è svolta pochi giorni fa, il 5 Aprile 2018, nella quinta sezione penale del Tribunale di Milano.

    Questa volta, a confermare le molteplici testimonianze che hanno già coinvolto l’Arcivescovo di Milano, mons. Delpini, è una voce autorevole: l’educatore di professione e capo scout del ragazzo, forse il primo ad aver ricevuto direttamente l’esplicita drammatica confessione dell’abuso.

    Mentre l’Arcivescovo, con una serie di acrobazie, ormai da tempo sta cercando in tutti i modi di “schivare” il caso – non ultimo con il tentativo da parte di alcuni giornali – non può più negare il fatto certo che lui stesso fosse, fin dai primi giorni, a conoscenza del presunto abuso. Tutto questo è emerso chiaramente nel Processo e, peraltro, anche ammesso da Delpini stesso già nel 2014, quando era stato interrogato dalla polizia: il parroco don Carlo Mantegazza nel 2011 “…mi disse al telefono che il ragazzo aveva poi segnalato presunti ABUSI SESSUALI compiuti da don Mauro”. Mons. Delpini tenta dunque, ora, di dare un significato differente al termine “abuso”.

    Il tentativo di manipolare la realtà è quindi passato dalla negazione totale della conoscenza del presunto abuso, (tuttora comunque falsamente rappresentata dal  comunicato ufficiale della diocesi di Milano la quale sostiene che nel 2011/12 “la parola «abuso» si manteneva distante dal racconto della vicenda”), al bieco tentativo di darne un diverso significato:

    “Delpini usa la parola «abuso», ma è evidente che si riferisce al fatto dell’aver invitato a dormire sullo stesso letto il ragazzo e di averlo abbracciato”: come se questo fatto non fosse grave ma un atteggiamento normale. Atteggiamento talmente normale da non richiedere l’avvio dell’indagine canonica prevista per i casi di sospetto abuso, o atteggiamento che ragionevolmente e oggettivamente non poteva destare il minimo sospetto da indagare…

    Ed è proprio qui che a questo punto si pone il problema, perché Delpini aveva solo due cartucce da sparare:

    • O mons. Delpini sostiene che non è stato adeguatamente informato – cosa che ha tentato di fare con il comunicato della diocesi – tentativo ormai fallito perché tutte le prove processuali, le registrazioni e le testimonianze, incluso la sua deposizione giurata, lo smentiscono (deposizione che probabilmente sperava non fosse acquisita agli atti e che quindi potesse rimanere segreta nel fascicolo del PM dato che tramite l’avvocato Zanchetti era riuscito ad evitare l’interrogatorio davanti ai giudici);
    • Oppure mons. Delpini tenta di far credere che la parola “abuso” e “presunto abuso sessuale”, come lui stesso esplicita, si riferisse ad una parola utilizzata impropriamente da tanti, da tutti, da lui stesso nell’accezione “abuso sessuale” soltanto per descrivere il fatto che il don Galli avesse portato il minore nel letto tenendolo abbracciato. Nella sua stessa deposizione (come riscontrato anche da altre testimonianze e dalla deposizione stessa di don Mauro) Delpini dice di aver convocato subito il prete che ammetteva di aver portato a letto il minore “…ha per altro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte…”.

    Ma anche semplicemente sostenendo questa seconda tesi, di fatto Delpini ammette che sapeva CERTAMENTE che il minore era stato portato a letto dal prete, nella casa dello stesso, nel suo lettone, nonostante avesse a disposizione la camera degli ospiti, c’era stato un contatto fisico e,  nonostante ciò, non avvia alcuna indagine previa propedeutica ad approfondire, ma sposta subito il prete, ancora a contatto con i minori, in un’altra parrocchia.

    “Quando il Vescovo abbia notizia di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori ad opera di chierici sottoposti alla sua giurisdizione, deve procedere immediatamente a un’accurata ponderazione circa la verosimiglianza di tali notizie (2).”

    (2) Il can. 1717 del codice di diritto canonico dispone infatti che l’indagine previa abbia luogo quando l’Ordinario abbia notizia «almeno probabile» di un delitto.

    “A tal fine, il semplice trasferimento del chierico risulta generalmente inadeguato, ove non comporti anche una sostanziale modifica del tipo di incarico.”

    Papa Francesco precisa inoltre integrando il codice di diritto canonico in forma di “MOTU PROPRIO”:

    “Il Diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto (cfr can. 193 §1 CIC; can. 975 §1 CCEO). Con la presente Lettera intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili, previsti dal MP Sacramentorum Sanctitatis Tutela promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI. In tali casi si osserverà la seguente procedura.”

    Un vero e proprio maldestro pasticcio, ulteriormente aggravato dall’estremo tentativo di distogliere l’attenzione dai fatti certi, quelli certificati dal Tribunale, dalle indagini e dalla polizia: solo un paio di settimane fa, il portavoce ufficiale di mons. Delpini, inviava segretamente una mail a tutti i prelati della Diocesi. In quella mail invitava i sacerdoti a muoversi segretamente, per divulgare il contenuto del Comunicato ufficiale della Diocesi di Milano, per contrastare quanto raccontato dai media presenti nelle aule di giustizia. La comunicazione segreta si concludeva con la raccomandazione firmata da don Davide Milani di non far sapere della comunicazione stessa ma solo indirizzare a leggere il comunicato della diocesi.

    Ma tutto questo, alla luce della testimonianza dell’educatore, capo scout del ragazzo, si complica ulteriormente: emerge sempre più drammaticamente lo scenario e le responsabilità inequivocabilmente consapevoli dell’attuale Arcivescovo.

    Indipendentemente da ciò che poteva immaginare mons. Delpini, rispetto alla narrazione che gli veniva offerta dai suoi collaboratori (don Alberto e don Carlo), indipendentemente dalla sua capacità di attribuire il senso corretto alle parole (d’altronde è solo un professore di Greco e Patristica), chi ha parlato con il minore ha riferito subito, in quei giorni, prima dello spostamento di don Mauro, quanto ascoltato dal minore stesso usando esplicitamente il termine “abuso”: tutti quelli che si sono espressi hanno usato il termine “abuso” e “abuso sessuale”.

    Il capo scout dichiara al Giudice che ricorda benissimo che il giorno 6 gennaio 2012, in occasione di un campo con i ragazzi nel quale era presente anche il minore, vedendo quest’ultimo visibilmente triste e silenzioso, aveva notato che stava male quindi gli ha chiesto se voleva parlare.

    “…l’ho guardato e gli ho detto: tu non stai bene, c’è qualcosa che non va?”

    Il ragazzino gli dichiara immediatamente e lo ripete esplicitamente che è stato abusato da don Mauro quindi inizia a piangere.

    “…il ragazzo guardandomi mi dice: Sono stato abusato, è successa una cosa brutta sono stato abusato e si mette a piangere subito.”

    Forse Delpini vuole farci credere che anche il ragazzo ha sbagliato ad esprimersi, non conosce il significato del termine abuso, lo ha usato impropriamente??? Forse voleva dire “…è successa una cosa brutta: ho dormito!!!”

    TUTTI SBAGLIANO AD ESPRIMERSI E A CAPIRE, SOLO DELPINI NON HA ALCUN DUBBIO!

    “…La fortuna vuole che Don Alberto sta salendo per dire messa al nostro campo e quindi parlo anche con lui di questo.”

    Il capo scout attendeva quella stessa sera l’arrivo di don Alberto Rivolta al campo dei ragazzi per celebrare la messa: una volta arrivato gli racconta subito quanto confessato dal minore ponendosi anche per primo (e forse unico) il problema della denuncia alle autorità civili ritenendo che la confessione ricevuta direttamente dal minore fosse relativa ad un fatto grave, da denunciare.

    Il capo scout invece riceve indicazioni diverse da don Alberto e rassicurazioni circa la gestione della situazione.

    Don Alberto riferisce in quella circostanza, all’educatore, che il caso è già presidiato, ne sono già a conoscenza lui stesso, i genitori, il parroco e il Vicario episcopale mons. Delpini, riferisce che lui stesso ha incontrato la neuropsichiatra del minore la quale gli ha riferito personalmente che il ragazzino non era, in quel momento, in grado di sostenere psicologicamente la denuncia.

    “…Mi è stato detto sia dei genitori che anche da Don Alberto che la psicologa riportava in questo momento troppo fragile per il minore per poter affrontare una denuncia e di aspettare un attimo che ci si stava muovendo, che erano già stati informati tutti i livelli della chiesa quindi il parroco, il vicario…”

    Don Alberto disse al capo scout che don Mauro sarebbe stato spostato a breve, ma nessuno poteva immaginare che sarebbe stato ancora con i minori.

    “…Don Mauro doveva essere spostato il prima possibile dalla parrocchia di Rozzano. Questo è quanto c’era detti…”

    L’educatore in seguito si accorge, rimanendo basito, che il Galli era ancora con i minori, ancora una volta ne parla con don Alberto.

    “…poi ho visto tramite Facebook che Don Mauro era in un oratorio e ho chiamato Don Alberto per chiedergli “cos’è sta storia? Perché è ancora in un oratorio?”

    E’ poi emerso che la testimonianza rilasciata durante l’interrogatorio era coincidente con quanto in precedenza dichiarato alla polizia quando nel febbraio del 2016 veniva interrogato.

    Quindi certamente almeno il 6 gennaio 2012 arriva la notizia esplicita dell’abuso all’interno del clero, decisamente ben prima della incredibile e inopportuna decisione di Delpini di non avviare alcuna indagine canonica ma di trasferire il Galli ancora con i minori.

    Sappiamo oramai dal Processo che don Alberto si incontra in quei giorni più volte con don Carlo, mons. Delpini e mons. Tremolada, proprio per esplicitare i fatti, e quindi consentire a Delpini di prendere le decisioni.

  • Pedofilia nella Chiesa, le vittime di Maciel chiedono il risarcimento

    Pedofilia nella Chiesa, le vittime di Maciel chiedono il risarcimento

    Pedofilia ai danni di seminaristi: le vittime di padre Maciel hanno scritto ai vertici dei Legionari di Cristo: vogliono essere riconosciute e risarcite

    Vaticano, riemerge una nota e brutta storia di pedofilia. Un gruppo di vittime di padre Macielha scritto una petizione indirizzata ai nuovi vertci dei Legionari di Cristo per ricevere giustizia morale ed economica.

    Marcial Maciel Degollado, nel 2016, è stato riconosciuto ufficialmente dal Vaticano come l’autore di una serie di atti di pedofilia compiuti ai danni dei seminaristi dell’istituto che aveva fondato in Messico nel 1941. Dopo la scomparsa di Maciel, si venne a sapere che il consacrato aveva in realtà una doppia vita, con tanto di due differenti compagne e tre figli. Un tipo di esistenza che la Santa Sede stessa ha definito “senza scrupoli”.

    Episodi e fatti per i quali Papa Benedetto XVI approvò la decisione della Congregazione per la Dottrina della Fede dell’allora prefetto Levada di condannarlo in via definitiva ad una vita di preghiera e penitenza. Condanna supportata, ovviamente, dall’obbligo di rinuncia al ministero. Sempre Joseph Ratzinger, quando era ‘solo’ un cardinale, aveva definito Maciel un “falso profeta”. Le accuse rivolte a Maciel, però, si riferivano a fatti avvenuti sin dalla fine degli anni 50′. La Santa Sede è intervenuta, dopo un’indagine durata circa un anno, solo durante il pontificato di Papa Wojtyła e per via della richiesta di Ratzinger di riaprire il caso. La denuncia ufficiale, tuttavia, sarebbe stata presentata nel 1998.

    L’obiettivo di queste vittime è adesso quello di essere riconosciute pubblicamente come “storiche” con tutto ciò che questo comporterebbe in termini di risarcimento. Secondo quanto si legge sull’Associated Press, alcune di queste persone sarebbero ormai anziane e dovrebbero fare fronte a disagi finanziari. I firmatari della petizione, almeno per il momento, sono solo otto, ma non si esclude che il numero possa aumentare con il trascorrere del tempo. Sempre sull’agenzia di stampa citata, si apprende che i nuovi vertici dei Legionari di Cristo avrebbero assicurato di volersi mettere in contatto con ognuno dei firmatari della richiesta.

    Dopo la riapertura del “caso Barros”, il vescovo cileno su cui Papa Bergoglio ha detto di aver “commesso errori di valutazione” a causa di informazioni sbagliate, ecco la possibile riapertura di un altro scottante caso relativo alla pedofilia nella Chiesa.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/pedofilia-nella-chiesa-vittime-maciel-chiedono-risarcimento-1515245.html

  • Sos delle vittime di padre Maciel: il Papa riapra il caso più scabroso degli ultimi secoli

    Sos delle vittime di padre Maciel: il Papa riapra il caso più scabroso degli ultimi secoli

    Città del Vaticano –  Altri guai si profilano all’orizzonte per i Legionari di Cristo, l’ordine commissariato da Benedetto XVI per risanarlo dagli enormi danni provocati dal suo fondatore, padre Maciel, un criminale, tossicomane, pedofilo seriale e spergiuro, visto che mentre frequentava Giovanni Paolo II aveva contemporaneamente due famiglie, una in Spagna e l’altra in Messico, con diversi figli (a loro volta abusati). Forse il caso più terribile che abbia scosso alle fondamenta la Chiesa negli ultimi secoli, affrontato di petto solo da Papa Ratzinger. Una volta eletto il pontefice decise di agire con mano ferma, punendo il prete e commissariando la realtà religiosa presente in diversi Paesi. Infine provvedendo ad azzerare le costituzioni interne per cercare di salvare il salvabile.

    A distanza di 12 anni dalla morte di padre Maciel Marcial Degollado, il fondatore che molti hanno paragonato a una specie di demonio, un gruppo di vittime si è fatto avanti scrivendo una lettera ai nuovi vertici dell’ordine  per chiedere giustizia, esigendo scuse pubbliche ma, soprattutto, risarcimenti. Morali e materiali. Secondo l’agenzia di stampa americana Associated Press i richiedenti per ora sono otto ma non è escluso che possano, in futuro aumentare, fino a formare una sorta di class-action. Le vittime chiedono che la Chiesa apra un nuovo capitolo con una commissione incaricata di valutare i danni causati alle persone.

    Il caso Maciel è stato ampiamente sottovalutato per lungo tempo, tenendo conto che le prime accuse contro il sacerdote messicano arrivarono in Vaticano negli anni Cinquanta, e poi ancora negli anni Novanta, sempre precise e accurate. Ma furono di volta in volta accantonate e insabbiate, anche perché Maciel godeva della protezione di importanti cardinali di curia e di una rete di amici influenti. Nella lettera le vittime rammentano proprio questo quadro di riferimento, facendo affiorare una situazione omertosa che forse andrebbe rispolverata e approfondita.

    In questi giorni Papa Francesco ha riaperto il caso cileno del vescovo Barros, accusato da un gruppo di vittime cilene di avere protetto e coperto un prete pedofilo. Barros inizialmente era stato difeso dal pontefice argentino, probabilmente a causa di informazioni ricevute dall’episcopato cileno e dal nunzio apostolico a Santiago del Cile, Ivo Scapolo. Solo successivamente Bergoglio ha cambiato posizione, dopo avere ricevuto i risultati di una indagine supplementare affidata il mese scorso ad una specie di vescovo 007.  Le testimonianze raccolte da monsignor Charles Schicluna hanno provato che le vittime cilene non hanno mai mentito e che forse qualcuno aveva tratto in inganno il pontefice con informazioni di comodo. Per questo il Papa ha convocato a maggio l’intero episcopato cileno per una specie di redde rationem.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_legionari_cristo_wojtyla_ratzinger_maciel_degollado_vittime_cile_barros-3667957.html

  • Muore il cardinale O’Brien accusato di abusi sessuali, ma il Vaticano “pulisce” la biografia

    Muore il cardinale O’Brien accusato di abusi sessuali, ma il Vaticano “pulisce” la biografia

    Città del Vaticano – E’ morto da cardinale Keith Michael Patrick O’Brien, nonostante le accuse di aver abusato reiteratamente, negli Ottanta e Novanta, di due seminaristi e un prete (maggiorenni). Una brutta pagina. L’ex arcivescovo di Edimburgo è morto nel suo buen retiro senza che il Vaticano abbia mai reso noti i risultati dell’inchiesta che fu fatta tre anni fa. A causa della sua «indegnità morale» (parole di O’Brien) il cardinale non potè partecipare al conclave del 2013. Stamattina è stata annunciata la scomparsa del porporato con la diffusione di una biografia ufficiale in cui è stata omessa (censurata?) tutta la parte relativa alla inchiesta e ai motivi per i quali O’Brien non prese parte all’elezione papale. Al cardinale O’Brien fu inflitta una mite punizione: ritirarsi a vita privata, ma senza essere privato dell’onore della berretta rossa. Esattamente come accadde, più di 10 anni fa, anche al cardinale austriaco Groer, anch’egli morto in un buen retiro – un monastero benedettino in Austria – senza che fossero stati emanati provvedimenti seri come la riduzione allo stato laicale o la revoca del cardinalato, nonostante l’ammissione di Groer di avere commesso abusi, stavolta su minori.

    La biografia diffusa stamattina sul cardinale O’Brien informa solo che «egli ha partecipato al conclave nell’aprile 2005 che ha eletto Papa Benedetto XVI» ma non ha «partecipato al conclave del marzo 2013» e che, d’intesa con Papa Francesco, «nel mese di maggio 2013 ha lasciato la Scozia per un periodo di rinnovamento spirituale, di preghiera e penitenza. Successivamente, nel marzo 2015 – si legge – dopo un lungo itinerario di preghiera, il card. Keith Michael Patrick O’Brien ha rinunciato ai diritti e alle prerogative del cardinalato, espresse nei canoni 349, 353 e 356 del Codice di Diritto Canonico». Ovvero le prerogative dell’elezione papale. Nessun cenno all’inchiesta che fu condotta da monsignor Charles Scicluna, lo stesso arcivescovo che ora sta indagando sul caso della pedofilia nel Cile.

    Nel 2014, in una breve dichiarazione, O’Brien, a seguito della inchiesta vaticana, aveva rilasciato una breve dichiarazione dicendosi profondamente addolorato per le sue vittime, sottolineando che la sua condotta sessuale aveva infranto tutti gli standard morali che da lui erano richiesti.

    A suo tempo il caso O’Brien fece scalpore in tutta la Gran Bretagna perchè il cardinale scozzese si era rivelato il più acceso sostenitore della famiglia tradizionale, scagliandosi spesso violentemente contro gli omosessuali, il matrimonio tra i gay, i rapporti «contro natura».

    https://www.ilmessaggero.it/AMP/papa_francesco_pedofilia_cardinale_scozzese_o_brien_gay_vaticano_abusi-3616114.html

  • Preti pedofili: la Chiesa prima non crede alle accuse, poi compra il silenzio delle vittime

    Preti pedofili: la Chiesa prima non crede alle accuse, poi compra il silenzio delle vittime

    Ipocrisia. Parola dura, ma l’unica che può descrivere l’atteggiamento della Chiesa sulla presenza di pedofili tra le sue fila. Dietro l’abito talare, spesso si nascondono orchi, preti che approfittando della propria posizione ed immagine che dovrebbe essere “di garanzia”, adescano ragazzini e ragazzine, spesso anche disabili, per soddisfare le proprie perverse pulsioni sessuali.

    Un cancro, quello della pedofilia nella Chiesa, di cui si parla, sì, ma troppo poco e soprattutto male, perché affrontare l’argomento non è semplice, incontrando nelle istituzioni ecclesiastiche un insormontabile muro di omertà. Non è questa l’immagine della Chiesa che da cristiani vorremmo vedere, ma in qualità di uomini e donne, genitori, zii, educatori e anche da credenti, abbiamo l’obbligo di tentare ad infrangere quel muro ed epurare la Chiesa dalle proprie falsità.

    Perché le storie di cronaca sugli abusi sessuali da parte di curati, non testimoniano solo la presenza di singoli soggetti che si macchiano di tale abominevole reato, ma anche di una fitta rete di colpe e complicità che coinvolge la gerarchia della Chiesa a vari livelli. La Chiesa, infatti, anziché vigilare e condannare, spesso nasconde l’atto criminoso, discredita le vittime e compra il loro silenzio.

    Come è avvenuto ad esempio a Milano, dove la Curia ha offerto 150mila euro ad un giovane abusato all’età di 15 anni perché ritirasse la denuncia presentata contro don Mauro Galli, sacerdote della parrocchia di Rozzano. Come scrive Il Giornale, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, all’epoca dei fatti vicario, prese la decisione di istituire un fondo per le vittime di pedofilia, fondo che doveva servire per “risarcire” le vittime. La verità è che le Arcidiocesi spesso hanno usato tali fondi per comprare il silenzio delle vittime che ufficialmente non vengono credute, ma si tenta di mettere a tacere.

    La stessa cosa, come ha fatto vedere un servizio delle Iene di Canale 5, sarebbe successa a Napoli, in località Ponticelli, dove un giovane ha denunciato di avere subito per anni gli abusi del parroco don Silverio M. “Mi ha violentato quando avevo 13 anni. Diceva che il mio seme lo aiutava a stare meglio, a curarsi. Solo a 16 anni mi sono sottratto a questo dominio”. Queste le terribili parole del ragazzo abusato che è stato screditato in ogni modo ed umiliato con l’archiviazione del caso disposta dalla Curia di Napoli. Oggi il Vaticano ha chiesto gli atti dell’indagine avviata dall’Arcivescovo di Napoli, facendo intendere di volere riaprire il processo nei confronti di don Silverio. Milano e Napoli, sono solo due piccolissimi lembi di terra se messi a confronto con la diffusione del fenomeno della pedofilia nella Chiesa che ha suscitato orrore e scandalo in ogni parte del mondo. Una realtà sommersa che viene lasciata proliferare nell’ipocrisia dei vertici della Chiesa che per evitare la gogna pubblica, insabbiano ogni ipotetico caso. Questo atteggiamento omertoso è aggravato dal fatto che i sacerdoti accusati, continuano ad indossare l’abito talare, continuano a fare messa. Vengono semplicemente trasferiti da una parrocchia all’altra, lasciandoli a contatto con altri, bambini, altri adolescenti che diventano altre potenziali vittime di cui comprare il silenzio.

    Papa Benedetto XVI e Papa Francesco hanno pubblicamente affrontato il tema della pedofilia, hanno usato parole di condanna ed hanno inasprito le pene previste dal codice canonico… ma tutto questo a che serve? A costo di essere impopolari, non basta che il Pontefice maximus condanni genericamente la pedofilia, dovrebbe esaminare le statistiche di quanti processi per pedofilia affrontano i tribunali ecclesiastici, quante condanne vengono spiccate ogni anno? La risposta è pochissime, se non alcuna. È chiaro, dunque, che qualcosa non va e non andrà mai, fino a quando dai vertici del Vaticano non verranno pronunciate solo sterili parole di solidarietà, ma quelle che affermano che i preti pedofili, vanno immediatamente consegnati alla giustizia, destituiti dal loro incarico, processati e condannati come qualunque altro pedofilo stupratore. Questo deve essere la speranza non di atei progressisti, ma di qualunque cattolico professante, perché possa entrare in Chiesa a testa alta, senza vergogna. Gli scandali sessuali e le omertose compiacenze della Chiesa cesseranno solo se la sfera sessuale smetterà di essere demonizzata. Il filosofo Bertrand Russel scriveva che: “Nessuna religione odia di più l’uomo quanto quella cattolica”. Dietro la totale chiusura verso la libertà sessuale, si nasconde l’esigenza di un’Istituzione di preservarsi sempre uguale a se stessa. Il sesso è un tabù, ma si adotta una doppia morale: quella di vietarlo e quella di praticarlo, esasperandolo e dando l’assist a forme di abusi, di prostituzione, di tradimenti, perpetrati nella certezza di restare impuniti, difesi da una tonaca.

    https://www.lecodelsud.it/preti-pedofili-la-chiesa-prima-non-crede-alle-accuse-poi-compra-il-silenzio-delle-vittime

  • Preti pedofili, per lo Stato hanno più diritti delle vittime

    Preti pedofili, per lo Stato hanno più diritti delle vittime

    Il governo italiano non ha mai adottato le misure necessarie per contrastare la pedofilia ecclesiastica. Per questo Rete L’Abuso l’ha diffidato, contestando la violazione della Convenzione di Lanzarote e di diritti costituzionali delle vittime a vantaggio dei loro abusatori.

    di Federico Tulli

    Quando era 13enne e per i tre anni successivi, Giada Vitale è stata abusata da un sacerdote 55enne. Appena diventata maggiorenne, dopo due anni passati a entrare e uscire dall’ospedale a causa del trauma emotivo subito, Giada lo denunciò, entrando in un altro tunnel dell’orrore. Nel 2016 il Gip ha infatti prosciolto l’uomo, parroco del paesino in cui viveva e vive la ragazza oggi 23enne, per i fatti accaduti dopo il compimento dei 14 anni che per la legge è l’età del consenso purché il minore non abbia subito delle pressioni tali da essere considerato incapace di intendere e di volere. La perizia psichiatrica di parte presentata da Giada – orfana di padre e con la madre assunta come domestica nella parrocchia “incriminata” – parlava chiaro: lei era soggiogata dal prete che era anche suo educatore e maestro di musica. Ma il giudice pur non essendo un medico non ne tenne conto, nemmeno consultò il documento. Ritenendo che allo scoccare della mezzanotte dei suoi 14 anni la ragazzina fosse diventata consenziente, avendo affermato davanti ai carabinieri al momento della denuncia di aver voluto bene al prete. I lettori di Left ricorderanno questa vicenda che fu ricostruita solo dal nostro settimanale in occasione della sconcertante sentenza del Gip. Nel frattempo si è svolto il processo di primo grado per le accuse riguardanti il periodo delle violenze in cui Giada aveva meno di 14 anni: il sacerdote è stato condannato a sei anni.

    Perché riportiamo in evidenza questa dolorosa storia? Perché ora, grazie anche alla nostra inchiesta la Rete L’Abuso ha inviato una diffida alla presidenza del Consiglio per «condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote e altre inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione italiana».

    Tra i destinatari della diffida non c’è solo Paolo Gentiloni. Leggiamo anche: la XII Commissione affari sociali della Camera, il garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza e la presidenza del Parlamento europeo.

    In base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini e le istituzioni, sono obbligati a rispondere entro 30 giorni. Per conoscenza hanno ricevuto il documento l’Unicef, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, il presidente della Repubblica (come garante della Costituzione), l’Istituto interregionale per la ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite (Unicri) e il Centro di ricerca innocenti Unicef.

    Che cosa contesta Rete L’Abuso allo Stato italiano è presto detto, del resto era in parte denunciato già dai nostri articoli sul caso di Giada. Per prima cosa, e questa è una nostra “battaglia” sin dai tempi di Benedetto XVI, la mancata istituzione di una commissione d’inchiesta sulla pedofilia clericale sulla falsa riga di quelle che hanno agito in decine di Paesi nel mondo segnati da questo fenomeno criminale. E poi, non meno importante, la violazione della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori.

    L’associazione che si occupa della tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili ritiene che in base alla Convenzione, convertita in legge nel 2012, il governo italiano dovrebbe vietare alla Chiesa lo svolgimento di un processo canonico per abusi su minori prima che sia concluso l’iter giudiziario “corrispondente” in sede civile. «In questo modo – spiega l’avvocato Mario Caligiuri che assiste Rete L’Abuso in questa iniziativa – viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».

    Ed è esattamente quanto accaduto a Giada Vitale. Prima di rivolgersi alla magistratura italiana aveva denunciato il suo aguzzino alla Diocesi di residenza. La quale non fece nulla nei confronti del prete fino a quando la ragazza non entrò in una caserma dei carabinieri. A indagini “laiche” ancora in corso, scattò in pochissimo tempo il processo ecclesiastico. Ed ecco il punto rispetto al quale si denuncia l’inerzia del governo oltre alla violazione di elementari diritti di alcuni cittadini (le presunte vittime), in favore di altri (i preti presunti abusatori). Racconta Caligiuri: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Pensando al controesame, prosegue l’avvocato, «il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva». Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, è il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma insieme al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il minore molestato, ma Dio. Per la Chiesa cattolica, infatti, l’abuso è un delitto morale in violazione del VI Comandamento,

    Per la Chiesa cattolica, lo stupro di una bambina è un delitto contro la morale, un’offesa alla divinità
    non un crimine violentissimo contro una persona inerme, che si fonda sul patologico annullamento della realtà umana del bambino. Anche di questo lo Stato italiano dovrebbe tener laicamente conto nel valutare l’opportunità di iniziare a rispettare la Convenzione di Lanzarote nei termini indicati dalla diffida. Dal canto suo il Vaticano non ha alcuna intenzione di modificare questo atteggiamento nei confronti delle vittime e trattare questi crimini per quello che sono.

    Su richiesta del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, in base alla relativa Convenzione ratificata da papa Francesco nel 2013, il Vaticano avrebbe dovuto modificare le norme penali che considerano lo stupro alla stregua di un peccato, di un vizio, e presentare relativa prova all’Onu entro il primo settembre 2017. Ebbene, a sei mesi dalla scadenza del termine, nessuna relazione è stata presentata dagli emissari di Bergoglio. A conferma di quando davvero gli interessi l’incolumità delle vittime. E così, mentre i media italiani esaltano la presunta tolleranza zero del papa e il governo fa finta di nulla, la pedofilia nella Chiesa continua a rimanere tranquillamente nascosta sotto il tappeto di vescovi, parroci e cardinali. Con l’avallo del pontefice.

    Federico Tulli Left del 2-3-18