Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

    di Alessandro Ambrosini – Il cardinale Poletti, non era solo nelle rubriche telefoniche del potere politico romano. Usava “l’arte delle pubbliche relazioni” a 360°. Sapeva relazionarsi con ogni fascia sociale se ciò poteva servire ai suoi scopi. Scopi che potevano collimare con quelli della Chiesa e del suo ruolo ecclesiastico.  Altri rimanevano strettamente personali, e con molti punti di domanda.

    Di illazioni e congetture ne sono state fatte molte sul Vicario di Roma. Sicuramente alcune sono state inventate per invidia, alcune per lotte intestine di potere, altre senza riscontri. C’è una regola però che bisogna sempre considerare: se le stesse “voci” vengono da più ambienti, se ciclicamente compaiono su certi argomenti, qualcosa di vero c’è. Sempre. Soprattutto in un periodo storico ( gli anni ‘70/’80) in cui, per l’opinione pubblica, la Chiesa era forte e moralmente indiscutibile. Anni in cui rappresentava un baluardo spirituale, economico e sociale dell’Occidente all’interno della “Guerra fredda”. Un ruolo che ha permesso più del lecito in molti casi, “scandalo Marcinkus” docet.

    Andreotti e Monsignor Casaroli

    Nella politica vaticana, Poletti non è mai stato vicino all’ala di Casaroli, che proponeva la famosa “Ostpolitik”, la politica di apertura verso i paesi del blocco di Varsavia. Era un anticomunista convinto. Negli anni delle Brigate Rosse, sebbene non sia mai stato colpito un solo rappresentante della Santa Sede, la paura di rapimenti o gambizzazioni era concreta nel silenzio delle stanze dei porporati.

    E’il 12 febbraio del 1980, quando a Roma,  sugli scalini che portano alla facoltà di Scienze politiche della Sapienza, viene ucciso con sette colpi di pistola Vittorio Bachelet. Docente e vicepresidente del Csm,  democristiano proveniente dall’Azione Cattolica, Bachelet era finito nel mirino delle Brigate Rosse per “aver trasformato il Consiglio Superiore della Magistratura da organismo formale a mente politica”. Il primo democristiano che le Br hanno voluto uccidere. Non rapire, non processare come l’onorevole Aldo Moro, qualche anno prima. Una differenza sostanziale.  Non era un politico qualsiasi il giurista romano. Era stato dentro le architetture di sistema dello Stato pontificio, era stato un collaboratore prezioso per gli ultimi papi. Soprattutto per Paolo VI che nel ‘76 lo fece nominare vicepresidente del Pontificio consiglio per la famiglia, per la giustizia e per la pace.

    L’omicidio di Vittorio Bachelet

    L’omicidio Bachelet fece scalpore dentro le mura del Vaticano, forse più del rapimento del presidente Moro. Bachelet non era solo politicamente vicino alla Chiesa. Bachelet era dentro la Chiesa.  Forse, fu per questo che il cardinale Poletti iniziò ad allacciare rapporti con alcuni elementi trasversali tra le formazioni estremistiche di destra e la criminalità organizzata della Banda della Magliana. Personaggi che frequentavano le zone adiacenti  Città del Vaticano, come Prati, Parioli o il centro storico. Persone giovani, che sapevano “muoversi” e che potevano sentire ciò che non arrivava dietro le mura leonine. Persone che potevano essere “utili” per scopi non ufficiali. Fuori dal controllo della Gendarmeria. Non era qualcosa di inusuale. Altri porporati, prima di lui, conobbero e usarono persone con pedigree criminale di spessore. A Regina Coeli o al minorile di Trastevere, come l’allora segretario di Stato Agostino Casaroli, come i cappellani del tempo: don Pietro Prestinenzi e don Pietro Vergari. In modo più diretto, e continuativo, l’oscuro vescovo Paul Marcinkus.

    Il cardinale e il “guerriero senza sonno. Una nota stonata

    E’ da una agenda, sequestrata nel 1983 a un latitante dei Nar, Stefano Soderini, che possiamo parlare di rapporti tra Poletti e l’area spontaneista armata dell’estremismo di destra. La giornalista d’inchiesta Antonella Beccaria, durante il processo a Gilberto Cavallini sulla strage di Bologna nota, nei fascicoli processuali, un appunto in una pagina dell’agenda. E’ segnato in data 19 giugno 1982 e recita: Ore 19 Tel. Card. Poletti.

    Stefano SoderiniLa questione è particolarmente spinosa. Nel 1982, Stefano Soderini, ha solo 21 anni  ma è un latitante con, alle spalle, la partecipazione a diversi omicidi e svariate rapine. Come molti giovani legati all’estrema destra, non tutti, proveniva da una famiglia borghese. Non ha le stigmate del leader, non è considerato un predestinato alla “guerriglia urbana”, ma si applica. Da “Costruiamo l’azione” di Paolo Signorelli passa a Terza Posizione di Roberto Nistri, una delle formazioni più numerose e capillari a Roma Nord. Da lì, il passaggio ai Nar con Gilberto Cavallini. Non ha una spinta militante ideologica, la sua partecipazione è più legata alle simpatie umane e all’amicizia. Viene considerato inquietante e cinico. Nella preparazione di rapine e aggressioni armate lui è l’uomo che deve procurare le auto, rigorosamente rubate. E’ l’uomo della logistica che però sparò il suo primo colpo d’arma da fuoco a sedici anni, con la pistola di Aldo Semerari, l’illustre psichiatra che lavorò contemporaneamente con servizi segreti, camorra e Banda della Magliana.  Una sorta di “chiavistello umano” usato per perizie legali accomodanti.
    Aldo SemerariSoderini legò molto anche con Walter Sordi e i Walter’s boy, l’aristocrazia romana con la pistola. Ragazzi più da “Piper” che da lotta armata, più alla ricerca di emozioni forti e bella vita che spontaneismo armato militante. Un mondo diverso rispetto alla sua “batteria pesante”, che annoverava nomi come Massimo Carminati, Stefano Tiraboschi, Vittorio Spadavecchia, Vittorio Baioni e Cristiano Fioravanti. Un gruppo dove la linea di demarcazione tra politica di strada, sopravvivenza e criminalità correvano parallele, quasi sovrapposte. Linea che si spostò sempre di più verso l’ambito criminale.

    Soderini si pentì, dopo il suo arresto. Alcuni anni dopo, ancora sotto regime di protezione e di collaborazione, rapì il figlio che ebbe con una donna ungherese e andò in Guatemala. Paese senza trattato di estradizione. Lo cercarono? Questa domanda se la pose anche il presidente della corte che, durante il processo a Paolo Bellini sulla strage di Bologna, chiese lumi in quanto Soderini doveva essere sentito come testimone. Venne prodotta una nota della Digos che recita: “la Questura di Bergamo e Roma, La Direzione Centrale Polizia Criminale di Roma, Servizio Centrale di Protezione, opportunamente interessati da questa DIGOS, non hanno fornito elementi utili sia per il rintraccio di Soderini che per accertare la presenza dello stesso nel territorio nazionale. In relazione a quest’ultimo punto emerge agli atti della DIGOS di Roma che Soderini avrebbe lasciato il territorio nazionale alla fine del 2005 per raggiungere il Guatemala. Inoltre a carico del predetto risulta inserita in data 3 marzo 2011, dal Reparto Carabinieri di Roma, una segnalazione per rintraccio e notifica. In conclusione si rappresenta che allo stato il predetto non risulta rintracciato e si fa riserva di comunicare ogni positivo elemento di novità utile al suo rintraccio.” Tradotto, sappiamo che è in Guatemala, non sappiamo esattamente dove e quindi non possiamo chiedere alle autorità locali di contattarlo o fermarlo.Una nota che, anche in questo caso lascia dubbi sull’effettiva volontà di fermare o arrestare Soderini, che per il fatto di aver sottratto un minore a chi aveva la patria potestà del figlio minorenne, ha visto decadere anche il suo status di collaboratore.

    Dubbi che aumentano,quando non si riscontrano domande o richiesta di spiegazioni su quella nota riferita a Poletti, non ufficialmente almeno. Il cardinale Poletti non era certo un nome così inflazionato da diventare il “soprannome” di qualcuno. Di sicuro non di un ragazzo di 21 anni che deve pensare a come non farsi arrestare, a come procurarsi i soldi per vivere, a dove dormire.

    Cosa poteva legare il cardinale Poletti a un personaggio così distante dalla sua missione religiosa? Perché un latitante avrebbe dovuto telefonargli quel 19 giugno del 1982? Perché nessuno ha approfondito quella nota? Troppo “potente” Poletti, o troppo rischioso andare a disturbare lo Stato del Vaticano, per gli inquirenti?

    Il cardinale e il “cassiere”

    Quando si parla del cardinale Poletti, non si ricordano le opere meritevoli fatte durante il suo mandato da Vicario di Roma. Il pensiero corre alla tomba di Enrico De Pedis a Sant’Apollinare. E’ la sua fotografia indelebile. Quel “lasciapassare” che ha mischiato il sacro al criminale, rimane il richiamo più forte a dei legami che non sono stati esclusivamente con il boss dei “testaccini” della Banda della Magliana. E’ un dogma che quando la criminalità si mischia alla società, tutto diventa meno chiaro, più sfocato. Il potere dei soldi lava anche il sangue con cui sono stati guadagnati.

    Enrico Nicoletti

    Se Marcinkus si rapportò con faccendieri della Banda della Magliana come Flavio Carboni o Ernesto Diotallevi, Poletti li ebbe sicuramente con Enrico Nicoletti, definito in modo superficiale il “cassiere” della stessa. In realtà un dominus, per molti aspetti. Sicuramente il rapporto emerge tra il religioso e il “contabile del crimine” a livello finanziario. Lo troviamo nella compravendita del complesso di Villa Osio in via di Porta Ardeatina, 55. Una struttura di tre ville su un terreno di 24.300 mq. , ufficialmente vendute dall’Opera Francesco Oddasso S.r.l , rappresentata dal reverendo Carmine Antonio Uras. Nella sostanza era sotto il controllo del Vicariato di Roma, presieduto dal cardinale Poletti. Valore dell’affare: 1.190.000.000 di lire. Una valutazione talmente fuori mercato, talmente inferiore a una seconda proposta di acquisto, che fu lo stesso Poletti a dover intervenire nero su bianco per dirimere uno scontro tra prelati che rischiava di finire in tribunale: “In questa vicenda concorrono elementi che costituiscono pericolo di scandalo grave e, posto che la causa venisse notata nella cancelleria del tribunale, la stampa non mancherebbe di pubblicizzare il tutto. Per questo motivo non ritengo di dare il nulla osta alle vie legali.”

    Sette anni dopo, in virtù di una richiesta di prestito per la ristrutturazione, la struttura venne valutata dalla Cassa di risparmio di Rieti, ventisette miliardi di lire. Una sperequazione talmente evidente che può prendere significati diversi: una forma di riciclaggio, il pagamento rispetto a un ricatto in corso, un silenzio pagato caro. Congetture.

    Villa OsioIl rapporto tra i due uomini di potere, non era solo finanziario. Secondo fonti accreditate, il matrimonio della figlia di Nicoletti fu officiato dal cardinale. Un privilegio per pochi, comprovato però da foto che sono state fatte sparire, tanto da indurre l’allora giudice delegato nei procedimenti di prevenzione patrimoniali dott. Guglielmo Muntoni, che insieme a Lupacchini, De Gasperis e al personale dell’Ulco ( Unità Lotta alla criminalità organizzata, nata per volere del Questore di Roma, Masone nel 1988 e sostituita dalla Dia nel 1992) lavorava sull’ex carabiniere Nicoletti, a emettere un decreto per cercarle. Risultato: sparite, dissolte. Come se nulla fosse mai avvenuto. Una stranezza sospetta per un matrimonio di “rango”.

    Il cardinale e il Boss

    Se Nicoletti era la “stella” finanziaria della Banda, De Pedis era quella in forte ascesa. Era la stella che cercava e aveva relazioni importanti. Aveva capito che il potere vero si coltiva nei salotti buoni della Roma capitolina, nelle feste private dove sacro e profano si mischiano. Non è opinione, sono fatti.

    Una polaroid inedita con il cardinale Ugo Poletti e mister xSu questi elementi, Sabrina Minardi, l’eterna amante di De Pedis, racconta a Raffaella Notariale: “ Poletti l’ho conosciuto con Renato. Era un contesto di sesso. Io avevo portato due ragazze a Marcinkus, c’era pure Renato, c’era pure Poletti. E lui, il cardinale, stava molto, molto molto in confidenza con Renato. Si vedeva proprio. Grandi sorrisi, chiacchieravano amabilmente. Si misero a chiacchierare pure in disparte, mi ricordo ancora le mosse di Renato. Si metteva le mani in faccia, a coprire la bocca, mentre parlava. Quando doveva parlare di cose serie e c’era gente faceva così. “. Vero, falso, parzialmente vero? Non lo sapremo mai. Sabrina Minardi è morta il 7 marzo del 2025, a sessantacinque anni. Senza essere ascoltata dalla Commissione parlamentare sul caso di Emanuela Orlandi, che ha preferito partire dall’analizzare la pista parental-amicale, rispetto a chi aveva dato ( soprattutto nella prima deposizione) degli elementi interessanti. Da rivalutare dopo anni. Una delle tante scelte sbagliate di una commissione che è già fallita.

    E’ una tomba, il sigillo che ha rappresentato il rapporto tra Enrico “Renatino” De Pedis e il cardinale Poletti.  Una tomba dove sono racchiusi non solo i resti del boss ma soprattutto i “non detti”. Pensare che i soldi possano comprare tutto è sbagliato. Soprattutto quando parli del Vaticano, soprattutto quando devi tumulare, insieme ad alti prelati, un personaggio della caratura di un boss, morto ammazzato. L’intercessione di Don Vergari nella richiesta di sepoltura di De Pedis a Sant’Apollinare è più una formalità per creare un muro di gomma, che il reale motivo per cui Poletti la concesse il 10 marzo 1990.

    Enrico De Pedis

    Dopo l’omicidio di “Renatino” in via del Pellegrino ( 2 febbraio 1990), gli investigatori sono in massima allerta e seguono la moglie della vittima: Carla Di Giovanni. Il suo incontro con il cardinale e Don Vergari è monitorato. Poletti acconsente alla tumulazione, ma con due diktat: nessun funerale a Sant’Apollinare e la sepoltura deve essere fatta al Verano, prima del trasferimento. Tutto deve svolgersi nella massima discrezione. Una scelta pericolosa e strana per il Vicario di Roma, che dall’alto del suo potere si “spende” così tanto per la sepoltura di un normale cittadino. Uno dei tanti “benefattori” della Chiesa. Per questo, l’incontro a “a tre” è un passaggio fondamentale per capire i veri rapporti tra Poletti e De Pedis. Un passaggio che emerge solo anni dopo, nel 1995 in un’informativa della Dia.

    Dopo appena un anno da questi fatti, il cardinale lascia il suo incarico di Vicario di Roma e di presidente della Cei per limiti d’età. Si aprono le porte della pensione ma due anni dopo, anche quelle degli uffici giudiziari. Infatti, sarà sfiorato in un’inchiesta per tangenti inerenti la costruzione dell’Istituto Galileo Ferraris di Torino. Finirà tutto in una bolla di sapone, come molte altre inchieste del periodo “Mani pulite”.

    Il 25 febbraio del 1997, la porpora “nera” di Ugo Poletti verrà riposta idealmente nella sua tomba. Portando in dote davanti a Dio più ombre che luci, più misteri che atti misericordiosi, più relazioni pericolose che gesta da ricordare.

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

  • Padre Zanotti assolto dall’accusa di violenza sessuale: nessun abuso sul ragazzo che lo denunciò

    Padre Zanotti assolto dall’accusa di violenza sessuale: nessun abuso sul ragazzo che lo denunciò

    Gli atti sessuali ci furono. Ma per il collegio dei giudici Patrizia Ingrascì, Laura Garufi e Francesca Mazza, padre Antonio Zanotti non esercitò alcun abuso nei confronti del ragazzo, ospite della sua comunità di Antegnate, che lo denunciò nell’estate 2018. Il frate cappuccino, 77 anni, mercoledì 21 maggio 2025  è stato assolto «perché il fatto non costituisce reato» dall’accusa di violenza sessuale e da quella di maltrattamenti ritenuti inesistenti. Non era in aula, così come il giovane, parte civile in un processo che ha sempre disertato. Il suo avvocato Francesca Longhi, nel chiedere 300 mila euro di risarcimento, ha spiegato che ora vive a Rogoredo, tra le principali piazze di spaccio milanesi, a conferma della deriva imboccata, incontrovertibile. Un aspetto toccato sia dalla pm Maria Esposito sia dall’avvocato Romana Giobbi, per la difesa, con visioni opposte.

    Secondo Esposito, padre Zanotti avrebbe meritato 6 anni di carcere senza sconti, considerato che, presentandosi come religioso caritatevole, approfittò «smaccatamente» di un ventenne fragile, senza famiglia e senza casa, tossicodipendente e alcolizzato, bisognoso sia dal punto di vista materiale sia da quello emotivo. La sua è una versione «risibile, illogica e inverosimile», resa durante «un esame surreale» e finalizzato solo a screditare la persona offesa. La pm ha anche chiesto la trasmissione degli atti in procura, per falsa testimonianza, della deposizione di Anna Maria Preceruti, l’ex braccio destro di padre Zanotti, che con lui finì per un periodo ai domiciliari, nel 2020, per la truffa sui rimborsi legata alla gestione dei migranti (patteggiarono entrambi).

    L’avvocato Giobbi ribalta la prospettiva e, nel chiedere l’assoluzione piena del frate, parla di «un ingiusto processo a chi ha dedicato la propria vita agli altri» e di «un’indagine che gridava archiviazione fin dall’inizio». Dal suo punto di vista, è Zanotti la vittima, costretta a vivere nella paura di quel ragazzo dalla personalità «ribelle, prepotente e aggressiva». Un ragazzo «ossessionato» dal religioso e dal sesso. E allora anche i video che filmano gli atti sessuali, sulla carta una prova a favore dell’accusa, prendono tutt’altra tinta. L’avvocato evidenzia come mostrino «due toccamenti avvenuti in maniera repentina» e un altro «strusciamento» quando il frate accettò di procurare del Viagra al giovane. È quest’ultimo ad assumere «una posizione dominante e a dirigere “le operazioni” — nota il legale —. Non urla, non si ribella, non scappa, mentre Zanotti appare timido e intimorito». Nei suoi gesti non c’è «la minima libido». In attesa delle motivazioni (90 giorni), per Giobbi «giustizia è fatta».

    https://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/25_maggio_22/padre-zanotti-dai-due-volti-ma-per-i-giudici-non-ci-furono-abusi-sessuali-236aa123-a01e-46ab-910d-55f85b7d8xlk.shtml

  • Bergamo, padre Zanotti accusato di violenza sessuale. “Quel ragazzo ha dormito con me due volte”

    Bergamo, padre Zanotti accusato di violenza sessuale. “Quel ragazzo ha dormito con me due volte”

    Bergamo, 1 maggio 2025 – A 75 anni, padre Antonio Zanotti è imputato di violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti di un ospite che dal 2015 al 2018 era stato nella comunità Oasi 7 di Antegnate fondata dal frate. E dalla denuncia (e non solo da quella) del giovane, straniero adottato che ha bazzicato diversi centri prima di arrivare a Antegnate, è scattata l’indagine nei confronti del frate (che ha già scontato i 4 anni patteggiati per la truffa dell’accoglienza dei profughi). 

    La deposizione 

    E ieri davanti al tribunale collegiale avrebbe dovuto deporre proprio la vittima, qui parte civile (assistito dall’avvocato Sgrò, e rappresentata dalla collega Longhi), con accompagnamento coatto. Ma non si è presentato e il tribunale ha deciso di acquisire la denuncia e le dichiarazioni in sit (sommarie informazioni testimoniali) in fascicolo. A quel punto è toccato a padre Zanotti, difeso dall’avvocato Giobbi. Ad accusare il frate ci sono filmati del giovane che lo riprendono con l’imputato. Sono due episodi. 

    Le spiegazioni 

    “Aveva un attaccamento morboso. Era attaccato a me, mi chiamava “papi”, voleva l’esclusiva, stare solo lui con me. Ma ne ha combinate di tutti i colori – continua il padre, rispondendo alle domande, prima del pubblico ministero e poi del suo avvocato per l’esame – ha dormito con me due volte. Mi diceva, altrimenti mi ammazzo. Mi ricordo che una volta mi sono svegliato nel cuore della notte e lui non c’era. Mi sono accorto che mi aveva ripulito l’ufficio. Mi aveva portato via anche un piccolo lingotto che avevo preso in India (dove Zanotti aveva portato anche la vittima). In India avevamo due comunità. Lui (il giovane) ogni tanto prendeva e spariva per qualche mese. Aveva anche problemi di droga”. 

    https://www.ilgiorno.it/bergamo/cronaca/bergamo-padre-zanotti-processo-violenza-sessuale-az00xa62

  • Alessandro Raccagni – Bergamo

    Alessandro Raccagni – Bergamo

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  • Alessandro Vavassori – Bergamo

    Alessandro Vavassori – Bergamo

     

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  • DALLA PARTE DEI BAMBINI – Pedofilia e Chiesa: rompere il silenzio

    DALLA PARTE DEI BAMBINI – Pedofilia e Chiesa: rompere il silenzio

    “Dalla parte dei bambini” vuole essere una ricognizione sul fenomeno dell’abuso sessuale sui minori: la pedofilia.

    Capire l’entità del fenomeno, i silenzi e le coperture, le complicità e le connivenze.
    Un fenomeno complesso che non è, ovviamente, solo ecclesiastico, ma che trova in questo ambiente una sua collocazione omertosa, con tentativi di ridimensionamento e insabbiamento di eventi criminosi, corsie preferenziali e assenza di tutela per le vittime.

    L ’atteggiamento dei vertici cattolici nei confronti degli abusi perpetrati da propri rappresentanti non è mai stato di particolare disponibilità: nel migliore dei casi si è cercato di minimizzare il fenomeno, nel peggiore si è arrivati ad attaccare frontalmente chi ha avuto il coraggio di parlarne.

    E’ tuttavia in corso un cambiamento, che sta prendendo piede da un nuovo modo di intendere il bambino: l’infanzia è un mondo a cui le società del terzo millennio prestano molta più attenzione di prima. Lo stupro non è più banalizzato come accadeva fino a pochi anni fa: ora, con l’eccezione della Santa Sede, è quasi ovunque considerato un reato contro la persona, e questo rende molto più palese che qualsiasi forma di stupro è da considerarsi un atto criminale. Forse, è anche il frutto di un atteggiamento diverso da parte dei fedeli, non più disposti a tollerare qualunque comportamento da parte delle loro guide spirituali.

    In Italia se ne parla, ma meno che altrove: non perché manchino i casi, ma perché è presente una stretta censoria sui mezzi di informazione, che impedisce di affrontare l’argomento così come viene affrontato persino in paesi meno secolarizzati del nostro .

    Il problema viene affrontato da diversi punti di vista:
    l primo riguarda la mentalità, abbiamo la cultura del silenzio, dell’omertà. Abbiamo anche lo stigma contro le vittime degli stupri e degli abusi. E abbiamo anche il concetto che preti e vescovi siano più uguali di altri, siano sacri, santi, intoccabili.

    Ma abbiamo anche questioni di diritto perché il Concordato, che la nostra Corte suprema ha definito come un tipo molto particolare di trattato internazionale, riafferma nell’art. 1 dell’Accordo il principio secondo cui “Stato e Chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani”.

    D’altra parte, pero’ :
    l’ARTICOLO 4 delinea immunità ed esenzioni dal servizio militare per gli ecclesiastici e religiosi e stabilisce il principio che “gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero”.

    Pertanto, “grazie” al Concordato, il clero cattolico non è tenuto a fornire alle autorità informazioni rilevanti di cui viene a conoscenza, comprese notizie di reato.
    VIENE MINATO IL PRINCIPIO COSTITUZIONALE SECONDO CUI TUTTI I CITTADINI SONO UGUALI DI FRONTE ALLA LEGGE, E DEVONO AVERE LO STESSO TRATTAMENTO.

    Inoltre, nel protocollo addizionale, al punto 2 (b) si stabilisce quanto segue:
    “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici.”

    Si prevede quindi che sacerdoti e vescovi che stanno per essere indagati debbano essere preventivamente informati dalla polizia. con un evidente rischio di inquinamento delle prove.

    VIENE MINATO IL PRINCIPIO DI AUTONOMIA DELLO STATO LAICO ITALIANO.
    Ci condurranno in questo percorso Francesco Zanardi, portavoce della rete L’Abuso; Federico Tulli, giornalista per anni firma di Left; Mario Caligiuri, Avvocato del Foro di Roma, attivista per i diritti umani e contro le violenze alla persona-responsabile dell’osservatorio permanente per la tutela delle vittime della Rete L’Abuso.

    Verranno inoltre presentate le osservazioni sull’argomento da parte del Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza di Bergamo.

    Dal caso Italia, unico fra i grandi paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno mai nemmeno ipotizzato di istituire una commissione che indaghi sulle dimensioni del fenomeno, ai recenti ricorsi alla magistratura bergamasca su episodi che coinvolgono cittadini bergamaschi. uaar bergamo

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 24 del 17 febbraio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 24 del 17 febbraio

    Federica Tourn – Altre testimonianze confermano le accuse a don Salvoldi

    «Si comportava come un guru, baciava i ragazzi davanti a tutti». Sono ormai almeno una quindicina le testimonianze arrivate a confermare le denunce di Stefano Schiavon e Andrea Travani, che dichiarano di essere stati molestati da don Valentino Salvoldi, sacerdote “fidei donum” della diocesi di Bergamo, formatore e autore di decine di libri a tema religioso.

    Le storie si somigliano tutte: cambiano gli anni – le testimonianze spaziano dalla fine degli anni ’80 a metà degli anni duemila – ma i dettagli sono gli stessi.
    «Era il ’96 o il ’97: durante un campo estivo in Val d’Ossola, Salvoldi ci ha portati a fare il bagno in una sorgente di acqua calda», racconta Samuele (nome di fantasia). «Lì, senza scambiare troppe parole, come se fosse già chiaro quel che sarebbe successo, noi ragazzi ci siamo spogliati fino a restare nudi, e così ha fatto il prete – continua Samuele – Ci siamo immersi nell’acqua e a turno abbiamo ricevuto le carezze e i baci di don Valentino. Se qualcuno aveva un principio di eccitazione, don Valentino spiegava che era “soltanto una cosa meccanica”, e che anche a lui “sarebbe partito il pistolino” – testuali parole – se l’avesse messo sotto il potente getto d’acqua termale». Lo stesso Salvoldi, precisa Samuele, poi commentava la giornata con i ragazzi davanti alle madri che erano venute a prenderli, normalizzando così quello che era appena successo.

    Nell’agosto del 2002, a Mione, in provincia di Udine, Francesco (nome di fantasia), oggi 44 anni, si ritrova a uno dei campi organizzati da Salvoldi: «creava un ambiente suggestivo per dei ragazzini, con rituali serali caratterizzati da luci soffuse e musica, in cui lui era il guru: ricordo bene di averlo visto baciare dei ragazzi», racconta.

    «durante questi campi si faceva una cena a lume di candela in cui ci si imboccava a vicenda – racconta un altro testimone – e dopo noi ragazzi eravamo invitati a abbracciarci mettendoci l’un l’altro le mani sotto la maglietta». Non solo: «ho visto distintamente don Valentino baciare a lungo sulla bocca un ragazzo seduto sulle sue ginocchia». Il testimone è stranito ma pensa che se nessuno ha qualcosa da eccepire, forse anche i baci fanno parte del “rituale”. «Valentino diceva che le regole dell’esterno non valevano, che con lui si dovevano seguire regole nuove impostate sull’amore, il toccarsi e lo stare insieme».

    Don Salvoldi il 29 dicembre scorso ha rilasciato una dichiarazione al Corriere della Sera in cui sostiene che i baci e gli abbracci «erano segni di tenerezza e pace, dell’amore per Dio» e che la sua era «una pedagogia liberatoria». La diocesi di Bergamo, in una comunicazione stringata pubblicata sul sito della diocesi, dichiara: «in merito ad alcune notizie di stampa relative ad un anziano sacerdote del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni ‘90, si è già provveduto per quanto di competenza ad attivare le procedure previste dal diritto canonico, fermo restando il rispetto del lavoro della magistratura nel comune intento del giusto accertamento della verità».

    Fonte: Domani


    Pierelisa Rizzo – «Salutare toccando i genitali è pratica sdoganata» e in aula mostrano una foto di Baudo e Benigni
    Udienza dedicata agli avvocati dei responsabili civili e ai legali dell’imputato quella di ieri nel processo a Giuseppe Rugolo, il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata a danno di minori.

    La seduta è iniziata poco dopo mezzogiorno e si è conclusa a tarda sera. Parla di “processo mediatico” il legale de vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, Gabriele Cantaro, mentre per l’avvocato della parrocchia di San Giovanni, Mauro Lombardo la modalità di rapportarsi ai giovani di Rugolo, che per salutare toccava le parti intime, sarebbe oramai stata sdoganata.

    E per dimostrare questo ha mostrato in aula la famosa foto che ritrae Benigni che tocca Pippo Baudo. Un cambiamento dei costumi che viene sottolineato anche da uno dei legali dell’imputato, l’avvocato Antonino Lizio che insieme al collega Dennis Lovison chiedono l’assoluzione di Rugolo perché sarebbe grave rovinare la vita ad un sacerdote per un “non reato”.

    In aula è proprio Lovison ha svelare che il primo consulente psichiatra di Rugolo sarebbe indagato e gli sarebbe stata sequestrata la cartella clinica. La sentenza è attesa per il prossimo 5 marzo.
    Fonte Pierelisa Rizzo


    Francesco Zanardi – Ancora ritardi per la panchina Viola contro gli abusi
    Savona – che vorrebbe candidarsi Città della cultura – si scontra con la “Panchina viola contro gli abusi su minori e persone vulnerabili”.

    Pochi giorni fa la diffida della Rete L’ABUSO al Sindaco Marco Russo, a cui si chiede conto del perché a due anni di distanza, malgrado la delibera della Giunta che in data 18 luglio 2023 diede il parere favorevole, ad oggi nei fatti, malgrado i vari uffici siano informati – come ribatte l’Assessore Maria Gabriella Branca; malgrado i solleciti dell’Associazione e quelli del Consigliere Aureliano Pastorelli, di fatto non si riesca ancora a realizzare.

    na panchina “scomoda”; ricordiamo che la delibera arrivò “costretta” solo dopo lo scandalo del maggio 2023 delle panchine abusive istallate in città, sollevato dalla Rete L’ABUSO, poi regolarizzandole.

    Positiva invece la risposta del Sindaco di Spotorno Mattia Fiorini, che accoglie favorevolmente l’iniziativa.


    Alessio Di Florio – la presidente ungherese Katalin Novak si è dimessa. Concesse la grazia

    L’Ungheria è da settimane al centro dell’attenzione mediatica e politica italiana. E sono anni che in Italia sia l’informazione “ufficiale” che quella che si definisce “indipendente” (più o meno supposta) si interessa anche in maniera massiccia di Orban e di quel che accade in Ungheria.

    Eppure c’è una notizia che non ha avuto nessuna risonanza ed interesse, sia nel mainstream che nei supposti “indipendenti”: la presidente ungherese Katalin Novak si è dimessa dopo lo scandalo scatenato dalla notizia di una grazia da lei concessa.

    Novak ha affermato che si è dimessa dall’incarico perché ha riconosciuto di aver commesso “un errore”. La grazia che ha suscitato sdegno è una di quelle concesse due anni fa in occasione della visita del Papa al vicedirettore di un istituto per minori di Bicske, condannato perché tentò di insabbiare gli abusi pedofili commessi dal direttore dello stesso istituto e di intimidire le vittime.


    Ludovica Eugenio – Accordo tra PCTM e Pontificia università della Santa Croce, promossa e governata dall’Opus Dei
    Un accordo di collaborazione tra la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (PCTM) e la Pontificia Università della Santa Croce, promossa e governata dall’Opus Dei, è stato siglato il 7 febbraio scorso, «nella comune missione di prevenzione degli abusi e tutela dei minori e adulti vulnerabili propria della Chiesa universale».

    «Questa intesa – ha detto il card. Seán O’Malley, presidente della Commissione – si inserisce nel tessuto di accordi di collaborazione che la Commissione firma con altri enti ecclesiali per portare avanti la sua missione, per cui siamo grati alla Santa Croce per la sua generosità in questo progetto». «siamo contenti – ha detto a sua volta il rettore della Santa Croce Luis Navarro – di essere al servizio di uno sforzo cruciale e comune all’interno della Chiesa e la Santa Croce vuole fare la sua parte».

    Tutto bene? Non proprio, considerando che l’Opus Dei non è affatto esente, al suo interno, da problematiche legate ad abusi di vario genere. Già un anno fa, nel gennaio 2023, la stessa università aveva organizzato una Settimana di Studio “sull’accompagnamento spirituale nei movimenti e nuove comunità”, che aveva suscitato ampie proteste da parte delle vittime di abusi e in merito alla quale il Coordinamento ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa aveva diffuso un comunicato denunciando «i numerosi i casi di abuso di potere, abuso di coscienza e abuso spirituale emersi a carico di chierici e di laici celibi con incarichi di formazione e di governo», puntando il dito contro il carattere sistematico e sistemico, e non sporadico o isolato, di tali abusi; «dalle testimonianze dei sopravvissuti – affermava ItalyChurchToo – emerge che sono la stessa organizzazione strutturale e il contenuto della formazione, unite a una prassi consolidata, il veicolo di una cultura abusante, che si concreta in principi e condotte che violano la dignità della persona».

    Il sospetto, dunque, è che, anche nel caso dell’accordo firmato con la Pontificia Commissione Tutela minorum si sia ancora una volta di fronte a un’operazione cosmetica, come già un anno fa, quando si denunciava «la complicità delle autorità ecclesiastiche che vi partecipano, già sollecitate senza successo dalle vittime a intervenire per la giustizia, e quindi ben consapevoli degli abusi perpetrati all’interno».

    Lo scorso giugno, inoltre, una denuncia istituzionale per frode normativa contro l’Opus Dei era stata depositata da due ex membri presso la Nunziatura della Santa Sede a Madrid e inoltrata ai dicasteri vaticani del Clero e della Dottrina della Fede. La denuncia, rilanciata da Religión Digital sottoscritta da ex membri di diverse parti del mondo, chiedeva la soppressione dell’Opera. La frode normativa istituzionale, ai danni della Santa Sede e di membri dell’Opus Dei, consisterebbe nel fatto che l’Opera si sarebbe appropriata indebitamente della funzione legislativa che spetta al papa con 46 documenti per uso interno, la cui applicazione si estende ben oltre gli Statuti dell’organismo, superando dunque le norme canoniche. «La cosa più grave – affermava uno dei denuncianti, Antonio Moya, ex numerario che ha passato 42 anni nell’Opera – è che questo sfondo normativo rappresenta il punto di partenza per abusi di potere, di coscienza, spirituali e sessuali».

    ADISTA

  • «Così ci baciava in bocca». Ecco le nuove accuse a don Salvoldi

    «Così ci baciava in bocca». Ecco le nuove accuse a don Salvoldi

    «Si comportava come un guru, baciava i ragazzi davanti a tutti». Sono ormai almeno una quindicina le testimonianze arrivate a confermare le denunce di Stefano Schiavon e Andrea Travani, che dichiarano di essere stati molestati da don Valentino Salvoldi, sacerdote “fidei donum” della diocesi di Bergamo, formatore e autore di decine di libri a tema religioso.

    I due ragazzi, abusati quando erano ancora minorenni, non sono gli unici ad aver subito le sgradite attenzioni del prete. Dopo la pubblicazione del nostro articolo, altre vittime si sono rivolte a Stefano Schiavon e alla Rete L’Abuso (che ha presentato un esposto alla procura di Bergamo nei confronti del sacerdote) per raccontare la propria esperienza, e diverse persone hanno sostenuto di aver visto il prete in atteggiamenti intimi con dei ragazzi durante i campi scuola.

    Le storie si somigliano tutte: cambiano gli anni – le testimonianze spaziano dalla fine degli anni ’80 a metà degli anni duemila – ma i dettagli sono gli stessi.

    «Il bagno nudi e le carezze»
    «Era il ’96 o il ’97: durante un campo estivo in Val d’Ossola, Salvoldi ci ha portati a fare il bagno in una sorgente di acqua calda», racconta Samuele (nome di fantasia). «Lì, senza scambiare troppe parole, come se fosse già chiaro quel che sarebbe successo, noi ragazzi ci siamo spogliati fino a restare nudi, e così ha fatto il prete – continua Samuele – Ci siamo immersi nell’acqua e a turno abbiamo ricevuto le carezze e i baci di don Valentino. Se qualcuno aveva un principio di eccitazione, don Valentino spiegava che era “soltanto una cosa meccanica”, e che anche a lui “sarebbe partito il pistolino” – testuali parole – se l’avesse messo sotto il potente getto d’acqua termale». Lo stesso Salvoldi, precisa Samuele, poi commentava la giornata con i ragazzi davanti alle madri che erano venute a prenderli, normalizzando così quello che era appena successo.

    Nell’agosto del 2002, a Mione, in provincia di Udine, Francesco (nome di fantasia), oggi 44 anni, si ritrova a uno dei campi organizzati da Salvoldi: «Creava un ambiente suggestivo per dei ragazzini, con rituali serali caratterizzati da luci soffuse e musica, in cui lui era il guru: ricordo bene di averlo visto baciare dei ragazzi», racconta.

    Anche Davide (nome di fantasia), all’epoca appena ventenne, ha partecipato al campo di Mione e ricorda il clima “paraspirituale” creato dal prete e le serate a lume di candela: «Un ragazzino, visibilmente depresso, era il paggetto di compagnia di Valentino», dice. «La mia vicenda – sottolinea Davide – mostra come il prete sia capace di aspettare il momento adatto e la meccanica premeditata e dolosa del suo comportamento.

    Al campo, Salvoldi non tenta approcci fisici con Davide – una volta soltanto gli si avvicina per annusargli i capelli – ma gli chiede di aiutarlo nella redazione del libro che sta scrivendo.
    Così Davide per un paio d’anni corregge le bozze per don Salvoldi; finito il lavoro, vuole spedirgli il testo ma il prete insiste perché, invece, glielo consegni a mano.
    Il sacerdote gli chiede di raggiungerlo in un paese dove si trova di passaggio; prima pranzano a casa di un amico e poi vanno all’albergo dove alloggia per discutere del libro.
    «Appena sono entrato nella stanza, Salvoldi mi ha messo la lingua in bocca e mi ricordo il disgusto che ho provato, la sensazione della sua barba ispida sul mento. Schifato, sono andato via subito», dice Davide.

    E ancora, qualche anno dopo, ecco i ricordi di un altro testimone, Ettore (nome di fantasia): «Ho partecipato a due campi di Salvoldi, nel 2006 e 2008, quando avevo 16 e 18 anni racconta – la prima sera, don Valentino mi ha chiamato in camera sua perché voleva parlarmi. Mi ha detto di stendermi sul letto per abbracciarci, ma io mi sono rifiutato».
    Ettore riesce a non farsi circuire dal prete ma si rende conto del clima particolare che lo circonda: «Durante questi campi si faceva una cena a lume di candela in cui ci si imboccava a vicenda – racconta a Domani – e dopo noi ragazzi eravamo invitati a abbracciarci mettendoci l’un l’altro le mani sotto la maglietta». Non solo: «ho visto distintamente don Valentino baciare a lungo sulla bocca un ragazzo seduto sulle sue ginocchia».  Ettore è stranito ma pensa che se nessuno ha qualcosa da eccepire, forse anche i baci fanno parte del “rituale”. «Valentino diceva che le regole dell’esterno non valevano, che con lui si dovevano seguire regole nuove impostate sull’amore, il toccarsi e lo stare insieme».

    Giovanni (nome di fantasia), invece, ha incontrato Salvoldi a casa: «avevo 14 anni, era la fine degli anni ’80 – racconta – la mia famiglia era cattolica e il prete era una figura di riferimento: don Valentino, in particolare, veniva descritto come una persona brillante e colta. Veniva a pranzo, era un amico dei miei genitori. Ricordo diversi approcci e la sua costante tendenza al contatto fisico. Ha provato a baciarmi e mi ha sfiorato nelle parti intime».

    Giovanni è poco più di un bambino, non capisce che cosa sta succedendo: «non ho mai parlato del mio disagio perché gli adulti me lo indicavano come un esempio di vita e pensavo di essere io a sbagliare», spiega.

    Silenzi e indagini
    Contattato da Domani, Salvoldi non ha risposto. Il 29 dicembre scorso ha rilasciato una dichiarazione al Corriere della Sera in cui sostiene che i baci e gli abbracci «erano segni di tenerezza e pace, dell’amore per Dio» e che la sua era «una pedagogia liberatoria».

    La diocesi di Bergamo, in una comunicazione stringata pubblicata sul sito della diocesi, dichiara: «In merito ad alcune notizie di stampa relative ad un anziano sacerdote del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni ‘90, si è già provveduto per quanto di competenza ad attivare le procedure previste dal diritto canonico, fermo restando il rispetto del lavoro della magistratura nel comune intento del giusto accertamento della verità».

    Qui la nota sembra alludere all’investigatio previa, l’indagine preliminare che il vescovo dispone per accertare la fondatezza degli indizi di un delitto, ma le vittime, fino a questo momento non sono state sentite.

    Interpellato da Domani, il vescovo di Bergamo Francesco Beschi non ha risposto.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/cosi-ci-baciava-in-bocca-ecco-le-nuove-accuse-a-don-salvoldi-njbmavvk


    Se credi di essere una vittima degli abusi di don Valentino Salvoldi o sei a conoscenza di fatti rilevanti utilizza la form qui sotto per contattarci

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  • I PRETI, IL SESSO E L’AMORE: LA CASTA DEI CASTI. A tu per tu con il prof. Marco Marzano

    I PRETI, IL SESSO E L’AMORE: LA CASTA DEI CASTI. A tu per tu con il prof. Marco Marzano

    👉In questa puntata di “A tu per tu …” incontreremo il prof. #MarcoMarzano, docente ordinario di #sociologiagenerale all’università di #Bergamo, che ha scritto un libro dal titolo “La Casta dei #casti“, in cui fa un’indagine scientifica – tramite mertodo di ricerca etnografico – sulla vita sessuale dei preti.

    Sui risultati dell’indagine e sui motivi che lo hanno spinto verso una tale ricerca discuteremo proprio nel video.

  • PONTE NOSSA – Don Valentino nella bufera: “Quando mi baciava era sgradevole ma…”, esposto in Procura. Lui dall’Africa: “Parlo col mio Signore”

    PONTE NOSSA – Don Valentino nella bufera: “Quando mi baciava era sgradevole ma…”, esposto in Procura. Lui dall’Africa: “Parlo col mio Signore”

    Partiamo dalla fine. Don Valentino Salvoldi in questi giorni è in Etiopia. Ci ha mandato una mail: “Desidero dire che io parlo col mio Signore al quale mi affido nella preghiera, e che qui su questa terra dall’Africa esprimo la mia fiducia piena innanzitutto nella Magistratura che sta lavorando a Bergamo e poi negli avvocati dello studio Pisapia di Milano. Un cordiale saluto. A tutti voi auguro ogni bene. Valentino Salvoldi”. Pochi giorni prima nelle redazioni era arrivato un comunicato ufficiale della Curia bergamasca: “In merito ad alcune notizie di stampa relative ad un anziano sacerdote del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni ‘90, si è già provveduto per quanto di competenza ad attivare le procedure previste dal diritto canonico, fermo restando il rispetto del lavoro della magistratura nel comune intento del giusto accertamento della verità.

    La diocesi di Bergamo riafferma il suo impegno nella tutela e protezione dei minori e degli adulti vulnerabili anche attraverso la disponibilità all’accoglienza da parte del Centro di Ascolto del Servizio Tutela Minori Diocesano. La piena dignità e inviolabilità di ciascuno sono valori e fondamenti mai negoziabili, e non si farà mai abbastanza per cercare di custodirli e proteggerli”.

    Cosa è successo?

    Tutto è partito dalla ‘Rete l’Abuso’ che ha presentato una denuncia a ottobre contro Don Valentino Salvoldi, originario di Ponte Nossa, 78 anni, molto conosciuto nella diocesi di Bergamo. Due vittime, all’epoca minorenni, hanno deciso di parlare. Zuppi (Cei): “Vedremo se verità o diffamazione”. Ricostruiamo la vicenda attraverso i documenti de La Rete L’Abuso che ha presentato un esposto in procura a Bergamo per le sue ‘presunte condotte criminali ai danni di circa una decina di persone’. Due vittime del prete, all’epoca minorenni, hanno deciso di esporsi e raccontare la loro storia al quotidiano Domani.

    Ma all’interno oltre alla storia di abusi ci sarebbero anche alcune cose poco chiare sul chiamiamolo ‘curriculum’ di Don Valentino.

    Un messaggio forte il suo, come dovrebbe essere il messaggio di chi predica Dio del resto, ma la sua grande capacità dialettica non è certo passata inosservata in questi anni. Classe 1945, nato il 7 febbraio, prima missionario in Africa, torna in Italia all’inizio degli anni ’90, comincia da organizzare campi per giovani adulti in cui si cala nel ruolo del prete progressista, aperto al confronto e critico della società capitalista.

    Poi si rivolge agli adolescenti, li invita a cercare la verità, a viaggiare e a scegliersi un maestro di vita che li guidi. Secondo le testimonianze avrebbe instaurato con i suoi ‘prediletti’ a cui rivolgeva attenzioni speciali, baciandoli sulla bocca e portandoseli a letto per un ‘riposino’ o per la confessione. Sono giovani, alcuni appena tredici anni, Don Valentino ha carisma e li attira, lui li segue e li incoraggia, ma secondo le testimonianze ‘sei si ritraggono quando li tocca nelle parti intime, subito li rassicura: ‘quel che facciamo qui è buono’”.

    https://www.araberara.it/ponte-nossa-don-valentino-nella-bufera-quando-mi-baciava-era-sgradevole-ma-esposto-in-procura-lui-dallafrica-parlo-col-mio-signore/