Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, paese del Bergamasco raccoglie firme per il sacerdote condannato. La vittima scrive al Papa: “Io contro tutti”

    Pedofilia, paese del Bergamasco raccoglie firme per il sacerdote condannato. La vittima scrive al Papa: “Io contro tutti”

    La ragazza l’ha denunciato dopo aver compiuto 18 anni. “Ho aspettato molti anni, avevo paura di non essere creduta, questo prete era il mio maestro di religione ed era molto attaccato alla mia famiglia”, racconta nella lettera a Bergoglio. Quando è finito in carcere gli abitanti di Serina gli hanno mandato un messaggio di sostegno. Francesco Zanardi, presidente della Rete L’abuso: “La Chiesa dovrebbe dissuadere da queste iniziative”

    di Francesco Antonio Grana

    La vittima denuncia il prete pedofilo che l’ha molestata quando era bambina. Ma nel paese parte una raccolta di firme a sostegno del sacerdote, benché condannato in via definitiva a sei anni di carcere. È ciò che è avvenuto a Serina, un paese di 2mila abitanti in provincia di Bergamo. La vittima ha, però, deciso di uscire allo scoperto e scrivere una lettera a Papa Francesco. Valentina Cavagna, oggi 23enne, ha preso carta e penna e si è rivolta direttamente a Bergoglio dopo che mille abitanti del suo paese, ovvero la metà, hanno sottoscritto la lettera in favore del prete che si è sempre dichiarato innocente. Chiudendo recentemente il summit sulla pedofilia in Vaticano, il Papa ha assicurato che “se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – tale caso sarà affrontato con la massima serietà”. Parole che hanno spinto la ragazza a raccontare la sua storia.

    “Caro Papa Francesco, – inizia la lettera – sono Valentina e vorrei raccontare la mia storia. Quando ero bambina, un prete del mio paese, don Marco Ghilardi, ha abusato di me. Era anche il mio maestro di religione alle elementari. Purtroppo, ho aspettato molti anni per denunciare, perché avevo paura di non essere creduta, anche perché questo prete era molto attaccato alla mia famiglia. Infatti, veniva anche a mangiare da noi. In cuor mio, però, mi sono sempre detta che, compiuti i 18 anni, l’avrei denunciato. Così ho fatto, il primo luglio 2013. Il paese non era dalla mia parte. Al primo processo lui è stato assolto, mentre negli altri due i giudici mi hanno creduto. A ogni udienza c’era sempre qualcuno per lui, anche l’ex sindaco. Sono comunque fiera di me stessa, perché non ho mai mollato. Sono sempre stata una contro tutti e, finalmente, a gennaio di quest’anno si è concluso tutto. O, almeno, così pensavo”.

    La storia, infatti, non finisce qui. “Il 28 febbraio – racconta ancora la ragazza – è uscito l’articolo in cui si scriveva che il sacerdote era in carcere. Il primo marzo mi sono trovata nella bacheca sotto casa un foglio con la raccolta delle firme per mandargli una lettera. Quando l’ho visto mi sono arrabbiata molto. Ognuno può avere il pensiero che vuole, non pretendo che, nemmeno dopo la sentenza, il paese sia dalla mia parte. Vorrei, però, che chi vuole sostenere il sacerdote lo facesse privatamente, non diffondendo quel foglio ovunque. Sono anche io una persona di Serina e continuo a viverci. Una persona, sotto casa, mi ha detto che dovrei abbassare la testa per quello che ho fatto. Anche la mia famiglia si ritrova spesso a dover rispondere di questa storia. A discuterne. Chi mi incontra mi saluta a fatica. Non chiedo che vengano ad abbracciarmi. Ma nessuno, mai, mi ha chiesto una volta come sto. Ho momenti in cui esplodo e piango. Si ripete sempre di denunciare, ma se poi una ragazza si trova in questa situazione come può avere il coraggio di farlo?”.

    Valentina sottolinea, inoltre, che “il processo è finito, i giudici hanno deciso. Ma quella sotto processo sono io e non vedo una via d’uscita. Per questo motivo le scrivo. Lo faccio attraverso il giornale perché si è diffusa la notizia della raccolta firme. Non ho mai cercato pubblicità, anzi. Vorrei incontrarla per sentirmi compresa da lei. Per me sarebbe un modo per andare avanti. Per me e per la mia famiglia. Penso che anche a Serina cambierebbe qualcosa. Mi creda, non sono felice perché un prete è in carcere, anche se penso che sia giusto, dopo anni da quello che è successo. Non mi consola nemmeno, tanto la ferita mi rimarrà. Però se avesse ammesso, qualcosa sarebbe cambiato. Almeno l’atteggiamento della gente”.

    Parole alle quali finora non c’è stata nessuna risposta né della Santa Sede, né della Conferenza episcopale italiana. Proprio quest’ultima ha recentemente approvato il regolamento del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa. Così come nessuna risposta è arrivata, al momento, dal vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, diocesi della quale fa parte il paese della vittima. “Quello di Serina – spiega a ilfattoquotidiano.it Francesco Zanardi, presidente della Rete L’abuso, l’associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero – purtroppo non è un caso isolato. Ricordiamo la vicenda analoga di don Luciano Massaferro, di Alassio, in provincia di Savona, dove organizzarono addirittura una fiaccolata in sostegno del sacerdote che passò sotto casa della vittima, piuttosto che il caso di Giada Vitale, di Termoli. Purtroppo questi episodi spesso derivano principalmente dalla cultura. Il nostro Paese fino a non molti anni fa aveva come prima figura di riferimento il sacerdote, poi veniva il medico, il maresciallo e infine il primo cittadino. A fare nascere poi i giudizi nei confronti delle vittime è il fatto che troppo spesso non si conosce la materia”.

    Proprio alla vigilia dell’apertura del summit sulla pedofilia tenutosi in Vaticano, Zanardi è stato ricevuto dai membri del comitato organizzatore e ha potuto portare la sua esperienza insieme a quella di altre 11 vittime presenti. “Ancora oggi – precisa il presidente della Rete L’abuso – molti pensano che la pedofilia o l’abuso sessuale porti a un danno ‘fisico’, qualcosa di visibile nell’immediato e spesso non ci si rende conto che invece il trauma è psicologico. Quando poi, come in questo caso il soggetto è una donna si innestano anche una serie di altri pregiudizi e si finisce col produrre valutazioni o reazioni come questa, reazioni che difficilmente vediamo quando la vittima è un uomo. A mio avviso, quando si verificano cose del genere, credo che intanto dovrebbe essere la stessa Chiesa a dover cercare di dissuadere dal mettere in atto queste iniziative. Se nel nostro Paese ci fossero più informazione e maggiori campagne di consapevolezza, probabilmente le persone rifletterebbero di più prima di avviare certe iniziative”.

    Eppure a Serina il paese è spaccato letteralmente in due. Nella lettera i cittadini confessano lo “sgomento” dopo la sentenza di condanna di don Marco Ghilardi. “Avendo vissuto a contatto con te più anni – scrivono i fedeli – e condiviso più iniziative a favore della comunità di Serina vogliamo esprimere un atto di sostegno della tua persona. Sappiamo che tanti ti sono vicino in forma epistolare e qualcuno viene a trovarti”. I cittadini vogliono “dare ancora più forza al sentimento di impotenza e ingiustizia che proviamo. Sappiamo che anche in questa esperienza saprai vedere il bene e fare del bene, anche se è davvero un calice amaro. La sofferenza lascerà sicuramente un solco, ma vogliamo condividerla per alleggerire il tuo peso”.

    Al processo, l’ex sindaco Giovanni Fattori è sempre stato presente: “Ho firmato anche io. Questa iniziativa rispecchia il dolore nel cuore della gente di Serina. Si crede nella giustizia, ci mancherebbe, ma la verità processuale non collima con la convinzione di chi ha firmato”. Parole dalle quali si smarca decisamente l’attuale primo cittadino, Giorgio Cavagna: “Se nella lettera, che ancora non ho visto, si esprime solidarietà umana è un conto. Se una persona ha sbagliato, cosa che io non so ma c’è una sentenza, e soffre, avrà la mia comprensione umana. Ma diverso sarebbe prendere una posizione a fronte di una sentenza. Qui ci sono due persone che soffrono. La mia solidarietà va anche alla ragazza”. Ma intanto le gerarchie ecclesiastiche tacciono.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/14/pedofilia-paese-del-bergamasco-raccoglie-firme-per-il-sacerdote-condannato-la-vittima-scrive-al-papa-io-contro-tutti/5038105/

  • Testimonianza di Valerio Maj

    Testimonianza di Valerio Maj

    … C’era solo un colpevole: me stesso!

    Residente in Svizzera da quasi quaranta anni, sono nato in provincia di Bergamo, il 15 aprile 1956, secondogenito di quattro figli. La mia famiglia era modesta e mio padre era assente per lunghi periodi a causa del suo lavoro all’estero. Aveva un carattere forte e oppressivo.

    Alla fine degli anni 60, ho voluto entrare in seminario. Dopo un anno e mezzo, ho chiesto a mia mamma di farmi uscire. Con l’aiuto di una famiglia di amici, ho trovato un posto in un altro istituto religioso. Era nel mese di gennaio del 1970.

    Certamente, a causa della mia natura introversa, timido e già scosso dall’abuso del potere di mio padre, per il mio aggressore, Don Mario, è stato il gioco da ragazzi prendermi sotto la sua ala, guadagnare la mia fiducia e abusare sessualmente di un bambino di 13 anni. Il mio aggressore era il mio professore di latino e di canto. Conosceva la famiglia degli amici che mi avevano aiutato a entrare nel nuovo istituto, e in poco tempo ebbe la fiducia anche della mia famiglia. Mi ha visto, solo e senza amici, timido e nuovo nell’Istituto e per lui è stato facile, farmi sentire importante sotto la sua protezione. Ha preso il posto del padre oppressivo e spesso assente, mentre lui era presente, gentile e premuroso. E poi, rappresentava Dio, il Padre su questa terra.

    L’abuso ha avuto luogo nel suo ufficio, specialmente di sera prima di andare nei dormitori. Da notare che gli studi dei sacerdoti avevano le porte vetrate.  Avevo molta paura di poter essere visto da altri sacerdoti, che usavano gli uffici accanto, e mi sentivo in colpa per quello che succedeva.

    Era una pratica comune o chiudevano un occhio sulle pratiche di Don Mario?

    Durante l’abuso, introduceva la sua lingua nella mia bocca, mi toccato i genitali e mi costringeva a toccarlo nelle parti intime. Questo è accaduto più volte durante la mia permanenza, un anno e mezzo, nell’istituto religioso.

    A volte veniva nel dormitorio e si sedeva sul bordo del letto e mi toccava le parti intime. Avevo terrore e imbarazzo di essere visto da altri studenti che dormivano nei letti accanto al mio. Mi chiedevo: cosa diranno di me se mi vedono cosa faccio con don Mario?

    In due occasioni almeno, lui mi ha accompagnato a casa dai miei genitori, a circa 70 km.

    Dormivamo nella stessa camera accanto a quella dei miei genitori. Appena entrati, chiudeva la camera a chiave, e mi costringeva ad entrare nel suo letto nudo… Ancora la sua lingua nella mia bocca, le sue mani sulle mie parti intime e le mie nelle sue. Anche in queste occasioni avevo spavento, turbamento e collera per quello che subivo.

    Perché non ho confessato l’abuso? Per paura delle conseguenze; lui un sacerdote e io… niente.

    La vergogna e la colpevolezza di essere la causa di questa situazione.

    A chi dirlo? Ai miei genitori che hanno messo questo mostro nella mia camera?

    Nel mio paese di 800 abitanti dove tutti erano cristiani praticanti, dove il sacerdote era la persona più influente, nessuno mi avrebbe mai creduto e difeso… sarei stato indicato come un bugiardo, un pervertito! La Chiesa era la Santa Madre, intoccabile!

    Quindi, ho tenuto tutto dentro. Ho seppellito questa ferita nel profondo di me stesso, ho creduto di cancellare questi dolorosi eventi dalla mia memoria.

    Ahimè, quando si crede di cancellare dalla memoria, i grandi traumi subiti nell’infanzia, un giorno o l’altro, riemergono in superfice e causano danni che sono devastanti a livello fisico, affettivo e psicologico.

    l’abuso lascia sempre il segno nella vita di un bambino. L’abuso condiziona le sue relazioni, la sua personalità, i suoi interessi, i suoi sogni.

    Ecco, qualche problema causato dall’abuso: carattere instabile e a volte irascibile, non riuscivo a dire di no a nessuno, comportamento autodistruttivo, problemi di ambivalenza, mancanza di fiducia in me stesso, sentirmi niente, inutile e incapace, fingere che tutto va bene anche quando ero sull’orlo del baratro. Un sacco di problemi con l’alcool. E nel 1993 e nel 2007 ho avuto due incidenti d’auto, abbastanza gravi, ma senza conseguenze fisiche, a causa dell’abuso di alcool.

    Nel 2006, dopo tre anni come responsabile di circa cinquanta collaboratori, per mancanza di fiducia in me stesso, ho subito un burn-out (stato di grande stress e fatica) e ho dovuto fermarmi dal lavoro per quattro mesi e per quasi tre anni seguire una terapia psichiatrica. Purtroppo il problema degli abusi non è uscito fuori… Ho perso il mio posto di responsabile e con esso una fetta di salario. Fortunatamente il mio datore di lavoro mi ha dato di nuovo fiducia e ho continuato in un altro reparto.

    Nella primavera del 2010, ho trovato il coraggio di parlarne con un amico, sacerdote ed italiano, che era missionario in Svizzera. Mi ha detto di non dirlo a nessuno! Deluso e stordito ho ingoiato la mia delusione.

    Ma il mio corpo non ha accettato e ha cominciato a somatizzare questo problema a modo suo. Alla fine di agosto dello stesso anno, ho iniziato una polimialgia reumatica, molto dolorosa e che ho dovuto trattare con il cortisone per tre anni. Dopo la polimialgia reumatica si è trasformata in poliartrite che si è protratta per due anni.

    Inizio 2016 mia moglie mi ha fatto due domande: chi sei? Perché cerchi di distruggerti? Ho risposto: ho sempre avuto un comportamento autodistruttivo e ho sempre annientato i miei centri d’interesse.

    Mi ci sono voluti tre giorni per riuscire e dire a mia moglie gli eventi in relazione agli abusi sessuali. Da questo mia moglie ha capito subito che i molti problemi avuti nella mia vita (abuso di alcool, ambivalenza, cambiamenti di umore, burn-out e malattie fisiche) erano collegati agli abusi sessuali e per me è stato un sollievo enorme e un supporto fondamentale.

    Ho iniziato la terapia con una psicologa, che è durata dal marzo 2016 all’agosto 2017. Dopo la confessione, ho avuto un’ulcera allo stomaco e ancora adesso prendo farmaci per curarlo. Ho anche sviluppato delle crisi di angoscia, abbastanza violente e frequenti.  All’inizio credevo fossero dei problemi di cuore, ma poi smentite dalle visite mediche presso il pronto soccorso dell’ospedale.

    Ho attraversato il deserto dei dubbi, cercando il vero Valerio e guardando le esperienze del mio passato ho avuto paura e ho dubitato spesso di riuscire a guarire. Più volte ho pensato alla morte come una liberazione. E in questo periodo che ho capito il significato di sopravvissuto…

    Durante questo periodo ho capito una cosa importante – e la psicologa che ho consultato lo ha sottolineato – asfissiavo di vergogna, senso di colpa e denigrazione di me stesso, pensando che l’unico colpevole ero io!

    Ma chi è questa forza devastatrice? È il bambino abusato, usato e gettato che ti chiama, che ti chiede aiuto, che vuole che tu lo prenda tra le braccia per consolarlo. È il bambino che tu non vuoi prendere per mano, che non vuoi rivelare agli altri e che non vuoi riconoscere come una parte di te stesso.

    È il bambino che ha paura, che ha vergogna, che si sente colpevole, che crede di essere la causa di quanto gli è successo. Ma tu non vuoi e non puoi ascoltarlo. Ascoltarlo significa ricordare e ricordare è doloroso. Allora certe volte, per non ricordare, per non ascoltare quel bambino di 13 anni, ti rifugi nei vizi o in certi comportamenti che possono solo farti del male e distruggere quanto di buono hai fatto attorno a te.

    Ma come liberarsi da questa forza devastante? Dare un nome alla sofferenza. Dare il nome di chi ti ha trasformato la vita in via crucis. Dare il nome di chi ti ha tradito, usato e gettato! Finché non troverai il coraggio di cercarlo, denunciarlo o parlargli, sarai sempre la preda di te stesso. Sempre!

    Ho immediatamente avvisato, il mio datore di lavoro, dei problemi che mi tormentavano e ho avuto un’interruzione del lavoro di due settimane. Ho avuto il sostegno senza riserve del mio responsabile e delle RU. Mi hanno rilasciato un documento dove attestano il loro sostegno alla mia denuncia, anche giuridicamente, e mi hanno lasciato il tempo necessario per riprendermi da questi eventi senza caricarmi di troppe responsabilità.

    Don Mario, dopo delle ricerche in rete l’ho trovato in un oratorio come parroco.

    Gli ho scritto che desideravo parlare con lui degli eventi relativi al nostro soggiorno presso l’istituto religioso della mia giovinezza. Non ha risposto. Ho scritto al suo superiore, mi ha risposto e indirizzato, senza una parola di compassione, al Vicario.

    Con il Vicario, ha corrisposto densamente per e-mail, ho esposto i fatti, l’ho incontrato nel marzo 2016. Poi un silenzio di parecchie settimane.

    Il silenzio è insopportabile quando ci aspetta una risposta, anche per fatti accaduti 46 anni prima! Mia moglie ha avuto l’idea di cercare associazioni di persone abusate e abbiamo preso un appuntamento con Marie-Jo Aeby di SAPEC, una associazione Svizzera che si occupa delle persone che sono state abusate in una relazione di autorità con religiosi. Il miracolo avvenuto. Marie-Jo mi ha ascoltato, ha capito il mio dramma; lei si che ha avuto una vera compassione e mi ha consigliato cosa fare. In un secondo tempo mi ha indirizzato al vescovo Charles che ha avuto lo stesso atteggiamento di Marie-Jo. Finalmente un uomo di Chiesa, che mi ascolta e mi crede! Monsignor Morerod ha scritto una lettera per la Commissione, presieduta dal Vicario, che doveva redigere il verbale dell’udienza preliminare prevista per il 14 maggio 2016. Quel giorno, per più di tre ore, accompagnato da mia moglie, per raccontare e rivivere l’abuso e le sue conseguenze. E alla fine, nessuna copia del verbale…

    Ho provato di tutto per ottenere questo documento, ma niente da fare. Solo le minacce di divulgare il nome del mio aggressore alla stampa ha fatto reagire il Vicario; era pronto a un viaggio in Svizzera per discutere questo punto con l’associazione SAPEC, Monsignor Charles e il sottoscritto, ma non a darmi una copia del processo verbale. SAPEC mi ha sconsigliato di discutere con il Vicario senza processo verbale.

    Nel settembre 2016 la procedura preliminare è completata e il mio dossier è inviato a Roma alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Monsignor Charles e Monsignor Francesco, un amico che è missionario da 50 anni, hanno inviato una lettera, alla Congregazione della Dottrina della Fede, per sostenermi nella mia denuncia. Ma dal mese di settembre 2016: silenzio assoluto.

    Nel mese di agosto 2017, ho nuovamente inviato una e-mail al Vicario per dirgli che la mia pazienza era ad al limite e che entro la fine di settembre non ricevevo notizie, avrei rimesso la mia storia di abusi ai media. Risposta immediata del Vicario che dice di avere notizie da Roma e desidera incontrarmi.

    L’incontro con il Vicario, accompagnato dall’avvocato della sua congregazione si svolge nel mio paese in Italia. Mi accompagna Monsignor Francesco. Il Vicario comunica che la mia procedura è terminata! Don Mario ha ricevuto restrizioni nel suo ministero come; divieto di celebrare alcuni sacramenti e incontrare i giovani da soli. Ha dovuto firmare una lettera in cui ha riconosciuto le accuse e ha deciso di non presentare ricorso contro tali decisioni.

    Purtroppo come di solito avviene in Vaticano, non ho ricevuto nulla di scritto. Tutto è stato fatto per via orale, così da non lasciare alcuna traccia. Ho manifestato la mia delusione per la mancanza di comunicazione scritta e con me, Monsignor Panfilo, che mi accompagnava

    Don Mario, che aveva accettato di incontrarmi alla fine della procedura canonica, non ha più voluto incontrarmi o scusarsi per il danno che mi ha fatto. Apparentemente, era un po’ depresso dopo la mia confessione e la decisione di Roma. Il poverino!
    Non ho ricevuto neppure le scuse scritte dalla sua congregazione!
    Sì, ho ricevuto una riparazione ma con l’impegno di non dire il nome del mio aggressore e della sua congregazione.
    La Congregazione per la Dottrina della Fede non mi ha permesso di avere:
    – I documenti del procedimento preliminare e finale.
    – Del processo verbale della mia deposizione.
    – Della dichiarazione e della testimonianza del mio aggressore per sapere se ha riconosciuto i fatti o meno.
    – Un documento che attesti le sanzioni inflitte al mio aggressore.
    – Un documento in cui la chiesa di Roma si scusa per il danno che ho subito.

    Ammetto che non ricevere scuse, né documenti della mia procedura, è difficile, molto difficile da sopportare! Questo è inammissibile e qualche volta la rabbia mi prende e vorrei vedere il Vaticano crollare e sprofondare per sempre.

    Se da un lato sono soddisfatto per il risultato di questa procedura, che almeno mi riconosce come vittima, io non capisco come mai il Vaticano tratta in questo modo le vittime di abusi sessuali. Una cosa è chiara: non vogliono lasciare nessuna traccia scritta del comportamento dei loro religiosi e pazienza se le vittime, di questi esecrabili delitti, si sentano ancora una volta vittime dell’abuso di potere e del clericalismo, di questa istituzione, che perde ogni giorno un po’ più della sua credibilità.

    Un’altra realtà che si è aperta a me attraverso questa esperienza è quella dei sacerdoti italiani.

    A parte Monsignor Francesco, che è arcivescovo in Papua, tutti gli altri sacerdoti italiani che ho contattato, in Svizzera e in Italia, non mi ha aiutato nella mia angoscia ma hanno difeso l’istituzione che li mantiene. Non conoscono le conseguenze degli abusi sessuali sui minori e non sono disposti ad aiutare le vittime. Che delusione!

    Ora faccio parte del comitato del Gruppo SAPEC e vorrei aiutare gli altri sopravvissuti di abusi sessuali ad essere riconosciuti come vittime, ricevere le scuse dell’autore del reato e quella dei suoi superiori e pretendere un risarcimento.

    Nel febbraio 2019 ho partecipato a Roma, con altri membri del Gruppo SAPEC, ad una manifestazione di tolleranza zero organizzato da ECA (Ending Clerical Abuse). L’obiettivo è di fare pressioni sulla chiesa per mettere in atto delle disposizioni, per fermare i suoi indicibili crimini, in parallelo con il sinodo convocato da Francesco.

    Ho incontrato diverse persone, donne e uomini, sopravvissuti da abusi sessuali  nella chiesa. Tutti delusi da questa istituzione, ma determinati a continuare questa lotta per far emergere la verità e fermare la piaga che colpisce tanti bambini.

    Dopo la lettura del documento finale di Francesco, che ci ha deluso tantissimo, tutti ci poniamo le stesse domande:
    Perché la chiesa non fa altro che proferire parole e non azioni concrete per fermare questa catastrofe?
    Perché le vittime non sono riconosciute come tali dalla chiesa?

    Queste le parole dei genitori di Alessandro al papa che condivido completamente:
    “Francesco, ma occorre un summit mondiale per rendere consapevoli i Vescovi che abusare, insabbiare non è una cosa buona, questo l’obbiettivo? La consapevolezza? Occorre un ‘vademecum’ per aiutare i presidenti delle conferenze episcopali per far capire a tutti i Vescovi dei loro paesi che violentare un bambino e spostare i preti che si macchiano di tale crimine, da un oratorio all’altro, non risponde esattamente all’obbiettivo che hai dovuto chiarire”?

    Uno dei problemi fondamentali è che nei tribunali ecclesiastici non considerano l’abuso sessuale, sui minori un crimine, ma una violazione da parte di un chierico dei suoi obblighi di celibato. L’abuso sessuale sui bambini è considerato come fattore aggravante.
    Il diritto canonico non si occupa di criminalità, ma dei doveri speciali del religioso.
    Quindi quello che è in gioco è lo statuto religioso del chierico e non quello che è successo alla vittima perché in Vaticano la vittima non ha statuto.

    Eppure c’è un documento che dovrebbe illuminare e affrontare tutti questi problemi e permettere a tutti gli uomini religiosi di vivere secondo il loro impegno: il Vangelo!

    Mi pongo una domanda ancora più seria:
    Perché i religiosi e tutti i cristiani che collaborano fedelmente per trasmettere il Vangelo non fanno nulla per proteggere i loro fedeli, i più fragili e i loro figli? Il cambiamento può avvenire solo all’interno della chiesa, altrimenti non ci sarà più chiesa…

    Non è la chiesa e i suoi membri che soffre, come insiste sempre Francesco, ma milioni di bambini e le loro famiglie che devono convivere con vite umane distrutte o altamente andicappate!

    Non è certamente la colpa di satana, altra scusa di Francesco, se molti religiosi si lasciano andare in certi comportamenti disumani, ma della perversione di queste persone e di chi, a proposito, copre questi orribili crimini per proteggersi (dai loro scheletri nell’armadio) e proteggere questa istituzione ormai marcia.

    Io non voglio fare parte di questa chiesa, ma desidero, cooperare e aiutare la parte sana a prendere coscienza e sradicare il male che l’ha invasa. La chiesa non potrà ricostruirsi senza l’aiuto delle vittime e delle associazioni che le difendono. Solo ascoltando, l’orrore delle storie delle vittime, potrà prendere coscienza del male che ha fatto e prendere le giuste misure per fermare questa piaga insostenibile.

    Valerio

  • La ragazza di Serina scrive al Papa: «Ho denunciato il prete, è stato condannato, ma io resto sotto accusa»

    La ragazza di Serina scrive al Papa: «Ho denunciato il prete, è stato condannato, ma io resto sotto accusa»

    Ora ha 23 anni, ha deciso di metterci nome, cognome e volto. Valentina Cavagna chiede di voltare pagina. Indirettamente, al paese di Serina che ha raccolto mille firme a corredo di una lettera per don Marco Ghilardi, 44 anni, condannato in via definitiva a sei anni di carcere (dove si trova) per averla molestata da ragazzina (lui si è sempre proclamato innocente). Lo fa scrivendo una lettera a Papa Francesco, attraverso il Corriere della Sera.

    Caro Papa Francesco,

    sono Valentina e vorrei raccontare la mia storia. Quando ero bambina, un prete del mio paese, don Marco Ghilardi, ha abusato di me. Era anche il mio maestro di religione alle elementari. Purtroppo, ho aspettato molti anni per denunciare, perché avevo paura di non essere creduta, anche perché questo prete era molto attaccato alla mia famiglia. Infatti, veniva anche a mangiare da noi. In cuor mio, però, mi sono sempre detta che, compiuti i 18 anni, l’avrei denunciato. Così ho fatto, il primo luglio 2013. Il paese non era dalla mia parte. Al primo processo, lui è stato assolto, mentre negli altri due i giudici mi hanno creduto. A ogni udienza c’era sempre qualcuno per lui, anche l’ex sindaco. Sono comunque fiera di me stessa, perché non ho mai mollato. Sono sempre stata una contro tutti e, finalmente, a gennaio di quest’anno si è concluso tutto. O, almeno, così pensavo. Invece, il 28 febbraio è uscito l’articolo in cui si scriveva che il sacerdote era in carcere. Il primo marzo, mi sono trovata nella bacheca sotto casa un foglio con la raccolta delle firme per mandargli una lettera.

    Quando l’ho visto mi sono arrabbiata, molto. Ognuno può avere il pensiero che vuole, non pretendo che, nemmeno dopo la sentenza, il paese sia dalla mia parte. Vorrei, però, che chi vuole sostenere il sacerdote lo facesse privatamente, non diffondendo quel foglio ovunque. Sono anche io una persona di Serina e continuo a viverci. Una persona, sotto casa, mi ha detto che dovrei abbassare la testa per quello che ho fatto. Anche la mia famiglia si ritrova spesso a dover rispondere di questa storia. A discuterne. Chi mi incontra, mi saluta a fatica. Non chiedo che vengano ad abbracciarmi. Ma nessuno, mai, mi ha chiesto una volta come sto. Ho momenti in cui esplodo e piango. Si ripete sempre di denunciare, ma se poi una ragazza si trova in questa situazione come può avere il coraggio di farlo? Il processo è finito, i giudici hanno deciso. Ma quella sotto processo sono io e non vedo una via d’uscita. Per questo motivo le scrivo. Lo faccio attraverso il giornale perché si è diffusa la notizia della raccolta firme. Non ho mai cercato pubblicità, anzi. Vorrei incontrarla per sentirmi compresa da lei. Per me sarebbe un modo per andare avanti. Per me e per la mia famiglia. Penso che anche a Serina cambierebbe qualcosa. Mi creda, non sono felice perché un prete è in carcere, anche se penso che sia giusto, dopo anni da quello che è successo. Non mi consola nemmeno, tanto la ferita mi rimarrà. Però se avesse ammesso, qualcosa sarebbe cambiato. Almeno l’atteggiamento della gente.

    https://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/19_marzo_11/ragazza-serina-scrive-papa-ho-denunciato-prete-stato-condannato-ma-io-resto-sotto-accusa-735358e0-440d-11e9-bcde-19097826363a.shtml?refresh_ce-cp&fbclid=IwAR1cbXTE_PZzdBkd-Y6NdRycex9JdKudTLkb9_ndL07iA8w_WT2sUbDrGJo

  • Serina, prete condannato per molestie. Ma il paese è con lui: mille firme per don Marco

    Serina, prete condannato per molestie. Ma il paese è con lui: mille firme per don Marco

    Lettera in sostegno dell’ex curato condannato a 6 anni e ora in carcere per scontare la pena. Il sindaco: «D’accordo con la solidarietà umana, ma c’è una sentenza»
    C’è la verità processuale su cui la giustizia ha messo il sigillo della Cassazione, condannando don Marco Ghilardi a sei anni di reclusione per le molestie su una ragazzina che oggi ha 23 anni. L’ex curato di Serina, 43 anni, è in carcere, per scontare la pena. Ma è una verità a cui mille persone su 2.073 abitanti, per ora, non credono. Hanno firmato una lettera per il sacerdote e che sta facendo il giro delle famiglie. Il punto di raccolta, all’inizio, era il benzinaio. Ma ora sono stati aggiunti l’edicola e un negozio. La lettera parla di «sgomento» dopo la sentenza. «Avendo vissuto a contatto con Te (così, in maiuscolo ndr) più anni e condiviso più iniziative a favore della Comunità di Serina vogliamo esprimere un atto di sostegno della Tua Persona. Sappiamo che tanti Ti sono vicino in forma epistolare e qualcuno viene a trovarti».
    Chi scrive, vuole unirsi a loro, «in tanti, per dare ancora più forza al sentimento di impotenza e ingiustizia che proviamo. Sappiamo che anche in questa esperienza saprai vedere il bene e fare del bene, anche se è davvero un calice amaro. La sofferenza lascerà sicuramente un solco, ma vogliamo condividerla per alleggerire il tuo peso». Al processo, l’ex sindaco Giovanni Fattori è sempre stato presente, in disparte. «Ho firmato anche io. Questa iniziativa rispecchia il dolore nel cuore della gente di Serina». C’è una sentenza passata in giudicato, lo sa: «Si crede nella giustizia, ci mancherebbe, ma la verità processuale non collima con la convinzione di chi ha firmato». E c’è una ragazza del paese che i giudici di Bergamo non avevano ritenuto credibile ma che quelli bresciani hanno creduto. «Questa vicenda è un dramma comunque la si veda o si pensi», sempre Fattori. Il nuovo sindaco Giorgio Cavagna, come amministratore, vuole restarne fuori. A livello personale, tiene a distinguere tra appoggio umano e rispetto della sentenza. «Se nella lettera, che ancora non ho visto, si esprime solidarietà umana è un conto. Se una persona ha sbagliato, cosa che io non so ma c’è una sentenza, e soffre, avrà la mia comprensione umana. Ma diverso sarebbe prendere una posizione a fronte di una sentenza. Qui ci sono due persone che soffrono. La mia solidarietà va anche alla ragazza».
    https://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/19_marzo_09/serina-prete-condannato-molestie-ma-paese-lui-mille-firme-don-marco-55eb214a-4249-11e9-95b9-e83ec3332214.shtml
  • Molestò una bimba: ex curato di Serina condannato a 6 anni di carcere

    Molestò una bimba: ex curato di Serina condannato a 6 anni di carcere

    Ha molestato una bambina del paese. Per questo motivo mercoledì 27 febbraio la Corte di Cassazione di Roma ha confermato la condanna a sei anni nei confronti di don Marco Ghilardi, ex curato di Serina.

    In primo grado, nel 2016, il sacerdote di 44 anni era stato assolto perché “il fatto non sussiste” dal collegio presieduto dal giudice Antonella Bertoja. Ma il sostituto procuratore della Repubblica di Bergamo Gianluigi Dettori, che aveva chiesto 12 anni di carcere, presentò ricorso in appello. In secondo grado la sentenza venne ribaltata e arrivò la condanna a sei anni, confermata poi in Cassazione dopo il ricorso questa volta da parte del religioso, che sperava in una nuova assoluzione.

    Il caso era emerso dopo che la giovane, ora 23enne, nel 2013, pochi giorni dopo essere diventata maggiorenne, aveva trovato il coraggio di sporgere denuncia ai carabinieri di Serina. In lacrime aveva ricostruito gli abusi subiti quando aveva tra i 6 e i 10 anni da quell’uomo di cui si dava, avvenuti nella scuola dove lui insegnava religione, nella sagrestia della parrocchia e tra le stanze dell’oratorio.

    Oltre alla sua testimonianza, in aula erano state portate anche quelle dell’ex danzatino e delle amiche della ragazza, anche se nessuna era diretta. Un punto quest’ultimo che nel processo di primo grado aveva inciso nell’assoluzione. Ma prima la Corte d’Assise poi la Cassazione hanno dato ragione alla vittima.

    Don Ghilardi, difeso dall’avvocato Roberto Bruni, si era sempre proclamato innocente: “Il racconto della ragazza è pieno di inverosimiglianze e discrasie – le parole del suo legale – . La denuncia anni dopo i fatti pesa perché i racconti non sono quelli di una bambina, situazione che sarebbe stata comunque delicata, ma di una bambina che è diventata nel frattempo adulta”. Il sacerdote è già rinchiuso nel carcere di via Gleno a Bergamo, dove dovrà restare per sei anni.

    https://www.bergamonews.it/2019/02/28/molesto-una-bimba-ex-curato-di-serina-condannato-a-6-anni-di-carcere/303258/

  • Scarcerazione in vista per don Walter Mariani

    Scarcerazione in vista per don Walter Mariani

    MANTOVA A quasi cinque anni esatti dal suo ingresso in carcere per don Walter Mariani, il 78enne ex parroco di San Leonardo finito dietro le sbarre per violenza sessuale, si avvicina il momento del ritorno in libertà. Questo grazie ad uno sconto di pena per buona condotta avallato dal Tribunale di Sorveglianza.

    In sostanza al religioso verranno condonati i residui 14 mesi di reclusione a fronte di una pena definitiva pari a sei anni e due mesi. Pena espiata in anticipo dunque per il religioso mantovano a cui, come previsto dall’ordinamento penitenziario, sono stati detratti 3 mesi per ogni anno di detenzione effettivamente scontato. Stando alle indiscrezioni la sua scarcerazione dalla casa circondariale di Bollate dovrebbe avvenire, salvo eventuali ritardi burocratici, già all’inizio del mese prossimo.

    La reclusione per don Walter era iniziata il 4 marzo 2014 col regime d’isolamento nel penitenziario di Bergamo; quaranta giorni dopo era stato trasferito nella struttura carceraria milanese, dov’è rimasto per l’intero iter detentivo, condividendo la cella con altri sacerdoti, nel contesto di un reparto creato appositamente per ospitare religiosi condannati per reati di varia natura. Lo scorso anno il tribunale di Sorveglianza aveva espresso parere favorevole per il suo affidamento ai servizi sociali; ogni settimana poi a casa della sorella a Melzo, località alle porte di Milano, sono numerosi gli ex parrocchiani rimasti a lui legati che gli portano visita.

    L’accusa per don Walter Mariani era quella di aver violentato tre ex prostitute ospiti della comunità “Casa di Ruth”. Il sacerdote era stato poi assolto da uno dei tre casi contestati, ma in primo grado a Mantova era stato condannato a cinque anni di reclusione, poi divenuti sette e mezzo in Appello. La Cassazione aveva quindi annullato la precedente sentenza rinviando il processo a Brescia, dove una nuova sentenza lo aveva condannato a sei anni e due mesi. Condanna, questa, confermata poi in via definitiva dai giudici della Corte Suprema.

    Scarcerazione in vista per don Walter Mariani

  • Don Zanotti finisce nei guai: “Subivo abusi e mi costringeva a prendere il Viagra”

    Don Zanotti finisce nei guai: “Subivo abusi e mi costringeva a prendere il Viagra”

    Costretto a diventare l’amante di un frate cappuccino che lo minacciava e picchiava. È questo quanto accaduto a un immigrato che viveva da quattro anni nella comunità “Oasi 7”, un centro di accoglienza per profughi e minori in difficoltà di Bergamo fondata proprio da padre Antonio Zanotti, ora accusato di violenza sessuale.

    Il ragazzo racconta di aver vissuto “un’esperienza terribile per cui ho anche tentato di togliermi la vita” – riporta il Corriere – e non è l’unico: altri due stranieri, infatti, hanno già depositato la loro testimonianza e parleranno presto con i pm e le autorità ecclesiastiche.

    Il ragazzo, nella denuncia, racconta di essere arrivato all’Oasi 7 nel 2014. Inizialmente si sentii accolto dal frate, ma poi, dopo circa tre mesi, quest’ultimo iniziò ad approcciarlo sessualmente: prima con abbracci e poi invitandolo a bere nella sua stanza. “Nonostante non fosse mio desiderio avere rapporti sessuali con il frate, non riuscivo a oppormi. Padre Zanotti cominciò a farmi dei regali costosi, qualunque cosa chiedessi me la acquistava. Se accondiscendevo alle sue richieste, mi faceva trovare dei soldi“, racconta il minorenne. E dopo le violenze sessuali sono cominciate le minacce:”Mi minacciava che senza di lui e la sua bontà avrei passato la mia vita in mezzo alla strada insieme ai disperati”.

    Nella denuncia depositata emergono poi alcuni dettagli sulle avances del frate. “Mi costrinse a prendere del Viagra. Mi diceva sempre: “Ci vogliono i soldi, caro mio, io ne ho tanti e tu non hai niente”. Il degrado umano nel quale mi aveva gettato padre Zanotti fu tale che nel marzo del 2018 fui costretto, per non impazzire, ad andare a lavorare fuori dalla struttura. Due mesi fa, a causa degli ultimi gravi abusi subiti, sempre nelle stesse modalità delle minacce miste a lusinghe e ricatti, trovai la forza di andarmene definitivamente, preferendo vivere per strada piuttosto che vivere l’annullamento della mia persona. A seguito di ciò sono stato aggredito, picchiato e minacciato. Mi trovavo nella stazione di Bergamo quando due albanesi che conoscevo, perché residenti nella comunità di padre Zanotti, mi hanno circondato e riempito di pugni e schiaffi, lasciandomi a terra sanguinante, non prima di avermi detto: ‘Non tornare più là dentro e vedi di stare molto lontano da qui’. Adesso vivo in un luogo protetto, ma ho paura che possa accadermi qualcosa di brutto”. C’è poi anche del materiale, tra cui alcuni filmini e foto hard, che è già stato depositato in Vaticano e alla Procura di Roma e sarà presto esaminato.

    Don Zanotti, tra l’altro, nel 2007 ha ricevuto il “Premio per la Pace” dalla Regione Lombardia. Nel 2012, poi, si è cominciato a parlare del suo “miracolo”: “Qui c’erano solo cascine abbandonate – raccontò il frate al Giornale – e io avevo tante anime da raccogliere: prostitute, drogati e malati psichici a cui le famiglie non erano in grado di badare, ragazzi alla deriva. Hanno costruito quasi tutto loro e io, ad essere sincero, non avevo neppure i permessi… Sono andato avanti lo stesso e alla fine i Comuni mi hanno aiutato”. A quanto pare, però, dietro alla sua solidarietà c’era dell’altro.

  • Chiesa e omosessualità: “Io, iniziato al sesso dal mio superiore”. Storie di seminario su FqMillenniuM in edicola

    Chiesa e omosessualità: “Io, iniziato al sesso dal mio superiore”. Storie di seminario su FqMillenniuM in edicola

    Sul mensile del Fatto il sociologo Marco Marzano racconta che cosa accade in un mondo poco accessibile. La storia di Carlo, entrato 14enne e subito vittima di attenzioni, nell’indifferenza di compagni e sacerdoti. Il legame fra la vita in queste “istituzioni totali” e i frequenti scandali sessuali, pedofilia compresa. E la rivoluzione di papa Bergoglio che qui non arriva.

    Stanza di un seminario del Nord Italia, pomeriggio d’autunno, subito dopo la ripresa della scuola. Il quattordicenne Carlo e il suo padre spirituale sono sdraiati vicini sul letto, quando il don si alza di scatto e si precipita verso il bagno, in fondo al lungo corridoio del suo appartamento. Dopo qualche istante, Carlo decide di seguirlo, teme che non si senta bene, che possa aver bisogno di aiuto. Quando arriva dinanzi alla porta spalancata del bagno però, lo spettacolo che gli si para davanti non è quello di un adulto che sta male, ma di un uomo in preda a una furiosa eccitazione.

    Comincia così una delle tante storie di seminario, sesso e omosessualità repressa raccolte negli anni da Marco Marzano, sociologo dell’università di Bergamo e collaboratore del Fatto Quotidiano, che sul numero di Fq Millennium attualmente in edicola offre uno spaccato inedito su un mondo per lo più inaccessibile. Il seminario, scrive Marzano “è un’istituzione totale che, al pari della caserma o del carcere, ha come obiettivo non la semplice formazione teologica del clero, ché questo potrebbero farlo anche le Università o le facoltà teologiche, ma la costruzione del carattere e dell’identità dei futuri sacerdoti”. Ma è anche un luogo in cui, all’esatto contrario di quanto predicato dalla Chiesa cattolica, i rapporti intimi tra sacerdoti e giovani aspiranti tali sono spesso noti e tollerati: l’“amicizia particolare” fra Carlo e don Mario “è nota a tutti in seminario e suscita non poche gelosie e battutine maliziose tra i compagni. Anche i superiori se ne accorgono, ma nessuno se ne scandalizza, nessuno pensa che sia il caso di intervenire”.

    Una questione che in Italia resta sotto silenzio, ma che secondo diverse ricerche internazionali ha un nesso forte con i frequenti scandali a sfondo sessuale, pedofilia compresa. E’ il “sexual underworld”, il sottomondo sessuale dei seminari e della vita clericale in genere, di cui ha scritto lo studioso australiano Barry M. Coldrey. E’ la subcultura clerico-omosessuale, così come l’ha descritta Mary Gail Frawley-O’Dea (il suo libro Atti impuri. La piaga dell’abuso sessuale nella chiesa cattolica è stato pubblicato in Italia da Raffaello Cortina Editore nel 2008). E così via. Una questione che, sottolinea Marzano nel suo ultimo libro La Chiesa Immobile-Francesco e la rivoluzione mancata (Laterza), neanche Papa Bergoglio è riuscito ad affrontare.

    Così, scrive il sociologo rievocando le storie raccolte per i suoi studi, “ciascuno può trovare, nel tempo, una sua via: c’è chi decide di avere una doppia vita, un amore segreto e stabile, c’è chi decide di saltabeccare di fiore in fiore cogliendo tutte le opportunità che gli si presentano, c’è anche chi, e non sono pochi, decide di risolvere il problema con una eroica automutilazione della propria sessualità”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/30/chiesa-e-omosessualita-io-iniziato-al-sesso-dal-mio-superiore-storie-di-seminario-su-fqmillennium-in-edicola/4459653/?-twitter

  • “Perdono don Mauro, ma non il vescovo” – L’intervista

    “Perdono don Mauro, ma non il vescovo” – L’intervista

    La madre del ragazzo che avrebbe subito molestie da parte del sacerdote punta il dito contro Delpini: “Parlare con lui è stata una delusione, mi ha fatto sentire una seccatrice. Provo pietà per quel prete, non per chi mette la gerarchia davanti alla verità”

    di Giorgio Gandola

    Tre metri di dolore. È difficile anche solo percorrerli con lo sguardo in un’aula del tribunale di Milano, fra avvocati, cancellieri, i due carabinieri d’ordinanza e qualche curioso. Tre meri di silenzio, la distanza siderale che separa don Mauro Galli, il sacerdote accusato di abusi sessuali nei confronti di un ragazzo di 15 anni, e la mamma della vittima. Sono seduti sulla stessa fila di panche, fra il pubblico, durante il processo che sta creando più di un imbarazzo all’arcivescovo Mario Delpini e al Vaticano.

    L’imputato è qui per la prima volta, ufficialmente “per farlo ambientare” prima dell’interrogatorio della prossima settimana (22 maggio, ore 14). Luisa invece è qui dal primo giorno, non ha mancato un’udienza. Se ne sta in un angolo, non perde una parola delle deposizioni, dei riti processuali, degli interventi del pm e di quelli dei legali a difesa. Quando le sfugge qualcosa se lo fa spiegare dall’avvocato Fulvio Gaballo, che la rappresenta, e dal fratello che la sostiene in questi sette anni di via crucis. Manca un testimone, la mattinata finisce nel nulla. Torna il silenzio su questa storia di abusi sottaciuti, di un prete spostato in tutta fretta (“e con un comportamento maldestro”, parola del cardinal Angelo Scola) da Rozzano a Legnano dal futuro arcivescovo di Milano, di depistaggi e denari, di pulsioni autodistruttive, di ombre. Torna il silenzio, ma oggi una mamma ha deciso di parlare.

    “Potevamo chiuderci nel nostro dolore o lasciare la Chiesa. Preferiamo lottare per cambiare le cose”

    Signora, cosa la induce a essere così tenace, così determinata?

    “Avevamo tre strade possibili. O chiuderci in noi stessi e tenere il nostro dramma solo nel nucleo famigliare, oppure uscire dalla Chiesa e rinnegare tutto ciò in cui la nostra famiglia cattolica ha sempre creduto. O infine approfondire quello che è successo, confrontarci con chi sta vivendo la nostra stessa esperienza, scegliendo di rimanere nella Chiesa e continuando a credere nella giustizia umana e divina. Stiamo percorrendo quest’ultima strada, forse la più faticosa. Ma sono convinta che sia la più pura”.

    Partecipare a ogni udienza, sentir parlare di particolari scabrosi non le riapre una ferita?

    “Rivivere tutto ogni volta è molto dura, ma per mio figlio lo è ancora di più. Quando arrivano i giorni del processo sta male, non riesce ad andare a lavorare (oggi ha 22 anni e fa il grafico, ndr). È ancora fragile, si è diplomato con due anni di ritardo. Gli devo rispetto. Lei mi vede minuta, ma ho le spalle larghe, lavoro da 30 anni nell’ambito psichiatrico, sono caposala in un istituto, sto costantemente a contatto con i malati. Piango anch’io, ho bisogno di telefonate di conforto, ho una cerchia di amici che sono meravigliosi salvagenti. Ma sono allenata. Solo chi ha vissuto una simile esperienza può capire cosa provo”.

    Stamane ha visto don Mauro. Non vi siete detti nulla?

    “No. Da quando se ne andò da Rozzano sette anni fa dopo quella notte l’ho rivisto dimagrito, tirato. È un dramma anche per la sua famiglia, prego per la mamma di don Mauro. Sa cosa le dico? Io don Mauro l’ho perdonato, e so che con questa frase mi attirerò le ire di molti. Ma non ho perdonato la Chiesa che continua a permettere che questo accada, non ho perdonato Mario Delpini perché non comprendo il suo comportamento”.

    Cosa l’ha maggiormente delusa?

    “La mancanza di umanità dell’arcidiocesi. Quando è accaduto il fattaccio noi avevamo la più totale fiducia negli organismi ecclesiastici e ci siamo affidati a loro; non avevamo bisogno di denunciare ad altri. Abbiamo chiesto un incontro con il cardinal Scola e lo abbiamo ottenuto tre anni dopo. Mi ha deluso il gelido distacco della gerarchia in tonaca, la sua lontananza da un percorso di fede e di comprensione. Le lettere ricevute si concludevano sempre con un “prego per voi” che non era pietas cristiana, ma solo una formula di saluto”.

    Come sono stati i colloqui con monsignor Delpini?

    “L’ho incontrato una sola volta e mi ha trasmesso un senso di delusione. Era il 2012 e mi diceva “Adesso ho capito come stanno le cose”. Ma io sapevo che il parroco di Rozzano gli aveva spiegato tutto il giorno dopo l’abuso. Ho avuto la sensazione che la seccatura fossimo noi, più che intraprendere un percorso di verità. Da quell’incontro sono uscita più determinata ad andare avanti. Voler anteporre l’immagine dell’istituzione alla verità è il danno supremo per la Chiesa stessa”.

    In questa battaglia vi siete sentiti soli?

    “Chi ci è più vicino ci sostiene, ma sono in molti anche su Facebook a dirci di lasciar perdere, a sottolineare la nostra ingenuità nel metterci contro il potere ecclesiastico. Gli agnostici, gli atei ci dicono: siete sciocchi a chiedere giustizia, andatevene e basta. Ma io voglio rimanere dentro la Chiesa perché credo profondamente nella parola di Dio, vado a messa, mi confesso”.

    Ha trovato conforto anche nei preti che frequentava?

    “Si, la loro solidarietà sembra un paradosso, ma c’è ed è forte. Molti sacerdoti, semplici parroci senza potere, mi esortano ad andare avanti. Uno da Bergamo mi ha scritto: “Ricorda sempre che le lacrime dei giusti e dei poveri non saranno lasciate cadere dal Signore. Quanto alle minacce, non avere paura di renderle pubbliche”. La base della Chiesa è con noi. Ci hanno accusato di avere registrato gli incontri con i prelati. Sa chi ci ha consigliato di farlo? Un sacerdote”.

    Lei ha chiesto di incontrare il Papa, che ha nominato Delpini arcivescovo pur essendo a conoscenza (i suoi uffici lo erano) della cattiva gestione della vicenda. Cosa direbbe a Francesco?

    “Gli direi che facciamo tutto questo perché non succeda ad altri ciò che è successo a noi. Poi gli chiederei com’è finita l’inchiesta ecclesiastica su don Mauro; se non c’è alcuna conseguenza, significa ammettere che un prete può portare a letto un ragazzino. È tollerabile? E lo è rispetto alla tolleranza zero chiesta da sua santità? Papa Francesco dice che ogni venerdì parla con le vittime di abusi, ma chissà chi invita, perché di nostra conoscenza non c’è nessuno. Eppure facciamo rete, ci conosciamo, ci sosteniamo”.

    Mi hanno detto che sta scrivendo un libro.

    “S’intitola Chiesa, perché mi fai male?. È tutto documentato. E le carte inviate in Vaticano sono anche più di quelle del processo di Milano. Per finirlo attendo la sentenza di primo grado.

    Perché avete accettato di ritirare la costituzione di parte civile in cambio di 100.000 euro?

    “Perché la parte civile si costituisce per ottenere un risarcimento e se l’avessimo rifiutato saremmo stati accusati di avere un secondo fine, di volerci accanire contro don Mauro e l’arcidiocesi. In questi sette anni, fra perizie, visite, cure e altro ne abbiamo spesi anche di più”.

    La settimana prossima depone don Mauro. Lei sarà ancora qui?

    “Certo. Lo ascolterò con tristezza e con un senso di pietà. Sono convinta che adesso anche lui sia una vittima”.

    (trascrizione da La Verità – 18 maggio 2018)

  • FAMIGLIA CRISTIANA: lo scollamento dalla realtà

    FAMIGLIA CRISTIANA: lo scollamento dalla realtà

    In questi giorni mi è capitato di leggere un articolo dal titolo “Come mi difendo dai pedofili?”. Impossibile descrivere il primo sentimento che ho provato, da cattolica credente e praticante, nella lettura di questo articolo: un misto tra indignazione, disgusto, smarrimento nel pensare che sia un periodico cattolico, rabbia, compassione e pena … un insieme di tutto ciò.

    Non ho potuto fare a meno di condividerlo con altre “Mamme della Rete” e con amici che stanno cercando, con me e con le famiglie dei figli abusati dai preti pedofili, di approfondire seriamente il tema della pedofilia. Tanti amici mi hanno risposto, anche della mia Parrocchia, luogo dove sono avvenuti diversi casi di ragazzini abusati da sacerdoti. In poco tempo ho ricevuto diverse mail e messaggi e telefonate. La Retelabuso esiste, ed è composta da tanta gente in gamba.

    Messaggi si solidarietà, riflessioni, domande, espressioni di incredulità… Ma come si fa a scrivere un articolo così? Riporto qui due frasi, quelle che hanno suscitato la maggiore indignazione, soprattutto nelle famiglie delle vittime che ben conoscono la REALTA’ perché l’hanno vissuta o la stanno vivendo: non hanno bisogno che qualcuno gliela racconti e scelgano di credervi o meno.

    “Non farti fuorviare da certa stampa urlata e sensazionalistica. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, come dice il noto proverbio. A leggere certi titoloni, pare che tutti i preti lo siano. Non solo non è vero, ma non è nemmeno vera l’affermazione che tanti lo siano. Vero è che una parte, purtroppo, si è macchiata di questo crimine orrendo e in questi anni la Chiesa non fa nulla per nasconderlo, anzi.”

    “La Chiesa ha una linea dura con chi si macchia di questo crimine. Non così la società.”

    La Chiesa non fa nulla per nasconderlo???

    E che dire di tutti quei sacerdoti che, senza subire nessun processo, magari solo perché sono intercorsi i termini della prescrizione, vengono spostati di parrocchia in parrocchia? Oppure se ne perdono le tracce? Oppure vengono condannati dallo Stato e assolti dalla Chiesa? Oppure, dopo pochissimi anni ritornano al loro posto, magari nel luogo in cui risiede la vittima? Oppure la tragedia nascosta di quello che avviene nei seminari? Oppure …

    QUANTE VITTIME DI PRETI PEDOFILI HA CONOSCIUTO CHI HA SCRITTO QUELL’ARTICOLO?

    A QUANTI PROCESSI PENALI E CIVILI HA ASSISTITO CHI HA SCRITTO QUELL’ARTICOLO?

    CON QUANTI OPERATORI SANITARI, CHE SI OCCUPANO DI CURARE LE VITTIME, HA PARLATO CHI HA SCRITTO QUELL’ARTICOLO?

    Forse se avesse conosciuto qualche vittima, si sarebbe fatta una idea della REALTA’ e, forse, non avrebbe scritto quella FAVOLETTA che descrive un mondo fantastico pieno di zucchero e caramelle… ma che è distante anni luce dalla REALTA’.

    La Chiesa ha una linea dura con chi si macchia di questo crimine???

    NON ABBIAMO LETTO LA DESCRIZIONE DI ESEMPI CONCRETI, PECCATO: la giornalista ha perso un’occasione per essere credibile! … e non la penso così solo io …

    Tra i numerosi messaggi ricevuti ne riporto alcuni, tra i più significativi:

    • Altro non è che una delle molteplici interviste simulate ..destinata a quel residuo manipolo di lettori ancora convinti dalle forme di pensiero di questo settimanale che negli ultimi anni ha inanellato, uno dietro l’altro, capitomboli spaventosi …

    Per la sua superficialità questo testo è semplicemente inaccettabile e offensivo … uno scambio da bar dello sport!

    Un vero abbraccio, xx (un sacerdote della Diocesi di Milano)

    • Ciao XXXXXX,, di primo impatto verrebbe voglia di fare una QUERELA …ma poiché sei una persona capace di scrivere, sarebbe interessante rispondere alla xxxxx con una lettera scritta come sai fare tu per informarla che sei una madre di un ragazzo che ha subito e che i danni non sono temporanei…..Puntualizzando bene anche tutto le conseguenze.

    Un forte abbraccio, XXXXX (una amica che sostiene le “Mamme della Rete”)

    • Non posso neanche immaginare….. Cosa prova un genitore leggendo……. quando sa che suo figlio e’stato abusato…… ATROCE LACERANTE….. E’ dire poco….. SONO TRAGEDIE X TUTTA LA FAMIGLIA….. UN GRANDE ABBRACCIO….. (una amica della Parrocchia)
    • C’è una tendenza a normalizzare il male e tutto ciò che è sbagliato, certamente ha contribuito e di molto anche il Papa Bergoglio…

    Questo giornale è da bruciare al rogo, ecco cosa penso ! Da bruciare anche altri giornali simili che sono ciechi! un abbraccio fraterno, XXXXX (un amico che da tempo sta seguendo le vicende della pedofilia nella Chiesa, anche lui cattolico convinto e praticante)

    • Questa che scrive sarà sposata?? Avrà figli/e ??? ..

    Ho studiato morale da una vita! Non sono certo un intellettuale né un fine teologo ma .. Definire la pedofilia un “non amore sbagliato” mi fa rabbrividire e solo pensare alla superficialità con cui questa persona si esprime. 

    Poi sarà pur vero (secondo studi sociologici) che i fenomeni di pedofilia si manifestano nella maggioranza dei casi tra le mura domestiche ma questo non scagiona né deve mettere al sicuro la chiesa anzi .. forse “nascondersi un po’ meno”  sarebbe segno di carità evangelica più onesta e più coerente a quel segno che come chiesa debbiamo essere nel mondo .. 

    Dire poi che la società non si muove mi sembra di un irreale .. 

    Mi pare, che chi compie questo reato, oltre a dover risarcire le vittime va in galera e ci sta! 

    Non ho parole! (un altro sacerdote della Diocesi di Milano)

    • L’ho letto tutto. E ti assicuro che lo stesso schifo che provi tu lo provo anche io! Non ci sono parole! (un’altra “Mamma della Rete”)
    • Inaccettabile per chi sa come stanno le cose veramente, ma altrettanto credibile per chi apprende la notizia senza avere avuto dei trascorsi: infatti è questa l’indignazione che provo! Perché SEMBRA DAVVERO CREDIBILE! Non deve passare un messaggio del genere (un’altra “Mamma della Rete”)
    • Quanto all’articolo di Famiglia Cristiana… ti assicuro la preghiera quotidiana per la tua famiglia e per tutte le vittime di questo orrendo crimine, ma credo che su alcune cose (dette in maniera dozzinale e frettolosa) l’articolista non dicesse cose del tutto sbagliate… credo intendesse dire che la società (intesa come “pensiero comune”, non come Autorità Pubblica) sia molto più indulgente verso la pedofilia che avviene in famiglia (tra parenti e “amici”) che non verso quella che avviene nella Chiesa, ad opera di preti che sono mostri (pensa anche solo – ad esempio – a quanti casi di pedofilia coperti con omertà… è solo un esempio… io da prete, nel confessionale – sia qui in un paesello di montagna, sia in periferie di grandi città, ho raccolto molte testimonianze di vittime – ormai adulte – di pedofilia operata da famigliari o vicini, ma coperte totalmente dalla famiglia, in particolare le mamme!). La Chiesa non ha assunto affatto una posizione dura e di verità… ma ricorda sempre che la Chiesa non sono né i sacerdoti della tua Parrocchia, né il tuo Arcivescovo… la Chiesa di Cristo (ferita) siamo tutti noi, ed è questa Chiesa ferita e martoriata che Gesù continua ad amare con tutto se stesso e per la quale continua a dare la sua Vita… (un sacerdote della Diocesi di Bergamo)
    • Penso che tutti dovrebbero leggere questa cosa: è allucinante la falsità di Famiglia Cristiana! Bisogna spiegare come stanno le cose (un amico di famiglia che conosce anche altre vittime)
    • I giornali sono servi della casta (un’amica che condivide questa “battaglia di civiltà”)

    Cosa si può aggiungere?

    Noi “Mamme della Rete” non abbiamo, né ricerchiamo, la visibilità che può avere un articolo di un settimanale, ma non riusciamo a stare del tutto zitte. La REALTA’ va raccontata da chi la sta vivendo, o no?

    Una mamma, lettera firmata