Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La pedofilia dei preti italiani che i vescovi vogliono tenere nascosta

    La pedofilia dei preti italiani che i vescovi vogliono tenere nascosta

    Lo chiamavano don Mercedes. A Crema era un pezzo grosso di Comunione e Liberazione il parroco Mauro Inzoli; gli piacevano il lusso e le belle macchine, lo si vedeva spesso nei ristoranti alla moda, un sigaro cubano all’angolo della bocca.

    Aveva amicizie politiche importanti e poco senso del pudore: nel gennaio 2015 applaudiva insieme a Roberto Formigoni al convegno sulla famiglia tradizionale organizzato dalla Regione Lombardia, eppure già da anni molestava i ragazzini, come conferma la condanna definitiva per pedofilia del 2018. Li toccava persino durante la confessione, per rinnovare l’alleanza fra Abramo e Isacco descritta nell’Antico Testamento, diceva. La più piccola delle sue vittime aveva 12 anni.

    Una storia non certo unica. Secondo i dati raccolti dalla Rete L’Abuso, che monitora i casi di violenza sessuale nella Chiesa cattolica, nel nostro paese negli ultimi 15 anni si contano 325 sacerdoti denunciati per pedofilia, di cui 161 condannati in via definitiva.

    Questi numeri rappresentano solo piccola parte di un fenomeno sommerso e pervasivo, eppure non sembrano scuotere le istituzioni e la stampa. Ed è questa la ragione per cui chiediamo ai lettori di sostenere la grande inchiesta su “La violenza nella Chiesa italiana”.

    Nel paese che ospita il Vaticano, infatti, né il Parlamento né la Chiesa prendono iniziative per andare a fondo del problema. Il presidente della Conferenza episcopale Gualtiero Bassetti butta acqua sul fuoco assicurando che in Italia gli strumenti messi in campo a tutela dei minori funzionano bene e che presto sugli abusi sarà condotta un’indagine ma, sia chiaro, «gestita dall’interno della Chiesa».

    La società civile, però, non ha più voglia di aspettare: di fronte al silenzio ecclesiastico si è costituito Italy Church Too, un coordinamento di associazioni contro gli abusi nella Chiesa, che chiede subito una commissione d’inchiesta indipendente, come quelle che si sono appena formate in Spagna e in Portogallo.

    L’iniziativa nasce da donne impegnate in ambito cattolico e laico, determinate a rompere anche nel nostro paese il muro di omertà e a ottenere giustizia e risarcimenti per le vittime: sono scesi in campo l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, le Comunità cristiane di base e i periodici Adista, Tempi di Fraternità e Left. Tra loro anche Erik Zattoni, figlio di un prete (anche) pedofilo mai ridotto allo stato laicale nonostante l’esame del dna e le sue ammissioni.

    GLI SCANDALI DEGLI ULTIMI ANNI

    L’idea ha preso vigore dallo scandalo che all’inizio dell’anno ha coinvolto persino il papa emerito Benedetto XVI: un report dalla Baviera ha infatti rivelato che nella sola diocesi di Monaco e Frisinga, nell’arco di 74 anni sarebbero stati abusati 500 bambini e bambine fra gli 8 e i 14 anni e che Joseph Ratzinger, da cardinale, ne sarebbe stato al corrente.

    I dati di Monaco seguono quelli, talmente eclatanti da suscitare dubbi, del rapporto della commissione indipendente sugli abusi nella chiesa francese: dal 1950 si conterebbero 216 mila minori vittime di tremila preti, a cui si aggiungono altri 114 mila abusati da laici all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. In Nuova Zelanda la pedofilia riguarderebbe addirittura il 14 per cento del clero.

    Dallo scoop del Boston Globe, celebrato nel 2015 dal film Il caso Spotlight, che nel 2002 ha inchiodato la chiesa americana alle sue responsabilità, fino al Rapporto Ryan in Irlanda, che ha individuato ben 30 mila minori abusati negli oltre cento istituti cattolici nel paese, sono almeno vent’anni che la pentola è stata scoperchiata. L’Italia però rimane un buco nero. Le denunce vengono ignorate dalla Chiesa e le vittime finiscono inghiottite dal silenzio.

    Una storia simbolo è quella dell’Istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona: nel 2010 67 ex ospiti accusano numerosi sacerdoti della congregazione di averli sottoposti a molestie e violenze quando erano bambini, a partire dagli anni ’50.

    Tra i fatti denunciati c’è la dichiarazione di Gianni Bisoli, che afferma di essere stato abusato tra i 9 e i 15 anni da ben 16 fra preti e fratelli laici; sostiene anche di essere stato lasciato “a disposizione” di monsignor Giuseppe Carraro, all’epoca vescovo di Verona, e per il quale, a 32 anni dalla morte, è in corso il processo di beatificazione, dopo che nel 2015 è stato dichiarato “venerabile per l’eroicità della sua virtù” dalla Congregazione per le cause dei santi.

    Una commissione conoscitiva promossa dal Vaticano nello stesso 2010 non rileva (quasi) nulla dei reati denunciati, ormai comunque prescritti. Ma il responsabile dell’Istituto, don Nicola Corradi, trasferito nella sede argentina del Provolo, nel 2019 verrà condannato laggiù a 42 anni «per gravi e ripetuti abusi» di minori.

    MELE MARCE O SISTEMA CHE COPRE GLI ABUSI?

    I pedofili nella chiesa non sono “mele marce” come dicono le gerarchie ecclesiastiche. Quando si mettono insieme i tasselli del mosaico, dispersi nelle cronache locali e poi dimenticati, emerge un quadro di violenza endemica che riguarda ogni ambito della vita della Chiesa.

    Troviamo preti che approfittano del loro potere per allungare le mani sui ragazzini in sacrestia, durante le lezioni di catechismo o le prove del coro, in campeggio o nei centri estivi; alcuni sono guru di comunità di recupero e centri di ascolto, altri guidano scuole cattoliche.

    Molti sono i molestatori seriali in attesa di giudizio per induzione alla prostituzione minorile e violenza privata: sacerdoti che promettono cocaina in cambio di prestazioni sessuali e offrono pochi spiccioli e una ricarica del telefono in cambio di una marchetta o di un video hard. Con i cassetti o i pc pieni di materiale pedopornografico, circuiscono ragazzini non ancora adolescenti, meglio se con problemi psichici o provenienti da famiglie disagiate perché più indifesi: fanno loro credere che la mano che li fruga è una mano benedetta, che l’amore di Dio si esprime con lo spirito e con il corpo, che sono dei privilegiati.

    Gli stupri non di rado si protraggono per anni, a volte anche per decenni, lasciando segni indelebili nelle vittime, costrette spesso a fare i conti con le conseguenze fisiche e psicologiche delle violenza per il resto della vita.

    E la Chiesa istituzionale come reagisce? Cura, sostiene, protegge. Non le vittime ma i preti. La prassi consolidata quando viene segnalato un caso di pedofilia è sempre la stessa: non denunciare alle autorità ma evitare lo scandalo spostando il prete in un’altra parrocchia o ricoverandolo per un periodo in una delle inavvicinabili strutture per la riabilitazione dei preti sparse per l’Italia. Le autorità ecclesiastiche non hanno l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, tantomeno devono rendere conto degli esiti dei processi interni, così si trincerano dietro al silenzio.

    C’è addirittura chi, dopo una denuncia per pedofilia, riprende a fare il parroco sotto falso nome in un altro posto, come don Silverio Mura, prete della diocesi di Napoli, diventato don Saverio Aversano a Montù Beccaria, in provincia di Pavia.

    Lo denuncia la Rete L’Abuso nell’esposto in cui spiega che il sacerdote viene trasferito dopo una querela per pedofilia e che, grazie alla complicità della curia, continua a occuparsi di bambini e a ricevere la posta al nuovo indirizzo.

    La stessa associazione sottolinea che sono almeno 29 i vescovi coinvolti nell’occultamento dei reati: nel caso di don Giuseppe Rugolo, per esempio, dalle intercettazioni emerge che il vescovo di piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe provato a comprare il silenzio della famiglia della vittima con i soldi della Caritas. Ancora: monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, informato delle attenzioni che uno dei suoi parroci, don Mauro Galli, riserva a un ragazzo di 15 anni, ammette in interrogatorio di essersi limitato a spostarlo di sede per ben due volte.

    Il prete di Rozzano è stato condannato l’anno scorso dalla Corte d’Appello di Milano a cinque anni e sei mesi; il suo caso è stato anche posto all’esame della Congregazione per la dottrina della fede, dopo che il processo di primo grado al Tribunale ecclesiastico regionale si era risolto con un nulla di fatto per insufficienza di prove ma a oggi nulla si sa dell’esito. Scontato il debito con la giustizia dello Stato, don Galli potrebbe quindi tornare in parrocchia.

    NON SOLO PEDOFILIA

    Non ci sono soltanto gli abusi sui minori ma anche quelli sulle religiose. Già a metà degli anni Novanta due suore di ritorno dall’Africa inviano al Vaticano rapporti in cui sostengono che molte suore vengono stuprate da sacerdoti timorosi di prendere l’Aids dalle donne indigene; e se restano incinte vengono costrette ad abortire.

    Raccontano anche di un prete che officia il funerale di una donna morta in seguito all’aborto che lui stesso le ha procurato. Nel documento si sottolinea che la violenza sulle religiose non è soltanto una questione africana ma riguarda ben 23 paesi, fra cui l’Italia.

    In anni più recenti, la teologa Doris Wagner ha accusato il capo ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede padre Hermann Geissler (poi assolto dal Tribunale della Segnatura apostolica, il supremo tribunale di diritto canonico della Santa Sede) di averla violentata quando era suora dell’Opus Spiritualis Familia a Roma: «Ero giovane, credente e idealista: ero la vittima ideale per un prete», ricorda oggi. Dipendenti economicamente dalla congregazione a cui appartengono, costrette a tagliare i ponti con la famiglia, le suore sono schiacciate da un sistema clericale fondato sull’omertà; in Italia, chi prova a denunciare non ottiene nulla se non di essere discriminata o addirittura allontanata dalla comunità. Ancora una volta, in caso di una segnalazione di abuso, a venire protetto è il prete.

    La Chiesa italiana, che è riuscita fino ad oggi a non reagire alla crisi che la minaccia dall’interno, rimanendo fedele a una casta maschile sorda ai richiami sulle discriminazioni di genere e restia a cedere parte del suo potere, come risponderà alla richiesta di istituire finalmente un’indagine indipendente sugli abusi?

    A fine maggio si terrà l’assemblea generale della Cei per il rinnovo dei vertici, e il cardinale Bassetti pare avere tutte le intenzioni di passare la patata bollente al suo successore.

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    https://www.editorialedomani.it/fatti/inchieste-sostenute-dai-lettori-domani-violenza-chiesa-italiana-puntata-1-mu55ttaa

  • Pedofilia Usa, chiesa di Camden paga 87 milioni di risarcimento per 300 casi

    Pedofilia Usa, chiesa di Camden paga 87 milioni di risarcimento per 300 casi

    Nuovo caso di pedofilia all’interno della chiesa cattolica. Nel mirino questa volta la diocesi statunitense di Camden, nel New Jersey che dovrà pagare 87,5 milioni di dollari (quasi 81 milioni di euro) a titolo di risarcimento nei confronti di circa 300 persone per presunti casi di abusi sessuali commessi da membri del clero. La notizia è stata diffusa dalla Abc News.

    Il più grande risarcimento nella storia della chiesa

    Bisogna attendere l’approvazione del Tribunale fallimentare di Camden per erogare questa ingente somma. Si tratta di uno dei più grandi risarcimenti nella storia della Chiesa cattolica statunitense. La cifra supera anche gli 85 milioni di euro, somma pagata dalla Chiesa nel 2003 per casi di abusi sessuali a Boston quando finirono sotto accusa 89 sacerdoti e rimossi dall’incarico più di 55 preti. Allora, si giunse sino al coinvolgimento dell’arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, accusato di abusi sessuali su minori, che fu costretto a rassegnare le dimissioni nelle mani di Giovanni Paolo II.

    https://tg24.sky.it/mondo/2022/04/20/pedofilia-chiesa-usa-risarcimento-?social=facebook_skytg24_photo_null

  • ITALIA – Nelle stime è il primo paese in Europa per gli abusi del clero su minori, doppia la Polonia, al secondo posto

    ITALIA – Nelle stime è il primo paese in Europa per gli abusi del clero su minori, doppia la Polonia, al secondo posto

    I seguenti dati riflettono i livelli stimati dell’UE di abusi sui minori cattolici negli stati dell’UE utilizzando fonti pubbliche, come Papa Francesco ai rapporti di esperti, per qualificare tali cifre.

    1. Varie fonti hanno affermato che la percentuale di sacerdoti religiosi che sono pedofili è approssimativamente:

    a. 2% come sostenuto da Papa Francesco (intervista con Eugenio Scalfari –  [IT], [EN]) in linea con il dott. Richard Sipe nel 1990, John Jay Report pagina 216.

    b. 4% come sostenuto da Bryan T. Froehle nel 1997, John Jay Report su pagina 27.

    c. Il 6% come rivendicato da Spotlight in linea con le referenze di Dr. Richard Sipe fatte nel film in cui 90 sacerdoti sono la stima di una popolazione di 1.500

    d. 7% secondo quanto affermato dalla Australian Royal Commission http://jrnl.ie/3224627 Rapporto basato su accuse tra il 1950 e il 2010.

    e. Variazioni sulla percentuale sono anche note dove NSAC sostiene che Boston in realtà ha l’8,9% dei religiosi cattolici pedofili

    Ciò che è chiaramente mostrato da queste cifre stimate sugli abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici è che l’Italia come paese ha il potenziale per superare il numero segnalato di vittime di abusi sessuali su minori da parte di religiosi rispetto a quello di qualsiasi altro paese dell’Unione europea. In effetti, questo vale per l’Italia nel mondo. Un’indagine dell’UE è essenziale per arrivare alla verità, fornendo percorsi verso la giustizia e il sostegno ai sopravvissuti a questo scandalo esteso all’UE.

    La portata degli abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti cattolici nell’Unione europea non è stata evidenziata fino ad oggi. La seguente analisi dei dati si basa sulla seguente ricerca basata sulle statistiche attuali sulla popolazione dei sacerdoti cattolici nell’Unione Europea e in ogni stato membro. A seconda della percentuale di preti considerati pedofili, 2%, 4%, 6%, ecc, sono stato in grado di stimare il numero di preti pedofili in ogni Stato dell’UE in base a quella percentuale. Ho quindi moltiplicato il numero di preti pedofili per il numero stimato di vittime per prete pedofilo per stimare il numero di sopravvissuti non denunciati.

    Se solo il 10% dei sopravvissuti ad abusi sessuali su minori da parte del clero si facesse avanti nell’UE, dove il 7% dei sacerdoti cattolici dell’UE erano pedofili, la stessa proporzione dell’Australia, ci sarebbero da 75.200 a 376.000 sopravvissuti “non denunciati” ad abusi sessuali su minori. Rispetto al numero totale di sopravvissuti “denunciati” in Francia a 216.000, in Irlanda a 18.500 o in Germania con 3.677, c’è un enorme divario tra “segnalati” e “non denunciati”. La portata dei sopravvissuti denunciati sta aumentando man mano che più persone trovano la forza e il coraggio di farsi avanti.

    I seguenti dati forniscono stime da tassi percentuali variabili di sacerdoti che potrebbero essere pedofili in questo momento. Le cifre risultanti che rappresentano il numero stimato di preti pedofili in tutti i paesi membri dell’Unione Europea vengono quindi moltiplicate per il numero stimato di vittime per prete pedofilo. Da questo possiamo stimare il numero totale di vittime dell’UE non denunciate. Alcuni esperti ritengono che solo il 10% delle vittime si faccia avanti.

    C’è chiaramente la necessità che l’Unione Europea affronti questo problema dove un tasso del 2% per i sacerdoti cattolici pedofili, rilevato da Papa Francesco, mostra che ci sono 3.760 sacerdoti che hanno abusato sessualmente ovunque da 188.000 a 940.000 bambini dell’UE, che è la più bassa stima conservativa.

    Padre Andrew M. Greeley, Professore di sociologia all’Università di Chicago, che crede che ci siano 50 vittime per sacerdote.

    A. W. Richard Sipe era assistente psicoterapeuta e psichiatra nello stato del Maryland. Se leggi il Rapporto Sipe (http://archives.weirdload.com/sipe.html) afferma: “Studi ben consolidati mostrano che il pedofilo medio ha 250 o più vittime nel corso della sua vita”.

    Mark Vincent Healy’ per Rete L’ABUSO 220220-EU-IT-Percentage-paedophile-priests-in-EU

  • Suor Margron: un’indagine sugli abusi nella Chiesa non può che essere indipendente

    Suor Margron: un’indagine sugli abusi nella Chiesa non può che essere indipendente

    IACOPO SCARAMUZZI

    ROMA. Un’inchiesta sugli abusi sessuali avvenuti nella Chiesa cattolica non può che essere indipendente e dovrebbe focalizzare la propria attenzione sulle sole aggressioni avvenute in ambito ecclesiale. Teologa, suora domenicana, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref) dal 2016, rieletta in questa posizione per un secondo mandato di quattro anni nel 2021, Veronique Margron, 64 anni, è uno dei volti più in vista del cattolicesimo d’Oltralpe. Insieme al vescovo di Reims monsignor Eric de Moulins-Beaufort, presidente della conferenza episcopale francese, ha promosso l’inchiesta della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) che, presieduta dal giudice Jean-Marc Sauvé, ha recentemente pubblicato un rapporto-choc sulle aggressioni sessuali avvenute nella Chiesa francese dal 1950 ad oggi. Un tema, quello degli abusi, che suor Margron ha trattato a fondo nel libro «Un moment de verité» (Albin Michel, 2019), ma che aveva affrontato già prima di scegliere la vita religiosa, quando, fresca di studi di psicologia, ha lavorato come educatrice con i giovani delinquenti. In questa intervista spiega la genesi della commissione francese, la presa di consapevolezza del problema nell’opinione pubblica, e il contributo che la Chiesa sta dando alla società in generale nel tutelare le vittime di abusi che avvengono anche al di fuori della Chiesa.

    «Sono teologa moralista e ho passato la mia vita a insegnare cose per così dire complicate, questioni relative alla vita, alla morte, alla sofferenza, questioni legate a situazioni umane difficili, e alcuni studenti dei miei corsi, o alcune persone che assistevano a una mia conferenza, alla fine mi avvicinavano e si confidavano con me, per parlarmi di questioni come l’infertilità, l’omosessualità, a volte un incesto subito in famiglia, una aggressione sessuale subita da un prete, da un religioso, ma anche al di fuori della Chiesa, ad esempio da un medico. Sono oltre venti anni che ricevo vittime di abusi, vite sconvolte, se non frantumate. All’inizio non vedevo alcun carattere sistemico negli abusi sessuali nella Chiesa: ascoltare una vittima di incesto in famiglia o una vittima di un prete per me era lo stesso, in entrambi i casi c’era un aggressore, c’era un microcosmo che aveva soffocato la vittima, la famiglia o la parrocchia. Le cose sono cambiate qualche mese dopo che sono stata eletta nel 2016 alla presidenza della Corref. Qualche mese dopo ho ricevuto molte testimonianze di vittime di religiosi e di preti. È difficile dire perché ho ricevuto tutte queste testimonianze: probabilmente perché nell’ambito cattolico quando si trattava di questo ambito ero piuttosto conosciuta come teologa. Inoltre come presidente dei religiosi e delle religiose di Francia quando le vittime scrivevano al loro superiore per denunciare un abuso indirizzavano anche a me il messaggio per conoscenza. Così è cominciato. E piuttosto velocemente, nel giro di sei mesi, nell’estate del 2017 ho cominciato a sentire che si trattava di qualcosa che superava il singolo problema individuale. Che c’era una complicità, una viltà, che circondava l’autore di questi abusi… Nello stesso periodo c’è stato tutto il lavoro svolto dalla associazione La parole liberée a Lione («La parola liberata» è l’associazione di vittime che ha scoperchiato gli abusi seriali compiuti in un arco di diversi decenni da padre Bernard Preynat a danno degli scout e dei minorenni che frequentavano la sua parrocchia, ndr). C’è stata per così dire una convergenza tra il mio ascolto personale delle vittime, i dossier che ricevevo, e gli scandali gravi che emergevano grazie alle vittime che si organizzavano. Questo mi ha portato nel corso dell’anno 2017 ad avere consapevolezza che eravamo dentro un problema di sistema, sebbene non so se allora lo avrei già definito così, dinanzi ad uno scandalo istituzionale. Da lì è nata la riflessione. Come è possibile che un uomo abbia potuto abusare per decenni e decenni, 20, 30, 40 anni, restando in responsabilità come prete? Non è possibile che lo abbia fatto da solo, senza la complicità o la codardia di altri, non è possibile senza che ci sia un problema istituzionale che rende possibile l’impunità».

    Alla fine che risposta si è data a questi interrogativi?

    «Ci sono più fattori. C’è il carisma del prete, la sua personalità: a volte si tratta di grandi seduttori e manipolatori che sanno perfettamente avere una facciata molto presentabile. Questo si aggiunge all’immagine generale del prete, anche in un paese (marcato dalla laicità, ndr) come la Francia, una sacralizzazione della posizione del prete visto come qualcuno che in nessun modo può far male ai bambini o alle persone vulnerabili. E c’è una grande debolezza delle istituzioni, perché queste situazioni mostrano che i vescovi e i superiori sono stati o complici attivi, ossia sapendo quel che succedeva hanno lasciato il prete libero di agire, non hanno creduto alle accuse che emergevano, o hanno spostato il prete che ha continuato altrove ad abusare, oppure, in altre circostanze, non hanno voluto vedere, per paura dello scandalo che ciò comportava per la Chiesa, per codardia, per incompetenza, per accecamento… in alcuni casi perché i preti abusatori erano delle “vedette” della loro congregazione, capaci di portare tanti giovani, personalità carismatiche circondate di studenti, e metterli in causa voleva dire rinunciare a questo successo di seguito: oso sperare che questi calcoli non siano stati coscienti, ma sono reali. C’è una protezione dell’istituzione che in tutti questi decenni nella stragrande maggioranza dei casi ha prevalso sulla protezione delle persone, delle vittime, e di altre vittime potenziali. A causa di un fallimento dell’istituzione anziché cinque vittime ce ne sono state 50. Ci sono preti o religiosi per i quali non si arriva neppure a fare una stima esatta del numero delle vittime, oltre 100, 150, non si sa e non si saprà mai, perché hanno commesso le loro malefatte su un amplissimo arco di anni. E questo è stato possibile perché l’istituzione è stata complice, attivamente o passivamente».

    Oltre all’aspetto qualitativo, l’aspetto quantitativo l’ha sorpresa? Il numero di vittime che ha scoperto l’ha sorpresa?

    «Decisamente. Nei quasi tre anni della Ciase, dai primi lavori fino a oggi, penso di aver ricevuto più di 150 vittime. Ci sono settimane che questa questione occupa l’ottanta per cento del mio tempo lavorativo: non faccio quasi altro che ricevere le vittime, cercare di far avanzare la questione, contattare le autorità, che siano vescovi o superiori religiosi»

    Oltre alla responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche, non crede che ci sia anche una responsabilità dei fedeli? Non crede che gli abusi prosperano anche quando è diffusa l’idea, magari in buona fede, che «il prete non si può criticare», e se un sacerdote si comporta in modo sospetto ci si limita a dire «è un po’ strano…», senza però fare altro?

    «Quello che lei dice è molto ben raccontato dal film Grâce à Dieu di François Ozon (la pellicola del 2019 racconta la vicenda di padre Preynat a Lione scoperchiata dall’associazione La parole liberée, ndr). I genitori dei bambini che sono vittima del sacerdote, salvo una coppia, persone di un ambiente sociale molto borghese del centro di Lione, sono completamente presi nel sistema, ritengono che il prete non possa che voler il bene del bambino, che non si possa criticare il prete. Quando Alexandre decide di denunciare (il protagonista del film: da adulto un giorno scopre per caso che il prete che lo ha abusato quando era un bambino sta ancora lavorando con i giovani, e decide di agire, ndr), la madre, una signora di buona famiglia che solitamente usa un linguaggio di un certo livello, esplode con un linguaggio che non è il suo: “Smettila di romperci le palle con queste vecchie storie!”: la cosa non può rientrare nel suo schema mentale. Non si può criticare il prete perché c’è qualcosa che è dell’ordine del sacro, dell’intoccabile… una concezione che oggi sicuramente è meno diffusa in Francia, ma che lo è stato a lungo, e lo è ancora in certi ambienti».

    Lei ha notato che tutti i genitori, «tranne una coppia», non vedono gli abusi di padre Preynat. La denuncia avviene spesso, in queste vicende, da qualcuno fuori del coro. Un ambiente troppo omogeneo sembra incapace di vedere gli abusi. Anni fa un sacerdote pedofilo di Fiumicino venne denunciato dal suo vice-parroco, che era una personalità sui generis, ma probabilmente se non lo fosse stato non avrebbe rotto il sistema; lo stesso è avvenuto con l’inchiesta «spotlight» a Boston, a lanciarla è un nuovo direttore del Boston Globe che non faceva parte delle buone famiglie bostoniane…

    «Per denunciare, per vedere quello che va visto, per rendersi conto di qual è la realtà, bisogna essere sufficientemente al di fuori di un atteggiamento chiuso e autoreferenziale perché sono convinta che quando siamo “tra di noi” le cose più folli finiscono per sembrare normali. Gli psicologi lo spiegano chiaramente. È necessario un po’ di distanza, di sfasamento. Per fare il mio esempio, io sono parte del sistema, ci mancherebbe, faccio assolutamente parte della Chiesa, e al tempo stesso vengo da una cultura che non è quella ecclesiale, ho lavorato con giovani delinquenti, quando sono venuta a contatto con gli abusi nella Chiesa c’è stato qualcosa che mi ha colpito non dico più velocemente, ma che mi ha colpito con forza perché non poteva rientrare nel mio sistema… lavorando con giovani delinquenti in pericolo avevo visto molti bambini con storie di incesto, sono cose che frantumano le vite a lungo. Prima di creare la Commissione indipendente sugli abusi nella Chiesa abbiamo riflettuto a lungo. L’idea è venuta parlando con alcuni amici magistrati, ci siamo domandati cosa bisognava fare per capire quale era la cosa migliore da fare, come affrontare qualcosa che intuivamo ma non sapevamo. E allora abbiamo riunito persone molto diverse, antropologi che hanno lavorato in campi rifugiati dell’Onu sui sistemi mafiosi che si creano in questi contesti, magistrati, c’era anche un generale dell’esercito, e a tutti abbiamo posto la stessa domanda: di fronte ad una crisi istituzionale di fiducia come hanno fatto le vostre istituzioni, o le istituzioni che avete studiato, a reagire? E tutti ci hanno risposto la stessa cosa: “L’unica possibilità è chiamare un’istanza terza, voi non potete fare la verità da soli, quale che siano la vostra buona volontà, la vostra competenza, la vostra onestà, semplicemente perché ci siete dentro!”. Ed è così che è nata l’idea di domandare, e far votare alle assemblee generali dei vescovi e dei religiosi, la creazione di una commissione indipendente (Ciase), nella convinzione che l’unico modo di uscirne, o meglio l’unico modo di fare verità sperando poi di uscirne, è chiamare una istanza terza, competente e neutra, che non ha rapporti particolari con la Chiesa, che non è contro la Chiesa né a favore, per servire la Chiesa, con i mezzi che potrà avere per cercare di fare il massimo della chiarezza possibile».

    Crede che un’inchiesta del genere dovrebbe limitarsi all’ambito della Chiesa o allargare la propria attenzione agli abusi avvenuti anche in altri ambienti, ad esempio la scuola la famiglia lo sport?

    «Penso che il grande merito dell’inchiesta che riguarda la sola Chiesa cattolica è dovuto al fatto che la situazione del prete o del religioso è molto particolare: si è preti o religiosi tutto il tempo, per tutta la vita, e non solo dalle 8 alle 18. Da questo punto di vista è molto diverso ad esempio da un’inchiesta nelle scuole, o nel mondo dello sport. Certo si può dire che bisognerebbe che tutti gli ambienti indaghino sugli abusi sessuali avvenuti al proprio interno. Ma la forza del rapporto della Ciase è che quello viene detto della Chiesa, delle forme di governo, dei malfunzionamenti, è specifico della Chiesa, e anche le questioni teologiche che si pongono non si sarebbero potute porre in un rapporto generale. Nel migliore dei casi con un rapporto che copra tutti gli ambiti di abuso si avrebbe la valutazione del numero delle vittime, si avrebbe una descrizione del trauma subito dalle vittime ma non si avrebbe null’altro, ad esempio nulla sull’analisi istituzionale che porta a questo disastro, perché non si può analizzare la scuola come si analizza la Chiesa. Ci possono essere delle analogie, una debolezza delle forme di governo ad esempio, ma sono problemi molto lontani l’uno dall’altro. A mio avviso domandare una inchiesta generale può essere un modo di fuggire l’analisi istituzionale. Ci si fermerebbe alla dimensione quantitativa – quante vittime in questa istituzione quante vittime in un’altra istituzione, qui ci sono meno vittime allora è meno grave che altrove – e non si farebbe l’analisi istituzionale. Dopo la pubblicazione del rapporto della Ciase, le nostre due istituzioni, la conferenza dei religiosi e delle religiose e la conferenza episcopale, hanno nominato una quindicina di gruppi di lavoro sui temi specifici sollevati, la formazione nella vita religiosa, i contropoteri necessari, cos’è l’accompagnamento spirituale, la questione del segreto confessionale: questioni per definizione specifiche dell’istituzione religiosa, tutte cose che non avremmo potuto fare se l’inchiesta fosse stata svolta dallo Stato o dai poteri pubblici su un ampio ventaglio di ambienti».

    Secondo lei quali sono i punti istituzionali più importanti da rimettere in causa? Cosa deve cambiare la Chiesa?

    «Già il giorno in cui il rapporto ci è stato consegnato è stato chiaro che la Chiesa, peraltro non più di un’altra istituzione, non può essere giudice e parte in causa al tempo stesso: deve ricorrere a competenze esterne. Ci sono molte persone che ci vogliono aiutare in questo lavoro di verità, persone che non sono cattoliche o che lo sono ma non lo dicono ma che sono pronte ad aiutarci perché è una questione di sanità pubblica, una questione di verità. Penso che prima cercavamo solo al nostro interno. Ma per ogni questione – non certo per la risurrezione di Cristo! – ma per tutte le questioni etiche dobbiamo ricorrere sia alle competenze interne che alle competenze esterne. Questo è un primo cantiere. Seconda cosa, il ruolo della Chiesa nella società. Contrariamente a quel che si può pensare, nonostante il Concilio vaticano II la Chiesa ha continuato a vivere, almeno in parte, come una comunità chiusa che si doveva difendere dal mondo: magari senza dirlo, ma nella realtà c’è una sorta di muro tra la Chiesa e la società civile e dunque la seconda cosa da imparare è che abbiamo bisogno degli altri, a partire dalla giustizia civile per trattare quel che deve essere trattato, perché i crimini o i delitti non possono essere “trattati in famiglia”, e parlo degli incesti come delle aggressioni sessuali commessi da preti o religiosi. Bisogna integrare queste competenze e dare loro un vero potere, non si tratta solo di farsi consigliare ogni tanto da uno psichiatra o un magistrato ma integrarli nel nostro sistema di vigilanza e decisione. Un terzo cantiere riguarda l’ecclesiologia: il ruolo dei preti, ma più in generale la questione del rapporto con il potere: il potere nella Chiesa non può che essere detenuto dal clero? Bisogna essere prete, diacono o vescovo per detenere il potere? Davvero da un punto di vista teologico il rapporto col potere deve essere un rapporto clericale, in senso proprio? Io nella teologia non vedo nulla che lo indichi. Dare senso al ministero ordinato non vuol dire che esso debba detenere la totalità del potere di governo di una parrocchia o di una diocesi. Penso che tutto il resto ne discenda: una parte del disastro nel quale siamo viene appunto da quell’autoreferenzialità tra preti e vescovi, e rende necessario un vero lavoro sull’ecclesiologia. Ecclesiologia che riguarda anche il ruolo delle donne nelle istanze di governo, di insegnamento, di autorità, nei seminari e in altri luoghi».

    Quando è che l’opinione pubblica francese ha aperto gli occhi su questo problema?

    «Il film-documentario sulle religiose abusate trasmesso da Arte nel 2019, ”Abusi sessuali sulle suore: l’altro scandalo nella Chiesa”, è stato un vero detonatore tra i cattolici, che erano orripilati, ma ben al di là dei cattolici. Il numero di persone che hanno visto il documentario in diretta o a posteriori è stato molto alto, il film è stato visionato a lungo. Quel film è stato un vero innesco. Anche il film Grâce à Dieu di François Ozon è stato visto da molte persone ed ha partecipato alla presa di coscienza. E poi il lavoro della Ciase, ha fatto una grande opera di comunicazione nel corso dei due anni e mezzo di lavoro. Regolarmente il presidente Jean-Marc Sauvé è intervenuto sui giornali, alla radio, anche per fare appello alle testimonianze. Penso che ciò ha mostrato chiaramente sia che la Chiesa cattolica in Francia era in crisi grave, sia che c’erano persone impegnate a cercare di capire cosa era successo. Il rapporto finale ha avuto ampia eco giornalistica, io stessa nei venti giorni successivi sarò stata ospite di una ventina di trasmissioni. Dal mio punto di vista una parte almeno della società francese non solo ha ricevuto il rapporto per quel che è, senza metterne in dubbio il rigore, ma ha maturato la consapevolezza della crisi della Chiesa, della sua perdita fenomenale di credibilità, ma anche – cosa che colpisce – il rapporto non ha innescato alcun anticlericalismo: non abbiamo visto nessuna caricatura dei cattolici, al contrario, un certo numero di osservatori ha riconosciuto alla Chiesa cattolica il coraggio di aver creato una commissione, di lasciarla lavorare, di rendere pubblico tutto il rapporto, annessi compresi, e questo ha contribuito alla credibilità della Chiesa. Non c’è stato, lo ripeto, nessun sentimento anticlericale, e dire che in Francia a volte siamo campioni del mondo in questo atteggiamento!».

    Nel corso del suo impegno in questo ambito, all’inizio, o ancora adesso, le fanno l’obiezione che lei è troppo focalizzata sul tema degli abusi sessuali?

    «Sì, mi hanno fatto sempre questa obiezione. Un po’ meno al momento della pubblicazione perché i numeri sono stati così impressionanti che, per così dire, il rapporto della Ciase ha calmato molte persone. Ma obiezioni ce ne sono sempre state. Ma oggi per me nella Chiesa di Francia questo è il mio posto: non l’ho scelto, non ho scelto di diventare presidente della Corref e non ho deciso di esserlo in questo momento. Per me è responsabilità della mia generazione di dover andare fino in fondo, anche se non so dov’è il fondo, di fare il massimo possibile: per le persone vittime innanzitutto, per i loro cari, e per tentare di proporre o almeno suggerire le riforme, le riflessioni necessarie. Il mio posto è questo, e cerco di far comprendere che la questione delle aggressioni sessuali nella Chiesa cattolica non è un dossier, un faldone che uno apre, lo tratta, e lo chiude: sono vite umane, un popolo di centinaia di migliaia di vite rotte, per alcuni distrutte, e sono state distrutte per colpa di membri della Chiesa! Quando uno cerca di fare qualcosa per i rifugiati, non è la causa del problema, in questo caso sì: del dolore di tutte queste vite la Chiesa e alcuni suoi membri sono interamente la causa. Sento che questo mi rende responsabile in modo infinito. E poi – non lo facciamo per questo ma vorrei sottolinearlo – penso che poiché la Chiesa è un’istituzione pubblica, visibile, può aiutare alcune vittime di incesto in famiglia, che non possono parlare perché l’ambiente famigliare è ancor più chiuso, parlare vuol dire far esplodere la propria famiglia, c’è un legame affettivo all’interno della famiglia che rende la cosa ancor più violenta. Il fatto che noi siamo impegnati voglio sperare che aiuti a dire parole che queste vittime non possono rendere pubblicamente. In Francia c’è una commissione nazionale sull’incesto e altre aggressioni sessuali ed è nata in parte – non solo – grazie alla Ciase. Il fatto che Jean-Marc Sauvé è intervento pubblicamente, che per realizzare il nostro studio è stata fatta un’indagine statistica sull’insieme della popolazione, tutto questo ha contribuito a spingere lo Stato a lanciare una commissione. Mi rendo conto che anche per queste persone che non sono vittime della Chiesa quel che cerchiamo di fare è importante. Per me queste sono risposte sufficienti alle obiezioni», conclude Veronique Margron: «Pensare che delle vittime oggi possano almeno sentire di essere finalmente prese sul serio, sapere di essere credute, che si fa almeno un po’ per riparare per quello che hanno subito, penso che sia una cosa enorme».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2022/02/26/news/suor_margron_un_indagine_sugli_abusi_nella_chiesa_non_puo_che_essere_indipendente-2863376/

  • 25 anni dopo, le vittime dei Legionari di Cristo chiedono riparazioni

    25 anni dopo, le vittime dei Legionari di Cristo chiedono riparazioni

    CITTÀ DEL VATICANO — Un quotidiano del Connecticut ha denunciato uno dei più grandi scandali di abusi sessuali della Chiesa cattolica riportando mercoledì 25 anni fa che otto uomini avevano accusato il venerato fondatore dell’ordine religioso della Legione di Cristo di averli violentati e molestati quando erano ragazzi che si preparavano al sacerdozio .

    Ci sono voluti un decennio perché il Vaticano sanzionasse il fondatore, il reverendo Marcial Maciel, e un altro decennio perché la Legione ammettesse che era un pedofilo seriale che aveva violato almeno 60 ragazzi . Nel frattempo, gli informatori originari hanno subito una campagna diffamatoria da parte della Legione, che li ha bollati come bugiardi decisi a creare una cospirazione per ferire un uomo considerato un santo vivente.

    In occasione del quarto di secolo di rivelazioni che hanno offuscato l’eredità di San Giovanni Paolo II, tre delle vittime di Maciel stanno ancora chiedendo riparazioni alla Legione per compensare gli abusi subiti e il danno “morale” arrecato alla loro reputazione da l’ordine.

    Avevano rifiutato precedenti offerte di risarcimento accettate dai loro compagni sopravvissuti e un processo di mediazione iniziato nel 2019 si è bloccato, secondo le e-mail e i documenti forniti all’Associated Press.

    Il Vaticano nel 2010 ha rilevato la Legione con sede in Messico e ha imposto un processo di riforma dopo che un’indagine ha mostrato che Maciel aveva abusato sessualmente di seminaristi e padre di almeno tre figli con due donne. Il Vaticano scoprì che aveva creato un sistema di potere basato sul silenzio, l’inganno e l’obbedienza che gli consentivano di condurre una doppia vita.

    I risultati non erano affatto una novità per la Santa Sede: documenti provenienti dagli archivi vaticani mostrano come una successione di papi, cardinali e vescovi a partire dagli anni ’50 abbia semplicemente chiuso un occhio su notizie credibili secondo cui Maciel era un truffatore, tossicodipendente, pedofilo e frode religiosa. Il Vaticano e soprattutto Giovanni Paolo, tuttavia, apprezzavano la sua capacità di portare vocazioni e donazioni.

    La realtà della depravazione di Maciel è diventata di dominio pubblico il 23 febbraio 1997, quando The Hartford Courant ha pubblicato una lunga esposizione dei giornalisti investigativi Jason Berry e del compianto Gerald Renner su Maciel e l’ordine, il cui quartier generale degli Stati Uniti aveva sede nel Connecticut.

    La storia, che ha costituito la base di un libro del 2004 “Vows of Silence”, ha citato diverse vittime per nome che hanno riferito in modo indipendente che Maciel le avrebbe portate nella sua camera da letto di notte e, con la scusa di un dolore addominale, le avrebbe indotte a picchiarlo.

    “Quando The Courant ha pubblicato il lungo pezzo investigativo che io e Renner abbiamo fatto su Maciel, abbiamo pensato che papa Giovanni Paolo II avrebbe visto la luce e punito Maciel”, ha detto Berry all’AP in una e-mail. Ha notato che altri media mainstream hanno iniziato a riferire sugli abusi sessuali del clero solo dopo le rivelazioni “Spotlight” del Boston Globe nel 2002. “A quel punto, la fede cieca di John Paul in Maciel era un insabbiamento con qualsiasi altro termine ed è durata fino alla sua morte. “

    Un anno dopo la storia originale di Courant, nel 1998, le vittime hanno presentato una formale denuncia canonica contro Maciel alla Congregazione per la Dottrina della Fede vaticana, dove il caso è languito fino alla morte di Giovanni Paolo II. Maciel è stato condannato nel 2006 a una vita di “penitenza e preghiera” ed è morto nel 2008, considerato ancora un santo dalla Legione.

    A seguito del processo di riforma imposto dal Vaticano, la Legione si è scusata e ha cercato di fare ammenda, anche se è stata costretta a confrontarsi con le rivelazioni di una nuova generazione di abusatori all’interno dei suoi ranghi – alcuni dei quali vittime originali di Maciel – e dei superiori che hanno coperto i crimini, alcuni dei quali rimangono al potere.

    Nel 2020, la Legione ha ritrattato pubblicamente i “giudizi istituzionali e personali negativi sul carattere e le motivazioni delle persone che hanno avanzato accuse legittime e necessarie” nell’originale Courant denuncia. Nominando le vittime originali, diceva “Oggi riconosciamo come profetiche le loro accuse a favore della verità e della giustizia”.

    Ma Jose Barba, uno dei più espliciti degli otto sopravvissuti originali, vuole che la Legione ritratta formalmente quelle che chiama le “bugie” l’ordine fornito al Courant di screditare lui e le altre vittime. Includono quella che dice essere una lettera falsificata di un vescovo cileno che aveva indagato su Maciel negli anni ’50 e false dichiarazioni di quattro messicani che affermavano che le vittime avevano cercato di arruolarle in una cospirazione contro Maciel.

    Barba, che dice di rappresentare i compagni sopravvissuti Arturo Jurado e Jose Antonio Perez Olvera, ha redatto una proposta di lettera al Courant e al quotidiano vaticano che voleva che la Legione presentasse per ritrattare le affermazioni. Ma poi il superiore della Legione, il reverendo Eduardo Robles-Gil, ha rifiutato durante un incontro di mediazione del dicembre 2019 a Città del Messico, ha detto Barba.

    In un riassunto del 4 gennaio 2020 di quell’incontro, Barba ha affermato che il calcolo iniziale della Legione di un’offerta di transazione a cinque cifre bassa per ciascuna delle tre vittime rimanenti era una “umiliazione” e ha proposto una squadra di cinque esperti arbitrali per determinare una riparazione più “giusta”.

    Robles-Gil ha firmato il riassunto ma ha scritto: “Ricevo questo senza accettare il processo richiesto e resta a nostra considerazione accettarlo o meno”.

    Il nuovo superiore della Legione, il reverendo John Connor, ha tentato senza successo di impegnarsi con Barba dopo la sua elezione del febbraio 2020, inviando due lettere che sono rimaste senza risposta fino a quando Barba non gli ha inviato un’e-mail il 5 gennaio 2021, cercando di riavviare i negoziati.

    Connor gli ha assicurato di voler “trovare modi per contribuire a guarire e chiudere gli eventi dolorosi della storia della nostra congregazione”. Ma in una e-mail, Connor ha affermato che la proposta di Barba per cinque esperti arbitrali non aiuterebbe “a trovare una risoluzione condivisa”.

    Barba non ha mai risposto. “Non mi fido di loro perché non è in buona fede”, ha detto all’AP.

    In una dichiarazione all’AP, il portavoce della Legione, il reverendo Aaron Smith, ha osservato che l’ordine aveva raggiunto accordi con la maggior parte delle vittime storiche e sperava in una risoluzione con le restanti.

    “Siamo tristi che l’incontro non sia ancora avvenuto, soprattutto considerando l’esperienza positiva degli incontri con altre vittime di padre Maciel”, ha detto Smith in una nota. “Continuiamo a rimanere fiduciosi che avrà luogo nel prossimo futuro, consentendo un dialogo aperto con lui”.

    Barba, intanto, dice che sta invecchiando e che i suoi due confratelli stanno male. Mentre vengono salutati dagli ex legionari come “los 8 Magnificos” (i Magnifici Otto) per essersi opposti a Maciel e all’ordine, Barba ricorda una lettera dell’8 novembre 1997 che lui e gli altri scrissero a John Paul, tradotta in polacco , chiedendo al papa di ascoltare il loro dolore e fare qualcosa.

    “Ci sembra inconcepibile, Santo Padre, che le nostre gravi rivelazioni e lamentele non contassero assolutamente nulla per te”, hanno scritto, secondo una copia della lettera fornita all’AP. “Vogliamo che la Chiesa e la società capiscano che tutto ciò che vogliamo è la giustizia: non solo per legittima rivendicazione personale, ma per il bene della Chiesa e della società”.

    Nel 2020, la Legione ha ritrattato pubblicamente i “giudizi istituzionali e personali negativi sul carattere e le motivazioni delle persone che hanno avanzato accuse legittime e necessarie” nell’originale Courant denuncia. Nominando le vittime originali, diceva “Oggi riconosciamo come profetiche le loro accuse a favore della verità e della giustizia”.

    Ma Jose Barba, uno dei più espliciti degli otto sopravvissuti originali, vuole che la Legione ritratta formalmente quelle che chiama le “bugie” l’ordine fornito al Courant di screditare lui e le altre vittime. Includono quella che dice essere una lettera falsificata di un vescovo cileno che aveva indagato su Maciel negli anni ’50 e false dichiarazioni di quattro messicani che affermavano che le vittime avevano cercato di arruolarle in una cospirazione contro Maciel.

    Barba, che dice di rappresentare i compagni sopravvissuti Arturo Jurado e Jose Antonio Perez Olvera, ha redatto una proposta di lettera al Courant e al quotidiano vaticano che voleva che la Legione presentasse per ritrattare le affermazioni. Ma poi il superiore della Legione, il reverendo Eduardo Robles-Gil, ha rifiutato durante un incontro di mediazione del dicembre 2019 a Città del Messico, ha detto Barba.

    In un riassunto del 4 gennaio 2020 di quell’incontro, Barba ha affermato che il calcolo iniziale della Legione di un’offerta di transazione a cinque cifre bassa per ciascuna delle tre vittime rimanenti era una “umiliazione” e ha proposto una squadra di cinque esperti arbitrali per determinare una riparazione più “giusta”.

    Robles-Gil ha firmato il riassunto ma ha scritto: “Ricevo questo senza accettare il processo richiesto e resta a nostra considerazione accettarlo o meno”.

    Il nuovo superiore della Legione, il reverendo John Connor, ha tentato senza successo di impegnarsi con Barba dopo la sua elezione del febbraio 2020, inviando due lettere che sono rimaste senza risposta fino a quando Barba non gli ha inviato un’e-mail il 5 gennaio 2021, cercando di riavviare i negoziati.

    Connor gli ha assicurato di voler “trovare modi per contribuire a guarire e chiudere gli eventi dolorosi della storia della nostra congregazione”. Ma in una e-mail, Connor ha affermato che la proposta di Barba per cinque esperti arbitrali non aiuterebbe “a trovare una risoluzione condivisa”.

    Barba non ha mai risposto. “Non mi fido di loro perché non è in buona fede”, ha detto all’AP.

    In una dichiarazione all’AP, il portavoce della Legione, il reverendo Aaron Smith, ha osservato che l’ordine aveva raggiunto accordi con la maggior parte delle vittime storiche e sperava in una risoluzione con le restanti.

    “Siamo tristi che l’incontro non sia ancora avvenuto, soprattutto considerando l’esperienza positiva degli incontri con altre vittime di padre Maciel”, ha detto Smith in una nota. “Continuiamo a rimanere fiduciosi che avrà luogo nel prossimo futuro, consentendo un dialogo aperto con lui”.

    Barba, intanto, dice che sta invecchiando e che i suoi due confratelli stanno male. Mentre vengono salutati dagli ex legionari come “los 8 Magnificos” (i Magnifici Otto) per essersi opposti a Maciel e all’ordine, Barba ricorda una lettera dell’8 novembre 1997 che lui e gli altri scrissero a John Paul, tradotta in polacco , chiedendo al papa di ascoltare il loro dolore e fare qualcosa.

    “Ci sembra inconcepibile, Santo Padre, che le nostre gravi rivelazioni e lamentele non contassero assolutamente nulla per te”, hanno scritto, secondo una copia della lettera fornita all’AP. “Vogliamo che la Chiesa e la società capiscano che tutto ciò che vogliamo è la giustizia: non solo per legittima rivendicazione personale, ma per il bene della Chiesa e della società”.

    https://www.ncronline.org/news/accountability/25-years-later-legion-christ-victims-seek-reparations

  • LA PEDOFILIA NELLA CHIESA

    LA PEDOFILIA NELLA CHIESA

    di Francesco Benigno Vincenzo Lavenia

    Il 6 gennaio del 2002 «The Boston Globe» usciva con un titolo sparato in prima pagina a caratteri cubitali: «La Chiesa ha permesso per anni abusi da parte dei preti». Lo scandalo che sorse allora non si è più fermato. In questi vent’anni la Chiesa è stata profondamente travagliata dalla pedofilia, sorta di male incurabile diffuso tra le file dei chierici, un fenomeno che ha assunto, dapprima negli Stati Uniti e poi in Europa e nel mondo, le dimensioni di una vera epidemia.

    Resisi conto della gravità dell’accaduto, i vescovi statunitensi avevano prontamente reagito convocando a giugno una Conferenza episcopale a Dallas, che si pronunciò per una vigorosa azione di risanamento, affidando a un importante studio di criminologia, il John Jay College of Criminal Justice della New York City University, la stesura di un rapporto sugli abusi sessuali i cui risultati furono resi noti nel febbraio del 2004. La linea di fermezza promossa dalla Conferenza episcopale statunitense si esaurì per le resistenze dell’ala tradizionalista e conservatrice del clero, ma da allora la richiesta di delineare un quadro dettagliato dell’abuso clericale sui minori ha sempre accompagnato la progressiva emersione del problema su scala globale.

    Se infatti al tempo di Giovanni Paolo II la Curia poteva ancora sostenere che gli abusi sui minori fossero un fenomeno essenzialmente statunitense, Benedetto XVI da subito (2005) dovette confrontarsi con l’esplosione del caso irlandese. Una serie di inchieste governative, confluite nei rapporti Ferns, Ryan e Murphy, produssero nell’opinione pubblica di uno dei Paesi più cattolici del mondo uno shock enorme, che causò una vistosa diminuzione del numero dei sacerdoti e cattolici praticanti.

    Il problema però, come si vide bene nel 2010, non era solo irlandese. In quell’anno, che può essere considerato un vero e proprio momento buio della storia della Chiesa, si registrò la più grande serie di scandali del cattolicesimo moderno, capaci di coinvolgere numerosi cardinali, decine di vescovi e migliaia di preti e religiosi. La progressione dei casi rivelati di pedofilia si fece incalzante: dalla Svizzera al Belgio, dal Regno Unito ai Paesi Bassi, dall’Austria alla Germania, dappertutto si verificò un’esplosione di segnalazioni, che segnarono duramente la fase terminale del pontificato di Ratzinger e contribuirono forse a spingerlo alle dimissioni.

    Il 2010 può essere considerato un vero e proprio momento buio della storia della Chiesa: la progressione di casi rivelati di pedofilia si fece incalzante e furono coinvolti cardinali, vescovi, preti e religiosi

    Il nuovo papa, Francesco, per fronteggiare la situazione, e le accuse provenienti dalla Commissione per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite che continuava a chiedere alla Santa Sede di rispettare la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, modificando opportunamente il Codice di diritto canonico, ha tentato varie mosse – la nascita di una commissione per la tutela dei minori aperta alla partecipazione dei laici, riforme della normativa ecclesiastica e vari interventi morali e teologici, tra cui la lettera apostolica in forma di motu proprio Come una madre amorevole, del 2016 – caratterizzate da un notevole rigore.

    Ma intanto il tema della pedofilia aveva varcato i confini europei. Se nel caso australiano una commissione governativa dimostrava la consistenza, ampiezza e durata del fenomeno (di recente si è mossa anche la Nuova Zelanda), lo scandalo della pedofilia ecclesiastica si è propagato in tutta l’America Latina, trasmettendosi come un’onda sismica avvertita negli episcopati cileno, brasiliano, colombiano, argentino, ecuadoregno, costaricano, peruviano, e perfino in quello del piccolo San Salvador.

    Da allora taluni episcopati europei hanno preso l’iniziativa di promuovere indagini: è stato il caso della Polonia e poi della Chiesa francese. Quest’ultima, nel 2018, ha deciso di avviare un’inchiesta, diretta da un alto funzionario statale cattolico, Jean Marc Sauvé, che nel dicembre scorso ha consegnato il suo rapporto, suscitando enorme clamore per aver rivelato un fenomeno di grande ampiezza (300 mila vittime). Nel gennaio di quest’anno, poi, anche la Chiesa portoghese si è mossa in questa direzione, avviando un’indagine che è in corso. Negli stessi giorni, in Germania, vi è stato l’annuncio dei risultati dell’inchiesta promossa nelle sedi di Frisinga e di Monaco (centinaia di abusi perpetrati dal 1945 al 2019; dozzine di chierici coinvolti), con l’accusa mossa a Ratzinger di avere insabbiato alcuni casi al tempo in cui era arcivescovo della diocesi bavarese. Il papa emerito si è difeso in modo assai confuso, senza fugare i gravi sospetti di negligenza o di complicità.

    In altri contesti però gli episcopati sono riluttanti a mappare la questione: nel caso spagnolo, malgrado un’inchiesta condotta da «El País», la Chiesa locale non appare intenzionata a promuovere un’indagine, che – taluni vescovi temono – potrebbe travolgerla. Similmente, nel caso italiano, si osserva una forte resistenza all’apertura di un’inchiesta per valutare ampiezza e gravità di un fenomeno che potrebbe avere dimensioni ancora maggiori di quelle di altri paesi. Certo, è passato del tempo dal 2010, anno in cui il segretario della Cei, Giuseppe Betori, poteva dichiarare impunemente che la pedofilia tra le fila del clero è un «fenomeno estremamente limitato»: grazie soprattutto all’azione di papa Francesco, l’orientamento culturale è significativamente mutato. Ora anche nella Cei v’è chi si ripromette di lanciare un’indagine conoscitiva interna, ma tutto è stato rimandato a maggio, quando chi sostituirà Gualtiero Bassetti dovrà decidere il da farsi.

    A sollecitare un’inchiesta indipendente, pubblica e non condizionata dalle cautele dell’episcopato italiano, affidata a una commissione autorevole, è adesso un coordinamento di associazioni, in gran parte cattoliche, alcune delle quali, fin qui non troppo visibili, riuniscono le vittime degli abusi che hanno rotto il silenzio (Rete l?Abuso, Comitato Vittime e Famiglie).  Del coordinamento, che ha ricevuto l’appoggio di «Left» e dell’agenzia di stampa Adista – punto di riferimento dei fedeli più progressisti – fanno parte l’Osservatorio interreligioso dulle violenze contro le donne e Donne per la Chiesa. In modo significativo, il comunicato che ha chiesto a gran voce di avviare l’inchiesta, emanato il 12 febbraio di quest’anno, tre giorni prima della presentazione pubblica dell’iniziativa, si è avvalso dell’hashtag #ItalyChurchToo, con riferimento alla campagna mondiale contro la violenza sulle donne (#MeToo) che ha riscosso successo partendo dagli Stati Uniti. I promotori ricordano che ad avere diritto a conoscere l’entità del fenomeno non sono solo le vittime e le loro famiglie, ma anche tutti i sinceri cristiani, le cittadine e i cittadini della nostra Repubblica.

    Ad avere diritto a conoscere l’entità del fenomeno della pedofilia non sono solo le vittime e le loro famiglie, ma anche tutti i sinceri cristiani, le cittadine e i cittadini della nostra Repubblica

    Negli stessi giorni è stata resa nota su «Domani» una lettera del 2015, vergata dall’allora segretario e ora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Luis Ladaria, che ha contribuito a suscitare indignazione, nonostante la distrazione di una parte della stampa italiana intorno a questo tema. Nella missiva, infatti, si suggeriva all’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin di intervenire nel caso di don Bernard Preynart, che avrebbe travolto i vertici della diocesi francese, ma senza suscitare scandalo.

    «Scandalo» è la parola che torna in documenti analoghi che l’ex Sant’Uffizio – investito da secoli delle materie di adescamento sessuale del clero, e dunque anche dei peccati e delitti di pedofilia – ha indirizzato ai pastori d’anime di tutto il mondo, Italia compresa. Essa ci ricorda che il diritto canonico continua a mettere al riparo le colpe occulte, dei laici e del clero, tentando di risolverle e di riconciliarle senza clamore (e senza imporre la denuncia al magistrato civile). È una lunga storia, quella del segreto e della prassi penitenziale dei tribunali della Chiesa, che abbiamo provato a raccontare in un libro (Peccato o crimine. La Chiesa di fronte alla pedofilia, Laterza, 2021), cercando di mettere in luce come oggi l’opinione pubblica non sia più disposta a comprendere e a tollerare le norme canoniche, che appaiono come astute regole di tutela corporativa che coprono diffuse abitudini sessuali del clero in spregio alle vittime (le vittime fragili e non consenzienti di un abuso sentito come particolarmente grave perché tocca l’infanzia e l’adolescenza).

    Eppure, come si legge nel Vangelo (Mt 18,7; Lc 17,1), occorre che lo scandalo accada, che venga alla luce; e guai a chi lo provoca. Guai a chi tenta di tenerlo lontano dai riflettori, lasciando le vittime da sole. Perciò l’iniziativa di questa rete di associazioni ci sembra importante, e non deve essere lasciata cadere nel silenzio né stravolta con un’inchiesta interna della Cei. Perché anche in Italia, nel giardino di casa dei papi, si faccia piena chiarezza sull’entità di comportamenti che per troppo tempo la Chiesa ha faticato ad avvertire come criminosi.

    https://www.rivistailmulino.it/a/pedofilia-nella-chiesa

  • La Chiesa portoghese apre i suoi fascicoli alla commissione che indaga sugli abusi sessuali

    La Chiesa portoghese apre i suoi fascicoli alla commissione che indaga sugli abusi sessuali

    I vescovi portoghesi permetteranno alla commissione che studia gli abusi sessuali nella Chiesa di accedere agli archivi diocesani per conoscere quei casi che sono stati denunciati in passato all’interno di ciascuna diocesi. La decisione è stata presa questo mercoledì dal consiglio permanente della Conferenza episcopale portoghese, a cui appartengono 21 vescovi. È un passo che rafforza la strategia di trasparenza avviata a novembre, con la creazione di una commissione indipendente che studia la pederastia in ambito religioso portoghese tra il 1950 e il 2022 e che è presieduta dallo psichiatra specializzato in infanzia e adolescenza Pedro Strecht.

    L’accesso agli archivi diocesani dipende dalla volontà di ciascun vescovo, che risponde solo al Vaticano. Secondo l’Agenzia Ecclesia, citata dal quotidiano Público , la missione di questi archivi è contenuta nel Codice di Diritto Canonico, che stabilisce che ogni diocesi ha un archivio per custodire “i documenti che devono essere tenuti segreti”. Nella prossima riunione plenaria della Conferenza episcopale, che si terrà ad aprile, sarà stabilita una procedura comune per trasferire alla commissione tutte le informazioni sugli abusi sessuali rinvenute negli atti.

    Nel suo primo mese di attività, la commissione portoghese ha ricevuto 214 testimonianze di vittime di abusi sessuali, anche se molte delle storie identificano aggressori che hanno abusato di diversi minori. “In molte testimonianze, le vittime non solo descrivono cosa è successo loro, ma indicano anche la consapevolezza o una forte probabilità che, in quelle circostanze di tempo e spazio, altri bambini siano stati vittime dello stesso abusatore”, sottolineano in una nota di stampa.

    I casi finora denunciati provengono da persone nate tra il 1933 e il 2006, il che indica alcune recenti aggressioni sessuali, commesse quando erano già emerse in altri paesi indagini sulla pedofilia ecclesiastica , come quella rivelata nel 2002 dal The Boston Globe su i sacerdoti che avevano commesso abusi a Boston e che erano stati protetti dalla gerarchia cattolica. Sempre nel 2002 vengono svelati in Portogallo, grazie a un’inchiesta del settimanale Expresso, l’abuso sessuale che veniva commesso per tre decenni presso la Casa Pía, istituzione statale (non religiosa) che gestiva una rete di scuole. In questa rete di pederastia sono stati coinvolti personaggi noti della politica, della televisione e della diplomazia, oltre ai dipendenti della Casa Pía.

    Le vittime che hanno trasferito la loro testimonianza alla commissione portoghese denunciano abusi commessi sia nel Portogallo continentale che negli arcipelaghi di Madeira e delle Azzorre. Il loro profilo sociale è eterogeneo. “Le storie descritte rivelano sofferenze psicologiche individuali, familiari e sociali, a volte nascoste per decenni e, in molte circostanze, tenute segrete fino al momento della dichiarazione”, ha affermato la commissione nel suo comunicato. “Questa sofferenza è associata a sentimenti di vergogna, paura, colpa e autoesclusione, rafforzando l’idea di affrontare le vite con la sensazione di essere in disparte”, aggiungono.

    La commissione portoghese è congiunta ed è composta da sei persone. Il suo presidente, Pedro Strecht, è uno psichiatra specializzato in infanzia e adolescenza che ha anche partecipato alla cura dei minori vittime di abusi nello scandalo Casa Pía, che ha dato vita a un lungo processo legale durato sei anni. Strecht è stato incaricato dalla Conferenza Episcopale di studiare gli abusi sessuali sui minori lo scorso novembre e ha accettato perché gli hanno dato mano libera per scegliere il resto della squadra, composta da professionisti di diversi campi come la sociologa Ana Nunes de Almeida, la l’ex ministro della Giustizia Álvaro Laborinho Lúcio, lo psichiatra Daniel Sampaio, la terapeuta Filipa Tavares e la regista Catarina Vasconcelos.

    Gli abusi denunciati alla commissione che non hanno prescritto saranno denunciati ai tribunali. Lo scorso ottobre il parlamento portoghese ha approvato un disegno di legge per aumentare a 15 anni i termini di prescrizione per i reati sessuali contro minori, che inizieranno a contare solo quando la vittima raggiungerà i 35 anni e non quando raggiungerà la maggiore età. In pratica, consente di estendere a 50 anni il tempo in cui la vittima può compiere il passaggio in tribunale per denunciare il proprio caso. Inoltre, se il minore aveva meno di 14 anni quando si è verificato l’abuso, la prescrizione sarà anche successiva, poiché inizierà a contare quando l’interessato compirà 40 anni (in pratica potrebbe denunciare fino a 55).

    https://elpais.com/sociedad/2022-02-10/la-iglesia-portuguesa-abre-sus-archivos-a-la-comision-que-investiga-los-abusos-sexuales.html

  • Il papa in pensione chiede perdono per gli abusi, ma non ammette gli illeciti

    Il papa in pensione chiede perdono per gli abusi, ma non ammette gli illeciti

    ROMA (AP) – Papa Benedetto XVI in pensione ha chiesto perdono martedì per eventuali “gravi colpe” nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte del clero, ma ha negato qualsiasi illecito personale o specifico dopo che un rapporto indipendente ha criticato le sue azioni in quattro casi mentre era arcivescovo di Monaco , Germania.

    La mancanza di scuse personali o di ammissione di colpa da parte di Benedetto ha immediatamente irritato i sopravvissuti agli abusi sessuali, che hanno affermato che la sua risposta rifletteva il rifiuto “permanente” della gerarchia cattolica di accettare la responsabilità dello stupro e della sodomia di bambini da parte dei sacerdoti.

    Benedict, 94 anni, stava rispondendo a un rapporto del 20 gennaio di uno studio legale tedesco che era stato incaricato dalla Chiesa cattolica tedesca di esaminare come sono stati gestiti i casi di abusi sessuali nell’arcidiocesi di Monaco tra il 1945 e il 2019. Benedict, l’ex cardinale Joseph Ratzinger, ha guidato l’arcidiocesi dal 1977 al 1982.

    Il rapporto incolpava la gestione di quattro casi da parte di Benedetto durante il suo periodo come arcivescovo, accusandolo di cattiva condotta per non aver limitato il ministero dei quattro sacerdoti anche dopo che erano stati condannati penalmente. Il rapporto ha anche incolpato i suoi predecessori e successori, stimando che ci fossero state almeno 497 vittime di abusi nel corso dei decenni e almeno 235 sospetti autori.

    Martedì il Vaticano ha pubblicato una lettera che Benedetto ha scritto per rispondere alle accuse, insieme a una risposta più tecnica dei suoi avvocati che avevano fornito una risposta iniziale di 82 pagine allo studio legale sul suo mandato di quasi cinque anni a Monaco.

    La conclusione degli avvocati di Benedetto è stata risoluta: “Come arcivescovo, il cardinale Ratzinger non è stato coinvolto in alcun insabbiamento di atti di abuso”, hanno scritto. Hanno criticato gli autori del rapporto per aver interpretato erroneamente la loro presentazione e hanno affermato di non aver fornito alcuna prova che Benedetto fosse a conoscenza della storia criminale di nessuno dei quattro sacerdoti.

    La risposta di Benedict è stata più sfumata e spirituale, anche se ha ringraziato a lungo il suo team legale prima ancora di affrontare le accuse o le vittime degli abusi.

    “Ho avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica”, ha detto Benedetto. “Tanto maggiore è il mio dolore per gli abusi e gli errori avvenuti in quei diversi luoghi durante il periodo del mio mandato”.

    Benedetto ha rilasciato quella che ha definito una “confessione”, anche se non ha confessato alcuna colpa specifica. Ha ricordato che la Messa quotidiana inizia con i credenti che confessano i loro peccati e chiedono perdono anche per “gravi colpe”. Benedetto ha osservato che nei suoi incontri con le vittime di abusi mentre era papa, “ho visto in prima persona gli effetti di una colpa gravissima.

    “E sono arrivato a capire che noi stessi veniamo coinvolti in questa grave colpa ogni volta che la trascuriamo o non riusciamo ad affrontarla con la risolutezza e la responsabilità necessarie, come troppo spesso è successo e continua ad accadere”, ha scritto. “Come in quegli incontri, ancora una volta posso solo esprimere a tutte le vittime di abusi sessuali la mia profonda vergogna, il mio profondo dolore e la mia accorata richiesta di perdono”.

    La sua risposta ha suscitato rapide critiche da parte di Eckiger Tisch, un gruppo che rappresenta i sopravvissuti agli abusi da parte del clero tedesco, il quale ha affermato che rientrava nella “relativizzazione permanente della chiesa sulle questioni degli abusi: si sono verificati atti illeciti ed errori, ma nessuno si assume la responsabilità concreta”.

    Benedetto “non può limitarsi a dichiarare che è dispiaciuto di non aver fatto di più per proteggere i bambini affidati alla sua chiesa”, ha affermato il gruppo.

    La risposta del papa in pensione probabilmente complicherà gli sforzi dei vescovi tedeschi per cercare di ristabilire credibilità presso i fedeli, le cui richieste di responsabilità sono solo aumentate dopo decenni di abusi e insabbiamenti.

    Il capo della conferenza episcopale tedesca, il vescovo di Limburgo Georg Baetzing, aveva precedentemente affermato che Benedetto doveva rispondere al rapporto prendendo le distanze dai suoi avvocati e consiglieri. “Deve parlare, e deve scavalcare i suoi consiglieri ed essenzialmente dire la semplice frase: ‘Sono incorso in colpa, ho commesso errori e mi scuso con le persone colpite’”, ha detto Baetzing.

    Ma in un tweet martedì, Baetzing ha solo notato che Benedetto aveva risposto.

    “Gli sono grato per questo e merita rispetto per questo”, ha scritto Baetzing. Il tweet non ha affrontato la sostanza della risposta di Benedetto.

    Il rapporto dello studio legale ha identificato quattro casi in cui Ratzinger è stato accusato di cattiva condotta per non aver agito contro i molestatori.

    Due casi hanno coinvolto sacerdoti che hanno offeso mentre Ratzinger era arcivescovo e sono stati puniti dall’ordinamento giuridico tedesco ma sono stati mantenuti nel lavoro pastorale senza alcun limite al loro ministero. Un terzo caso riguardava un religioso che era stato condannato da un tribunale al di fuori della Germania ma era stato messo in servizio a Monaco. Il quarto caso riguardava un prete pedofilo condannato a cui fu permesso di trasferirsi a Monaco nel 1980, e successivamente affidato al ministero. Nel 1986 quel sacerdote ricevette la sospensione della pena per aver molestato un ragazzo.

    L’équipe di Benedetto aveva in precedenza chiarito un iniziale “errore” nella presentazione allo studio legale che aveva insistito sulla mancata presenza di Ratzinger all’incontro del 1980 in cui si discuteva del trasferimento del sacerdote a Monaco. Ratzinger era lì, ma il ritorno del sacerdote al ministero non è stato discusso, hanno detto.

    Benedict si è detto profondamente ferito dal fatto che la “svista” sulla sua presenza all’incontro del 1980 fosse stata usata per “mettere in dubbio la mia veridicità e persino etichettarmi come bugiardo”. Ma ha detto di essere stato rincuorato dal sostegno ricevuto.

    “Sono particolarmente grato per la fiducia, il sostegno e la preghiera che Papa Francesco mi ha espresso personalmente”, ha affermato.

    Il Vaticano aveva già difeso con forza il primato di Benedetto dopo il rapporto dello studio legale, ricordando che Benedetto è stato il primo papa a incontrare vittime di abusi, che aveva emanato norme rigorose per punire i sacerdoti che violentavano i bambini e aveva indirizzato la chiesa a perseguire un percorso di umiltà nel chiedere perdono per i crimini dei suoi chierici.

    La difesa del Vaticano, tuttavia, si è concentrata principalmente sul mandato di Benedetto come capo dell’ufficio di dottrina della Santa Sede e sui suoi otto anni di pontificato.

    Benedetto ha riflettuto sulla sua eredità nella sua lettera.

    “Presto mi ritroverò davanti al giudice finale della mia vita”, scrisse. “Anche se, guardando indietro alla mia lunga vita, posso avere grandi ragioni per temere e tremare, sono comunque di buon umore. Perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma anche l’amico e il fratello che ha già sofferto lui stesso per le mie mancanze».

    La risposta di Benedetto è suonata vuota anche al di fuori della Germania, con il gruppo di difesa dei sopravvissuti con sede negli Stati Uniti, SNAP, che lo accusa di “ripetere parole di scuse che sono cadute nel vuoto per decenni”.

    E Mitchell Garabedian, l’avvocato di Boston famoso per “Spotlight” che ha rappresentato centinaia di vittime di abusi, ha detto che le parole di Benedict hanno nuovamente vittimizzato e insultato i sopravvissuti.

    “E’ un leader che dà un cattivo esempio moralmente, e nel processo sta incoraggiando un ulteriore insabbiamento degli abusi sessuali del clero”, ha detto.

    Ma il principale consigliere di papa Francesco per la prevenzione degli abusi, il cardinale di Boston Sean O’Malley, ha trovato nella lettera di Benedetto una sincera “contrizione per ciò che è mancato alla sua amministrazione”.

    “Il riconoscimento da parte di Benedetto del danno irreparabile causato dall’abuso sessuale nella chiesa e delle sue stesse mancanze nel fare di tutto per prevenire tale danno è una sfida per tutti coloro che ricoprono posizioni di leadership nella chiesa”, ha detto O’Malley. “Dobbiamo fare di meglio”.

    https://apnews.com/article/europe-religion-germany-sexual-abuse-by-clergy-sexual-abuse-3461ba1b9adfcfb884027361263f1706

  • Il costo economico della pedofilia del clero renderà “inevitabile” la povertà? (Luigi Sandri)

    Il costo economico della pedofilia del clero renderà “inevitabile” la povertà? (Luigi Sandri)

    E se il costo dei risarcimenti alle vittime della pedofilia del clero fosse l’occasione storica, certo inattesa, per rendere effettivamente povera, in Occidente, la Chiesa cattolica romana, e problematica la sua esistenza stessa nel Sud del mondo? L’interrogativo appare “obbligato”, se si mettono insieme dati, pur ancora parzialissimi, che fanno intravvedere un futuro abbastanza preoccupante per le strutture economiche e finanziarie delle Conferenze episcopali del ricco Nord del pianeta, e quasi catastrofico per quelle del Sud depredato.

    La partenza… negli Stati Uniti d’America

    Il 14 luglio 2009 l’arcidiocesi di Los Angeles, allora guidata dal cardinale Roger Mahony, annunciò che, in un accordo estragiudiziale con gli avvocati di circa cinquecento vittime di preti pedofili negli anni 1930-2003, essa aveva accettato di pagare un risarcimento complessivo di 660 milioni di dollari (quasi mezzo miliardo di euro). Si era di fronte al più alto risarcimento mai esborsato da una diocesi statunitense, dal 2002, da quando cioè lo scandalo degli abusi sessuali su minori compiuti da persone del clero venne alla luce non più come caso singolo, ma come una piaga relativamente diffusa. Secondo il Los Angeles Times, la diocesi avrebbe venduto proprietà immobiliari per raccogliere i fondi necessari per onorare l’impegno preso.

    Negli USA, di norma, è la singola diocesi che, se il prete pedofilo non ha i mezzi per risarcire la sua vittima (e questo, generalmente, è il caso), deve pagare il risarcimento. E così era stato a Boston. Qui, il Boston Globe, a partire dal gennaio 2002 pubblicò ogni mese una serie di articoli che denunciavano come, nella diocesi, una novantina di preti fossero implicati in casi di pedofilia: situazione dapprima negata dall’arcivescovo, cardinale Bernard Law che, travolto dallo scandalo, alla fine di quell’anno dovette dimettersi. Su quei fatti nel 2015 è uscito il film Spotlight, di Tom McCarthy (premio Oscar nel ’16), che fece molto rumore, negli Usa e non solo, perché rivelava al grande pubblico una realtà vergognosa.

    Nel 2003 l’arcidiocesi pagò circa 85 milioni di dollari come risarcimento alle vittime di abusi, e rischiò la bancarotta. Ma che ne fu del cardinale? Egli – classe 1931 – si traferì a Roma, dove Giovanni Paolo II lo nominò arciprete di Santa Maria Maggiore: una carica onorifica, e tuttavia offensiva per le vittime dei preti pedofili di Boston che, di fatto, erano stati coperti dal porporato. Per fortuna papa Wojtyla scelse come suo successore monsignor Seán Patrick O’Malley, rivelatosi poi severissimo nella battaglia per estirpare la pedofilia del clero.

    Ma se la diocesi è piccola, e non ha la possibilità di risarcire le vittime dei preti pedofili? Quella di Portland, in Oregon, nel 2004 dichiarò fallimento, di fronte ad un esborso, per lei impossibile, di 155 milioni di dollari; e nel febbraio scorso, il vescovo di Winona-Rochester, nel Minnesota, ha dichiarato il fallimento della diocesi, non in grado di pagare 21,5 milioni di dollari per risarcire centoquarantacinque vittime della pedofilia del clero.

    Francia: debiti. Australia: risveglio? Vaticano: buone notizie, ma…

    Se negli USA ogni diocesi deve affrontare da sé la situazione, assai diverso è il caso della Francia, dove, di norma, nessuna di esse può affrontare risarcimenti milionari a vittime della pedofilia del clero. Una commissione indipendente (Ciase), voluta dal presidente della Conferenza episcopale, monsignor Eric de Moulins-Beaufort, vescovo di Reims, il 5 ottobre ha reso noto i suoi risultati: dal 1950 al 2020 circa tremila preti hanno violentato 216mila minori; si è dunque di fronte non a poche “mele marce”, ma ad un tremendo “fenomeno sistemico”. Riconoscendo la “vergogna” dell’accaduto, il prelato ha detto che i vescovi venderanno beni e palazzi di proprietà, e si indebiteranno con le banche, per risarcire le vittime. Ma sarà un’impresa ardua: se, infatti, si pagassero a ciascuna vittima anche solo 50mila euro, il totale sarebbe di 10,8 miliardi.

    Dall’Europa all’Australia. Nel continente, secondo un’inchiesta della Royal Commission, 1.880 presbìteri cattolici, il 7% del totale, sono stati accusati di abusi su minori nell’arco di sessant’anni (tra il 1950 e il 2010), senza che la Chiesa abbia cercato di affrontare il vergognoso fenomeno: solo da pochi anni si è impegnata con decisione per stroncarlo. E i risarcimenti? Per un prete, Gerald Ridsdale, abusatore per anni di molti ragazzini, il risarcimento da pagare, nel 2019, è stato equivalente a 620mila euro.

    Torniamo in Europa: molti episcopati, dalla Germania alla Polonia, dalla Spagna al Portogallo, dovranno affrontare risarcimenti costosi alle vittime della pedofilia del clero. E in America latina, in Africa, in Asia? Certamente il fenomeno dei presbìteri predatori esiste anche là: ma, per ora, è difficile quantificarlo. A livello mondiale le stime sono molto variegate: da paese a paese l’incidenza del fenomeno sembra variare dall’1 al 5% del clero. Percentuali che dimostrano come il clero cattolico sia sano, in gran maggioranza; tuttavia i “devianti”, pur minoranza, sono sempre troppi (“fossero anche uno solo!”, ha detto Francesco), perché compiono azioni devastanti, che possono rovinare per sempre le vittime, pur diventate adulte e sfuggite ormai dalle unghie dei loro predatori. Essi sono anche frutto di un sistema chiuso e patriarcale.

    Quando le cifre (e le vicende) dei preti pedofili delle Chiese del Sud inizieranno a dilagare, ed interverranno i tribunali civili, chi risarcirà le vittime, essendo quelle diocesi – in genere – molto povere? Il problema preoccupa non poco la Santa Sede, perché infine toccherebbe ad essa rispondere per le diocesi “colpevoli”: cifre elevate, presumibilmente, se assommate, seppur non fossero così alte come quelle affrontate dalle “consorelle” occidentali, perché le diocesi (o circoscrizioni equiparate) , potenzialmente interessate, sono un migliaio.

    Per questo motivo in Vaticano hanno accolto con soddisfazione la sentenza con cui, il 12 ottobre scorso, la Corte europea dei Diritti dell’uomo (Cedu) di Strasburgo ha rigettato ventiquattro querelanti – belgi, francesi e olandesi – che, in una specie di class action, avevano citato in giudizio il Vaticano dinanzi ai tribunali belgi, chiedendo che quello Stato pagasse per atti di pedofilia commessi da preti cattolici. Secondo gli accusatori, infatti, il Vaticano è colpevole «per il danno causato dal modo strutturalmente carente in cui la Chiesa cattolica ha affrontato il problema degli abusi sessuali al suo interno». Ma la Corte ha stabilito: «La Santa Sede non può essere chiamata in giudizio per i casi di abusi sessuali commessi dai sacerdoti di vari Paesi»; lo Stato del Vaticano, in virtù dei «princìpi di diritto internazionale», gode della “immunità” rispetto alle querele.

    Tuttavia… se poverissime diocesi del Sud del mondo, pressate dai tribunali locali che esigono la riparazione dei danni,  chiedessero al papa di pagare risarcimenti – dovuti a “delitti” di preti pedofili che esse non possono minimamente affrontare – potrebbe, moralmente ed ecclesialmente, esimersi? Ecco perché la piaga immonda, pur spesso denunciata da Francesco, potrebbe essere l’evento imprevisto che non teoricamente, ma realmente, rende povera la Chiesa romana. 

    E questo vale anche per la Chiesa italiana. Infatti, nel corso della sua Assemblea generale straordinaria (22-25 novembre), monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna e presidente del Servizio nazionale per la Tutela dei Minori, ha fatto – recita un comunicato – “un aggiornamento circa le iniziative e le strutture finora messe in campo per contrastare la piaga degli abusi sui minori e le persone vulnerabili, dentro e fuori dalla Chiesa, dopo l’emanazione delle Linee Guida del giugno 2019”. Bene, iniziative tutte lodevoli. E tuttavia, ancora una volta, la Cei evita di “quantificare” il risarcimento delle vittime; e, soprattutto, rifiuta ostinatamente di istituire una Commissione indipendente, tipo quella francese, pur varata perfino dai vescovi portoghesi, e pur suggerita da tante persone in Italia, positivamente impressionate dal coraggio dei vescovi d’Oltralpe. Pessimo segnale in vista del “coraggio” che sarebbe necessario per preparare il Sinodo generale del 2023 e quello italiano del 2025.

    https://www.donpaolozambaldi.it/2022/02/il-costo-economico-della-pedofilia-del-clero-rendera-inevitabile-la-poverta-luigi-sandri/

  • Allontanato sacerdote a Bolzano: aveva avuto un rapporto con un minorenne. Team K: “Serve commissione indipendente su abusi”

    Allontanato sacerdote a Bolzano: aveva avuto un rapporto con un minorenne. Team K: “Serve commissione indipendente su abusi”

    BOLZANO. Aveva prestato i suoi servizi come prete in Alto Adige per diversi anni prima di essere sospeso ad agosto del 2021 dal vescovo Ivo Muser da ogni incarico per aver avuto in passato una relazione sessuale con una persona minorenne posta sotto la sua supervisione. Protagonista dell’episodio, che risale a metà anni ‘90, don Timothy Meehan, di Boston, arrivato a Bolzano circa due anni fa.

    L’episodio, riportato anche in un’indagine interna sul tema degli abusi sessuali su minori dell’ordine dei Legionari di Cristo, di cui Meehan ha fatto parte fino alla sospensione arrivata al termine degli accertamenti, avrebbe coinvolto una persona minorenne che era all’epoca sotto la sua supervisione. Il vescovo Ivo Muser, dice la Rai Südtirol, avrebbe consultato all’arrivo di Meehan la Congregazione per la dottrina della fede, che aveva confermato come il sacerdote potesse essere nominato da un punto di vista del diritto canonico.

    Il Comitato consultivo per la protezione dei minori non era però stato informato, ha detto il vescovo, un errore di cui Muser stesso si assume la responsabilità. Sono tre in tutto le parrocchie a cui è stato assegnato negli anni Meehan in Alto Adige, senza che i responsabili delle stesse fossero informati della sua precedente relazione con una minorenne. Dopo l’indagine dei Legionari di Cristo che ha portato alla sospensione di don Timothy, riporta il Corriere dell’Alto Adige, la Diocesi di Bolzano è stata informata ed il sacerdote è tornato negli Stati Uniti. Proprio per oggi (2 febbraio) il team K ha organizzato una conferenza stampa incentrata dal titolo “Abusi sessuali su minorenni in istituzioni cattoliche e pubbliche. Serve una commissione di esperti indipendenti”.

    “Gli abusi sessuali su minori – si legge nella nota di presentazione – sono un problema molto dibattuto nell’opinione pubblica. Un problema che non si ferma ai confini dell’Alto Adige naturalmente, che nel tempo ha fatto registrare molti casi. Va sottolineato che i vertici locali della Chiesa si sono mossi da tempo, ma per affrontare il problema serve maggiore prevenzione e una commissione indipendente che si occupi a fondo del tema”. Nel corso della conferenza stampa verranno affrontate le proposte del Team K sul tema, condensate in una mozione che verrà trattata prossimamente in Consiglio provinciale.

    https://www.ildolomiti.it/cronaca/2022/allontanato-sacerdote-a-bolzano-aveva-avuto-un-rapporto-con-un-minorenne-team-k-serve-commissione-indipendente-su-abusi