Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

    Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

    Il nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (L’Asino d’oro, 2015), ci porta dentro un labirinto oscuro che ha come filo conduttore la ricerca ininterrotta della verità e la speranza di giustizia per le vittime delle dittature latinoamericane. Dal Cono Sur alla Penisola.

    di Gabriela Pereyra

    «Caro Eduardo, ti manifesto la mia sincera allegria per come tutto si è sviluppato secondo i piani prestabiliti. La precedente amministrazione aveva dimostrato eccessiva fragilità e aveva condotto il Paese a un limite estremo. Un governo forte e fermo sulle sue posizioni e nei suoi propositi può dare alla nazione ciò che necessità per tornare rapidamente al livello dei Paesi più prestigiosi. Un governo che sappia soffocare l’insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista». Il 28 marzo 1976, quattro giorni dopo il golpe argentino, Licio Gelli espresse con queste parole le congratulazioni all’ammiraglio Massera, insediatosi al vertice della Giunta civico-militare insieme ai generali Videla e Agosti. L’“uomo dei misteri e delle trame”, così definito dalla stampa italiana in occasione della sua morte avvenuta pochi giorni fa da uomo libero nella sua villa di Arezzo, quasi fosse un personaggio immaginario protagonista di un romanzucolo o di qualche spy-story di serie B, in realtà all’epoca del golpe faceva poco mistero del suo interesse riguardo la presa del potere da parte di un manipolo di nazifascisti sudamericani con il pieno appoggio dei poteri forti economici ed ecclesiastici.

    Gelli, pochi ricordano, assisterà al genocidio argentino che si consumò in particolare nei primi due dei sette anni di dittatura (1976-1983) comodamente seduto davanti alla sua grande scrivania in una stanza dell’ambasciata argentina a Roma dove svolgeva la mansione di consulente economico. Tanto è stato scritto in questi giorni sul “Venerabile”, deus ex machina della associazione segreta P2, ma nessuno si è soffermato sulla sua vicinanza alle vicende argentine.

    Basti ricordare che Massera, quasi prendendo alla lettera l’incoraggiamento di Gelli, fu il responsabile dell’Esma, uno dei famigerati lager di Buenos Aires da cui sono scomparse almeno 5mila persone. L’amico di Gelli è stato dunque uno dei principali responsabili di una storia di crimini contro l’umanità e violenze di ogni genere perpetrati nei confronti di chiunque avesse osato contrapporsi o non aderire a Piano di riorganizzazione nazionale ordito dalla Giunta che prevedeva la realizzazione di un modello socio economico neoliberista fondato su «valori occidentali e cultura cristiana». Una storia che per tanti motivi riguarda direttamente anche l’Italia. Solo per fare qualche esempio, sono almeno mille i desaparecidos di origine italiana, compresi i neonati che furono rubati alle loro mamme “sovversive” sequestrate, tenute in vita fino al parto e fatte scomparire nell’Atlantico con i cosiddetti voli della morte. E sono di origine italiana migliaia di aguzzini, presenti in tutti i livelli dell’organigramma dittatoriale dal vertice della Giunta in giù.
    Uno dei grandi meriti di “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos”, il nuovo libro-inchiesta del giornalista Federico Tulli, è quello di riportare in luce questi aspetti. Chiarendo subito, in maniera netta, che la vicenda dei desaparecidos e dei loro criminali giustizieri non appartiene a un passato relativamente lontano. È anzi di stretta, strettissima attualità.

    L’agile volumetto (150 pagine, 12 euro) si divide in tre parti. La prima è dedicata alla ricerca in Italia dei “figli rubati” ai desaparecidos. Il legame tra la tragedia del furto di neonati e il nostro Paese è molto più diretto e immediato di quel che si tende a pensare. Tra i primi lo evidenziò alla sua maniera il presidente della RepubblicaSandro Pertini nel messaggio di fine anno nel 1982. Pertini denunciò il furto di figli di desaparecidos anche da parte di famiglie italiane partite appositamente dal nostro Paese per appropriarsene. Una rivelazione choc rimasta incredibilmente inascoltata fino a oggi. Tuttavia c’è chi non si è mai arreso all’indifferenza di chi doveva indagare, e continua a cercare queste persone che ormai hanno circa 40 anni. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, almeno 70 “figli rubati” potrebbero vivere in Italia senza conoscere la propria storia. Per trovarli, le Abuelas agiscono in coordinamento con l’ambasciata argentina a Roma e il consolato a Milano che (con garanzia totale di tutela della privacy) mettono a disposizione di chiunque abbia il sospetto di essere un “nipote”, un kit per il prelievo di materiale genetico da confrontare con il Dna di familiari di desaparecidos conservato in una apposita “banca” a Buenos Aires. In totale si stima che i neonati strappati alle braccia delle madri biologiche in Argentina tra il 1976 e il 1983 siano stati almeno 500. Fino a oggi le Abuelas ne hanno ritrovati 119. Mai nessuno è ancora stato recuperato in Italia. Come ricostruisce Tulli nel libro tramite alcune interviste uno dei motivi per cui non si riesce a trovarli è legato proprio alla possibilità di cancellare le tracce garantita alle famiglie “di adozione” entrate nel nostro Paese, durante la dittatura o dopo la caduta, dalla rete di protezione realizzata da personaggi vicini alla P2 di Gelli.

    Nella seconda parte, anche questa di estrema attualità, l’indagine dell’autore si sofferma su un processo in corso di svolgimento a Roma per i crimini di lesa umanità subiti da 42 persone (tra cui 22 di origine italiana) sequestrate, torturate, uccise e scomparse nell’ambito del Piano Condor.
    Questo accordo inizialmente segreto e poi siglato “ufficialmente” a Santiago del Cile 40 anni fa, il 25 novembre 1975, tra le polizie di sette Paesi del Sud America – Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay – è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per eliminare chiunque fosse impegnato nella difesa dei diritti umani, della democrazia e di un sistema economico alternativo a quello di matrice neoliberista che gli Stati Uniti volevano esportare in America latina. Scomparve così in pochi anni una intera generazione. Centinaia di migliaia di persone furono perseguitate ovunque nel Cono Sur. Inseguite fino alla cattura dalle squadracce del terrore anche al di fuori dei loro confini nazionali, con la collaborazione delle altre polizie aderenti al Piano.

    Alla sbarra della III Corte d’assise presieduta dal giudice Evelina Canale nella famosa aula bunker del carcere di Rebibbia, vi sono 32 imputati. Generali, colonnelli, commissari, agenti di polizia e dei servizi segreti boliviani, cileni, uruguaiani e peruviani. O meglio, vi dovrebbero essere. Sono tutti contumaci tranne uno: l’italo-uruguayano Jorge Néstor Fernández Troccoli che a sorpresa si è presentato in tribunale il giorno di apertura del processo. L’ex spia della marina uruguayana è  accusata del sequestro e dell’omicidio di 20 persone, ma come se niente fosse si è seduto pochi posti più in là rispetto ai familiari delle vittime.
    Al rito si è arrivati dopo 16 anni dalla prima denuncia a conclusione dell’inchiesta iniziata nel 1999 e guidata dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, con il rinvio a giudizio per gli indagati che inizialmente erano 143. Sono tutti accusati solo di sequestro e omicidio, poiché in Italia la tortura non è reato e l’Italia non aderisce alla convezione Onu contro la sparizione forzata delle persone. Tra di loro, per la prima volta in Europa, figurano capi di Stato, responsabili delle giunte militari e capi supremi delle dittature latinoamericane degli anni Settanta, cioè l’intero apparato che gestì i cosiddetti anni del terrore. C’è Francisco Morales Bermúdez, presidente del Perú dal 1975 al 1980, c’è Pedro Richter Prada, suo primo ministro, o Juan Carlos Blanco, ministro degli Esteri nella dittatura militare in Uruguay. Non ci sono più, invece, perché deceduti, il capo della polizia segreta cilena Manuel Contreras (morto il 7 agosto 2015), il dittatore cileno Augusto Pinochet e i suoi omologhi argentini Jorge Videla ed Emilio Massera. Quello di Roma è anche il primo processo al mondo in cui si parla dell’Operazione Condor nel suo complesso.

    Un ruolo determinante nello svolgimento di questo giudizio è stato svolto dall’autore della premessa l’avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002. È lui la persona che il 22 dicembre 1992 scoprì ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a numerosi tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor e individuare responsabili dei crimini. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare e a far arrestare a Londra il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi principali del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo di Roma. Ma la via verso la “Verità e la Giustizia”, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre 2015, Almada, al termine dell’Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay. Una richiesta simile, per quanto riguarda gli archivi italiani, è stata inoltrata al presidente del Senato, Pietro Grasso.
    Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è infine ulteriormente evidenziato nella postfazione firmata dalla giornalista culturale del settimanale Left, Simona Maggiorelli. Si tratta di una inchiesta costruita attraverso testimonianze e interviste a importanti scrittori spagnoli, che ricostruisce la storia agghiacciante dei 300mila bambini sottratti all’interno di cliniche gestite da congreghe o lobby religiose, ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975. È qui, in questa storia accaduta a due passi dall’Italia ma ancora scarsamente indagata e praticamente sconosciuta al pubblico italiano, che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

  • Turismo sessuale e minori, italiani in testa nella classifica dei clienti

    Turismo sessuale e minori, italiani in testa nella classifica dei clienti

    L’estate scorsa avevamo parlato di turismo sessuale femminile, spiegando come anche le donne partano per mete esotiche con l’obiettivo di avere rapporti a pagamento. Avevamo spiegato che questa abitudine sempre più diffusa non le rende in alcun modo diverse dagli uomini.

    Ma quest’anno dobbiamo tornare ad affrontare l’argomento quasi esclusivamenet da un punto di vista maschile. Già, perché secondo l’ultimo rapporto di Ecpat Italia (organizzazione che si batte contro lo sfruttamento sessuale dei bambini) salta fuori che gli italiani (per lo più uomini) sono ai primi posti come clienti di bambini fatti prostituire in Paesi del Terzo Mondo.

    “Se prima in alcuni Paesi eravamo fra le prime 4-5 nazionalità, oggi siamo i più presenti in molti paesi”, spiegano Ecpat e Fiab che hanno lanciato la campagna che partirà domani in 29 città “Un altro viaggio è possibile”, per chiedere che i mondiali di calcio in Brasile siano a “impatto zero sui bambini”.

    “Questa tendenza è molto allarmante”, spiega Marco Scarpati, presidente della sezione italiana dell’organizzazione. “Queste persone non sono pedofili. I pedofili abituali sono il 5 per cento, la maggioranza invece dei turisti sessuali è composta da persone che vanno all’estero per provare un’esperienza trasgressiva”, spiega Scarpati. L’organizzazione ha stimato che nel mondo ogni anno ci sono un milione di turisti sessuali che rivolgono le loro attenzioni a minori tra i 12 e 14 anni, e a volte anche più piccoli. I turisti che si rivolgono alla prostituzione minorile sono un terzo del totale.

    A parlare del rapporto è anche il Daily Telegraph, che indica come le mete preferite dai turisti sessuali italiani siano il Kenya, Santo Domingo, la Colombia e il Brasile. Il turismo sessuale e la pornografia sono spesso gestiti da reti criminali internazionali e quindi l’unico modo per combatterli è quello di coordinare le attività della polizia a livello internazionale. Dopo l’Italia i turisti sessuali vengono da Germania, Giappone, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e recentemente anche Cina.

    Il Kenya è tra i paesi più a rischio: da 10.000 a 15.000 bambine che vivono nelle aree costiere di Malindi, Mombasa, Kalifi e Diani sono coinvolte nella prostituzione occasionale – fino al 30% di tutte le bambine fra i 12 e i 18 anni che vivono in quelle zone. Fra 2.000 o 3.000 bambine e bambini sono inoltre coinvolti nel mercato del sesso a tempo pieno.

    Secondo l’identikit del turista che va in cerca di sesso con minori realizzato da Ecpat l’età media si è abbassata (tra i 20 e i 40 anni); possono essere sposati o single, maschi o femmine (anche se la maggioranza sono maschi) stranieri o locali, ricchi o turisti con budget limitato. Possono avere un alto livello socio-economico o provenire da un ambiente svantaggiato. Lo studio distingue i turisti sessuali in tre distinte categorie: quelli occasionali (spesso in quel Paese per lavoro) sono la maggioranza ; poi ci sono i turisti abitudinari che acquistano residenze che abitano in alcuni periodi dell’anno; e i pedofili.

    I motivi che inducono un turista sessuale ad andare alla ricerca di sesso da bambini e adolescenti sono diversi: tra questi “l’anonimato e l’impunità”, ma anche la ricerca di nuove esperienze: classico di un “consumismo sessuale”; la discriminazione che sconfina nel razzismo; la difficoltà nello stabilire rapporti paritari con le donne; la falsa credenza che fare sesso con bambini sia a minor rischio Aids”. Secondo stime dell’Organizzazione mondiale del turismo ogni anno almeno 3 milioni di persone partono per viaggi a scopo ‘sessuale’. Un sesto di loro, tra quelli che arrivano in America Latina e nei Caraibi, è a caccia di bambini o adolescenti.

    http://27esimaora.corriere.it/articolo/turismo-sessuale-e-prostituzione-minorile-italiani-in-testa-nella-classifica-dei-clienti/

  • Dall’Uruguay a Savona per testimoniare “Abusato da 3 preti, uno è ligure”

    Dall’Uruguay a Savona per testimoniare “Abusato da 3 preti, uno è ligure”

    Genova – «Sono nato in Brasile. All’età di 6 mesi mia madre mi ha portato con sé in Uruguay, la sua terra. Mio padre non poteva tenerci con sé perché era sposato. Aveva già una famiglia. Dall’età di sei mesi fino a otto anni sono cresciuto in un istituto cattolico. Poi, in altre missioni.

    E sono stato abusato da tre sacerdoti»: è una sintesi della lunga intervista registrata dal sito del Secolo XIX con il giovane sudamericano che sostiene di essere stato abusato ripetutamente, insieme con altri ragazzini, da parte di tre missionari. Di cui uno ligure: don Francesco Zappella, attualmente parroco a Borghetto Santo Spirito e in passato missionario proprio in Uruguay, per cui la onlus Rete L’Abuso ha chiesto ufficialmente a monsignor Guglielmo Borghetti, vescovo coadiutore della Diocesi di Albenga, la rimozione e l’apertura di un processo canonico.

    Il Secolo XIX aveva già raccolto la testimonianza del giovane a distanza, quando si era saputo che nel presunto caso di pedofilia era coinvolto un sacerdote ligure. Il 29enne ha deposto in Uruguay, e poi, proprio grazie al sostegno della Rete L’Abuso, ha affrontato il viaggio aereo per deporre in Italia, a Savona. Prima della sua deposizione, prima del suo rientro in America Latina, ha accettato di raccontare nei dettagli la sua vicenda personale. Racconta della fiducia che aveva nei sacerdoti, e in particolare in quel prete italiano che gli era stato assegnato come tutor. Provvedeva lui ad aiutarlo a studiare.

    Ma, in cambio, esigeva di essere “massaggiato”: e questi massaggi si traducevano poi in pratiche sessuali. Il giovane non si capacita di come un missionario possa fare cose come queste: «La mia vita sarebbe stata diversa, se non lo avessi incontrato?». Oggi il giovane è padre, e si dichiara spaventato all’idea che i suoi bambini, e altri bambini, possano dover affrontare quanto dice di avere subìto. Racconta di avere ricevuto regali, come altri ragazzini ai quali poi veniva chiesto di fare sesso. Racconta di ingenti quantità di denaro, che il prete avrebbe usato per quegli acquisti, dopo avere ricevuto donazioni da parte di fedeli devoti. Dice anche di avere provato a denunciare, quando si è reso conto che quello che credeva un padre non si comportava come un padre. Questa è una breve sintesi della sua lunga dichiarazione. Una dichiarazione di parte: al vaglio della Procura. Se sarà ritenuta attendibile, il sacerdote sarà invitato a chiarire, e nel caso a smentire, le accuse che il ragazzo gli muove.

    La vicenda è venuta alla luce grazie all’associazione La Rete L’Abuso, fondata da Francesco Zanardi, vittima a suo tempo di abusi da parte di un altro sacerdote ligure. La versione del prete: «Solo calunnie, sono sereno» Interpellato in giornata dal Secolo XIX, don Zappella (accusato insieme con due sacerdoti che vivono in Uruguay, padre Gabriel Tojos e padre Sebastian Silvera) si è detto «sereno», perché «sono tutte calunnie» e anche perché «il vescovo ha rifiutato le mie “dimissioni”, resto a disposizione della giustizia».

    Se i fatti denunciati fossero veri, si tratterebbe di una storia molto grave: la pedofilia sarebbe stata praticata per anni, su numerose vittime. Non solo: i soldi inviati dalle famiglie liguri a sostegno della missione, sarebbero stati utilizzati in buona parte per fare regali, costosi, ai ragazzini abusati, per tenerli legati al presunto pedofilo.

    Ci sarebbero donazioni utilizzate non per aiutare bambini in difficoltà, ma per comprarli. Nell’intervista video, la presunta vittima sostiene che il sacerdote italiano abbia una doppia vita: da una parte quella del pastore devoto, fragile, generoso, dall’altra quella del pedofilo, che utilizza la veste di “uomo di Dio” per abusare: «Io lo dicevo, lo raccontavo… – afferma – ma loro, i preti, si coprivano l’uno con l’altro: era una mafia». Ma adesso «non deve succedere più, non deve succedere ad altri bambini».

  • Scandalo preti pedofili: sacerdoti in fuga verso Sud America

    Scandalo preti pedofili: sacerdoti in fuga verso Sud America

    Da un indagine del Globalpost: che fine hanno fatto i preti pedofili? la libertà è in Sud America.

    La riforma di Papa Bergoglio sui controlli in Vaticano ha instillato nei Cattolici Romani la speranza di un cambiamento radicale nella chiesa. Ma proprio mentre le parole del pontefice si diffondono a macchia d’olio fra le sparute diocesi di tutto il mondo, il Globalpost porta alla luce l’ennesimo scandalo di abusi su minori, che vede coinvolti i preti pedofili americani scampati dalla giustizia e protetti dalla chiesa in Sud America, in paesi come Colombia o Perù.

    Scandalo preti pedofili in Sud America: i fatti

    In un’indagine durata un anno, il Globalpost è riuscito a rintracciare ed intervistare sacerdoti scampati alla giustizia grazie al mistico intervento della Chiesa Cattolica Romana. Tutti i protagonisti di abusi su minori, ad eccezione di uno, conducono la messa e predicano nelle piccole comunità del Sud America.
    Alcuni di questi uomini sono perseguiti penalmente negli Stati Uniti, ma si sono sottratti alle loro responsabilità.
    Uno di loro, messo sotto torchio dall’intervistatore, ha perfino ammesso di aver stuprato un ragazzino di 13 anni, riconoscendo “amaramente” che per questa ragione non potrà più tornare a predicare in America, ma beandosi di essersi integrato perfettamente in una piccola comunità di pescatori del Perù.

    Un altro è indagato dall’autorità brasiliana per molestie. L’uomo, con il sostegno della Chiesa Cattolica, era riuscito a fondare una centro d’accoglienza per bambini senzatetto.

    Durante l’inchiesta, il Globalpost ha intervistato alcuni appartenenti alle diocesi sotto accusa, ma nessun alto esponente del clero locale, ne tanto meno nessun portavoce vaticano, ha accettato di deporre una dichiarazione, sia pure per negare le terribili accuse.

    “Dato che nei paesi sviluppati è più difficile riuscire a mantenere i preti pedofili al loro posto, i vescovi li spostano nelle zone di mondo in via di sviluppo, dove l’applicazione della legge è meno rigida.”

    Ha dichiarato David Clohessy, avvocato e portavoce SNAP (Survivor Network of Those Abused by Priest).

    Padre Jan Van Dael:”Si, sono un pedofilo nel vero senso del termine”

    Quando la troupe del Globalpost arriva nei quartieri poveri di Fortaleza dove padre Jan Van Dael, 76 anni, esercita le sue funzioni, lo sorprende mentre afferra per il braccio un bambino del posto e gioca con i suoi capelli con aria compiaciuta, come testimoniano le foto.

    Van Dael, nato in Belgio, gestisce un orfanotrofio in Brasile. Si trova in Sud America dal 1980, dopo che era stato allontanato dalla sua diocesi di appartenenza.
    Nel corso degli anni l’uomo, agevolato dai tassi d’interesse profittevoli di Rio De Janeiro, ha aperto il suo centro di accoglienza dando ospitalità e cibo ai bambini più indigenti. La parte sporca della faccenda è che il sacerdote, sembra, non abbia fatto tutto questo disinteressatamente. Nella sua casa sono state trovate centinaia di foto di bambini e un indagine ha rivelato che nel corso della sua carriera l’uomo è più volte stato accusato di tessere rapporti ambigui con i bambini di cui si prendeva cura.
    Le accuse partono dal Belgio, agli inizi degli anni 70, in seguito alle quali il sacerdote fu allontanato. A Fortaleza le autorità giudiziarie hanno dichiarato al Globalpost che ci sono decine di denunce per abuso sul suo conto, ma che le indagini si sono sempre arenate per mancanza di prove e per una scarsa collaborazione da parte dell’autorità vaticana che pare abbia imposto il silenzio a chi è a conoscenza di qualcosa di più.

    “In Brasile la percezione della religione cattolica è molto alta. Il prete è un’autorità e per i bambini piccoli è molto difficile comprendere che dietro una carezza o un bacio di un sacerdote possano esserci degli abusi.”

    Ha dichiarato Livia De Souza, procuratore federale di Fortaleza che si sta occupando delle indagini.

    Al microfono dell’intervistatore, Van Dael ha affermato di essere estremamente ben voluto da tutti e si è paragonato a Gesù Cristo. In merito alle accuse di pedofilia ha risposto:

    “Il termine pedofilia deriva dal greco e significa letteralmente: amicizia con i bambini. In questo caso, allora si, io sono un pedofilo nel senso stretto del termine!”

    L’uomo legittima la sua innocenza, vantando di non aver mai subito un processo da parte della Chiesa Cattolica.

    L’arcivescovo di Fortaleza, che ha il controllo sui membri delle diocesi, ha rifiutato il colloquio con gli intervistatori. In merito agli scandali all’interno della chiesa cattolica esistono delle procedure ben precise, filtrate dal segreto pontificio sancito da una lettera apostolica di Papa Giovanni Paolo II.

    Padre Paul Madden, pedofilo reo confesso

    Padre Paul Madden, irlandese, ha ammesso davanti alla corte uno stupro compiuto nel 1973 ai danni di un tredicenne.
    L’uomo nel 2003 si è anche scusato con la famiglia della vittima, chiedendo perdono per il reato commesso. Tuttavia, poiché troppo tempo era trascorso dai fatti, non è stato possibile incriminarlo per il reato di pedofilia e abuso su minore.
    Quindi, Madden oggi non è a scaldare il giaciglio delle patrie galere, ma potrete trovarlo ogni domenica nella parrocchia di Puerto Huarmey, Perù.

    “Qualcosa è successo. Non so, ero ubriaco e mi sono svegliato nel cuore della notte. E’ stata la prima volta in assoluto…però beh, si qualcosa è successo. Sono fiducioso nella misericordia di Dio e se ho commesso qualche peccato sarò perdonato.”

    Ha dichiarato Madden intervistato dal Globalpost.

    L’anno scorso Papa Francesco ha inviato una lettera a tutti i vescovi del mondo predicando la “tolleranza zero” nei casi dei preti pedofili.
    Per quale motivo allora Paul Madden esercita ancora le sue funzioni in Perù?

    Il Globalpost ha provato a contattare il vicario generale Rodriguez Ruiz, ma non ha ricevuto una risposta a questa pur pertinente domanda.

    Padre Fredy Montero, Dall’Ecaudor al Minnesota e poi di nuovo in Ecuador

    Incontrare Padre Fredy Montero è arduo come incontrare un fuorilegge. Guaranda è un paesino montanaro dell’Ecuador, protetto da una foresta che lo circonda in ogni suo lato. La troupe del globalpost era sulle sue tracce perché nel 2007 Montero è stato accusato di abuso su una bambina di 4 anni, quando era sacerdote a Minneapolis. La piccola ha sostenuto diversi incontri con uno psicologo, che l’ha trovata psicologicamente devastata dall’incontro con l’orco, seppur inconsapevole di cosa le era accaduto.
    Ella aveva detto al padre:“Papà, padre Fredy mi ha baciata sulle labbra.” Purtroppo la bambina èmorta per un tumore qualche anno dopo e un’indagine più approfondita non è stata portata avanti per mancanza dell’unica testimone.
    Tuttavia nel computer di padre Montero vennero trovati file compromettenti di natura pedopornografica.

    L’arcidiocesi di Minneapoli ha allontanato padre Montero a seguito dello scandalo ed il sacerdote è tornato in patria, precisamente nel piccolo paesino di Guaranda, dove è stato accolto dall’arcidiocesi locale.
    Una fredda lettera dell’arcidiocesi di Minneapolis aveva messo in guardia i responsabili della chiesa di Guaranda sul passato di padre Fredy, ma non c’è mai stata la reale intenzione di denunciarlo alle autorità.
    Padre Montero da due anni non esercita più le sue funzioni: non perché su di lui sia stato preso qualche provvedimento, quanto perché ha pensato di candidarsi sindaco.

    La troupe trova Padre Montero alla guida di un furgoncino carico di ragazzini, di ritorno da una partita di calcio. Ha accettato con riluttanza di parlare ai microfoni, ma ha negato qualsiasi accusa.

    Padre Federico Fernandez Baez e la sua fuga in Colombia

    Jennifer è una donna di San Antonio perseguitata da tutta la vita da un incubo ricorrente: un uomo che la insegue, facendola precipitare in fondo ad un buco nero.
    La psicoterapia ha fatto emergere la verità sul suo sogno. L’uomo è Padre Federico Fernandez Baez, sacerdote di San Antonio che la stuprò nella prima metà degli anni 80.

    Baez è stato incriminato per due accuse di abusi su minori nel 1987, ma negoziando un patteggiamento e offrendo un risarcimento sottobanco alle famiglie di un milione di dollari – presumibilmente di provenienza vaticana – è riuscito ad evitare il processo.

    Il patteggiamento è stato negato, ma Baez per qualche motivo non ha mai sostenuto il processo ed è stato allontanato dagli USA dal Vaticano. Nel 2011, Umberto Leal, un cittadino messicano nel braccio della morte in Texas per aver stuprato a morte una ragazza nel 1995, raccontò la sua infanzia e ricordò di essere stato molestato a sua volta da padre Fred.
    Il team legale di Leal si è messo alla ricerca di ulteriori prove su padre Fernandez, trovando altre vittime della sua malsana pulsione. Leal ha ricevuto l’iniezione letale ed è morto; al contrario, padre Fernandez non soltanto è libero, ma occupa una posizione di prestigio alla Universidad de San Buenaventura di Cartagena, Colombia. Egli è segretario, il secondo rango amministrativo più alto nell’organigramma.

    Fernandez, a seguito delle accuse si è recato in Colombia dove ha continuato la sua attività di sacerdote protetto dall’arcidiocesi. Il globalpost ha provato ad intervistarlo sul suo luogo di lavoro, ma egli è inavvicinabile. Durante la caccia all’uomo, la troupe ha ricevuto diverse lettere anonime che confermavano la sua presenza all’interno dell’Università.

    I ragazzi che studiano all’Università di San Buenaventura si sono dichiarati disgustati e increduli che un esponente della categoria “preti pedofili” potesse rivestire una carica così alta nella loro università.
    L’inchiesta del Globalpost si conclude con un’intervista mancata: padre Fernandez è riuscito ancora una volta a sottrarsi alle sue responsabilità e ai suoi sensi di colpa, rifiutando ogni confronto con il suo passato.
    Egli però rilascia comunicati e dichiarazioni sul sito internet dell’università, ogni giorno, come questo risalente al 2015: www.templodesanfrancisco.com/web/index.php?option=com_content&view=article&id=696:holy-week-a-easter-b&catid=47:sunday-reflections&Itemid=62

    Protetto dalle eminenze grige che l’hanno collocato al sicuro fra quelle mura, Don Federico Fernandez Baez sa di essere intoccabile.

    Tutte le immagini sono di esclusiva proprietà del GlobalPost

    http://www.controcopertina.com/scandalo-preti-pedofili-sacerdoti-in-fuga-verso-sud-america/

  • Abusi sessuali su bambini ospiti in comunità: sospettato prete bergamasco

    Abusi sessuali su bambini ospiti in comunità: sospettato prete bergamasco

    Ci sarebbe anche don F. Z., un prete originario della provincia di Bergamo, tra i tre sacerdoti accusati di pedofilia da parte di un ragazzo sudamericano che sarebbe stato abusato ripetutamente, insieme ad altri ragazzini ospiti di una comunità in Uruguay.

    Per il religioso bergamasco, in passato missionario proprio in Uruguay e ora al servizio in una parrocchia del nord Italia, la onlus Rete L’Abuso ha chiesto ufficialmente la rimozione dall’incarico e l’apertura di un processo canonico.

    “Sono nato in Brasile. All’età di 6 mesi mia madre mi ha portato con sé in Uruguay, la sua terra – il racconto del ragazzo che ora ha 29 anni a Il Secolo XIX- . Mio padre non poteva tenerci con sé perché era sposato. Aveva già una famiglia. Dall’età di sei mesi fino a otto anni sono cresciuto in un istituto cattolico. Poi, in altre missioni. E sono stato abusato da tre sacerdoti”.

    Il 29enne ha deposto in Uruguay, e poi, grazie al sostegno della Rete L’Abuso, ha affrontato il viaggio aereo per deporre in Italia. Ha raccontato della fiducia che aveva nei sacerdoti, e in particolare in quel prete bergamasco che gli era stato assegnato come tutor. Provvedeva lui ad aiutarlo a studiare. Ma, in cambio, esigeva di essere “massaggiato”: e questi massaggi si traducevano poi in pratiche sessuali.

    Ha aggiunto di avere ricevuto regali, come altri ragazzini ai quali poi veniva chiesto di fare sesso. Racconta di ingenti quantità di denaro, che il prete avrebbe usato per quegli acquisti, dopo avere ricevuto donazioni da parte di fedeli devoti. Dice anche di avere provato a denunciare, quando si è reso conto che quello che credeva un padre non si comportava come un padre.

    Una dichiarazione di parte la sua, che è ora al vaglio della Procura. Se sarà ritenuta attendibile, il sacerdote bergamasco sarà invitato a chiarire, e nel caso a smentire, le accuse che il ragazzo gli muove.

    La vicenda è venuta alla luce grazie all’associazione La Rete L’Abuso, fondata da Francesco Zanardi, vittima a suo tempo di abusi da parte di un altro sacerdote ligure.

    Intanto don Z. si difende: “Chi mi attacca era stato mandato in un collegio rieducativo perché accusato di violenza sessuale su una dodicenne. La gogna mediatica è tanta e ti distrugge, ma ho un Vescovo che sa tutto e mi sprona ad andare avanti”, scrive sulla sua pagina di Facebook.

    http://www.bergamonews.it/cronaca/abusi-sessuali-su-bambini-ospiti-comunit%C3%A0-sospettato-prete-bergamasco-207883

  • L’inferno del giovane uruguaiano: “Abusato da 3 preti, uno è ligure”

    L’inferno del giovane uruguaiano: “Abusato da 3 preti, uno è ligure”

    Si racconta a viso scoperto in un video realizzato dalle telecamere di XIXTV. Ecco l’incredibile storia di un ragazzo abusato fin da bambino da un sacerdote ancora in libertà.

    “Mi ha abusato in Uruguay, e anche qui in Italia“. Una storia raccontata a fatica, dove il giovane, che oggi ha 29 anni, ripercorre la sua infanzia e la sua adolescenza segnate da momenti e persone che mai potrà dimenticare.

    Troppi sono gli abusi, gli inganni, i gesti, gli sguardi di quei preti pedofili che gli hanno rovinato l’esistenza.

    Nato in Brasile, abbandonato dalla madre e dal padre, a soli sei mesi è stato affidato a unistituto cattolico in Uruguay fino all’età di otto anni. Era considerato orfano a tutti gli effetti: senza genitori, senza documenti, senza nessuno che potesse difenderlo. Così sono iniziate le lunghe notti in parrocchia, dove veniva invitato da quel prete missionario italiano a dormire. Eppure, anche se lui ancora non poteva capire, racconta di un prete che li toccava i genitali gemendo. Il racconto, sofferto e rabbioso, continua: “A 14 anni sono venuto in Italia per studiare e prendere il diploma da infermiere. Nuovamente vengo accolto dal quel prete italiano a Savona in una parrocchia dove mi garantisce i soldi per studiare, per i vestiti e tutto il resto. Ma in cambio vuole farsi massaggiare, diceva che ne aveva bisogno”. Il prete che gli fa da tutor è don Francesco Zappella, attualmente parroco a Borghetto Santo Spirito e in passato missionario proprio in Uruguay, per cui la onlus Rete L’Abuso ha chiesto ufficialmente a monsignor Guglielmo Borghetti, vescovo coadiutore della Diocesi di Albenga, la rimozione e l’apertura di un processo canonico.

    Inizia così una sorta di terrorismo psicologico: “Non voleva che avessi la ragazza, diceva di amarmi come un padre ama il proprio figlio, mi abbracciava, voleva fare sesso, mi toglieva i vestiti e mi toccava”. Il sacerdote in questione, che giustificava i suoi gesti dicendo di amare come un padre, ogni volta riusciva a convincere il povero giovane, arrivando addirittura a minacciarlo di toglierli il denaro, se si fosse rifiutato di contraccambiare il suo amore. “Quando diceva di amarmi io ci credevo – racconta nel video- mi aiutava, mi difendeva, però poi voleva i miei baci. Compra la gente con i soldi per tenersela vicino e la ricatta. Chissà quanti ragazzi in questi anni hanno subito quello che ho subito io. Era l’inferno“. A un certo punto del racconto, il giovane arriva addirittura a confessare che: “Quando mi sono reso conto di quello che il prete mi faceva ho pensato di suicidarmi. Non capivo, perché da una parte diceva di amarmi come un padre e dall’altra faceva certe cose”.

    Un prete considerato da tutti “lindo e buono”, che dice messa, che aiuta, che e’ amico, “ma una volta rientrato in parrocchia si trasforma, ride di fronte ai ragazzini e li vede come un premio e ne approfittava”. La gente viene ingannata, nessuno sa, però chi lo ha conosciuto come me, non ha il coraggio di affrontarlo perché lui può tutto, può pagare l’avvocato e tutto il resto”. Il giovane ha trovato il coraggio e ha deposto in Uruguay e ha avuto la possibilità di deporre anche in Italia a Savona. La versione del prete: “Solo calunnie, sono sereno”. Interpellato dal Secolo XIX, don Zappella (accusato insieme con due sacerdoti che vivono in Uruguay, padre Gabriel Tojos e padre Sebastian Silvera) si è detto “sereno”, perché “sono tutte calunnie” e anche perché “il vescovo ha rifiutato le mie “dimissioni”, resto a disposizione della giustizia”.

    Oggi, il giovane è diventato padre, e il dolore, le umiliazioni, le sofferenze, i brutti ricordi, lasciano spazio alla rabbia e a una paura:”che mio figlio o qualcuno vicino a me possa incrociarlo”. Lui da sempre diceva agli atri preti missionari quanto gli veniva fatto ma “si coprivano tutti, era una mafia“.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/linferno-giovane-uruguaiano-abusato-3-preti-ligure-1169023.html

  • Dall’Uruguay a Savona per testimoniare: «Abusato da 3 preti, uno è ligure»

    Dall’Uruguay a Savona per testimoniare: «Abusato da 3 preti, uno è ligure»

    Genova – «Sono nato in Brasile. All’età di 6 mesi mia madre mi ha portato con sé in Uruguay, la sua terra. Mio padre non poteva tenerci con sé perché era sposato. Aveva già una famiglia. Dall’età di sei mesi fino a otto anni sono cresciuto in un istituto cattolico. Poi, in altre missioni. E sono stato abusato da tre sacerdoti»: è una sintesi della lunga intervista registrata dal sito del Secolo XIX con il giovane sudamericano che sostiene di essere stato abusato ripetutamente, insieme con altri ragazzini, da parte di tre missionari. Di cui uno ligure: don Francesco Zappella, attualmente parroco a Borghetto Santo Spirito e in passato missionario proprio in Uruguay, per cui la onlus Rete L’Abuso ha chiesto ufficialmente a monsignor Guglielmo Borghetti, vescovo coadiutore della Diocesi di Albenga, la rimozione e l’apertura di un processo canonico.

    Il Secolo XIX aveva già raccolto la testimonianza del giovane a distanza, quando si era saputo che nel presunto caso di pedofilia era coinvolto un sacerdote ligure. Il 29enne ha deposto in Uruguay, e poi, proprio grazie al sostegno della Rete L’Abuso, ha affrontato il viaggio aereo per deporre in Italia, aSavona.

    Prima della sua deposizione, prima del suo rientro in America Latina, ha accettato di raccontare nei dettagli la sua vicenda personale. Racconta della fiducia che aveva nei sacerdoti, e in particolare in quel prete italiano che gli era stato assegnato come tutor. Provvedeva lui ad aiutarlo a studiare. Ma, in cambio, esigeva di essere “massaggiato”: e questi massaggi si traducevano poi in pratiche sessuali.

    Il giovane non si capacita di come un missionario possa fare cose come queste: «La mia vita sarebbe stata diversa, se non lo avessi incontrato?». Oggi il giovane è padre, e si dichiara spaventato all’idea che i suoi bambini, e altri bambini, possano dover affrontare quanto dice di avere subìto. Racconta di avere ricevuto regali, come altri ragazzini ai quali poi veniva chiesto di fare sesso. Racconta di ingenti quantità di denaro, che il prete avrebbe usato per quegli acquisti, dopo avere ricevuto donazioni da parte di fedeli devoti. Dice anche di avere provato a denunciare, quando si è reso conto che quello che credeva un padre non si comportava come un padre.

    Questa è una breve sintesi della sua lunga dichiarazione. Una dichiarazione di parte: al vaglio della Procura. Se sarà ritenuta attendibile, il sacerdote sarà invitato a chiarire, e nel caso a smentire, le accuse che il ragazzo gli muove. La vicenda è venuta alla luce grazie all’associazione La Rete L’Abuso, fondata da Francesco Zanardi, vittima a suo tempo di abusi da parte di un altro sacerdote ligure.

    La versione del prete: «Solo calunnie, sono sereno»
    Interpellato in giornata dal Secolo XIX, don Zappella (accusato insieme con due sacerdoti che vivono in Uruguay, padre Gabriel Tojos e padre Sebastian Silvera) si è detto «sereno», perché «sono tutte calunnie» e anche perché «il vescovo ha rifiutato le mie “dimissioni”, resto a disposizione della giustizia».

    Se i fatti denunciati fossero veri, si tratterebbe di una storia molto grave: la pedofilia sarebbe stata praticata per anni, su numerose vittime. Non solo: i soldi inviati dalle famiglie liguri a sostegno della missione, sarebbero stati utilizzati in buona parte per fare regali, costosi, ai ragazzini abusati, per tenerli legati al presunto pedofilo. Ci sarebbero donazioni utilizzate non per aiutare bambini in difficoltà, ma per comprarli. Nell’intervista video, la presunta vittima sostiene che il sacerdote italiano abbia una doppia vita: da una parte quella del pastore devoto, fragile, generoso, dall’altra quella del pedofilo, che utilizza la veste di “uomo di Dio” per abusare: «Io lo dicevo, lo raccontavo… – afferma – ma loro, i preti, si coprivano l’uno con l’altro: era una mafia». Ma adesso «non deve succedere più, non deve succedere ad altri bambini».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2015/09/07/ARyzWlqF-testimoniare_uruguay_abusato.shtml

  • «Mi chiamava il mio piccino quel prete era malato di sesso»

    «Mi chiamava il mio piccino quel prete era malato di sesso»

    NON CERCA fama. Non cerco vendetta. Né soldi. Solo verità. E non per me. Non sono più il bambino che in quell’uomo di Dio vedeva un padre. Voglio solo che non succeda ad altri ragazzini: orfani, senza difesa, senza voce. E’ per loro, che ho trovato il coraggio di denunciare». Guarda negli occhi, il ragazzo del Brasile, mentre racconta. Il tono è teso. Agita le mani, mentre si chiede “perché, perché, un prete fa certe cose, con un bambino”. «Non dovrebbe farle, no?». E poi, scuote la testa. La bocca si fa secca, gli occhi guardano lontano. Ieri il ragazzo del Brasile ha raccontato la sua verità alla procura di Savona che per il momento si è limitato ad aprire un fascicolo senza indagati. C’è già stato, nel Savonese, il ragazzo del Brasile. Era più giovane. E’ stato, il suo, un viaggio terribile: l’ultimo di una serie di abusi, che gli ha aperto finalmente gli occhi. «Tre preti, in quella missione, mi hanno abusato – racconta – ed uno, in particolare, ha continuato a farlo per anni. Io non capivo, no: quando mi toccava. Io mi fidavo. Gli volevo bene. E ce ne ho messo, di tempo, per rendermi conto della violenza, della verità». Aveva provato, a denunciare, il ragazzo del Brasile. Non era successo niente. «Io lo dicevo, lo raccontavo… ma loro, i preti, si coprivano l’uno con l’altro». Nessuno crede ad un bambino di strada. Nessuno. La forza di dire basta, l’ha trovata solo ora. Ora che è uomo. E padre. E che ha saputo, sconvolto, che gli abusi erano toccati anche ad un fratello, piccolino. «Non deve succedere più. Non deve succedere ad altri bambini». Racconta la sua verità, con forza. Racconta dell’infanzia rubata, del tentativo di suicidio. E Francesco Zanardi, che ci è passato, che l’abuso, da un altro prete, l’ha subito, gli crede: «Sarà la giustizia, a dire se la denuncia è vera oppure no: io mi ci ritrovo. E quando mi ha cercato, per chiedere aiuto, ho detto di sì. Se quel che dice è vero, allora ci sono altre vittime: e c’è un pedofilo da fermare». Zanardi parla, il ragazzo del Brasile lo guarda, e si porta le mani alla testa, battendo il dito sulla tempia: «Io giuro che è così: quell’uomo è malato. Non sa quel che fa. Io credo in Dio. E Papa Francesco dice che si deve denunciare. Chiedo solo questo: verità. Lo devo a tutti quei bambini che potrebbero finire come me, violati, nella stessa missione». Racconta dettagli tremendi: di come lo chiamasse sempre “il mio piccino”, quel prete, anche quand’era diventato grande. «Lui mi voleva sempre bambino». E di come lo chiamasse bastardo, durante il sesso: «Non sapevo cosa volesse dire. Venne una suora italiana, un giorno. Dissi le parole che lui mi diceva. Lei impallidì. Capii, allora, il vero significato. Quel padre non mi voleva bene….»

    SONDRA COGGIO Il Secolo XIX Albenga

  • Il Brasile scelto dal Vaticano per nascondere preti pedofili italiani

    Il Brasile scelto dal Vaticano per nascondere preti pedofili italiani

    Lo scandalo della pedofilia nella Chiesa Cattolica si allarga e arriva anche in Brasile . A tracciare una mappa esatta di quali sacerdoti con precedenti in materia sono stati messi e dove, una sorta di who’s who dell’orrore è stata l’agenzia di notizie statunitense Associated Press .

    Su 30 casi di padri accusati di abusi sessuali passati al setaccio dall’AP si è così venuto a sapere che il Vaticano in passato aveva scelto come soluzione il trasferimento in altri paesi, 21 per l’esattezza, e che proprio il Brasile ha giocato un ruolo significativo perché ne ha ospitati almeno due come denunciato dal più importante quotidiano brasiliano Folha de Sao Paulo.

    Il primo è padre Mario Pezzotti accusato nel 1993 dall’americano Joseph Callander di stupri e abusi avvenuti nel 1959presso l’ormai chiuso Xaverian Missionary Faith High School di Holliston nel Massachusetts. In una lunga intervista alla Folha Callander racconta dell’indennizzazione che ricevette dalla Chiesa, 175 mila dollari Usa, per chiudere la vicenda e di come padre Pezzotti fosse stato poi inviato in Brasile “per trovare la cura” presso gli indios nel Parà, nel nord del paese sudamericano. Rispedito in Italia è poi ritornato in Brasile.

    Il secondo è il gesuita Clodoveo Piazza , italiano, naturalizzato brasiliano residente per molti anni a Salvador de Bahia, diventato per la sua opera meritoria presso le popolazioni più misere e l’infanzia addirittura segretario dello Stato di Bahia per lo sviluppo sociale e la lotta alla povertà. Nel 2009 le autorità brasiliane lo hanno accusato insieme a un membro di una Ong non solo di abusi sessuali ma anche di istigazione alla prostituzione perché, secondo le accuse, entrambi spingevano stranieri in visita a compiere abusi sessuali su minorenni. Padre Piazza è stato recentemente trasferito in Mozambico e nega di aver compiuto qualsiasi abuso.

    http://archivio.panorama.it/mondo/latinoamericana/Il-Brasile-scelto-dal-Vaticano-per-nascondere-preti-pedofili-italiani

  • Turismo sessuale: gli italiani in vetta alla classifica

    Turismo sessuale: gli italiani in vetta alla classifica

    Padri di famiglia (e non solo) alla ricerca di bambini da sfruttare sessualmente.

    In un’Italia divisa tra sostenitori e oppositori delle unioni civili, ecco spuntare una ricerca che lascia cadere il mito della famiglia tradizionale. Padri di famiglia, genitori amorevoli che diventano in breve tempo delle proprie e vere belve disumane. Accade nel mondo, non direttamente in Italia. Una vacanza al sud del mondo, li nei posti più disperati dovebambine e bambini di ogni età vengono venduti (spesso dai stessi genitori) in cambio di denaro. E ad acquistare questo sesso privo di morale e di umanità sono per lo più italiani, circa 80.000 volte all’anno.

    Sono piccole, leggere e truccate come se andassero ad una festa di carnevale le vittime di questo mercato che non trova fine

    Sono bambini lontani dai cortili di casa, bambini a cui è negata un’infanzia serena. E a stuprarli ( più di tutti) sono gli stessi uomini che puoi incontrare una mattina al bar, in ufficio o semplicemente per strada. Che sia in Brasile, in Colombia o a Santo Domingo, il mercato è sempre lo stesso. Puoi acquistare una bambina a ore, puoi volerla per tutto un giorno o per tutta la notte, non importa! L’importante è il denaro, l’importante è pagare per quello che acquisti. Del sesso dai bambini in questo caso.L’allarme arri dall’Ecpat, che ha sedi in oltre 70 paesi nel mondo, che da sempre lotta contro questo mercato che ha per vittime fanciulli venduti come se fossero stracci.

    Sempre più giovani sono anche i carnefici che spesso hanno solo 20 anni

    Ormai non si parla di più di malattia, basti pensare che solo al 5% di loro viene riconosciuta la malattia patologica. Divertimento? Emozione? Nuova esperienza? Potere? Quale potrà mai essere la ragione che spinge queste persone a mandare avanti un mercato così disumano? Depravazione è la risposta più ovvia. Ad oggi sono oltre 2 milioni i bambini sfruttati (con un guadagno che supera i 5 miliardi di dollari l’anno) ma il numero potrebbe drasticamente salire con l’arrivo di eventi calcistici ( come già accadde nel 2010 in Ucraina e nel 2012 in Sudafrica ).

    http://it.blastingnews.com/cronaca/2015/06/turismo-sessuale-gli-italiani-in-vetta-alla-classifica-00448693.html