Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Suicidio Bonello, i dubbi dell’ex marito: «Chiedo una perizia»

    Suicidio Bonello, i dubbi dell’ex marito: «Chiedo una perizia»

    Sopralluogo in casa dopo il dissequestro

    SAVONA. «Voglio togliermi ogni dubbio sulla sua morte. Per me è una questione morale, affettiva,di rispetto. Dopo le anomalie che mi sono state fatte notare quando sono entrato nella sua camera da letto dopo il dissequestro ho deciso di sottoporre i dubbi ad un tecnico per una perizia». Il medico Mauro Acquarone nei giorni scorsi è ritornato nella casa dell’ex moglie Luisa Bonello. A più di un anno dalla sua morte. La donna,anche lei medico, era stata trovata senza vita in camera da letto nel suo appartamento in via Genova. Uno sparo, un colpo di pistola.

    Un suicidio secondo il magistrato che ha condotto l’indagine, Giovanni Battista Ferro, e la polizia. Un suicidio a cui non ha mai creduto un caro amico della donna, Francesco Zanardi che insieme a Mauro Acquarone, noto in città oltre che per il suo ruolo di medico anche per essere stato a lungo consigliere comunale, è entrato nella casa della donna. È entrato con una telecamera con cui ha filmato la camera da letto e le condizioni in cui era stata lasciata dopo i rilievi della polizia scientifica della Questura.

    L’appartamento è stato dissequestrato di recente. Acquarone è entrato in possesso delle chiavi come erede testamentario. «Zanardi mi ha fatto presente le sue tesi su presunte anomalie che ha trovato nella stanza-ha spiegato il dottore, di cui è nota la sua passione per la massoneria condivisa con la moglie, al termine del sopralluogo- come la posizione delle macchie di sangue sul pavimento, vicino al letto, ma lontane dal corpo. Oppure la posizione della pistola che non terrebbe conto del rinculo. Per questo ho deciso di rivolgermi ad un perito. Per fugare ogni dubbio sul suicidio».

    Per il momento sia Acquarone che il suo avvocato Paolo Nolasco non pensano a chiedere una riapertura delle indagini per prendere in considerazione ipotesi diverse da quelle del suicidio. «Nei mesi scorsi abbiamo nominato come nostro perito il professor Pietro Benedetti di Brescia a cui abbiamo inviato di recente le carte del fascicolo e a cui abbiamo chiesto di venire a Savona per un sopralluogo nella casa». Acquarone ha ricevuto nelle settimane scorse l’avviso di conclusione delle indagini da parte della Procura.

    È infatti indagato per omicidio colposo in merito alla morte dell’ex moglie. Infatti secondo il pm Ferro, l’ex marito che era rimasto in buoni rapporti con Luisa Bonello, non avrebbe segnalato alle autorità competenti il possesso di armi -come collezioni di fucili da caccia e pistole- da parte della donna, nonostante le sue condizioni psicofisiche. Soffriva infatti di problemi psichici e depressione. Nell’inchiesta sono indagati anche l’ ex ispettore Alberto Bonvicini e il medico Noemi Donati. Con ruoli differenti, avrebbero potuto impedire alla donna di avere armi.

    alberto.parodi@ilsecoloxix.it

  • Arrestato per pedopornografia ad Alassio, ecco chi è don Giorgio Porcellana

    Arrestato per pedopornografia ad Alassio, ecco chi è don Giorgio Porcellana

    Alassio. Don Giorgio Porcellana, nato ad Asti il 17 luglio del 1966. E’ lui il sacerdote salesiano che la polizia delle telecomunicazioni di Genova, su richiesta dei colleghi di Milano, hanno arrestato all’istituto salesiano di Alassio.

    Secondo di 5 fratelli, aveva conseguito la maturità al Liceo Classico e successivamente dopo la formazione Salesiana, era stato ordinato sacerdote a Torino il 6 ottobre 2001.

    Ha tre lauree in tasca di cui una in Filosofia conseguita a Nave in provincia di Brescia e una in Scienza della Formazione all’Università di Torino, quindi è dottore in Teologia Pastorale.

    Dopo un lungo periodo di insegnamento nella scuola Media inferiore e superiore, ha esplicato l’attività sacerdotale presso parrocchie, oratori e convitti, prevalentemente in Piemonte e Lombardia. Ha successivamente deciso di fare il parroco e in tale veste era arrivato a Orio nel settembre del 2006, succedendo così a don Silvio Faga titolare della  parrocchia per ben 11 anni.

    Nei mesi scorsi, per motivi di salute, era arrivato ad Alassio accolto dal direttore don Gino Bruno e dai suoi confratelli. Oggi alla porta dell’istituto salesiano della Baia del Sole sono arrivati gli agenti della polizia delle telecomunicazioni ed è finito in carcere per pedopornografia.

    Al religioso, in particolare, vengono contestati gli articoli 600 e 602 del codice penale, ovvero aver trattato materiale “con minori di 16 anni” e in numero “maggiore di tre”.

    Le indagini erano state avviate nel 2012. Tutto ha avuto inizio quando gli 007 della polposte avevano iniziato a controllare alcuni siti web e in particolare alcuni servizi di condivisione di immagini sospette perché gli utenti facevano continui riferimenti a minori.

    Si trattava di una sorta di anticamera per gli interessati alla pornografia minorile, che si spostavano su altri canali di comunicazione per scambiare file multimediali illeciti, utilizzando anche le caselle di posta elettronica. Per la particolare segretezza delle comunicazioni fra gli stessi indagati, è stato necessario usare delle tecniche speciali di investigazione come le attività sotto copertura, intercettazione telematica e intercettazioni telefoniche.

    http://www.ivg.it/2015/05/arrestato-per-pedopornografia-ad-alassio-ecco-chi-e-don-giorgio-porcellana/

  • Orge e pedofilia: frate della parrocchia di San Domenico incastrato da finto camionista gay. La Procura apre un’inchiesta

    Orge e pedofilia: frate della parrocchia di San Domenico incastrato da finto camionista gay. La Procura apre un’inchiesta

    di Michele Schinella e Palmira Mancuso

    “Avevo trovato un padre che per prendersi la cocaina mi ha lasciato il figlioletto che accudivo. Alla fine è rientrato: non aveva soldi per prendersi la cocaina, ha voluto 100 euro e io sono andato a darglieli mi ha risposto “Io non sono mica frocio se vuoi ti faccio leccare due minuti il mio figlioletto”. Infine era carino e l’ho fatto. Aveva cinque o sei anni. Ho fatto due foto anche come dire guarda fino a che punto arriva la gente per prendersi la droga”.

    Sul suo profilo facebook campeggiano decine di foto che lo ritraggono con papa Francesco. Ma il frate dell’ordine dei predicatori domenicani, Adriano Stambè, 42 anni, originario di Vibo Valentia, in forza da un anno alla parrocchia di San Domenico di Messina, ubicata nel popoloso quartiere di Giostra, aveva pure foto di tutt’altra natura.

    Più che mostrare “fino a che punto arriva la gente per prendersi la droga” mostrano, come gli dice chi lo ha smascherato fingendosi su internet camionista gay, che “non ha pietà e fa proprio schifo e ha bisogno di essere curato”.

    Le foto del bambino figlio del tossicodipendente, in realtà, sono tre: in una si vede il volto del bambino, in un’altra il culetto e in un’altra ancora il pisellino.

    Sono solo alcune delle foto compromettenti che il frate ha inviato nel corso di chat andate avanti anche su whatsapp per 20 giorni, tra il primo e il 19 aprile 2015, quando Stambè ha tirato fuori le foto del bambino, suscitando l’indignazione del suo interlocutore che lo ha duramente apostrofato.

    Le tre foto fanno parte di un dossier che il finto camionista gay, tre giorni  dopo, il 23 aprile 2015, ha allegato ad una querela depositata alla stazione dei carabinieri di Rovigo. I militari hanno ipotizzato il reato di Atti sessuali con minorenni, trasmettendo le carte alla Procura.

    Il frate ha chattato con il finto camionista gay raccontandosi e raccontando di se, dei suoi rapporti con i ragazzini e di orge cui – secondo il suo racconto – hanno partecipato altri frati e preti.  Nel dossier ci sono tutti gli sms che il finto camionista ha salvato e ha registrato su un cd, comprese le foto del frate nudo.

    Qualche giorno prima il dossier era stato inviato al vescovo di Messina, Calogero La Piana.

    Tra le foto inviate, compendiate nel dossier, quelle raccapriccianti di un rapporto di fisting  con un “ragazzo da favola che però ha 17 anni e mezzo”.

    ORGE CON PRETI E FRATI

    “Una volta due al mese ci si mette d’accordo di trovarci e si affitta una casa con la scusa di un incontro spirituale, invece si fa sesso: Roma, Torino, Genova, Bari, Taranto, Bergamo, Milano, Brescia. Un sacerdote ha il compito di portarsi dietro uno per fare squadra di puro e sano divertimento, se ci stanchiamo paghiamo qualche escort ragazzo, andiamo sul sito che si chiama pianetaescort.com chiediamo e ne paghiamo uno o due e ci facciamo le cavalcate pazzesche”, ha raccontato fra Adriano.

    I partecipanti? “Sempre su 10 circa. A volte usiamo anche delle cose che ti fa sbottare la testa … vai su di giri e godi come una sirena in mare aperto”.

    Fra Adriano ha confidato pure di rapporti con sacerdoti, alcuni già beccati: “A dire il vero uno che è già stato beccato… povero scemo. Poi ci sono altri tre preti a Bari e due di Taranto, ma adesso hanno paura, dopo lo scandalo successo sui giornali.”

    Come e quanto si pagava? Anche in questo caso fra Adriano non ha peli sulla lingua: “Con le offerte che ci da la gente poi paghiamo, dipende se va ad ora o a notte, ma in media tremila euro”.

    LA CHIESA SOTTO SCACCO

    Ma è questo che vuole la Chiesa?, gli ha domandato il finto camionista. “Caro mio, anche noi siamo umani, sai. Ma io giuro, esce qualcosa su altro prete su giornali o simili, prendo mi metto in mezzo ad una strada e inizio a dire a voce alta i nomi di preti diocesani e religiosi o frati, perché nelle orge organizzate ci sono preti diocesani che si vestono da donne”.

    Queste del frate calabrese potrebbero essere anche millanterie. Agli inquirenti il compito ora di accertarlo.

    IL FRATE SCOMPARSO

    “Ci dobbiamo sposare, c’è Frate Adriano? ”. E’ la sera del 23 aprile 2015. Nella parrocchia di San Domenico c’è ancora attività. Ma del frate domenicano non c’è traccia. E quando si chiede di lui la risposta di tutti è secca e imbarazzata: “Non c’è, non sappiamo dove si trova”. A nulla vale cercare di parlare, il giorno dopo, con il parroco Francesco D’Agostino per sapere se il frate è già stato allontanato e quali provvedimenti siano stati presi. “E’ tutto il giorno impegnato in riunioni. Non è assolutamente possibile parlarci”, risponde seccamente una voce femminile al telefono della parrocchia.

    “Il clima è surreale. Non c’è nessuno. E’ stato dato l’ordine di chiudere tutte le porte e di non far entrare nessuno”, racconta un parrocchiano.

    LA POSIZIONE DELLA CHIESA

    “Il frate è stato allontanato nella giornata di ieri. Non è più a Messina”, spiega padre Tanino Tripodo, vicario del Vescovo La Piana, nella tarda serata di venerdì 24. “Il fatto che sia stato denunciato non significa che è colpevole. Una cosa è se navigava su siti porno, altra cosa se ha avuto rapporti sessuali: entrambi sono gravi ma non sono la stessa cosa”, afferma Tripodo. Ma le foto sono eloquenti? “Il dossier è sul mio tavolo da questa mattina ma non l’ho ancora visto. Sono fuori sede”, dice Tripodo.

    IDENTIKIT DI UN FINTO CAMIONISTA

    “Non sono né un camionista, né un gay. Sono solo un cattolico credente che vuole smascherare coloro che tradiscono la legge di Dio e attentano ai bambini”. Raggiunto al telefono, il finto camionista che ha smascherato frate Adriano spiega le ragioni del suo agire. Si chiama Andrea Baldon e non è nuovo a denunce di pedofilia nei confronti dei preti. Qualche mese fa aveva smascherato un sacerdote carmelitano di Taranto, finito sotto inchiesta. Ironia della sorte, il carmelitano altri non è se non il “povero scemo beccato a Taranto”, di cui si faceva beffa fra Adriano.

    (www.micheleschinella)

    Orge e pedofilia: frate della parrocchia di San Domenico incastrato da finto camionista gay. La Procura apre un’inchiesta

  • Sacerdote bresciano gay: sesso con ragazzi all’oratorio

    Sacerdote bresciano gay: sesso con ragazzi all’oratorio

    Intervista ad Andrea B., il 32enne che ha sporto denuncia contro un sacerdote di una parrocchia della Bassa: “Ha fatto sesso dentro l’oratorio con ragazzi e altri sacerdoti. Dalla diocesi di Brescia non mi hanno più contattato.

    Un ragazzo di 32 anni, Andrea B. di Rovigo, ha presentato nei giorni scorsi una denuncia presso il tribunale ecclesiastico di Brescia contro il parroco di un Comune della Bassa, accusato di aver avanzato nei suoi confronti proposte esplicite di attività sessuali.

    Assieme alla denuncia, il cui deposito è stato firmato dal vicario giudiziale monsignor Marco Alba, Andrea ha fornito anche una serie di materiali inequivocabili, dagli ‘screenshot’ delle conversazioni avvenute su skype e whatsapp, ad alcuni video in cui si vede il sacerdote compiere veri e propri atti sessuali, anche di natura blasfema.

    Non è il primo caso sollevato dal ragazzo. Una settimana fa, il vescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, ha rimosso un parroco di 50 anni messo alle strette da prove poi risultate inconfutabili, sempre raccolte dal giovane Andrea. Una situazione del tutto analoga che, se da una parte dimostra l’attendibilità del 32enne (monsignor Santoro ha subito provveduto alla rimozione), dall’altro fa storcere il naso per la tempistica delle due situazioni all’apparenza così simili. Abbiamo così intervistato Andrea B., partendo proprio qui.

    “Entrambi i sacerdoti – racconta – li ho conosciuti tramite Facebook. Avevamo amici in comune e mi hanno chiesto l’amicizia. Poi sono iniziate la ‘avance’ sessuali, via via più esplicite. La tempistica è semplicemente dovuta al caso: io non vado in cerca di preti gay, sono pure eterosessuale. Anzi, ne conosco altri di religiosi omosessuali e non ho niente contro di loro. Ho deciso di denunciare quando la situazione si è fatta pesante. L’ho fatto perché sono un cattolico praticante, vado a messa tutte le domeniche e mi confesso: penso che persone come loro non facciano altro che danneggiare la Chiesa”.

    Cosa le chiedeva il prete bresciano su internet?
    “Come ha potuto vedere attraverso i video che le ho mostrato, era veramente pesante. Si masturbava avvolgendosi il rosario attorno al pene, mi incitava a dire frasi a sfondo sessuale condite di bestemmie. Mi ha chiesto persino se mi andava di farmi fare la pipì addosso e di inviargli mie foto completamente nudo”.

    Pensa che sia andato a letto anche con minori o ragazzi della parrocchia?
    “Non ho prove che sia andato a letto con minori. Ma di sicuro ha fatto sesso con ragazzi e altri sacerdoti dentro l’oratorio, come dichiara lui stesso in un video. Se poi siano giovani della parrocchia, questo non posso dirlo. I rapporti avvenivano solitamente di notte. Noi invece dovevamo vederci di giorno, e in quell’occasione mi aveva proposto una casa di sua proprietà al lago, sempre bel Bresciano. E’ anche iscritto a una ‘sex community’ per incontri gay”.

    Stando così le cose, non sembrano esserci elementi di rilevanza penale. Cosa l’ha spinta a rendere pubblico il caso?
    “Perché penso che, vivendo in mezzo ai ragazzi, possa comunque essere pericoloso e abusare della sua posizione. Basta guardare la sua pagina Facebook e vedere quanti giovani ha tra i suoi amici. E poi l’insistenza, la violenza e l’oscenità dei suoi messaggi sono di una gravità persino maggiore rispetto al caso di Taranto”.

    Ha più avuto notizie dalla diocesi di Brescia?
    “No, non si sono più fatti sentire. Dopo la denuncia al tribunale ecclesiastico di Taranto, mi informavano di continuo della situazione e il prete è stato velocemente rimosso. Dal vescovo Luciano Monari, invece, nessuna notizia. Io spero che una decisione sia presa il prima possibile”.

    http://www.bresciatoday.it/cronaca/sacerdote-gay-sesso-ragazzi.html

  • Alla Casa del Giovane i domiciliari per don Marco condannato per pedofilia

    Alla Casa del Giovane i domiciliari per don Marco condannato per pedofilia

    La vicenda era iniziata il 26 novembre 2007 creando non poco scalpore: don Marco Baresi era stato prelevato dal Seminario di via Bollani a Brescia, dove era vicerettore, e portato in isolamento nel carcere di Canton Mombello. Sull’ordinanza di custodia cautelare un’accusa da brivido: violenza sessuale su minore e diffusione di materiale pedopornografico.

    In cella don Baresi era rimasto solo per una notte, il giorno successivo all’arresto il gip Silvia Milesi aveva accolto la richiesta dei difensori e concesso gli arresti domiciliari. Il sacerdote era tornato a casa dei genitori e aveva atteso il processo con il sostegno dei familiari, ma soprattutto di un gruppo di giovani che aveva creato in Rete il sito “FreeDon” per dimostrare l’innocenza del sacerdote e chiedere la sua assoluzione. Anche nei giorni scorsi il gruppo ha ribadito “Chi condanna don Marco, condanna un innocente”.

    A inchiodare don Marco c’erano le accuse di un ragazzo che due anni prima dell’arresto, in cura da una psicologa, si era confidato raccontando di aver avuto rapporti sessuali con il sacerdote quando frequentava le medie al Seminario e non aveva ancora compiuto 14 anni. Dalla scuola del Seminario il ragazzino era stato allontanato per una serie di problemi, ma in precedenza non aveva raccontato nulla.

    La psicologa, ricevuta la confidenza, aveva subito avvisato i genitori del ragazzino che si erano rivolti alla polizia. La credibilità del ragazzino era stata valutata da esperti, le accuse avevano retto e il 26 novembre 2007 erano scattate le manette. Dopo l’arresto l’abitazione del sacerdote in Seminario era stata perquisita dagli investigatori della Mobile.

    Il computer aveva riservato una serie di sorprese. Nell’hard disk del portatile, senza alcuna password d’accesso, in uso al sacerdote – ma utilizzabile anche da altre persone come è stato sostenuto nel corso dei processi dall’imputato e dai difensori – l’esperto aveva trovato traccia di ben seicento files dal contenuto pedopornografico. I files erano stati cancellati, ma in modo non perfetto, nei giorni immediatamente precedenti all’arresto.

    Nel processo d’appello la difesa aveva sostenuto che il giorno in cui vennero scaricati 180 files (l’ordine era partito dal computer alle 12.30 del 28 aprile 2007) don Baresi non era al Seminario, ma era ospite a pranzo in un’altra parte della città. Il 20 maggio 2009 il Tribunale di Brescia ha condannato don Baresi a sette anni e mezzo di reclusione.

    Un anno dopo, il 16 giugno 2010, in secondo grado è stata confermata la condanna. In questa occasione il vescovo di Brescia Luciano Monari si era detto fiducioso che don Baresi potesse dimostrare la propria innocenza. Ma anche in Cassazione, il 23 giugno 2011, la condanna a sette anni e mezzo è stata confermata a seguito delle prove ritenute schiaccianti nei confronti dell’imputato. Nel febbraio 2013 è stato arrestato per scontare la pena nel carcere di Bergamo.

    A dicembre 2013 don Fausto Resmini aveva annunciato che a breve don Marco sarebbe potuto uscire dal carcere per seguire un percorso personale. Percorso che era previsto al Patronato San Vincenzo di Sorisole da lui diretto, e dove ha sede la Comunità per minori “Don Milani” che si occupa di ragazzini vittime di violenza o che stanno scontando pene per reati gravi.

    Bergamonews aveva sollevato il caso denunciando la contraddizione di questa convivenza tra sacerdoti condannati per pedofilia e minori vittime di abusi sessuali. Il direttore della struttura di Sorisole aveva garantito che non esisteva questa possibilità.

    Tempo tre mesi e don Baresi è stato affidato al Conventino alla Casa del Giovane. Il Conventino dà ospitalità ad anziani sacerdoti, ma nella stessa struttura ci sono adolescenti e giovani studenti ospiti alla Casa del Giovane, non ultimi i ragazzi delle fomazioni giovanili dell’Atalanta.

    http://www.bergamonews.it/cronaca/alla-casa-del-giovane-i-domiciliari-don-marco-condannato-pedofilia-189423

  • Don Walter prega prima del carcere Genovesi attacca il procuratore

    Don Walter prega prima del carcere Genovesi attacca il procuratore

    La condanna al terzo grado di giudizio del sacerdote  non placa le polemiche. L’avvocato ed ex sindaco critica Condorelli: <Da lui parole censurabili>. Il procuratore  aveva replicato  al vescovo Busti facendo riferimento alle vittime del prete: «Pensiamo a loro».

    MANTOVA. Ancora due fronti. Chi difende a spada tratta il parroco di San Leonardo, il sacerdote dell’attivismo e del volontariato, l’uomo brillante e carismatico che tanto ha dato alla comunità parrocchiale e diocesana. E chi invece, in base alla sentenza che lo condanna a sei anni di carcere per violenza sessuale nei confronti di due ex prostitute alloggiate nella comunità di recupero “La Casa di Ruth”, gli spara addosso accuse e risentimento. Ancora pro e contro.

    Tutto sfumato all’orizzonte del dramma umano di un condannato. Un dramma che non cancella quello delle vittime, di due ragazze che oggi si sono rifatte una vita e hanno preferito non commentare la sentenza. Ma che segue una sorta di percorso parallelo. Per don Walter Mariani sono forse i giorni più difficili, quelli dell’attesa del carcere, di una cella che ingoierà la sua vita per sei lunghi anni. A sostenerlo, in queste ore in cui dalla Procura di Brescia, sede della corte di appello che l’ha condannato in via definitiva, si attende l’ordine di carcerazione, non c’è solo la preghiera, che vede spesso in raccoglimento il sacerdote.

    Vicino all’ex parroco di San Leonardo, che ha trovato rifugio in una casa di riposo del Bergamasco, ci sono le parole di affetto e di conforto delle due sorelle che gli sono sempre state vicine, dei parrocchiani e amici più fedeli che gli telefonano spesso e del suo difensore, l’avvocato Sandro Somenzi. «È imprevedibile quando arriverà l’ordine di carcerazione – dice l’avvocato – ce l’aspettavamo giovedì ma siamo ancora qui ad attendere».
    Sullo sfondo del dramma dell’attesa continuano le polemiche, nate dalla dichiarazione del vescovo Roberto Busti: «Pur nel rispetto della sentenza – ha osservato il capo della diocesi – rimangono, non solo in me, perplessità irrisolte». Perplessità che l’avvocato Somenzi spiega con una sentenza così dibattuta e tribolata: «Credo che le perplessità citate dal vescovo si riferiscano al fatto che con gli stessi elementi di prova una volta don Walter è stato assolto, e un’altra condannato».
    Quella stessa parola, “perplessità” ha scatenato il procuratore Antonino Condorelli che il giorno dopo ha attaccato l’alto prelato parlando di «attenzione prioritaria da riservare alle vittime» e «disattenzioni e sottovalutazioni dello scadimento morale delle istituzioni religiose».
    Polemica ancora nel camino del vulcano, a quanto pare. Ieri, al silenzio del vescovo che non ha inteso rispondere al fuoco delle parole di Condorelli, è intervenuto l’avvocato Sergio Genovesi con un’articolato commento (lo pubblichiamo in versione integrale nella nostra rubrica delle lettere al direttore, ndr).

    Genovesi, nella sua veste di presidente dell’Unione camere penali della Lombardia attacca il procuratore Condorelli sostenendo che il suo «soppesato comunicato stampa sia sorprendentemente forzato e discutibile».
    «…Trovo assai censurabile che un magistrato, tanto più di parte perché rappresenta la sola voce dell’accusa – va giù senza mezzi termini Genovesi – se ne esca con considerazioni dedicate allo “scadimento morale delle istituzioni religiose”. Detta al bar, questa battuta potrebbe anche giustificarsi. Scritta in un comunicato stampa lascia senza fiato. Dunque non basta la sentenza, non basta riconoscere il diritto di critica, non basta essere rispettosi dei diritti di tutti. Dobbiamo pure subire, considerata l’autorevolezza della fonte, linee guida moralizzatrici e di facile presa populistica, per farle divenire le verità ufficiali».
    «Non scrivo – insiste il presidente della Camere penali della Lombardia – per difendere il vescovo, né sostengo che il mio sfortunato amico don Walter sia vittima di mala giustizia. Scrivo, invece, per rimarcare senza mezze parole il mio profondo dissenso dall’iniziativa del procuratore della Repubblica e lo scrivo senza il timore di incorrere nel rischio di lesa maestà».

    VESCOVO E PROCURATORE. Il commento del vescovo è stato chiaro: rispetto della sentenza ma anche «perplessità irrisolte». Un dubbio, anche se velato, sul giudizio dei tribunali che hanno condannato a sei anni di carcere l’ex parroco di San Leonardo don Walter Mariani per violenza sessuale nei confronti di due ex prostitute alloggiate nella comunità di recupero da lui fondata, la Casa di Ruth. Le parole di Roberto Busti, capo della Chiesa mantovana, interpretano la pancia della comunità parrocchiale e diocesana. Ma per qualcuno il suo pronunciamento suona come uno schiaffo alle vittime del sacerdote e alla giustizia. Il primo a reagire all’esternazione del vescovo Busti è il procuratore Antonino Condorelli. Non lo fa con una dichiarazione ma con un messaggio consegnato alla stampa. Eccolo in versione integrale.

    «Le sentenze vanno rispettate e possono certamente essere criticate; quindi anche le perplessità sono legittime. Una sentenza di condanna per reati così soggettivamente e oggettivamente gravi non può che rattristare, sul piano umano e su quello civile, per i torti che sono stati fatti e accertati e per l’afflittività della pena. Come è stato autorevolmente osservato in questa vicenda hanno sofferto molte persone e tutte meritano rispetto e considerazione. Ma fra queste, credo, un’attenzione prioritaria deve essere riservata alle vittime. Nello stesso tempo il legittimo esercizio del diritto di critica non può far dimenticare lo sconcerto che certe disattenzioni e sottovalutazioni dello scadimento morale delle istituzioni religiose può causare nelle coscienze civili di laici e credenti».

    Parole come macigni. Un dito puntato, soprattutto quando Condorelli parla di «attenzione prioritaria da riservare alle vittime» e «disattenzioni e sottovalutazioni dello scadimento morale delle istituzioni religiose». Sulla stessa linea d’onda Laura Orlando, la psicologa testimone chiave del processo che per anni collaborò alla vita della Casa di Ruth e per prima raccolse le confidenze delle due ragazze violentate. «Giustizia è fatta – dice la psicologa – questa sentenza dice che le due ragazze sono state finalmente ascoltate ed è stato assegnato loro il valore di persone». E aggiunge: «Sono sconcertata dalle parole del vescovo: anziché essere solidali con le vittime, si esprimono con un dubbio a favore di una persona che per la giustizia è delinquente. Io avevo fiducia in don Walter, credo che abbia fatto cose buone, era un sacerdote carismatico, pieno di qualità. Anche per questo ho fatto fatica ad aprire gli occhi e a ricredermi su di lui. Faccio un appello a chi ancora lo difende: chiedete scusa alle ragazze».

    IL SINDACO.  «Solidarietà e vicinanza a don Walter!!!!» Sei parole postate nella notte a commento dell’articolo della Gazzetta sul sito web. La firma: Nicola Sodano. Il sindaco di Mantova è stato tra i primi a manifestare la propria opinione sulla sentenza della Cassazione che manderà dietro le sbarre l’ex parroco di San Leonardo. E la rete si è subito divisa tra innocentisti e colpevolisti, con sfumature intermedie. Contattato dalla Gazzetta, il sindaco ha spiegato il suo intervento: «Quando sono arrivato a Mantova dalla Calabria, studente di prima media, abitavo in via Fancelli e don Walter era in Ognissanti – racconta -. Gli scout non c’erano ancora, quindi mi iscrissi a Cerese, ma l’anno successivo don Walter mi venne a cercare. In quel momento è cominciata veramente la mia vita a Mantova». Sodano non entra nel merito dei fatti contestati, salvo sottolineare «una sproporzione di una sentenza che manda in carcere per più di 6 anni un religioso 73enne che ha fatto tanto per il prossimo».

    E conclude: «Mi sento di esprimere a don Walter una grande vicinanza: penso che gli faccia piacere sapere che la città gli è vicina».

  • SAVONA; le accuse in Mozambico e l’archiviazione che incrimina don Ilario Verri (calunniò la Rete L’ABUSO) e don Luciano Cominotti

    SAVONA; le accuse in Mozambico e l’archiviazione che incrimina don Ilario Verri (calunniò la Rete L’ABUSO) e don Luciano Cominotti

    N. 2408/2013 R.G.N.R. Mod.21

    Procura della Repubblica

    presso il Tribunale di Bergamo

    RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

    – artt. 408/411 c.p.p., 125 e 126 D.Lv. 271/89 –

    Al Sig. Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Bergamo

    Si trasmettono, con richiesta di archiviazione ai sensi degli artt. 408 c.p.p. e 125 disp. att. c.p.p. – gli atti del procedimento penale indicato in epigrafe, iscritto nei confronti di VERRI Ilario per il reato previsto e punito dall’art. 609 c.p .. Con nota 225/A/2013/68990/3462/Ufil-l”(punt) del 15.1.2013, il Servizio Centrale Operativo del Ministero dell’Interno Italiano comunicava a questo Ufficio che l’Unità Nazionale Europol aveva raccolto una segnalazione relativa ad abusi sessuali commessi da due sacerdoti italiani missionari in Mozambico nei confronti di minori.

    La denuncia proveniva da un soggetto che aveva svolto attività di insegnamento in Mozambico; il denunciante avrebbe altresì effettuato analoga comunicazione all’Ambasciatore del Mozambico a Bruxelles, al Commissario per gli Affari interni, nonché alla Polizia Criminale e all’Autorità Giudiziaria Portoghese.

    I denunciati abusi sarebbero stati commessi da Padre Ilario VERRI e Padre Luciano COMINOTTI, appartenenti alla Congregazione dei Padri Dehoniani, impegnati in un orfanotrofio sito in Guruè Zambezia c.p. 109, Centro Polivalente Leao Dehon, gestito e/o sotto il controllo dell’autorità ecclesiastica.

    Le condotte quindi integravano la violazione dell’art. 609 bis e quater del codice penale italiano (puniti con una pena edittale da cinque a dieci anni di reclusione); sussisteva pertanto la competenza di questa A. G. ai sensi dell’art. 10 c.p.p. e dell’art. 9 c.p. italiano che “il cittadino che commette in territorio estero un delitto per il quale la legge italiana stabilisce l’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a tre anni, è punito secondo la legge medesima, sempre che si trovi nel territorio dello Stato”.

    Sussiste altresì la competenza italiana ai sensi dell’art. 604 c.p. secondo cui “le disposizioni di questa sezione, nonché quelle previste dagli artt. 609 bis, 609 ter, 609 quinquies, 609 octies e 609 undecies si applicano altresì quando il fatto è commesso ali’ estero da cittadino italiano, ovvero in danno di cittadino italiano, ovvero dallo straniero in concorso con cittadino italiano”.

    L’acquisizione della documentazione relativa all’indagine effettuata dal Dipartimento di Investigazione di Lisbona ( attesa la nazionalità del denunciante), non ha apportato elementi di novità rispetto a quanto già dichiarato da Joao Gomes de Oliveira, ma ha consentito di riscontrare almeno parzialmente le sue dichiarazioni, rendendo verosimile la ricostruzione dei fatti e conferendo iniziale credibilità anche alle dichiarazioni relative ai sospetti di abuso sessuali.

     

    pag. 2 di 2 
    PROCURA DELLA REPUBBLICA presso il Tribunale di Bergamo

    Il denunciante – sentito a SIT in Barcellona (E) con commissione rogatoria alla presenza del P .M. italiano – ha confermato le dichiarazioni rese a suo tempo a tutte le Autorità Giurisidizionali con le quali aveva avuto modo di interloquire.

    In particolare, rimandando alla completa lettura delle sue dichiarazioni, Joao Oliveira affermava di aver ricevuto confidenze da un ragazzo di nome xxxx che gli avrebbe confidato di aver subito abusi sessuali non meglio descritti da Padre Cominotti, e che il ruolo dell’indagato VERRI sarebbe limitato a tolleranza di tali abusi.

    Al di là della scarsa descrizione delle condotte, e quindi dell’impossibilità di valutare se le medesime costituiscano violazione della norma penale ipotizzata, deve evidenziarsi che non è neppure chiara l’età della persona offesa, in modo che non può neppure apprezzarsi se e in quali termini possa configurarsi una qualche condotta di violenza o minaccia ovvero di abuso sessuale aggravato dalla qualità dell’indagato.

    Del resto, le eventuali condotte addebitabili al VERRI – anche nella versione accusatoria resa dal denunciante – sarebbero qualificabili come omissive ex art. 40 cpv. c.p.; può in tale direzione dubitarsi che il VERRI avesse un qualche obbligo giuridico di impedire l’evento contemplato dalla norma ipotizzata, e che pertanto costituisca reato a suo carico.

    Infine, nessun elementi sufficiente è emerso neppure in merito a presunti viaggi organizzati da Padre VERRI con finalità “sessuali”; al di là infatti della competenza funzionale della Procura Distrettuale di Brescia ex art. 51 c.p.p., i testi escussi xxxxx, xxxxxx e xxxxxx ( e altresì lo stesso indagato) hanno escluso qualunque finalità diversa dal mero volontariato missionario, e in tale direzione non riscontrano le dichiarazioni del denunciante.

    Peraltro, i testi contestano di avere ricevuto le confidenze (riferite invece da Joao Gomes de Oliveira) in merito a condotte criminali di P. VERRI.

    La difficoltà di reperire gli ulteriori testimoni indicati dal denunciante, e la nazionalità delle persone informate sui fatti (spesso non italiane, come del resto lo stesso denunciante), unitamente alla mancata collaborazione delle Autorità Giudizarie del Mozambico che non hanno ritenuto di dare seguito alla rogatoria, non consentono a questo Pubblico Ministero di proseguire nelle indagini.

    Bergamo, 27 febbraio 2014

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  • Violenza sessuale, condanna confermata per don Walter: domani il carcere

    Violenza sessuale, condanna confermata per don Walter: domani il carcere

    La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di don Walter Mariani confermando la condanna a 6 anni e due mesi. L’ex reggente della parrocchia San Leonardo di Mantova, 73 anni, è finito sotto processo per violenza sessuale nei confronti di due prostitute. Il sacerdote, che ha atteso la sentenza nella casa per anziani di Bergamo, domani mattina, giovedì, si presenterà spontaneamente in carcere per scontare la pena definitiva.

    MANTOVA. Per don Walter Mariani, 73 anni, ex reggente della parrocchia di San Leonardo, si aprono le porte del carcere. La Corte di Cassazione, infatti, ha respinto, nella giornata di ieri, il ricorso presentato dall’avvocato Sandro Somenzi. L’accusa di violenza sessuale nei confronti di due prostitute è stata confermata e il sacerdote, dovrà scontare i prossimi sei anni e due mesi in prigione. Inevitabili, perché questi tipi di reato non consentono alcun beneficio di legge.

    Dalla sentenza d’appello il prete era stato trasferito in una casa per anziani nel Bergamasco. Questa mattina sarà lui a presentarsi spontaneamente davanti alle porte del carcere del capoluogo lombardo. Per il legale non rimane che una residua speranza, quella di appellarsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Quello di ieri è stato il secondo ricorso in Cassazione contro la severa condanna inflitta in appello.

    L’avvocato Sandro Somenzi, lo ricordiamo, era riuscito con il precedente ricorso alla suprema Corte a far annullare la sentenza della prima sezione della stessa Corte d’appello di Brescia a sette anni e mezzo. Le violenze per le quali don Walter è finito in carcere sono avvenute tra il 2004 e il 2006 su due giovani straniere (per una terza, di origine lituana, la Corte d’appello lo ha prosciolto): una russa e una romena ospiti della Casa di Ruth di Curtatone per un programma di recupero di cui era responsabile lo stesso sacerdote.

    Il processo di primo grado, celebratosi al tribunale di Mantova, si era concluso con la condanna a cinque anni di reclusione. In quell’occasione a confermare le pesanti accuse erano state anche una suora, direttrice della Casa di Ruth, e una psicologa. La Corte d’appello di Brescia aveva ulteriormente inasprito quella pena, portandola a sette anni e mezzo. Poi il ricorso in Cassazione che aveva annullato quella condanna, rinviando gli atti a un’altra sezione della Corte d’appello di Brescia perché dimostrasse, con altre prove, l’esistenza di quel clima di intimidazione alla base delle violenze. Invece c’è stata un’altra condanna. E ora di nuovo la Cassazione con la decisione definitiva.

    http://gazzettadimantova.gelocal.it/cronaca/2014/02/26/news/violenza-sessuale-la-cassazione-conferma-la-condanna-a-sei-anni-e-due-mesi-per-don-walter-domani-in-carcere-1.8745269

  • Bergamo: condannato il catechista pedofilo anche in secondo grado

    Bergamo: condannato il catechista pedofilo anche in secondo grado

    Condannato anche in appello Carilio Ghilardi, il catechista pedofilo. Il Tribunale di Brescia ha riconfermato in toto la pena inflitta in primo grado a 3 anni e 4 mesi.
    Ora il pedofilo ricorrerà quasi sicuramente in Cassazione, ma poi il finale della storia sarà uno solo: CARCERE!

    I nostri più sentiti complimenti all’avvocato Stefano Paganelli, sempre più voce e difesa dell’infanzia violata.

  • Sorisole, preti pedofili e minori con condanne nella stessa struttura

    Sorisole, preti pedofili e minori con condanne nella stessa struttura

    Un sacerdote, detenuto dal febbraio 2013 nella casa circondariale di via Gleno, dove sta scontando una condanna definitiva a sette anni e quattro mesi per abusi su un minore che frequentava l’istituto scolastico e per detenzione di materiale pedo-pornografico trovato nel proprio computer, a marzo potrebbe lasciare il carcere di Bergamo.

    E’ don Marco Baresi, ex vicedirettore del Seminario diocesano di Brescia, che dopo aver scontato oltre 4 anni ai domiciliari, ora è in carcere a Bergamo a seguito della condanna definitiva stabilita dalla Cassazione nel febbraio 2013: sette anni e 4 mesi.

    Ma dove andrebbe don Baresi a scontare il resto della sua pena?

    La struttura individuata è il Patronato San Vincenzo di Sorisole, diretta da don Fausto Resmini, coordinatore dei cappellani delle carceri lombarde e cappellano di quello di Bergamo. Dentro le mura del Patronato San Vincenzo trova spazio anche, dal 1978, una comunità di accoglienza per minori denominata “Don Lorenzo Milani”.

    LA COMUNITA’ PER MINORI

    A questa comunità sono affidati minorenni con un’età compresa tra i 14 e i 18 anni che, per decreto del Tribunale dei Minori, vengono cautelativamente allontanati dalle loro famiglie: vittime di sfruttamento e violenza; minori agli arresti domiciliari; minori in custodia perché arrestati in flagranza di reato; minori passati in giudicato e per i quali è stata accertata la pericolosità sociale. La comunità offre accoglienza anche a minori stranieri non accompagnati ed a giovani richiedenti asilo politico e profughi. Inoltre si offre accoglienza notturna a tutta una serie di giovani senza fissa dimora ed ad adulti con diversi problemi di emarginazione grave.

    Eppure, è proprio dietro l’alta siepe che circonda il villaggio dei fanciulli voluto da don Bepo Vavassori a Sorisole, che i vescovi delle dieci diocesi lombarde (Bergamo, Brescia, Crema, Cremona, Milano, Vigevano, Pavia, Como, Lodi e Mantova) anni fa hanno deciso di aprire in gran segretezza una comunità di pronto intervento e accoglienza per preti incappati nella giustizia: indagati o addirittura già condannati per pedofilia o per aver commesso abusi su minori. Una struttura d’emergenza dove trascorrono lunghi periodi anche sacerdoti affidati ai servizi sociali per adulti.

    Nella maggior parte dei casi questi religiosi, nonostante la condanna, continuano la loro vita pastorale per di più vicini, vicinissimi, ai ragazzi accolti al Patronato. In questa struttura sono stati accolti negli ultimi anni sacerdoti che sono saliti alla ribalta della cronaca giudiziaria proprio per i loro abusi sui minori.

    I CASI E I PRECEDENTI

    Come don Tarcisio Baccalà 62 anni, un lungo curriculum di spostamenti in tantissime parrocchie d’Italia, da Trezzano sul Naviglio a Roma. Parrocchie e oratori da dove è dovuto fuggire, denunce causa per pedofilia, trovando per anni riparo anche nella comunità Villa Iride dei padri Venturini, che esiste per preti pedofili, sul lago Maggiore, a Verbania.

    Al Patronato San Vincenzo di Sorisole, pizzicato da un servizio televisivo delle Iene, ha trovato rifugio fino a poco tempo fa anche don Adriano Locatelli 65 anni, già vicario parrocchiale a Cologno al Serio, accusato di abusi sui minori, o ancora don Vincenzo Sorini, della diocesi di Milano, finito sotto inchiesta e poi condannato per abusi sessuali e possesso di materiale pedo-pornografico.

    Tanti i ragazzini che nell’arco di oltre dieci anni sarebbero stati avvicinati dal religioso che, con la scusa di scattare fotografie, li denudava e faceva “avances” nei loro confronti. Per anni avrebbe prodotto in proprio quel materiale pornografico con adolescenti trovato dalla polizia, diligentemente catalogato, nella canonica di un paesino di Varese, sul lago Maggiore dove il sacerdote ha svolto il suo compito di pastore di anime. Ancora oggi è in affidamento ai servizi sociali ospite del Patronato San Vincenzo.

    Sempre a Sorisole era stato ospitato don S. R. 51 anni di Masano di Caravaggio che nel 2010 era finito nel mirino della trasmissione televisva Le Iene con l’accusa di aver molestato due ragazzi fingendo di fornire loro un supporto spirituale. Per quegli episodi documentati dalle telecamere il vescovo di Cremona, monsignor Dante Lanfranconi, lo aveva sollevato dal proprio incarico al Santuario di Caravaggio. Così don S.R. aveva trovato riparo al Patronato di Sorisole per alcuni mesi fino a quanto, stanco della pressione a cui era stato sottoposto, decise di togliersi la vita alla fine novembre 2010.

    Accanto alla comunità per minori di Sorisole sono stati ospitati in questi anni sacerdoti di Cremona e di Milano. Ognuno con una storia che racconta una provincia italiana dove, ancora, “i panni sporchi si lavano in famiglia”. O in parrocchia.

    I LUPI E GLI AGNELLI

    “Lavare i panni sporchi in famiglia” non è certo una citazione evangelica, che del resto dice il contrario (“È inevitabile che gli scandali accadano”), ma è diventata una pratica che dovrebbe nascondere il più spiacevole dei problemi: la piaga della pedofilia non è una questione che ha colpito chiese e parrocchie lontane, ma è una realtà assolutamente presente a Bergamo, cuore del cattolicesimo. Possibile che nessuno si sia chiesto come possano coabitare nella stessa struttura molestatori e vittime? O forse, biblicamente parlando, lupi e agnelli?

    Don Fausto Resmini, a cui abbiamo posto queste domande risponde (lo potete leggere in un articolo a parte o cliccando qui) illustrando obiettivi e meriti dell’iniziativa ed esclude qualsiasi convivenza con i minori anche se, dice “è facile generalizzar ed equivocare”.

    http://www.bergamonews.it/cronaca/sorisole-preti-pedofili-e-minori-con-condanne-nella-stessa-struttura-184186