Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Brindisi

  • Chiesa e pedofilia, lo scandalo pugliese

    Chiesa e pedofilia, lo scandalo pugliese

    Diversi casi in poche settimane scuotono la Puglia. Un gruppo di cattolici brindisini chiede alla Santa sede di istituire una commissione di inchiesta su scala nazionale.

    Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero. Lo chiede all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Domenico Caliandro, un numeroso gruppo di cattolici brindisini riuniti nel cartello “Manifesto 4 ottobre” – un ampio documento che, a partire dall’analisi della Chiesa diocesana, conduce una riflessione complessiva sullo stato di salute della Chiesa cattolica italiana (v.Adista Notizie n. 41/14) -, in seguito al recente scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.

    Il caso don Peschiulli

    Lo scorso 20 maggio, infatti, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia, a Brindisi, è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori (che sarebbero stati compiuti intorno al 2002). Il caso venne sollevato da un servizio televisivo delle Iene, mandato in onda nell’ottobre 2014, che fece scattare le indagini ed ora l’arresto cautelare (perché il prete, lasciata la parrocchia brindisina, si era trasferito a Terracina, in provincia di Latina, dove continuava ad esercitare il ministero). Nei giorni scorsi è stato ascoltato dal pubblico ministero anche l’ex vescovo di Brindisi, mons. Rocco Talucci, come persona informata sui fatti: i genitori di alcuni minori abusati hanno infatti raccontato ai magistrati di avere informato mons. Talucci dei comportamenti di don Peschiulli, ma il vescovo avrebbe ignorato le loro denunce. Sulla vicenda è intervenuto anche l’attuale arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Caliandro, con una nota diramata il 20 maggio, giorno dell’arresto di don Peschiulli: «In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un ex parroco della città di Brindisi, l’arcivescovo mons. Caliandro, sulla base degli elementi finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi avesse subito azioni così riprovevoli. Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene. Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti. L’arcivescovo invita i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinché il male non abbia mai l’ultima parola. Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime».

    La Chiesa continua a minimizzare

    «Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti», scrivono i cattolici brindisini del “Manifesto 4 ottobre”. Ma della questione pedofilia, proseguono, «all’interno della Chiesa si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali. Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici. Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di “rimozione collettiva” ecclesiastica».

    Secondo i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, grazie agli interventi di Benedetto XVI prima e di papa Francesco adesso, la Chiesa sta affrontando con maggior decisione la questione pedofilia. Ma non ovunque. In Italia per esempio, diversamente da altri Paesi (Irlanda, Belgio, Usa, Australia, Olanda, Germania), «non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco» (in realtà il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, al termine del Consiglio episcopale permanente dello scorso mese di marzo, ha annunciato che la Cei creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal card. Angelo Bagnasco, ma della stessa non sono ancora stati individuati i componenti né elaborato lo Statuto). «Inoltre», proseguono, «nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014 (v. Adista Notizie n. 14/14, ndr) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia».

    Una Commissione di inchiesta antipedofilia

    «Se non sorge una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa Sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare», scrivono i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che chiedono che perlomeno la loro arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, pressata dal caso don Peschiulli, si muova con decisione: «Essere inerti – concludono -, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la Chiesa brindisina. In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. Chiediamo all’arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della Chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra Chiesa locale».

    Luca Kocci, Adista

    http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=74470&typeb=0

  • BRINDISI: CATTOLICI INVOCANO  UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLA PEDOFILIA

    BRINDISI: CATTOLICI INVOCANO UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLA PEDOFILIA

    38152 BRINDISI-ADISTA. Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero. Lo chiede all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Domenico Caliandro, un numeroso gruppo di cattolici brindisini riuniti nel cartello “Manifesto 4 ottobre” – un ampio documento che, a partire dall’analisi della Chiesa diocesana, conduce una riflessione complessiva sullo stato di salute della Chiesa cattolica italiana (v. Adista Notizie n. 41/14) –, in seguito al recente scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.

    Il caso don Peschiulli

    Lo scorso 20 maggio, infatti, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia, a Brindisi, è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori (che sarebbero stati compiuti intorno al 2002). Il caso venne sollevato da un servizio televisivo delle Iene, mandato in onda nell’ottobre 2014, che fece scattare le indagini ed ora l’arresto cautelare (perché il prete, lasciata la parrocchia brindisina, si era trasferito a Terracina, in provincia di Latina, dove continuava ad esercitare il ministero). Nei giorni scorsi è stato ascoltato dal pubblico ministero anche l’ex vescovo di Brindisi, mons. Rocco Talucci, come persona informata sui fatti: i genitori di alcuni minori abusati hanno infatti raccontato ai magistrati di avere informato mons. Talucci dei comportamenti di don Peschiulli, ma il vescovo avrebbe ignorato le loro denunce. Sulla vicenda è intervenuto anche l’attuale arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Caliandro, con una nota diramata il 20 maggio, giorno dell’arresto di don Peschiulli: «In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un ex parroco della città di Brindisi, l’arcivescovo mons. Caliandro, sulla base degli elementi finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi avesse subito azioni così riprovevoli. Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene. Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti. L’arcivescovo invita i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinché il male non abbia mai l’ultima parola. Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime».
    La Chiesa continua a minimizzare

    «Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti», scrivono i cattolici brindisini del “Manifesto 4 ottobre”. Ma della questione pedofilia, proseguono, «all’interno della Chiesa si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali. Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici. Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di “rimozione collettiva” ecclesiastica».

    Secondo i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, grazie agli interventi di Benedetto XVI prima e di papa Francesco adesso, la Chiesa sta affrontando con maggior decisione la questione pedofilia. Ma non ovunque. In Italia per esempio, diversamente da altri Paesi (Irlanda, Belgio, Usa, Australia, Olanda, Germania), «non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco» (in realtà il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, al termine del Consiglio episcopale permanente dello scorso mese di marzo, ha annunciato che la Cei creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal card. Angelo Bagnasco, ma della stessa non sono ancora stati individuati i componenti né elaborato lo Statuto). «Inoltre», proseguono, «nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014 (v. Adista Notizie n. 14/14, ndr) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia».
    Una Commissione di inchiesta antipedofilia

    «Se non sorge una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa Sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare», scrivono i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che chiedono che perlomeno la loro arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, pressata dal caso don Peschiulli, si muova con decisione: «Essere inerti – concludono –, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la Chiesa brindisina. In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. Chiediamo all’arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della Chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra Chiesa locale». (luca kocci)

    http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=55056

  • Pedofilia, la grave timidezza della Chiesa in Italia

    Pedofilia, la grave timidezza della Chiesa in Italia

    Papa Francesco ha istituito una sorta di ministero per combattere gli abusi. Ma sono ancora tanti che faticano a collaborare con le autorità civili

    Negli Stati e nei casi in cui i reati di abuso sui minori siano caduti in prescrizione e non è quindi possibile un’azione giudiziaria contro un religioso responsabile di simili atti «non è accettabile che le autorità ecclesiastiche sostengano che, se le autorità civili sono state informate ma non possono agire, la Chiesa non è obbligata a rispondere. Se lo stato è incapace di agire, la Chiesa deve investigare e risolvere il caso di abuso attraverso le sue proprie norme e procedure, rimuovendo i colpevoli e prendendosi cura delle vittime quando l’abuso è stato commesso».

    Sono parole estremamente chiare quelle pronunciate lo scorso febbraio dal cardinale Sean Patrick O’ Malley, presidente della Pontificia commissione per la protezione dell’infanzia creata su impulso di papa Francesco. Nel frattempo l’organismo è stato dotato dei necessari Statuti normativi così da entrare in una fase definitivamente operativa; in poche parole, in Vaticano c’è ora un dicastero per combattere la piaga della pedofilia in primo luogo nel clero e poi per difendere i minori in generale.

    Un bel passo avanti, certo, rispetto a un passato fatto di negazioni, insabbiamenti, fughe. E, d’altro canto è stato lo stesso O’ Malley a invocare un principio importantissimo: ovvero quello di mettere a punto «sanzioni» per «le autorità ecclesiastiche» che avessero fallito nel compito di proteggere l’infanzia. Insomma: basta protezioni dai vertici, fine dei segreti e dell’occultamento dei fatti. L’organismo vaticano, del resto, è nato coinvolgendo non solo le vittime degli abusi ma anche le conferenze episcopali sparse per il mondo. Tutto bene dunque? Non esattamente.

    Molti Paesi non sono pronti a recepire in modo automatico una politica di trasparenza su un tema tanto delicato, e – guarda caso – l’Italia rientra in questa sfera. Nei giorni e nelle settimane scorse, diverse indagini dal nord al centro Italia hanno portato alla luce l’ennesima rete di pedofili. In particolare, un prete è stato incastrato ad Alassio, in Liguria; un altro caso invece è emerso a Fiumicino, vicino a Roma. E ancora, un terzo episodio recentissimo riguarda un sacerdote di 73 anni di una parrocchia di Brindisi, in Puglia, una vicenda pure quest’ultima conclusasi con l’intervento delle forze dell’ordine. Un altro prete prete attivo nel quartiere dei Parioli a Roma e in precedenza operativo in Argentina (dove avrebbe commesso i reati), è finito sotto inchiesta – contro di lui è intervenuta l’Interpol – qualche mese fa per violenze, sesso di gruppo, corruzione di minorenni.

    Abusi commessi su chierichetti, su ragazzi che frequentano la parrocchia o adescati per strada, nelle zone della prostituzione minorile, video e fotografie pornografiche, scambio di materiale pedopornografico sul web, violenze filmate e messe in rete. Il catalogo dei reati e delle perversioni conosce ormai dei punti fermi e col passare del tempo si moltiplicano anche in Italia i casi e gli arresti di sacerdoti e religiosi. Se ormai da diversi anni pure nel nostro Paese è crollato il muro dell’omertà grazie alle denunce delle vittime, nelle 225 diocesi che compongono la galassia della Chiesa italiana, si continua a far finta di niente.

    Raramente un ordine religioso, un vescovo, per non dire della conferenza episcopale guidata dal cardinale presidente Angelo Bagnasco e dal Segretario, considerato più vicino a Bergoglio, monsignor Nunzio Galantino, hanno diffuso note di denuncia, prese di distanza, o anche semplicemente di informazione rivolte ai fedeli e all’opinione pubblica. Più raramente ancora si registra qualche parola in favore delle vittime. Si preferisce il silenzio.

    Una delle poche eccezioni ha toccato don Mauro Inzoli, ex pezzo grosso di Comunione e liberazione, “condannato” a una vita di riservatezza e preghiera dal Vaticano il cui provvedimento è stato reso noto dalla diocesi di Crema a cui faceva riferimento il sacerdote (detto don Mercedes). Tuttavia don Inzoli venne poi fotografato in mezzo ad autorità politiche di rango, seduto nelle prime file di un convegno – dedicato neanche a dirlo alla difesa della famiglia tradizionale – svoltosi a Milano. Altri casi, ancora, si sono accumulati negli anni passati, qualcuno finito nel dimenticatoio mediatico, qualcun altro conclusosi con una condanna esemplare come nel caso di don Ruggero Conti, parroco di Selva Candida, vicino Roma, al quale la Cassazione solo un paio di mesi fa, ha dato in via definitiva 14 anni e due mesi; una pena di particolare gravità.

    Dietro queste vicende segnate da omertà, da confessioni indicibili di adulti ex vittime che trovano il coraggio di parlare, di genitori che intuiscono qualcosa, di vescovi che si voltano dall’altra parte, c’è però un nodo istituzionale che riguarda in modo specifico la conferenza episcopale italiana. Quest’ultima negli ultimi anni, ottemperando a fatica alle richieste della Santa Sede, ha cercato di adottare linee guida antipedofilia in sintonia con gli standard richiesti dal Vaticano già prima che venisse creato il nuovo dicastero per la tutela dei minori. Ma nel redigere il documento la Cei ha sempre cercato di negare o attutire un principio fondamentale stabilito nelle norme quadro affermate dal Vaticano: quello della collaborazione con le autorità civili; concetto limitato in tutti i modi nei testi preparati dai vescovi italiani nei quali invece ampio spazio era dedicato alla tutela dell’indagato. Un garantismo che assomiglia un po’ troppo a una difesa della propria corporazione.

    Da ultimo, sui recenti casi di sacerdoti italiani arrestati e coinvolti in indagini relative ad abusi, don Fortunato di Noto, il prete da anni impegnato a combattere la pedofilia (fondatore di Meter), ha affermato: «Chi si macchia di questi reati non può fare il prete. Non possiamo giocare con i termini, sono fatti gravissimi, ancora più se a commetterli sono sacerdoti. Se un padre che abusa del figlio perde la patria potestà, è chiaro che un prete non può continuare a svolgere il suo ministero. Un prete non può permettersi questo scivolone». «È vero – ha aggiunto – che la legge permette percorsi di riabilitazione, va tutto bene. Ma un pedofilo non deve più fare il prete».

    http://www.linkiesta.it/vaticano-lotta-contro-pedofilia

  • Talucci convocato dai carabinieri, brindisini sconvolti da omissioni, intrecci ed esorcismi: cosa c’è dietro il prete pedofilo

    Talucci convocato dai carabinieri, brindisini sconvolti da omissioni, intrecci ed esorcismi: cosa c’è dietro il prete pedofilo

    di Giancarlo Sacrestano

    Lunedì l’arcivescovo benemerito Rocco Talucci andrà a spiegare dai carabinieri cosa sapeva degli atteggiamenti morbosi di don Giampiero Peschiulli e se è vero che i genitori di due bambini violentati dal parroco gli avessero denunciato l’accaduto più di dieci anni fa senza che prendesse alcun provvedimento. Talucci è stato invitato a comparire come persona informata dei fatti nell’ambito dell’inchiesta sull’arresto dell’ex parroco della chiesa di Santa Lucia.

    Dalla lettura dell’ordinanza di applicazione della misura degli arresti domiciliari, si percepisce a pelle, che siamo di fronte ad un intricato coacervo di interessi: i peggiori, i meno confessabili.
    Tra preti omosessuali, pedofili, businessman della fede e quel che maggiormente conta, la presenza di vittime, troppe, che soffrono una condizione di prostrazione che andrà ben oltre ogni limite di condanna che sarà inflitta al loro aguzzino, il macello della Chiesa locale, una tra le più antiche e nobili dell’intero cristianesimo, vive un terremoto che la scuote sin dentro le ragioni fondative.

    Se solo il 10% di quello che si legge nell’ordinanza dovesse essere vero, basterebbe per vanificare sforzi e sacrifici di decenni. La figura ancorchè discutibile e censurabile di un prete di 73 anni che resta intrappolato e non governa con sufficiente equilibrio le proprie pulsioni, rivela come il suo sia un comportamento noto, tollerato e forse anche colpevolmente agevolato.
    Dalla sua posizione personale si rileva come sin dal 1965, esatti 50 anni fa, egli, 22enne seminarista, abbia cominciato a alimentare la propria indole sessuale, deviando quella dei suoi amici di corso.

    In mezzo secolo di vita, nessuno è riuscito a ricomporre il puzzle della sua personalità affetta da un disturbo evidente del comportamento. Nei primissimi anni ’80 tutti lo ricordano a Brindisi, già avvezzo a tingersi i capelli e rapportarsi con gli altri con scarsa empatia. La vicinanza all’allora partito di maggioranza relativa, a cui con la sua famiglia garantiva, si dice, un contributo di un consistente numero di centinaia di voti, lo faceva restare sempre poco simpatico, ma utile e per certi versi necessario. Quanto fossero consistenti per certo ambiente ecclesiastico quei legami e taluni personaggi, non è necessario scoprirlo oggi.

    Ciò che impressiona e che potrebbe presto portare anche a possibili sconvolgimenti nella Chiesa locale è la estrema disinvoltura con cui Peschiulli e i vari suoi interlocutori, sottoposti a intercettazione telefonica, facciano riferimento a due Arcivescovi, chiamandoli in causa e ponendo in essere una frattura epocale nella continuità della linea pastorale, tra il predecessore e l’attuale ordinario diocesano di Brindisi. Si apprende così che i due padri arcivescovi, “no no lui con Talucci non ci parla proprio” (riferendosi a Caliandro) e che il secondo “vuole dimostrare che lui non è come Rocco Talucci … è una persona integra …” sarebbero invece simbolo di una medesima medaglia: una Chiesa incapace di rappresentare con elevato distacco dalle miserie umane, il bisogno essenziale di Divino che è in ognuno. Se Sant’Agostino 1700 anni fa invitava alla riflessione per cui la chiesa era letta Santa e Puttana (Sancta Meretrix) è pur vero che oggi di Santo in essa pare restarne assai poco e troppo è il meretricio.

    Come già ricordato, Caliandro primo vescovo in Italia, è stato condannato, nella qualità di ordinario diocesano a risarcire la somma di 20 mila euro alla vittima di abusi sessuali perpetrati da un sacerdote della sua diocesi di Nardò.
    Ma se il tema della pedofilia o della omosessualità appare il più scabroso, non di meno è quello affaristico che si paleserebbe se le circostanze rilevate in intercettazione dovessero venire accertate. Accade allora che in barba alle più elementari norme della buona condotta di un padre spirituale, questi si faccia pagare per prestazioni di una ritualità come quella esorcistica che divide e lacera animi e spiriti.
    Le cassette delle elemosine come quelle delle questue, ci fa sapere la perpetua di Peschiulli, languono e con gli esorcismi, ecco che le cinquanta euro sgorgano spontanee dalle tasche dei poveri spiriti indeboliti dal dubbio e dalle incertezze di fede.

    L’esorcista che ogni 15 del mese celebra una messa speciale alla Rosa è stato spostato da Caliandro recentemente alla parrocchia Santi Apostoli, allestita temporaneamente presso il Santuario di Santa Maria del Casale. Mi si permetterà la battutaccia forse si cerca di tamponare la attrazione verso il giardino che da lì poche decine di metri ospita le visioni mensili di un presunto veggente?
    A nessuno sfugge quale significato e quale importanza sociale rivesta la Chiesa Cattolica in questo territorio, La sua affidabilità si fonda sulla coerente affermazione evangelica. Nessuno impone a nessuno scelte obbligate. Ogni aderente alla Chiesa lo fa in pieno spirito di condivisione e servizio, trattare i fedeli come semplici strumenti da manovrare e far soggiacere ad una ritualità che stanca attraversa i giorni della settimana, non porta frutti. Di questo tipo di Chiesa nessuno sa cosa farsene.

    Don Gianpiero Peschiulli, non avrebbe mai dovuto essere costretto a dimenarsi nel dubbio e nella inquietudine di una condizione depravata. Nessuno lo ha aiutato e nessuno lo ha sollecitato a riconvertire il proprio comportamento. Nessuno si è fatto samaritano. Tutti si sono fatti cittadini onorari di Sodoma.
    Una Chiesa matura nella fede, presente per le strade e tra la gente, avrebbe saputo come preservare e promuovere ogni fiore di campo che qui fosse nato.
    Ora Don Gianpiero è perso nella sua inquietudine e forse sparla, come forse invece presto, dinanzi al giudice ci conforterà di una testimonianza di verità. Siamo cattolici, capaci di capire e perdonare chi ci ha feriti. In linea strettamente teorica sappiamo pure che a chi ci presta violenza noi porgiamo l’altra guancia.
    Si faccia in fretta perché fette importanti di laicato è giustamente schifato e disgustato.
    Sarebbe il caso che Padre Arcivescovo venga nelle chiese, per le strade a raccontarci la verità, a dirci perché dobbiamo avere speranza.

    A leggere le parole scritte e quelle dette in queste ore, , per le strade e sui social, Brindisi può fare a meno dei preti e della loro chiesa. Se sua Eccellenza Padre Arcivescovo non riuscirà nel brevissimo volgere di pochi giorni a far proprio questo grido di disperazione di un popolo, significa che quel popolo è invitato dalla sua indifferenza a cercare altrove la propria guida. Peccato.
    (Foto Brindisi Oggi)

  • Arrestato il prete pedofilo, si era trasferito a Terracina e poteva colpire ancora

    Arrestato il prete pedofilo, si era trasferito a Terracina e poteva colpire ancora

    Si era trasferito a Terracina dove continuava ad avere pericolosi contatti con fedeli e anche bambini. Arrestato per abusi sessuali su minorenni compiuti approfittando “dell’autorità morale e religiosa connessa all’essere il parroco” don Giampiero Peschiulli, 73 anni, originario di Carbonia ma residente da anni a Brindisi.

    Il prete pedofilo è stato posto ai domiciliari dai carabinieri su ordinanza di custodia cautelare richiesta dal pm Giuseppe De Nozza e disposta dal gip Tea Verderosa. Il sacerdote prestava la sua opera in una chiesetta del centro città, la parrocchia Santa Lucia, ma recentemente si era trasferito a Terracina.

    L’ACCUSA. Dagli atti emergono anni di molestie nei confronti di ragazzini, anche minori di quattordici anni, rimasti nel silenzio fino alla denuncia anonima giunta nella redazione della trasmissione televisiva le Iene e alla visita dell’inviato Giulio Golia, nel settembre dello scorso anno e alla messa in onda di un filmato che fece scoppiare il caso del cosiddetto “prete pomicione”. Tre attori, due dei quali avevano finto di essere minorenni, si erano recati a trovarlo, in chiesa, ed erano stati fatti oggetto di attenzioni particolari. Poi l’incursione di Golia e la reazione del sacerdote che si era barricato all’interno del luogo sacro e aveva chiamato i carabinieri. Iniziarono cosi’ le indagini: con l’acquisizione di commenti postati su Facebook da persone che facevano intendere di sapere, con l’avvio di intercettazioni telefoniche e con l’ascolto di presunte vittime di molestie e dei famigliari. Qualcuno ha raccontato di aver subito nel lontano 2002 atti sessuali da parte di Peschiulli, secondo un copione sempre predefinito: carezze, baci, palpeggiamenti. E poi l’invito a “non frequentare le ragazzine”. Altri, tra cui due genitori, hanno anche specificato d’essersi rivolti “con insistenza” al vescovo dell’epoca, Rocco Talucci che aveva “espresso meraviglia – emerge dalle indagini – sul fatto che i giovani avessero parlato delle molestie ricevute in casa, aveva invitato le vittime a non denunciare la vicenda e a non parlarne con altri”. Nelle conversazioni con la perpetua, poi, Peschiulli aveva fatto piu’ volte riferimento a Talucci e alla Chiesa di Brindisi, facendo intendere che vi fossero altri “scandali”. “Se deve parlare don Giampiero – si legge tra le conversazioni – quanti dovrebbero togliersi il colletto”. La personalita’ del sacerdote viene comunque tratteggiata dai magistrati come “invasiva nella sfera sessuale delle persone offese” e per rafforzare tale tesi sono riportate negli atti conversazioni con uomini stranieri chiamati per fissare incontri a pagamento. “Non ho mai smesso di servire messa per la mia fede” hanno raccontato le vittime, pur rappresentando il disagio che avevano gia’ in qualche modo fatto emergere a scuola ma che non era stato tradotto in denunce alle forze dell’ordine. “Non riuscivo piu’ a dormire la notte” dice ai carabinieri uno dei due chierichetti. “Non riuscivo neanche piu’ a guardare in faccia i miei genitori”. “Sincera partecipazione alla sofferenza di chi ha subito azioni riprovevoli” viene espressa dall’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons.Domenico Caliandro: “Ove accertati fatti del genere la ferita inferta alla dignita’ umana e cristiana delle vittime e’ veramente grave, ancor piu’ se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene”.

    FUGA A TERRACINA. Dopo la bufera televisiva, don Giampiero si era dimesso da parroco ma non aveva lasciato l’abito talare. Si era trasferito a Terracina (Latina) dove continuava a concelebrare messa e avere, scrivono i magistrati, rapporti con i fedeli tra cui con bambini e ragazzi. Da qui le esigenze cautelari, che trovano fondamento sul pericolo di reiterazione delle condotte.

    Arrestato il prete pedofilo, si era trasferito a Terracina e poteva colpire ancora

  • Gli abusi del prete sui minori: «Il vescovo invitò i nostri figli a non denunciare»

    Gli abusi del prete sui minori: «Il vescovo invitò i nostri figli a non denunciare»

    BRINDISI – Secondo quanto è stato ricostruito dai carabinieri nel corso delle indagini su don Giampiero Peschiulli, – il prete 73enne arrestato dai carabinieri di Brindisi su ordinanza di custodia cautelare chiesta dal pm Giuseppe De Nozza e disposta dal gip Tea Verderosa per abusi sessuali su minorenni – alcuni episodi, per cui però non è più possibile procedere per via del tempo trascorso, risalgono al 2002. Due genitori, è riportato negli atti, si erano rivolti con insistenza al vescovo dell’epoca, monsignor Rocco Talucci, che aveva “espresso meraviglia sul fatto che i giovani avessero parlato delle molestie ricevute in casa, aveva invitato le vittime degli atti sessuali a non denunciare la vicenda e a non parlarne con altri”. Tanto hanno riferito i famigliari di persone, uno dei quali oggi ha quasi trent’anni, che ha raccontato che quando aveva 10 anni era spesso stato accarezzato in modo morboso sulle gambe e vicino ai genitali.

    Sono due chierichetti, all’epoca dei fatti minori di quattordici anni, le presunte vittime degli abusi sessuali compiuti dal sacerdote di Brindisi posto ai domiciliari oggi. I fatti contestati risalgono agli anni 2012 e si sarebbero protratti fino al 2014. Le denunce sono state formulate dai genitori delle vittime dopo che il 15 settembre scorso Giulio Golia, l’inviato della trasmissione televisiva le Iene era andato presso la parrocchia di Santa Lucia, nel centro di Brindisi, e il sacerdote si era barricato all’interno chiamando il 112. La notizia era stata pubblicata da un giornale online, anche su Facebook e tra i commenti vi erano state numerose segnalazioni da parte di utenti del social network che facevano cenno a circostanze su cui i carabinieri hanno effettuato approfondimenti.

    Dal racconto delle due presunte vittime di molestie sessuali è emerso che il parroco sarebbe stato solito accarezzare i ragazzi, anche minorenni, e che in alcuni casi aveva anche palpato le loro parti intime prima e dopo la Messa, o durante la confessione.

    Ci sono anche intercettazioni telefoniche a supporto dell’accusa di abusi sessuali contestata al prete di Brindisi. In una in particolare il parroco parla con una delle persone offese che gli spiega che il sabato precedente non aveva potuto recarsi in parrocchia perché doveva studiare: “Ho capito, ho capito, mi hai tradito, ho capito ho capito”, ribatte il prete a quanto riportato.

    Poi, dopo, aggiunge: “Sine, mi hai come si dice aspetta, come si dice la parola, sedotto e tradito”. Una delle vittime aveva raccontato tutto a una propria insegnante. Le denunce sono state formulate dopo la messa in onda della trasmissione le Iene.

    http://www.msn.com/it-it/notizie/italia/gli-abusi-del-prete-sui-minori-%C2%ABil-vescovo-invit%C3%B2-i-nostri-figli-a-non-denunciare%C2%BB/ar-BBjZNO2

  • Arresto di Don Giampiero, il vescovo: ” Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione”

    Arresto di Don Giampiero, il vescovo: ” Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione”

    BRINDISI- A seguito dell’arresto di Don Giampiero Peschiulli, l’arcivescovo di Brindisi ed Ostuni monsignor Domenico Caliandro ha inviato un comunicato che pubblichiamo integralmente.

    “In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un parroco della città di Brindisi,  l’Arcivescovo mons. Caliandro,  sulla base degli elementi  finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi ha subito azioni riprovevoli.

    Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla  dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e  farle crescere nel bene. Se un sacerdote  cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti.  A maggior ragione l’Arcivescovo invita  i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinchè il male non abbia mai l’ultima parola.  Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti   sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime”.

    BrindisiOggi

    Arresto di Don Giampiero, il vescovo: ” Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione”

  • Prete pedofilo a Brindisi, il candidato cattolico Ferrarese propone: “Castrazione chimica”

    Prete pedofilo a Brindisi, il candidato cattolico Ferrarese propone: “Castrazione chimica”

    Il coordinatore regionale di Ncd ed ex presidente della provincia lancia la campagna contro chi molesta i bambini dopo il caso del sacerdote arrestato. E su Facebook è boom di “mi piace”

    di SONIA GIOIA

    La soluzione ai casi di pedofilia come quello, stando alle accuse della Procura di Brindisi, che ha coinvolto il sacerdote 73enne della chiesa di Santa Lucia  Giampiero Peschiulli? “La castrazione chimica”, il coordinatore regionale di Ncd-Area popolare Massimo Ferrarese, lista a sostegno del candidato del centrodestra alle regionali Francesco Schittulli non ha dubbi.

    Sembra che l’oncologo barese in lizza per la presidenza della Regione Puglia sul punto non è ancora stato interpellato, ma lo sarà da qui a breve. “Non so se il mio partito sposerà questa proposta, ma io la sosterrò con ogni mezzo. Siamo di fronte a malati di mente (i pedofili, ndr) che creano problemi psicologici irreversibili ai nostri figli. Allora devono scegliere: o restare chiusi in carcere per non nuocere a nessuno per il resto dei loro giorni, oppure rimuovere la malattia che afflige loro e le loro vittime, delle due l’una”.

    L’ex presidente della Provincia Massimo Ferrarese non è personalmente candidato e ci tiene a sottilineare che è solo un caso se prende posizione in questa turpe vicenda in piena campagna elettorale. Il coordinatore regionale del partito di area cattolica, non lesina commenti al vetriolo sulla Curia, che secondo l’ordinanza di custodia cautelare che ha confinato ai domiciliari don Peschiulli sarebbe stata in qualche modo complice silente delle azioni del prete ai danni di due chierichietti.

    “La scoperta di un caso di pedofilia così eclatante nel cuore della città, in un luogo in cui mandiamo i nostri figli per completare la loro educazione ci pone davanti a due problemi. Il primo è legato al colpevole silenzio con cui la Curia brindisina del tempo, pur messa a conoscenza degli abusi, ha coperto l’operato del parroco, consentendogli di fatto oltre dieci anni di ulteriori abusi. Il secondo è relativo alla necessità di prendere provvedimenti drastici nei confronti dei malati che approfittano di bambini ai quali distruggono per sempre l’esistenza. E in questo senso ritengo si possa iniziare a valutare l’introduzione della castrazione chimica per non mettere più questa gente in condizione di fare del male”, scrive Ferrarese su Facebook facendo il pieno di I like e di commenti.

    http://bari.repubblica.it/cronaca/2015/05/21/news/prete_pedofilo_a_brindisi_il_candidato_cattolico_ferrarese_propone_castrazione_chimica_-114903409/

  • TG 20.05.15 Brindisi, prete in manette per pedofilia

    TG 20.05.15 Brindisi, prete in manette per pedofilia

    I carabinieri hanno posto agli arresti domiciliari un sacerdote 73enne della curia brindisina, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia a Brindisi, accusato di violenza sessuale anche su minori di 14 anni. – visita il sito http://www.antennasud.com

  • Pedofilia, prete fermato a Brindisi: abusò di minori

    Pedofilia, prete fermato a Brindisi: abusò di minori

    Smascherato dalle Iene. Alcuni casi al vaglio degli inquirenti

    I carabinieri hanno messo agli arresti domiciliari un sacerdote, don Giampiero Peschiulli, 73 anni, ex parroco a Brindisi, accusato di violenza sessuale anche su minori di 14 anni. Il prete era stato a lungo parroco della chiesa di Santa Lucia. Aveva lasciato l’incarico dopo che i presunti abusi erano stati denunciati in un servizio del programma Le Iene, il 29 ottobre, e la procura aveva avviato l’indagine.

    Almeno due gli episodi emersi dalle indagini eseguite dal Reparto operativo. Vi sarebbero però anche altri episodi per cui non è stato possibile procedere. Il provvedimento restrittivo è stato richiesto dal pm Giuseppe De Nozza e disposto dal gip Tea Verderosa.

    Le esigenze cautelari si fondano sul pericolo di reiterazione del reato ipotizzato a suo carico. Nel novembre scorso, dopo il sequestro dei pc del sacerdote, erano apparse scritte minatorie sui muri nei pressi della chiesa in cui per anni Peschiulli aveva prestato la sua opera.