Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione

    La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione

    Portava i ragazzini nel suo letto, baciandoli a lungo sulla bocca e strusciandosi su di loro con la scusa di parlare di Dio, li faceva spogliare e li accarezzava mentre facevano il bagno nudi insieme a lui durante i campi estivi. Cene a lume di candela in cui i ragazzi venivano incoraggiati dal prete a toccarsi a vicenda, manipolazioni durate anni, fra elogi e promesse di far parte di una élite spirituale in cui le regole comuni non valgono.

    Eppure tutto questo non è bastato a portare a processo l’abusatore: si è conclusa con l’archiviazione penale ed ecclesiastica la vicenda di don Valentino Salvoldi, prete della diocesi di Bergamo, responsabile di aver molestato e abusato sessualmente almeno 21 ragazzi, fra cui diversi minorenni. Il 3 settembre 2024 la pm Elena Torresin, sostituto procuratore della Repubblica del tribunale di Udine, aveva già stabilito di non procedere nei confronti del sacerdote, oggi ottantenne, perché i reati erano risultati prescritti, decisione poi confermata nel 2025 dal Dicastero per la Dottrina della Fede, che ha deciso di «non derogare all’intercorsa prescrizione».

    Papa Francesco aveva più volte ribadito che gli abusi sui minori per la Chiesa non si estinguono e che si rinuncia sempre alla prescrizione in questi casi, ma i giudici del Dicastero guidato dal prefetto Tucho Fernandez devono avere la memoria corta. D’altronde anche l’esortazione di Bergoglio alla “tolleranza zero” sugli abusi è rimasta una dichiarazione di intenti, qualcosa che è giusto dire ma che poi non si ha davvero intenzione di mettere in pratica, certo non a spese del buon nome della Chiesa e dei suoi vescovi. Proprio sugli abusi e sul mancato ascolto delle vittime è tornato anche papa Leone a inizio gennaio, nell’intervento conclusivo del primo concistoro straordinario del suo pontificato, tenuto davanti a 170 cardinali:

    «L’abuso stesso causa una ferita profonda che forse dura tutta la vita; ma tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori».

    Alla piena consapevolezza del problema da parte del Vaticano non corrisponde però un’adeguata reazione: le autorità ecclesiastiche, a tutti i livelli, continuano a tenere sigillati i cassetti con i documenti sui casi di violenza sessuale e non vedono l’ora di chiudere le spinose pratiche di pedofilia clericale, in modo da poter proseguire indisturbati, come dimostra l’inamovibile vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana (di cui abbiamo raccontato nel podcast La Confessione), oggi a processo per falsa testimonianza.

    Il caso processuale di don Salvoldi è quindi molto interessante perché evidenzia il comportamento omertoso, la totale mancanza di trasparenza e il colpevole ritardo della Chiesa nei casi di abuso. Non solo: i preti e i vescovi sono talmente indifferenti alla condizione di sofferenza delle vittime che non si preoccupano nemmeno di salvare l’apparenza e succede persino che facciano condurre le indagini sui preti pedofili alle stesse persone che si occupano dei Servizi diocesani di tutela dei minori.

    Ci arriviamo. Prima, però, bisogna sottolineare che, ancora una volta, se siamo venuti a conoscenza della vicenda di un sacerdote abusante non è certo grazie a un gesto di trasparenza della Chiesa, che pure ne è la diretta responsabile, ma soltanto per il coraggio delle vittime, che lo hanno denunciato alla magistratura e alla stampa. Primo fra tutti Stefano Schiavon, che aveva 17 anni all’epoca dei fatti e che ha rintracciato decine di ragazzi che frequentavano i campi estivi organizzati dal carismatico prete bergamasco fra gli anni ‘90 e duemila, ricostruendo con precisione la dinamica degli approcci, della manipolazione e degli abusi. Avevo raccontato la storia di Valentino Salvoldi, predatore seriale di ragazzini, in due articoli apparsi su Domani, il 27 dicembre 2023 e il 10 febbraio 2024. Ecco come Salvoldi interpretava la sua vocazione sacerdotale:

    Si definisce «un mendicante d’amore», don Valentino Salvoldi, sacerdote della diocesi di Bergamo. È un predicatore appassionato, che dedica la sua vita a liberare il messaggio evangelico dai lacci in cui una chiesa, a suo dire troppo rigida, lo ha imbrigliato: parla di gioia del corpo, invita a sostituire il segno di pace al termine della messa con lunghi abbracci. Dopo essere stato missionario in Africa, torna in Italia e all’inizio degli anni ‘90 comincia ad organizzare campi per giovani adulti in cui si cala nel ruolo del prete progressista, aperto al confronto e critico della società capitalista. Ben presto, però, decide di rivolgersi agli adolescenti perché, sostiene, è quella l’età in cui si forma la persona e dopo «è tardi per cambiare». Li invita a cercare la verità, a viaggiare e a scegliersi un maestro di vita che li guidi. Proprio questo è il rapporto che lui instaura con i suoi “prediletti”, a cui rivolge attenzioni speciali, baciandoli sulla bocca e portandoseli nel letto “per un riposino” o per la confessione. Sono ragazzini, alcuni hanno appena tredici anni, e l’esperienza di un campo-scuola con un sacerdote che osa dire cose trasgressive li affascina. Lui li ricompensa con complimenti e incoraggiamenti e se si ritraggono quando li tocca nelle parti intime, subito li rassicura: «quel che facciamo qui è buono».

    «Era il ‘96 o il ‘97: durante un campo estivo in Val d’Ossola, Salvoldi ci ha portati a fare il bagno in una sorgente di acqua calda», racconta Samuele (nome di fantasia). «Lì, senza scambiare troppe parole, come se fosse già chiaro quel che sarebbe successo, noi ragazzi ci siamo spogliati fino a restare nudi, e così ha fatto il prete – continua Samuele – Ci siamo immersi nell’acqua e a turno abbiamo ricevuto le carezze e i baci di don Valentino. Se qualcuno aveva un principio di eccitazione, don Valentino spiegava che era “soltanto una cosa meccanica”, e che anche a lui “sarebbe partito il pistolino” – testuali parole – se l’avesse messo sotto il potente getto d’acqua termale». Lo stesso Salvoldi, precisa Samuele, poi commentava la giornata con i ragazzi davanti alle madri che erano venute a prenderli, normalizzando così quello che era appena successo.

    Nell’agosto del 2002, a Mione, in provincia di Udine, Francesco (nome di fantasia), oggi 44 anni, si ritrova a uno dei campi organizzati da Salvoldi: «creava un ambiente suggestivo per dei ragazzini, con rituali serali caratterizzati da luci soffuse e musica, in cui lui era il guru: ricordo bene di averlo visto baciare dei ragazzi», racconta. Anche Davide (nome di fantasia), all’epoca appena ventenne, ha partecipato al campo di Mione e ricorda il clima “paraspirituale” creato dal prete e le serate a lume di candela: «un ragazzino, visibilmente depresso, era il paggetto di compagnia di Valentino», dice. «La mia vicenda – sottolinea Davide – mostra come il prete sia capace di aspettare il momento adatto e la meccanica premeditata e dolosa del suo comportamento.

    Al campo, Salvoldi non tenta approcci fisici con Davide – una volta soltanto gli si avvicina per annusargli i capelli – ma gli chiede di aiutarlo nella redazione del libro che sta scrivendo. Così Davide per un paio d’anni corregge le bozze per don Salvoldi; finito il lavoro, vuole spedirgli il testo ma il prete insiste perché, invece, glielo consegni a mano. Il sacerdote gli chiede di raggiungerlo in un paese dove si trova di passaggio; prima pranzano a casa di un amico e poi vanno all’albergo dove alloggia per discutere del libro. «Appena sono entrato nella stanza, Salvoldi mi ha messo la lingua in bocca e mi ricordo il disgusto che ho provato, la sensazione della sua barba ispida sul mento. Schifato, sono andato via subito», dice Davide.

    E ancora, qualche anno dopo, ecco i ricordi di un altro testimone, Ettore (nome di fantasia): «ho partecipato a due campi di Salvoldi, nel 2006 e 2008, quando avevo 16 e 18 anni – racconta – la prima sera, don Valentino mi ha chiamato in camera sua perché voleva parlarmi. Mi ha detto di stendermi sul letto per abbracciarci, ma io mi sono rifiutato». Ettore riesce a non farsi circuire dal prete ma si rende conto del clima particolare che lo circonda: «durante questi campi si faceva una cena a lume di candela in cui ci si imboccava a vicenda – racconta a Domani – e dopo noi ragazzi eravamo invitati a abbracciarci mettendoci l’un l’altro le mani sotto la maglietta». Non solo: «ho visto distintamente don Valentino baciare a lungo sulla bocca un ragazzo seduto sulle sue ginocchia». Ettore è stranito ma pensa che se nessuno ha qualcosa da eccepire, forse anche i baci fanno parte del “rituale”. «Valentino diceva che le regole dell’esterno non valevano, che con lui si dovevano seguire regole nuove impostate sull’amore, il toccarsi e lo stare insieme».

    Il prete si muove fra la Lombardia, Roma e l’Africa, dove ama predicare l’amore in tutte le sue forme (almeno finché non lo cacciano) e dove l’alta considerazione di sé lo porta a indulgere in qualche peccato di vanità:

    Sul suo sito, i dati biografici sono generici: scrive che ha studiato per venticinque anni e per altrettanti ha insegnato filosofia e teologia morale, soprattutto come visiting professor nei paesi del terzo mondo. «Ora sono al servizio della Santa Sede per la formazione del clero delle giovani Chiese», aggiunge, senza specificare in cosa consista questo “servizio”. È un “fidei donum”, cioè un sacerdote mandato a esercitare il ministero in terra di missione, ma è soprattutto un autore molto prolifico: pubblica con diverse case editrici (Paoline, Elledici, Gabrielli editori, Città Nuova e altre) saggi divulgativi di morale, raccolte di preghiere, biografie, alcuni tradotti anche all’estero. Lo stile è enfatico, zeppo di frasi ad effetto, e il tema ricorrente è l’amore in tutte le sue espressioni. Dal sito della Gabrielli editori apprendiamo che è stato docente di filosofia e teologia morale all’Accademia Alfonsiana di Roma e che «per il suo impegno è stato espulso da sette stati africani, due volte è stato davanti al plotone di esecuzione in Nigeria ed è sfuggito alla lapidazione in Bangladesh». In realtà, la sua docenza all’Alfonsiana si limita a un solo semestre, nel 1988-1989, «come invitato, con un corso su “Il sacro nelle culture africane”», come attesta padre Maurizio Faggioni, docente di bioetica nello stesso istituto.

    È così attento a costruire la sua immagine di studioso e missionario devoto da investire qualche centinaio di dollari per l’inserimento del suo nome nell’annuario “Distinguished leadership” («per i suoi eminenti contributi come scrittore e come promotore di giustizia e di pace») pubblicato a pagamento dall’American Biographical Institute di Raleigh, North Carolina, ente più volte segnalato per truffa. Un dettaglio che conferma l’egocentrismo del sacerdote, che durante una lezione in Etiopia nel 2002 non temeva di definire sé stesso troppo «bello e intelligente» per piacere alla chiesa; una chiesa che «ha paura di lui» e preferisce invece ordinare persone «più normali».

    Non pago dell’attività dei campi scuola, Salvoldi all’inizio del Duemila decide di pensare più in grande e fonda la onlus Shalom, «un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale, avente come finalità la formazione morale e la crescita culturale dei giovani». Il suo motto è «i giovani salvano i giovani» e promette «la gioia di sentir rullare i tamburi, mentre i piedi si muovono lieti nella danza al sogno di “cieli nuovi e terra nuova”», come si legge in un volantino di presentazione. Presidente è il fratello, Giancarlo Salvoldi, politico, eletto alla Camera dei Deputati per i Verdi dal 1987 al 1992. Dopo qualche anno la onlus viene messa in liquidazione e in rete non si trovano tracce di progetti effettivamente realizzati.

    Fratello di un ex deputato, Salvoldi è dunque un prete evanescente, un missionario senza parrocchia dalla biografia vaga e poco chiara persino alla sua stessa diocesi, che sembra conoscerlo ben poco. Don Francesco Airoldi, vicedirettore del Servizio diocesano Tutela minori di Bergamo e cancelliere vescovile, alla richiesta di informazioni sul prete da parte dei carabinieri risponde con una lettera che abbonda di “ci risulta”, sottolineando che Salvoldi «svolge la sua attività prevalentemente al di fuori dell’aerea territoriale della diocesi di Bergamo, e per altri enti ecclesiastici». Insomma se ne lava le mani, e altrettanto evasivo si mostra quando viene sentito il 14 novembre 2023 come persona informata sui fatti, tanto che la polizia, nel rapporto conclusivo sull’indagine inviato al Sostituto Procuratore della Repubblica, definirà «pilatesco» il comportamento dei vertici della curia bergamasca, «pronta a disconoscere in toto gli agiti del prete Salvoldi e a trincerarsi dietro a delle capziose competenze di carattere burocratico-statuale al solo fine di salvaguardare l’estraneità dai fatti della stessa diocesi».

    Il Servizio diocesano Tutela minori di Bergamo aveva risposto non senza imbarazzo alla segnalazione su Salvoldi ricevuta il 18 ottobre 2023 da parte di Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso, che si faceva portavoce di «una decina di vittime» e chiedeva l’apertura di una indagine previa sul prete. «Questo Servizio diocesano è certamente disponibile all’ascolto diretto delle persone interessate» – scriveva la referente del Centro di ascolto del Servizio diocesano Tutela minori Rosaria Cavallaro, e specificava: «per aprire con efficacia e frutto un’indagine previa è fondamentale conoscere l’identità dei segnalanti e raccogliere direttamente il loro racconto». Lo stesso giorno, Zanardi inoltra la segnalazione anche al presidente dei vescovi, il cardinale Matteo Zuppi, e sei giorni dopo deposita un esposto in Procura.

    La notizia del prete missionario troppo attento ai ragazzini arriva comunque alla stampa e il 24 dicembre sul sito della diocesi compare una nota stringata:

    «In merito ad alcune notizie di stampa relative ad un anziano sacerdote del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni ‘90, si è già provveduto per quanto di competenza ad attivare le procedure previste dal diritto canonico, fermo restando il rispetto del lavoro della magistratura nel comune intento del giusto accertamento della verità».

    Il 27 dicembre esce l’articolo su Domani e due giorni dopo Salvoldi replica dalle colonne del Corriere della Sera che è innocente e che i baci e gli abbracci «erano segni di tenerezza e pace, dell’amore per Dio» e che la sua era «una pedagogia liberatoria».

    La diocesi di Bergamo e la Cei sono quindi informate sin dall’ottobre 2023 che il prete missionario Salvoldi ha il vizio dei ragazzini ma attendono più di un anno prima di mettere in moto un’indagine su di lui. Stefano Schiavon viene infatti contattato dalla diocesi di Bergamo soltanto il 15 novembre 2024 come «persona potenzialmente informata sui fatti», 367 giorni dopo la deposizione di don Airoldi ai carabinieri. Ma se la diocesi ci ha pensato su a lungo, la testimonianza della vittima deve invece arrivare subito, al più tardi entro sei giorni, festivi compresi. Vale la pena riportare integralmente la mail per apprezzare l’empatia della chiesa nei confronti di una potenziale vittima:

    Egregio Dott. Schiavon

    nel procedimento canonico che la diocesi di Bergamo sta svolgendo nei confronti del Rev. Sac. Valentino Salvoldi è emerso il Suo nome quale persona potenzialmente informata sui fatti oggetto dell’accertamento ai sensi della legge canonica.

    Per questo motivo, la diocesi di Bergamo La invita a rendere testimonianza in merito ai fatti oggetto di accertamento nel suindicato procedimento canonico, precisando sin da ora che in questa sede Lei non è obbligato a comparire e a rendere testimonianza. Qualora Lei decidesse di testimoniare, saranno a tal fine concordati data e ora della Sua audizione; qualora Lei decidesse di non aderire all’invito, il procedimento canonico farà regolarmente il suo corso.

    Nel caso in cui Lei non avesse la possibilità di recarsi in Italia per rendere la testimonianza, se vorrà potrà far pervenire alla diocesi di Bergamo eventuale documentazione in Suo possesso che ritenga utile per fare verità sul caso, ovvero un Suo scritto redatto secondo verità e con modalità tali da garantirne la autenticità (ad esempio, mediante sottoscrizione digitale), entro sei giorni dalla ricezione della presente.

    Con la presente si precisa che la testimonianza in ambito canonico non comporta né implica in alcun modo la privazione o la limitazione di alcun diritto avanti alla competente autorità giudiziaria dello Stato italiano, trattandosi di due ordinamenti (quello canonico e quello civile) indipendenti e autonomi e ciascuno disciplinato da proprie normative.

    In attesa di un cortese riscontro, si ringrazia e si porgono distinti saluti.

    Ma il bello viene ora. La mail è firmata «dottoressa Arianna Dutto, delegata all’indagine» e arriva direttamente dalla Tutela minori della curia di Bergamo (tutelaminori@curia.bergamo.it), un indirizzo mail abbastanza singolare per una persona che deve occuparsi di un’indagine su un prete pedofilo. Altrettanto singolare è la professione dell’incaricata stessa: infatti Arianna Dutto, avvocata del foro di Milano, non solo fa parte, come si è capito, del Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo, ma è anche componente di diverse commissioni di tutela dei minori e consulente di enti ecclesiastici e ordinari della Chiesa cattolica; fa anche parte del Servizio Regionale Tutela minori del Lazio. Un curriculum rimarchevole – non a caso viene chiamata sovente a fare formazione in ambito ecclesiastico – ma certamente non proprio una garanzia di terzietà in un’indagine per abusi su minori.

    (Continua)

    (Nella foto: il duomo di Bergamo)

    https://federicatourn.substack.com/p/la-svolta-del-vaticano-coprire-i

  • Bambini maltrattati all’asilo: nei guai cinque tra maestre e suore

    Bambini maltrattati all’asilo: nei guai cinque tra maestre e suore

    Nel pomeriggio i carabinieri del comando provinciale di Benevento hanno eseguito un’ordinanza di applicazione della misura cautelare personale del divieto di dimora nel capoluogo sannita nei confronti di cinque donne, gravemente indiziate, in concorso tra loro, di maltrattamenti ai danni di minori.

    Il provvedimento è stato emesso dal gip su richiesta della Procura della Repubblica di Benevento, guidata da Gianfranco Scarfò, ed è il risultato di un’indagine coordinata dalla stessa Procura e condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo.

    L’attività investigativa trae origine dalla denuncia presentata dal rappresentante di una cooperativa impegnata in servizi socio-educativi. L’uomo avrebbe appreso da una giovane impegnata nel servizio civile, in servizio presso un asilo nido del centro cittadino gestito da una congregazione religiosa, l’esistenza di presunte condotte maltrattanti ai danni dei bambini da parte delle insegnanti, sia religiose sia laiche.

    Le indagini, avviate immediatamente e supportate da attività di intercettazione audio e video, avrebbero consentito di documentare numerosi episodi di abuso ai danni di minori di età compresa tra i 10 mesi e i 3 anni, alcuni dei quali non ancora in grado di camminare.

    In particolare, gli investigatori avrebbero accertato condotte di contenzione forzata — con bambini immobilizzati alle sedie tramite gli indumenti o lasciati per lunghi periodi nei passeggini — oltre a insulti legati all’aspetto fisico, all’abbigliamento o persino al nome dei piccoli. Sarebbero inoltre emersi episodi di violenza fisica, tra cui schiaffi alla nuca, strattonamenti per i capelli e spintoni, anche nei confronti di bambini in fase di gattonamento. Contestate anche punizioni improprie e l’uso della forza per costringere i minori a mangiare o dormire.

    Secondo quanto documentato dalle riprese video, il clima all’interno della struttura sarebbe stato percepito in modo negativo dagli stessi bambini, alcuni dei quali avrebbero manifestato atteggiamenti istintivamente difensivi, come coprirsi il volto con le mani all’avvicinarsi di un’insegnante.

    La misura eseguita rientra nella fase delle indagini preliminari ed è soggetta a impugnazione. Le persone coinvolte sono da considerarsi presunte innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.

  • Madre sottoponeva il figlio a riti satanici, sospesa la responsabilità genitoriale

    Madre sottoponeva il figlio a riti satanici, sospesa la responsabilità genitoriale

    E’ stata sospesa la responsabilità genitoriale di una madre che avrebbe cercato di indottrinare il figlio con riti legati a superstizioni. La vicenda, raccontata stamattina sul quotidiano locale Alto Adige, è accaduta nelle scorse settimane nei dintorni di Bolzano.

    La donna, rimasta vedova, avrebbe smesso di mandare a scuola il figlio, minacciando di morte le insegnanti. Avrebbe costretto il piccolo a dormire in pieno giorno e niente pediatra. Da mangiare gli avrebbe dato solo dei biscotti, si legge sul quotidiano.

    La madre avrebbe convinto il bambino che i dolori fisici come il mal di pancia dovuto alla malsana alimentazione fossero in realtà dovuti a maledizioni sciamaniche che lo avevano colpito.

    Le torture psicologiche si sarebbero protratte per mesi fino a quando i carabinieri, con in mano un decreto del Tribunale dei minorenni, hanno fatto irruzione in casa della donna e portato via il bambino, poi inserito in una comunità.

    https://www.adnkronos.com/cronaca/sottoponeva-il-figlio-a-riti-satanici-sospesa-la-responsabilita-genitoriale_17MfRTMIYSyyDUPBkg98Yj

  • Garlasco, la pista dei legali di Sempio: “Dietro la morte di Chiara un giro di pedofili”

    Garlasco, la pista dei legali di Sempio: “Dietro la morte di Chiara un giro di pedofili”

    GARLASCO (PAVIA). Un solo assassino o più complici sulla scena del crimine? La difesa di Andrea Sempio, l’unico indagato nel nuovo fronte di inchiesta sul delitto di Garlasco, non ha dubbi: «Chiara è stata uccisa da una sola persona». Massimo Lovati, che difende l’indagato insieme alla collega Angela Taccia, lo aveva già dichiarato ma ieri durante la trasmissione Mattino 5 ha voluto essere più preciso: «Non c’entrano né Sempio, né le gemelle, né i vari nomi che stiamo sentendo in questi giorni: è solo fumo negli occhi. Chiara Poggi è stata uccisa da un solo killer, un omicida che fa riferimento a una massoneria internazionale, un’organizzazione criminale dedita al traffico di esseri umani e alla pedofilia». Poi l’affondo agli inquirenti: «Questa indagine è partita malissimo».

    L’ipotesi di più complici

    La pista di un coinvolgimento di più persone nel delitto non è invece esclusa dalla Procura, che infatti contesta a Sempio (che comunque resta unico indagato fino a questo momento) il concorso con altri soggetti rimasti ignoti o con Alberto Stasi, il fidanzato della vittima già condannato per questo delitto a 16 anni di carcere (condanna che sta finendo di scontare in regime di semilibertà). I carabinieri del nucleo investigativo di Milano indagano a 360 gradi su delega dei pm Stefano Civardi, Valentina De Stefano e Giuliana Rizza. Per questo hanno anche acquisito gli atti dell’inchiesta sul santuario mariano della Bozzola, tra il 2012 e il 2014 al centro di uno scandalo per ricatti gay ai religiosi da parte di due giovani romeni, condannati per estorsione e oggi latitanti.

    Le tracce in casa

    Nella villa di via Pascoli sono state repertate una sessantina di impronte digitali che non è stato possibile attribuire, nonostante i confronti fatti all’epoca. Alcune sono ritenute, dai carabinieri di Milano, più rilevanti di altre. C’è di sicuro la traccia catalogata come 33, trovata sulla parete destra della scala che porta alla cantina dove fu trovato, la mattina del 13 agosto 2007, il corpo senza vita di Chiara Poggi. L’impronta di un palmo destro è attribuita a Sempio: secondo una consulenza disposta dalla Procura coincide per 15 punti di contatto. La traccia dovrebbe essere riesaminata anche sul fronte genetico, ma negli archivi dei Ris non si trova.

    L’impronta sulla porta

    Proprio la presenza di così tante impronte non consente agli inquirenti di escludere altre persone sulla scena del crimine. È ancora da attribuire (e non è di Sempio, né di Stasi e nemmeno di altre persone che frequentavano la casa) l’impronta catalogata come numero 10 e ritrovata sull’anta interna della porta di ingresso. L’impronta digitale è lasciata da una mano sporca, ma di questa traccia non fu mai eseguito un accertamento per stabilire la natura della sostanza presente. L’analisi sarà eseguita a distanza di 18 anni, nell’incidente probatorio che sarà avviato il 17 giugno su diversi reperti, comprese le fascette para-adesive delle impronte digitali.

    Il memoriale del detenuto

    garlasco

    Un paio di pagine scritte a mano nel carcere di Torre del Gallo, dove si trova con l’accusa di omicidio volontario. Il memoriale di Cleo Stefanescu, 25 anni, raccoglie le confidenze che gli fece lo zio, Flavius Savu, sui festini a luci rosse al santuario mariano della Bozzola. Stefanescu, in cella per avere ucciso alcune settimane fa con 40 coltellate Luca Leone in corso Novara a Vigevano, ha chiamato alcuni giorni fa la sua avvocata, Guya Portaluppi, per consegnarle le sue dichiarazioni.

    «Voleva raccontarmi alcuni fatti su Garlasco – dice la sua legale –. Lo sento quindi in cella e mi conferma quanto aveva già detto lo zio a proposito dell’inchiesta sulla Bozzola. Non ha dichiarato nulla sull’omicidio di Chiara Poggi, si è limitato a fare qualche sua ipotesi». Nessuna informazione, quindi, sull’omicidio della giovane o su un presunto collegamento con l’inchiesta del santuario. Nel memoriale Stefanescu racconta che lo zio gli parlò dell’ex rettore, don Gregorio Vitali, e della reverenza che nutriva nei confronti di un alto prelato «a cui baciava i piedi». Racconta anche che c’erano tanti giovani che partecipavano ai festini a luci rosse con alcuni religiosi e che «ricevevano per questo anche cifre fino a 3mila euro a testa». Stefanescu spiega di avere voluto mettere per iscritto i suoi ricordi dopo che ha sentito ancora parlare dell’inchiesta sullo scandalo al santuario, che nel 2014 portò alla condanna dello zio, oggi latitante, per estorsione. «Non ha fornito riscontri a un collegamento con il delitto di Chiara Poggi – precisa la sua avvocata –, però siamo pronti a consegnare il manoscritto all’autorità giudiziaria qualora gli inquirenti ritengano di interesse quanto ha voluto dichiarare il mio assistito». —

    Le telefonate attribuite a Stasi

    Le quattro chiamate anonime sul cellulare di Chiara Poggi il 13 agosto furono attribuite, con un calcolo di probabilità, al telefono fisso di Alberto Stasi nella sentenza del gup Stefano Vitelli. Resta ancora il mistero sulla telefonata che la cugina di Chiara, Stefania Cappa, dice di averle fatto il 12 agosto, di cui non c’è traccia agli atti.

    I genitori Poggi: «Ormai più testimoni che garlaschesi»

    «A Garlasco ormai vengono fuori più testimoni del delitto che abitanti»: a dirlo, visibilmente contrariato, è Giuseppe Poggi, il padre di Chiara, intervistato ieri con la moglie Rita Preda da un giornalista del Tg5. I genitori smentiscono che la borsa di Chiara sia stata rubata dopo il delitto, come scritto da alcuni giornali nei giorni scorsi. «È vero – dice la mamma – che avevamo subito un furto, ma la borsetta di Chiara è sempre stata con noi». E mentre lo dicono, i coniugi mostrano la borsa nera al giornalista. Poi la coppia replica a chi dice che lo scandalo della Bozzola, scoperto anni dopo il delitto, possa essere in qualche modo legato all’omicidio. «Mia figlia – dice mamma Rita – alla Bozzola non andava».

    https://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2025/06/03/news/delitto_garlasco_legali_sempio_pedofilia_morte_chiara_poggi-15174749/

  • Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

    Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

    O

    re 9.00 – Intervento dell’On. Angela Napoli, Madrina del Premio, già Vice-Presidente
    Commissione Parlamentare Antimafia e di Marisa Garofalo

    • “Io sono Lea” – MONOLOGO di Paolo De Chiara
    • Consegna del Premio ai “Testimoni” del nostro tempo e consegna delle Menzioni Speciali

    Modera:

    • Mara Ferraro, socia associazione Dioghenes APS

    A Michelangela Barba, Presidente dell’Associazione Ebano Onlus, per l’impegno civile e umano nel contrasto alle violenze maschili contro le donne e alla tratta sessuale. Fondatrice e guida di un’Associazione che da anni opera con coraggio accanto a chi subisce soprusi e sfruttamento, Michelangela Barba ha trasformato la denuncia in azione, la parola in accoglienza, la solidarietà in prassi quotidiana. Ha dato voce e sostegno a tantissime donne, restituendo loro la possibilità di ricominciare. La sua è una testimonianza viva, coerente, che ha saputo coniugare attivismo, sensibilizzazione e informazione, diventando punto di riferimento anche per WordNews.it.

    Per la forza della sua testimonianza, per la costanza del suo impegno e per la sua azione quotidiana a difesa della dignità femminile, Michelangela Barba incarna lo spirito più autentico del Premio Nazionale Lea Garofalo: quello di chi non si arrende mai alla violenza e alla paura.

     


    A Marco Omizzolo, sociologo, saggista e attivista per i diritti umani e del lavoro, per la sua instancabile battaglia civile contro il caporalato, le agromafie e ogni forma di sfruttamento lavorativo e sociale. Ricercatore e docente, autore di studi fondamentali sul fenomeno del bracciantato migrante e sulla comunità sikh dell’Agro Pontino, Omizzolo ha unito il rigore scientifico alla militanza civile, pagando sulla propria pelle il prezzo della verità. Formatore e autore di saggi, articoli e libri come La Quinta Mafia, ha contribuito a far emergere la fitta rete di connivenze tra criminalità organizzata, imprenditoria e sfruttamento del lavoro agricolo.

    Per la sua testimonianza limpida e per il suo costante lavoro di denuncia, Marco Omizzolo rappresenta lo spirito del Premio Nazionale Lea Garofalo: quello di chi, con la forza della verità e della conoscenza, continua a sfidare l’indifferenza e la paura.


    A Giancarlo Costabile, ricercatore di Storia dell’educazione presso l’Università della Calabria, per il suo impegno nel coniugare educazione, memoria e legalità in una visione pedagogica che restituisce alla scuola il suo ruolo più alto. Fondatore e coordinatore del progetto scientifico-didattico di Pedagogia dell’Antimafia, Costabile ha portato l’antimafia fuori dai tribunali e dentro le aule. Nel marzo 2019 ha promosso, insieme a Edoardo Martinelli, allievo di don Lorenzo Milani e coautore di Lettera a una professoressa, il seminario permanente “Barbiana 2040”, un laboratorio di scrittura collettiva e di riflessione pedagogica che riprende e rinnova l’eredità milaniana per la scuola del XXI secolo.

    Per aver fatto dell’educazione un atto politico nel senso più alto e nobile del termine, per aver restituito alla scuola la sua funzione emancipatrice e per aver tracciato, con coerenza e coraggio, una pedagogia dell’impegno e della libertà, Giancarlo Costabile è riconosciuto come Testimone del nostro tempo.


    A Corrada Pomillo, Maresciallo Capo dei Carabinieri, per l’esemplare impegno, la dedizione e la competenza con cui, in territori ad altissima densità criminale, ha incarnato i valori più alti del servizio allo Stato e della lotta per la legalità. Con una straordinaria operazione investigativa, condotta tra il 2020 e il 2024 alla guida della Stazione Carabinieri di San Martino di Taurianova, ha smantellato una vasta rete di narcotraffico internazionale, documentando un giro d’affari illecito di oltre un milione di euro. Un risultato investigativo di eccezionale rilievo che ha ricevuto il riconoscimento ufficiale dell’Arma con un encomio semplice conferito dal Comandante della Legione Carabinieri Calabria.

    Per aver difeso con onore la divisa e servito con dedizione la giustizia, per aver restituito alla comunità fiducia nello Stato e nella forza del bene comune, il Maresciallo Capo Corrada Pomillo riceve il titolo di Testimone del nostro tempo.


    A Giorgio Mottola, giornalista d’inchiesta della redazione di Report (Rai 3), per aver dedicato la propria vita professionale alla ricerca della verità e alla difesa del diritto di cronaca, cardine irrinunciabile di ogni democrazia. Con rigore, coraggio e lucidità, Mottola ha indagato le zone d’ombra del potere, svelando intrecci di corruzione, affari opachi e abusi istituzionali che minano la fiducia dei cittadini nello Stato e nelle sue istituzioni. Le sue inchieste hanno contribuito a restituire senso e dignità al giornalismo d’impegno civile, in un tempo in cui informare è diventato un atto di resistenza.

    Per la coerenza, la professionalità e il rischio personale con cui continua a onorare il mestiere di cronista, Giorgio Mottola rappresenta la voce scomoda e necessaria di un’Italia che non si rassegna al silenzio e continua a credere nella verità, nella giustizia e nella libertà.


    A Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL, per il suo costante impegno nella difesa dei diritti dei lavoratori, della Costituzione e della dignità del lavoro come fondamento della Repubblica. La sua voce, ferma e appassionata, ha saputo rappresentare non solo le istanze del mondo sindacale, ma anche quelle di un Paese che chiede giustizia sociale, sicurezza, parità e rispetto. In anni segnati da precarietà, disuguaglianze e smarrimento civile, ha mantenuto viva la tradizione del sindacalismo più autentico, quello che non si piega al potere ma lo interroga, lo sfida, lo richiama alla responsabilità verso i più deboli.

    Per la coerenza morale, la visione solidale e la tenacia con cui ha difeso il lavoro come valore umano e politico, Maurizio Landini è riconosciuto Testimone del nostro tempo, simbolo di una resistenza civile che continua a credere nel potere collettivo della solidarietà e nella forza etica della giustizia sociale.


    A Mauro Esposito, testimone di giustizia, per il coraggio e la forza morale con cui ha scelto di denunciare la ’ndrangheta, rompendo il muro dell’omertà e schierandosi, senza esitazioni, dalla parte dello Stato e della verità. La sua storia è quella di un uomo comune che, di fronte alla violenza e al sopruso, ha deciso di non voltarsi dall’altra parte, pagando sulla propria pelle le conseguenze di una scelta radicale e di giustizia. Con la sua denuncia, Mauro Esposito ha contribuito a smascherare un sistema criminale che affonda le radici nel potere e nella paura, dimostrando che la legalità non è un concetto astratto, ma un atto di responsabilità personale e collettiva.

    Per l’esempio di coerenza e dignità civile e per aver incarnato l’essenza stessa dell’antimafia dei cittadini, Mauro Esposito è riconosciuto Testimone del nostro tempo, simbolo di quella Italia onesta che non si arrende e continua a credere nella giustizia, nella verità e nella libertà.


    A Pellegrino Passariello, Brigadiere dei Carabinieri Forestali, in servizio presso la Stazione Carabinieri Forestali Parco di Ottaviano, per lo spiccato impegno, la dedizione e l’eccezionale professionalità dimostrati nel contrasto agli illeciti ambientali in un territorio notoriamente segnato da un alto indice di criminalità organizzata. Nel periodo compreso tra il 2024 e il 2025, ha condotto personalmente numerose indagini che hanno portato a risultati operativi di straordinario rilievo: 190 persone deferite all’Autorità Giudiziaria, 83 sequestri eseguiti e 415 controlli sul territorio – molti dei quali effettuati all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio.

    Per l’elevato senso del dovere e l’integrità morale con cui ha servito lo Stato e difeso il bene comune, il Brigadiere Pellegrino Passariello riceve il titolo di Testimone del nostro tempo, come simbolo di una divisa che protegge, indaga e difende la vita, la terra e la legalità.


    MENZIONI SPECIALI

    A Silvia Pinelli, figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli, per l’impegno silenzioso ma tenace con cui, da oltre cinquant’anni, custodisce e difende la memoria di una verità negata: quella di un uomo innocente, morto il 15 dicembre 1969 nella Questura di Milano, in una notte che cambiò per sempre la storia repubblicana. Silvia ha scelto la via della dignità e della perseveranza, opponendo alla menzogna di Stato la forza della memoria e del pensiero critico. Il suo impegno civile e culturale, svolto lontano dai riflettori, ha contribuito a tramandare alle nuove generazioni il senso autentico della giustizia, della libertà e della resistenza morale.

    Per aver trasformato il dolore in testimonianza e la memoria in impegno, Silvia Pinelli riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come esempio di coerenza civile e di amore incrollabile per la verità e per la democrazia.


    A Claudia Pinelli, figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli, per la determinazione con cui ha continuato a chiedere verità e giustizia per una delle pagine più oscure della storia italiana: la morte del padre, simbolo della strategia della tensione e delle sue vittime innocenti. Claudia ha saputo coniugare la memoria familiare con un impegno pubblico lucido e coraggioso, mantenendo viva la lezione di libertà, solidarietà e umanità che Pino Pinelli ha incarnato fino all’ultimo istante. La sua voce, ferma e limpida, è oggi quella di chi non dimentica, di chi pretende verità non per vendetta ma per riconciliare il Paese con la propria coscienza civile.

    Per aver reso la memoria un atto politico e morale, e per aver difeso il nome del padre con la forza mite della verità, Claudia Pinelli riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come simbolo di resistenza civile e di amore per la giustizia.


    A Pasquale Chirichella, presidente dell’Associazione Internazionale Joe Petrosino ETS, per il suo instancabile impegno nella diffusione della cultura della legalità e nella valorizzazione della memoria storica di uno dei più grandi simboli della lotta alle mafie: Joe Petrosino. Con passione e rigore, Chirichella ha trasformato un’eredità storica in un progetto culturale e civile di respiro internazionale, capace di unire le due sponde dell’Atlantico nel nome della giustizia, della verità e del coraggio. Sotto la sua guida, l’Associazione Petrosino è diventata un punto di riferimento per scuole, istituzioni e cittadini.

    Per la costanza del suo impegno, per la dedizione nel difendere i valori della legalità e per aver saputo trasformare la figura di Joe Petrosino in un simbolo contemporaneo di etica pubblica e responsabilità civile, Pasquale Chirichella riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.

    A Elia Minari, avvocato e fondatore dell’associazione Cortocircuito, per la lucidità e la determinazione con cui ha scelto di contrastare la ‘ndrangheta al Nord, raccontandone l’espansione in Emilia-Romagna. Con inchieste, documentari, conferenze e percorsi formativi nelle scuole e nelle università, Minari ha costruito un modello di antimafia civile e culturale, capace di unire conoscenza, etica e partecipazione. Il suo impegno testimonia che la mafia non è un problema del Sud, ma una questione nazionale.

    Per aver dato voce a una nuova generazione di cittadini consapevoli, per aver dimostrato che la verità non teme il potere e che la legalità è un atto di libertà, Elia Minari riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.


    A Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’Abuso, per il suo coraggioso e instancabile impegno nel denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo. Sopravvissuto a quegli stessi abusi, Zanardi ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza personale in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il tema della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico. Ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica, nel nome della verità e della dignità.

    Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile e umano che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.


    A Vincenzo Infantino, attivista per i diritti umani, per l’impegno costante con cui, da molti anni, si dedica alle missioni umanitarie internazionali e alla difesa dei diritti dei popoli oppressi. Durante la guerra nei Balcani, nel 1999, ha operato come volontario nel campo profughi di Valona, in Albania, offrendo aiuto e sostegno ai rifugiati. Dal 2003 aderisce al Comitato per non dimenticare Sabra & Chatila, abbracciando la causa del popolo palestinese e del Diritto al Ritorno. Ha denunciato le gravi condizioni di vita dei rifugiati. A Palmi, la sua città, è promotore di numerose iniziative civili e culturali contro la violenza e la subcultura mafiosa. Nel 2013 ha fondato un coordinamento dedicato alla memoria di Rossella Casini, uccisa dalla ’ndrangheta nel 1981.

    Per la sua dedizione alla causa dei diritti umani e per l’impegno nel promuovere la legalità come forma di resistenza morale, Enzo Infantino riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come esempio di cittadinanza attiva, coraggio civile e memoria viva.


    Alla memoria di Mario Coppetti, partigiano e cittadino esemplare, per l’alto valore morale e civile della sua vita, interamente dedicata alla libertà, alla giustizia e alla dignità umana. Combattente nella Resistenza, Mario Coppetti ha rappresentato una generazione che ha riscattato l’Italia dal buio della dittatura e dell’oppressione, restituendo al Paese la speranza di una democrazia fondata sul coraggio, sulla solidarietà e sull’uguaglianza. Dopo la guerra, ha continuato a testimoniare con la parola e con l’esempio i valori antifascisti e costituzionali, trasmettendo ai giovani l’eredità più preziosa: la consapevolezza che la libertà non è mai conquistata una volta per tutte, ma va difesa ogni giorno. La sua memoria rimane viva come simbolo di coerenza, umanità e impegno civile, esempio luminoso di quella Italia migliore che ha saputo scegliere da che parte stare.

    Per aver incarnato con la propria vita il significato più alto della Resistenza e per aver lasciato un segno profondo nella storia civile del nostro Paese, Mario Coppetti riceve il Premio Nazionale Lea Garofalo, come testimone eterno della libertà e della dignità repubblicana.


    A Marisa Garofalo, sorella di Lea Garofalo, per il coraggio, la dignità e la forza con cui ha custodito e tramandato la memoria di Lea, simbolo eterno di libertà e di ribellione contro la ’ndrangheta. Con il suo impegno Marisa ha difeso la verità e l’onore di una donna che scelse di spezzare le catene dell’omertà, affrontando la solitudine e il dolore con la forza della giustizia. La sua voce, ferma e autentica, ha continuato a testimoniare la storia di Lea, restituendole umanità, verità e giustizia, contro ogni tentativo di oblio o strumentalizzazione.

    Per aver reso la memoria familiare un atto pubblico di resistenza, per aver difeso con amore e fermezza il nome di Lea e per averne proseguito la battaglia civile.


    A Angela Napoli, già Vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia e madrina del Premio Nazionale Lea Garofalo, per il coraggio, la coerenza e l’integrità con cui, in decenni di vita pubblica, ha difeso i valori della legalità, della giustizia e della libertà. Parlamentare di raro rigore morale, Angela Napoli ha combattuto con determinazione le infiltrazioni mafiose, denunciando con nome e cognome complicità, silenzi e connivenze che hanno avvelenato la democrazia. La sua voce, libera e intransigente, ha rappresentato un presidio di verità nel cuore delle istituzioni, anche quando la solitudine e le minacce avrebbero potuto spegnerla. Da sempre accanto ai testimoni di giustizia, alle donne che resistono e ai cittadini che non si arrendono, ha reso la politica un atto di servizio e non di potere.

    Per la limpidezza del suo impegno, per la forza con cui ha scelto la parte più difficile e per la costanza con cui continua a educare alla legalità e alla memoria.

     

    Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

  • Premio Lea Garofalo – Francesco Zanardi tra i “Testimoni del nostro tempo” – Video

    Premio Lea Garofalo – Francesco Zanardi tra i “Testimoni del nostro tempo” – Video

    Si è svolta a Cremona la 4° edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo e tra vittime di mafia, ‘ndrangheta a cui è generalmente dedicato questo premio, quest’anno è entrata anche la pedofilia nel clero con la Menzione Speciale consegnata a Francesco Zanardi, anch’esso sopravvissuto agli abusi di un prete, oggi fondatore e presidente dell’unica realtà italiana da quindici anni attiva nel paese sul tema specifico del clero.

    Con queste parole è stato consegnato il premio al fondatore della Rete L’ABUSO, premio che Zanardi ha voluto condividere con tutti i sopravvissuti, spesso nascosti dietro le quinte e a coloro che collaborano e sostengono l’associazione, quella rete che insieme a loro ha creato in questi anni.

    “A Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’ABUSO, per il suo coraggioso e instancabile impegno nel denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo.

    Sopravvissuto a quegli stessi abusi, Zanardi ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza personale in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il tema della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico italiano e internazionale.

    Con determinazione e coraggio, ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica, sempre nel nome della verità, della giustizia e della dignità delle vittime.

    Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile e umano che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come simbolo di resilienza, verità e giustizia contro l’omertà e l’abuso del potere.”

    Con la Menzione Speciale di “Testimone del nostro tempo” ricevuta da Zanardi, finalmente un tema tanto difficile da recepire dagli adulti, inizia a fare breccia anche nella società, quella che ha nei fatti il dovere di tutelare bambine e bambini e che, rifiutando questo tema invece, spesso non fa altro che favorirlo.

    Un problema sociale che in Italia oggi ancora vede troppe vittime, specie nel clero che di fatto, al di la dei proclami auto accreditanti della Conferenza Episcopale, puntualmente privi del contraddittorio dei sopravvissuti, restiamo di fatto l’unico paese in Europa a non essere stato capace di un intervento concreto e soprattutto serio.

    Condizione di recente confermata anche dalla stessa Commissione Pontificia per la Tutela Minori che ha definito la Conferenza Episcopale italiana, “maglia nera” nella lotta all’abuso sessuale su minori e persone vulnerabili.

    Recentemente, nella vicenda di abusi su minori che ha coinvolto diacono il Alessandro Frateschi è lo stesso procuratore di Tivoli Francesco Menditto, a paragonare la condotta dell’autorità ecclesiastica italiana definendola “di omertà ambientale, molto simile a quella mafìosa”.

    Forse è proprio questo che ha ispirato gli organizzatori ad inserire nel Premio Lea Garofalo il tema dell’abuso sessuale nel clero.

    Nel suo discorso Zanardi ha voluto ricordare Piero Calamandrei e il suo discorso sulla Costituzione, citando proprio la parabola dei due migranti, per far comprendere, ricordare soprattutto ai molti giovani studenti presenti, quanto è dannoso il “menefreghismo”. Ha voluto ricordare nei pochi minuti a sua disposizione anche l’importanza di essere una vera e solida società e non, solo tante persone che vivono in gruppi ma si ignorano l’un l’altro, annullando quelli che sono i più basilari principi per cui gli uomini si sono composti in società.

    Nel corso della presentazione sono stati elencati tra i “Testimoni del nostro tempo“, familiari vittime di mafie, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati e procuratori della Repubblica, Testimoni di Giustizia, giornalisti di organi di stampa nazionali, rappresentanti sindacali e rappresentanti di associazioni.

    • Michelangela Barba, Presidente dell’Associazione Ebano Onlus;
    • Marco Omizzolo, sociologo, saggista e attivista per i diritti umani e del lavoro;
    • Giancarlo Costabile, ricercatore di Storia dell’educazione presso l’Università della Calabria;
    • Corrada Pomillo,Maresciallo Capo dei Carabinieri;
    • Giorgio Mottola, giornalista d’inchiesta della redazione di Report (Rai 3);
    • Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL;
    • Mauro Esposito, testimone di giustizia;
    • Pellegrino Passariello, Brigadiere dei Carabinieri Forestali;

    Mentre le menzioni speciali sono:

    • Silvia Pinelli,figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli;
    • Claudia Pinelli,figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli;
    • Pasquale Chirichella, presidente dell’Associazione Internazionale Joe Petrosino ETS;
    • Elia Minari, avvocato e fondatore dell’associazione Cortocircuito;
    • Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’Abuso;
    • Vincenzo Infantino, attivista per i diritti umani;
    • Alla memoria di Mario Coppetti, partigiano e cittadino esemplare, per l’alto valore morale e civile della sua vita, interamente dedicata alla libertà, alla giustizia e alla dignità umana.

  • Premio Nazionale Lea Garofalo 2025: la quarta edizione dedicata alle donne e alla violenza mafiosa

    Premio Nazionale Lea Garofalo 2025: la quarta edizione dedicata alle donne e alla violenza mafiosa

    Tre giorni densi, tre giorni di volti, parole e storie che non si spezzano. La 4ª edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo, dal 24 al 26 novembre 2025, torna a parlare: guardate, ricordate, agite.
    Un programma che è un intreccio vivo di memoria, legalità, istituzioni, studenti, testimoni, magistrati, esperti e familiari. Tutti uniti nel nome di una donna che ha detto no alla ’ndrangheta senza arretrare di un centimetro.

    La prima giornata si apre nella Biblioteca “Pier Paolo Pasolini” del Liceo “D. Manin”. A introdurre gli interventi ci sono figure che danno peso al racconto: Maria Grazia Nolli, dirigente scolastica; Paolo De Chiara, presidente Dioghenes APS e direttore WordNews.it; Giusy Rosato, responsabile nazionale Scuole e Università Dioghenes APS; Andrea Virgilio, sindaco di Cremona; e naturalmente Marisa Garofalo.

    Poi il momento centrale: “Una fimmina calabrese. Così Lea Garofalo sfidò la ’ndrangheta”.
    A dialogare ci sono voci che conoscono il volto delle mafie da dentro:
    On. Angela Napoli, madrina del Premio;
    Francesco Prete, Procuratore della Repubblica di Brescia;
    Alessandra Dolci, Procuratrice Antimafia e coordinatrice DDA di Milano;
    Antonio Giannelli, Prefetto di Cremona;
    Marisa Garofalo, sorella di Lea;
    e l’autore Paolo De Chiara.
    Modera Giusy Rosato.
    Un dibattito che non è celebrazione ma resa dei conti civile.

    Al Teatro Monteverdi, alle 16:00, va in scena il docufilm “Pino, vita accidentale di un anarchico”.
    Lo introducono Paolo De Chiara, Silvia Pinelli e Claudia Pinelli, le figlie di Giuseppe “Pino”.
    In sala anche Fortunato Zinni, superstite della strage di Piazza Fontana.
    Modera Omar Bellicini, giornalista.
    È una memoria che non fa prigionieri: chi c’era, chi ha perso, chi ha visto, chi porta la verità addosso.

    La mattina il Campus “Santa Monica” dell’Università Cattolica accoglie la presentazione e premiazione degli elaborati selezionati dalla giuria.
    A portare i saluti:
    Imerio Chiappa, dirigente USP Cremona;
    Roberta Mozzi, assessore all’Istruzione;
    Luca Burgazzi, assessore alla Legalità;
    Simona Piperno, dirigente scolastica IIS “Torriani”;
    Alberto Ferrari, dirigente Liceo Scientifico “Aselli”;
    Leopoldo Di Filippo, consigliere Dioghenes APS.
    Introduce Angela Napoli, madrina del Premio.
    Modera Mara Ferraro.

    Al Teatro Monteverdi si alza un sipario doloroso e necessario.
    La performance “Vite negate”, curata dalla prof.ssa Gentilia Luisa Arli e dal Gruppo Teatro del Manin, apre la tavola rotonda.

    A seguire, un parterre che fotografa la battaglia quotidiana:
    Veronica Conti, responsabile Eventi Dioghenes APS;
    Cristina Pugnoli, consigliera provinciale di Parità;
    Angela Napoli, madrina del Premio;
    Maria Grazia Nicolò, commissario straordinario del Governo antiracket e antiusura;
    Silvio Bonfigli, Procuratore della Repubblica di Cremona;
    Giulia Cristina, dirigente Squadra Mobile;
    Col. Paolo Sambataro, comandante provinciale Carabinieri;
    Sonia Bernardi, vicecomandante Polizia Locale;
    Valeria Scafetta, giornalista e scrittrice.
    Presenti anche AIDA, Casa Famiglia Sant’Omobono, Collettive 365 CGIL, I care – We care, Soroptimist Cremona.
    Modera Giusy Rosato.

    È qui che la verità colpisce più forte: la mafia uccide il doppio quando incontra una donna.

    La mattina si apre con gli interventi dell’On. Angela Napoli e di Marisa Garofalo.
    Poi il monologo “Io sono Lea”, scritto e interpretato da Paolo De Chiara, porta in scena una voce che non vuole smettere di farsi sentire.

    A seguire:
    la consegna dei premi ai Testimoni del nostro tempo e delle Menzioni Speciali.
    Modera Giovanni Palisto, giornalista televisivo.
    Le letture e gli intermezzi musicali sono curati dal Liceo Musicale “Antonio Stradivari”.


    Mafie, economia, lavoro: il fronte del presente

    Nell’ex chiesa di San Vitale, si tiene l’ultima tavola rotonda. A introdurre i lavori: Leopoldo Di Filippo.

    Intervengono:
    Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore Eurispes;
    Roberto Montà, presidente Avviso Pubblico;
    Stefano Prandini, autore di Mafie all’ombra del Torrazzo;
    Antonino Schilirò, responsabile Comunicazione Dioghenes APS;
    Lara Ghiglione, segretaria confederale CGIL;
    Alessio Festi, responsabile Politiche della Legalità e Sicurezza CGIL.
    Modera Paolo De Chiara.

    Qui la memoria cede il passo all’analisi viva: mafia, lavoro, diritti, economia. Le sfide vere.

    Lea Garofalo libretto 3 giornate_STAMPA (1)

  • Amatrice, il parroco allontanato. Il sindaco Cortellesi: «Don Jhon ha fatto molto. Spero si faccia chiarezza e che torni presto»

    Amatrice, il parroco allontanato. Il sindaco Cortellesi: «Don Jhon ha fatto molto. Spero si faccia chiarezza e che torni presto»

    RIETI – «Quanto accaduto è gravissimo, spero che venga fatta presto chiarezza – afferma il sindaco di Amatrice, Giorgio Cortellesi, sul repentino allontanamento del parroco Jhon Larry Flores Panaifo, che ha scatenato una furiosa protesta in paese. – Esprimo vicinanza a don Jhon, che ha saputo portare nuova linfa nella comunità. A dieci anni dal sisma, stiamo vivendo il momento peggiore a livello psicologico, con danni soprattutto sui ragazzi. Lui li aveva portati ad aggregarsi in un contesto sano, senza farli chiudere in isolamento o disagio».

    Le tesi. Una questione sfuggita di mano anche a causa di discordanze, malintesi e rabbia, sfociate in un pasticcio che ha fomentato gli animi e richiesto, domenica scorsa, l’intervento dei carabinieri, con manifestanti che hanno impedito la celebrazione della messa.

    È appurato da Il Messaggero che la catechista “segnalatrice” delle presunte molestie non ha sporto alcuna querela alle autorità competenti, ma solo redatto una lunga relazione per gli organi ecclesiali, allo scopo di rimuovere il sacerdote. Lunghe pagine che spaziano dalla «predilezione per il sesso e i ragazzini», al colore inesatto dei paramenti liturgici, fino alla proiezione di film inadatti o all’abitudine del prete ad alzarsi tardi e andare in palestra. Una missiva firmata da un pugno di persone, oltre a suor Maria, don Summer e don Antonio Corazza: «Di fronte a questo scritto, non potevo che prendere provvedimenti», osserva il superiore generale della Famiglia dei Discepoli della Fondazione Don Minozzi, a cui don Jhon appartiene.

    Allo stesso tempo, non risultano querele per diffamazione dalle controparti. In paese, si ipotizzano anche video che riprendono il sacerdote in atteggiamenti troppo confidenziali con i ragazzini, come salti sul letto o eccessive confidenze in un parco acquatico. Genitori e figli, però, gridano alla calunnia: «Eravamo tutti insieme e si scherzava, don Jhon è una brava persona, abbiamo visto i video e non c’è nulla di male».

    Il provvedimento. Altra modalità che non ha aiutato, l’allontanamento velocissimo del sacerdote in attesa che venga fatta chiarezza sull’accaduto, cosa che non gli ha consentito di salutare o spiegare. Alimentando livore e diffidenza, in una comunità che vive da anni nel limbo dello scoramento e che pretende chiarezza e fiducia, almeno dalle figure spirituali.

    Un malessere generale finito per sfociare in una protesta a base di grida, fischi e turpiloqui ascoltati in una chiesa. Benzina sul fuoco dai Minozziani, che si sono contraddetti su una questione non certo da poco come quella degli episodi di presunta pedofilia pregressa a Gioia del Colle, luogo dove don Jhon esercitava, in precedenza, il suo ministero. Don Antonio Carozza li ha ammessi, don Savino D’Amelio li ha negati, gettando ancor più i fedeli nella confusione.

    La popolazione continua a chiedere la presenza del vescovo, Vito Piccinonna, sul posto, perché rassicuri e chiarisca. Certo è che – protesta legittima o no – difendere un sacerdote e ciò che rappresenta, occupando una chiesa e impedendo la celebrazione della messa, in quanto a coerenza, ha ben poco. Va anche sottolineata l’unione degli amatriciani – non propriamente consueta – apparsi in questo caso compattamente arrabbiati nella difesa dell’amato sacerdote. Il dibattito e il clamore continuano sul “tribunale sui social”, con tanti genitori che si stanno organizzando per non mandare più i figli al catechismo. E fedeli che restano in attesa di veder tornare il parroco: «Riportatecelo qui, subito».

    https://www.ilmessaggero.it/rieti/rieti_amatrice_parroco_rimosso-9194607.html

  • ENNA -. Al via il processo al vescovo Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale

    ENNA -. Al via il processo al vescovo Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale

    In un tribunale blindato da polizia e carabinieri si è aperto stamani il processo contro il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale, parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano accusati di falsa testimonianza nel processo al sacerdote, ora ridotto allo stato laicale, Giuseppe Rugolo condannato per violenza sessuale a danno di minori a 4 anni e mezzo in I grado e 3 in appello.

    Il nuovo legale di Gisana, Pierfrancesco Bruno del foro di Roma, ha presentato istanza per il rito abbreviato mentre i legali di Murgano hanno preannunciato che depositeranno la richiesta alla prossima udienza.

    In aula sempre gli avvocati degli imputati che però erano assenti, hanno chiesto di inserire tra le parti offese il ministero della Giustizia mentre sono state presentate le richieste di costituzione delle parti civili sulle quali il giudice Marco Strano si è riservato. “

    Per noi l’unica persona offesa in questo caso è solo lo Stato – dice l’avvocato Bruno – Antonio Messina ( l’archeologo che ha denunciato il vescovo e Murgano) non è persona offesa” . La prossima udienza è
    Stata fissata per il prossimo 19 novembre.

  • Violenza sessuale nei confronti di un minorenne, Padre Melis condannato a 10 anni

    Violenza sessuale nei confronti di un minorenne, Padre Melis condannato a 10 anni

    10 anni. Questa la sentenza di condanna con il rito abbreviato in Tribunale a Savona nei confronti di Padre Andrea Melis.

    Il parrocco, difeso dagli avvocati Graziella Delfino e Raffaele Caruso, era accusato di violenza sessuale nei confronti di un minorenne e nel processo davanti al Gip Laura De Dominicis si erano costituite come parti civili l’Associazione Rete L’Abuso, assistita dal legale Luca Battaglieri, l’Associazione No Child Abuse e gli Scolopi di Genova rappresentati dal legale Andrea Sciello.

    Gli avvvocati difensori avevano prodotto una perizia psichiatrica che era stata accolta dal Gip ma di fatto respinta dal perito che aveva escluso l’incapacità di intendere e di volere.

    Lo scorso ottobre 2024 dopo un periodo in carcere a Genova Pontedecimo Melis era tornato agli arresti domiciliari in una residenza protetta in Umbria.

    Il fascicolo passato per competenza territoriale da Genova al Tribunale di Savona (per quanto riguarda le violenze che sarebbero state effettuate a Finale Ligure) aveva visto portare il gip a decidere di disporre il carcere in quanto a seguito di una segnalazione dei carabinieri di Genova, l’Istituto dei Padre Scolopi di Chiavari dove il sacerdote era ai domiciliari non sarebbe stata una collocazione idonea perché vicina alle scuole e quindi un luogo “potenzialmente a rischio di reiterazione del reato”. Per lui si erano quindi aperte le porte di una comunità umbra.

    Lo scorso dicembre era stato poi svolto l’incidente probatorio e a gennaio erano state concluse le indagini con il rinvio a giudizio. A maggio erano state accolte dal giudice le parti civili e la perizia psichiatrica di parte. A giugno poi era stato conferito l’incarico al perito.

    Melis, appartenente all’ordine dei Padri Scolopi, era stato direttore della scuola elementare della Fondazione Assarotti ed ex presidente della Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie, aveva poi presentato le dimissioni nel giugno scorso).

    Nel savonese è stato anche parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Finale Ligure. E proprio nel finalese le accuse più pesanti: il sacerdote infatti avrebbe abusato di un giovane chierichetto (quando la vittima aveva 12 anni e sino al compimento dei 16).

    Le violenze sessuali si sarebbero verificate nella chiesa degli scolopi finalesi, per questo la Gip del Tribunale di Genova si è dichiarata “territorialmente incompetente” con il fascicolo che è stato destinato al Palazzo di Giustizia savonese.

    Il parroco era accusato di abusi sessuali ai danni di un ragazzino, che abitualmente svolgeva le mansioni di chierichetto, ed era stato “ricompensato” con soldi, videogiochi, vestiti griffati, sigarette elettroniche. Ma il religioso avrebbe tentato approcci anche con altri sette minorenni, alcuni anche suoi ex alunni della Assarotti, attirati nel suo appartamento sempre con “regalini”.

    Nell’ordinanza, la giudice aveva sottolineato come il sacerdote avesse agito sotto “la spinta di impulsi perversi”, carpendo la fiducia dei minori “attirandoli a casa sua, vicino le chiese” e facendoli “accedere a tutto ciò che un adulto proibisce”.

    La sua pericolosità, secondo la giudice, “non è connessa esclusivamente alla sua qualità di sacerdote e di insegnante, da cui è sospeso, ma anche alla sua capacità, acquisita proprio per effetto delle professioni svolte, di avvicinarsi ai minori, di farsi capire dagli stessi, ponendosi come loro amico e complice”.

    Oltre alla sentenza che ha confermato in toto la richiesta di condanna della Pm Milocco, il giudice ha disposto l’interdizione perpetua dei pubblici uffici oltre da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, da ogni ufficio, servizio, in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori.

    È stata inoltre applicata la misura di sicurezza, dopo l’esecuzione della pena per la durata di cinque anni.

    Melis è stato condannato anche al risarcimento danni che liquida in via previsionale per 50.000 euro a beneficio della persona offesa (erano già stati versati 20mila euro) oltre alle spese legali e di perizia e alla rifusione dei compensi per la consulenza tecnica di parte.

    È stata liquidata la rifusione dei compensi alla associazioni costituite, No Child Abuse e Rete l’Abuso, riservando ad un separato giudizio la determinazione definitiva del risarcimento del danno.

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