Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Sesso con una baby squillo, tutti prosciolti , resta un unico colpevole già condannato in Cassazione: l’ex parroco

    Sesso con una baby squillo, tutti prosciolti , resta un unico colpevole già condannato in Cassazione: l’ex parroco

    Montefano (Macerata), 11 ottobre 2013 – Accusati di un reato infamante, aver avuto rapporti sessuali con una prostituta minorenne a Montefano, hanno impiegato otto anni per uscire da questo impiccio senza conseguenze.

    Si è infatti chiuso con un proscioglimento, davanti alla Corte di appello di Ancona, il processo a carico di sette insospettabili della provincia e dei dintorni. La vicenda aveva coinvolto anche l’ex parroco di Montefano, don Mario Francioni: la baby squillo infatti, una bella marocchina, aveva dichiarato ai carabinieri di aver avuto rapporti sessuali anche con lui.

    Il religioso per questi fatti era stato assolto in primo grado, e poi condannato a un anno di reclusione in appello e poi in Cassazione. Per un altro gruppo di indagati è invece scattata la prescrizione. Restavano questi ultimi sette. Anche loro erano stati assolti in primo grado, a Civitanova, sulla base di una radiografia del polso della baby squillo prodotta dai difensori. Secondo la radiografia, la ragazza avrebbe avuto già diciotto anni al momento dei fatti, dunque non c’era alcun reato. Contro questa assoluzione, il sostituto procuratore Andrea Belli ha fatto appello, menzionando proprio la condanna presa in secondo grado da don Mario Francioni: la vicenda era identica, era in sintesi la tesi dell’accusa, dunque le conclusioni giudiziarie dovevano esserlo altrettanto.

    Ieri si è tenuta l’udienza ad Ancona. In via preliminare però gli avvocati difensori hanno sollevato un’eccezione, contestando il ricorso della Procura: per legge infatti l’appello deve essere motivato specificamente sul caso di cui si tratta, e non fatto con un semplice rimando a una vicenda identica, ma pur sempre distinta.

    La Corte ha accolto l’eccezione, e l’appello è stato dichiarato improcedibile. A questo punto dunque si chiude il capitolo giudiziario per i sette imputati ancora rimasti sotto questa spada di Damocle: Renato Cherubini di Recanati, Giorgio Di Remigio di Cagli, Lorenzo Ricci di Macerata, Giuseppe Giustozzi di Treia, Daniele Sbrollini di Potenza Picena, William Ridolfi di Camerano, Remo Violini di Osimo. In teoria, la sentenza di ieri pomeriggio potrebbe essere contestata in Cassazione, ma i fatti sono prossimi alla prescrizione. Gli imputati erano difesi dagli avvocati Gabriele Cofanelli, Paolo Carnevali, Giorgio Rossetti, Massimo Pistelli, Giovanni Minestroni e Patrizia Palmieri.

    http://www.ilrestodelcarlino.it/macerata/provincia/2013/10/11/963950-sesso-prostituta-minorenne-montefano.shtml

  • RAGAZZINI PAGATI PER FARE SESSO, PRETE IN MANETTE

    RAGAZZINI PAGATI PER FARE SESSO, PRETE IN MANETTE

    NEL giorno in cui la Chiesa siciliana gremiva il prato del Foro Italico per la beatificazione di don Pino Puglisi, padre Aldo Nuvola scambiava messaggi nervosi con i suoi «amichetti». «Dove ci vediamo? Al Foro Italico, in via Lincoln, è tutto chiuso, c’è polizia ovunque». Danny, Jassim, Giovanni, Daniele, tutti minorenni e tutti pronti a soddisfare le voglie di quel prete che, nonostante la condanna ad un anno e mezzo di carcere per induzione alla prostituzione minorile, non aveva perso il vizio di fare sesso con ragazzini pagandoli con poche decine di euro o anche solo con un pacchetto di sigarette, una ricarica telefonica, la promessa di un telefonino nuovo. Padre Aldo Nuvola, il sacerdote di 49 anni molto noto a Palermo, ex parroco della chiesa di Regina Pacis ed ex professore di religione al liceo Umberto, ieri mattina è finito in manette, fermato dai carabinieri in esecuzione di un provvedimento dei sostituti procuratori Geri Ferrara e Diana Russo e dell’aggiunto Maurizio Scalia. È ancora una volta induzione alla prostituzione minorile il reato di cui il sacerdote è chiamato a rispondere, per il momento. La Curia non lo ha mai sospeso. Il cardinale Paolo Romeo è stato raggiunto dalla notizia a Gerusalemme, dove si trova in pellegrinaggio: oggi è atteso il suo rientro e anche un comunicato. Ma per padre Nuvola le cose potrebbero complicarsi visto che a lui, questa volta, gli inquirenti sono arrivati indagando su un omicidio, quello dell’imprenditore Massimo Pandolfo, trovato morto devastato da coltellate e colpi di pietra il 25 aprile nell’ex Teatro del Sole ad Acqua dei Corsari, luogo frequentato da coppie omosessuali. L’unico, al momento, arrestato per quell’omicidio, è un diciassettenne, che ha chiamato il prete sedici minuti dopo il delitto. Una telefonata durata sei minuti. E che Nuvola, arrestato ieri alle 8 nella sua casa di via Montuoro, nega. «Non ricordo», ha detto a caldo ai carabinieri.

    IL RACCONTO DEL DELITTO
    Al prete parla quell’Andrea che ha confessato di aver fatto tutto da solo e di aver reagito con 40 coltellate al rifiuto di Massimo Pandolfo di pagarlo per un rapporto omosessuale. Con tutta probabilità quel diciassettenne è un altro degli «amichetti» di padre Nuvola. A lui telefona dopo il delitto, a mezzanotte e mezza. I tabulati lo incastrano e, nell’interrogatorio, Andrea è costretto ad ammettere di conoscere il prete, ma nega rapporti sessuali. «L’ho chiamato perché mi aveva promesso di darmi 15 euro per fare la spesa», dice ai magistrati che insistono sulla stranezza di quella lunga telefonata notturna tra i due, durata 6 minuti. «Sentiva che ero strano, strammiato, e mi ha chiesto che avevo. E allora io gli ho confessato quello che avevo fatto». Di quel singolare sfogo, però, padre Nuvola non ha mai riferito nulla agli inquirenti, neanche due settimane dopo l’omicidio di Massimo Pandolfo, quando il diciassettenne è stato arrestato.

    GLI INCONTRI
    Nuvola recentemente è stato mandato dalla Curia a sostituire i preti in giro per la città e a dire messa nella chiesa della Stazione centrale, lontano dalla sua Regina Pacis dove aveva fatto sistemare anche una targa in ricordo del manager-boss Ignazio Salvo. Alla Stazione, battuta dalla prostituzione minorile, aveva trovato terreno fertile per le sue voglie. Che appagava con rapporti in macchina ma anche nel suo appartamento, dove si sarebbero svolte pure piccole orge. «Lunedì prendo lo stipendio e farò il mio dovere», prometteva ai ragazzini. I carabinieri hanno registrato amplessi in diretta: ore e ore di inequivocabili e sconcertanti conversazioni tra il sacerdote e i ragazzini adescati: cinque quelli già identificati (disagiati sociali pronti a tutto per 20 euro), altrettanti quelli ancora da identificare. «Sai — diceva ad uno di loro — quanto mi danno per un funerale? Venticinque euro. E c’è tutta la predica, piripì piripì. Una miseria e io ho due lauree».
    E a un altro: «Non sono mica Berlusconi, 100 euro sono troppi». Dopo l’amplesso benediceva i suoi ragazzi. «Ti benedico figlio mio».
    Da quei ragazzini non voleva solo prestazioni fisiche, ma anche la loro sudditanza psicologica. Al più piccolo, 16 anni, padre Nuvola spiegava: «Mi basta due volte al mese, in macchina o a casa mia, stare un poco tranquilli, giocare, deve piacere anche a te. Quelli con la m…. tanta ma sempre moscia non mi piacciono». Un film a luci rosse di infima serie ricostruito dai carabinieri seguendo il prete, deciso a trasferirsi in Tunisia con un ragazzo che chiamava “grande amore”. Anche per questo è arrivato il suo fermo d’urgenza. Il sacerdote, assistito dagli avvocati Nino Caleca, Marcello Montalbano e Mario Zito, sarà interrogato oggi nel carcere Pagliarelli, dove è rinchiuso in regime di isolamento.

    Tratto da: La Repubblica

  • Il pentimento di padre Nuvola “Chiedo scusa sono un malato”

    Il pentimento di padre Nuvola “Chiedo scusa sono un malato”

    Padre Aldo Nuvola, accusato di pagare minorenni in cambio di sesso, crolla al quarto giorno di carcere, nella sua cella dell’Ucciardone dove si trova in isolamento. “Ho bisogno d’aiuto, sono malato e ho peccato contro la Chiesa”, ha detto ai suoi legali
    di ROMINA MARCECA

    Piange, chiede scusa alla città, alla chiesa e alla famiglia. Chiede aiuto psichico e fisico. Padre Aldo Nuvola, accusato di pagare minorenni in cambio di sesso, crolla al quarto giorno di carcere, nella sua cella dell’Ucciardone dove si trova in isolamento.

    Le lacrime e il pentimento arrivano dopo che i suoi avvocati, Nino Caleca, Marcello Montalbano e Mario Zito, gli comunicano che la Curia lo ha sospeso a divinis, il che significa che il prete non potrà più celebrare messa e confessare. La diocesi sta anche meditando le dimissioni dell’ex parroco di Regina Pacis. “Ho bisogno d’aiuto, sono malato e ho peccato contro la Chiesa “, ha detto il sacerdote piangendo ai suoi legali ieri mattina.

    Padre Nuvola non nega la sua posizione processuale, parzialmente ammessa davanti ai pm durante l’interrogatorio di convalida dell’arresto, ma ci tiene a dire: “Non credevo che quei ragazzi fossero minorenni”. La richiesta di perdono non era stata, invece, nemmeno accennata davanti ai magistrati e ai carabinieri dopo l’arresto. Padre Aldo Nuvola avrebbe ostentato sicurezza e nessun segnale di dispiacere per quell’accusa così infamante.

    Al prete i carabinieri sono arrivati durante l’indagine sulla morte di Massimo Pandolfo, l’imprenditore ucciso a coltellate nella zona del Teatro del Sole, Acqua dei Corsari. Il diciassettenne arrestato per quell’omicidio telefonò a padre Nuvola 16 minuti dopo il delitto e davanti ai pm ha riferito: “Ho detto al prete che avevo ucciso un uomo “. Padre Aldo Nuvola anche ieri, ai suoi legali, ha ribadito: “Non ricordo il contenuto di quella confessione come accade per tutte le altre. Lo ritengo un dono divino”. Ma per quella dimenticanza il prete potrebbe rischiare di essere indagato per favoreggiamento, accusa paventata anche per alcune telefonate con ladri e rapinatori che gli avrebbero riferito di colpi messi a segno. “Non è vero – ha detto il prete agli avvocati – ma se è il caso chiederò ai magistrati di essere sentito”.

    (27 luglio 2013)

    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2013/07/27/news/padre_nuvola_in_lacrime_chiedo_scusa_alla_citt-63802300/

  • «Io, bambina abusata dal prete per 7 anni» Indagato l’ex vice parroco di Serina

    «Io, bambina abusata dal prete per 7 anni» Indagato l’ex vice parroco di Serina

    Lo ha ripetuto più e più volte a se stessa: «Quando divento maggiorenne lo faccio, giuro che lo faccio». E lo ha fatto, quel passo. Ha denunciato per abusi sessuali l’ex vice parroco del suo paese. Serina, da dove don Marco Ghilardi se n’è andato lo scorso anno. È ritirato nel silenzio di un convento di frati, in provincia di Trento. Ora il suo nome è in un fascicolo aperto dal pubblico ministero Gianluigi Dettori, che ha chiesto gli arresti domiciliari nei confronti del sacerdote. Ma l’istanza è rimbalzata contro la decisione del giudice delle indagini preliminari, Giovanni Petillo, secondo il quale non sussistono le esigenze cautelari per l’arresto.

    La storia. È la versione della ragazza. La sola al momento, perché il sacerdote non è stato interrogato. Precisa e credibile, secondo il pm, che l’ha voluta sentire personalmente dopo che già i carabinieri della stazione locale l’avevano ascoltata. Due ore in lacrime. Ha riferito di più episodi, a partire dal 2001, un anno dopo che il prete, classe 1975, novello di ordinazione, era arrivato a Serina. Lei allora ne aveva 6 di anni. E secondo quando ha denunciato, i fatti si sono ripetuti anche negli anni successivi, fino al 2008. Lo incontrava spesso. A scuola, perché era l’insegnante di religione alle elementari. Così come all’oratorio e anche in chiesa. Lei era una bambina devota, anche per tradizione familiare. Poi, però, dalla chiesa si è allontanata. Perché solo ora la denuncia? Lei lo ha spiegato: «Avevo paura di non essere creduta», lo sfogo. Serina, poco più di 2.000 anime, dove tutti si conoscono, dove il sacerdote era amatissimo, anche dalla famiglia di lei, dove è difficile essere una voce fuori dal coro e mettere sottosopra gli equilibri. Allora – sempre che la sua versione trovi conferma nel procedimento giudiziario – lei si è tenuta tutto dentro. Si è confidata solo con un’amica. A papà e mamma non ha rivelato nulla.

    Se è vero quello che dice, perché non è successo più niente dopo il 2008, anche se il prete era ancora in paese? Anche a questo interrogativo la ragazza ha dato una giustificazione. Dice che è stata lei a ribellarsi e a prendere le distanze. E, ancora, un altro dubbio in una vicenda che è destinata a sconvolgere il piccolo comune: che cosa è scattato dentro di lei per farsi avanti a distanza di 5 anni dall’ultimo presunto episodio? Altra spiegazione. L’idea, già maturata in passato, si è rafforzata dopo che lui se n’è andato dal paese. Così la ragazza non se l’è più visto in giro.

    Quindi la denuncia, le indagini dei carabinieri che hanno sentito amici e compagni di scuola della giovane. Testimonianze messe sulla carta. Poi il magistrato ha voluto vedere in faccia la ragazza, appena diventata maggiorenne, osservare le sue espressioni e soppesare le sue parole. Due ore di domande su domande e richieste di precisazioni. Alla fine il magistrato si è convinto che lei dice la verità e ha chiesto gli arresti domiciliari per il sacerdote: potrebbe farlo ancora, in termini giuridici è il pericolo di reiterazione del reato, e potrebbe inquinare le prove rispetto ad altri eventuali casi, che però allo stato delle indagini non sono emersi. Ma il gip non la pensa così. Anche se non esclude i gravi indizi di colpevolezza, sui quali comunque non si è soffermato più di tanto nel motivare il rigetto della richiesta, ritiene che non sussistano le esigenze cautelari.

    Tre i motivi, nella sostanza. Il primo: l’ultimo fatto presunto risale al 2008, poi non è successo più nulla, quindi non c’è il pericolo di reiterazione del reato. Il secondo: il religioso è lontano, chiuso in un convento, come potrebbe inquinare le prove in Bergamasca? Inoltre, rispetto a quali altri casi, se non sono emersi? Ma la vicenda non si prospetta chiusa. A giudicare da casi passati, è logico pensare che il pm farà ricorso contro la decisione del gip. Anche se in ferie, si è costantemente informato sulla vicenda.

    Rispetto alla quale, a specifica richiesta, per il momento la Curia di Bergamo non si esprime. Questo perché il vescovo è in Africa e rientrerà in Italia oggi. Il sacerdote, contattato telefonicamente, è rimasto raggelato. Non sapeva nulla. In effetti non è stato sentito e non era informato del fatto di essere indagato. «Ma no, impossibile. È una cosa assurda», reagisce di getto. Poi, nel merito, si trincera dietro a un «no, non voglio aggiungere nulla».

    http://bergamo.corriere.it/bergamo/notizie/cronaca/13_luglio_27/bimba-abusata-prete-serina-negati-domiciliari-indagato-bergamo-2222359361857.shtml

  • Per le vittime di pedofilia, la vera cura è la giustizia

    Per le vittime di pedofilia, la vera cura è la giustizia

    Il dottor Alfonso Rossi, lo psichiatra che oggi ha in cura Diego, vittima di un prete pedofilo suo insegnante di religione, spiega le strategie terapeutiche scelte per curare il giovane: “La rabbia di questo ragazzo va indirizzata verso le istituzioni, dando risposta alla sua richiesta di giustizia”. E’ stato il medico ad insistere affinché fosse fatta una denuncia ai Carabinieri ed è stato lui a stabilire un contatto con la Curia napoletana. Dopo alcuni colloqui con il vescovo, il prete accusato è stato allontanato dalla parrocchia, ma poco tempo dopo Diego ha scoperto che continua a insegnare in una scuola a pochi chilometri da Napoli. “A questo punto alla vittima è caduto il mondo addosso, ci aspettavamo che il giovane venisse riabbracciato dalla Chiesa e il responsabile degli abusi fosse giustamente punito, ma le cose non sono andate così” di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI

  • “Per le vittime di pedofilia, la vera cura è la giustizia”

    “Per le vittime di pedofilia, la vera cura è la giustizia”

    l dottor Alfonso Rossi, lo psichiatra che oggi ha in cura Diego, vittima di un prete pedofilo suo insegnante di religione, spiega le strategie terapeutiche scelte per curare il giovane: “La rabbia di questo ragazzo va indirizzata verso le istituzioni, dando risposta alla sua richiesta di giustizia”. E’ stato il medico ad insistere affinché fosse fatta una denuncia ai Carabinieri ed è stato lui a stabilire un contatto con la Curia napoletana. Dopo alcuni colloqui con il vescovo, il prete accusato è stato allontanato dalla parrocchia, ma poco tempo dopo Diego ha scoperto che continua a insegnare in una scuola a pochi chilometri da Napoli. “A questo punto alla vittima è caduto il mondo addosso, ci aspettavamo che il giovane venisse riabbracciato dalla Chiesa e il responsabile degli abusi fosse giustamente punito, ma le cose non sono andate così”

    di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI

    http://video.repubblica.it/le-inchieste/per-le-vittime-di-pedofilia-la-vera-cura-e-la-giustizia/135890/134424

  • Le intercettazioni del prete con i ragazzini “Vuoi 100 euro? Non sono certo Berlusconi”

    Le intercettazioni del prete con i ragazzini “Vuoi 100 euro? Non sono certo Berlusconi”

    Padre Nuvola frequentava la zona attorno alla Stazione centrale. Cinque i casi accertati dai carabinieri e dalla Procura, su altri cinque ci sono indagini in corso. I minorenni venivano plagiati e portati a casa o in macchina. Ad uno che chiedeva 100 euro diceva: “A me per un funerale danno 25 euro e devo fare tutta la predica”

    Le intercettazioni del prete con i ragazzini vuoi 100 euro? Non sono certo Berlusconi.

    Sigarette, sacchetti di spesa, ricariche telefoniche. Così padre Aldo Nuvola pagava i ragazzini che adescava per convincerli a rapporti sessuali.
    I magistrati Maurizio Scalia, Gery Ferrara e Diana Russo, in oltre due mesi d’indagine affidate ai carabinieri del nucleo operativo hanno scoperto un ventaglio di conversazioni attraverso le intercettazioni nella macchina del prete e mettendo sotto controllo il suo cellulare.

    Padre Nuvola quasi ogni sera era alla Stazione centrale in cerca di ragazzini che si prostituissero. In macchina, con lui, c’era finito anche il diciassettenne accusato dell’omicidio di Massimo Pandolfo
    , nello scorso aprile. Nel suo cellulare è stata trovata una chiamata al prete e da lì l’indagine sull’omicidio di Pandolfo si è spostata sul versante dell’induzione alla prostituzione minorile. Le indagini dei carabinieri, coordinati dal colonnello Pierangelo Iannotti, hanno rivelato che Nuvola, proprio perché prete, aveva un certo ascendente sui minorenni che adescava.

    Il sacerdote prima dei rapporti confidava le sue voglie. Ai minorenni, ma anche a qualche diciottenne, spiegava cosa gli faceva un altro suo “amico”, per convincerli a cedere alle sue richieste: “Jessy mi bacia, la lingua me la fa arrivare fino a quà, m…. mi dà una soddisfazione terribile del bacio”.

    In un’altra occasione a un ragazzo che gli chiedeva 100 euro ha risposto: “Il gigolò che gli sembra che le persone sono tutte Berlusconi che gli danno 1.000 euro e 500 euro per una “marchetta” e vuole fare il ”
    Padre Nuvola faceva i paragoni con un funerale: “Quando io vado al cimitero a fare le sostituzioni, sai quanto mi danno per un funerale? Un funerale dura un’ora, la predica, tutto sistemato, piripì, piripì. E sai quanto mi danno? Spara quanto mi danno, io sono laureato, ho due lauree? La chiesa, il cimitero si prende 50 euro dall’impresa, la chiesa, Sant’Orsola, sai a me quanto mi dà per un funerale? Al celebrante, la persona più importante, quello che fa il funerale, dà 25 euro”.marchettaro” con la “campata” che gli altri, scusami l’espressione, con una “s…..” semplice e via gli devono dare 100 euro (…) ma tu lo sai quanto quanto mi danno a me per un funerale?”.

    FONTE

  • “Ho tentato di denunciare quel prete ma dopo 20 anni il reato è prescritto”

    “Ho tentato di denunciare quel prete ma dopo 20 anni il reato è prescritto”

    La storia di Diego, vittima del viceparroco della chiesa nel cui oratorio andava a giocare. Un’infanzia cancellata, gli incubi che si rincorrono, fino alla decisione di raccontare tutto alla madre. Poi la terapia da uno psichiatra che ha solo lenito il dolore. “Sono andato dal sacerdote e gli ho ricordato quello che era successo. Ma lui è stato impassibile. Non ha mai ammesso. Mi ha invitato a pregare. Come un povero malato di mente”. Inutile il ricorso alla magistratura. Un’assurdità che riguarda centinaia di vittime private della giustizia per un reato odioso

    NAPOLI – “Faceva molto caldo quel pomeriggio, la scuola era quasi finita. Ricordo ancora come ero vestito: un paio di pantaloncini e una canottiera di spugnetta blu. Il prete mi invitò a casa sua. Io accettai. In camera da letto mi chiese di sedermi vicino a lui, poi cominciò a toccarmi. Non capivo cosa mi stava facendo: ero solo un bambino, per me lui era come un Dio. Mentre mi baciava, diceva che mi amava. Lo accontentai”.

    Diego (così lo chiameremo con un nome ovviamente di fantasia, ndr ) nasce nel 1975 in un quartiere alla periferia di Napoli. Cresce frequentando l’oratorio del suo quartiere, come tanti altri bambini della sua età. I suoi genitori sono molto cattolici. Nel 1986 si iscrive alla scuola media del suo rione. Di lì a pochi mesi, per cinque lunghi anni, diventerà l’oggetto delle attenzioni  sessuali di don S. M., suo insegnante di religione. Del sacerdote useremo solo le iniziali, come sono indicate su un video pubblicato su Youtube. Il dolore ha impresso nella memoria di questo ragazzo ogni dettaglio di quei momenti. La sua infanzia è stata cancellata. Ogni ricordo precedente rimosso e lui condannato a una vita di angoscia. La sua storia è nota ed è stata diffusa dalla rete “L’Abuso”, una struttura impegnata contro le violenze sessuali degli uomini di chiesa. Ci ha voluto contattare ancora una volta per ribadire e rilanciare non tanto quell’incubo che lo assilla ormai da oltre vent’anni ma per sollevare un problema che riguarda decine se non centinaia di vittime come lui: la prescrizione del reato di pedofilia dopo 15 anni per il codice civile e 20 per quello penale. Un’assurdità se si pensa che chi subisce violenze sessuali di solito è un bambino, non ha la forza, la lucidità, la forza di denunciare l’abuso e chi lo ha commesso. Soprattutto se si tratta di un sacerdote, di un uomo di chiesa, a cui ci si confida e ci si affida. “Avrei voluto farlo anni dopo”, ci racconta il nostro testimone. “Ma i carabinieri hanno potuto solo raccogliere la mia testimonianza senza procedere ad una vera denuncia. Mancavano le prove. Ma il reato, anche se fosse stato dimostrato, era comunque caduto in prescrizione. Non avevo altra scelta: continuare a convivere con i miei fantasmi e rinunciare ad ogni più piccola forma di giustizia”.

    In quegli anni cruciali, il viceparroco diventa amico di famiglia e inizia a frequentare la casa di Diego. “Arrivava e scherzava con mia madre e i miei fratelli mentre io rimanevo in un angolo”, ricorda. Il prete convince il ragazzino a non confessare a nessuno il loro segreto. Ma negli anni il silenzio diventa insostenibile: “Stavo sempre peggio. Una sera mi sentii malissimo e fui portato in ospedale. Vomitavo, non riuscivo a respirare. Ero convinto che stavo per morire. Ero disperato e decisi di confessare tutto a mia madre”.
    La donna si allarma. Conosce suo figlio. Come ogni madre. saa che non sta mentendo, che non è un mitomane. Non si tratta di un pessimo scherzo, di una vendetta, di una fantasia morbosa di un ragazzino troppo sveglio. Diego dice il vero. Ha bisogno di aiuto. Su consiglio della madre, il ragazzo contatta lo psichiatra Alfonso Rossi, un primario in pensione con una grande esperienza “sul campo”.

    Ricorda oggi il professionista: “Arrivò da me nell’ottobre del 2009 in un profondissimo stato di angoscia, con un’aggressività mal gestita, ripetendo continuamente di voler parlare ma non riuscendovi mai. Ogni tanto si alzava e andava a vomitare nel bagno”. Passano i mesi, le sedute continuano tra sforzi sfibranti, progressi e nuove regressioni. Lo psichiatra insiste. Ottiene i primi risultati. Fino alla svolta decisiva. Mesi dopo. Diego riesce finalmente a raccontare gli abusi subiti da bambino. Su consiglio dello psichiatra nel giugno 2010 il ragazzo presenta una denuncia presso la caserma più vicina ma riceve la prima delusione: il reato è ormai prescritto. Per lo Stato quel prete non ha mai compiuto gli abusi e non può essere sottoposto alla giustizia ordinaria.

    Il giovane non si dà pace. E’ convinto che almeno la Chiesa possa risarcirlo. Non dal punto di vista economico ma spirituale, psicologico. Si rivolge anche al vescovo ausiliare di Napoli, Lucio Lemmo. Senza successo. Con una telecamera nascosta cerca il suo carnefice con l’intento di farlo confessare, ma inutilmente. “Andai là anche per fargli capire come mi aveva ridotto, lui mi trattò con fastidio come se non fosse un problema suo, riuscì anche a farmi recitare l’”Ave Maria” insieme a lui”, racconta Diego.

    Nel 2011, con non poche difficoltà, il medico riesce a farsi ricevere dal vescovo in persona. Redige una breve relazione sulle condizioni del ragazzo che così si conclude: “Ho segnalato questo drammatico caso umano alla Chiesa perché lo ritenevo soprattutto utile per le strategie terapeutiche, oltre che un mio obbligo morale di cittadino e cattolico. […] Gradirei molto che il giovane venisse sottoposto a una valutazione clinica da un professionista di Loro fiducia che possa valutare i rapporti causali tra gli eventi delittuosi e lo stato attuale di Diego, augurandomi che possiate acquisire gli elementi necessari per intraprendere un percorso di giustizia e garanzia per le altre fragili e future vittime”.

    Di lì a poco anche il giovane verrà ricevuto in Curia, racconta i fatti al vescovo che li annota promettendogli che quanto da lui denunciato verrà inviato a Roma. Poi i contatti con la diocesi si interrompono. Nel 2012, popo ripetute richieste di spiegazioni da parte anche della famiglia di Diego, la Curia, a firma della segreteria del vicariato, risponde che il vescovo non ha più tempo per ricevere il giovane. Si legge nella missiva: “Gentile Sig.[…] in merito alla sua richiesta di poter incontrare il Vescovo, Le comunico che sarà molto difficile poterla accontentare perché i suoi impegni di Curia ed altro gli impediscono di poter continuare gli incontri con lei”. Diego sente di vivere un secondo tradimento: “Non sono stato creduto nonostante anche il mio psichiatra abbia spiegato i fatti molto chiaramente, quell’uomo pericoloso sta ancora in mezzo ai ragazzi mentre io non ho ricevuto il minimo sostegno spirituale”.

    Contattando il vescovo, spiega lo psichiatra, Diego chiedeva di essere riabbracciato dalla sua Chiesa, che però non sembra disponibile a farlo. Nell’estate del 2012 il ragazzo scopre che il sacerdote è stato allontanato dalla parrocchia e ne è profondamente sollevato: “Il mio interesse era soprattutto quello di evitare che quell’uomo facesse del male ad altri ragazzini”. Un mese fa, grazie a Francesco Zanardi e alla rete “L’Abuso”, Diego viene a sapere che don S. M. nell’anno scolastico 2012-2013 ha regolarmente insegnato in una scuola professionale pochi chilometri fuori Napoli: “Mi è crollato il mondo addosso, niente di quello che avevo fatto era servito. Avevo l’impressione che la Chiesa in questo modo autorizzasse non solo gli abusi fatti a me da quel sacerdote, ma la pedofilia in generale” spiega Diego.

    Il prete, è stato per molti anni animatore spirituale di un importante movimento ecclesiale per la diocesi di Napoli e nel 2012, poco prima di essere “allontanato” ha accolto nella sua parrocchia per l’ultima stazione di Quaresima un importante esponente del mondo ecclesiastico, accompagnandolo durante la processione penitenziale e concelebrando con lui la messa. Diego nel frattempo si è sposato, ha avuto due bambini. Ha tentato di riprendere una vita normale. “Ma è servito a poco”, ammette adesso. “Quella violenza mi perseguiterà per sempre”.

    In Italia dall’ottobre 2012 a seguito delle ratifica della convenzione del consiglio d’Europa per la protezione dei minori, cosiddetta di Lanzarote, si è proceduto alla modifica di alcuni articoli del codice di procedura penale e il termine della prescrizione per questo tipo di reati è stato innalzato da 10 a 20 anni. Ma lo psichiatra Alfonso Rossi spiega che reati del genere dovrebbero rimanere imprescrittibili, perché la possibilità di maturare un senso di giustizia per il danno subito arriva moltissimi anni dopo la violenza. La prescrizione non cancella soltanto il reato ma qualsiasi possibilità per la vittima di riconciliarsi con le istituzioni che non l’hanno saputa proteggere. “Il ragazzo, per stare meglio oggi, avrebbe bisogno di un atto di giustizia riparatore” spiega lo psichiatra che lo ha avuto in cura.

    La storia di Diego parla di una Chiesa impreparata a gestire il caso, apparentemente attenta a proteggere esclusivamente il proprio sacerdote. Don S. M. è stato allontanato dalla sua parrocchia, ma il suo nome continua ad essere proposto agli istituti scolastici, nonostante la possibilità per il vescovo, in base alle norme concordatarie, di revocarne eventualmente l’idoneità all’insegnamento della religione. Oggi il ragazzo, soffre di violenti attacchi di panico e diverse malattie psicosomatiche: “Non c’è un giorno che io non pensi a quello che mi è capitato, nè una notte in cui non sogni quei terribili momenti. Continuo a chiedermi perché proprio io? Purtroppo nel mio cuore so che non sono stato l’unico e che ci sono altre vittime”.

    Negli Stati Uniti, il governatore democratico della California Gray Davis firmò nel 2002 una legge che sospendeva per un anno tutti i termini di prescrizione per i reati di abuso sessuale. La legge permise di avviare diversi procedimenti contro l’arcidiocesi di Los Angeles consentendo alle vittime già prescritte da molti anni, di ottenere risarcimenti milionari. In Italia, una volta iniziato il processo in primo grado, il termine di prescrizione non decade . Secondo l’avvocato Sergio Cavaliere che collabora con la rete “L’Abuso”, l’imprescrittibilità del reato su minori sembra essere l’unica soluzione alla richiesta di giustizia delle vittime che troppo tardi maturano la coscienza del male ricevuto. “E’ tempo che la società si faccia carico anche delle vittime e non solo del reo, in questa vicenda sono loro ad essere condannate ad anni di oblio. Che differenza c’è tra chi uccide una persona e chi ne uccide la sua mente, condannandola a una vita di sofferenza estrema?”, gli fa eco lo psichiatra Alfonso Rossi. Da questo punto di vista la prescrizione appare come una barbarie e abolirla un atto inevitabile di civiltà.

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/23/news/preti_pedofili-63549187/

  • Don Aldo Nuvola in carcere per abusi Nuovi guai: “Un ruolo nell’omicidio Pandolfo”

    Don Aldo Nuvola in carcere per abusi Nuovi guai: “Un ruolo nell’omicidio Pandolfo”

    Non solo abusi, non solo adescamenti. Dietro l’arresto di don Aldo Nuvola, un retroscena agghiacciante. (nella foto Massimo Pandolfo)

    PALERMO – Don Aldo Nuvola finisce in carcere. L’accusa è pesantissima: avrebbe adescato una decina di ragazzini in cambio di denaro. Cinque sono già stati identificati, altrettanti stanno per esserlo. E non è tutto, perché gli investigatori sospettano che l’ex parroco di Regina Pacis fino al 2009 potrebbe avere avuto un ruolo nell’omicidio di Massimo Pandolfo, l’uomo massacrato a coltellate nella zona del Teatro del Sole. Le indagini dei carabinieri del Reparto territoriale, coordinate dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia e dal sostituto Calogero Ferarra, muoverebbero da una certezza: il diciassettenne che ha confessato il delitto Pandolfo si era sentito con il prete. Gli aveva raccontato tutto, ma lui avrebbe taciuto. Questo il sospetto. Ecco perché in ballo c’è l’ipotesi che possa avere avuto un ruolo, forse di copertura nel macabro delitto. I carabinieri hanno registrato una telefonata di alcuni minuti fra i due nelle fasi immediatamente successive alla morte di Pandolfo. Poco più di un anno fa Nuvola, ex insegnante di religione al Liceo Umberto, era stato condannato per avere. offerto soldi a un diciassettenne in cambio di una prestazione sessuale.

    E fu pure condannato a un anno e mezzo, ottenendo, però, la sospensione condizionale della pena. Ed era a piede libero. Ora è finito in carcere. Non solo minorenni, anche adulti avrebbero detto sì alle richieste sessuali del prete. Don Nuvola viene indicato come abituale frequentatore dei giri di prostituzione. Pagava le prestazioni con poche decine di euro, oppure con delle ricariche telefoniche o sacchetti della spesa. Gli incontri avvenivano in macchina o a casa sua. La sua voce è stata pure intercettata e il sacerdote non nascondeva la preoccupazione di essere di nuovo “beccato” dalle forze dell’ordine. Gli inquirenti parlano di “conversazioni agghiaccianti”. Nuvola non aveva più assegnata una parrocchia, ma diceva messa in giro per la città. Anche nella cappella della stazione, dove avrebbe incontrato alcune delle sue vittime. Adesso è in stato di fermo al carcere Pagliarelli di Palermo. L’udienza di convalida si svolgerà domani mattina davanti al gip Agostino Gristina e in presenza dei difensori. Don Nuvola ha nominato Nino Caleca, Marcello Montalbano e Mario Zito.

  • Salesiano ex confessore di Berlusconi condannato per violenza sessuale

    Salesiano ex confessore di Berlusconi condannato per violenza sessuale

    Aveva attirato uno studente nella sua stanza durante una gita a Rimini. Don Gabriele Corsani nel 2010 era stato invitato a Palazzo Chigi con un gruppo di studenti universitari di Pavia. E proprio alla procura locale il gup ha trasmesso gli atti perché venga aperta una nuova indagine.

    “Un sacerdote molto coperto, molto protetto da un ambiente omertoso. Tutti sapevano, ma nessuno parlava. Era un personaggio chiacchierato da tempo”. L’avvocato Monica Gnesi punta il dito anche contro i superiori di don Gabriele Corsani, sacerdote vicino alla famiglia Berlusconi e già confessore dell’ex premier, condannato a 3 anni e 4 mesi per violenza sessuale dal giudice per l’udienza preliminare di Rimini Stefania Di Rienzo. Il pm, che aveva chiesto 6 anni di carcere, durante la requisitoria aveva parlato di “serialità” e infatti il gup ha trasmesso gli atti a Pavia perché proceda dopo la denuncia di uno studente della facoltà di Medicina di Pavia. Don Gabriele, economo del collegio salesiano della città lombarda e già celebrante ai funerali di Giorgio Gaber, ha insegnato anche religione all’Istituto Breda di Sesto San Giovanni. Il sospetto è che possa aver “circuito” altri giovani, magari anche minorenni ma che nessuno abbia voluto vedere questa sua propensione a baciare e ad accarezzare i ragazzini. Organizzava gite, insegnava ed era l’animatore di iniziative ma probabilmente per poter avvicinare sempre di più gli studenti.

    Il giudice lo ha riconosciuto colpevole di aver molestato sessualmente un giovane, all’epoca dei fatti, nel 2007, appena ventenne, in una camera d’albergo di Rimini dove il gruppo si trovava per un seminario, ma il legale di parte civile sostiene che l’avvicinamento al suo assistito sia avvenuto prima, quando aveva meno di 18 anni. L’inchiesta della Procura di Rimini nei riguardi del sacerdote, 44 anni, era partita il 5 luglio 2011, con la denuncia del ragazzo, che oramai 24enne aveva trovato il coraggio di raccontare tutto dopo cinque anni di tormenti e paura. “Sì perché sceglieva bene le sue vittime – prosegue l’avvocato – ragazzi con gravi problemi familiari, sensibili o timidi e che magari proprio per questo l’avrebbero protetto”. Il prete, che non ha mai partecipato al processo, durante la fase delle indagini preliminari ha negato tutto; anche di essere stato a Rimini dove  ha dichiarato di essere stato soltanto da bambino. Il magistrato gli ha anche inflitto l‘interdizione perpetua dai pubblici uffici.
    Secondo l’accusa, il sacerdote aveva attirato in una stanza l’ex allievo dell’istituto salesiano, proponendogli di dormire insieme per poi palpeggiarlo. Il ragazzo però non si era fermato ed era uscito dalla stanza. Nel corso delle indagini affidate ai carabinieri sarebbe emerso un altro episodio, raccontato ma non denunciato da un diciannovenne che, nel 2005, don Gabriele avrebbe tentato di baciare sulle labbra. Per l’episodio il prete è stato assolto, mentre per la violenza in camera d’albergo il giudice ha stabilito anche una provvisionale di 5.000 euro. Con la trasmissione degli atti a Pavia verrà aperta una nuova indagine: “Spero che altri ragazzi che non hanno ancora avuto il coraggio di denunciare lo trovino. Molto hanno paura e pensano che non saranno creduti” dice l’avvocato che non esclude anche una casa civile per ottenere un risarcimento.
    Don Corsani prima di questo episodio di cronaca giudiziaria era conosciuto per essere il primo sacerdote ad accorrere a casa di Rosa Bossi, madre di Silvio Berlusconi, alla notizia della sua morte nel febbraio 2008 a Milano. Un anno dopo il religioso aveva concelebrato ad Arcore la Messa funebre di Maria Antonietta Berlusconi, sorella dell’allora premier. Don Gabriele aveva conosciuto l’allora premier nel 2002: dai Salesiani l’ex presidente del Consiglio ha studiato e da allora è sempre rimasto legato all’ordine religioso. Tanto che nell’aprile del 2010 un gruppo di studenti universitari salesiani del Collegio Don Bosco di Pavia era stato in visita a Palazzo Chigi su invito del presidente del Consiglio e avevano assistito alle dichiarazioni alla stampa del premier con il collega libanese Saad Hariri al termine del loro incontro. Subito dopo, in un’affollatissima Sala dei Galeoni, Berlusconi ha portato Hariri, tenendolo sotto braccio, verso gli otto ragazzi accompagnati da don Gabriele Corsani per presentarglieli. ”Siamo salesiani – ha detto Berlusconi ad Hariri – una congregazione che si trova anche in Libano”.