Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il cardinale Zuppi premia il vescovo imputato per falsa testimonianza

    Il cardinale Zuppi premia il vescovo imputato per falsa testimonianza

    La decisione del presidente dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, di affidare un incarico in una commissione della Conferenza episcopale italiana proprio a un vescovo sotto processo per falsa testimonianza dimostra che per la Chiesa (quella italiana in particolare) i veri nemici non sono i preti abusatori ma le loro vittime. Ed è proprio alle vittime di abuso clericale che personaggi come Zuppi non perdono occasione di infliggere offese ed umiliazioni.

    Fra tre giorni, l’8 ottobre, il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana sarà in tribunale a Enna a ricevere la risposta dei giudici sul suo caso. È accusato insieme al vicario giudiziale Vincenzo Murgano di aver mentito durante il processo a don Giuseppe Rugolo, poi condannato in via definitiva a tre anni per violenza sessuale su minori. Il vescovo ha scelto il rito abbreviato, dopo che la Procura aveva deciso di procedere in seguito a un esposto presentato da Antonio Messina, una delle vittime di Rugolo.

    Un’accusa gravissima: è la prima volta che un vescovo viene rinviato a giudizio per falsa testimonianza nel contesto di un caso di abuso sessuale. Ci si sarebbe aspettati una risposta conseguente della Chiesa: una rimozione, o almeno una sospensione; e invece niente, non fa una piega, nanca un plissé, per citare il palo della banda dell’Ortica di Enzo Jannacci. Ma monsignor Gisana, che abbiamo sentito nel podcast La Confessione dire a Rugolo «ho insabbiato questa storia», per poi rassicurarlo che le sofferenze che doveva attraversare a causa della denuncia di Messina erano la sua personale via alla santità, ecco, Gisana non solo è rimasto saldo al suo posto alla guida della diocesi ma è stato addirittura promosso ad un incarico prestigioso nella Cei.

    È stato infatti nominato membro per il quinquennio 2026-2031 della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi durante la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente, che si è riunito a Roma dal 21 al 23 settembre sotto la guida del cardinale Matteo Zuppi.

    Bisogna ammettere che con la Chiesa non ci si annoia mai: anche quando credi che tutto sia ormai chiaro e lineare, comprovato da sentenze passate in giudicato, arrivano nuovi rivolgimenti e colpi di scena. Sul caso Rugolo-Gisana pensavamo di aver già visto tutto e invece ecco che arriva la benedizione ecclesiastica sul vescovo accusato di aver mentito in aula per proteggere il prete pedofilo. Gesto audace, per così dire, da parte della Cei, che mostra tutto il disprezzo della Chiesa italiana per la giustizia dello Stato e anche per un minimo di stile, che dovrebbe perlomeno frenare gli entusiasmi e le nomine a ridosso di una sentenza – se non altro per non imbarazzare i giudici.

    Ci sono dei precedenti, è vero: addirittura papa Francesco provò (probabilmente con un certo successo) a interferire nel processo a don Rugolo, definendo durante un’udienza alla Fraternità Apostolica della Misericordia e alla Piccola Casa della Misericordia di Gela il «calunniato» vescovo Gisana «bravo e giusto», proprio il giorno prima dell’udienza in cui era prevista la requisitoria della pm al processo Rugolo, il 6 novembre 2023 (udienza che poi saltò).

    Saluto il Vescovo di Piazza Armerina, Monsignor Rosario Gisana: bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo Vescovo».

    Ora che quel processo si è concluso con la sentenza della Cassazione e si aspetta l’8 ottobre per conoscere la decisione dei giudici di Enna sul vescovo Gisana e sul vicario giudiziale don Vincenzo Murgano, il presidente dei vescovi Zuppi non trova di meglio che dare un premio al vescovo sotto processo. A pochi giorni dalla sentenza di primo grado.

    Monsignor Gisana, fresco di nomina in Cei e con un endorsement di questo livello, certo non si è trattenuto e ha sfilato con tutti i paramenti al VII Forum Paneuropeo delle Confraternite, che si è aperto il 2 ottobre proprio a Enna. Ha portato anche la spina santa, reliquia simbolo della città di Enna, diversamente da quanto era previsto nel programma, che l’aveva affidata alle meno controverse mani del vescovo di Acireale Antonino Raspanti, presidente della Conferenza episcopale siciliana. Erano attese 2500 persone, rappresentanti di 55 confraternite provenienti dalla Sicilia e dal resto d’Italia, dalla Spagna, dalla Germania, da Malta e dal Portogallo ma, a quanto pare, finora è stato abbastanza un flop. Nei prossimi giorni è previsto perfino l’intervento in collegamento con Antonio Banderas: chissà se gli hanno detto in quale circo va ad infilarsi…

    Presiedendo la messa inaugurale in duomo nel pomeriggio del 2 ottobre, Gisana ha avuto anche l’ardire di invitare i fedeli a custodire nella quotidianità delle confraternite l’attenzione alle persone più fragili, e quindi «la vicinanza ai piccoli». L’indignazione delle vittime di abuso clericale non si è fatta attendere, anche se accuratamente oscurata dai media:

    Genuflessi, ma non come quando esprimi rispetto, in questo caso è una genuflessione indegna e volgare, quella che le Istituzioni ennesi, senza rispetto per il loro ruolo istituzionale e per la Chiesa stessa, hanno acconsentito in nome della popolazione, a chi di fatto, in qualunque società civile che si rispetti, verrebbe messo da parte come “pessimo elemento”.

    L’Associazione Rete L’ABUSO, che in Italia è l’unica rappresentante delle vittime sopravvissute agli abusi sessuali di quel clero che solo nel nostro paese è ancora oggi il terzo mondo d’Europa, perché incapace di rendere almeno un risarcimento umano alle proprie vittime, si stringe intorno ad Antonio Messina, vittima accertata di don Giuseppe Rugolo, che in modo inaccettabile, oggi è nuovamente vittima di quella società di dubbia moralità e civiltà, che ha permesso in modo tanto barbaro che Antonio Messina, e tutti noi vittime italiane, subissimo proprio dalla città di Enna e dalle Istituzioni della stessa, tanta umiliazione “istituzionale”.

    Monsignor Gisana congederà gli ospiti del Forum delle confraternite il 7 ottobre. Il giorno dopo lo aspettano in tribunale.

    (Il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana al Forum Paneuropeo delle Confraternite, Enna, ottobre 2026. Foto di Pierelisa Rizzo)

    https://federicatourn.substack.com/p/il-cardinale-zuppi-premia-il-vescovo

  • Ex vescovo cattolico condannato per aver abusato di uomini indigeni in Australia

    Ex vescovo cattolico condannato per aver abusato di uomini indigeni in Australia

    Un ex vescovo cattolico è stato condannato a sei anni e mezzo di carcere per aver abusato sessualmente di due giovani aborigeni nell’Australia occidentale.

    Christopher Saunders, di settantasei anni, è stato condannato dal Tribunale distrettuale dell’Australia Occidentale e non ha mostrato alcuna reazione durante l’udienza di condanna di mercoledì.

    Ad agosto, un tribunale ha dichiarato Saunders colpevole di un’accusa di penetrazione sessuale senza consenso e di 12 capi d’accusa di violenza sessuale.

    I reati sono stati commessi tra il 2010 e il 2019, periodo in cui era vescovo di Broome, una remota diocesi nel nord-ovest dell’Australia.

    L’arcivescovo Timothy Costelloe, presidente della Conferenza episcopale cattolica australiana, ha rilasciato una dichiarazione in cui si scusa per il dolore e la sofferenza inflitti da Saunders alle vittime, affermando che la loro fiducia è stata “profondamente tradita da un leader della Chiesa”.

    Saunders fu ordinato sacerdote nel 1976 e inizialmente lavorò presso stazioni missionarie nelle regioni più remote dell’entroterra a partire dagli anni ’70. Negli anni ’90, fu nominato vescovo di Broome da Papa Giovanni Paolo II.

    A seguito delle accuse di abusi, Saunders ha sospeso le sue funzioni nel 2020 e nell’agosto del 2021 Papa Francesco ha accettato le sue dimissioni. Il prelato ha sempre negato le accuse.

    In tribunale è emerso che il vescovo aveva adescato le sue vittime.

    Si dice che invitasse regolarmente giovani aborigeni e adolescenti in una casa sulla spiaggia o nella residenza di una chiesa cattolica, offrendo loro alcol e sigarette, oltre a denaro e telefoni cellulari.

    Secondo le prime ricostruzioni, le aggressioni ai danni dei due giovani sarebbero avvenute mentre questi erano in stato di grave intossazione alcolica.

    Commissione reale e storia di abusi

    Nel 2013, il governo australiano ha istituito una Commissione Reale , un’inchiesta di alto livello sugli abusi sessuali sui minori nelle istituzioni, in seguito a una serie di scandali che hanno coinvolto la Chiesa cattolica.

    Nel 2017, la commissione ha rivelato che la maggior parte degli abusi si è verificata nelle chiese, con il sette percento dei sacerdoti cattolici accusati di aver abusato di minori in Australia tra il 1950 e il 2010. Ha affermato che le accuse non sono quasi mai state oggetto di indagine.

    È emerso che 4.444 presunti casi di abusi sessuali su minori erano stati segnalati alle autorità ecclesiastiche. In alcune diocesi, oltre il 15% dei sacerdoti risultava essere responsabile di tali abusi.

    La commissione ha inoltre ascoltato la testimonianza dell’ex responsabile finanziario del Vaticano, il cardinale George Pell, riconosciuto colpevole nel 2018 di abusi sessuali su chierichetti a Melbourne, in Australia, negli anni ’90.

    Pell, che era stato il responsabile anticorruzione di Papa Francesco, fu rilasciato dal carcere nel 2020 dopo che un tribunale annullò la sua condanna. Morì a Roma il 10 gennaio 2023, all’età di 81 anni, a causa di complicazioni cardiache insorte dopo un intervento chirurgico all’anca.

    https://www.aljazeera.com/news/2026/10/7/former-catholic-bishop-sentenced-for-abusing-indigenous-men-in-australia

  • Enna, settimana delle confraternite con il vescovo a processo per lo scandalo del prete pedofilo

    Enna, settimana delle confraternite con il vescovo a processo per lo scandalo del prete pedofilo

    Enna, dallo scorso 2 ottobre e per cinque giorni, è capitale europea delle confraternite. Il VII forum paneuropeo delle confraternite, ospitato nell’umbilicus siciliae annunciava la presenza in città di 2500 confrati provenienti da almeno 7 paesi europei.

    La grande processione annunciata per la scorsa domenica, 4 ottobre, che dall’eremo di Montesalvo è arrivata al duomo, ha contato presenze, ben lontane dai 2mila e 500, di confrati provenienti dalla provincia e dal resto della Sicilia e una delegazione, non sappiamo quanti ( i dati li abbiamo chiesto al collegio dei rettori ma non ci sono stati forniti ndr), di confrati provenienti dalla, Svizzera, dalla Spagna, da Malta. Un evento che fa giungere ad Enna il gotha del vaticano, atteso per domani, martedì 6 ottobre, l’arrivo del cardinale Angelo Bagnasco, ideatore nel 2019 del forum, e che si conclude il 7 ottobre prossimo, giorno prima del processo, che si celebrerà al tribunale di Enna con rito abbreviato, al vescovo della diocesi di Piazza Armerina Rosario Gisana e del suo vicario giudiziale, Vincenzo Murgano, attuale parroco della chiesa madre di Enna, accusati di falsa testimonianza nel processo al sacerdote Giuseppe Rugulo, condannato in via definitiva a tre anni per volenza sessuale a danno di minori.

    E’ la voce di monsignor Gisana, carpita in una intercettazione della polizia, entrata nel processo, a dire al sacerdote Rugolo “io ho insabbiato tutto”.

    “ Un chiaro messaggio al tribunale e un dejà vu – dice Francesco Zanardi, presidente nazionale dell’associazione Rete l’Abuso, che raccoglie i sopravvissuti agli abusi clericali e che ha inviato la sentenza Rugolo ad Antonio Banderas, che si collegherà con il forum in video conferenza e a Claudia Koll, la cui presenza è prevista ad Enna mercoledì – Alla vigilia della requisitoria del pm, nel processo Rugolo, ad intervenire fu, addirittura Papa Francesco che il 6 novembre 2023, elogiò pubblicamente il vescovo di Piazza Armerina.

    Oggi in soccorso di Gisana & company arriva il gotha del Vaticano. Malgrado il processo in corso, il vescovo continua a presiedere eventi e manifestazioni ufficiali anche a fianco di istituzioni, indisturbato e riverito”. “Cosa centrano le confraternite con il processo? – dice il presidente del collegio dei rettori delle confraternite ennesi, Giovanni Zodda – Sono inquisiti i confrati? Le confraternite sono vittime da tutte le parti soprattutto da parte di chi le attacca ingiustamente” .

    Ma quelle confraternite sono le stesse che nel processo al sacerdote Rugolo non hanno mai manifestato alcuna vicinanza alla vittima, Antonio Messina, dalla cui denuncia è partita l’inchiesta che ha portato alla condanna , né alla famiglia.

    https://palermo.repubblica.it/cronaca/2026/10/05/news/enna_settimana_delle_confraternite_con_il_vescovo_a_processo_per_lo_scandalo_del_prete_pedofilo-425627807/

  • Il VII Forum paneuropeo delle confraternite di Enna si trasforma nel “The Rocky Horror Picture Show”

    Il VII Forum paneuropeo delle confraternite di Enna si trasforma nel “The Rocky Horror Picture Show”

    In questi giorni Enna ospita in occasione, del VII Forum paneuropeo delle confraternite, dal cardinale Angelo Bagnasco, dal cui appello all’Europa nel 2019 è nato il Forum, al cardinale Enrico Feroci, il cardinale Angelo De Donatis, penitenziere maggiore della Santa Sede, Michele Pennisi, arcivescovo emerito della diocesi di Monreale, Antonino Raspanti presidente Cesi e vescovo della diocesi di Acireale, ed ancora il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Kevin J. Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, l’arcivescovo Rino Fisichella.

    Tra i volti laici più noti l’attrice Claudia Koll e Antonio Banderas, confratello della Lágrimas y Favores di Malaga (quest’ultimo si collegherà in videoconferenza) che accompagnano i massimi vertici della chiesa italiana, ospiti di un evento internazionale che però lascia perplessi per una anomalia che fa riflettere, la presenza di monsignor Rosario Gisana, che spicca particolarmente in quanto, come padrone di casa, ha aperto ieri le giornate del VII Forum che durerà fino al 7 ottobre.

    Una presenza massiccia di rappresentanti del Vaticano alle porte del processo in cui il vescovo Gisana ed il suo vicario giudiziale, Vincenzo Murgano, attuale parroco della chiesa Madre, in cui sono imputati e saranno giudicati con rito abbreviato, proprio all’indomani della fine dell’evento, l’8 di ottobre, dal tribunale di Enna, la citta che sta accogliendo quella che definirei la rivisitazione del moderno “Rocky Horror Picture Show”.

    Una cosa che stride non poco con i proclami della chiesa e che è difficile da accostare agli autorevoli ministri di culto che la città di Enna ospita.

    Per non parlare dell’attuale Pontefice, ovvero colui che prima dell’elezione era a capo del Dicastero dei vescovi e che dal 2022 ha sulla sua scrivania la denuncia della vittima di quel prete, Guseppe Rugolo, condannato in via definitiva a 3 anni per violenza sessuale su minori, per cui Gisana e Murgano sono rinviati a giudizio il prossimo 8 ottobre.

    Lettera alla quale l’ex cardinale Prevost che oggi è diventato il Papa, in barba al motu proprio e qualunque altra propaganda vaticana, tutt’ora si rifiuta di rispondere.

    E sono proprio le parole dei Pontefici “inorriditi di fronte al crimine della pedofilia, soprattutto quando commessa da membri del clero”, a trasformare l’evento ennese in un moderno “The Rocky Horror Picture Show” questa volta “fatto in chiesa”.

    Uno scredito che pesa come un macinio non solo sulle Eminenze e le Eccellenze ospiti dell’evento, ma persino su Claudia Koll e Antonio Banderas, che chissà se sanno di essere stati coinvolti in questa macabra passerella che di certo lascerà un segno poco edificante anche sul loro curriculum.

  • Abusi su gio­vani: la con­danna vati­cana, ma il prete è morto

    “Il Tribunale Penale Speciale istituiti dalla competente autorità della Chiesa” hanno raggiunto la “certezza morale” riguardo alle colpe di padre Carlo Miguel Buela. Ma padre Buela nel frattempo è morto, anche perché ci sono voluti sedici anni prima di arrivare alle condanne.

    “E nel frattempo il sacerdote, nonostante le accuse era stato ospitato in una chiesa di Genova negli anni in cui cardinale era Angelo Bagnasco”, come racconta Francesco Zanardi, portavoce di Rete l’Abuso che da anni si batte per denunciare violenze subite da minori. (altro…)

  • ENNA in festa! – A processo l’8 prossimo il Vescovo Gisana che apre oggi il VII Forum paneuropeo delle confraternite

    Il prossimo giovedì 8 ottobre, al tribunale di Enna, il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana insieme al suo vicario giudiziale, Vincenzo Murgano, parroco della chiesa madre di Enna, verranno processati, rito abbreviato, con l’accusa di falsa testimonianza.

    Il reato si sarebbe consumato nel corso del processo al sacerdote ennese Giuseppe Rugolo condannato in via definitiva per violenza sessuale su minori. Gisana e Murgano, infatti, secondo l’accusa avanzata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna avrebbero mentito in aula su tutta una serie di fatti di cui erano a conoscenza.

    Eppure oggi sarà proprio il vescovo Rosario Gisana ad aprire il VII Forum paneuropeo delle confraternite trasformando per 5 giorni, da oggi fino al 7 ottobre  e proprio alla vigilia del processo, Enna in capitale europea delle confraternite.

    Previsto l’arrivo in città di oltre 2000 confrati provenienti da almeno 7 paesi europei. Un chiaro messaggio al tribunale e un dejà vu. Alla vigilia della requisitoria del pm nel processo Rugolo ad intervenire fu, addirittura Papa Francesco che il 6 novembre 2023, elogiò pubblicamente il vescovo di Piazza Armerina, Le parole esatte : «Bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto», ricordando anche di aver fatto una sosta a Piazza Armerina in passato proprio per manifestargli vicinanza.  Oggi in soccorso di Gisana & company arriva il gota del Vaticano.

    Dal cardinale Angelo Bagnasco, dal cui appello all’Europa nel 2019 è nato il Forum, il cardinale Enrico Feroci e il cardinale Angelo De Donatis, penitenziere maggiore della Santa Sede, Michele Pennisi, arcivescovo emerito diocesi di Monreale,  Antonino Raspanti presidente Cesi e vescovo della diocesi di Acireale. Attesi i videomessaggi del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, del cardinale Kevin J. Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, e dell’arcivescovo Rino Fisichella. Tra i volti noti l’attrice Claudia Koll, presente a Enna, e Antonio Banderas, confratello della confraternita Lágrimas y Favores di Malaga, in videocollegamento.

    E mentre ci si prepara ad affrontare il processo che ha messo in ginocchio una intera diocesi, per lo meno dal punto di vista etico e morale, al quale è stato ammesso una sola parte civile, quella di Antonio Messina, l’archeologo dalla cui denuncia è scaturito il processo al sacerdote Rugolo, il clero ennese e la città sembrano ignorare le pesanti accuse nei confronti di Gisana e Murgano mosse dalla procura di Enna.

    Malgrado il processo in corso Gisana continua a presiedere eventi e manifestazioni ufficiali anche a fianco di istituzioni,  indisturbato e una certa stampa ha fatto filtrare una notizia , per altro vecchia di mesi, secondo la quale il vescovo Gisana, al termine dei lavori del consiglio permanente svoltosi a Roma sotto la guida di Matteo Zuppi, sarebbe stato nominato quale componente della Commissione episcopale per la Dottrina della Fede, l’annuncio e la catechesi.

    In barba alla giustizia chiesta dalle vittime di abusi

  • L’astuzia per chiudere i casi di abusi senza processo né risarcimento emersa dalla Dottrina della Fede

    L’astuzia per chiudere i casi di abusi senza processo né risarcimento emersa dalla Dottrina della Fede

    Nel mio breve periodo di esercizio della difesa giuridica di alcune vittime di abusi sessuali da parte di chierici mi sono scontrato frontalmente con una pratica impensabile in qualsiasi altro ambito. Il chierico indagato chiede al Papa la dispensa dagli obblighi clericali; se gli viene concessa, il processo penale si ferma lì. Secondo i dati interni dello stesso Dicastero per la Dottrina della Fede, così si sono conclusi 1.058 dei 6.236 casi registrati tra il 2012 e il 2020, uno su sei. Dietro ognuno di questi fascicoli c’è una o più persone che hanno denunciato di essere state abusate durante l’infanzia e alle quali la Chiesa non ha mai detto se le credeva. Indagando a fondo su questa pratica assurda e scandalosa, ho scoperto che non è un’anomalia burocratica né un’improvvisazione di diocesi sommerse. Ha una giustificazione dottrinale scritta, pubblicata su una rivista accademica di primo livello e firmata da uno degli uomini che la applicano: Monsignor Jordi Bertomeu Farnós, ufficiale della Sezione Disciplinare del Dicastero, inviato di Francesco in Cile e in Perù, commissario pontificio del Sodalicio, e uno dei principali promotori di questo catastrofico concetto giuridico che, a oggi, sta applicando (spiegherò perché ritengo irregolarmente) il Dicastero del cardinale Victor Manuel Fernández. Il suo articolo del 2021 è oggi il sostegno teorico di una pratica che provoca scandalo anche tra alte autorità giudiziarie vaticane.

    Il testo si intitola «La praxis de la CDF sobre la dispensa de las obligaciones clericales: El n. 157 del Vademécum» ed è stato pubblicato su Ius Canonicum, la rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra (vol. 61, n. 122, 2021, pp. 733-765; DOI 10.15581/016.122.004). È in accesso aperto e continua un lavoro precedente dello stesso autore sulla stessa rivista. Importa chi lo scrive: un funzionario dell’organismo che decide, con accesso alle cifre che nessun altro conosce, che descrive la pratica del proprio ufficio e conclude che è legittima. Questo trasforma l’articolo, più che in uno studio, nella difesa ufficiosa di un sistema di silenzio e impunità.

    Quello che Bertomeu sostiene

    Il punto di appoggio è il n. 157 del Vademécum del 2020, che riconosce all’accusato, «dal momento in cui si ha notitia de delicto», il diritto di chiedere al Santo Padre la dispensa da tutti gli obblighi clericali, compreso il celibato. Il Vademécum si ferma lì: riconosce un diritto a richiedere, e non dice nulla su ciò che accade con il processo penale in corso. È Bertomeu che fa il passo successivo, e lo fa nel riassunto stesso del suo articolo:

    «Sebbene interrompa le indagini o il processo in corso senza che si giunga a una conclusione dello stesso circa la colpevolezza o meno dell’imputato, la trattazione davanti al Santo Padre di questa grazia è legittima a causa della tutela di diversi beni giuridici nei delicta graviora a partire dalla prevalenza del principio del bonum commune nella Chiesa» (p. 733).

    Lo ribadisce nel corpo del testo con la stessa chiarezza: la CDF permette al reo di chiedere la grazia «in qualsiasi momento delle indagini o del processo», e «l’accoglimento di tale istanza, d’altra parte, comporta l’interruzione del procedimento penale in corso» (p. 749). La tesi è, dunque, che l’accusato può fermare il proprio processo chiedendo di non essere più sacerdote, e che la Chiesa fa bene a permetterglielo per il “bene” della stessa Chiesa.

    Quello che Bertomeu sa

    Ciò che rende particolarmente grave l’articolo non è che difenda questa tesi, ma che la difenda sapendo esattamente cosa implica. Impunità e vittime trascurate senza riparazione. Bertomeu non ignora nessuna delle obiezioni; le espone lui stesso, con precisione da giurista, prima di scartarle. Conviene seguire il filo delle sue ammissioni.

    L’articolo inizia riconoscendo che non esiste una legge che tuteli ciò che descrive. L’istituto «non è espressamente previsto in alcun testo legislativo sui delicta reservata» (p. 741), e il Vademécum da cui parte «non costituisce una ulteriore riforma legislativa» né è «un testo normativo» (pp. 740-741). Per superare l’ostacolo, propone che «nonostante il carattere non normativo del Vademécum, il contenuto del n. 157 può essere considerato come una prassi con valore normativo a causa del riscontro specifico del Romano Pontefice a ogni dispensa concessa» (pp. 741-742). Cioè, una regola che non è da nessuna parte acquisisce valore di legge perché è stata applicata molte volte con firma papale. Nessun sistema giuridico serio, e quello canonico non dovrebbe fare eccezione, ammette che in materia penale la ripetizione di atti singolari crei diritto: la legge esiste quando è promulgata (can. 7), le norme penali si interpretano restrittivamente (can. 18) e la prassi della Curia supplisce solo lacune e mai in materia di pene (can. 19). Bertomeu conosce questi canoni. Li cita. E costruisce nonostante essi il piano dell’evasione del processo attraverso la dispensa.

    Continua riconoscendo cosa accade con le vittime: l’interruzione «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore» (p. 751). Inevitabilmente. L’autore della tesi descrive il suo effetto sulla vittima con la parola che meglio lo definisce, e la mantiene.

    Riconosce, inoltre, di non trovare la ragione che giustificherebbe la grazia. Ogni dispensa canonica richiede una causa giusta e ragionevole (can. 90 §1), e lo stesso Bertomeu ricorda, citando Urrutia, che senza di essa «potrebbe anche essere invalida» (p. 742). Nonostante ciò ammette che «rimane la difficoltà di indicare quale possa essere la causa giusta e ragionevole che permetta questa concessione graziosa senza pregiudizio della giustizia» (p. 751). Sostiene, quindi, la legittimità di un atto la cui condizione di validità confessa di non poter identificare con certezza.

    Riconosce anche che tutto questo avviene in segreto. «A differenza di altri tribunali come quello della Rota Romana, la CDF non pubblica le sue decisioni», il che «lascia nell’oscurità importanti aspetti formali (procedimento e trattazione) e materiali» (pp. 738-739). Lo scrive un funzionario dell’organismo che non pubblica, in un testo che inizia invocando la «trasparenza, responsabilità e rendicontazione» del vertice del febbraio 2019, e che subito dopo giustifica una pratica che ne è priva.

    E riconosce, con cifre che pochi possono fornire, che non si tratta di un’eccezione. «Se tra il 2012 e il 2020 sono stati registrati 6.236 casi nella CDF, 1058 si sono conclusi con la concessione di una dispensatio ab oneribus, con una media annua di 117, cioè il 17% del totale» (p. 750); le dispense sono passate da 79 nel 2012 a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta, compresa la controversa dispensa di Leone XIV a Eleuterio Vásquez, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto indagare. Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione in cambio di un cattivo espediente.

    Infine, Bertomeu raccoglie in nota a piè di pagina l’obiezione più devastante contro la propria tesi, formulata dal canonista Luis Navarro: «sarebbe più coerente che per un delitto non si riceva una grazia; altrimenti si potrebbe pensare che, per ottenere l’esonero, la via sia commettere un delitto, il che sarebbe certamente causa di scandalo tra i fedeli» (nota 65). La citazione è demolitrice, ma l’autore non vi risponde. È difficile trovare nella letteratura canonica un esempio più chiaro di un autore che espone l’argomento che confuta la sua tesi e procede come se non l’avesse letto.

    Perché le sue giustificazioni non reggono

    Di fronte all’obiezione che la prassi lede il principio iustitiam restituere, Bertomeu offre quattro ragioni (pp. 758-760). Nessuna resiste all’analisi.

    La prima è che la vittima «ha sempre la possibilità di rivendicare la lesione subita davanti alle autorità giudiziarie statali», che sarebbero «il foro ottimale». L’argomento è insostenibile dal punto di vista del diritto stesso della Chiesa, e lo è per tre motivi che l’autore non può ignorare. La Chiesa riserva a Roma la competenza su questi delitti proprio perché afferma che tutelano beni giuridici propri; non può reclamare la giurisdizione per sé e, quando decide di non esercitarla, inviare la vittima altrove. Lo stesso articolo spiega, poche pagine prima (p. 752), che la Chiesa ha ampliato i termini di prescrizione perché le vittime di abusi impiegano decenni per poter parlare e i termini civili sono solitamente scaduti, per cui il «foro ottimale» a cui rimanda è, nella maggior parte dei casi, un foro chiuso, e Bertomeu lo sa quando scrive la frase. E, soprattutto, c’è qualcosa che nessun tribunale dello Stato può giudicare: la responsabilità dei vescovi e dei superiori che hanno ricevuto la denuncia e l’hanno gestita male, che da Vos estis lux mundi (art. 1 §1 b) è perseguibile canonicamente ma può essere stabilita solo su fatti previamente chiariti. Quando il caso principale si chiude senza determinare i fatti, la responsabilità di tutta la catena di comando rimane fuori dall’esame per sempre. Questo è l’effetto più grave della prassi e quello che meno si spiega: non solo libera l’accusato, ma protegge chi lo ha protetto, trasferito o ha guardato dall’altra parte. Una pratica che produce questo risultato in uno su sei casi non è uno strumento di giustizia flessibile. È, nel suo funzionamento oggettivo, un meccanismo di copertura istituzionale, indipendentemente dall’intenzione di chi l’ha progettato.

    La seconda ragione è che il chierico, chiedendo la dispensa, «si è implicitamente riconosciuto inidoneo al ministero». Ma una confessione tacita estratta da un atto che lo stesso Vademécum qualifica come diritto, senza assistenza legale e senza alcuna prova, non è una dichiarazione di fatti né serve a nessuno: non dà alla vittima la verità, non dà all’accusato innocente l’assoluzione e lascia alla comunità un sospetto che lo stesso rescritto permette al vescovo di divulgare, «il fatto della dispensa» e «la causa canonica» (nota 52), senza che nessuno l’abbia giudicata. La terza ragione, che l’Ordinario può vigilare sul dispensato, non ripara nulla e presuppone inoltre che si sappia di cosa vigilare, che è precisamente ciò che non è stato indagato.

    La quarta ragione è quella che rivela il fondo:

    «In quarto e ultimo luogo, perché non è irrilevante considerare che le cause penali nel foro canonico non sempre si concludono con una condanna del reo. A causa di una presunta sensibilità eccessivamente garantista e servendosi delle formalità processuali, si consideri al riguardo un certo malessere ecclesiale per alcune sentenze degli ultimi sette anni, in sede di ricorso gerarchico, di reformatio in melius quando non direttamente di assoluzione o di decisione dimissoria» (pp. 759-760).

    Un ufficiale del tribunale che giudica gli abusi giustifica una via per evitare il giudizio perché il giudizio, con le sue garanzie e le sue formalità, a volte assolve o riduce la pena. Non si prescinde dal processo nonostante possa finire con un’assoluzione, ma perché può finire con un’assoluzione. Il ragionamento è incompatibile con l’idea stessa di processo, che esiste proprio perché il risultato non sia deciso prima di iniziare. Ed è, inoltre, la confessione che la pratica non persegue la giustizia ma un risultato: allontanare il sacerdote senza dover provare nulla. Quello che Bertomeu chiama «sensibilità eccessivamente garantista» è ciò che in qualsiasi ordinamento civile si chiama diritto a un processo equo. Che un funzionario del Dicastero lo descriva come un ostacolo dovrebbe preoccupare chiunque, a cominciare dagli stessi sacerdoti.

    Quello che dispone il diritto della Chiesa

    Nulla di tutto questo richiede di invocare principi estranei alla Chiesa. Basta il Codice. La dispensa (cann. 85, 290, 3º, 291 e 292) è un atto di grazia sullo statuto personale del chierico: lo libera dal celibato e gli fa perdere lo stato clericale. Le cause di estinzione dell’azione penale canonica sono tassative, e sono la prescrizione (can. 1362) e la morte del reo. La dispensa non è tra queste, e non può esserlo per via della prassi, perché il Codice ha blindato espressamente le leggi penali e processuali contro il rilassamento singolare (can. 87 §1). Quello che Bertomeu presenta come «originalità dell’ordinamento canonico» è, in realtà, l’attribuzione a un atto di grazia di un effetto che la legge non gli dà, su un oggetto, i fatti e la loro riparazione, che non è il suo.

    Il Codice riconosce inoltre alle vittime diritti concreti che la pratica annulla. Il diritto di reclamare davanti al foro ecclesiastico (can. 221 §1). Il diritto alla riparazione del danno (can. 128). Il diritto di esercitare l’azione di danni all’interno del proprio giudizio penale (can. 1729 §1), azione che scompare con il giudizio. E il diritto di essere ascoltato prima che l’autorità emetta un atto che lede i suoi diritti (can. 50). Nella prassi che Bertomeu descrive la vittima non interviene, non è ascoltata, e spesso non sa nulla fino a quando non le viene comunicato che tutto è finito. La riparazione si riduce alla clausola del rescritto per cui il dispensato è obbligato a riparare «onerata conscientia», in coscienza (nota 53). Un’obbligazione che esiste solo nella coscienza dell’accusato non può essere esigita da nessuno.

    E il Codice, nella sua versione riformata, punta nella direzione opposta alla tesi. L’articolo si appoggia su Pascite gregem Dei (2021) per la sua teoria dei beni giuridici, ma omette che quella stessa riforma ha trasformato in dovere ciò che prima era facoltà: il can. 1311 §2 obbliga a tutelare il bene della comunità «etiam poenarum irrogatione vel declaratione» e il can. 1341 sostituisce «curet» con «promovere debet». Il legislatore ha voluto che il perseguimento di questi delitti fosse obbligatorio. La prassi che Bertomeu difende la rende facoltativa a volontà dell’accusato. Di fronte a tutto questo, il ricorso al «bene comune» e alla salus animarum (can. 1752, che è la norma di chiusura del trasferimento dei parroci, non una clausola per estinguere azioni penali) prova troppo: con lo stesso bene comune si sostiene che la Chiesa deve giudicare fino in fondo, e con la stessa salvezza delle anime si esige che la vittima conosca la verità. Un principio che serve per una cosa e il suo contrario non giustifica nulla.

    Quello che la Chiesa ha promesso

    Se il contrasto con il diritto interno è grave, il contrasto con gli impegni esterni della Chiesa è ancora più grave, perché riguarda la sua parola data. La Santa Sede ha ratificato nel 1990 la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, il cui articolo 19 obbliga a stabilire «procedure efficaci» di indagine e intervento giudiziario di fronte all’abuso, e i cui articoli 34 e 39 esigono protezione di fronte all’abuso sessuale e riparazione alle vittime. Nel 2014, dopo aver esaminato la Santa Sede, il Comitato sui Diritti dell’Infanzia ha segnalato proprio la gestione interna dei casi, l’uscita silenziosa dei chierici senza depurazione delle responsabilità e la mancanza di cooperazione con le autorità civili, ed ha esigito indagini complete, rendicontazione degli autori e dei superiori e trasparenza. Il Comitato contro la Tortura ha formulato quello stesso anno richieste analoghe. Una prassi che chiude uno su sei casi senza indagine conclusa, senza dichiarazione di fatti e senza riparazione esigibile, su istanza dello stesso accusato, non è un’interpretazione discutibile di quegli impegni: è la loro negazione. E Bertomeu, che fa appello ai criteri di una «società sempre più egualitaria, democratica e garantista» come orizzonte della riforma ecclesiale, non menziona la Convenzione in trenta pagine.

    Altro tanto accade con i concordati. Gli Stati garantiscono alla Chiesa il libero esercizio della sua giurisdizione, come fa l’Accordo sugli Affari Giuridici con la Spagna del 1979 (art. I) dopo la soppressione del privilegio del foro nel 1976, o l’Accordo con il Perù del 1980 (art. I), che lo stesso Bertomeu invocava su ABC per spiegare la sua azione nel Sodalicio. Quella garanzia ha un presupposto: che la giurisdizione sia esercitata. Gli Stati non riconoscono alla Chiesa autonomia perché i suoi tribunali possano essere fermati dall’indagato, né perché rimandi le vittime a tribunali civili che sa prescritti. Quando la Chiesa reclama il concordato come scudo di fronte all’ingerenza e, allo stesso tempo, utilizza la dispensa per non giudicare, sta usando l’autonomia in entrambe le direzioni contemporaneamente: per escludere lo Stato e per non fare ciò che lo Stato le ha riconosciuto il diritto di fare.

    Nel 2019 Francesco ha riunito i presidenti delle conferenze episcopali sotto tre parole, trasparenza, responsabilità e rendicontazione; quello stesso dicembre ha soppresso il segreto pontificio nelle cause di abusi; nel 2021 ha reso obbligatorio il perseguimento. Bertomeu cita il primo di quei traguardi come cornice del suo articolo. La pratica che difende ne viola tutti e tre.

    Una crepa con nome

    Attraverso Bertomeu la Dottrina della Fede presenta la prassi della dispensa come «flessibilità del diritto della Chiesa, la cui legge suprema è il bene delle anime». Ciò che il suo stesso articolo documenta è una via di fuga disponibile dal primo giorno dell’indagine, attivabile dall’accusato, trattata senza la vittima, decisa senza motivazione, non ricorribile (cann. 333 §3 e 1732), non pubblicata, senza base legale riconosciuta, senza causa giusta identificabile, con una riparazione in coscienza che nessuno può esigere, che rimanda le vittime a un foro che si sa chiuso, che rende inverificabile la responsabilità dei superiori e che è stata applicata a più di mille casi con tendenza allarmantemente crescente. Ognuno di questi tratti, isolato, sarebbe già un difetto grave. Riuniti, descrivono un sistema che produce impunità per l’accusato, copertura per chi lo ha gestito e silenzio per le vittime, e che si presenta come atto di misericordia. Che chi l’abbia teorizzato sia il canonista che Roma invia a impartire giustizia in Cile e in Perù, e che l’abbia fatto su una rivista universitaria con tutte le cautele accademiche, non lo rende meno scandaloso.

    Alti responsabili giudiziari vaticani hanno sostenuto a InfoVaticana che la dispensa riguarda lo statuto personale del chierico, non il dovere della Chiesa di chiarire i fatti, riparare le vittime e depurare le responsabilità di chi ha gestito il fascicolo. Forse l’ultima parola non è stata detta di fronte a questo espediente processuale che sta facendo tanto danno a migliaia di persone. Quella lettura, e non quella dell’articolo di Jordi Bertomeu, è l’unica compatibile con il Codice, con la riforma del 2021, con la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e con i concordati. Ed è quella che dovrebbe imporsi là dove, invocando la dottrina qui analizzata, si comunica a chi ha denunciato che il suo caso si è concluso perché l’accusato ha smesso di essere sacerdote. La dispensa può essere la fine di un ministero. Non può essere mai l’ultima parola su fatti che nessuno ha voluto giudicare.

    Javier Tebas Llanas, avvocato.

    https://infovaticana.com/it/2026/09/04/lastuzia-per-chiudere-i-casi-di-abusi-senza-processo-ne-risarcimento-uscita-dalla-dottrina-della-fede/

  • L’Arcidiocesi di Quebec pagherà 31,5 milioni di dollari per chiudere una causa collettiva per abusi

    L’Arcidiocesi di Quebec pagherà 31,5 milioni di dollari per chiudere una causa collettiva per abusi

    L’Arcidiocesi di Quebec, in Canada, pagherà 31,5 milioni di dollari canadesi nell’ambito di un accordo extragiudiziale per risolvere una causa collettiva per abusi sessuali commessi da sacerdoti o laici in posizioni di autorità dal 1940 ad oggi. L’accordo è stato ratificato il 12 agosto scorso dalla giudice Danye Daigle, del Tribunale Superiore del Quebec, e prevede inoltre delle scuse formali della Chiesa alle vittime.

    L’approvazione giudiziaria apre ora la fase di assegnazione dei risarcimenti dopo diversi anni di procedimento. Prima di iniziare la distribuzione dei compensi, lo studio legale Dufresne Wee lancerà un ultimo appello affinché possano unirsi al processo altre persone che soddisfino le condizioni stabilite.

    La Chiesa del Quebec chiede perdono

    In un comunicato pubblicato il 14 agosto, l’Arcidiocesi ha indicato che i suoi responsabili accolgono favorevolmente la ratifica dell’accordo e ha riconosciuto che la fase di riparazione che inizia può aiutare le persone colpite a continuare «il loro cammino verso la pace e la guarigione».

    Il vescovo ausiliare e vicario generale del Quebec, monsignor Jean Tailleur, aveva già formulato pubblicamente le scuse durante la presentazione dell’accordo davanti al Tribunale Superiore il 30 luglio scorso.

    «Davanti alla sofferenza che portano con sé, le mie parole possono fare poco per alleviare o guarire», ha affermato Tailleur. «Tuttavia, c’è qualcosa che deve essere detto. A nome della Chiesa cattolica del Quebec, vorrei offrire loro le nostre più sincere scuse».

    L’accordo prevede proprio la consegna di una lettera di scuse, oltre al fondo economico destinato alle persone incluse nella causa.

    Abusi denunciati dal 1940 ad oggi

    Il procedimento comprende abusi sessuali attribuiti a sacerdoti e laici che esercitavano posizioni di autorità nell’ambito della diocesi del Quebec durante un periodo che si estende dal 1940 ad oggi.

    La causa collettiva è stata autorizzata giudizialmente nel 2022 ed è stata incorporando durante il suo iter nuove accuse e denuncianti. Tra i nomi che hanno raggiunto maggiore risonanza pubblica si trovano due ex o attuali arcivescovi del Quebec: i cardinali Gérald Lacroix e Marc Ouellet.

    In entrambi i casi è necessario distinguere le accuse incorporate nella causa collettiva dal risultato dei procedimenti o delle indagini condotte specificamente su di loro.

    Il caso del cardinale Gérald Lacroix

    Il nome del cardinale Gérald Lacroix, arcivescovo del Quebec, è apparso in un ampliamento della causa collettiva reso pubblico nel gennaio 2024. Una donna lo ha accusato di fatti presumibilmente avvenuti tra il 1987 e il 1988, quando lei aveva 17 anni.

    Il porporato ha negato categoricamente l’accusa e ha deciso di allontanarsi temporaneamente dalle sue attività pubbliche mentre si chiarivano i fatti.

    Leggi anche: Accusano di aggressione sessuale un cardinale canadese

    Francesco ha incaricato allora il giudice in pensione André Denis, ex membro del Tribunale Superiore del Quebec, di un’indagine canonica preliminare. Il rapporto è stato concluso il 6 maggio 2024 e successivamente consegnato al Pontefice.

    La Santa Sede ha comunicato che, alla luce dei fatti esaminati, l’indagine non aveva permesso di identificare alcuna condotta che potesse essere qualificata come cattiva condotta o abuso da parte di Lacroix e che, di conseguenza, non si prevedeva di aprire un procedimento canonico più approfondito.

    Leggi anche: Il Papa chiude l’indagine contro il cardinale Lacroix

    Pertanto, l’inclusione di Lacroix nella causa collettiva non deve essere confusa con una dichiarazione di responsabilità individuale. L’indagine specificamente incaricata da Roma sull’accusa formulata contro di lui si è conclusa senza che venisse aperto un processo canonico.

    Marc Ouellet è apparso anche nella causa

    Un altro dei nomi inclusi nel procedimento è stato quello del cardinale Marc Ouellet, arcivescovo del Quebec tra il 2002 e il 2010 e successivamente prefetto del Dicastero per i Vescovi.

    Nel 2022, una donna ha accusato Ouellet di comportamenti di natura sessuale presumibilmente avvenuti tra il 2008 e il 2010, quando lei svolgeva attività pastorali nella diocesi.

    La Santa Sede ha esaminato la denuncia e ha annunciato allora che non esistevano elementi sufficienti per aprire un’indagine canonica contro il cardinale. Ouellet ha respinto le accuse e successivamente ha intrapreso azioni legali per diffamazione contro la sua denunciante.

    La vertente civile di questo scontro è arrivata a giudizio nel Quebec nel marzo 2026. Durante il processo sono emerse inoltre testimonianze relative ad altri comportamenti del porporato. Tra questi, Ouellet ha riconosciuto di aver introdotto nel 2014 un biglietto da 50 dollari nello scollo del maglione di una donna durante un incontro, un gesto che ha definito «errore goffo» e al quale ha negato qualsiasi intenzione sessuale.

    Leggi anche: La battuta d’arresto nel processo del cardinale Ouellet: ammette come «errore goffo» l’introduzione di un biglietto da 50 dollari nello scollo di una donna

    Inizia ora il processo di risarcimento

    La ratifica dell’accordo non implica di per sé una dichiarazione di colpevolezza individuale rispetto a tutte le persone che sono state indicate nel corso del procedimento. Stabilisce, invece, il meccanismo attraverso il quale l’Arcidiocesi affronterà collettivamente le richieste comprese nell’accordo.

    Con la decisione della giudice Daigle può iniziare ora il processo di assegnazione dei compensi. Prima si aprirà un’ultima opportunità affinché altre persone che ritengono di aver subito abusi nell’ambito temporale e istituzionale stabilito possano richiedere la loro incorporazione.

    Una volta completata questa fase, inizierà la distribuzione dei 31,5 milioni di dollari canadesi tra i beneficiari secondo i criteri previsti nell’accordo.

    L’Arcidiocesi del Quebec affronta così la fase di riparazione di un procedimento che abbraccia più di otto decenni di denunce per abusi sessuali e che ha coinvolto sacerdoti, laici in posizioni di autorità e membri della gerarchia. L’approvazione giudiziaria indirizza il contenzioso verso la sua conclusione, sebbene debbano ancora essere completate l’incorporazione definitiva dei membri e l’assegnazione dei risarcimenti.

    https://infovaticana.com/it/2026/08/21/larcidiocesi-di-quebec-paghera-315-milioni-di-dollari-per-chiudere-una-causa-collettiva-per-abusi/

  • Lettere inedite si aggiungono alle accuse di abusi sessuali mosse contro Rupnik.

    Lettere inedite si aggiungono alle accuse di abusi sessuali mosse contro Rupnik.

    TORINO, Italia (OSV News) — Due settimane dopo che il Vaticano ha dichiarato che il processo penale canonico contro padre Marko Rupnik è in corso, OSV News ha appreso che 22 lettere inedite di donne appartenenti alla Comunità Loyola slovena, che descrivono presunti abusi commessi dal famoso artista di mosaici, fanno parte degli atti relativi ai presunti abusi.

    Le lettere, scritte nel 2000 su richiesta della superiora della comunità, suor Ivanka Hosta, e indirizzate direttamente a padre Rupnik, sono conservate negli archivi della Comunità di Loyola, ora custoditi dall’Arcidiocesi di Lubiana, in Slovenia, secondo quanto riferito da persone a conoscenza del caso. Nelle lettere, 22 donne descrivono presunti abusi spirituali, psicologici e sessuali subiti da padre Rupnik quando era il loro direttore spirituale.

    Il 15 dicembre 2023, l’Arcidiocesi di Lubiana ha annunciato che il Vaticano aveva ordinato lo scioglimento delle Suore della Comunità di Loyola entro un anno, in seguito a un decreto emesso dal Dicastero vaticano per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

    Secondo quanto riferito a OSV News da una fonte vicina al caso, si presume che il Dicastero per la Dottrina della Fede sia a conoscenza delle lettere.

    Le lettere scritte durante la Pasqua del 2000 testimoniano presunti abusi.

    Padre Rupnik, ex gesuita, è accusato di aver abusato di oltre venti donne nel corso di diversi decenni. Ha sempre negato ogni addebito. Il 22 luglio il Vaticano ha dichiarato che le notizie sulla sua assoluzione, diffuse da un sito web italiano, erano “completamente infondate” e che “l’esame del caso è ancora in corso”.

    La Santa Sede ha dichiarato che il collegio giudicante sta esaminando la documentazione proveniente dalle diocesi, dai gesuiti, dalle parti interessate e dalla stampa. Il Vaticano non ha reso pubbliche tutte le prove contenute nel fascicolo.

    Fabrizia Raguso, ex membro della comunità di Loyola, ha affermato che le 22 lettere che descrivono i presunti abusi sono state scritte durante la Pasqua del 2000. È l’unica ex suora citata nel materiale ad aver acconsentito a essere identificata pubblicamente.

    «Durante la Pasqua del 2000, Ivanka Hosta, superiora della Comunità di Loyola, ci costrinse a scrivere una lettera a Marko Rupnik in cui descrivevamo il nostro rapporto con lui, ciò che ci aveva fatto e poi a perdonarlo», ha raccontato Raguso a OSV News.

    «La ragione che Ivanka ci diede quando ci costrinse a scrivere della nostra esperienza con Rupnik», continuò Raguso, «era che in occasione del Giubileo (del 2000) avevamo bisogno di cercare una riconciliazione con lui; non so se poi fece recapitare le lettere a Marko».

    Le prime lamentele non ascoltate, il sacerdote-artista ha intrapreso una carriera internazionale

    Le lettere furono scritte anni dopo che le prime lamentele su padre Rupnik erano giunte ai superiori dei gesuiti e al defunto arcivescovo Alojzij Šuštar di Lubiana all’inizio degli anni ’90. Padre Rupnik fu allontanato dalla Comunità di Loyola nel 1993 e si trasferì a Roma, dove fondò il Centro Aletti, che nel corso degli anni divenne un punto di riferimento per gli artisti che si riunivano attorno alla creazione delle sue opere.

    Nel 2000, Padre Rupnik si era affermato per aver installato un nuovo programma di mosaici nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano, una cappella papale privata. In seguito, realizzò importanti commissioni per la Basilica di San Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo, in Italia; per il Santuario di Lourdes in Francia; per il Santuario di Fatima in Portogallo; per la Cattedrale dell’Almudena a Madrid; e per il Santuario Nazionale di San Giovanni Paolo II a Washington.

  • Il Papa nomina un amministratore apostolico per Rabat, dopo le accuse al cardinale Lopez Romero

    Il Papa nomina un amministratore apostolico per Rabat, dopo le accuse al cardinale Lopez Romero

    Papa Leone XIV ha nominato padre Mario Leon Dorado amministratore apostolico “sede plena” dell’arcidiocesi di Rabat, con l’incarico di guidare temporaneamente la sede arcivescovile, mentre è in corso l’indagine della Santa Sede sul cardinale Cristobal Lopez Romero, attuale capo dell’arcidiocesi, dopo che questi si era fatto da parte in seguito alle accuse di violenze sessuali e comportamenti inappropriati, notizia emersa nelle scorse settimane.

    Il Dicastero per l’Evangelizzazione ha affidato l’incarico all’attuale prefetto apostolico di Laayoune-Sahara e gli ha conferito tutti i poteri propri di un vescovo diocesano. In un messaggio ai fedeli dell’arcidiocesi, Lopez Romero, 74 anni, salesiano spagnolo, precisa che rimane formalmente arcivescovo di Rabat, ma con la giurisdizione sospesa fino alla conclusione dell’inchiesta canonica.

    1746124428536 cbcbbeccdececaeafbaeXLUn mese fa le accuse da 5 donne al porporato spagnolo

    Era stato lo stesso López Romero a dare la notizia – diffusa l’8 luglio scorso dall’agenzia AFP, che citava “cinque donne” – tramite una nota a sua firma: “Al termine di un anno pastorale fruttuoso, la nostra Chiesa di Rabat si trova ad affrontare un evento difficile. Sono accusato di comportamento inappropriato nei confronti di donne adulte. Questa situazione ha indotto la Chiesa ad avviare un’indagine preliminare”. L’indagine è “nelle mani della Chiesa Cattolica Romana”, ha spiegato il porporato spagnolo, assicurando la sua collaborazione a precisando che “mi asterrò dal presiedere celebrazioni pubbliche e dal partecipare ad attività pastorali”.

    1785664308745 DoradoDorado, spagnolo, 52 anni, missionario da anni nel Sahara

    La figura dell’amministratore “sede plena” interviene quando il vescovo titolare resta in carica ma è impossibilitato o sospeso nell’esercizio della propria giurisdizione.   Dorado, 52 anni, è oblato missionario di Maria Immacolata (Omi). Nato a Madrid il 16 marzo 1974, ordinato sacerdote nel 2001, dal 2013 è prefetto apostolico del Sahara Occidentale, incarico affidatogli da papa Francesco dopo averne già retto l’amministrazione dal 2009. Missionario da anni nel Sahara, ha studiato arabo, francese e inglese per il servizio pastorale nella regione, dove la presenza cattolica è una piccola minoranza composta prevalentemente da lavoratori stranieri. Guida la Prefettura apostolica del Sahara Occidentale, che comprende la cattedrale di san Francesco d’Assisi a El Aaiun e la chiesa di Nostra Signora del Monte Carmelo a Dakhla.

    https://www.rainews.it/articoli/2026/08/il-papa-nomina-un-amministratore-apostolico-per-rabat-dopo-le-accuse-al-cardinale-lopez-romero-49ee6a79-a6b6-49f7-9358-53b815216d02.html