Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “La solitudine uccide. Qui tutti saranno a casa”

    “La solitudine uccide. Qui tutti saranno a casa”

    “Sono la mamma di un sopravvissuto, e qui ognuno deve potersi sentire a casa”. Cristina Balestrini, coordinatrice del neonato gruppo che accoglie i familiari delle vittime di abusi, sta portando avanti una battaglia del 2011. In quel periodo suo figlio, all’epoca 15enne, subì abusi sessuali da parte di don Mauro Galli, l’allora parroco di Rozzano. Un lungo caso giudiziario, con processi che si sono trascinati fino alle sentenza definitiva arrivata quando erano ormai trascorsi 12 anni dalle violenze: nell’appello ‘bis’ i giudici hanno accolto la proposta di concordato, tecnicamente il patteggiamento di secondo grado in accordo tra accusa e difesa, con una pena definitiva di 3 anni da scontare in “detenzione domiciliare” per Galli, che ha ricoperto anche l’incarico di vicario parrocchiale a Legnano.

    Cristina, come nasce l’idea di creare un coordinamento fra genitori delle vittime? “Essere genitori non è facile, e essere genitori di un sopravvissuto è ancora più difficile. Si prova un dolore profondo che gli altri non capiscono, ma bisogna andare avanti perché tuo figlio è la cosa più importante. La famiglia, quando emergono questi casi, svolge un ruolo importantissimo e fondamentale, ma purtroppo spesso viene lasciata sola. Non vogliamo che altre famiglie vivano la stessa esperienza di isolamento e solitudine che abbiamo vissuto noi. L’abuso si ripercuote su tutte le persone che stanno attorno alla vittima, e il dolore dei familiari è incompreso. Solo chi c’è passato può capirlo”.

    Come avete affrontato il dramma vissuto da vostro figlio? “Mia figlio, prima di entrare in contatto con la rete, ha tentato il suicidio per quattro volte. Un giorno lo abbiamo portato a Berlino, a un incontro fra altre persone provenienti da tutto il mondo, accomunate dallo stesso dramma. Su un muro erano scritti i nomi di chi non ce l’aveva fatta e si era tolto la vita. Mio figlio ha desiderato che su quel muro non ci fossero scritti altri nomi e da lì è iniziato il suo percorso, da vittima a sopravvissuto”.

    Quali sono state le reazioni alla vostra denuncia? “Noi abbiamo sempre frequentato la parrocchia, era la nostra seconda casa, e siamo stati allontanati, trattati da persone sgradite. Ci siamo sentiti vittime due volte. Purtroppo è un copione che si ripete sempre. Le autorità ecclesiastiche cercano di coprire, minimizzare, insabbiare i casi”.

    Come verrà strutturato il gruppo e quali saranno le prossime iniziative? “Programmiamo incontri periodici su Zoom, perché le famiglie sono sparse in tutta Italia, con momenti di confronto, condivisione di idee ed esperienze. Si possono chiedere consigli, ricevere supporto e trovare sempre ascolto. Abbiamo voglia di farci sentire e di non nasconderci, e per questo ci farebbe piacere chiedere un incontro al presidente della Cei, il cardinale Zuppi. Molti di noi sono cattolici, ma hanno perso la fede proprio a causa del comportamento della Chiesa”.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/la-solitudine-uccide-qui-tutti-eb359fb1
  • Il prete era un pedofilo. La sua vittima si uccise. E lui celebrò il funerale

    Il prete era un pedofilo. La sua vittima si uccise. E lui celebrò il funerale

    L’ha molestato sessualmente per anni e poi, nonostante l’indignazione dei fedeli palpabile in chiesa, ne ha celebrato persino il funerale come se nulla fosse. L’ultimo sfregio di un prete altoatesino ai danni della sua vittima, morta tra l’altro suicida, si cela dietro ’il numero quindici’. Due cifre a contraddistinguere il caso più sconvolgente fra i 67 raccolti nel poderoso report indipendente, stilato dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl di Monaco, in Germania – per conto della diocesi di Bolzano-Bressanone –, con l’intento di fare piena luce sugli abusi sessuali del clero su minori e persone vulnerabili nella Chiesa bolzanina, dal 1964 al 2023.

    Per mezzo secolo un altro presbitero ha potuto molestare indisturbato delle minorenni. Malgrado gli abusi acclarati e gli indizi “di tratti considerabili assolutamente patologici della condotta del sacerdote nei confronti delle bambine” – si legge nella sintesi del rapporto –, i vertici della diocesi non hanno fatto altro che spostarlo da una parrocchia all’altra. Fino al 2010, quando il vescovo di allora, Karl Golser, lo rimosse dall’incarico. Il racconto degli orrori, commessi nella Chiesa di Bolzano-Bressanone, chiama in causa 29 chierici per i quali le accuse mosse sono dimostrabilmente vere o altamente probabili. A questi se ne aggiungono 12 nei confronti dei quali la colpevolezza non è così granitica. Cinquantanove, invece, le vittime per un totale di 67 quadri/casi di aggressioni sessuali. Di questi la gran parte – il 43% – era nota ai vertici ecclesiali già prima del 2010, anno in cui, per volere del vescovo Golser, nella diocesi fu intrapresa la linea della tolleranza zero, comprovata dall’istituzione del primo sportello nella Chiesa italiana per le vittime della pedofilia del clero. Quanto all’età dei preti autori delle violenze, si aggira tra i 28 e i 35 anni, mentre si scende a 8-14 in relazione alle vittime, il 51% delle quali di sesso femminile a dispetto di quanto riscontrato in analoghe indagini condotte in Germania.

    Il rapporto consta di oltre 600 pagine ed è il frutto dell’ascolto di testimoni dell’epoca, della ricezione di segnalazioni – a farsi avanti sono state soprattutto donne – e della disamina di fascicoli riservati. Si tratta del primo dossier indipendente confezionato nella Chiesa in Italia e nella stessa diocesi di Bolzano-Bressanone, autrice in passato di un paio di report gestiti a livello diocesano. A riprova dell’assoluta trasparenza, sulla falsariga di lavori simili svolti in Francia e Irlanda, si sottolinea come la pubblicazione dell’indagine sia stata di esclusiva competenza dei relatori bavaresi senza che alcun risultato fosse anticipato ad esponenti della diocesi. Lo stesso vescovo attuale di Bolzano-Bressanone, Ivo Muser, ne è venuto a conoscenza solo dopo la conferenza stampa di ieri.

    Il documento denuncia carenze sistemiche nella gestione degli abusi dal 1964, anno d’istituzione della diocesi, al 2023, quando lo studio legale ha ricevuto il mandato. Si parla di clericalismo e sistemi di alleanze maschili, tabuizzazione e connotazione negativa della sessualità, timore dello scandalo e assenza di una cultura dell’errore. Se per privacy non sono stati diffusi pubblicamente i nomi di colpevoli e vittime – questi sono contenuti in un rapporto desecretato consegnato nelle mani del vescovo –, tuttavia i legali tedeschi non lasciano spazio ad equivoci su silenzi, omissioni e responsabilità nel mancato contrasto alla piaga degli abusi, in particolare da parte del vescovo Wilhelm Egger, deceduto nel 2008.

    “Non conoscevo questi dati – è stato il commento a caldo del vescovo Muser –, tutto è iniziato con il mio consenso ad aprire tutti gli archivi della nostra diocesi. Vi posso garantire che ho imparato molto, ho imparato quanto distruttivo e umiliante sia l’abuso sessuale”. Sotto la presidenza del cardinale Matteo Zuppi anche la Chiesa italiana nel 2022 ha pubblicato un primo rapporto sulle violenze del clero ai danni dei minori. Il cambio di passo rispetto al passato è stato sensibile, anche se nel nostro Paese solo la diocesi di Bolzano ha scelto finora di percorrere la strada chiara e netta dell’indagine indipendente.

    https://www.quotidiano.net/cronaca/il-prete-era-un-pedofilo-72b72611

  • Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

    Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

    «Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine». È su Religión Digital (18/12), in esclusiva, che il vescovo, emerito a soli 60 anni, della diocesi peruviana di Ayaviri Kay Martin Schmalhausen Panizo denuncia l’atteggiamento di chiusura incontrato quando denunciava a Roma – fin dal 2013 – i reati di abuso di cui si macchiava Luis Figari, il fondatore della società di vita apostolica Sodalizio (Sodalitium Christianae Vitae-SCV), della quale anche il vescovo ha per anni fatto parte.

    Fa i nomi quando ricorda che «durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, parte del seguito papale. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine». Era il 2021, racconta a tal proposito, quando il nunzio di allora, Nicola Girasoli, «per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si fermavano? Sono bastate una semplice lettera» e, da parte della Santa Sede, «una scusa diplomatica: “Mons. Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”». Il vescovo aveva 57 anni.

    Sodalizio, il punto della situazione

    Figari, abusatore seriale, filonazista e malversatore, ad agosto scorso è stato espulso per decisione di papa Francesco dalla SCV per crimini quali stupri e soprusi fisici e psicologici, commessi tra il 1975 e il 2002 a danno di circa 36 persone, di cui 19 minorenni (v. Adista online del 16/8/24). Altri 10 “sodaliti”, a partire dall’ex superiore regionale e dagli ex superiori regionali della SCV, hanno subìto la stessa sorte per i crimini quali abuso fisico, anche con sadismo e violenza; di coscienza con metodi settari per spezzare la volontà dei subordinati; abuso spirituale, d’ufficio, nella gestione finanziaria (v. Adista Notizie n. 35/24). Decisioni, quelle del papa, assunte in base ai risultati ottenuti e acquisiti con certezza durante l’investigazione condotta nel luglio del 2023, per iniziativa del pontefice, dall’arcivescovo maltese Charles Scicluna, segretario aggiunto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e dal sacerdote spagnolo Jordi Bertomeu, funzionario dello stesso Dicastero (v. Adista online del 08/12/2021).

    Di seguito il testo integrale dell’articolo di mons. Kay Martin Schmalhausen in una nostra traduzione dallo spagnolo.

    «Gli ultimi avvenimenti legati al Caso Sodalitium – con il suo viavai mediatico – mi portano a scrivere questa riflessione, alquanto singolare e forse addirittura paradossale, poiché integra due prospettive: quella dell’ex membro (per 46 anni del Sodalitium Christianae Vitae, SCV, e vittima dei loro soprusi) e quella del vescovo, alla guida della Prelatura di Ayaviri per tre decenni.

    Ho iniziato a partecipare al Sodalizio a 14 anni, sono entrato in comunità a 18, sono stato ordinato sacerdote a 25. A 41 anni sono stato nominato vescovo di Ayaviri (con sede a 4.000 metri sul livello del mare, a Puno), dove ho vissuto per 15 anni. Ho chiesto la grazia di lasciare Sodalitium all’età di 54 anni. Attualmente ho 60 anni; e come vescovo sono emerito.

    Cosa posso pensare e dire con un doppio percorso istituzionale di 46 anni, tra la comunità religiosa in questione e la Conferenza Episcopale Peruviana (CEP)?

    Di Sodalizio dirò che, a partire dai 14 anni – e fino almeno ai 25 anni – ho subìto i più diversi abusi, maltrattamenti, umiliazioni, scherni e insulti. Per la maggior parte delle persone, inimmaginabile. Quello che voglio dire è che non sono stato esente da nessuno degli abusi del ventaglio di cui è accusato il Sodalizi,. E tutto questo è iniziato qualche mese dopo il mio coinvolgimento da minorenne, a casa di Alberto Gazzo, sodalita e poi ex prete.

    “Il mio anno di inferno e orrore”

    Una volta ho descritto il mio primo anno di vita comunitaria nella casa “Saint Aelred” come “il mio anno di inferno e orrore”. Avevo come superiore Germán Doig, con la sua strategia del bastone e della carota, e Figari, che veniva a cena ogni sabato, settimana dopo settimanaper sottoporre la mia volontà con denigrazioni, scherno e insulti.

    L’episcopato è stato per me la via d’uscita inaspettata da un sistema pernicioso di manipolazione e controllo, così come il risveglio a un mondo reale e molto più sano, al di fuori di quella bolla e del suo mondo parallelo, di fabbricazione ideologica e settaria.

    Le mie prime lamentele

    Ho denunciato Luis Fernando Figari per abuso sessuale all’inizio del 2013. Doig era morto 12 anni prima. Naturalmente l’inchiesta Sodalitium, nelle mani di Sandro Moroni e del suo consiglio superiore, non ha portato a nulla. Mi sono confrontato con le loro autorità: ancora una volta, niente. Nel 2015 e nel 2016 ho messo in guardia Roma sui gravi problemi della comunità in quanto tale; verbalmente e per iscritto. Ho incontrato il segretario di Stato Pietro Parolin: silenzio romano. Presentai personalmente la mia denuncia all’allora Congregazione per la Vita Religiosa, un altro sforzo vano. E voglio aggiungere che quest’ultima è stata accompagnata da una denigrazione, come poche altre, che ho subìto, da parte di José Rodríguez Carballo, il secondo in comando di detto dicastero. Un anno dopo, lui stesso mi ha chiesto di inviargli il mio reclamo via email. Non ha aiutato affatto. Ho messo in guardia anche il cardinale Sean O’Malley, capo della Commissione per la prevenzione degli abusi sui minori, con un lungo rapporto scritto: silenzio bostoniano.

    Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine.

    Campagna di diffamazione a Roma e in Perù

    Col passare del tempo sono venuto a conoscenza delle diffamazioni e delle calunnie che venivano seminate contro di me dentro e fuori Roma. I suoi promotori furono alcune autorità di Sodalizio, tra cui Enrique Elías, suo procuratore presso la Santa Sede. Alcuni dei miei fratelli della Conferenza Episcopale Peruviana si sono uniti a questa campagna. I tipici meccanismi di appropriazione del controllo della narrazione, nello stile di Goebbels: “calunnia, calunnia, qualcosa resterà”.

    Eravamo ancora lontani dagli eventi del 2018, quando ebbe luogo la visita di Papa Francesco in Cile, con la conseguente conversione del suo sguardo e della sua comprensione rispetto al tema degli abusi nella Chiesa. Era ancora un ambiente di trasparenza zero e di non conoscimento di cosa significhi “responsabilità”. Eravamo lontani dall’“ascoltare, proteggere e dare credito” alle vittime.

    Ancora oggi ricordo, durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, facenti parte dell’entourage pontificio. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine.

    Infatti, nel 2021, il nunzio di turno, Nicola Girasoli, per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si sarebbero fermati? Sono bastate una semplice lettera e una scusa diplomatica (da parte della Santa Sede, ndr): “Mons. “Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”.

    Il dio denaro

    So perfettamente cosa si dice quando si descrive Sodalitium come una comunità settaria, come una gabbia invisibile di reclusione mentale, come un’organizzazione di dipendenza e di controllo. Con l’abuso trasformato in sistema, con una cultura interna tossica, con comportamenti mafiosi, agendo sempre nell’ombra e dietro il trono. Una piovra con tentacoli in tutti gli ambiti del potere: ecclesiastico, finanziario e civile.

    E il fatto è che, se parliamo di possibili miliardi di dollari in conti offshore e intestati a prestanome (è triste dirlo di un’istituzione religiosa), il denaro significa potere, e il potere è capace di comprare le coscienze e le decisioni su persone e istituzioni.

    Ho conosciuto in prima persona la malizia delle autorità della mia ex comunità. Li ho visti coordinare e organizzare segretamente, con assoluta impunità, decisioni e azioni delittuose. Come quando, mentre ero ad Ayaviri, in mezzo alle tensioni provocate da Erwin Scheuch, allora superiore regionale del Perù, per ottenere il controllo della Prelatura alle mie spalle, cercò anche lui di controllare (e infatti ci riuscì) i fondi del Fondo Minsur per i programmi sociali, senza che io sapessi ancora della cattiva gestione di ingenti somme di denaro. Lo avrei scoperto anni dopo da alcuni testimoni.

    Più per intuizione che per certezza, avevo deciso di tagliare a metà il suddetto programma. Appena l’ho fatto, ricevetti una telefonata da Jaime Baertl, con grida intemperanti e insulti di ogni calibro, che si lamentava con me della decisione presa. Non molto tempo prima, Andrés Tapia, responsabile regionale delle comunicazioni di turno, era intervenuto e aveva compromesso il computer della mia segretaria con un programma di hacking. In questo modo la dirigenza sodalite ha avuto accesso alla mia corrispondenza, ai miei itinerari e alle mie comunicazioni.

    Il punto di rottura

    Ho sperimentato in prima persona la perniciosa gravità degli abusi spirituali e di coscienza, da parte dello stesso Luis Fernando Figari, prigioniero dell’arroganza patologica di sostituirsi a Dio. Ho sperimentato in prima persona il doloroso percorso di risoluzione del trauma: fobie, attacchi di panico, incubi, paura, deliri di persecuzione, ansia e tanti altri sintomi che accompagnano questo prolungato calvario. Conosco in prima persona le dinamiche di manipolazione, sottomissione e rottura della volontà.

    E da vittima ho sperimentato tante volte la totale mancanza di empatia, compassione, ascolto, riconoscimento, affermazione sia da parte dei membri di Sodalizio che delle autorità ecclesiastiche; quella sorta di blocco interiore, fatto di discriminazione ed esclusione, che in pochi millisecondi può tradursi in sguardi abbassati e segreto ripudio, con il desiderio istintivo di allontanarsi da ciò che mette a disagio o magari addirittura lo rivela.

    Approfitto di queste righe per riconoscere con umiltà e dolore che io stesso, decenni fa, non credevo alla persona che mi raccontava dei suoi abusi. Ma, grazie a Dio, quello è stato, in effetti, il mio primo – e non solo – punto di svolta. Nelle parole di quella persona mi sono confrontato con la mia storia e il mio dramma.

    Non posso quindi non sottoscrivere tutto ciò che persone come Martin Scheuch, Alfonso Figueroa e sua sorella Rocío, José Enrique Escardó, Renzo Orbegoso, Oscar Osterling e Mario Solari hanno espresso su questo argomento in tante pubblicazioni scritte o videoregistrate. Manuel Rodríguez nelle sue pubblicazioni “Roncuaz”. Martín López de Romaña nel suo libro La gabbia invisibile, e tanti altri che, in un modo o nell’altro, hanno condiviso la loro testimonianza .

    Sento inoltre che è mio dovere ringraziare sinceramente e pubblicamente ancora una volta il lavoro – persistente fino allo sfinimento – di Pedro Salinas e Paola Ugaz, che subiscono una persecuzione mediatica e giudiziaria del tutto ingiusta; e, nel caso di Pedro, ri-vittimizzazione, poiché era, come me, un sodalita.

    La missione

    Vorrei inoltre precisare, per chi riservasse anche il minimo dubbio, che la Commissione Scicluna-Bertomeu, nominata dallo stesso Santo Padre, ha svolto un lavoro impeccabile nel raccogliere, organizzare e applicare i provvedimenti disciplinari conseguenti alle denunce.

    Per quelli di noi che conoscono e soffrono a causa del complotto interno corrotto, le espulsioni (di Figari e altri 10 membri fra i responsabili, ndr) sono più che giustificate. Il tentativo di togliere credito, relativizzare o peggio ancora citare in giudizio civilmente ed ecclesiasticamente la Commissione, in particolare uno dei suoi attori, padre Jordi Bertomeu, non posso spiegarmelo se non come una cecità volontaria nei confronti del complotto qui in gioco (poiché l’informazione è a portata di tutti) o forse un atto malevolo con gli stessi vecchi meccanismi di diffamazione e calunnia per controllare la narrazione.

    I vescovi peruviani

    Confesso che, anche se la mia vita è stata frantumata in mille pezzi e per anni ho attraversato la valle del dolore e della disperazione, in conseguenza degli abusi, dei traumi e delle ri-vittimizzazioni ecclesiali subite, la mia fede ha sofferto, ma non è stata in frantumi. Posso dire oggi con una certa pace spirituale che amo questo tesoro, che amo il Signore e amo la Chiesa. Ma diciamo la verità, stare in silenzio non aiuta nessuno. Di conseguenza, le autorità della Chiesa dovrebbero essere le prime a rompere il silenzio.

    Per quanto riguarda la nostra Conferenza Episcopale Peruviana (CEP), mi sento in dovere di condividere alcune domande e riflessioni, soprattutto dopo il suo ultimo comunicato stampa del 7 dicembre.

    Personalmente penso che come Conferenza Episcopale abbiamo gravemente fallito nelle nostre azioni. Se quanto detto in quel comunicato in relazione a tutto quello che è stato fatto nei confronti del Sodalizio fosse stato reale ed efficace, perché non ci sono mai stati risultati? Perché ci sono voluti dieci o più anni per completare un’indagine, quando altri obiettivi vengono raggiunti in poche settimane o mesi? Perché la tenacia e la pressione delle vittime hanno prevalso sulle presidenze al potere? Possiamo scusarci dicendo semplicemente – come si legge nel comunicato – che tutto dipende da Roma ed è lì che è che bisogna chiedere e informarsi? Non diamo l’impressione di volerci discolpare della nostra inerzia o anche di un potenziale permesso, se ce ne fosse stato qualcuno?

    Come vescovo – ed ex membro di Sodalitium – durante i miei 15 anni di presenza attiva nella CEP, nessuno ha mai chiesto il mio parere o opinione sull’argomento. Non sono mai stato contattato da nessuno a nome della CEP per intavolare un dialogo onesto e diretto con l’obiettivo di comprendere veramente cosa stava accadendo e quindi poter agire. Sarebbe stato, credo, un interlocutore prezioso per chiarire dubbi, rispondere a domande, aiutare nella ricerca della verità e delle possibili soluzioni.

    D’altra parte, sotto il mantello del silenzio, non solo ho percepito un’opacità irresponsabile, una mancanza di trasparenza e di rendicontazione, ma ho subìto ancora una volta l’ostracismo, quell’emarginazione sottile e silenziosa, così clericalmente educata, che senza bisogno di parole mi gridava: “Qui ti si tollera, ma non sei il benvenuto”.

    Capisco quindi molto bene i reclami delle vittime nei confronti di coloro che in questi anni decisivi sono stati i capi della nostra CEP, i suoi presidenti e i suoi consigli permanenti.

    L’idea che, una volta risolta la questione di Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre a essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

    Durante il mio procedere nel lutto per le perdite derivanti dalla mia uscita da Sodalitium e dagli anni difficili come ordinario di Ayaviri, mentre stavo affrontando il peso di questa sofferenza, sono stato paradossalmente avvicinato non solo dalle vittime dell’abuso di Sodalitium. Mi è toccato anche ascoltare le vittime di altre congregazioni religiose e di chierici provenienti da varie parti del Paese che cercavano di essere curate, convalidate e forse di ricevere qualche tipo di guida.

    Pertanto, l’idea che una volta risolta la questione del Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre ad essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

    I tempi sono cambiati. Finché noi pastori della Chiesa non comprendiamo che le nostre azioni non dovrebbero limitarsi a mere procedure burocratiche, tanto meno essere motivate da interessi, bandiere e programmi di un tipo o dell’altro, sarà difficile per noi essere all’altezza delle sfide della Chiesa in Perù e nel mondo. Questi sono tempi in cui praticamente tutto diventa noto. L’impunità e l’omertà nella Chiesa, oggi come oggi, sembra che non resistano a lungo. Le informazioni viaggiano a velocità inaudite e i segreti prima o poi vengono scoperti. Ne è chiara dimostrazione la storia di Sodalitium e di altri in tutto il mondo cattolico.

    Trasparenza, integrità e rendicontazione sono esigenze ineludibili per la Chiesa e i suoi pastori, di  oggi e di domani, se vogliamo evitare che tsunami di indignazione, rabbia e impotenza rompano le dighe dell’omertà e dell’insabbiamento, distruggendo tutto sul loro cammino e infangando il volto della Chiesa di Cristo, con scandalo degli uomini e delle donne di fede».

    https://www.adista.it/articolo/73026

  • Un prete viene arrestato per aver toccato due giovani, uno dei quali minorenne

    Un prete viene arrestato per aver toccato due giovani, uno dei quali minorenne

    I Mossos d’Esquadra hanno arrestato un parroco nel quartiere Horta-Guinardó di Barcellona per aver toccato due giovani, uno dei quali minorenne . Il contatto con i due giovani è avvenuto circa due settimane fa, secondo la denuncia presentata da entrambe le famiglie ai Mossos d’Esquadra.

    L’uomo, conosciuto come Jordi, è stato denunciato qualche giorno fa dalla famiglia di un minore legato alla parrocchia . A quel punto, secondo fonti investigative raccolte da El País , il giudice che si è occupato del caso ha aperto il procedimento. Tuttavia, pochi giorni dopo, mentre le indagini della polizia erano ancora in corso, gli agenti hanno ricevuto una seconda denuncia contro lo stesso sacerdote, sempre per atti sessuali, da parte di un altro giovane. In quel momento la polizia decide di arrestarlo.

    Come riferisce un comunicato dell’Arcivescovado di Barcellona, ​​è stato nella notte di venerdì 15 novembre che si è venuta a conoscenza dei primi casi di abusi . Il racconto dell’istituto religioso assicura che il parroco chiamò proprio in quel momento i Mosso per fare una prima apparizione. I fatti hanno portato anche alla denuncia presentata la mattina successiva dalla madre del minore ai Mosso.

    Il giorno dopo, al mattino, il minore e sua madre sono stati accolti dall’Arcivescovado, dove hanno denunciato i fatti ed è stato aperto un fascicolo, avviando le relative indagini . Nel pomeriggio, intorno alle 16, è arrivata la versione del sacerdote, che differisce da quella del denunciante. Di fronte a questa contraddizione, con l’obiettivo prioritario di tutelare la possibile vittima, oltre a mantenere il rispetto della presunzione di innocenza, l’Arcivescovado ha sospeso provvisoriamente il sacerdote, vietandogli di celebrare qualsiasi messa o evento pubblico, in attesa delle indagini dei Mosso .

    L’arcivescovado era già a conoscenza di una denuncia contro di lui

    Questa dichiarazione dell’Arcivescovado arriva dopo che El País ha riferito che esistono prove di un possibile caso di abuso sessuale presumibilmente perpetrato dallo stesso sacerdote della parrocchia di Mare de Déu de Montserrat su un giovane nel 2022. Come spiegato da Omella , il giovane l’uomo ha segnalato il sacerdote due anni fa e ha ricontattato il cardinale nel settembre 2024 e lo ha indirizzato al Servizio di Assistenza alle Vittime (SAVA) dell’arcivescovado per “incoraggiarlo a presentare una denuncia formale”.

    https://herculesdiario.es/nacional/un-sacerdote-es-detenido-por-tocamientos-a-dos-jovenes-uno-de-ellos-menor-de-edad/

  • La Chiesa polacca di San Giovanni Paolo II squassata dagli abusi, le vittime incontrano i vescovi

    La Chiesa polacca di San Giovanni Paolo II squassata dagli abusi, le vittime incontrano i vescovi

    La Chiesa polacca che ha dato i natali a San Giovanni Paolo II sta facendo i conti con la piaga degli abusi sessuali e, per la prima volta, le vittime di preti pedofili sono state ospiti di una assemblea plenaria all’interno della conferenza episcopale. Si tratta di un passaggio simbolico importante dopo decenni di scontri sotterranei tra vescovi che avrebbero preferito continuare ad ignorare la questione per salvare il buon nome dell’istituzione ecclesiastica, e altri prelati che invece avrebbero voluto agire diversamente, mossi da sentimenti di giustizia e carità, battendosi per dare ascolto alle vittime e garantire una certa trasparenza. La svolta si è avuta nel maggio scorso quando Papa Francesco ha accettato le dimissioni dell’arcivescovo polacco Andrzej Dzięga, il quale aveva dovuto sostenere l’accusa pubblica di avere insabbiato sistematicamente dei casi.

    Il prelato era alla guida di una importante diocesi.

    Nel lasciare anzitempo l’incarico, in una lettera, scriveva: «Se le mie debolezze, tra cui la comprensione parziale di circostanze specifiche, e talvolta anche la mia normale stanchezza umana, sono diventate la causa della vostra ansia, mi dispiace». Le accuse erano state sollevate a più riprese da gruppi cattolici e associazioni umanitarie. Negli anni passati l’opinione pubblica, attraverso i media, si era concentrata anche sul ruolo svolto dall’ex potentissimo cardinale Stanislao Dziwisz, ex segretario particolare di Giovanni Paolo II. Un cardinale influente, a suo tempo amico personale di padre Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo (uno dei peggiori criminali che abbia mai avuto la Chiesa). Francesco aveva fatto condurre una inchiesta sulle presunte mancanze gestionali di Dziwisz (anch’egli accusato di aver coperto abusi) ma non era stato riscontrato nulla di grave dal cardinale Bagnasco, inviato a Cracovia per indagare.

    VARSAVIA

    In questa nuova fase il primate polacco, l’arcivescovo Wojciech Polak, sta lavorando per cercare di ridare credibilità alla Chiesa e il passo compiuto di accogliere le vittime è stato giudicato positivamente durante una conferenza stampa congiunta a Częstochowa martedì. «Sono molto grato che i vescovi siano riusciti intraprendere questo cammino» ha detto Robert Fidura, una delle vittime. «Sembra che ci stiamo muovendo nella stessa direzione e stiamo iniziando a vedere certe cose in modo molto simile».

    Un’altra persona coinvolta, Jakub Pankowiak, ha definito storico l’incontro con i vescovi. Lui stesso ha l’impressione che ora sia molto più facile capirsi e camminare insieme. L’arcivescovo Polak ha ammesso, invece, che i vescovi hanno finalmente riconosciuto il grande contributo fornito dalle vittime a far emergere la verità. Agli inizi di quest’anno le vittime avevano rivolto all’episcopato una lunga lettera in cui chiedevano la sospensione di un vescovo – l’ennesimo – accusato di negligenza nel trattare casi di violenze nella sua diocesi. Il tema al centro della discussione era sempre lo stesso: la mancanza di trasparenza, di giustizia verso le vittime, di tutela verso i minori.

    La prassi che è sempre stata seguita nella Chiesa, almeno fino ai tempi di Giovanni Paolo II, era di spostare il prete abusatore   parrocchia all’altra, cercando cos’ di mantenere sotto controllo lo scandalo per non intaccare l’immagine dell’istituzione. Con il caso orribile avvenuto a Boston, a cavallo del 2000, da cui è stato tratto anche il film intitolato Spotlight, il Vaticano è stato costretto ad avviare una lenta e faticosa revisione sia giuridica che pastorale e amministrativa sugli abusi. In questo cammino ecclesiale ogni nazione mostra una situazione diversa e il quadro complessivo si presenta a macchia di leopardo. Esistono paesi dove i vescovi hanno aperto gli archivi diocesani, fino a 70 anni prima per verificare l’operato svolto, e altri paesi che fanno fatica ad adeguarsi. La Chiesa italiana, per esempio, è ancora in grave ritardo e con un livello di trasparenza sulla gestione degli abusi pari allo zero.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_chiesa_polacca_vittime_giovanni_paolo_ii_wojtyla-8489812.html

  • Il primo rapporto sugli abusi del Vaticano: «Prevale la cultura del silenzio»

    Il primo rapporto sugli abusi del Vaticano: «Prevale la cultura del silenzio»

    “Purtroppo, gran parte della Chiesa rimane priva di solide pratiche o capacità di raccolta dati. Eppure, i dati sono fondamentali per la nostra capacità di promuovere la responsabilità. Pertanto, dobbiamo impegnarci a investire nell’infrastruttura e nelle risorse di raccolta dati della Chiesa. In breve, questo è soprattutto uno strumento di responsabilità nel tempo”. E’ quanto ha affermato la giurista Maud de Boer-Buquicchio, esperta di diritti dell’infanzia, responsabile del primo “Rapporto annuale sulle politiche e le procedure della Chiesa per la tutela, della Pontificia commissione per la tutela dei minori” presentato in Vaticano. Quindi ha aggiunto: “Sappiamo che, in collaborazione con molti altri, dobbiamo migliorare significativamente la verifica dei nostri dati, attraverso riferimenti incrociati con fonti esterne”. Dunque, la Santa Sede, chiarisce, senza margine di dubbio, che “i numeri” relativi al fenomeno sono un fattore decisivo per la comprensione di un fattore di crisi che ha sconvolto la Chiesa nel corso degli ultimi decenni. Non solo: i dati rappresentano un’assunzione di responsabilità; inoltre si ammette la necessità di incrociare i dati con fonti esterne, cioè con indagini condotte da istituzioni terza rispetto a quelle ecclesiali.

    La Cei non fornisce dati
    E chissà cosa ne pensano alla Cei, la Chiesa italiana infatti resta ferma, su questo punto, a quanto emerso fino ad ora. E cioè ai 613 casi trattati dal Dicastero per la dottrina della fede nel corso di un ventennio, dal 2000 al 2021, già noti dal 2022, ora oggetto di uno studio specifico che vedrà la luce nel corso de 2025 (secoondo una recnnete indagine dell’associazione Rete l’Abuso, dal 2000 a oggi sarebbero circa 1200 i casi di abuso su minori riguardanti membri del clero in Italia, ma si tratta d una stima prudente). Manca però uno studio statistico sull’incidenza reale del fenomeno abusi nella Chiesa italiana, nelle singole, diocesi, nelle parrocchie, magari incrociando i dati con i casi trattati dalla giustizia civile, sul modello di quanto avvenuto in Francia o su quello che si fa ogni anno negli Stati Uniti; la motivazione che di solito fa propria la Conferenza episcopale per giustificare questa mancanza, è che la Chiesa italiana preferisce mettere l’accento sulle attività di prevenzione piuttosto che su numeri il cui effetto sarebbe più che altro scandalistico, ma da oggi sostenere le ragioni di questa reticenza diventa di certo più complicato.

    In generale, il tema della mancanza di informazioni sulla reale entità del fenomeno abusi nella Chiesa, riguarda le chiese locali del sud del mondo, rileva il rapporto, dove permangono cultura del silenzio. Per esempio nel testo in relazione a quanto avviene nel continente asiatico, si rilevano “le difficoltà nell’identificare e affrontare con precisione la reale portata degli abusi all’interno delle istituzioni ecclesiastiche, a causa di una pervasiva cultura del silenzio, della riluttanza a denunciare gli abusi e di una generale mancanza di educazione e consapevolezza sulle prassi di tutela”. Lo stesso avviene in Africa e, in parte, in America Latina. In riferimento all’importanza delle parole delle vittime per la presa di coscienza della Chiesa che per lungo tempo non ha agito per arginare lo scandalo, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale statunitense Sean Patrick O’Malley, ha affermato: “Le loro storie rivelano un periodo privo di affidabilità, in cui i leader della Chiesa hanno tragicamente deluso coloro che siamo chiamati a pascere. È stato un periodo anche privo di professionalità, in cui i leader della Chiesa hanno preso decisioni senza attenersi alle politiche, alle procedure o agli standard di base per la tutela delle vittime. È un periodo buio in cui la sfiducia ha ostacolato la nostra capacità di essere testimone di Cristo”.

    In quanto alle proposte concrete, la commissione vaticana individua diversi campi d’azione, intanto affermando “la necessità di un procedimento disciplinare o amministrativo che fornisca un percorso efficiente per le dimissioni o la rimozione dall’incarico” dei leader della Chiesa responsabili di abusi.

    Informare le vittime
    Quindi si auspica un documento del magistero – come un enciclica – che affronti la questione abusi sotto vari punti di vista. Inoltre, “la Commissione riconosce che tra le principali priorità per coloro che sono stati colpiti da abusi vi è l’accesso alla verità. In linea con la richiesta di una trasparenza sempre maggiore si dovrebbero esplorare misure che garantiscano a qualsiasi individuo il diritto alle informazioni — conservate presso qualsiasi istituzione della Chiesa — a lui/lei connesse, in particolare le circostanze e le responsabilità relative al loro caso di abuso, con la dovuta attenzione alle leggi e ai requisiti concernenti la protezione dei dati. Vengono proposti, quali esempi, alla considerazione e allo studio da parte delle istituzioni competenti della Curia Romana un Procuratore per la parte lesa e un ruolo paragonabile alla funzione di un Ombudsman”. Infine si afferma il bisogno di sviluppare “una definizione più uniforme di vulnerabilità e per coadiuvare tale ricerca dovrebbe essere condivisa l’esperienza acquisita attraverso l’esercizio delle funzioni giudiziarie con un livello di dettaglio sufficiente a promuovere esiti giuridici coerenti e uniformi in tutte le aree del mondo”.

    https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/vaticano-primo-rapporto-abusi-pedofilia-tfkru1d0

  • Vaticano, è giallo sul vescovo che ha rifiutato il cardinalato: potrebbe avere “moglie” e figli

    Vaticano, è giallo sul vescovo che ha rifiutato il cardinalato: potrebbe avere “moglie” e figli

    La sorprendente comunicazione del Vaticano sul rifiuto del vescovo indonesiano ad essere cardinale, ha scatenato una valanga di speculazioni lasciando l’opinione pubblica a bocca aperta. Un vero giallo. Del resto i rarissimi casi per i quali il cardinalato è stato cancellato prima ancora di essere concesso si contano sulla punta delle dita e fanno subito venire in mente quello che accadde anche due anni fa, quando il Papa annunciò di voler fare cardinale un vescovo belga, Luc Van de Looy salvo poi accorgersi strada facendo che aveva insabbiato diversi casi di pedofilia. Anche in quell’occasione Van Looy chiese di non essere fatto cardinale e Papa Francesco ovviamentre accettò. Van de Looy ricevette però un anello cardinalizio  che Van Looy descrisse come un dono personale del pontefice senza effetto canonico.

    E probabilmente l’interogativo andrà avanti ancora parecchio. Secondo il tam tam curiale non pare sia tanto una questione legata alla gestione degli abusi. Il Vaticano – nella nota ufficiale di ieri – ha limitato ad informare che il vescovo sessantaduenne indicato dal pontefice tra i 21 cardinali del prossimo concistoro, Paskalis Bruno Syukur, ha fatto un passo indietro (richiesta subito accettata da Francesco) per «crescere ancora nella vita sacerdotale, nel servizio alla Chiesa e al popolo di Dio».

    In Vaticano circola con insistenza una voce improbabile secondo la quale il vescovo in questione avrebbe una specie di consorte e dei figli. Se così fosse non sarebbe tanto la gestione degli abusi sessuali alla base di questo provvedimento (anche se a questo punto non dovrebbe essere nemmeno vescovo). Le fonti ufficiali preferiscono però tacere e non aggiungere nulla di più al comunicato di ieri sera alimentando ulteriormente le speculazioni.

    Resta tuttavia un certo imbarazzo per questo nuovo incidente: viene messo in collegamento alle nuove procedure adottate da Papa Francesco nella scelta dei porporati. Mentre un tempo i candidati venivano normalmente affidati ad uno screening approfondito da parte delle strutture della Santa Sede (nunziature e Segreteria di Stato) con l’arrivo di Bergoglio la prassi si è notevolmente semplificata e spesso la scelta dei futuri cardinali matura solo a Santa Marta, senza ulteriori passaggi o confronti.

    il vescovo indonesiano Syukur, dell’Ordine francescano dei Frati Minori, è nato a Ranggu il 17 maggio 1962, e dal 21 novembre 2013 è vescovo di Bogor. Dal 2018 al 2022 è stato secondo vicepresidente della Conferenza episcopale dell’Indonesia, e dal 2022 ne è segretario generale. La diocesi di Bogor, comprendente territori nell’isola di Giava, nel 2022 contava 94.381 battezzati su 20.559.829 abitanti.

    https://www.ilmessaggero.it/AMP/vaticano/preti_sposati_vescovo_indonesiano_cardinale_concistoro_papa_francesco_vaticano-8433510.html

  • Tutela Minori: in arrivo il Rapporto annuale sulle risposte agli abusi

    Tutela Minori: in arrivo il Rapporto annuale sulle risposte agli abusi

    La Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori prepara la pubblicazione del Rapporto Annuale Pilota sulle Politiche e Procedure di Tutela nella Chiesa Cattolica. Di tale rapporto si è parlato durante l’assemblea plenaria autunnale svoltasi a Roma dal 7 all’11 ottobre, le cui sessioni di lavoro sono state anche dedicate al potenziamento della capacità locale di tutela attraverso l’Iniziativa Memorare e alla verifica e revisione delle politiche nel Quadro delle Linee Guida Universali.

    L’obiettivo del Rapporto Annuale

    In un comunicato, la Pontificia Commissione spiega che l’obiettivo del Rapporto Annuale, richiesto da Papa Francesco nel 2022, è fornire una valutazione della natura e dell’efficacia delle politiche e procedure di tutela nella Chiesa e offrire raccomandazioni per un miglioramento continuo. Nel corso della plenaria è stato anche esaminato l’Instrumentum Laboris, ovvero il progetto per il prossimo rapporto che coprirà l’anno solare 2024/2025, che si spera possa servire come meccanismo per un cambiamento sostenibile e verificabile nell’approccio della Chiesa cattolica al ministero della tutela.

    La collaborazione con le Chiese locali

    Riguardo allo sviluppo del Quadro delle Linee Guida Universali, sono stati esaminati i feedback ricevuti dalle Chiese locali fino ad oggi e la fase pilota in corso in collaborazione con le Chiese in Costa Rica, Zimbabwe, Polonia e Togo. Il passo successivo sarà integrare i risultati di tale fase in un quadro di tutela consolidato, che rimane l’obiettivo strategico principale e a lungo termine. La plenaria ha valutato anche quanto emerso dagli incontri con 13 conferenze episcopali che si sono svolti negli ultimi sei mesi, in occasione delle visite ad Limina a Roma. Tali incontri rappresentano un’opportunità per conoscere le procedure locali di tutela e per identificare le Chiese locali che non dispongono delle risorse necessarie per fornire un’adeguata assistenza. Alla luce di tutto ciò, l’assemblea ha valutato il programma di potenziamento della capacità di tutela, l’Iniziativa Memorare, e il suo allineamento con i requisiti indicati nella Lettera Apostolica “Vos estis lux mundi”. L’Iniziativa, volta ad aiutare le Chiese locali a creare strutture per ricevere e gestire i reclami in modo trasparente e responsabile e a fornire servizi di assistenza professionale per quanti hanno subito abusi, è attualmente attiva in diverse conferenze episcopali nazionali e conferenze di religiosi in America Latina, Africa e Asia. Il programma partirà a breve anche con altre 12 Chiese locali.

    Il lavoro con il Dicastero per la Dottrina della Fede

    Infine, i membri della Commissione sono stati aggiornati su diversi incontri istituzionali tenuti durante i mesi estivi nella Curia Romana tra cui quello con il Dicastero per il Clero, il Dicastero per i Vescovi, il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Durante la Messa di apertura della plenaria, il 7 ottobre, il presidente della Commissione, il cardinale Seán Patrick O’Malley, nella sua omelia, ha evidenziato che quanti “soffrono hanno un diritto particolare al nostro amore” e che “la Commissione ha l’opportunità e l’obbligo di rendere la Chiesa una Chiesa più samaritana”. La plenaria, cui hanno preso parte 30 membri esperti e personale dai cinque continenti, è stata il primo incontro sotto la guida del vescovo Luis Manuel Ali Herrera, segretario della Commissione, e di Teresa Kettelkamp, segretario aggiunto, nominati da Francesco la scorsa primavera. Ai lavori hanno partecipato anche l’arcivescovo John Kennedy, segretario della Sezione Disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, accompagnato da padre Robert Geisinger, promotore di giustizia, e padre Brian Taylor, funzionario del dicastero, con i quali ci si è confrontati sulle procedure attuali per affrontare gli abusi sessuali nella Chiesa e sullo sviluppo delle linee guida sulla tutela. Tale partecipazione ha rappresentato un’espressione di unità negli sforzi di prevenzione e ha offerto l’opportunità di esplorare la collaborazione continua tra il Dicastero e la Commissione. “Abbiamo assicurato che la tutela sia e sarà sempre una presenza nella vita della Chiesa” ha detto il cardinale O’Malley all’assemblea. “Anche se non tutti i nostri obiettivi sono stati ancora raggiunti, continueremo a insistere per una riforma dove identifichiamo fallimenti sistemici. I nostri sforzi hanno fatto una differenza significativa – ha affermato il porporato – e forse, cosa più importante, sono un segno di speranza e solidarietà per coloro che hanno subito abusi e per i loro cari”.

  • Il Vaticano anche su De Raemy: ‘Errori, omissioni e mancanze’

    Il Vaticano anche su De Raemy: ‘Errori, omissioni e mancanze’

    di Cristina Ferrari – Errori, omissioni e mancanze nell’ambito delle norme procedurali canoniche. Nessuna trasgressione che richieda ad oggi l’apertura di un procedimento penale interno alla Chiesa, va detto, ma ad ogni modo, e confermata ne è dunque anche la gravità, comportamenti ritenuti “non corretti”.

    È questo il succo del comunicato stampa della Conferenza dei vescovi svizzeri in merito alla lettera ricevuta dal Dicastero romano per i vescovi dove vi sono indicati i risultati dell’indagine canonica preliminare atta a chiarire diverse accuse, anche di presunti abusi sessuali, mosse nei confronti di sei alti prelati elvetici, fra cui l’attuale amministratore apostolico della Diocesi di Lugano, monsignor Alain de Raemy, allora nella Diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo.

    “Da questa indagine, attentamente studiata dal Dicastero con l’aiuto di autorevoli esperti – si legge nella nota a firma di monsignor Joseph Maria Bonnemain, responsabile dell’indagine su incarico del Dicastero –, non sono emerse prove di reati punibili, insabbiamento, negligenze o errori tali da richiedere l’avvio di un procedimento penale canonico. Ciononostante, il comportamento descritto non è ritenuto corretto, o comunque è emerso che le procedure previste dal diritto canonico non sono state adeguatamente seguite. A causa di queste irregolarità formali, il Dicastero per i vescovi ha emesso delle riprensioni canoniche (un ammonimento per negligenza in sostanza, ndr), invitando gli stessi vescovi e l’intero corpo episcopale svizzero a prestare maggiore attenzione in futuro e a gestire i casi di abuso denunciati con massima diligenza e perizia, osservando rigorosamente tutte le norme vigenti in materia di procedimenti d’indagine”.

    Il prefetto, il cardinale Robert Francis Prevost, nella lettera del Dicastero riconosce anche che “nel corso di questi anni travagliati, i membri della Conferenza dei vescovi svizzeri hanno tutti compiuto notevoli progressi e acquisito una maggiore efficacia nel trattare i casi di abuso, assumendo personale sempre più qualificato e collaborando maggiormente con istituzioni indipendenti”, non senza incoraggiarli “a proseguire in questo cammino di vigilanza attiva e rigorosa nell’applicazione della normativa canonica sulla trattazione degli abusi sessuali, certi che le direttive della Chiesa non sono solo strumenti giuridici, ma riflettono un profondo senso di giustizia e responsabilità nei confronti delle vittime, alle quali dobbiamo ascolto, attenzione e riparazione”.

    Una nuova consapevolezza, magari anche un po’ tardiva: “I vescovi – annota ancora la Conferenza elvetica – si trovano in un processo di apprendimento e desiderano ribadire la loro determinazione a intraprendere un’azione più decisa contro gli abusi nella Chiesa attraverso la loro attenzione, la loro diligenza, una migliore conoscenza delle procedure canoniche e la prosecuzione delle misure nazionali già avviate. Questo obiettivo deve essere raggiunto anche attraverso un lavoro professionale di prevenzione”.

    Il vescovo Bonnemain, contattato da ‘laRegione’, ha confermato quanto evidenziato nel comunicato: «Un giudizio che vale per tutti i vescovi coinvolti. Oggi per questi casi, va detto, non c’è la base per iniziare una procedura penale canonica. Sono però state evidenziate ad ogni modo mancanze sottolineate anche nella lettera che è giunta e giungerà ai vescovi coinvolti».

    Una notizia, sicuramente, attesa anche dall’amministratore apostolico a cui abbiamo girato alcune domande.

    Monsignor De Raemy, come ha accolto il comunicato della Conferenza dei vescovi svizzeri?

    Era una risposta che aspettavamo da diversi mesi. Con le sue osservazioni, il Dicastero vaticano dei vescovi ha precisato ad alcuni vescovi svizzeri dove avrebbero dovuto essere più accurati nelle procedure, per il bene di tutti, a cominciare dalle persone vittime. Questo ci aiuta davvero molto, e io ne sono contento.

    Non le sono stati riscontrati risvolti penali, ma si parla di errori, omissioni e mancanze nell’ambito
    delle norme procedurali canoniche. Cosa ci può dire in questo senso relativamente al suo caso?

    Personalmente, non ho ancora ricevuto nulla dalla Santa Sede. Non posso quindi commentare una valutazione che ancora non ho avuto. Al momento opportuno, se ne potrà discutere.

    Il suo coinvolgimento in questo preciso caso, e il relativo riscontro vaticano di comportamento non corretto, crede abbia contribuito in tempi più recenti a portarla (penso al caso don Leo) ad attivarsi con più operosa diligenza?

    Per ora non c’è nessun riscontro vaticano concreto nei miei confronti, ma alla luce delle diverse vicende che sono venuto a conoscere in questi anni, ho scoperto quanto sia a volte delicato rispettare in tutto e fino in fondo i bisogni diversi delle persone vittime. Devono sentirsi libere, accolte, credute, protette e mai abbandonate, per riuscire a parlare e a denunciare. E noi che siamo responsabili, dobbiamo essere sempre più preparati a queste situazioni complesse e consapevoli delle sfide ad ampio grado nel prendere le decisioni che servono per tutti. La prevenzione, con l’educazione alla libertà dalla più giovane età, è un’assoluta priorità. Per quanto riguarda il caso di don Leo, non ci resta che aspettare le risposte dal lavoro dei magistrati, che chiariranno sicuramente tutti i contorni di questa triste vicenda.

    https://www.laregione.ch/cantone/ticino/1790817/vescovi-dicastero-indagine-vaticano-abusi-confronti-mancanze-errori-omissioni-raemy

  • ‘Errori’ dei vescovi svizzeri, ma nessun procedimento penale

    ‘Errori’ dei vescovi svizzeri, ma nessun procedimento penale

    Non è necessario aprire un procedimento penale all’interno della Chiesa cattolica nei confronti dei vescovi svizzeri sospettati di aver compiuto o insabbiato abusi sessuali. Lo indica oggi la Conferenza dei vescovi svizzeri (Cvs), precisando che il Vaticano ha comunque evidenziato errori e negligenze.

    Nel giugno 2023, il Dicastero per i vescovi a Roma aveva incaricato il vescovo di Coira, Joseph Maria Bonnemain, di condurre un’indagine canonica preliminare per esaminare varie accuse contro diversi vescovi svizzeri. Secondo un comunicato odierno della Cvs i risultati sono stati trasmessi al Dicastero all’inizio di quest’anno, e ora il Vaticano ha risposto.

    Il Dicastero per i vescovi afferma di aver seguito con grande attenzione gli sforzi compiuti dalla Cvs e da altri organismi ecclesiastici per esaminare la dolorosa storia degli abusi sessuali nel contesto della Chiesa cattolica romana in Svizzera dalla metà del XX secolo.

    I dettagli dell’indagine

    Nell’indagine che gli è stata presentata, il Vaticano rileva che non vi sono prove di reati punibili, occultamento, negligenza o errori che richiedano l’apertura di un procedimento penale canonico. Tuttavia, il comportamento descritto non viene considerato corretto: è emerso che le procedure previste dal diritto canonico non sono state seguite correttamente.

    A causa di queste irregolarità formali, il Dicastero ha emesso dei richiami canonici. Alcuni vescovi hanno anche ricevuto una risposta personale; si tratta del vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo Charles Morerod, di quello di Sion Jean-Marie Lovey e dell’abate di Saint-Maurice (Vs) Jean Scarcella. Altri tre scritti indirizzati a persone non membri della Cvs seguiranno; stando a quanto indicato da Bonnemain alla Rsi, tra di loro vi sarebbe anche l’amministratore apostolico Alain de Reamy (oggi della Diocesi di Lugano).

    Ammonizione formale

    Stando al prefetto del Dicastero per i vescovi, il cardinale Robert Francis Prevost, riferisce una nota dell’Abbazia di Saint-Maurice, non ci sono prove di abusi sessuali e insabbiamento contro Scarcella. Ciononostante, il Vaticano gli ha inflitto un’ammonizione formale. All’abate, che si era dimesso dalla carica nel settembre 2023 per “garantire l’indipendenza dell’indagine”, viene chiesto di astenersi in futuro “da tutto ciò che non è consono allo stato clericale nelle relazioni interpersonali”. L’Abbazia ricorda inoltre che ieri la Procura vallesana ha annunciato che non perseguirà mons. Scarcella.

    Per quanto riguarda Morerod e Lovey, entrambi accusati di occultamento, il Vaticano rimprovera loro di aver reagito in modo esitante e tardivo a casi sospetti di abusi, si legge nelle prese di posizione rilasciate dalle rispettive Diocesi.

    L’organo invita gli stessi vescovi e l’intero corpo episcopale svizzero a essere più attenti in futuro e a trattare i casi di abuso segnalati con la massima diligenza e competenza.

    Nelle sue lettere Prevost riconosce comunque i progressi significativi compiuti dai membri della Cvs negli ultimi difficili anni. Essi sono diventati più efficienti nel trattare i casi di abuso, impiegando personale sempre più qualificato in Svizzera e collaborando più intensamente con istituzioni indipendenti. Il cardinale Prevost incoraggia i vescovi svizzeri a continuare sulla strada della vigilanza attiva e rigorosa nell’applicazione del diritto canonico nel trattare gli abusi sessuali.

    Ammesse omissioni e mancanze

    Nel loro comunicato i membri della Cvs affermano di rammaricarsi profondamente per gli errori, le omissioni e le mancanze nell’applicazione delle norme canoniche che il Dicastero ha individuato. Essi sono in un processo di apprendimento e desiderano ribadire la loro determinazione a intraprendere un’azione più decisa contro gli abusi nella Chiesa attraverso la loro attenzione, la loro diligenza, una migliore conoscenza delle procedure canoniche e la continuazione delle misure nazionali già avviate. Questo obiettivo dovrà essere raggiunto anche attraverso un lavoro di prevenzione professionale.

    Il mandato di Bonnemain da parte del Vaticano era di indagare sul comportamento di quattro membri della Cvs per la possibile mancata denuncia di abusi. Un quinto membro della Conferenza episcopale doveva essere indagato per presunte molestie sessuali.

    Ciò dopo che Nicolas Betticher, ex vicario generale della Diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo, aveva denunciato internamente alla Chiesa diversi vescovi svizzeri di aver occultato abusi. Oggi Betticher si è espresso a favore della creazione di un Tribunale penale ecclesiastico interdiocesano svizzero, che in futuro si occuperebbe di tutti i casi di abuso al posto dei vescovi mettendo al centro le vittime. A suo dire, inoltre, i rimproveri del Vaticano non dovrebbero indurre i vescovi “a minimizzare la realtà”.

    Nel settembre dello scorso anno, l’Università di Zurigo aveva pubblicato uno studio sulla portata degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica romana svizzera dalla metà del XX secolo. La ricerca aveva dimostrato che i sacerdoti e i membri degli ordini religiosi hanno commesso oltre 1’000 casi di abusi sessuali dal 1950, anche se è probabile che il numero sia più elevato.

    https://www.laregione.ch/svizzera/svizzera/1790905/vescovi-abusi-vaticano-cvs-chiesa-dicastero-bonnemain-errori-procedimento