Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia e Chiesa: verità insabbiate (parte 1)

    Pedofilia e Chiesa: verità insabbiate (parte 1)

    La versione più distorta della predicazione ha lo scopo di convincere le coscienze e non di stimolarle nel ragionamento critico. Le conquista imbambolandole e rendendole infantili, tramite azioni e gesti plateali capaci di raccogliere consensi. È questa la ragione del drastico rifiuto della concessione della grazia da parte di Papa Bergoglio nei confronti dei cosiddetti ‘preti pedofili’. Ma è proprio il caso di dire che stavolta il buco è troppo grosso per una toppa improvvisata come questa: non basta negare il perdono – contraddicendo tra l’altro i precetti fondamentali della religione cristiana – per sistemare decenni e decenni di insabbiamenti. Non si cancellano anni di omissioni e complicità riprovevoli semplicemente dando le spalle ai pesci che non sanno nuotare da soli. Gli intrighi ecclesiastici con i reati di pedofilia vantano rapporti consolidati e saldi. È infatti dai primi anni 2000 che vengono alla luce i tasselli di questa tragica storia, soprattutto grazie alla grande inchiesta avviata a Boston dal quotidiano The Boston Globe, che ha coinvolto nomi molto importanti. Da John J. Geoghan, un prete condannato a dieci anni di carcere per aver abusato di un bambino, all’arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, accusato di aver permesso a diversi preti – già accusati di violenze su minori – di continuare ad operare in parrocchie non informate dei fatti. Il 13 dicembre 2002 quest’ultimo, prima di rassegnare le sue dimissioni a Giovanni Paolo II, è costretto a fornire all’autorità giudiziaria 90 nomi di sacerdoti responsabili di molestie a danno di minori. L’inchiesta riesce a svelare denunce e condanne per reati di pedofilia insabbiati: nella sola Boston vengono accusati 89 sacerdoti e rimossi dall’incarico più di 55 preti. Nel 2002, la conferenza episcopale statunitense commissiona uno studio sul fenomeno, ormai accertato, al John Jay College of Criminal Justice di New York, il quale dopo circa due anni conferma le 6.700 accuse contro circa 4.392 sacerdoti e diaconi in carica negli Stati Uniti fra il 1950 e il 2002, cioè circa il 4% del totale dei sacerdoti. Dei 4.392 accusati, soltanto poco più di 100 sono stati condannati a pene detentive. Nel biennio 2009-2010 invece è la volta delle ‘magagne’ europee, fra queste anche l’Italia. Uno dei casi più estesi e complessi è quello irlandese, raccontato anche in un documentario della BBC, Sex crimes and the Vatican, che racconta i casi di 100 bambine e bambini abusati da 26 sacerdoti irlandesi. Proprio questi, sempre secondo il servizio della BBC, sarebbero stati coperti dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, a capo della Congregazione della Dottrina della Fede. Lo stesso che poi l’8 febbraio 2010, durante l’assemblea plenaria per la famiglia, condanna tutti quei comportamenti inconciliabili con la tutela dei diritti e della dignità dei minori. Dopo circa nove anni di indagini, l’inchiesta sul caso irlandese lascia a dir poco sbigottiti perché arriva a coinvolgere migliaia di bambini e adolescenti (le testimonianze di violenze sarebbero circa 2.500, avvenute fra gli anni ‘40 e ‘80), abusati nelle scuole, negli orfanotrofi e nei riformatori gestiti dagli ordini religiosi cattolici irlandesi. Cifre ridimensionate dalla dichiarazione dell’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’ONU di Ginevra, durante un intervento al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, che riduce il fenomeno ad un’incidenza compresa fra l’1,5% e il 5%. A rimanere un dato certo è però l’autonomia della magistratura ecclesiastica e dunque la ritrosia a rendere pubbliche e note denunce e vicende che richiederebbero un’indispensabile partecipazione collettiva.

    I casi italiani più noti

    La storia degli abusi in Italia è costellata davicende raccapriccianti. A partire dal processo avvenuto presso il Tribunale di Roma, nei confronti di don Ruggero Conti, parroco della parrocchia di Selva Candida a Roma, accusatoper l’abuso di 7 minori dal 2001 al 2008, anno in cui viene arrestato e condannato a 15 anni e 6 mesi di reclusione. Fino al caso Bertagna, riguardante l’omonimo don Pierangelo Bertagna, ex abate dell’abbazia di Farneta, in provincia di Arezzo, che viene arrestato l’11 luglio 2005, in seguito alla denuncia di un bambino tredicenne.Confessa abusi avvenuti a partire dal 1988,inizialmente nelle sue zone di origine, la Lombardia e il Bresciano – quando ancora non era entrato in seminario – ai danni di 38 bambini fra gli otto e i quindici anni. Bertagna confessa che padre Vittorio Cappelletto, capo dell’associazione dei Ricostruttori della preghiera, e anche alcuni altri membri dell’associazione stessa ne erano a conoscenza. È stato condannato a 8 anni di carcere nel giugno 2007, soltanto per 16 dei 38 abusi confessati.

    Altro caso è quello dell’ex seminarista Marco Marchese, che ha denunciato gli abusi subiti da parte di don Bruno Puleo, il quale ha poi patteggiato dichiarandosi colpevole. Marchese ha chiesto un risarcimento di 65.000 euro alla Curia di Agrigento, ma il vescovo, Carmelo Ferraro, ha risposto con una richiesta di 200.000 euro per danni di immagine alla Chiesa. Va da sé che lacondanna stabilita da parte delle istituzioni ecclesiastiche per Puleo è consistita nel solo trasferimento in un’altra località, anche qui in seguito accusato di ulteriori abusi sessuali nei confronti di minorenni.

    E ancora, il sacerdote don Mauro Inzoli, ex dirigente del movimento cattolico di Comunione e Liberazione ed ex presidente del Banco Alimentare, condannato il 29 giugno 2016 a 4 anni e 9 mesi di carcere, con l’accusa di violenze su minori, aggravate dall’abuso di autorità. È stato possibile condannarlo per 8 abusi, commessi fra il 2004 e il 2008, mentre gli altri 12 casi, che lo vedevano protagonista di ulteriori vessazioni, sono caduti in prescrizione. Gli abusi avvenivano nell’oratorio, nello studio del prete e nelle località di vacanza dove i gruppi di preghiera si riunivano.

    Il 2009 è anche l’anno dello squallore sconcertante dell’Istituto Provolo di Verona, teatro delle peggiori violenze e vessazioni fisiche e psicologiche. Le accuse sono state sottoscritte da 67persone, ormai di un’età compresa fra i 50 e i 70 anni, e allora bambini e bambine sordomuti chevivevano nell’Istituto. Hanno denunciato abusi protratti per circa trent’anni, fino al 1984. Le vittime e i testimoni dell’accusa, non potranno più avere neanche quella insulsa parvenza di giustizia accordata nei casi precedenti, perché i reati sono caduti in prescrizione. I religiosi accusati sono 25, mentre il numero dei bambini abusati raggiunge circa il centinaio. Poco più di sessanta persone, il 20 novembre 2008, trovano il coraggio di scrivere una lettera a monsignor Gianpietro Mazzoni, vicario giudiziale, ovvero magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona, nella quale riportano i fatti accaduti. «Nella stanza adibita a confessionale della chiesa di Santa Maria del Pianto dell’Istituto Provolo, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze sorde (la porta era in quei momenti sempre chiusa a chiave). I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni sia all’Istituto Provolo di Verona che al Chievo e, durante il periodo delle colonie, a Villa Cervi di San Zeno di Montagna». Inoltre aggiungono di essere stati oggetti di ulteriorivessazioni, botte e bastonate. Le violenze avvenivano addirittura sotto l’altare e nel confessionale o in gruppo sotto la doccia.

    I ritardi nelle condanne e la complicità subdola sono le cause principali dei numeri impressionanti delle vittime che si sono susseguite negli anni, ma non solo. La caduta in prescrizione e dunque l’impunità della gran parte dei reati è anch’essa frutto dell’omertà che circonda simili circostanze: le poche voci che hanno trovato la forza di raccontare le atrocità subite non state prese in considerazione o sono arrivate troppo tardi per vedere puniti i loro aguzzini. E questa è solo una piccola parte del perché la negazione della grazia è soltanto fumo negli occhi.

    http://www.2duerighe.com/attualita/93521-pedofilia-chiesa-verita-insabbiate-parte-1.html

  • In Vaticano sta per scoppiare una guerra: e le carte su Emanuela Orlandi sono solo l’inizio

    In Vaticano sta per scoppiare una guerra: e le carte su Emanuela Orlandi sono solo l’inizio

    I documenti usciti dalle Mura Leonine sono l’inizio di un’altra faida interna che si combatte a colpi di rivelazioni vere e false. E che partono dall’era Marcinkus e arrivano fino a oggi

    DI EMILIANO FITTIPALDI
    Il documento su Emanuela Orlandi, un presunto resoconto economico per l’“allontanamento domiciliare” della ragazzina scomparsa nel 1983 che l’estensore attribuisce al defunto cardinale Lorenzo Antonetti, apocrifo (come sembra) o totalmente inventato che sia è solo uno dei report che rischiano di agitare il Vaticano nel futuro prossimo venturo. Perché, con l’elezione di Bergoglio al soglio pontificio, le guerre intestine dentro la Santa Sede non sono affatto terminate e molti temono che la pubblicazione di nuovi documenti segreti rischi di infiammare, a breve, una nuova stagione di Leaks.

    La nota spese sulla Orlandi, piena di errori formali ma costruita con mani scaltre da soggetti che conoscevano molto bene uomini, vicende e circostanze del pontificato di papa Giovanni Paolo II, era infatti finita nell’armadio blindato della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, il cui custode era Lucio Vallejo Balda, segretario della Prefettura dal 2011 al 2015. Una cassaforte che fu scassinata a fine marzo del 2014 da misteriosi ladri mai identificati, che portarono via una serie di faldoni su vicende delicate che riguardano, almeno a detta di testimoni oculari che in quelle stanze lavoravano, alcuni episodi significativi, passati e recenti, della storia del Vaticano.

    È stato accertato che parte di quei report trafugati sia tornata in un plico anonimo in Prefettura un mese dopo il furto: dentro ci sarebbero stati fogli su presunti finanziamenti della Chiesa al sindacato polacco Solidarność, carteggi dei banchieri Roberto Calvi e Michele Sindona in merito al crac del Banco Ambrosiano, missive che documentano liti intorno a eredità contese dell’ex nunzio di Francia Mario Tagliaferri, morto nel 1999, e altri dossier economici contenuti nell’armadio di quella che è stata, fino al 2015, la Corte dei Conti della Santa Sede.

    Ma è certo, pure, che nell’autunno del 2015, in concomitanza con l’arresto della pr Francesca Chaoqui e di Balda (entrambi membri di Cosea dal luglio del 2013, sono entrambi stati condannati nel processo vaticano per fuga di notizie riservate), gli uomini della Gendarmeria guidati da Domenico Giani hanno cercato di capire se esistesse o meno una cassa di documenti fotocopiati dall’archivio. E finita nelle mani di uno o più “corvi”.

    Nei faldoni del processo VatiLeaks 2 esistono verbali di interrogatorio secretati che parlano senza giri di parole di un baule pieno di carte (tra queste era presente anche la presunta nota sulla Orlandi), che però – nonostante le ricerche dei poliziotti del papa – non è mai stata ritrovato.

    Ora è possibile che, in un futuro non troppo lontano, coloro che hanno conservato documenti riservati vogliano uscire dall’ombra e colpire ancora tornando a volare sopra il Cupolone. Per svelare misteri mai chiariti, forse. O per mandare nuovi messaggi, prendersi rivincite e chiudere conti in sospeso ancora aperti. «Chi pensa che ci siano solo pesci piccoli dietro i VatiLeaks, si sbaglia di grosso», chiosa un prelato molto anziano: «Ci tengo a far presente che i primi hanno contribuito alle dimissioni di un pontefice dopo secoli: non si crederà davvero che un’operazione di tale entità sia stata messa in piedi solo dal maggiordomo Paolo Gabriele? Ammetto che sono preoccupato».

    È un fatto che il pontificato di Francesco viva, da qualche tempo, un momento difficile. Se Bergoglio è amatissimo dal suo gregge, ed è considerato un papa rivoluzionario dai media laici di tutto il mondo, all’interno della Santa Sede i suoi nemici, invece di diminuire, in questi primi quattro anni e mezzo di pontificato sono cresciuti. Di numero e di forza. Le aperture dottrinarie a favore della comunione ai divorziati risposati, il progressismo audace, almeno a parole, verso gli omosessuali e le famiglie non tradizionali, la lotta (seppur difficile) contro la corruzione dentro le mura leonine, hanno compattato un fronte eterogeneo. Che è sempre più critico verso Bergoglio sia da un punto di vista pastorale («ormai non si capisce più nulla», ripetono gli antipatizzanti) sia per lo stile di governo pugnace. Di sicuro poco incline alla mediazione con l’ala tradizionalista, ancora riottosa al cambiamento portato dall’ex arcivescovo di Buenos Aires.

    I “corvi”, veicolando all’esterno il falso della Orlandi, tornano a volare in un periodo particolarmente complicato. Dopo la pubblicazione del dossier apocrifo oggi molti scuotono ancora la testa inveendo nuovamente contro le nomine di alcuni membri della commissione pontificia Cosea, mentre altri stanno ancora cercando di capire i motivi che hanno portato Francesco a promuovere a capo della segreteria dell’Economia il cardinale George Pell. La scelta di chiamare a Roma “il ranger” australiano fu presa nonostante il porporato fosse già assai chiacchierato in patria e fuori, da quasi un decennio, per essere stato accusato da alcune vittime di aver protetto, quando era vescovo di Sydney e Melbourne, alcuni preti pedofili. All’inizio dell’estate Pell è stato addirittura incriminato dalla polizia dello Stato di Victoria con l’accusa di aver lui stesso abusato, molti anni fa, di cinque minorenni. Così Bergoglio a fine dello scorso giugno, dopo averlo a lungo protetto, è stato costretto ad abbandonarlo al suo destino sospendendo il suo incarico in attesa dell’esito del processo.

    Se coloro che speravano in una riforma dell’economia e degli enti vaticani più incisiva e più aderente alle promesse si sono man mano aggiunti alla schiera dei delusi, il gruppo dei cardinali conservatori è sul piede di guerra da tre mesi, da quando Bergoglio ha deciso di “licenziare” Gerhard Müller, l’ex capo della Congregazione per la dottrina della Fede, a cui non è stato confermato il secondo mandato. Il cardinale è stato silurato, secondo alcuni, per le presunte divergenze che avrebbe avuto con Francesco in merito al contenuto di “Amoris Laetitia”, l’esortazione post sinodale su matrimonio e famiglia. Per altri, invece, ha semplicemente pagato il fatto di aver contrastato troppo blandamente il tema della pedofilia ecclesiastica.

    Insomma il mare, oltretevere, è mosso. Ed è in questo scenario che si agitano le nuove (o, più probabilmente, vecchie) gole profonde vaticane. Non sappiamo se e quando verranno pubblicati, come avvenuto durante gli ultimi due ultimi VatiLeaks, nuovi documenti imbarazzanti. Né se siano in arrivo report veri o altri apocrifi, costruiti ad arte proprio per minare, forse, la credibilità di documenti originali che il Vaticano sa essere in circolazione. È un fatto che nessuna carta pubblicata negli scandali del 2012 e del 2015 sia mai stata smentita dalla Santa Sede, e che le inchieste giornalistiche abbiano costretto la Santa Sede – come nel caso della ristrutturazione dell’appartamento di Tarcisio Bertone pagato con i soldi del Bambin Gesù – ad aprire fascicoli penali per tentare di mettere una pezza agli scandali provocati dai whisteblower.

    Ma i beninformati ipotizzano pure che il rischio di polpette avvelenate sia dietro l’angolo. Se qualcuno, dopo la pubblicazione della nota spese taroccata forse copiando pezzi di documenti reali rammenta il caso di Dino Boffo, dove una velina per delegittimare l’ex direttore di Avvenire venne costruita con un documento giudiziario vero e un report di un anonimo circolato tra i vescovi italiani, altri ricordano come Balda, condannato nel luglio del 2016 a 18 mesi di reclusione per aver diffuso report interni segreti (Chaoqui ne ha avuti 10 con pena sospesa) sia finito nell’occhio della gendarmeria anche per uno strano viaggio a Dubai. «In Medioriente, lo scrisse pure “Repubblica”, il monsignore cercò di incontrare uomini dei servizi segreti cinesi per consegnare loro una falsa cartella clinica del papa, da lui stesso contraffatta attraverso la falsificazione delle analisi dell’anziana madre», attacca l’anziano prelato che ha passato una vita in segreteria di Stato.

    Per la missione, in effetti, Balda si fece accompagnare dall’ex colonnello dei Ros Giuseppe De Donno: i gendarmi scoprirono le velleità spionistiche del monsignore attraverso l’analisi del suo computer, e ipotizzarono che il viaggio avvenne tra il dicembre del 2014 e il gennaio del 2015. Non si è mai capito perché il prelato avesse deciso di mettere in piedi quella messinscena. Il Vaticano non ha mai fatto sapere gli esiti dell’inchiesta d’intelligence, né si è mai capito come mai i corvi di VatiLeaks 2 modificarono un documento (probabilmente originale ma senza intestazioni) su Monte dei Paschi di Siena inserendo una timbratura fasulla.

    A oggi, naturalmente, non sappiamo quali siano i documenti riservati ancora in circolazione. Fonti della Prefettura spiegano che l’archivio aperto tre anni fa con una fiamma ossidrica era stracolmo di dossier di diversi periodi storici, e che i ladri (o altri soggetti che nulla c’entrano con l’effrazione del marzo 2014) potrebbero aver preso (o fotocopiato) di tutto. Sia documenti conservati lì da fine degli anni Settanta, come le lettere scritte a mano del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra nel 1982 (le missive di Calvi sarebbero decine); sia certificazioni di altri dicasteri ottenuti dai membri della Cosea durante il loro lavoro di screening degli enti economici vaticani. Come, per esempio, quelli sui conti all’Apsa da chiudere (dopo una due diligence della società di revisione Promontory l’Apsa ha chiesto ai prelati che avevano un conto personale, come l’ex presidente Agostino Cacciavillan, di spostare i loro denari allo Ior: ne sono nate proteste vibranti perché l’Apsa garantiva interessi migliori); e i conti deposito dell’Istituto delle opere di religione, in passato aperti a favore di laici che non ne avevano alcun diritto. Due anni fa il Vaticano ha annunciato urbi et orbi di averli chiusi tutti, ma non ha mai consegnato – come aveva informalmente promesso all’autorità antiriciclaggio della Banca d’Italia – la lista dei presunti evasori e riciclatori che avevano nascosto i loro soldi dentro il torrione Niccolò V.

    Ma i timori di una nuova fuga di notizie sono stati segnalati anche da ambienti ecclesiastici vicini a Santa Marta, come ha evidenziato lo scorso giugno Massimo Franco sul Corriere della Sera. Subito dopo le dimissioni di un altro uomo novus del corso bergogliano, l’ex primo revisore generale dei conti Libero Milone, qualcuno ha detto al giornalista che per «il papa è un momento delicato, non vogliamo precipitare in un terzo VatiLeaks». Milone era il braccio destro di Pell, finito sui giornali a ottobre del 2015 per aver denunciato alla gendarmeria la violazione del suo computer personale. Anche il suo ufficio era situato al quarto piano del palazzo della Prefettura, e anche di quella vicenda non si è saputo più nulla.

    L’economo, a sorpresa, ha scelto di andare via tre anni prima della scadenza naturale del suo incarico: se qualcuno ipotizzò semplici diatribe sulla retribuzione, la nota della sala stampa spiegò che era stato l’ex presidente di Deloitte chiamato da Pell per mettere mano nei bilanci, segretissimi, della segreteria di Stato, dei dicasteri e dei vari enti della città santa, ad aver dato le dimissioni, subito accettate da papa Francesco. «Ci aspettiamo una nuova mareggiata, da un momento all’altro», conclude una fonte autorevole. In Vaticano credono che la pubblicazione del presunto report sull’allontanamento della ragazzina che suonava il flauto, insomma, sia solo l’inizio di una battaglia a colpi di carte. E di veleni.

    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/09/27/news/vaticano-la-fabbrica-dei-dossier-1.310790
  • Pedofilia nella Chiesa, i numeri dello scandalo

    Pedofilia nella Chiesa, i numeri dello scandalo

    Ogni anno quasi 600 denunce all’attenzione del Vaticano. E 900 preti ridotti allo stato laicale in un decennio. Solo la Chiesa Usa spende 3 miliardi tra terapie e spese legali. L’allarme di papa Francesco

    Francesco non ha lasciato spazio a dubbi: «La Chiesa è stata tardiva nell’affrontare il problema della pedofilia». E, ha aggiunto, «da parte mia non ci sarà mai una grazia per i protagonisti di questa vergogna». La piaga degli abusi sui minori all’interno del clero, d’altra parte, si è diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo e si è arrivati anche ad 800 denunce in un solo anno in Vaticano. Era il 2004, ma anche negli ultimi anni i casi sottoposti all’ex sant’Uffizio si aggirano intorno ai 600 l’anno.

    L’INTERVENTO DI PAPA RATZINGER. Queste dunque le denunce di tipo “canonico”, secondo i dati forniti dal Vaticano nel 2013, ma restano poi le inchieste giudiziarie aperte dalla magistratura civile. Uno scandalo enorme, che ha visto oggi il forte intervento di Papa Francesco, è che portò Benedetto XVI, già da cardinale con la responsabilità di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l’istituzione vaticana che si occupa della materia) ad alzare i tappeti sotto i quali era nascosta la ‘polvere’ e a decidere per la ‘tolleranza zero’.

    NOVECENTO PRETI RIDOTTI ALLO STATO LAICALE. Linea confermata e rafforzata da Bergoglio, che ha assunto in questi anni di pontificato una serie di decisioni molto forti. Anche quella di voler processare in Vaticano un nunzio, un alto esponente della diplomazia, come nel caso di Jozef Wesolowski. In 10 anni, dal 2004 al 2013, sono stati circa 900 i preti ridotti allo stato laicale. Praticamente ‘cacciati’ dalle gerarchie e impossibilitati a proseguire nel loro ministero sacerdotale. Questi sono gli ultimi dati diffusi dallo stesso Vaticano, nel 2014, in occasione dell’inchiesta aperta in sede Onu nel Comitato contro la tortura.

    LA CHIESA AMERICANA HA SBORSATO 3 MILIARDI. Ma enorme non è solo il numero dei casi e di Paesi coinvolti nello scandalo della pedofilia da parte di uomini di Chiesa. Gigantesche sono state anche le cifre già sborsate in alcune realtà per i reati commessi da ecclesiastici. La sola Chiesa degli Stati Uniti ha già pagato nell’ultimo decennio, quando le denunce sono venute alla luce e sono state coinvolte anche le Corti di Giustizia, quasi 3 miliardi di dollari, tra patteggiamenti, terapie e spese legali. In questo contesto emblematico è proprio il caso di Boston, raccontato nel film Il caso Spotlight che ha vinto l’Oscar.

    IN AUSTRALIA SOTTO ACCUSA IL 7% DEI PRETI. L’attuale cardinale della cittadina americana, Sean Patrick O’ Malley, scelto da papa Francesco per presiedere la Commissione vaticana sulla pedofilia, dopo aver ‘ereditato’ la difficile situazione creata dal suo predecessore, Bernard Francis Law, decise di vendere il palazzo vescovile e scelse per sé una residenza ordinaria, proprio al fine di risarcire le vittime di pedofilia. Anche in Australia – dove è ancora in corso la vicenda che riguarda il cardinale George Pell, il ministro dell’Economia vaticana al momento in ‘congedo’ dall’incarico – il caso ha assunto dimensioni drammatiche: il 7% dei preti cattolici australiani è accusato di aver commesso abusi sessuali su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime, 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto, fra il 1980 e il 2015, 4.444 persone hanno denunciato abusi di preti o religiosi di 93 entità della Chiesa australiana.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2017/09/21/pedofilia-nella-chiesa-i-numeri-dello-scandalo/213851/

  • IL VESCOVO DELPINI HA COPERTO UN CASO DI PEDOFILIA? IL VATICANO SAPEVA PRIMA DI NOMINARLO ARCIVESCOVO DI MILANO

    IL VESCOVO DELPINI HA COPERTO UN CASO DI PEDOFILIA? IL VATICANO SAPEVA PRIMA DI NOMINARLO ARCIVESCOVO DI MILANO

    Milano, il caso don Mauro Galli continua a riservare nuove sorprese, a soli pochi giorni dall’udienza fissata dal giudice dott. Ambrogio Moccia del tribunale di Milano prevista per il prossimo 10 ottobre ore 9.30 sezione V aula 5 dove potrebbero essere già sentiti i primi testimoni tra cui non è escluso possa comparire anche il nome di mons. Mario Enrico Delpini appena eletto da Papa Francesco Arcivescovo di Milano, emergono nuovi preoccupanti documenti.

    Mons. Delpini farà appena in tempo a fare il suo ingresso ufficiale nella cattedrale Metropolitana il 24 settembre che già sarà costretto ad occuparsi non tanto della diocesi o dei fedeli ma di una “grana legale”, attraverso lo studio penalista del prof. Mario Zanchetti al servizio della potente curia Milanese e specializzato in reati di pedofilia all’interno del clero.

    Riguardando gli articoli che abbiamo già qui pubblicato si evince la linea omissiva di mons. Delpini: 1) aveva saputo dal parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, pochi giorni dopo il fatto (siamo nel dicembre del 2011) che don Mauro Galli (all’epoca dei fatti prete degli oratori di Rozzano) aveva portato nel proprio letto un minore; 2) aveva personalmente deciso di mettere a tacere la vicenda (non aveva iniziato nessuna Indagine Previa – indagine canonica, ne tantomeno denunciato il fatto alla procura della repubblica) dando invece precise indicazioni e disponendo l’immediato spostamento del don Galli in un altra parrocchia della Diocesi (a Legnano), come responsabile della pastorale giovanile di ben quattro oratori frequentati, come ovvio che sia, da bambini di famiglie che hanno la massima fiducia nella chiesa, esattamente come l’avevano i genitori del minore di Rozzano.

    vedi approfondimenti:

    Tuttavia non ci saremmo certamente aspettati che la Santa Sede e la Congregazione per la Dottrina della Fede che sapevano perfettamente del maldestro operato di mons. Mario Delpini (utilizziamo il termine “maldestro” prendendo in prestito testualmente la definizione offerta e scritta dal Cardinale Angelo Scola che si riferiva appunto all’operato dei suoi collaboratori

    vedi copia del documento originale: Rozzano – Don Mauro Galli: IL CARDINALE SCOLA DEFINISCE MALDESTRE LE SCELTE DEI SUOI COLLABORATORI).

    Non ci saremmo mai aspettati che sia la Santa sede che la Congregazione per la Dottrina della Fede fossero perfettamente al corrente dei fatti, avendo a disposizione documenti, esplicite denunce e testimonianze ben prima di nominare l’ex vicario generale Mons. Delpini quale Arcivescovo di Milano, quando già da tempo il Santo Padre Papa Francesco aveva con forza e in più occasioni proclamato la famosa “Tolleranza Zero” verso la piaga della pedofilia all’interno del clero ed in particolare verso i Vescovi che si macchiano del “peccato” di omissione per questi casi…”

    Scriveva: “meglio la macina di mulino al collo” (vedi citazioni riportate da un parrocchiano di Rozzano PAROLE DI PAPA FRANCESCO: QUANDO I FATTI? – Riflessioni di un lettore cattolico sul caso di Rozzano).

    Il 22 marzo 2016, cioè ben prima della nomina del nuovo Arcivescovo di Milano Mario Delpini, la Nunziatura Apostolica riferisce che la Congregazione per la dottrina della Fede (che ha anche il dovere di giudicare l’operato dei Vescovi), ha ricevuto la missiva relativa alla denuncia del comportamento degli allora collaboratori del Cardinale Angelo Scola, mons. Mario Delpini ex vicario generale e mons. Pierantonio Tremolata ex Vescovo ausiliario oggi Vescovo di Brescia, riferisce di aver preso a cuore la vicenda, ringrazia i famigliari della vittima per la sincera apertura e il coraggio nell’aver esposto denuncia (fornendo ovviamente prova documentale di quanto dichiarato) e si impegna a tempo debito, cioè al termine del processo in corso (riferendosi al processo relativo a don Mauro Galli) di esaminare la denuncia e relativo materiale.

    Nel frattempo tuttavia, evidentemente con scrupolosa coscienza, prima del termine del processo o comunque prima che fosse emanata o resa nota alcuna sentenza la santa sede decide di nominare mons. Delpini Arcivescovo di Milano e mons. Tremolata Vescovo di Brescia.

    Non avendo alcun riscontro rispetto all’esito delle citate “analisi a tempo debito”, non ci resta che seguire con attenzione il corso del Processo che attende la prossima udienza il 10 ottobre presso la quinta sezione penale del tribunale di Milano ore 9.30 aula 5; non ci resta che attendere l’eventuale testimonianza che potrà fornire direttamente Mons. Delpini in una delle prossime udienze: capiremo se confermerà di aver appreso da don Carlo Mantegazza del presunto abuso nei giorni immediatamente dopo il fatto o se viceversa don Carlo ha giurato il falso, capiremo se confermerà di aver acquisito la confessione diretta da parte di don Mauro Galli pochi giorni dopo il fatto (che dichiarava di aver dormito con il minore…), capiremo se confermerà di aver deciso lui lo spostamento di don Mauro ancora una volta a contatto con i minori, come se nulla fosse, non denunciando il caso e liquidando/rassicurando la famiglia circa l’impossibilita che il Galli fosse nuovamente in relazione con i minori; capiremo se confermerà di aver attivato lui personalmente la difesa e tutela legale di don Mauro Galli, capiremo in altre parole esattamente il ruolo, le decisioni, le responsabilità assunte sapientemente e in prima persona da Mons. Delpini tanto da meritarsi di essere elevato ad Arcivescovo di Milano in perfetta sintonia con quanto proclamato dal Papa sul tema specifico nella lotta alla pedofilia e omissione da parte dei Vescovi.

    Nel frattempo trapelano già altre interessanti indiscrezioni, pare ci siano almeno una decina di registrazioni dei colloqui, di cui probabilmente alcune già da tempo a disposizione della Congregazione per la Dottrina della Fede, la Nunziatura Apostolica e il Santo Padre, oltre che la Magistratura, che possano svelare l’autentico pensiero di Mons. Delpini (e Mons. Tremolada) rispetto alla sua stessa gestione del presunto caso di abuso sessuale.

    In attesa di nuovi elementi, e in funzione del quadro che si andrà a delineare anche attraverso il processo penale, saremo curiosi di vedere come verranno risolte, se verranno mai risolte, le attuali evidenti contraddizioni rispetto a quanto enunciato da Papa Francesco che per altro invita a denunciare con nomi e cognomi come nello specifico caso è stato denunciato esplicitamente al Santo Padre Mons. Delpini e Mons. Tremolata, contraddizioni con le Linee Guida della Cei per i casi di Pedofilia che impongono l’immediato avvio delle indagini da parte del Vescovo anche solo in presenza di un sospetto di abuso e il tassativo divieto di spostare il prete sospettato a svolgere un incarico con i minori almeno fino al termine delle indagini, evidenti contraddizioni rispetto alla prevista sospensione dei Vescovi in caso di comportamento omissivo come quello del Vescovo Delpini e l’attuale sua promozione.

    di Redazione

  • L’arcivescovo di Lione sarà processato per omessa denuncia sui casi di pedofilia di Padre Preynat

    L’arcivescovo di Lione sarà processato per omessa denuncia sui casi di pedofilia di Padre Preynat

    In estate l’archiviazione, poi le vittime hanno fatto ricorso. Philippe Barbarin è accusato di non essere intervenuto nonostante sapesse

    Si riapre il caso dei preti pedofili in Francia. Il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, sarà a processo dal 4 al 6 aprile prossimo per il caso della mancata denuncia di aggressioni sessuali su minori commesse da un prete della sua diocesi oltre 25 anni fa. È quanto riferisce la giustizia francese citata da BFM-TV. Il cardinale deve comparire insieme ad altre sei persone.

    Dopo l’archiviazione della scorsa estate, la vicenda sembrava definitivamente chiusa. Ma dieci vittime di Padre Preynat – indagato lo scorso anno per abusi sessuali perpetrati fino al 1991 su un gruppo di scout della regione di Lione – hanno presentato un altro ricorso. Da parte sua, la diocesi di Lione ha subito denunciato un “accanimento”.

    Barbarin, 66 anni, viene accusato di non aver denunciato le azioni di padre Preynat, nonostante sapesse, e di averlo mantenuto al suo posto al fianco dei bambini fino al 2015. La legale delle vittime, Nadia Debbache, sottolinea tuttavia che il caso “non riguarda una persona sola: ognuno al suo livello vi ha partecipato, incluso in Vaticano”.

    Oltre a Barbarin – scrive HuffPost France – sono chiamati a comparire in tribunale l’arcivescovo di Auch, Maurice Gardès, e il vescovo di Nevers, Thierry Brac de la Perrière, ex membri della diocesi di Lione, come anche Luis Ladaria Ferrer, segretario della Congregazione per la dottrina della Fede in Vaticano. Citati anche l’ex capo di gabinetto del cardinale, Pierre Durieux, oggi a Nantes, Régine Maire, incaricata della cellula di ascolto delle vittime, e il vicario Xavier Grillon, all’epoca superiore gerarchico diretto di padre Preynat.

    Ladaria Ferrer è chiamato a comparire in quanto venne consultato sul caso dai prelati francesi. Secondo una lettera sequestrata durante le perquisizioni, assicurò all’arcivescovo di Lione di aver preso “tutte le misure disciplinari adeguate evitando lo scandalo pubblico”. Il che, secondo un altro legale delle vittime Jean Boudot, significava “non rivolgersi alla giustizia”.

    http://www.huffingtonpost.it/2017/09/19/larcivescovo-di-lione-sara-processato-per-omessa-denuncia-sui-casi-di-pedofilia-di-padre-preynat_a_23215036/

  • Francia, Pedofilia: il cardinale Barbarin a processo, non denunciò un prete orco

    Francia, Pedofilia: il cardinale Barbarin a processo, non denunciò un prete orco

    CITTA’ DEL VATICANO – Il cardinale francese Philippe Barbarin dovrà comparire davanti al tribunale di Lione, il prossimo aprile, per rispondere di accuse pensantissime: per non aver denunciato alla giustizia (civile) un prete-orco che ha molestato nel corso di vari anni diverse vittime. Il caso Barbarin  era stato in precedenza archiviato ma poi  è stato riaperto grazie alle pressioni svolte dalle vittime di padre Bernard Preinat, un pedofilo seriale che avrebbe abusato di ragazzi, durante campi scout, nei primi anni Novanta. Una storia terribile di violenze e di silenzi.

    Barbarin pur avendo saputo di questi crimini ha mantenuto padre Preinat in ruoli pastorali che comportavano sempre contatti con i giovani. I legali della difesa sottolineano che il cardinale Barbarin non ha fatto altro che comportarsi come tutti gli altri vescovi in circostanze simili, visto che nella Chiesa esisteva una sorta di codice comportamentale teso a contenere gli scandali e la diffusione di notizie scabrose che avrebbero nuociuto al buon nome del clero. Barbarin dovrà comparire in tribunale il 4 e 6 aprile 2018. Assieme a lui – secondo l’Afp – sono convocate altre quattro persone compreso monsignor Luis Ladaria, perfetto della Congregazione per la Fede, anch’esso accusato di complicità per avere consigliato a Barbarin di prendere «le misure disciplinari adeguate per evitare lo scandalo pubblico» e quindi di evitare di muovere la giustizia civile. “La giustizia avanza» si è felicitato Pierre Germain Thill, una delle vittime, mettendo  in evidenza che questo nuovo capitolo servirà per «fare evolvere la mentalità e la legislazione in materia. Non si tratta di processare un aggressore, ma la gerarchia della Chiesa».

    Il caso è stato riaperto grazie alle vittime. Eppure l’11 dicembre 2016 il procuratore della Repubblica di Lione non aveva riscontrato alcuna infrazione penale da parte del cardinale  Philippe Barbarin. Nel febbraio di due anni fa il cardinale era stato accusato di «non aver denunciato un’aggressione sessuale e non aver assistito la persona in pericolo in relazione ai fatti imputati a padre Jérôme Billioud nel 1990 e 1993». L’allora  premier transalpino Manuel Valls invitò l’arcivescovo “ad assumersi le sue responsabilità: non mi aspetto parole ma fatti”.

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/vaticano_pedofilia_papa_francesco_francia_lione_barbarin_cardinale_ladaria_congregazione_vittime_abusi-3249171.html

  • Emanuela Orlandi, nuovo dossier ma il Vaticano nega

    Emanuela Orlandi, nuovo dossier ma il Vaticano nega

    ‘Falso e ridicolo’. La famiglia vuole incontrare Parolin

    Il portavoce vaticano Greg Burke ha definito la documentazione “falsa e ridicola”. “Non ho mai visto quel documento pubblicato da Fittipaldi – ha detto il cardinale Giovanni Battista Re, che risulta tra i destinatari di un documento pubblicato dal giornalista – e non ho mai ricevuto alcuna rendicontazione su eventuali spese effettuate per il caso di Emanuela Orlandi”. Il cardinale, Prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi, all’epoca era Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato. Verifiche sono in corso sull’autenticità del carteggio.

     “Ho grande stima per Fittipaldi e le sue inchieste, ma su questa vicenda delle note spese ho dei dubbi”, commenta Ferdinando Imposimato, presidente emerito della Corte di Cassazione. “Su questo documento io mi permetto di avere qualche dubbio. Sicuramente stava nell’archivio di Monsignor Balda, ma non è che tutto quello che sta là dentro è vangelo”, anche se, ha aggiunto,  “i collegamenti del Vaticano con il sequestro Orlandi sono numerosi. I punti fermi in questa storia ci sono senz’altro e tutti portano al coinvolgimento di elementi interni al Vaticano”, ha concluso

    E, alla luce del documento emerso in queste ore, la famiglia di Emanuela Orlandi ha espresso la volontà di incontrare “il Segretario di Stato Vaticano, con serenità, non contro ma per cercare insieme la verità”. “Papa Francesco dice sempre che la verità non è negoziabile, vorremmo cercarla insieme”, dice all’ANSA l’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia. “Non sappiamo se sia vero o falso. In entrambi i casi riteniamo sia una cosa grave. Per questo rinnoviamo la nostra richiesta di confronto” con la Santa Sede, dice Sgrò.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/09/18/emanuela-orlandi-un-documento-di-fittipaldi-riapre-il-caso_5a0dfab3-a77d-421f-8f62-6a76d25d2883.html

  • Dossier Orlandi, il Vaticano: «Falso e Ridicolo». Il fratello Pietro: «Il muro sta cadendo»

    Dossier Orlandi, il Vaticano: «Falso e Ridicolo». Il fratello Pietro: «Il muro sta cadendo»

    Non si è fatta attendere la smentita della Santa Sede al documento pubblicato dall’Espresso. Anche Giovanni Battista Re, arcivescovo destinatario delle cinque pagine, risponde: «Mai viste quelle carte»

    DI FEDERICO MARCONI

    “Documentazione falsa e ridicola”. La Santa Sede, attraverso il suo portavoce Greg Burke, commenta così le rivelazioni sul Caso Orlandi pubblicate questa mattina da l’Espresso e Repubblica . Nelle cinque pagine del documento “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato della Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi” sarebbero rendicontati i 483 milioni di lire spesi dalla città-Stato dal 1983 al 1997 per la quindicenne scomparsa il 22 giugno di 34 anni fa.

    Il documento sarebbe stato redatto dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora a capo dell’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (di cui appare la firma dattiloscritta, ma non quella autografa, ndr) e inviato agli arcivescovi Jean Luis Tauran, segretario di Stato e Giovanni Battista Re, suo sostituto.

    E proprio Re, oggi Prefetto emerito della Congregazione per i vescovi, questa mattina è stato il primo a commentare. «Non ho mai visto quel documento pubblicato da Fittipaldi, non ho mai ricevuto alcuna rendicontazione su eventuali spese effettuate per il caso di Emanuela Orlandi».

    «Il muro sta cadendo». Così scrive su Facebook Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che da sempre lotta contro l’omertà che in Vaticano circonda la scomparsa della sorella. Lo scorso 26 marzo ha scritto una lettera appello a Papa Francesco: «Abbiamo il diritto di conoscere la verità contenuta in quei documenti e se sulla scomparsa di Emanuela fu posto il Segreto Pontificio, La prego di sciogliere i sigilli a tale imposizione che osteggia il raggiungimento della verità e della giustizia».

    «In Vaticano, ci sono carte secretate, a conoscenza di alcune autorità della Santa Sede, che contengono passi importanti di questa disumana vicenda e che potrebbero permetterci di riabbracciare Emanuela o darle una degna sepoltura» continua Pietro Orlandi nella lettera indirizzata al pontefice, riferendosi al «dossier “Rapporto Emanuela Orlandi” a disposizione, nel 2012, della Segreteria Particolare di Papa Benedetto XVI, contenente  informazioni e nomi che potevano condurci alla Verità». Dossier che «stava per essere consegnato ad un magistrato italiano, ma in Vaticano vennero meno alla parola data e il fascicolo rimase occultato».

    «Un caso chiuso». Il 20 giugno la risposta categorica del Vaticano, con le parole di Angelo Becciu, Sostituto per gli affari generali: «Abbiamo già dato tutti i chiarimenti che ci sono stati richiesti. Non possiamo fare altro che condividere, simpatizzare e prendere a cuore la sofferenza dei familiari però per noi è un caso chiuso. Non so se la magistratura ha qualcosa ma noi non abbiamo niente da dire in più rispetto a quanto detto tempo fa».

    http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/09/18/news/dossier-orlandi-la-risposta-del-vaticano-falso-e-ridicolo-il-fratello-pietro-il-muro-sta-cadendo-1.310183?ref=fbpe

  • Emanuela Orlandi, il giallo del nuovo dossier: “Oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per il suo allontanamento”

    Emanuela Orlandi, il giallo del nuovo dossier: “Oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per il suo allontanamento”

    Un documento choc esce dalla Santa Sede. È il cuore di un libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi, “Gli impostori”. Se è vero, apre squarci clamorosi sulla vicenda della ragazzina scomparsa nel 1983. Se falso, segnala uno scontro di potere senza precedenti nel pontificato di Francesco. Ecco un’anticipazione.

    di EMILIANO FITTIPALDI

    Prima di consegnarmi i documenti, la fonte aveva tergiversato per settimane. Nei primi due incontri, durante i quali avevo chiesto consigli su come raggiungere l’obiettivo, aveva escluso con fermezza di avere le carte che cercavo. “Le ho solo lette, se le avessi te le darei, figurati,” aveva chiarito seccamente di fronte alle mie insistenze. Non ero convinto che dicesse la verità, ma tentai le strade alternative che mi aveva indicato. Capii presto che era fatica sprecata, e dopo un po’ tornai alla carica.

    Alla fine, al terzo appuntamento, la fonte ha ammesso di avere il dossier. “Te li do solo perché credo che sia venuto il momento di far luce sulla storia.” Al quarto incontro, avvenuto in un bar del centro di Roma, mi consegnò una cartellina verde. Me ne tornai a casa di corsa senza neanche guardarci dentro.

    Appena varcata la porta del mio studio, la aprii. C’erano dei fogli: una lettera di cinque pagine, datata marzo 1998. È scritta al computer o, forse, con una telescrivente, ed è inviata (così leggo in calce) dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora capo dell’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica), ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Tauran.

    Al tempo, Giovanni Battista Re era il sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato della Santa Sede; Jean-Louis Tauran era il numero uno dei Rapporti con gli stati, un’altra sezione del dicastero della Curia romana che “più da vicino”, come spiega il sito del Vaticano, “coadiuva il Sommo Pontefice nell’esercizio della sua suprema missione”.

    Insomma, Re e Tauran erano nei vertici della Curia e, secondo l’estensore del documento, si sarebbero occupati direttamente della vicenda Orlandi. Il nome di Re era spuntato fuori già dalla lettura della prima sentenza istruttoria sul caso, firmata dal giudice Adele Rando nel 1997.

    La presunta missiva di Antonetti, come molte altre a cui ho avuto accesso nelle mie inchieste sulla Santa Sede, non era firmata a penna. Alla fine, l’autore chiariva che non era stata nemmeno protocollata, “come da richiesta”.

    Leggo il testo della prima pagina tutto d’un fiato.

    “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo stato città del vaticano per le attività relative alla cittadina emanuela orlandi (roma 14 gennaio1968),”, è il titolo.

    “La prefettura dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha ricevuto mandato di redigere un documento di sintesi delle prestazioni economiche resosi necessarie a sostenere le attività svolte a seguito dell’allontanamento domiciliare e delle fasi successive allo stesso della cittadina Emanuela Orlandi.

    “La sezione di riferimento, sotto la mia supervisione, ha provveduto a raccogliere il materiale attraverso gli attori dello Stato che hanno interagito con la vicenda.

    “Moltissimi limiti nella ricostruzione sono stati riscontrati nell’impossibilità di rintracciare documentazione relativa agli agenti di supporto utilizzati sul suolo italiano stante il divieto postomi di interrogare le fonti, incaricando esclusivamente il capo della Gendarmeria Vaticana in questo senso.

    “L’attività di Analisi è suddivisa in archi temporali rilevanti per avvenimenti e per spese sostenute.

    “Il documento non include l’attività commissionata da Sua Eminenza Reverendissima Cardinale Segretario di Stato Emerito Agostino Casaroli al ‘Commando 1’, in quanto alcun organo a noi noto o raggiungibile è a conoscenza di quanto emerso e della quantità di denaro investita nell’attività citata.

    “I documenti allegati (197 pagine) al presente rapporto sono presentati in originale per la parte relativa ai pagamenti per i quali è stata rilasciata quietanza, sono presentati in forma di resoconto bancario le quantità di denaro utilizzate e prelevate per spese non fatturate.”

    La lettera che ho in mano sembra, o vuole sembrare, un documento di accompagnamento a una serie di fatture e materiali allegati di quasi duecento pagine che comproverebbero alla segreteria di Stato le spese sostenute per Emanuela Orlandi in un arco di tempo che va dal 1983 al 1997. Scorro rapidamente le fredde voci di costo elencate. Delineano scenari nuovi e oscuri su una vicenda di cui si è scritto e ipotizzato molto, e su cui il Vaticano ha sempre negato di avere informazioni ulteriori rispetto a quanto raccontato e condiviso con i giudici italiani che hanno investigato in questi ultimi trentaquattro anni.

    Il dossier sintetizza gli esborsi sostenuti dal Vaticano dal 1983 al 1997. La somma totale investita nella vicenda Orlandi è ingente: oltre 483 milioni, quasi mezzo miliardo di lire.

    L’elenco riempie pagina due, tre, quattro e, in parte, cinque del rendiconto. La prima voce riguarda il pagamento di una “fonte investigativa presso Atelier di moda Sorelle Fontana”. La Orlandi, nell’ultima telefonata alla famiglia prima della sparizione, aveva in effetti detto che qualcuno le aveva proposto di pubblicizzare i prodotti di una marca di cosmetici, la Avon, durante una sfilata delle stiliste Fontana. Per la fonte, la Santa Sede aveva sborsato 450.000 lire. C’era un’altra spesa per la “preparazione all’attività investigativa estera” costata altre 450.000 lire, uno “spostamento” da ben 4 milioni di lire e, soprattutto, le “rette vitto e alloggio 176 Chapman Road Londra”.

    Chi ha scritto il documento, come vedremo, aveva digitato male l’indirizzo: a quello giusto c’è la sede londinese dei padri scalabriniani, la congregazione dei missionari di San Carlo fondata nel 1887 da Giovanni Battista Scalabrini. Dagli anni sessanta gestiscono un ostello della gioventù destinato esclusivamente a ragazze e studentesse. Nel periodo 1983-1985, per le rette, erano stati versati 8 milioni di lire. Il prezzo giusto, mi dico, per ospitare una persona in quell’arco temporale (per dare un ordine di misura, nel 1983, secondo i dati storici della Banca d’Italia, lo stipendio medio di operai e impiegati era di circa 500.000, 600.000 lire nette al mese).

    La prima pagina si chiude con i costi per l’”indagine formale in collaborazione con Roma” (23 milioni) e con la misteriosa “attività di indagine riservata extra ‘Commando 1’, direzione diretta Cardinale Casaroli”, per una cifra di 50 milioni di lire. Agostino Casaroli era il segretario di Stato che nella vicenda Orlandi ha avuto un ruolo importante, soprattutto all’inizio.

    La nota, nella seconda e nella terza pagina, racconta i costi sostenuti per l’”allontanamento domiciliare” di Emanuela nel periodo “febbraio 1985-febbraio 1988”. Si elencano dispendiosi viaggi a Londra di esponenti vaticani di altissimo livello, soldi investiti per la “attività investigativa relativa al depistaggio”, spese mediche in ospedali e fatture per specialisti in “ginecologia”. Si parla di “un secondo” e di “un terzo trasferimento”, di decine di milioni di lire per “rette omnicomprensive” di vitto e alloggio.

    Gli anni scorrono. Arrivo all’ultima pagina. Il documento segnala che il resoconto dei costi per le attività relative alla cittadina Orlandi e al suo “allontanamento domiciliare” si riferisce stavolta al periodo “aprile 1993-luglio 1997”. Le voci del quadriennio sono solo tre: oltre alle solite rette (con “il dettaglio mensile e annuale in allegato 22”) e ad altre “spese sanitarie forfettarie”, figura il capitolato finale. Mi si gela il sangue: “Attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano, con relativo disbrigo pratiche finali: L. 21.000.000”.

    La lista finisce qui, ma in fondo alla quinta pagina il mittente aggiunge una postilla. “Il presente documento è presentato in triplice copia, per dovuta conoscenza ad entrambi i destinatari, si rimanda a documentazione allegata sulle modalità di redazione. Non si espleta funzione di protocollazione come da richiesta. APSA è sollevata dalla custodia della documentazione allegata presentata in originale. In fede, Lorenzo Cardinale Antonetti. Stato Città del Vaticano, A.D. 1998, mese di marzo giorno 28.”

    Smetto di leggere. Il documento, che esce certamente dal Vaticano, anche se non protocollato e privo di firma del suo estensore, pare verosimile. Ma quasi incredibile nel suo contenuto. Dunque, delle due l’una: o è vero, e allora apre per la prima volta squarci impensabili e clamorosi su una delle vicende più oscure della Santa Sede. O è un falso, un documento apocrifo, che mischia con grande abilità tra loro elementi veritieri che inducono il lettore ad arrivare a conclusioni errate.

    In entrambi i casi, il pezzo di carta che ho in mano è inquietante. Perché, fosse un documento non genuino, significherebbe che gira da almeno tre anni un dossier devastante fabbricato ad arte per aprire una nuova stagione di ricatti e di veleni in Vaticano. Chi e quando avrebbe costruito un simile documento, che come vedremo contiene dettagli, indirizzi, nomi e circostanze molto particolari che solo un soggetto “interno” alla Città Santa poteva conoscere così bene? Se non è davvero stato scritto dal cardinale Antonetti, chi l’ha redatto con tale maestria, e chi l’ha poi messo, anni fa, nella cassaforte della Prefettura?

    Difficile rispondere ora a queste domande. Ma è chiaro che, se il documento fosse falso, la Gendarmeria guidata da Domenico Giani avrà parecchio da lavorare. Il report fasullo potrebbe essere rimasto nascosto per anni in qualche cassetto, mai usato (almeno fino ad ora) e infine dimenticato. O potrebbe essere stato costruito ad hoc più di recente, dopo il furto del marzo del 2014, e restituito dai ladri insieme ad altri documenti certamente veritieri. Ma se è così, perché monsignor Abbondi non ha detto davanti ai magistrati di papa Francesco che lo interrogavano sul contenuto del plico anonimo con i documenti rubati che era tornato, tra gli altri, anche un dossier sulla Orlandi che non aveva mai visto, e quindi forse fasullo? Perché ha parlato genericamente di carte “sgradevoli”?

    È pure evidente, però, che il report non spiega chiaramente cosa sia accaduto alla ragazzina che amava le canzoni di Gino Paoli, né accusa con nome e cognome qualcuno di responsabilità specifiche sul rapimento e sulla fine di Emanuela. Per quanto incredibile, cerco di costringermi a pensare che il documento possa essere anche una lettera autentica. Il report di un burocrate, il cardinale Antonetti appunto, che rendiconta minuziosamente ai due destinatari tutte le spese sostenute per “l’allontanamento domiciliare” della Orlandi, spese divise per quattro archi temporali definiti. Una pratica obbligatoria nei servizi segreti di ogni Stato del pianeta: alla fine di un’operazione, anche quelle in cui vengono usati fondi neri, i responsabili devono presentare il consuntivo di ogni spesa effettuata ai superiori.

    La missiva è “presentata in triplice copia”, come si usa fare da sempre in Vaticano anche per i documenti riservati (uno va ai destinatari dei vari dicasteri coinvolti, un altro resta nell’archivio dell’Apsa). Stavolta una copia è finita anche negli archivi della Prefettura degli affari economici, cioè il ministero della Santa Sede che aveva il compito di supervisionare le uscite dei vari enti vaticani. Non è una stranezza: nell’enorme armadio blindato che i ladri hanno aperto nel marzo del 2014 ci sono migliaia di documenti provenienti anche da altri enti vaticani. Tra cui, per esempio, le lettere di Michele Sindona spedite non in Prefettura, ma ai cardinali presidenti di pontifice commissioni.

    Fosse veritiero, dunque, il rendiconto datato marzo 1998, pur in assenza delle 197 pagine di fatture, darebbe indicazioni e notizie sbalorditive che potrebbero aiutare a dipanare la matassa di un mistero irrisolto dal 1983. Perché dimostrerebbe, in primis, l’esistenza di un dossier sulla Orlandi mandato alla segreteria di Stato, mai consegnato né discusso con le autorità italiane che hanno investigato per decenni senza successo sulla scomparsa della ragazzina. Perché evidenzierebbe come la chiesa di Giovanni Paolo II abbia fatto investimenti economici importanti su un’attività investigativa propria, sia in Italia sia all’estero, i cui risultati sono a oggi del tutto sconosciuti. Perché il dossier citerebbe un fantomatico “Commando1” guidato direttamente da Agostino Casaroli, potente segretario di Stato della Santa Sede, forse un gruppo di persone composto da pezzi dei servizi segreti vaticani (il corpo della Gendarmeria ha funzioni di ordine pubblico e di polizia giudiziaria, ma svolge anche lavoro di intelligence per la sicurezza dello stato) che ha preso parte alle attività successive alla scomparsa della ragazza.

    Ma, soprattutto, il resoconto diventa clamoroso quando mostra come tra il 1983 e la fine del 1984 il Vaticano, dopo indagini autonome, avrebbe investe in un primo “spostamento” la bellezza di 4 milioni di lire.

    Da allora il campo da gioco dei monsignori che si sarebbero occupati della vicenda di Emanuela si sposta in Inghilterra. In particolare, a Londra.

    Possibile che Emanuela Orlandi sia stata ritrovata viva dal Vaticano e poi nascosta in gran segreto nella capitale inglese? Se non è così, e se il documento è autentico, a chi la Santa Sede ha pagato per quattordici anni “rette vitto e alloggio” elencate in un report che ha come titolo “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi” e per il suo “allontanamento domiciliare”? Come mai nella nota sulla ragazza viene indicato che il capo della Gendarmeria del tempo, Camillo Cibin, avrebbe sborsato la bellezza di 18 milioni di lire, tra il 1985 e il 1988, per andare avanti e indietro da Londra? Chi sarebbe andato a trovare qualche tempo dopo il medico personale di papa Wojtyla, Renato Buzzonetti, insieme a Cibin, “presso la sede l. 21”, una “trasferta” da 7 milioni di lire? Perché e a chi, all’inizio degli anni novanta, il Vaticano avrebbe pagato spese sanitarie – come segnala ancora l’estensore dello scritto – per i controlli (o addirittura un ricovero) alla Clinica St. Mary, sempre a Londra? Chi è andata, sola o accompagnata, a farsi visitare dalla “dottoressa Leasly Regan, Department of Obstetrics & Gynaecology” dello stesso nosocomio un’unica “attività economica a rimborso” di cui il capo dell’Apsa non indica la spesa precisa, invitando a leggere i “dettagli in allegato 28”? (contattata da l’Espresso, la Regan nega di avere fatture a nome della Orlandi, e dice di non poter ricordare, dopo tanti anni, se ha curato una ragazza con le fattezze di Emanuela)

    La storia, secondo il documento, non sembra finire bene. Perché la lista si conclude con un ultimo capitolato di spesa, sull’ “attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano con relativo disbrigo pratiche finali”. Il trasferimento è il quarto segnalato nel report: chi viene portato in Vaticano? Perché nel luglio 1997 la “pratica” di Emanuela Orlandi viene considerata chiusa?

    A metà giugno del 2017 capisco, dal Corriere della Sera, che qualcun altro è ha conoscenza del documento misterioso. La famiglia Orlandi ha infatti presentato un’istanza di accesso agli atti per poter visionare “un dossier custodito in Vaticano”. Il quotidiano accredita che il fascicolo possa contenere resoconti di attività inedite fino al 1997, con dettagli anche di natura amministrativa svolta dalla segreteria di Stato ai fini del ritrovamento”. Capisco che si tratta proprio del report che ho in mano. Il giorno dopo monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli Affari generali della segreteria, nega l’esistenza di qualsiasi carta riservata: “Abbiamo già dato tutti i chiarimenti che ci sono stati richiesti. Il caso per noi è chiuso”. Anche il cardinale Re interviene, assicurando che “la Segreteria di Stato” di cui nel 1997 lui era sostituto “non aveva proprio niente da nascondere.

    Essendo uno dei due destinatari della presunta lettera di Antonetti, decido di chiamarlo, e domandargli se ha mai ricevuto quel report sull “allontanamento domiciliare” di Emanuela Orlandi, e se in caso contrario quello che ho in mano è un report apocrifo che vuole inchiodarlo a responsabilità che lui non ha. L’inizio del colloquio è rilassato. Appena gli leggo il titolo, il cardinale, senza chiedermi nulla nel merito del documento, tronca improvvisamente la conversazione: “Guardi io non so di questo. E mi dispiace non poterla aiutare. Sono qui con altre persone”. Clic.

    La mia ricerca è iniziata nel febbraio del 2017. Leggendo il libro di Francesca Chaoqui e dell’ex direttore della sala stampa del Vaticano Federico Lombardi. Quest’ultimo ricordava come un testimone eccellente del processo che mi vedeva coinvolto, quello su Vatileaks 2, aveva parlato di alcuni documenti trafugati. Il test era monsignor Alfredo Abbondi, capo ufficio della Prefettura degli Affari economici.

    La parte più interessante del suo interrogatorio riguarda un misterioso furto avvenuto nelle stanze di quell’ufficio nella notte tra il 29 e il 30 marzo 2014.

    Dopo mezzanotte, qualcuno si era introdotto nel palazzo senza rompere alcuna serratura dei portoni di accesso, aveva sgraffignato qualche spicciolo negli uffici delle congregazioni ai primi piani dell’immobile e s’era poi concentrato sulla cassaforte e su uno soltanto dei dodici armadi blindati nascosti in una delle stanze della Prefettura, al quarto piano del grande edificio che si affaccia su piazza San Pietro.

    A don Abbondi, la mattina del 14 maggio 2016, i magistrati chiedono conto di quella singolare vicenda. Il prelato spiega che nell’ufficio esisteva “un archivio riservato che era sotto la responsabilità del segretario Balda”, custodito inizialmente “in un armadio in una stanza vicina a quella del monsignore”; aggiunge che “dopo il furto, l’archivio riservato venne piazzato direttamente nella stanza di Vallejo”. Quando il promotore di giustizia gli domanda cosa avessero rubato i ladri, Abbondi specifica che, se dalla piccola cassaforte “portarono via soldi e delle monete, dall’armadio blindato prelevarono invece dei documenti dell’archivio riservato… alcuni dei quali vennero poi riconsegnati in busta chiusa nella cassetta della posta del dicastero”.

    Proprio così: alcune carte trafugate vennero rispedite in un plico anonimo, quasi un mese dopo lo scasso. Un dettaglio già raccontato da Gianluigi Nuzzi. Non solo. Il giornalista aveva pubblicato anche alcuni dei documenti restituiti alla Prefettura, tra cui diverse lettere mandate dal “Banchiere di Dio”, Michele Sindona, a esponenti delle gerarchie vaticane, oltre a missive con riferimenti a Umberto Ortolani, fondatore – insieme a Licio Gelli – della loggia massonica deviata P2.

    “Cosa c’era nel plico?” chiede diretto il promotore di giustizia a don Abbondi. “Documenti di dieci, vent’anni fa, che di fatto non avevano più alcun valore,” risponde il prelato. “Nel riordinare i fogli dopo l’effrazione, vidi che gli atti contenuti nell’archivio non erano tanto relativi alla sicurezza dello stato,” ma a fatti che il monsignore definisce “sgradevoli”. “Sgradevoli,” ripeto tra me e me.

    Riponendo il libro mi domandai se, come ipotizzavano Abbondi e numerosi esponenti della Santa Sede, restituendo alcuni o tutti i documenti trafugati, i ladri avessero voluto lanciare un avvertimento, una minaccia, o se il furto nascondesse in realtà altre motivazioni. Certamente vi avevano collaborato persone informate dei segreti della Prefettura, visto che i banditi, violando un solo armadio blindato, erano andati a colpo sicuro. Di certo Abbondi fa intendere ai magistrati vaticani che i documenti ritornati dopo il furto non sono diversi da quelli che lui sapeva essere conservati nella cassaforte.

    Cominciai a leggere il volume della Chaouqui…Senza tanti giri di parole, la Chaouqui fa poi capire al lettore che, dalla discussione avuta quella mattina con il suo amico (i due in seguito diventeranno acerrimi nemici), aveva compreso che era stato lo stesso Balda a compiere l’effrazione, forse con il supporto di manovalanza esterna. Un’accusa pesantissima.

    Balda, che era già stato sentito dalla Gendarmeria insieme ad altri dipendenti dell’ufficio, ha sempre negato ogni addebito…L’avvocatessa calabrese – che nel 2014, ricordiamolo, era membro della Cosea e lavorava negli uffici della Prefettura che ospitavano la commissione – è uno dei pochissimi testimoni diretti di ciò che avvenne negli uffici dopo l’effrazione. E, come aveva fatto monsignor Abbondi in tribunale durante la sua deposizione, decide di raccontare nel suo libro il momento in cui tornano le carte sottratte un mese prima. Ma se il prete aveva parlato genericamente di documenti “sgradevoli”, la Chaouqui entra nei dettagli, narrando in prima persona: “Alla fine i fascicoli ricompaiono, spediti da mano ignota agli uffici della Prefettura. C’è il dossier su un vescovo molto potente e sulle delicate questioni legate a un’eredità ricevuta quando era nunzio in Francia. Ci sono i resoconti delle spese ‘politiche’ di Giovanni Paolo II ai tempi della Guerra fredda e di Solidarno??. C’è il carteggio tra il banchiere Michele Sindona e il faccendiere Umberto Ortolani, che il Vaticano avrebbe cercato in capo al mondo. C’è il file di Emanuela Orlandi e capisco il finale di una storia che deve rimanere sepolta”…

    Ora ho deciso di pubblicare il documento. Avessero ragione Becciu e il cardinale Re, il documento sarebbe certamente un falso. Sarebbe importante capire allora chi sono gli impostori che l’hanno architettato, e per quali oscuri motivi la storia di una ragazza scomparsa nel 1983 venga ancora usata per ricatti e lotte intestine della città sacra. Ma se le verosimiglianze impressionanti delle note spese del dossier fossero confermate da nuovi elementi determinati, il Vaticano e i suoi alti esponenti avrebbe mentito ancora una volta. E gli impostori sarebbero loro.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/18/news/_oltre_483_milioni_di_lire_spesi_dal_vaticano_per_l_allontanamento_di_emanuela_orlandi_-175790108/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1#gallery-slider=175790425

  • Pedopornografia, Santa Sede indaga su diplomatico in Usa

    Pedopornografia, Santa Sede indaga su diplomatico in Usa

    La Santa Sede ha aperto un’indagine per pedopornografia nei confronti di un suo rappresentante diplomatico in servizio presso la nunziatura di Washington. Si tratta del consigliere di nunziatura monsignor Carlo Alberto Capella, di origine emiliana, fino al 2015 in servizio in Segreteria di Stato come officiale della Sezione per i Rapporti con gli Stati. In questa veste aveva partecipato alla sottoscrizione della Convenzione fiscale con lo Stato italiano. Il promotore di giustizia ha aperto il fascicolo dopo che lo scorso 21 giugno il Dipartimento degli Stati Uniti aveva notificato il possibile reato.

    Attualmente il sacerdote indagato è stato richiamato in Vaticano, ospitato presso il Collegio dei Penitenzieri. Sull’indagine, ha rimarcato il portavoce Greg Burke, la Santa Sede mantiene il «massimo riserbo». Il reato di pedopornografia è previsto dalla Santa Sede nella legge numero VIII del 2013. La legge – che introduce modifiche al codice di diritto penale per diverse tipologie di reato, – tratta del reato di pedopornografia negli articoli 4, 10 e 11, che riguardano definizione del reato, atti di pedopornografia e detenzione di materiale pedopornografico.

    «È una questione grave. Speriamo che la Santa Sede fornisca maggiori dettagli», ha commentato il capo della Conferenza episcopale americana, Cardinale Daniel DiNardo. «Non conosciamo tutti i fatti», ha aggiunto l’arcivescovo di Galverston-Houston, «ma ribadiamo che quando ci sono accuse simili occorre condurre un’inchiesta immediata, completa e trasparente in collaborazione con le autorità di polizia e prendendo passi immediati a tutela dei minori». La notizia delle indagini, pubblicata dal Vaticano in tarda mattinata, ha suscitato scalpore e sconcerto visto che si tratta di un prete non di secondo piano nella gerarchia della diplomazia vaticana, per giunta nella importante nunziatura presso gli Stati Uniti. Pubblicando la notizia dell’avvio dell’indagine, la Santa Sede conferma la linea di massima trasparenza sui casi di pedofilia del clero, decisa da Benedetto XVI e proseguito con altrettanta determinazione da papa Francesco.

    Le fasi che hanno portato all’apertura del fascicolo e al richiamo in Vaticano del sacerdote indagato sono precisate dalla sala stampa vaticana: «Si rende noto – si legge in un comunicato – che il 21 agosto scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha notificato, per via diplomatica, la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di un membro del corpo diplomatico della Santa Sede accreditato a Washington.

    La Santa Sede, secondo la prassi adottata dagli Stati sovrani, ha richiamato il sacerdote in questione il quale si trova attualmente nella Città del Vaticano. Ricevute le informazioni dal governo statunitense, la Segreteria di Stato le ha trasmesse al Promotore di Giustizia del Tribunale vaticano. Il Promotore di Giustizia ha aperto un’indagine ed è stata già avviata una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi relativi al caso». La Santa Sede, infine, ricorda che, «come è previsto dalle leggi vigenti per tutte le istruttorie preliminari, le indagini del Promotore di Giustizia sono protette dal necessario riserbo istruttorio».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/vaticano_pornografia_diplomatico_usa-3241220.html