Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Santa Sede e abusi sessuali, progressi e ostacoli nell’azione di pulizia

    Santa Sede e abusi sessuali, progressi e ostacoli nell’azione di pulizia

    Diverse e importanti le norme emanate dagli ultimi due Pontefici per fermare il fenomeno pedofilia. Il problema della denuncia dei responsabili alle autorità civili, le resistenze interne, il timore per il «buon nome della Chiesa». Le indicazioni chiare di Ratzinger e Bergoglio.

    FRANCESCO PELOSO – CITTÀ DEL VATICANO

    Lo scandalo degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa è tornato d’attualità negli ultimi mesi. Nuovi casi di certo sono venuti alla luce in varie parti del mondo; poi c’è stata la testimonianza del cardinal George Pell, «ministro delle finanze vaticano», davanti alla Royal commission australiana, per eventuali responsabilità nell’aver coperto episodi del passato. Si tratta di elementi diversi che hanno contribuito a riportare l’attenzione sul tema. Ma naturalmente anche la pellicola «Spotlight», vincitrice dell’oscar come miglior film, ha dato il suo contributo. Il film racconta l’inchiesta del Boston Globe sulla piaga pedofilia nella diocesi americana, da quel «big bang» che scosse l’opinione pubblica, presero il via migliaia di denunce in tutti gli Stati Uniti, la vicenda portò inoltre alle dimissioni del cardinale Bernard Law, all’epoca arcivescovo di Boston. Casi di pedofilia da parte del clero, del resto, sono emersi in temi recenti – a livello giudiziario – anche in Italia.

    E inevitabilmente l’attenzione è tornata su un tema specifico: ovvero su quali provvedimenti sono stati presi dalla Santa Sede per contrastare il fenomeno e in modo specifico quella strategia del cover up, cioè dell’insabbiamento o della copertura dei sacerdoti responsabili, che tanto discredito ha gettato sulla Chiesa provocando la delusione e l’allontanamento di moltissimi fedeli. In tal senso è stato giustamente ripetuto che sia Benedetto XVI, sia Francesco, hanno dato indicazioni inequivocabili alle chiese locali, ai vescovi e alle strutture vaticane, per porre fine a scelte di anteporre la tutela dell’istituzione rispetto alle salvaguardia dei minori in generale e delle vittime in particolare.

    Il problema della denuncia  

    Diversi sono stati gli interventi dei pontefici in questo campo; fra quelli più significativi ci fu la lettera inviata nel 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a tutte le conferenze episcopali del mondo, per aiutarle a preparare le linee guida anti-pedofilia (nel 2010 erano state aggiornate le norme sui gravioribus delictis). È qui che si riscontra il principio della collaborazione con le autorità civili, cioè quell’elemento che doveva scardinare appunto la politica della segretezza e delle coperture. «L’abuso sessuale di minori – si legge nel testo – non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile». «Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi – si afferma ancora – tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».

    Da questo testo sono scaturite due linee interpretative: una in base alla quale se nell’ordinamento di un paese non è previsto obbligo di denuncia per il vescovo – è il caso dell’Italia, per esempio – questo non deve essere contemperato nelle linee guida di quella nazione. Un’altra lettura afferma invece che, più semplicemente, laddove il reato di abuso contro il minore è codificato, questo va comunicato alle autorità civili pur tenendo conto dei diritti dell’accusato. La lettera poi introduce diversi altri aspetti importanti nella gestione del fenomeno, fra cui una generale priorità data alle vittime come indicazione concreta e anche culturale. Vale infine la pena ricordare, sul punto specifico del rapporto con la magistratura, che di recente il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha parlato di «obbligo morale e civile» nella denuncia di episodi di abusi su minori.

    Tribunali e vittime  

    Da rilevare ancora che Benedetto XVI ha dato un altro esempio concreto incontrando varie volte le vittime degli abusi, cioè ha mostrato pubblicamente come ci si doveva comportare verso quanti erano stati colpiti. Francesco, da parte sua, ha celebrato a Santa Marta una Messa con un gruppo di vittime (2014); nell’omelia dice molte cose, ma qui interessa sottolineare un passaggio: «Chiedo perdono – affermò nella circostanza il Papa – anche per i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da familiari e da coloro che sono stati vittime di abuso. Questo, inoltre, ha recato una sofferenza ulteriore a quanti erano stati abusati e ha messo in pericolo altri minori che si trovavano in situazione di rischio». Il peccato di omissione veniva precisato a dovere, e del resto di recente papa Francesco ha pure osservato che il vescovo responsabile di aver coperto un prete pedofilo dovrebbe dimettersi.

    Ancora un passo indietro: nel 2010 Papa Ratzinger si rivolgeva alla Chiesa irlandese colpita in modo clamoroso dallo scandalo (diverse inchieste governative avevano portato alla luce una realtà di abusi sconcertante e la stessa Santa Sede avviò una serie complessa di indagini), con una lettera dove si analizzava il fenomeno, Benedetto XVI disse fra l’altro: «Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti». E ancora elencando le diverse cause all’origine della tragedia, Ratzinger sottolineava pure: «una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona». Insomma il magistero degli ultimi due Pontefici è chiaro e si è avvalso di norme interne e di richiami alla Chiesa universale come a singoli episcopati.

    Nei primi tre anni di pontificato di papa Francesco è stata poi creata la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori sotto la guida del cardinale O’Malley, della quale fanno parte anche alcune vittime; tuttavia di recente, una di questa, Peter Saunders, si è allontanato dall’organismo in questione polemicamente, giudicando ancora insufficiente l’impegno della Santa Sede per fronteggiare il fenomeno.

    Ostacoli alla trasparenza  

    D’altro canto anche dentro la Chiesa e perfino nella Curia romana, ci sono i sostenitori del cambiamento e della trasparenza e chi invece, fra motivazioni burocratiche, legislative o semplicemente perché teme una perdita di status del proprio ruolo, pone ostacoli o intralci all’attuazione di una politica severa in materia.

    Papa Francesco nel giugno scorso aveva annunciato, per esempio, la creazione di una sezione specifica della Congregazione per la Dottrina della Fede per giudicare i vescovi che non avevano dato seguito alle denunce o notizie di abusi commessi da un sacerdote (reato di abuso d’ufficio). L’iniziativa è completamente ferma a causa di ostacoli per lo più burocratici, come spiega un’accurata inchiesta dell’Associated Press. Nel luglio del 2013 inoltre, il Papa aggiornò il codice penale vaticano introducendo una serie di reati relativi alla pedofilia, fra questi venne punita in modo severo ogni forma di sfruttamento del minore a fini sessuali compreso l’utilizzo di materiale pedopornografico in qualsiasi formato, compreso il web e gli archivi digitali. Una fattispecie che sembrava fatta apposta per il caso dell’ex-nunzio polacco di Repubblica Dominicana, Jozef Wesolowski, poi morto per cause naturali lo scorso settembre a ridosso del processo che lo vedeva imputato per questi reati proprio in Vaticano.

    Infine qualche numero sull’entità delle denunce che pervengono in Vaticano. In base a quanto riportato dall’agenzia Ansa dal 2004 al 2013 sono stati novecento i preti ridotti allo stato laicale, mentre le denunce arrivate in Vaticano si aggirano intorno alle 600 l’anno, con punte anche di ottocento casi. Naturalmente da questi dati sono esclusi i procedimenti giudiziari civili aperti nei vari paesi, mentre altre vicende continuano a emergere con risvolti inquietanti come è avvenuto di recente per la diocesi di Oaxaca, in Messico.

    Infine di carattere esorbitante sono le cifre sborsate dalla Chiesa, in particolare quella americana, per i risarcimenti dovuti alle vittime negli ultimi vent’anni.

  • Lotta alla pedofilia, Scicluna: “La linea di Benedetto XVI continua”

    Lotta alla pedofilia, Scicluna: “La linea di Benedetto XVI continua”

    Intervista con l’arcivescovo maltese che è stato a fianco di Ratzinger nel contrastare gli abusi sui minori e ora presiede il collegio che si occupa dei ricorsi alla Congregazione per la dottrina della fede

    ANDREA TORNIELLI – CITTÀ DEL VATICANO

    La linea di Benedetto XVI nella lotta contro gli abusi sui minori «senz’altro continua!». Papa Francesco «è stato durissimo» a proposito dei vescovi che di fronte al fenomeno si limitavano a cambiare il prete pedofilo di parrocchia in parrocchia: «Oggi grazie a Dio non è più possibile agire così». L’arcivescovo metropolita di Malta Charles Scicluna è l’uomo che ha combattuto a fianco di Joseph Ratzinger la lotta contro gli abusi commessi da sacerdoti e religiosi e ora presiede il collegio incaricato presso la Congregazione per la dottrina della fede di esaminare i ricorsi dopo la prima sentenza. In questa intervista con «Vatican Insider» spiega come procede il lavoro di lotta e di prevenzione del fenomeno della pedofilia.

    Il film «Spotlight» sugli abusi a Boston e le quattro recenti audizioni del cardinale George Pell davanti alla Royal Commission riguardanti casi degli anni Settanta hanno riportato all’attenzione il tema della pedofilia nella Chiesa e la lotta agli abusi. Come si sta procedendo? Continua la linea di Benedetto XVI con l’attuale pontificato?

    «Senz’altro continua! Il film «Spotlight» finisce con la situazione del 2002, cioè proprio mentre ha inizio presso la Congregazione per la dottrina della fede guidata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger un riallineamento della legislazione sugli abusi, poi aggiornata nel 2010 con l’identificazione specifica anche della fattispecie della pedo-pornografia e degli abusi ai danni di disabili. Le nuove legislazioni, negli ultimi 14 anni hanno aiutato i vescovi a rispondere al fenomeno, proteggendo i bambini e impegnando la Chiesa nella prevenzione degli abusi. L’esperienza, a partire dal 2002, è stata molto positiva negli Stati Uniti, e questo il film non l’ha descritto ma va riconosciuto».

    Sul volo di ritorno dal viaggio in Messico Papa Francesco è tornato a parlare degli abusi paragonandoli a «sacrifici diabolici» e ha usato parole forte contro i vescovi che si sono limitati a spostare il prete responsabile di questi crimini da una parrocchia all’altra. Che significato hanno quelle parole?

    «Francesco sta continuando nella linea del predecessore e ha dato una lettura teologica al fenomeno, paragonando l’abuso sui bambini alla profanazione dell’eucaristia e ai sacrifici diabolici. Così ha sottolineato anche il tremendo danno spirituale che viene compiuto. C’è un abuso di potestà spirituale e una volta che si è incrinato il rapporto di fiducia verso la Chiesa è davvero difficile da ripristinare. Questo approfondimento teologico ci fa capire ancora di più l’importanza di debellare il fenomeno e soprattutto ci fa pregare perché i preti siano pastori che conducano a pascoli di santità».

    Oggi le norme che cosa prevedono? È ancora possibile «coprire» e «insabbiare» come avvenuto in passato?

    «Lo spostamento di parrocchia in parrocchia del prete macchiatosi del crimine degli abusi sessuali su minori, del tutto inadeguato, era frutto dell’idea che questi atti venissero commessi per condizionamento ambientale. Cambiare ambiente di vita avrebbe permesso, secondo questa tesi assurda, di superare il problema. Purtroppo così facendo si sono esposte tante altre vittime innocenti a questi crimini sessuali. Oggi grazie a Dio non è più possibile agire così. Papa Francesco è stato durissimo al riguardo. Un sacerdote accusato di abusi su minori viene deferito alla Congregazione per la dottrina della fede e viene sospeso dal ministero mentre si fa luce sulle accuse che lo riguardano. Inoltre si avvertono le autorità civili…»

    Su questo punto, però, non tutti gli episcopati sono invitati a comportarsi allo stesso modo, vero?

    «Nei Paesi di cultura anglosassone c’è l’obbligo di coinvolgere le autorità civili. L’indicazione della Santa Sede ai vescovi è di rispettare le legislazioni dei rispettivi Paesi. Nel caso non vi sia l’obbligo di denuncia alle autorità civili, senz’altro bisogna cooperare e invitare la vittima degli abusi che voglia farlo a rivolgersi alla magistratura. In ogni caso i vescovi devono cooperare con le autorità».

    Il Papa nell’intervista sull’aereo l’ha citata per nome, ricordando che lei presiede lo speciale collegio per i ricorsi che esamina in secondo grado questi casi: come sta funzionando questo collegio? Secondo quali criteri operate?

    «Il Papa ci ha chiesto di fare presto, di evitare lungaggini burocratiche e di dare risposte adeguate in tempi ragionevoli. Cerchiamo di servire la giustizia nella verità, ma anche di tenere conto del diritto alla difesa per chi è accusato. Cerchiamo di seguire il criterio del bene della Chiesa: non si può infatti permettere che il reo, cioè una persona che con le sue azioni mette a rischio la vita delle comunità cristiane, possa continuare nel suo ministero».

  • Pedofilia: arriverà la sezione per i vescovi? Fuoco di sbarramento in Curia rallenta l’attuazione di quanto chiesto dal “C 9”

    Pedofilia: arriverà la sezione per i vescovi? Fuoco di sbarramento in Curia rallenta l’attuazione di quanto chiesto dal “C 9”

    Ancora ferma al palo la proposta di Papa Francesco di creare in Vaticano un tribunale che si occupi di casi di pedofilia e che indaghi sui vescovi che coprono sacerdoti accusati di tali crimini? Quantomeno non si ha notizia di passi concreti per dare attuazione alla nuova procedura vaticana pensata da Bergoglio per perseguire questa fattispecie di reato e per concretizzare, in seno alla Congregazione per la Dottrina della fede, l’istituzione di una nuova Sezione Giudiziaria sui casi di pedofilia, con la creazione anche di un segretario “ad hoc” per assistere il cardinale prefetto su questo tema. Ma, scrive l’Agi,  la proposta di una sezione giudiziaria speciale della Congregazione della Dottrina della Fede per giudicare i vescovi ha trovato un vero e proprio fuoco di sbarramento nella Curia Romana dove i giuristi che dovevano dare i loro pareri hanno osservato che questi nuovi tribunali non sono compatibili con le norme attuali del Diritto Canonico, per le quali i vescovi possono essere giudici ma non imputati.

    Nonostante il successo da Oscar del film “Spotlight “, che racconta di come il Boston Globe abbia indagato lo scandalo dei preti accusati di abusi sessuali, e in seguito al discusso e inter-continentale “caso Pell”, la proposta di Francesco non sembra infatti fare grandi passi dal giugno scorso. L’AP ipotizza che il Papa sia caduto vittima di aspettative premature, problemi amministrativi e giuridici irrisolti e che debba affrontare una resistenza sia all’interno che all’esterno della Santa Sede nata quando il 10 giugno 2015 ha annunciato a sorpresa che era stata approvata all’unanimità dal C9 la proposta di creare un nuovo dipartimento all’interno della Congregazione per la dottrina della fede per gestire i casi di “abuso d’ufficio” contro i vescovi accusati di non riuscire a proteggere le loro congregazioni dei preti pedofili.

    In primo luogo, una delle prime ragioni di questa stagnazione, è che la Congregazione dal 2001 non è stata consultata o addirittura informata. “Attualmente, l’organismo per compiere efficacemente il proprio lavoro e per consigliare le diocesi interessate, ha bisogno di risorse e di personale”, ha affermato padre Davide Cito, un canonista e docente presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma, che ha contribuito a indagare sui casi di abuso.

    Il Vaticano da parte sua ha fatto sapere che presto sarà nominato un nuovo segretario per la Congregazione e che personale e risorse saranno fornite per agevolare il grande carico di lavoro. Il Papa stesso di recente ha ribadito che presto sarà aggiunta questa nuova figura all’interno dell’organismo ma – ha sottolineato – “non si tratterà di un ruolo facile perché dovrà affrontare un’impresa titanica”.

    Nonostante le buone premesse in nove mesi nulla di tutto ciò è accaduto. “Ci auguriamo che l’annuncio del Santo Padre di nominare un segretario per la disciplina della Sezione Giuridica sia un chiaro segno dell’attuazione più rapida della sua proposta”, ha dichiarato all’AP il cardinale Sean O’Malley di Boston, presidente della Commissione vaticana per la protezione dell’infanzia.

    Alessandro Notarnicola

  • Il caso del cardinale australiano Pell.

    Il caso del cardinale australiano Pell.

    di: Mick Hawkins – E’ iniziata a Roma il 29 febbraio scorso la deposizione, in video conferenza con l’Australia, del cardinale George Pell davanti alla Commissione reale australiana, istituzione governativa che indaga sugli abusi sessuali compiuti su minori da uomini di chiesa, cattolica e non cattolica. Gli indagati appartengono a più di venti istituzioni, comprese scuole anglicane e cattoliche, l’Esercito della salvezza, i Boy Scout e altre e differenti organizzazioni religiose.

    L’attenzione si incentra sull’arcidiocesi di Melbourne e su episodi di crimini su bambini, accaduti negli anni tra il 1970 e il 1980, quando il cardinal Pell, ora responsabile delle finanze vaticane, è stato prima un semplice prete, seppure incaricato di educazione cattolica a Victoria, e quindi vescovo. Egli viveva a Ballarat con un numero di altri sacerdoti, uno dei quali fu mandato in prigione per reati multipli che coinvolgono l’abuso sessuale su bambini. L’accusa mossa al cardinal Pell, allora educatore cattolico e poi vescovo è di aver coperto i preti pedofili, come d’altre parte era prassi consolidata in molte diocesi del mondo cattolico, avendo spostato, nella sua funzione di vescovo, i sospettati di tali crimini da una parrocchia ad un’altra, dove, come fu per il sacerdote allontanato da Ballarat, continuarono ad abusare dei bambini. Il cardinale depone a Roma perché la Commissione ha accettato ciò con la motivazione che Pell è affetto da malattia che gli renderebbe pericoloso il volo in Australia.

    Molte vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti in Australia hanno viaggiato a Roma per ascoltare le prove del cardinal Pell. E’ stato un momento molto emozionante per tutti gli interessati. Le vittime dicono di volere che la Chiesa cattolica in Australia ammetta di non aver fatto tutto quello che avrebbe dovuto fare per impedire l’abuso sui bambini. Per onestà va detto che il cardinal Pell ha riconosciuto che la Chiesa come istituzione non ha fatto abbastanza per controllare le attività dei sacerdoti canaglia ed è stato il primo vescovo in Australia, dopo il precipitare dello scandalo, ad istituire un sistema per risarcire le vittime e rimuovere i sacerdoti colpevoli dal loro ufficio. Tuttavia, sia le vittime che la Commissione sostengono che la polizia avrebbe dovuto essere informata non appena le autorità ecclesiastiche vennero a conoscenza degli abusi. Su questo argomento, e sul perché non lo fecero, sembra non abbiano risposto adeguatamente.

    Dopo il caso Wesolowski è la prima volta che accuse dirette arrivano a coinvolgere un alto esponente della Santa Sede. Lo stesso 29 febbraio il porporato australiano è stato ricevuto da papa Francesco. Soltanto poco tempo fa, tornando dal viaggio apostolico in Messico, egli aveva definito “una mostruosità” gli abusi sessuali perpetrati dai preti e aveva aggiunto che “un vescovo che cambia la parrocchia ad un sacerdote, quando si verifica un caso di pedofilia, è un incosciente e la cosa migliore che possa fare è presentare la rinuncia”. Pell, però, ha sempre respinto ogni addebito, sostenendo di non essere mai stato a conoscenza dei fatti. Tuttavia gli è stato consentito di non presentarsi al cospetto della Commissione, ma gli hanno concesso di rispondere a distanza.

    Abbiamo bisogno di ricordare che la Chiesa cattolica in Australia è solo una delle molte organizzazioni dove è stato trovata negligenza nella risposta all’abuso sessuale sui bambini. Tuttavia nessuna delle altre organizzazioni sostiene che ha un mandato divino che la protegge dall’errore. Sarà difficile che gli australiani si dispongano a rispettare le parole e l’autorità dei capi della Chiesa cattolica.

  • 900 I PRETI ESPULSI DALL’ORDINE PER DENUNCE DI PEDOFILIA NEGLI ULTIMI 10 ANNI

    900 I PRETI ESPULSI DALL’ORDINE PER DENUNCE DI PEDOFILIA NEGLI ULTIMI 10 ANNI

    In media sono 600 le denunce per anno; negli States la spesa di 10 anni di provvedimenti disciplinari si aggira intorno ai tre miliardi di dollari.

    Dal Vangelo secondo Matteo: “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo“.

    Parole che lasciano di stucco se confrontate con le stime degli ultimi anni sulla faccenda “preti e pedofilia”. Nel 2004 sono state ben 800 le denunce ricadute sul clero per abusi su minori, e i numeri scendono di pochissimo per le stime degli anni successivi, che toccano sempre le 600 unità. Cifre agghiaccianti se si pensa che non siano nemmeno “globali”, poichè non comprensive degli abusi rimasti silenti e impuniti o delle inchieste giudiziarie aperte dalla magistratura civile.

    Il caso del Nunzio Apostolico Jozef Wesolowski

    Si dice che Papa Wojtyla avesse avuto il pugno troppo debole in questo senso e che è stato con Papa Ratzinger che le cose sono cominciate a cambiare, fino ad arrivare, poi, a Papa Francesco e al suo “pugno di ferro” che ha fatto condannare addirittura un Nunzio Apostolico, Jozef Wesolowski, con cinque capi di accusa: detenzione e ricettazione di materiale pedopornografico; pedofilia, anche in concorso con il suo assistente ed amante, un ex diacono; lesioni gravi alle vittime; condotta offensiva verso la religione e la morale cristiana per aver visitato siti porno. Come si ricorderà, il condannato si sentì male durante il procedimento, venne ricoverato in stato confusionale conseguentemente all’assunzione di farmaci ed alcol, ed è stato ritrovato morto nella sua abitazione in Vaticano, da dove gli era stato proibito di allontanarsi, prima ancora che il processo avesse luogo. Una storia che ha lasciato molti interrogativi, considerando anche il fatto che la carica investita da Wesolowski era di grande rilevanza.

    Numeri da capogiro

    E’ stato lo stesso Vaticano a diffondere i dati relativi agli ultimi 10 anni, durante un’inchiesta dell’ONU.

    Sarebbero circa 900 i preti spretati nell’ultima decade a causa di reati del genere. Per non parlare delle spese correlate a questa realtà: nei soli Stati Uniti la Chiesa ha speso circa 3 miliardi di dollari, nel corso di questi anni, per pagare spese legali, terapie, patteggiamenti e quant’altro.

    Il film Spotlight, appena reduce dell’Oscar, si inserisce nella vicenda a pieno titolo poichè è incentrato sulla faccenda dell’insabbiamento dei reati coinvolgenti abusi su minori che si perpetravano nell’arcidiocesi di Boston.

    L’arcivescovo in cui fu impersonato tale silenzio fu Bernard Francis Law, che molti dissero fosse malvoluto da Papa Francesco, che avrebbe voluto sollevarlo dal suo incarico.

    Le voci sono rimaste infondate e sulla questione non si è più approfondito ma l’attuale cardinale della cittadina americana, Sean Patrick O’ Malley, scelto dallo stesso Papa per presiedere la Commissione vaticana sulla pedofilia, porta sulle spalle un’eredità molto pesante.

    Motivo per il quale ha fatto una scelta forte: ha venduto il palazzo vescovile tenendo per sé una residenza ordinaria, proprio per riuscire a risarcire le vittime di pedofilia senza problemi e senza lasciare nulla di irrisolto.

    Sicuramente una faccenda scomoda per tutti, per la Chiesa ma anche per i laici, qualcosa che va al di là dei limiti dell’umanità, oltre che della religione, e che dovrebbe prevedere punizioni e risoluzioni in tempi brevi ed esemplari. Il controllo, poi, a priori, sarebbe un’arma in più per evitare che episodi come questi avvengano così spesso, non solo, ma anche uno strumento utile per agire in maniera tempestiva in concomitanza di reato.

    I danni provocati sulla psiche dei bambini da questo tipo di eventi sono gravissimi, difficilissimi da sradicare e a volte fatali: ci sono ragazzini che non avranno mai più la possibilità di una vita normale. Complice il senso di “vergogna” o le minacce ricevute, troppo spesso questi reati rimangono impunti e silenti.

    http://it.blastingnews.com/cronaca/2016/03/900-i-preti-espulsi-dall-ordine-per-denunce-di-pedofilia-negli-ultimi-10-anni-00823659.html

  • PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    Via al processo a don Mauro Inzoli, esponente di spicco di Comunione e liberazione, accusato di violenze su otto bambini. Ma il Vaticano continua a essere poco trasparente

    di Federico Tulli

    Ricordate don Mauro Inzoli? Sebbene a giugno 2014 fosse stato «invitato» dalla Congregazione per la dottrina della fede «a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza» per gli «abusi su minori» affidati alla sua cura, il 17 gennaio 2015 fu immortalato sorridente al convegno organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale». L’ex parroco di Crema, esponente di spicco di Comunione e liberazione, fondatore del Banco Alimentare e dell’Associazione della fraternità, si godeva lo spettacolo in seconda fila. Davanti a lui sedevano il governatore Roberto Maroni e il predecessore, Roberto Formigoni, di cui, Inzoli, si dice sia stato il confessore. Condannato – si fa per dire – dalla Santa Sede «alla pena medicinale perpetua» per lo Stato italiano era un uomo libero. Il 9 marzo le cose potrebbero cambiare. È la data fissata dal gip di Cremona Letizia Platè per il processo al prete, sotto inchiesta in Italia solo da ottobre 2014 in seguito a due esposti del senatore Sel Franco Bordo. L’accusa è di quelle pesanti: “Violenza sessuale con abuso di autorità e violenza sessuale aggravata per abuso di minori di 12 anni”. A Inzoli sono imputati otto casi, altri 15 sono caduti in prescrizione. Rischia 12 anni di carcere e la pena potrebbe ridursi di un terzo con il rito abbreviato. Ma un eventuale appello allungherebbe i tempi facendo cadere in prescrizione tutti i reati. A dilatare l’iter investigativo ha contribuito la Santa Sede negando alla procura di Cremona gli atti dell’istruttoria e del procedimento canonico perché vincolati dal «segreto pontificio».

    L’avvio del processo penale a don Inzoli coincide con il terzo anniversario del pontificato di Bergoglio. Sin dal 13 marzo 2013, Francesco si è dedicato, almeno a parole, alla lotta contro la pedofilia nel clero cattolico. Ma il gesuita argentino ha poco da festeggiare. I due Oscar vinti da Spotlight di Tom McCarthy (miglior film e miglior sceneggiatura originale) riportano con forza in primo piano l’ineludibile questione della trasparenza come chiave di volta per scardinare il sistema di potere complice dei pedofili in tonaca contro cui lo stesso Bergoglio si è spesso scagliato in nome della «tolleranza zero». Un’idea di trasparenza che si lega a quella di collaborazione con le autorità degli altri Paesi, che evidentemente però non è stata ancora ben assimilata in Vaticano nemmeno dal papa. Lo dicono la rogatoria negata e il “segreto pontificio” sul caso Inzoli. Ma anche, per fare un esempio, la vicenda giudiziaria di Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi. I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato nei rispettivi libri – Avarizia (Feltrinelli) e Via crucis (Chiarelettere) – notizie vere documentate da fonti certe. Proprio come fecero nel 2002 i colleghi del team Spotlight del Boston Globe, cui invece la tenace inchiesta che smascherò le sistematiche complicità delle istituzioni ecclesiastiche con i pedofili valse il Pulitzer. Ad aumentare la distanza tra gli annunci di Bergoglio e la realtà dei fatti ci si mette anche la Pontificia commissione per la protezione dei minori da lui creata, sommersa dalle polemiche per l’espulsione di un membro laico, l’avvocato inglese Peter Saunders. Il quale, intervistato dalla Bbc, ha attaccato papa Francesco reo «di non aver fatto nulla per mettere fine agli abusi di matrice clericale sui bambini», e ha definito «oltraggiosa» la nomina del suo amico monsignor Juan de la Cruz Barros Madrid, vescovo di Osorno in Cile, sospettato di aver protetto padre Karadima condannato per pedofilia nel 2011. La defenestrazione di Saunders va messa in relazione alle sue accuse contro il cardinale George Pell di avere ignorato e coperto per decenni abusi compiuti da oltre 280 sacerdoti. Affermazioni che il superministro dell’Economia di Bergoglio, già arcivescovo di Melbourne e di Sydney, ha sempre respinto, senza però riuscire a evitare di deporre il 28 febbraio scorso di fronte alla Commissione governativa australiana sui crimini pedofili. «Non sono qui per difendere l’indifendibile», ha detto il cardinale, ammettendo che la Chiesa ha commesso «errori enormi» consentendo l’abuso di migliaia e migliaia di bambini. Troppe denunce arrivate da fonti credibili sono state spesso respinte «in scandalose circostanze», ha osservato tentando di smarcarsi. Una linea coerente con la posizione della Pontificia commissione schierata contro i vescovi (Conferenza episcopale italiana compresa) che nelle loro linee guida anti pedofilia non prevedono l’obbligo di denuncia laddove non è imposta dalle leggi “laiche”. «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili», ha ricordato il cardinale O’Malley, capo della commissione.

    Una responsabilità che però di fatto non sfiora la Santa Sede e chi la guida. Va ricordato infatti che tra il 2004 e il 2013 la Chiesa ha espulso 848 sacerdoti responsabili di abusi. Lo dissero con orgoglio i nunzi di papa Francesco a due commissioni Onu (quella per l’infanzia e quella contro la tortura). Bene, anzi, male. Per alcuni di loro la dimissione dallo stato clericale è probabilmente arrivata dopo una condanna penale “laica”. Per altri invece si è espresso solo il Tribunale ecclesiastico. Era il 2014, dove sono oggi questi pedofili ignoti alla giustizia “terrena”? Non si sa. Come si chiamano? Quanti sono? Non si sa. Gli emissari del papa non risposero alle istanze dell’Onu che anche per questo ha accusato la Santa Sede di aver «regolarmente messo al di sopra dell’interesse dei bambini la tutela della reputazione della Chiesa e la protezione dei responsabili». Il monito delle Nazioni Unite ha spinto Bergoglio a imporre un cambio di rotta mediante la segnalazione obbligatoria alle autorità civili? La risposta è sempre no. Come nel caso di don Inzoli, i fatti e la trasparenza stanno a zero.

    LEFT del 5 marzo 2016

  • Il cardinale inflessibile che proteggeva i preti pedofili

    Il cardinale inflessibile che proteggeva i preti pedofili

    La procura di Lione ha aperto una inchiesta preliminare per «mancata denuncia di un crimine» nei confronti dell’Arcivescovo di Lione Philippe Barbarin

    di Stefano Montefiori

    Molto severo con i comportamenti a lui sgraditi, molto indulgente con atti oggettivamente ignobili. Inflessibile contro i matrimoni gay, comprensivo con un prete reo confesso di pedofilia. Il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, tempo fa ha usato toni durissimi per denunciare la minaccia alla civiltà rappresentata a suo dire dal mariage pour tous: disse che i bambini andavano protetti, che presto avremmo conosciuto «unioni formate da tre o quattro persone» e che «un giorno anche il divieto di incesto» sarebbe caduto.

    Tre anni sono passati da quelle frasi, e in Francia poligamia e incesto restano reati. Come la pedofilia, del resto, che sembra però allarmare Barbarin in misura molto minore. La procura di Lione ha aperto una inchiesta preliminare per «mancata denuncia di un crimine» e «messa in pericolo della vita altrui» dopo che alcuni ex boy scout hanno denunciato l’arcivescovo, due responsabili diocesani, il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Gerhard Müller e un suo collaboratore, che non avrebbero fatto quanto in loro potere per fermare il sacerdote Bernard Preynat, autore di molestie e violenze su una quarantina di bambini (tra il 1972 e il 1991).

    In una intervista rilasciata al quotidiano cattolico La Croix, Barbarin spiega di avere convocato il prete pedofilo verso il 2007-2008, di avere raccolto la sua ammissione di colpevolezza, ma di non avere preso provvedimenti perché — «secondo uno specialista» — quella confessione era segno di ravvedimento. Inoltre, i fatti erano «canonicamente prescritti». Così padre Preynat è restato al suo posto. Anzi, qualche anno dopo, nel 2011, il cardinale Barbarin lo ha promosso a responsabile non di una, ma di sei parrocchie, ancora a contatto con i bambini. Lo stesso Barbarin che l’anno successivo, in occasione del mariage pour tous, si sarebbe autoproclamato difensore dell’infanzia.

    http://www.corriere.it/cultura/16_marzo_07/cardinale-inflessibile-che-proteggeva-preti-pedofili-90db0788-e3d4-11e5-aa1e-c06fd7dc1288.shtml

  • Pedofilia, prete condannato a 7 anni dal tribunale. Ma nel processo canonico la Chiesa vuole chiedere l’assoluzione

    Pedofilia, prete condannato a 7 anni dal tribunale. Ma nel processo canonico la Chiesa vuole chiedere l’assoluzione

    Il caso di don Luciano Massaferro, conosciuto come don “Lu”, sacerdote di Alassi: fu arrestato nel 2009 con l’accusa di abusi su una minorenne e ha appena finito di scontare la pena resa definitiva dalla Cassazione. Ma nel rito parallelo celebrato dalla Chiesa la curia è intenzionata a chiedere l’assoluzione e farlo diventare cappellano in un convento.

    Il 29 dicembre 2009 don Luciano Massaferro, conosciuto come don “Lu”, parroco della chiesa di San Vincenzo di Alassio, comune in provincia di Savona, fu arrestato con l’accusa di aver compiutoabusi su una minorenne, chierichetta della Chiesa. Dopo essere stato condannato definitivamente a 7 anni e 8 mesi di carcere, il sacerdote avrebbe dovuto lasciare la cella nell’estate del 2017 ma grazie agli sconti per buona condotta è uscito quasi un anno e mezzo prima. In totale ha scontato 3 anni in carcere e 1 anno ai domiciliari dopodiché è stato affidato in prova ai servizi sociali.

    I giudici, fino alla Cassazione, lo hanno riconosciuto colpevole, ma per don Lu i processi non sono finiti: manca l’ultima sentenza, quella del processo canonico. In caso di assoluzione il sacerdote potrà tornare a fare il prete, a tutti gli effetti. Secondo quanto riportato dal Secolo XIX, l’ipotesi più accreditata è proprio quest’ultima: monsignor Guglielmo Borghetti, infatti, ai collaboratori avrebbe detto che “si va verso l’assoluzione“. Il vescovo coadiutore di Albenga, scelto a gennaio dello scorso anno da Papa Francesco dopo i gravi e numerosi scandali all’interno della diocesi ligure, secondo il quotidiano genovese, ha promesso a “don Lu” anche un alloggio e un lavoro in caso di assoluzione. Così presto il sacerdote potrà riprendere la sua vita così com’era prima della condanna. L’intenzione della Curia sarebbe quella di farlo diventare cappellano in un convento.

    Prima della condanna don Lu era stimato e apprezzato da tutti e al momento le prove che sette anni fa lo hanno fatto condannare starebbero vacillando, secondo : secondo il padre di don Luciano, “il perito non ha trovato nessun materiale schifoso nei computer, è stato accertato che quel giorno in canonica c’era il viceparroco…”.

    Poco distante dal comune di don Lu si trova Albenga, dove ha sede la diocesi commissariata da Papa Francesco a causa di una serie di vicende analoghe: preti indagati e condannati per pedofilia, sacerdoti che scappano con la cassetta delle offerte, che posano nudi su Facebook, fanno i barman nei locali notturni. Comportamenti che avevano portato Bergoglio a commissariare la diocesi.

    Tanto più che lo sguardo sulla questione pedofilia nella Chiesa Cattolica si è fatto ancora più attento negli ultimi giorni, dopo l’uscita al cinema del Caso Spotlight, il film premio Oscar che racconta l’inchiesta dei giornalisti del Boston Globe sulla pedofilia nel clero americano fondamentale per spingere il Vaticano ad affrontare il tema. Dopo il mea culpa del cardinale australianoGeorge Pell, prefetto della Segreteria per l’economia della Santa Sede, che davanti alla Commissione nazionale d’inchiesta del suo Paese che indaga sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali sui minori avvenute negli ultimi decenni, ha dichiarato che “la Chiesa cattolica ha commesso errori enormi sulla pedofilia”, anchepadre Lombardi ha riconosciuto “gli errori compiuti in molti ambienti ecclesiali”.

    Intanto negli ultimi giorni a Lione il mondo cattolico si sta spaccando di fronte al caso del Cardinale Barbarin, accusato di aver coperto un prete pedofilo non informando la giustizia delle molestie rivelate da alcuni parrocchiani fin dai primi anni Novanta. Tra chi chiede le dimissioni e chi invece si schiera al suo fianco, la Prcura della città francese ha intanto aperto un fascicolo a carico del sacerdote con l’accusa di omessa denuncia e “messa in pericolo della vita altrui”.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/07/pedofilia-prete-condannato-a-7-anni-dal-tribunale-ma-nel-processo-canonico-la-chiesa-vuole-chiedere-lassoluzione/2524921/

  • Bufera sull’arcivescovo di Lione, avrebbe coperto i pedofili

    Bufera sull’arcivescovo di Lione, avrebbe coperto i pedofili

    Tre ex scout hanno deciso di denunciare gli abusi avvenuti tra il 1978 e il 1991, e vogliono le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin.

    LIONE – Si respira un’aria molto “Spotlight” nella cellula costituita a Lione da tre ex scout che dopo una vita hanno trovato il coraggio di denunciare gli abusi subiti da alcuni sacerdoti fra il 1978 e il 1991. La giustizia francese sospetta le gerarchie cattoliche lionesi, e forse anche più in alto, di aver coperto tutto.

    Come nel film premiato agli Oscar, il gruppo, sostenuto da avvocati, psicologi e anche associazioni cattoliche, mira in alto: vuole le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, primate delle Gallie, accusato di aver coperto il principale colpevole per 7 anni, dal 2007 al 2014.

    Sarebbero già 55 le testimonianze “assolutamente credibili” di adulti che frequentavano tra fine anni Settanta e fine anni Ottanta la diocesi lionese e che si sono imbattuti nei preti pedofili.

    Soprattutto in Bernard Preynat, 71 anni, che il 27 gennaio scorso è finito sotto inchiesta ed ha confessato gli abusi, accusandosi persino di stupri per i quali non era stato chiamato in causa.

    Per uno degli ex scout che è uscito allo scoperto, Bertrand Virieux, 44 anni, diventato cardiologo, padre Preynat “era un vero e proprio predatore, attaccava soprattutto ragazzini fra gli 8 e i 12 anni, biondini e con gli occhi blu. Come me”.

    Il primo a denunciare era stato un suo compagno più giovane, Francois Devaux, 37 anni, che accusa il cardinal Barbarin, il suo capo di gabinetto Pierre Durieux e una serie di altri pezzi grossi della gerarchia cattolica, fra i quali due membri della Curia romana, il cardinal Muller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e il suo segretario, il gesuita Luis Ladaria Ferrer.

    Il caso è più che bollente, il primate delle Gallie è uno dei cardinali francesi più importanti, ha la fiducia del Papa e l’episcopato di Francia fa blocco attorno a lui ripetendo che “non era arcivescovo di Lione al momento dei fatti”.

    Ma Barbarin, nonostante le accuse sui preti di Lione piovessero da anni, in particolare da madri di quegli scout vittime di abusi, non rimosse il “predatore” quando, nel 2007, ebbe pubblicamente conoscenza dei fatti. All’epoca – lo giustificano le gerarchie – “era convinto che il prete avesse rotto con il suo passato”. E gli confermò l’incarico in diocesi, con il rischio che continuasse a venire a contatto con bambini. Soltanto nel 2014 arriva la rimozione, dopo che Barbarin ha avuto “la testimonianza diretta di una vittima” ed ha “consultato Roma”.

    Se l’inchiesta andrà fino in fondo, il cardinale Barbarin e i suoi collaboratori rischiano tre anni di carcere e 45’000 euro di multa per omessa denuncia di violenze sessuali su minori. In un comunicato, l’alto prelato fa sapere di voler cooperare “con serenità e fiducia”.

    Sui social network, intanto, dilagano proteste e petizioni contro Barbarin. Una di queste, firmata da molti cattolici, ne chiede apertamente l’immediata rimozione da parte di Papa Francesco.

    http://www.tio.ch/News/Estero/Cronaca/1074343/Bufera-sull-arcivescovo-di-Lione-avrebbe-coperto-i-pedofili

  • Il Vaticano tra pedofilia e scandali: nessuna misericordia per i bambini

    Il Vaticano tra pedofilia e scandali: nessuna misericordia per i bambini

    di Carlo Troilo, Associazione Luca Coscioni

    Papa Francesco, dopo aver indetto il Giubileo straordinario – piombato a tradimento su “una città terremotata”, per dirla alla Bertolaso – sembra poco attento alla misericordia, che si deve innanzitutto ai bambini: a parte, naturalmente, le consuete e generiche frasi “buoniste”. Per i bambini – verrebbe da dire – nessuna misericordia.

    Due vicende a sostegno di questa affermazione.

    La prima vicenda: il Cardinale Pell e i preti pedofili australiani

    Mentre i romani escono commossi dalle sale in cui si proietta Spotlight (storia della coraggiosa battaglia di un gruppo di giornalisti di Boston per smascherare le centinaia di preti pedofili ed il loro protettore, il Cardinale Law), si aggira indisturbato per Roma “l’insabbiatore capo” di una vicenda analoga che ha travolto la Chiesa Cattolica australiana, il Cardinale George Pell, già arcivescovo di Melbourne e Sydney.

    Dalle deposizioni di Pell dei giorni scorsi alla Royal commission governativa australiana emerge un quadro agghiacciante: centinaia di bambini e bambine molestati e stuprati, marchiati per sempre dall’orrore delle loro storie. E dall’altro lato le risposte di Pell, arroganti o al massimo imbarazzate, come quelle di Eichman raccontate da Hanna Arendt ne “La banalità del male”: da quella minimizzante (“forse avrei dovuto essere più attento”) fino a quella da caserma (i preti che molestano i bambini “sono come i camionisti che molestano le autostoppiste: non sarebbe appropriato che i dirigenti di quella compagnia di trasporti fossero considerati responsabili”).

    Eccolo a Roma, questo individuo indegno, di cui da decenni si conoscono le malefatte. Eppure Papa Francesco, anziché farlo rinchiudere nelle carceri vaticane (i piemontesi hanno tolto allo Stato Pontificio la goduria della pena di morte, ma gli hanno lasciato come contentino le carceri), lo ha nominato prima (il 13 aprile 2013) membro del gruppo di cardinali chiamati a consigliarlo nel governo della Chiesa universale e a studiare un progetto di revisione della Curia romana e poi (il 24 febbraio 2014) “primo prefetto della Segreteria per l’economia” (salvo poi a brontolare per le spese pazze cui Pell, forte del suo incarico, si è abbandonato nelle sartorie e nei negozi di antiquariato romani).

    Per chiudere su Pell, ricordo che a Roma sono venuti, in questi giorni, alcuni familiari delle vittime dei preti pedofili “coperti” dall’alto prelato. Uno di loro, Anthony Foster, è il padre di due bambine molestate da un prete (una si suicidò, l’altra è su una sedia a rotelle dopo un incidente causato dall’alcolismo). Mentre scrivo, essi attendono ancora di essere ricevuti dal “Papa della misericordia”.

    La seconda vicenda: Il Cardinale Bertone e il Bambin Gesù

    Tarcisio Bertone è un atletico ultra ottantenne che ha ricoperto numerose alte cariche nella gerarchia vaticana ed è stato “chiacchierato” in altrettanto numerose vicende finanziarie (fra quelle che ricordo, l’eredità Gerini ed i finanziamenti alla Lux Vide di Ettore Bernabei). È stato poi al centro di una feroce polemica sul tema della omosessualità, avendo sostenuto, in merito allo scandalo dei preti pedofili in Irlanda, che degli “studi scientifici” affermano che la pedofilia è collegata alla omosessualità e non ha niente a che vedere con il celibato. Non disse, che io sappia, che l’omosessualità è “contro natura”, come sostengono oggi gli “intellettuali” del centro destra, guidati dal Ministro degli Interni Alfano, ma probabilmente lo pensò.

    Giunto meritoriamente alla pensione, Bertone va ad abitare in un lussuoso appartamento di proprietà del Vaticano, in cui vivono, assieme al Cardinale, tre suore ed una sua segretaria (paura della solitudine ?). L’appartamento ha bisogno di importanti opere di ristrutturazione, per le quali la ditta incaricata chiede circa 600mila euro. Bertone ottiene però “un forte sconto” e ne paga – “con risparmi miei”, precisa – poco più di 300mila (che vuol dire essere esperti di affari!).

    Successivamente, Emiliano Fittipaldi, nel suo libro “Avarizia”, rivela che il Bambin Gesù, tramite il suo manager Giuseppe Profiti, avrebbe contribuito ai lavori di ristrutturazione con 200 mila euro. Lo stesso Profiti ha più volte confermato il finanziamento, spiegando però che si trattava di un “investimento” in quanto la casa dell’ex Segretario di Stato vaticano “sarebbe stata poi utilizzata come sede per iniziative istituzionali e di fund raising per i piccoli dell’ospedale romano”. Totò direbbe: “Ma mi faccia il piacere”.

    Bertone – come a suo tempo il buon Scaiola – cade dalle nuvole, nega a lungo ma alla fine, come gesto di liberalità, dona 150mila euro al Bambin Gesù (perché non 200mila, non è chiaro).
    Intanto la vicenda entra nella inchiesta Vatileaks 2 e la nuova presidente del Bambin Gesù, Mariella Enoc, si barcamena ma non esclude il peggio: “Se effettivamente le carte dicono che qualcosa è stato tolto, certamente noi chiederemo tutti i danni, non soltanto quelli economici, ma anche i danni morali che l’ospedale ha subito”.

    Una esperienza personale sul Bambin Gesù

    Nel 1998 il primo dei miei nipotini, in una clinica privata, nacque con un parto difficile le cui conseguenze stavano portandolo alla morte. Trasportato di corsa al Bambin Gesù, restò per settimane fra la vita e la morte e alla fine ne uscì vivo e vegeto grazie alla professionalità ed alla umanità di tutto il personale dell’ospedale.

    In quel mese di assidua frequentazione (per ragioni professionali, conoscevo bene l’allora Presidente dell’ospedale) mi resi conto, fra l’altro, della estrema fatica con cui questa benemerita istituzione riusciva a tenere in ordine il bilancio e ad acquistare nuove attrezzature mediche.

    Forse perché reso più sensibile da questa ragione personale, non trovo aggettivi sufficientemente pesanti per definire questa storia se – come personalmente ritengo – essa risponde a verità. La riassumo così:

    –    Un ricco Cardinale, per accrescere lo sfarzo della sua abitazione, sottrae ad un ospedale cattolico fondi importanti destinati a curare – e spesso a salvare – migliaia di bambini

    –    Un Papa “moralizzatore” tace (eppure Bertone non è un prete di paese: è stato Segretario di Stato del Vaticano)

    –    Il Presidente della Regione Lazio Zingaretti – che ogni anno versa al Bambin Gesù ingenti somme – non prende alcuna posizione, così come il Ministro della Salute Lorenzin

    –    Nessuna associazione per la tutela dei malati o dei minori (salvo mia ignoranza dei fatti) si rivolge alla Magistratura, che peraltro potrebbe agire d’ufficio dinanzi ad una evidenza di reato

    –    Il 23 febbraio le nostre massime autorità – da Mattarella in giù – sono andate come ogni anno a “festeggiare” l’anniversario dei Patti Lateranensi e del Concordato: cioè di una data funesta per la democrazia e per la laicità dello Stato. Qualcuno, in quella o in altre occasioni, ha chiesto ragione di questo scandalo?

    C’è un giudice a Roma? Un politico “pulito”? Un medico famoso? Una associazione civica che difende i malati?
    O dovremo rassegnarci a vedere anche questa storia passare impunita?

    P.S. – Anche se ovviamente non lo è, una recente dichiarazione del segretario di Stato Vaticano, monsignor Pietro Parolin, suona come una sinistra risposta alla mia domanda finale: “Mi pare che la vicenda del Bambin Gesù si sia risolta positivamente e ringrazio il Signore che da questo momento di difficoltà si sia usciti in maniera costruttiva”. E aggiunge Parolin: “Di fronte alla difficoltà dobbiamo essere forti e pazienti”. Come a dire: “E ora non rompete più i coglioni, tanto con noi è inutile”.

    (7 marzo 2016)