Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Papa in Usa, Bergoglio incontra vittime abusi sessuali: “Provo vergogna”

    Papa in Usa, Bergoglio incontra vittime abusi sessuali: “Provo vergogna”

    Il Pontefice ha pronunciato un fortissimo mea culpa per la pedofilia del clero incontrando i 300 vescovi ospiti dell’Incontro mondiale delle famiglie di Philadelphia, nel suo ultimo giorno negli Stati Uniti: “Dio piange, chiarire responsabilità”

    “Per gli abusi sessuali commessi da membri del clero su minori Dio piange”. Papa Francesco, a sorpresa, ha pronunciato un fortissimo mea culpa per la pedofilia del clero incontrando i 300 vescovi ospiti dell’Incontro mondiale delle famiglie diPhiladelphia, nel suo ultimo giorno negli Stati Uniti. Bergoglio, prima di leggere il testo del discorso che aveva preparato, ha svelato di aver incontrato, subito prima dell’udienza con i presuli, alcune vittime degli abusi insieme ai loro familiari nel Seminario di Carlo Borromeo dove risiede durante l’ultima tappa del suo viaggio negli Usa.

    “Provo vergogna per quello che è successo”, ha confidato subito il Papa ai vescovi presenti mettendo a nudo i propri sentimenti dopo l’incontro con un gruppo di vittime. “Dagli abusati sessualmente– ha affermato Francesco – ho ascoltato un lamento profondo. Questi crimini non possono essere mantenuti in segreto per tanto tempo”, ha aggiunto il Pontefice assicurando il suo impegno perché “siano chiarite le responsabilità” dei vescovi in merito alla inadeguata risposta davanti a quanto accaduto.

    Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha spiegato ai giornalisti che le vittime incontrate da Bergoglio erano 5 persone adulte, di cui 3 donne e 2 uomini. “Il Papa – ha aggiunto Lombardi – si è intrattenuto con i visitatori ascoltando le loro testimonianze e rivolgendo loro alcune parole in comune e poi salutandoli singolarmente. Ha pregato con loro. Ha manifestato la sua partecipazione alla loro sofferenza, il suo dolore e vergogna in particolare nel caso delle ferite loro arrecate da membri del clero o collaboratori ecclesiali. Ha rinnovato l’impegno suo e della Chiesa perché tutte le vittime siano ascoltate e trattate con giustizia, i colpevoli siano puniti e i crimini di abuso siano combattuti con una efficace opera di prevenzione nella Chiesa e nella società. Il Papa – ha concluso Lombardi – ha ringraziato le vittime per il loro contributo essenziale per ristabilire la verità e iniziare il cammino del risanamento. L’incontro è durato circa mezz’ora ed è terminato con la benedizione del Santo Padre”.

    Proprio per fare in modo che questi crimini non si ripetano mai più, Francesco ha istituito una sezione giudiziaria, all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, per processare i presuli che vengono denunciati per abuso d’ufficio episcopale per casi di violenza dei loro preti sui minori. Sulla pedofilia il Papa è stato sempre chiarissimo: “È come una messa nera”.

    Non è la prima volta che, durante il suo viaggio negli Stati Uniti, Bergoglio parla dello scandalo degli abusi sessuali del clero sui minori, deflagrato in modo impressionate nella diocesi di Bostonnel 2002 portando alle dimissioni del cardinale Bernard Francis Law, ritenuto dal Vaticano all’epoca incapace di gestire la vicenda. Non a caso il suo successore, il porporato cappuccino Sean Patrick O’Malley, che Bergoglio avrebbe visto bene al suo posto come Papa, è stato chiamato da Francesco a presiedere la Pontificia Commissione per la tutela dei minori, della quale sono membri anche due ex vittime di abusi.

    Un dicastero creato da Francesco “affinché – come ha detto lui stesso ai 400 vescovi statunitensi durante il suo viaggio – tali crimini non si ripetano mai più” . “Sono consapevole – ha affermato Bergoglio – del coraggio con cui avete affrontato momenti oscuridel vostro percorso ecclesiale senza temere autocritiche né risparmiare umiliazioni e sacrifici, senza cedere alla paura di spogliarsi di quanto è secondario pur di riacquistare l’autorevolezza e la fiducia richiesta ai ministri di Cristo, come desidera l’anima del vostro popolo. So – ha aggiunto il Papa – quanto ha pesato in voi la ferita degli ultimi anni, e ho accompagnato il vostro generoso impegno per guarire le vittime, consapevole che nel guarire siamo pur sempre guariti, e per continuare a operare affinché tali crimini non si ripetano mai più”.

    Dopo l’incontro con alcune vittime degli abusi, il Papa ha visitato l’Istituto di correzione Curran-Fromhold di Philadelphiadove sono rinchiusi 3mila detenuti. A loro Bergoglio, che al Congresso americano ha chiesto di abolire la pena di morte, ha spiegato che il “tempo di reclusione non è stato mai sinonimo di espulsione”. Francesco che, più volte ha definito l’ergastolo una “pena di morte nascosta”, ha denunciato che “è penoso riscontrare a volte il generarsi di sistemi penitenziari che non cercano di curare le piaghe, guarire le ferite, generare nuove opportunità”.

    Ai detenuti il Papa ha ribadito che “questo momento nella vostra vita può avere un unico scopo: tendere la mano per riprendere il cammino, tendere la mano che aiuti al reinserimento sociale. Un reinserimento di cui tutti facciamo parte, che tutti siamo chiamati a stimolare, accompagnare e realizzare. Un reinserimento cercato e desiderato da tutti: reclusi, famiglie, funzionari, politiche sociali e educative. Un reinserimento che benefica ed eleva il livello morale di tutta la comunità”.

    Twitter: @FrancescoGrana

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/27/papa-in-usa-bergoglio-incontra-vittime-abusi-sessuali-provo-vergogna/2072501/

  • Storia di Diego: tradito da Chiesa e Stato per aver denunciato il suo carnefice

    Storia di Diego: tradito da Chiesa e Stato per aver denunciato il suo carnefice

    Diego Esposito non ha più paura di affrontare i fantasmi del suo passato. Che poi non sono affatto fantasmi, ma abusi reali, subiti quando era poco più di un bambino. Ne parla come se quello strazio avesse squarciato l’anima di qualcuno altro. In verità, spiega lui, dai danni causati dagli abusi sessuali non si guarisce mai, ma far parte di un’associazione che tutela le vittime di violenza lenisce un po’ le ferite, ti toglie di dosso quella terribile convinzione di essere complice del tuo aguzzino.

    E, cosa più importante, ti fa capire che ricominciare a vivere è non solo un diritto ma un dovere verso se stessi. Anche quando manca la forza. Diego l’ha ritrovata a 25 anni, otto anni dopo la fine di quell’incubo, quando il suo corpo, per fortuna, s’è ribellato al posto suo. Il giorno in cui il giovane napoletano, oggi 40enne, rivelò quel terribile segreto, fu dopo l’ennesimo ricovero in ospedale.

    Era diventato ormai un vizio, accusava ormai da anni dolori allo stomaco lancinanti e sveniva, sveniva di continuo. I medici lo avevano sottoposto ad ogni sorta di controllo: gastroscopie, tac, lastre, raggi, risonanze, ma niente. Diego non presentava alcuna patologia. Fu allora che di fronte all’opera incessante dello psicologo fu costretto a tirare fuori quel dolore che lo stava consumando.

    Il suo viaggio a ritroso nel tempo lo riportò a quel giorno maledetto in cui per la prima volta Silverio Mura, sacerdote e insegnante di religione in un istituto scolastico di Pollena Trocchia (Na), interruppe tragicamente la sua adolescenza. «Era il mio insegnate. La mia famiglia ed io, devotissimi, vedevamo in lui quella figura divina e misericordiosa che è Dio. Non ci vedemmo nulla di strano quando mi invitò, in un pomeriggio qualunque, ad andarlo a trovare a casa sua. Anzi mi sentii onorato». Diego aveva solo 13 anni e la sua innocenza gli impedì di capire cosa sarebbe successo di lì a poco quando mise piede in quella casa di celestiale pare avesse ben poco. «Appena arrivai nel soggiorno notai che don Silverio stava guardando “L’esorcista”. Io ebbi subito paura, ma mi costrinse a guardare quelle scene orribili. Solo dopo lo psicologo mi ha spiegato che quello fu il suo modo per intimorirmi e rendermi innocuo. Così, quando mi chiese di spostarci in camera da letto fui addirittura felice, lì non c’era la tv. Ma una volta in quella stanza, spostò un divano dietro la porta per impedire che sua madre e sua sorella entrassero. Si sdraiò sul letto e mi chiese di fare lo stesso. Cominciò ad accarezzarmi e poi mi baciò, diceva di volermi bene. Non so spiegare bene cosa provai, un misto di paura, vergogna e ribrezzo che mi impedì di reagire».

    Il racconto che segue dopo è osceno, devastante. Un bambino immobile e terrorizzato che viene abusato ripetutamente con il sottofondo delle urla agghiaccianti dei protagonisti di film horror. Quasi tutte le volte. Anche tre volte a settimana. Per cinque anni. Diego sin da subito comincia ad avvertire i primi malesseri, vomita spesso, e così un giorno minaccia di rivelare tutto. Ma il prete non si lascia intimorire e decide di fargli un regalo: gli compra una moto di piccola cilindrata. E per assicurarsi che il ragazzino mantenga il silenzio, va spesso a pranzo a casa sua guadagnandosi la fiducia dei genitori. È solo il tempo a mettere fine allo scempio, quando il giovane ha poco più di 17 anni e l’orco smette di manipolargli il cervello.

    «La mia mente era come rapita, la comandava da lui, anche a distanza, forse anche oggi che non lo vedo più da anni. Ha creato come una dipendenza, non sarei nemmeno capace di fargli del male. Forse lo temo ancora, ho ancora paura, questo è sicuro. Non so se lei riesce a capire cosa è successo».

    Diego cerca di dimenticare in fretta. Pochi mesi più tardi incontra la donna della sua vita, quella che sposerà soltanto due anni dopo proprio al cospetto di don Silverio, il quale battezzerà anche due dei suoi tre bimbi venuti al mondo. È il 2010 quando il suo medico lo costringe a denunciare.

    Alla Procura consegna, insieme a una dettagliata testimonianza, un video pubblicato anche dal sito del programma “Chi l’ha visto?” (visibile qui: il drammatico incontro tra Diego e Silverio Mura) in cui la vittima ha registrato di nascosto la conversazione, piuttosto esplicita, tenuta con il parroco e informa anche il Cardinale Sepe.

    La sua battaglia, però, risulta sembra vana. Il pedofilo, denunciato nel frattempo anche da altri ragazzi, viene soltanto trasferito, questa volta a Nola (Na), dove gli viene tranquillamente concesso di insegnare in una scuola media, mentre il processo, per via delle assurde leggi vigenti che riguardano il reato di pedofilia, cade in prescrizione. Il suo avvocato, Sergio Cavaliere, però, non si arrende. Innsieme al suo assistito scrive un’accorata lettera a Papa Francesco, il quale risponde tempestivamente alla missiva ordinando il trasferimento di Silverio Mura presso una struttura adeguata, dove pare si trovi adesso, e chiede di aprire nuovamente il processo a suo carico.

    Ma è qui che comincia nuovamente il dramma della povera vittima. Quando si rivolge alla curia per avere informazioni sulle sorti del parroco e sull’eventuale inizio del processo, nessuno si rende disponibile. Così, nel luglio scorso il giovane, in preda alla disperazione, invia una mail in cui minaccia di spararsi un colpo alla testa in caso di mancata risposta. Dalla curia continuano a non rispondere, ma in compenso la leggono e la inoltrano alla Procura. Per Diego è la fine. Il suo lavoro necessita della licenza del porto d’armi, prontamente revocato dopo la missiva. Non solo Stato e Chiesa non lo tutelano, ora lo lasciano anche senza lavoro.

    A questo punto, per protesta, si reca sotto gli uffici della curia gridando di volere una Chiesa pulita e trasparente. Ma per poco. Arrivano sul posto dieci pattuglie di polizia e lo portano via. Decide di raccontare tutto alla stampa ma, secondo la sua versione, molti giornalisti si rifiutano di pubblicare la sua storia. Forse perché certi giornali hanno perso il coraggio di denunciare o più semplicemente perché non hanno mai smesso di aver paura di certi poteri.

    Diego, però, è testardo, lui invece non ha mai smesso di credere nella Giustizia e in Dio, nonostante tutto, e, forte delle sue dieci pillole giornaliere che provano a calmargli ansie e paure, rimane fermamente aggrappato alla sua ultima e flebile speranza: la lettera che il suo avvocato sta nuovamente inviando al Santo Padre.

    Francesca Lagatta

  • PEDOFILIA/ L’agghiacciante storia di Diego Esposito, una delle vittime di don Silverio Mura

    PEDOFILIA/ L’agghiacciante storia di Diego Esposito, una delle vittime di don Silverio Mura

    Diego Esposito non ha più paura di affrontare i fantasmi del suo passato. Che poi non sono affatto fantasmi, ma abusi reali, subiti quando era poco più di un bambino. Ne parla come se quello strazio avesse squarciato l’anima di qualcuno altro. In verità, spiega lui, dai danni causati dagli abusi sessuali non si guarisce mai, ma far parte di un’associazione che tutela le vittime di violenza lenisce un po’ le ferite, ti toglie di dosso quella terribile convinzione di essere complice del tuo aguzzino. E, cosa più importante, ti fa capire che ricominciare a vivere è non solo un diritto ma un dovere verso se stessi. Anche quando manca la forza.

    Diego l’ha ritrovata a 35 anni, diciotto anni dopo la fine di quell’incubo, quando il suo corpo, per fortuna, s’è ribellato al posto suo. Il giorno in cui il giovane napoletano, oggi 40enne, rivelò quel terribile segreto, fu dopo l’ennesimo ricovero in ospedale.

    Era diventato ormai un vizio, accusava ormai da anni dolori allo stomaco lancinanti e sveniva, sveniva di continuo. I medici lo avevano sottoposto ad ogni sorta di controllo: gastroscopie, tac, lastre, raggi, risonanze, ma niente. Diego non presentava alcuna patologia. Fu allora che di fronte all’opera incessante dello psicologo fu costretto a tirare fuori quel dolore che lo stava consumando.

    Il suo viaggio a ritroso nel tempo lo riportò a quel giorno maledetto in cui per la prima volta Silverio Mura, sacerdote e insegnante di religione in un istituto scolastico di Pollena Trocchia (Na), interruppe tragicamente la sua adolescenza. «Era il mio insegnate. La mia famiglia ed io, devotissimi, vedevamo in lui quella figura divina e misericordiosa che è Dio. Non ci vedemmo nulla di strano quando mi invitò, in un pomeriggio qualunque, ad andarlo a trovare a casa sua. Anzi mi sentii onorato». Diego aveva solo 13 anni e la sua innocenza gli impedì di capire cosa sarebbe successo di lì a poco quando mise piede in quella casa di celestiale pare avesse ben poco. «Appena arrivai nel soggiorno notai che don Silverio stava guardando “L’esorcista”. Io ebbi subito paura, ma mi costrinse a guardare quelle scene orribili. Solo dopo lo psicologo mi ha spiegato che quello fu il suo modo per intimorirmi e rendermi innocuo. Così, quando mi chiese di spostarci in camera da letto fui addirittura felice, lì non c’era la tv. Ma una volta in quella stanza, spostò un divano dietro la porta per impedire che sua madre e sua sorella entrassero. Si sdraiò sul letto e mi chiese di fare lo stesso. Cominciò ad accarezzarmi e poi mi baciò, diceva di volermi bene. Non so spiegare bene cosa provai, un misto di paura, vergogna e ribrezzo che mi impedì di reagire».

    Il racconto che segue dopo è osceno, devastante. Un bambino immobile e terrorizzato che viene abusato ripetutamente con il sottofondo delle urla agghiaccianti dei protagonisti di film horror. Quasi tutte le volte. Anche tre volte a settimana. Per cinque anni. Diego sin da subito comincia ad avvertire i primi malesseri, vomita spesso, e così un giorno minaccia di rivelare tutto. Ma il prete non si lascia intimorire e decide di fargli un regalo: gli compra una moto di piccola cilindrata. E per assicurarsi che il ragazzino mantenga il silenzio, va spesso a pranzo a casa sua guadagnandosi la fiducia dei genitori.

    È solo il tempo a mettere fine allo scempio, quando il giovane ha poco più di 17 anni e l’orco smette di manipolargli il cervello.«La mia mente era come rapita, la comandava da lui, anche a distanza, forse anche oggi che non lo vedo più da anni. Ha creato come una dipendenza, non sarei nemmeno capace di fargli del male. Forse lo temo ancora, ho ancora paura, questo è sicuro. Non so se lei riesce a capire cosa è successo».

    Diego cerca di dimenticare in fretta. Pochi mesi più tardi incontra la donna della sua vita, quella che sposerà soltanto due anni dopo proprio al cospetto di don Silverio, il quale battezzerà anche due dei suoi tre bimbi venuti al mondo. È il 2010 quando il suo medico lo costringe a denunciare.

    Alla curia consegna, insieme a una dettagliata testimonianza, un video pubblicato anche dal sito del programma “Chi l’ha visto?” (visibile qui: il drammatico incontro tra Diego e Silverio Mura) in cui la vittima, qualche tempo prima, ha registrato di nascosto la conversazione, piuttosto esplicita, tenuta con il parroco e informa anche il Cardinale Sepe in persona.

    La sua battaglia, però, risulta sembra vana. Il pedofilo, denunciato nel frattempo anche da altri ragazzi, viene soltanto trasferito, questa volta a Nola (Na), dove gli viene tranquillamente concesso di insegnare in una scuola media, mentre il processo, per via delle assurde leggi vigenti che riguardano il reato di pedofilia, cade in prescrizione. Il suo avvocato, Sergio Cavaliere, però, non si arrende. Insieme al suo assistito scrive un’accorata lettera a Papa Francesco, il quale risponde tempestivamente alla missiva ordinando il trasferimento di Silverio Mura presso una struttura adeguata, dove pare si trovi adesso, e chiede di aprire nuovamente il processo a suo carico.

    Ma è qui che comincia nuovamente il dramma della povera vittima. Quando si rivolge alla curia per avere informazioni sulle sorti del parroco e sull’eventuale inizio del processo, nessuno si rende disponibile. Così, nel luglio scorso il giovane, in preda alla disperazione, invia una mail in cui minaccia di spararsi un colpo alla testa in caso di mancata risposta. Dalla curia continuano a non rispondere, ma in compenso la leggono e la inoltrano alla Procura. Per Diego è la fine. Il suo lavoro necessita della licenza del porto d’armi, prontamente revocato dopo la missiva telematica. Non solo Stato e Chiesa non lo tutelano, ora lo lasciano anche senza lavoro.

    A questo punto, per protesta, si reca sotto gli uffici della curia gridando di volere una Chiesa pulita e trasparente. Ma per poco. Arrivano sul posto due pattuglie di polizia e lo portano via. Decide di raccontare tutto alla stampa ma, secondo la sua versione, molti giornalisti si rifiutano di pubblicare la sua storia. Forse perché certi giornali hanno perso il coraggio di denunciare o più semplicemente perché non hanno mai smesso di aver paura di certi poteri.


    Diego, però, è testardo, lui invece non ha mai smesso di credere nella Giustizia e in Dio, nonostante tutto, e, forte delle sue dieci pillole giornaliere che provano a calmargli ansie e paure, rimane fermamente aggrappato alla sua ultima e flebile speranza: la lettera che il suo avvocato sta nuovamente inviando al Santo Padre.

    http://www.francescalagatta.it/pedofilia-lagghiacciante-storia-di-diego-esposito-una-delle-vittime-di-don-silverio-mura/

  • La sfida di Ruffalo: “Il Papa veda il film sui preti pedofili”

    La sfida di Ruffalo: “Il Papa veda il film sui preti pedofili”

    Applausi per l’atteso “Spotlight”

    Applausi a scena aperta da critica e pubblico per uno dei film più attesi e più scottanti della 72ma Mostra di Venezia, “Spotlight” (fuori concorso) del regista Thomas McCarthy, con Mark Ruffalo e Stanley Tucci. La pellicola, destinata a far discutere soprattutto in Italia, ripercorre le vicende dei giornalisti del Boston Globe grazie ai quali sono stati portati alla luce gli abusi sui minori da parte di molti sacerdoti statunitensi. Ruffalo interpreta un cronista testardo, una delle colonne del Boston Globe, mentre Tucci fa l’avvocato impegnato nel caso: nel cast ci sono anche Rachel McAdams, Michael Keaton e Liev Schreiber per raccontare una storia ispirata al Watergate cattolico del 2002. Una lunga serie di abusi perpetrati da cinque preti su decine di minori a Boston, centinaia di fascicoli pubblicati con testimonianze di abusi praticati persino su bambini di 10 anni, un orrore andato avanti per decenni prima che arrivasse un’inchiesta giornalistica a scoperchiare lo scandalo.

    «Sono conscio della responsabilità della storia e dell’argomento delicato – ha detto ieri il regista al Palazzo del Casino – Il film parte dal tradimento della fede, ho fatto una grande ricerca dopo la fine del caso che si chiuse nel 2002. Questi carnefici praticavano abusi fisici e violenze verbali: per molte di queste persone perverse la religione contava molto, ma solo apparentemente. Papa Francesco è straordinario, ma una cosa è parlare e una cosa è arrivare ai fatti, la Chiesa deve fare di più. Vorrei che tornasse il giornalismo con gli stivali, con i reportage, basta con quei piccoli servizi on line che hanno allontanato i lettori dai giornali. Il mio non è un film contro la Chiesa, ho semplicemente raccontato i fatti così come sono avvenuti. Dobbiamo poter proteggere le persone da questo tipo di problema: la Chiesa deve aprirsi, ma il lavoro da fare è ancora molto lungo».

    Ruffalo che interpreta il giornalista Michael Rezendes, il quale proprio grazie a questa inchiesta vinse il Pulitzer nel 2003, auspica che «il Papa, i vescovi, i cardinali e i preti, vadano a vedere il film, perché non tradisce la Chiesa ma mostra la sua parte oscura. La Chiesa deve prendere le sue precauzioni e approfittare per curarsi le ferite». Ferite che sono finite in tribunale con indennizzi da 80milioni di dollari, mentre il cardinale Bernard Francis Law (interpretato da Len Cariou), arcivescovo di Boston dal 1984 al 2002, che sorprendentemente venne trasferito da Giovanni Paolo II nella Basilica di Santa Maria Maggiore, tutt’oggi vive a Roma, nel Palazzo della Cancelleria, di proprietà del Vaticano.

    Due i film in concorso: “Looking for Grace” (una coppia alla ricerca della figlia scomparsa) della regista australiana Sue Brooks, all’esordio in laguna con un road movie interpretato da Richard Roxburgh, Radha Mitchell, Odessa Young, Terry Norris, Harry Richardson; e “Beasts of No Nation” di Cary Kukunaga, interpretato da Idris Elba e basato sull’omonimo romanzo di Uzodinma Iweala: è la storia drammatica del giovane Agu, reclutato per combattere una guerra civile in un paese africano.

    Due, infine, i documentari, quello prodotto da Netflix, “Winter on fire”, con racconti di gente comune che affronta disarmata le milizie e immagini shock come quelle di un manifestante che nel tentativo di aiutare un ferito viene ucciso da un cecchino: è la cronaca della protesta diventata una rivoluzione in Ucraina, tra fine 2013 e inizio 2014, diretto dal russo Evgeny Afineevsky. L’altro è invece il documentario italiano “Italian Gangster” di Renato De Maria (sezione Orizzonti), distribuito da Luce Cinecittà, che lo ha anche prodotto in associazione con Minerva Pictures. È un viaggio inedito e spettacolare nelle imprese più eclatanti della mala nostrana, dal dopoguerra al boom economico, con filmati d’epoca della banda Cavallero, del “Dillinger bolognese”, di Luciano Lutring (il solista del mitra che frequentava alberghi di lusso e ballerine) e tanti altri, con testimonianze di giornalisti come Biagi, Bocca e Montanelli. Tra i personaggi sbarcati sul Lido, oltre a Sokurov, il più atteso è Johnny Depp, boss malavitoso in “Black Mass” di Scott Cooper: negli anni Settanta a Boston, l’agente dell’Fbi John Connolly (Edgerton) convince il gangster irlandese Jimmy “Whitey” Bulger (Depp) a collaborare con l’Fbi per eliminare il nemico comune: la mafia italiana. Ma tutto degenera, permettendo a Whitey di eludere la legge, consolidare il potere e diventare uno dei più spietati gangster americani.

    Dina D’Isa

    http://www.iltempo.it/cultura-spettacoli/2015/09/04/la-sfida-di-ruffalo-il-papa-veda-il-film-sui-preti-pedofili-1.1453594

  • Funerale Casamonica imbarazza, quello del vescovo pedofilo no?

    Funerale Casamonica imbarazza, quello del vescovo pedofilo no?

    Del funerale di Vittorio Casamonica ne hanno parlato tutti. Tra l’indignato e il sarcastico, chiunque si è sentito in dovere di dare la propria opinione in merito. Tutto tace (o quasi) dopo il funerale di ieri del vescovo pedofilo Josef Wesolowski: 8 minuti di silenzio e sepoltura con abito talare (nonostante fosse “spretato”).

    Il funerale ha avuto luogo ieri pomeriggio nella chiesa di Santa Maria Regina della Famiglia, all’interno della Città del Vaticano, celebrato da un suo connazionale, il polacco Konrad Krajewski, elemosiniere di papa Bergoglio, insieme ad altri 25 preti, tra cui il cardinale americano James Michael Harvey.

    Il vescovo, morto venerdì a 67 anni, è stato al centro di uno dei più grandi scandali di pedofilia che ha investito la Chiesa negli ultimi anni. Verrà sepolto in Polonia, la sua patria, chiuso nella bara con abito talare e anello da vescovo. Peccato però che non fosse più un “uomo di Chiesa” visto che era stato ridotto allo stato laicale dopo le accuse.

    Il 23 settembre 2014 Wesolowski fu arrestato dalla Gendarmeria vaticana su espressa volontà di Papa Francesco con l’accusa di pedofilia (almeno tre minori lo hanno denunciato) e possesso di materiale pedopornografico (sul suo pc sono stati trovati 100 mila file e altri 45mila cancellati).

    Oltre a questo era accusato di ricettazione (per aver acquistato o ricevuto il materiale pedopornografico), lesioni gravi (per il perturbamento provocato agli adolescenti) e di condotta che offende la religione e la morale cristiana (per l’accesso ai siti pornografici).

    I fatti ebbero inizio nella Repubblica Domenicana dove Wesolowski fu nunzio apostolico dal 2008 al 2013: secondo gli investigatori adescava ragazzini sulle spiagge con il suo ex diacono Francisco Occi Reyes.

    Il 15 giugno 2015 il presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ne aveva disposto il rinvio a giudizio in accoglimento della richiesta avanzata dall’ufficio del promotore di giustizia. La prima udienza del processo si doveva tenere l’11 luglio 2015, ma è stata rinviata a causa di un malore improvviso dell’imputato.

    Venerdì scorso la morte, probabilmente per problemi cardiaci. Durante le esequie non è stata recitata alcuna omelia, ma ci sono stati otto minuti di silenzio. Durante la liturgia è stata chiesta la benedizione per “fratello Giuseppe” affinché “cancelli i peccati commessi per la fragilità della vita umana“. Al termine della messa è stata recitata una preghiera polacca da religiosi suoi connazionali che hanno così accompagnato la bara del monsignore verso il carro funebre. Oggi la salma è partita per Cracovia.

  • Funerali di Wesolowski. Le vittime “Nulla è cambiato, dovevano estradarlo”

    Funerali di Wesolowski. Le vittime “Nulla è cambiato, dovevano estradarlo”

    “ENNESIMO INSULTO” Lo sconcerto di chi ha subito violenze: “La cerimonia insulta anche i sacerdoti che fanno grandi cose”

    Se davvero Wesolowski fosse stato sepolto con l’abito talare e l’anello, sarebbe l’ennesimo insulto alle vittime come me”.

    Diego, napoletano di 40 anni ha raccontato la sua storia anche al Washinton Post. Le violenze subite a 13 anni per le quali ha denunciato il suo professore di religione, don Silverio Mura, il silenzio mantenuto per piu di 20 anni, la convivenza con il suo segreto. “Quando mia madre mi ha suggerito di chiedergli di celebrare il mio matrimonio –racconta- non ho potuto oppormi, altrimenti avrei dovuto dirle tutto”.

    POI GLI SVENIMENTI, le crisi, la richiesta di aiuto e le denunce. Fino alla perdita del lavoro: “Ero una guardia giurata. Quando ho minacciato di ammazzarmi mi hanno tolto la pistola e sospeso. Nessuno, dal cardinale Crescenzio Sepe al vescovo ausiliario Lucio Lemma, mi ha aiutato”.

    Diego, però, è ancora credente e per questo la sua condanna al funerale pesa. “Sarebbe un’offesa anche per gli altri sacerdoti, che nel loro piccolo fanno grandi cose. Ne ho incontrati tanti, e non meritano questo affronto. Non lo merita neanche Bergoglio”. Da papa Francesco ha ricevuto una lettera, a cui è seguita la riapertura del suo caso ormai insabbiato: “Mi chiedeva di pregare per lui e mi ha rassicurato dicendo che avrebbe pregato per me. Ha fatto tanto: grazie a lui hanno perseguito Wesolowski, ha fattò in modo che fosse ridotto allo stato laieale. E invece altri lo hanno sepolto con abiti talari. Non posso credere fosse d’accordo”.

    NON TUTTI nutrono la stessa fiducia nei confronti di Bergoglio. “Già è difficile credere alla morte di Wesolowski per cause naturali”, dice Francesco Zanardi, presidente della Rete L’ABUSO Onlus che ha subitoviolenze dagli Il ai 16 anni da un sacerdote di Savona. Il prete ritenuto responsabile non è stato ridotto allo stato laicale ma ha chiesto di esserne dispensato dopo una condanna. “È esagerato elogare il Papa. Tanti Paesi avevano chiesto l’estradizione dell’ex nunzio apostolico, dalla Repubblica Dominicana alla Polonia, ma non è stata concessa nonostante la sua rete criminale fosse comprovata”,

    Sulla dinamica dei funerali, Zanardi la pensa come Diego: è l’ultimo sfregio nei confronti delle vittime dei preti pedofili. “Una scelta volgare e irrispettosa. I funerali cattolici non sono stati concessi a Welby, ma sono concessi ai preti pedofili”

    Racconta di aver assistito al funerale del sacerdote pachistano Yusuf Dominic, cacciato da Londra con l’accusa di pedofilia, “anche lui morto provvidenzialmente nel convento dei benedettini proprio durante l’apertura di una indagine”, dice, poi ammette: Bergoglio ha detto cose importanti “ma quella di ieri è la dimostrazione che le cose non sono cambiate e non cambieranno.

    Per IL FATTO QUOTIDIANO Virginia Della Sala

  • Josef Wesolowski: dalla sua morte escono sconfitte due persone

    Josef Wesolowski: dalla sua morte escono sconfitte due persone

    Dalla morte di Jozef Wesolowski, l’ex nunzio apostolico sotto processo in Vaticano per pedofilia e pedopornografia, escono sconfitte due persone. La prima è l’ex diplomatico della Santa Sede per il quale si prospettava verosimilmente entro il 2015 una condanna a 10 anni. Pena che molto probabilmente sarebbe stata di fatto convertita negli arresti domiciliari consentendo così a Wesolowski di trascorrere l’ultimo scorcio della sua vita in Vaticano, nella stanza numero 5 del Collegio dei Penitenzieri, lì dove poi è stato trovato morto.

    Il secondo sconfitto è Papa Francesco. Da parte di Bergoglio verso l’ex nunzio apostolico non c’è mai stato nessun tipo di accanimento, quasi come se la sua molto probabile dura condanna espiasse in un attimo i migliaia casi di pedofilia da parte del clero sparsi nel mondo insieme alla copertura di tanti, troppi vescovi. Neppure quando il Pontefice ha dato il suo assenso all’arresto di Wesolowskic’era da parte sua la volontà di trasformare il presule nel capro espiatorio della pedofilia ecclesiale di ieri e di oggi. Sull’argomento Francesco era stato chiarissimo usando sempre parole molto dure:“Tolleranza zero”; “È come le messe nere”; “Non ci saranno figli di papà”.

    Bergoglio era consapevole che il processo penale per Wesolowski, dopo quello canonico che lo aveva ridotto allo stato laicale, avrebbe sicuramente avuto la valenza di un importante precedente. Ma accanto al singolo caso, seppure, come hanno attestato numerose vittime, tra i più aberranti che le cronache abbiano portato alla luce, il Papa ha messo in moto una serie di riforme per contrastare la pedofilia. La più importante è stata l’istituzione di una nuova sezione giudiziaria, all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, per processare i presuli che vengono denunciati per abuso d’ufficio episcopale per casi di violenza sessuale dei loro preti sui minori. 

    Se da un lato la morte di Wesolowski lascia incompleta la vicenda giudiziaria che lo ha travolto, senza rendere giustizia alle numerose vittime, dall’altro dimostra la difficoltà di “purificare” la Chiesa partendo dalla sua “sporcizia” più grande, per usare un’immagine cara all’allora cardinale Joseph Ratzinger. La vera battaglia di Francesco, al di là dei successi diplomatici in Medio Oriente e nella sua America, si svolge all’interno delle mura vaticane. Non a caso è proprio contro la Curia romana, non amata, per usare un eufemismo, dall’allora cardinale Bergoglio, che il Papasi è scagliato duramente diagnosticandole ben 15 malattie. Ed è quella Curia, da sempre in affanno davanti ai cambiamenti, che Francesco vuole riformare attraverso il prossimo Giubileo straordinario della misericordia. Ci riuscirà?

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/29/josef-wesolowski-dalla-sua-morte-escono-sconfitte-due-persone/1992692/

  • “Vergogna e dolore”  della Chiesa di Scozia per la pedofilia

    “Vergogna e dolore” della Chiesa di Scozia per la pedofilia

    Nelle 500 parrocchie cattoliche del Paese sono stati distribuiti 100mila opuscoli ai fedeli durante le messe domenicali con gli impegni presi dalla Chiesa per rispondere dei crimini commessi ed un testo dell’arcivescovo Philip Tartaglia, presidente della Conferenza episcopale scozzese, in cui a nome dei vescovi chiede scusa alla popolazione
    Maria Chiara Biagioni

    Alla politica della tolleranza zero contro gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa aderisce con fermezza anche la Chiesa cattolica di Scozia. Il 22 e il 23 agosto nelle 500 parrocchie cattoliche del Paese sono stati distribuiti 100mila opuscoli ai fedeli durante le messe domenicali con gli impegni presi dalla Chiesa per rispondere dei crimini commessi ed un testo dell’arcivescovo Philip Tartaglia, presidente della Conferenza episcopale scozzese, in cui a nome dei vescovi chiede scusa alla popolazione. L’iniziativa è stata presa in seguito alla pubblicazione la scorsa settimana di un Rapporto redatto da una Commissione presieduta da Andrew McLellan e istituita dagli stessi presuli cattolici scozzesi nel novembre 2013. Il Rapporto – dal titolo “Review of Safeguarding Protocols and Procedures” – contiene una minuziosa rassegna del lavoro condotto in questi anni a fianco delle vittime degli abusi, ed una serie di raccomandazioni per migliorare la risposta, fino ad oggi purtroppo ancora inadeguata, della Chiesa a tutti i livelli, a cominciare dal vescovo.

    Le cifre. Dai dati diffusi dalla Conferenza episcopale della Scozia emerge che sono state 46 le denunce di abusi presentate tra il 2006 e il 2012. Più della metà sono per abusi sessuali. Nel 2013 sono state presentate altre 15 denunce, sei delle quali relative ad eventi accaduti prima del 1990. Come risultato, tre individui sono stati rimossi dal ministero, e altri due casi sono, al momento della stesura del Rapporto, ancora al vaglio del Procuratore. Nella relazione, la Commissione sottolinea quanto sia difficile per le persone che hanno subito abusi, denunciare il fatto. Provano vergogna; si sentono sleali e disobbedienti se parlano; molto spesso si reputano addirittura loro stessi i colpevoli. Per questi motivi, l’abuso è tenuto segreto anche ai familiari più stretti e possono passare quindi molti anni prima che le vittime siano in grado di parlare della violenza subita e denunciarla. Le cose, per fortuna, almeno da questo punto di vista, sono un po’ cambiate. E ciò accade grazie alla testimonianza data da persone che hanno confessato la stessa esperienza; al lavoro di denuncia e investigazione svolto dai media; e infine grazie alla svolta di politica intrapresa dalla Chiesa cattolica in tutto il mondo che ha riconosciuto il male commesso al suo interno promettendo di dare priorità alle vittime.

    Shock e il dolore quasi “insopportabili”. Il racconto della violenza subita è sempre una esperienza dura sia per chi la racconta come vittima, sia per chi la ascolta. Lo shock e il dolore – si legge nel Rapporto – sono quasi “insopportabili”. La crudeltà e la spietatezza narrate “vanno oltre l’esperienza vissuta dalla maggior parte delle persone”. Il Rapporto cita stralci di quei racconti. “Quando avevo otto anni, ero regolarmente chiuso in una stanza buia dalla suora che era la mia assistente. Mi diceva che ero stato punito perché nessuno mi amava. La stessa suora mi ha anche abusato sessualmente. Ho parlato con un prete in confessione. Quel sacerdote ne ha parlato con la suora e insieme mi hanno violentato. Avevo solo otto anni”. L’infamia più grande di cui si è macchiata la Chiesa – si legge nel Rapporto – è quella di aver coperto i colpevoli per proteggere la reputazione della Chiesa ed evitare “lo scandalo”. A questo riguardo, vengono ricordate le parole di Papa san Gregorio I: “è meglio consentire la nascita di uno scandalo, piuttosto che abbandonare la verità”. La testimonianza più eclatante dei sopravvissuti è l’esperienza quasi universale di essere lasciati soli. Una vittime racconta: “Non ho mai sentito alcuna compassione”. Il Rapporto scozzese dedica un paragrafo al caso del cardinale Keith O’Brien, finito nel 2013 al centro di una inchiesta per abusi ai danni di sacerdoti. Una accusa gravissima che gli impedì di partecipare al conclave e che lo ha oggi relegato, per volontà di papa Francesco, a vita privata. Nel Rapporto si recrimina il fatto che anche in questo caso, la Chiesa non ha dato resoconto “aperto e trasparente” di quello che era successo. Alcuni sacerdoti della diocesi dove il cardinale O’Brien era arcivescovo, hanno detto alla Commissione di essere stati “lasciati al buio”. Ma nel caso del cardinale O’Brien era intervenuto il Vaticano e pertanto i vescovi locali non erano in possesso di tutte le informazione richieste ed erano comunque tenuti alla riservatezza.

    Il Rapporto riserva una sezione alle “buone pratiche”, indicando cosa si deve fare e cosa non fare con i minori e in caso di una “confessione” o di un sospetto come ci si deve comportare. La raccomandazione è quella di “mantenere la calma”, “non cedere allo shock”, rassicurare il bambino o il giovane di aver fatto la cosa giusta a parlarne, non investigare ma raccogliere tutti i dati utili per riferire a chi di competenza. “Gli abusi sui minori sono un crimine orribile”, scrive l’arcivescovo Tartaglia nel volantino distribuito nelle parrocchie. “E lo è ancora di più se perpetrato all’interno della Chiesa, e da sacerdoti e religiosi. Tali azioni sono imperdonabili e intollerabili. Il danno causato è prima di tutto alle vittime, ma si estende anche alle loro famiglie e agli amici, così come alla Chiesa e alla società intera. Vorrei assicurare le vittime degli abusi che i vescovi cattolici della Scozia provano vergogna e dolore per quello che hanno sofferto. Siamo addolorati e chiediamo perdono”.

     

  • Spunta un’altra vittima del prete pedofilo di Ponticelli, don Silverio Mura

    Spunta un’altra vittima del prete pedofilo di Ponticelli, don Silverio Mura

    Nei giorni scorsi ci ha contattati un’altra vittima del prete di Ponticelli (Napoli) nascosto dalla diocesi, don Silverio Mura che la Rete L’ABUSO aveva già denunciato in più occasioni grazie alla testimonianza di Diego (nome di fantasia).

    Anche in questo caso la vittima ha conosciuto don Silverio nella scuola di Ponticelli, dove malgrado le denunce di Diego al cardinale Crescenzio Sepe, a monsignor Lucio Lemmo, non fu mai rimosso ma trasferito a pochi chilometri da Napoli, nell’istituto alberghiero “C. Russo” di Cicciano dove ha continuato a lavorare indisturbato come insegnante di religione  in mezzo ad adolescenti, fino alla nostra denuncia.

    La nuova vittima descrive dei dettagli mai resi pubblici,  descritti anche da Diego, dettagli che renderebbero la vittima attendibile. Nella prima sua mail di contatto la vittima conclude il racconto dicendo “ora vorrei solo semplicemente incontrarlo anche se non so dove sia per chiedere solo alcune cose ma senza rancore e rabbia…Provo diciamo pena per lui…” e conclude con la speranza “Vorrei solo sapere al più presto che tutte le persone come me coinvolte stiano meglio….grazie per l’attenzione che date e per l’amore e l’impegno che mettete per combattere…”

    Nei prossimi giorni tramite l’ avvocato della Rete L’ABUSO Sergio Cavaliere provvederemo alla segnalazione del nuovo caso all’autorità giudiziaria e cercheremo anche, con il consenso di Diego, di mettere i due in contatto, come ci viene chiesto dal ragazzo.

    Per quanto riguarda il prete, al momento è in una struttura per preti pedofili ed è in corso nei suoi confronti un processo canonico per le molestie inflitte a Diego.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

  • Vaticano, veleni e sospetti dietro la frenata del processo per pedofilia e pedopornografia a Wesolowski

    Vaticano, veleni e sospetti dietro la frenata del processo per pedofilia e pedopornografia a Wesolowski

    Alla vigilia della prima udienza, l’ex nunzio è stato ricoverato in ospedale. Dalla Santa Sede parlavano di terapia intensiva, ma in realtà l’ex arcivescovo era arrivato in stato confusionale (pare per un mix di alcol e farmaci) e dimesso dopo tre giorni. Secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, Papa Francesco è molto irritato per lo stop. E c’è chi tra i corridoi di San Pietro parla della lobby polacca come mandante dei rinvii.

    Il “mistero Wesolowski” si infittisce. Chi c’è dietro la brusca frenata del processo penale vaticano che vede per la prima volta un ex nunzio ed ex arcivescovo alla sbarra per pedofilia epedopornografia? Ilfattoquotidiano.it ha raccolto tutte le indiscrezioni sulla situazione attuale di Jozef Wesolowski. L’ex nunzio è stato ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma, il “Vaticano III” secondo la celebre espressione di Karol Wojtyla, nel pomeriggio del 10 luglio 2015, vigilia dell’apertura del processo penale in cui era imputato con ben cinque capi di accusa: detenzione di materiale pedopornografico; pedofilia, in un caso in concorso con il suo assistente ed amante, l’ex diacono Francisco Occi Reyes; ricettazione di materiale pedopornografico; lesionigravi alle sue vittime adolescenti; condotta che offende la religione e la morale cristiana per aver visitato siti pornografici.

    Al Gemelli, raccontano a ilfattoquotidiano.it, Wesolowski è arrivato in stato confusionale a seguito dell’assunzione di farmaci e alcol ed è stato tenuto in osservazione per un banale calo pressorio. Non è mai stato in terapia intensiva, come invece dichiarato dalVaticano, né in rianimazione, né in codice rosso. Dopo appena tre giorni di ricovero, il 13 luglio 2015 l’ex nunzio avrebbe lasciato l’ospedale e sarebbe tornato in Vaticano nella stanza numero 5 del Collegio dei Penitenzieri, di fronte Casa Santa Marta, la residenza di Papa Francesco. La Santa Sede continua a smentire e a sostenere che Wesolowski sarebbe ancora ricoverato in terapia intensiva.

    Si racconta di un Papa Francesco abbastanza irritato, al rientro dal viaggio in America Latina, per la brusca frenata al primo processo penale vaticano per pedofilia e pedopornografia.Quest’ultimo reato introdotto proprio daBergoglio subito dopo la sua elezione. L’ipotesi più accreditata nei sacri palazzi è che la “lobby polacca” voglia evitare il processo penale vaticano nel quale l’ex nunzio, già ridotto allo stato laicale nel processo canonico di primo grado, rischia una condanna fino a 10 anni. Wesolowski, infatti, è stato ordinato prete dall’allora cardinale arcivescovo di Cracovia Wojtyla il 21 maggio 1972, e poi arcivescovo da san Giovanni Paolo II nella Basilica Vaticana il 6 gennaio 2000.

    Il processo contro l’ex nunzio si potrebbe chiudere rapidamente perché il pm vaticano, Gian Piero Milano, che è coadiuvato daAlessandro Diddi e Roberto Zannotti, ha raccolto tantissime testimonianze delle vittime di Wesolowski. A esse si aggiungono gli oltre 100mila file con foto e video a sfondo sessuale, a cui si aggiungono più di 45mila immagini hard cancellate che sono stati trovati nel pc dell’ex arcivescovo dalla perizia informatica. Il Papa era stato chiaro: “Sulla pedofilia tolleranza zero”, “non ci saranno figli di papà”. E, infatti, aveva voluto che Wesolowski fosse arrestato. Ora Bergoglio vuole che il processo riparta al più presto e non è disposto a tollerare nessun sabotaggio.

    Twiter: @FrancescoGrana

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/17/vaticano-veleni-e-sospetti-dietro-la-frenata-del-processo-per-pedofilia-e-pedopornografia-a-wesolowski/1883015/