Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Stampa cattolica: “Calano i casi di pedofilia nella Chiesa”

    Stampa cattolica: “Calano i casi di pedofilia nella Chiesa”

    CITTA’ DEL VATICANO – Paga la linea durissima voluta da Joseph Ratzinger (prima da prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede e poi da Papa) per sconfiggere il triste fenomeno dei preti pedofili. Dalla pubblicazione delle nuove norme (2001), nel mondo i nuovi delitti sono stati di molto inferiori rispetto agli anni precedenti, come dimostra uno studio del ”John Jay College” che rileva il ”declino notevolissimo” dei casi denunciati a partire dai primi anni 2000. L’opinione pubblica non se ne e’ accorta perche’ continuano a far notizia i processi in corso. Ad esempio, gli indennizzi milionari decisi due mesi fa dall’Arcidiocesi di Los Angeles riguardano episodi avvenuti diversi anni prima, talvolta decenni. E anche in Italia le nuove inchieste a Torino e Terni partono da denunce di adulti che si dicono abusati in passato. Per Benedetto XVI, come ha detto ai vescovi dell’Irlanda lo scorso 28 ottobre, questo e’ un ”tempo di purificazione” da quella ”sporcizia” da lui denunciata nella drammatica ”Via Crucis” del venerdi’ santo 2005, e che e’ fatta dai ”molti casi, che feriscono il cuore, di abusi sessuali sui minori, particolarmente tragici quando colui che abusa e’ un prete”. Su questo terreno il nuovo Papa e’ molto severo ed esigente, piu’ del suo predecessore Giovanni Paolo II, tanto che non ha esitato a calare la scure anche su potenti uomini di Chiesa fin qui ritenuti intoccabili. Ed e’ stato proprio Joseph Ratzinger, da prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, a codificare la linea della ”tolleranza zero” in pieno accordo con il vertice dei vescovi americani riunito a Roma da Giovanni Paolo II. Ai vescovi il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede ”De Delictis Gravioribus”, che definiva le linee guida del motu proprio con cui Papa Wojtyla rafforzo’ l’ex Sant’Uffizio nel giudicare i casi di violenze e molestie, chiese infatti ”non solo di contribuire a evitare un crimine cosi’ grave, ma anche di proteggere con le necessarie sanzioni la santita’ del sacerdozio e la cura pastorale offerta dai vescovi e dagli altri responsabili ecclesiastici”. Da sei anni, dunque, al primo sospetto oggettivo il vescovo e’ tenuto a informare la Congregazione per la Dottrina della fede, che decidera’ se far giudicare la questione a livello locale o avocare il procedimento in Vaticano. Lo stesso documento condanna ogni abuso della confessione per ottenere favori sessuali. E ancora: per scongiurare frettolose archiviazioni, l’allora Cardinale Ratzinger, d’intesa con Wojtyla, prese anche la decisione di modificare i termini di prescrizione dei processi ecclesiastici. I dieci anni necessari per far decadere i procedimenti scattano (dopo la riforma del 2001) soltanto a partire dalla maggiore eta’ della vittima, in modo da garantire a chi e’ stato abusato nel corso dell’adolescenza la piena facolta’ di intervento in giudizio. L’anno successivo il Cardinale Ratzinger partecipo’ al vertice straordinario dell’episcopato americano, convocato a Roma, quando si stabili’ ”tolleranza zero” per i preti pedofili e l’immediato allontanamento di chiunque fosse coinvolto in indagini da incarichi ecclesiali a contatto con minori. I dati del ”John Jay College” sono stati analizzati dal Centro Studi Nuove Religioni (diretto da Massimo Introvigne): nell’ultimo mezzo secolo, i sacerdoti accusati di abusi sessuali negli Stati Uniti sono stati 4.392 su un totale di 110 mila preti diocesani e religiosi, ma solo il 22% delle accuse si riferisce a casi di pedofilia (cioe’ ad abusi su bambini). Da parte sua il Cesnur ha cercato di verificare se la Chiesa Cattolica sia un ambiente particolarmente favorevole alla pedofilia, e il sacerdozio sia dunque uno stato di vita a rischio, confrontando le statistiche sui sacerdoti cattolici a quelle sui pastori protestanti, i rabbini, gli imam e i maestri delle scuole e degli asili statali: ”I dati sulle condanne mostrano che la percentuale e’ simile, e in alcuni casi piu’ alta, rispetto ai preti della Chiesa Cattolica. Tra l’altro, tra le persone sposate c’e’ una percentuale di pedofili condannati analoga o piu’ alta rispetto ai sacerdoti cattolici. I dati confermano anche che il rischio pedofilia e’ maggiore tra gli omosessuali. Nel nostro Paese in totale sono state emesse fino ad oggi tredici condanne a carico di sacerdoti, mentre i due casi piu’ eclatanti non sono arrivati in Aula: quello di don Marco Agostini di Pomezia si e’ infatti concluso con il suicidio del sacerdote, e quello di don Lelio Cantini ha avuto solo conseguenze canoniche in quanto le denunce si riferivano a fatti molto antichi e dunque gia’ prescritti per la legge italiana. La diocesi di Firenze, sentita la Congregazione della Fede, ha deciso, tra l’altro, che il sacerdote fosse allontanato dal suo ambiente, non confessasse, non celebrasse la messa in pubblico e non assumesse incarichi ecclesiali.

  • Card. Bertone. Gli abusi sessuali sono un business

    Card. Bertone. Gli abusi sessuali sono un business

    Il Cardinal Bertone denuncia il “business” sugli abusi sessuali negli Stati Uniti
    WASHINGTON, giovedì, 16 agosto 2007 (ZENIT.org).- Il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, ha denunciato il “business” che ha accompagnato lo scandalo degli abusi sessuali che ha investito i sacerdoti statunitensi.

    “Innanzitutto, vorrei dire che la Chiesa negli Stati Uniti ha sofferto profondamente a causa di questa situazione, ha risposto con grande dignità, e invita tutti ad impegnarsi concretamente per un capovolgimento della situazione”, ha affermato l’8 settembre durante una conferenza stampa tenutasi a margine del 125° Congresso annuale dei Cavalieri di Colombo , svoltosi dal 6 al 9 agosto a Nashville (Stati Uniti).

    “Quando ero ancora alla Congregazione per la Dottrina della Fede e in qualità di Arcivescovo di Genova, ho accompagnato la Chiesa negli Stati Uniti durante il periodo della prova e, torno a ripetere, hanno affrontato qusta prova con dignità e coraggio”, ha riconosciuto.

    Il porporato ha poi fatto due osservazioni.

    “Per prima cosa – ha denunciato –, il business che ha accompagnato gli scandali sessuali non ha nulla a che fare con il rispetto della persona umana, con l’aiuto alle vittime, e neanche con il recupero del colpevole – che non possiamo abbandonare all’inferno. Il business creato negli Stati Uniti attorno a questo scandalo è veramente intollerabile”.

    “Seconda cosa, spero che altre istituzioni e agenzie sociali affronteranno questo stesso problema con i loro membri, con un’eguale dose di coraggio e realismo rispetto a quella mostrata dalla Chiesa cattolica”, ha aggiunto.

    “Sarei curioso di sapere se altre agenzie e istituzioni hanno fornito assistenza finanziaria per le vittime come ha fatto la Chiesa cattolica; se si sono presi cura delle vittime e dei colpevoli”, si è quindi domandato.

    Il Cardinale ha poi invitato a “tenere a mente che dei 44,000 preti presenti negli Stati Uniti, la percentuale di coloro che sono stati coinvolti in questi scandali è molto bassa”.

    “In base alle informazioni diffuse, sembrerebbe quasi che la Chiesa cattolica sia la sola organizzazione ad essere stata colpita da questo problema. Ciò è inaccettabile”, ha sottolineato infine.

  • Prete pedofilo recidivo. Due cardinali si accusano a vicenda

    Prete pedofilo recidivo. Due cardinali si accusano a vicenda

    A COLPI DI “MITRA”: SUL CASO DI UN PRETE PEDOFILO È GUERRA TRA DUE CARDINALI

    LOS ANGELES-ADISTA. Cardinale contro cardinale: è la piega che ha preso la vicenda che ha per protagonista il parroco messicano Nicolás Aguilar, responsabile di abusi sessuali, e che vede da tempo l’arcivescovo di Città del Messico il card. Norberto Rivera Carrera, e l’arcivescovo di Los Angeles, il card.

    Roger Mahony, palleggiarsi la responsabilità di aver consentito che l’imputato esercitasse indisturbato le sue attività di prete e pedofilo (v. Adista n. 1/07). Il 14 settembre scorso, di fronte alla Corte Suprema della California, Mahony ha affermato sotto giuramento di non aver mai ricevuto alcuna lettera di avvertimento sulla condotta di Aguilar da parte di Rivera, mentre Rivera, quella lettera, ha sempre sostenuto di averla scritta.

    Durante l’interrogatorio di dodici ore, all’arcivescovo e al suo vicario, mons. Thomas Curry, sono stati chiesti i dettagli delle comunicazioni intercorse con Rivera, all’epoca dei fatti vescovo di Tehuacán, diocesi nella quale era attivo l’imputato. Rivera, infatti, è accusato di aver coperto il prete messicano, secondo quanto affermato da quattro delle 60 vittime tra il 1997 e il 1998.

    Nel novembre 2006, egli aveva ricevuto dalla Corte Superiore della California una denuncia in tal senso da parte di un testimone protetto appoggiato dalla Rete di sopravvissuti delle vittime di abusi sessuali di preti (Snap), che lo accusava insieme a Mahony e al prete pedofilo. Mahony aveva immediatamente replicato di non essere stato messo al corrente da Rivera del passato del prete, quando nel 1987 lo aveva inviato nella sua diocesi. Ora, davanti alla Corte Suprema, ha confermato la sua posizione sotto giuramento, offrendo così ai giudici un elemento chiave per decidere se vi possono essere le condizioni affinché l’arcivescovo di Città del Messico sia giudicato a Los Angeles.

    Da parte sua, Rivera ha sempre sostenuto di aver scritto quella lettera nel marzo 1987, facendo riferimento a sospetti, non comprovati, sulle tendenze di Aguilar. “Non si è mai verificato il caso di un cardinale che punta il dito contro un altro”, ha commentato l’avvocato delle vittime, Jeff Anderson. “Mahony incolpa Rivera e viceversa. È evidente che ognuno dei due contraddice apertamente l’altro”. Rivera si trova in una posizione precaria, poiché alcuni dei documenti che ha prodotto durante l’interrogatorio, anziché scagionarlo, lo accusano.

    Nel febbraio scorso, poi, ha firmato una dichiarazione giurata in cui assicurava che la lettera a Mahony esisteva, ma non l’ha mai mostrata. “I due stanno dicendo mezze verità per proteggersi – spiega Anderson -; è chiaro che tutti e due conoscevano fino ad un certo punto la situazione, che entrambi avevano la responsabilità di allontanare questo individuo dal sacerdozio e di informare la polizia, e che non hanno fatto nulla di tutto ciò. Allora non importa che ora dicano non sapevo, non mi hanno detto, non mi è arrivata la lettera, ecc. La questione è che non hanno voluto vedere il problema che avevano davanti, e hanno preferito non sapere”.

    Il vicario di Mahony, Curry, dovrà a sua volta rispondere del ritardo di due giorni con cui, nel gennaio 1988, riferì alla polizia degli abusi su minori dei quali Aguilar era accusato da alcune famiglie di Los Angeles, visto che la legislazione dello Stato della California prevede che sospetti di questo tipo debbano essere immediatamente comunicati alle autorità. Ora si attende il 16 ottobre per sapere se Rivera potrà essere giudicato a Los Angeles.

    http://www.adistaonline.it/?op=articolo&id=38388

  • Don Gelmini, gli scandali sui sacerdoti pedofili e i problemi della Chiesa oggi in una sconcertante intervista di Vittorio Messori a “La Stampa”

    Don Gelmini, gli scandali sui sacerdoti pedofili e i problemi della Chiesa oggi in una sconcertante intervista di Vittorio Messori a “La Stampa”

    Don Gelmini, gli scandali sui sacerdoti pedofili e i problemi della Chiesa oggi in una sconcertante intervista di Vittorio Messori a “La Stampa”

    di Lorenza Provenzano – Neppure Alessandro Meluzzi, fedelissimo portavoce di Don Gelmini, si era spinto a tanto per difendere il fondatore della Comunità Incontro: «Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? – ha dichiarato Vittorio Messori a La Stampa – Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo, ma di questi ragazzi ne avesse salvati a migliaia?». «La Chiesa ha beatificato un prete denunciato a ripetizione perché ai giardini pubblici si mostrava nudo alle mamme – ha continuato Messori.

    Queste storie sono il riconoscimento della debolezza umana che fa parte della grandezza del Vangelo. Gesù dice di non essere venuto per i sani, ma per i peccatori. E’ il realismo della Chiesa: c’è chi non si sa fermare davanti agli spaghetti all’amatriciana, chi non sa esimersi dal fare il puttaniere e chi, senza averlo cercato, ha pulsioni omosessuali. E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce la norma e la soglia d’età?».

    Gran minestrone, quello di Messori, le cui affermazioni sono apparse ad alcuni deliranti e antistoriche. Nello stesso calderone finiscono astutamente le inchieste per pedofilia, che hanno travolto alti prelati d’Oltreoceano, e le presunte molestie sessuali delle quali viene accusato Don Gelmini da alcuni ex ospiti della comunità di Verzò (e poco importa, a Messori, che ci sia di mezzo un minore o un adulto in grado di difendersi, per quanto in stato di soggezione psicologica o di particolare e momentanea fragilità emotiva). Non solo. A cuor leggero, si tira in ballo nientemeno che la santità come il carisma o la superiore virtù al cospetto della quale la debolezza della carne passa in second’ordine: anche ammesso e non concesso che questo sia propriamente il senso della carità cristiana, basta forse fondare una comunità terapeutica per tossicodipendenti o indossare l’abito talare per esser paragonati ai santi e ai beati? Senza togliere a Don Gelmini e don Ciotti alcuno dei loro innegabili meriti e senza voler emettere sentenze basate sulle chiacchiere, non si può negare che agli operatori dei numerosi centri laici per tossicodipendenti non si regalano patenti di santità a buon mercato né si fanno sconti di nessun tipo (a riprova, basti un nome su tutti, quello di Vincenzo Muccioli). C’è chi sostiene che «santo non è chi sbaglia a ripetizione ma chi chiede sempre perdono per i propri errori», come fa Paolo Rodari nel suo blog, ma anche qui si potrebbe obiettare, se è di Don Gelmini che stiamo parlando, che il peccato – vero o sospetto che sia – di per sé non profuma di santità, quantomeno senza un sincero rimorso e una richiesta di perdono a chi si è offeso.

    Anche preso per buono il discrimine sottolineato da Messori tra la logica della Chiesa, che guarda cristianamente più ai meriti che ai demeriti, e quella della legge, non si comprende perché la Chiesa, nei suoi prounciamenti ufficiali, non debba tener conto della gravità, in termini di reati, e della pedofilia e delle molestie sessuali. Vale lo stesso discorso per le tasse, tema in questi giorni di calda attualità. Il cardinal Bertone invita a pagarle, senonché Messori fa malleva sull’inciso del cardinale – le imposte si pagano «secondo leggi giuste per aiutare i più poveri e deboli» – per applicare a questo dovere civico la propria morale elastica. Scrive infatti oggi Messori sul Corriere della Sera che preti e suore evadono il fisco come il «cittadino comune», ma lo fanno per «legittima difesa», perché pagare si deve, sì, ammette il giornalista, ma il Nuovo Catechismo della Chiesa parla di «giusti tributi», quindi se io cittadino considero il tributo eccessivo, sono legittimato a far la cresta. Mutatis mutandis, Messori potrebbe chiedersi: perché devo considerarmi un pedofilo se allungo la mano su un dodicenne? Dichiara infatti lui stesso: «Chi stabilisce la norma e la soglia d’età?». In altre parole, ci chiediamo: per autoassolversi basta avere da eccepire su quanto stabilisce la legge?

    Poiché anche la Chiesa detta norme di comportamento in materia di etica sessuale o in generale di catechesi, siamo tutti legittimati, in nome del libero arbitrio, a ricusare la definizione di peccato in relazione a questa o a quella scelta di vita qualora fosse contraria al dettato cristiano? Quella di Messori pare una coperta troppo corta. Più volte il giornalista esprime un certo rammarico per la mania del politically correct che a suo dire sta «prendendo campo anche nel cattolicesimo italiano». A suo dire, la Chiesa starebbe cadendo nella trappola mediatica del prete-gay, «la categoria più esposta» al pubblico ludibrio: da un lato si stigmatizza il clero, secondo Messori, quando non accetta in seminario chi dimostra tendenze omosessuali, dall’altro lato si sta pronti col fucile spianato non appena qualche prete da un passo falso. Così ragionando, tuttavia, Messori stabilisce un’equazione indebita (o forse, come direbbe lui: unpolitically correct) tra omosessualità e attitudine alla molestia sessuale. Il trait d’union tra le due cose sembra essere l’incapacità dei più di attenersi ai voti di castità: «Sul piano umano è disumana – dice in proposito il giornalista -. Si resta casti solo se si ha fede salda, fiducia nella vita eterna. Il deficit non è organizzativo ma di fede. E non si risolve abolendo il celibato ecclesiastico, perché l’80% sono casi gay».

    Un corto circuito, insomma. «La Chiesa ha sempre saputo che seminari e monasteri attirano omosessuali», dice Messori, ma l’incontinenza degli stessi diventa poi un problema anche di immagine pubblica. Curioso. Giorni fa, a proposito di Don Gelmini, la senatrice del Prc Lidia Menapace dichiarava: «Il pettegolezzo sulla sua identità sessuale e le sue preferenze non servono a nessuno e tendono ad affermare che chi è gay è anche molestatore, una falsità bella e buona». Ora Messori, che pure tira una bordata non da poco sui «preti antidroga superstar», per togliere la croce del pubblico molestatore dalla schiena di don Pierino gli rende lo stesso favore (ah, gli amici!) della senatrice Menapace: lascia intendere che il problema del prete-gay e del santo “sporcaccione” sta in primo luogo nella nostra ipocrisia pruriginosa. E lui, il «santo» della Comunità incontro, per tutta risposta replica: «Cosa credono, che siamo tutti froci?». Peggio la toppa del buco, signori.

  • Il Vaticano scarica don Gelmini:

    Il Vaticano scarica don Gelmini:

    IL CARD. MARCHISANO: SI AUTOSOSPENDA
    Affidi comunità ad un fiduciario. Alzare i toni controproducente

    Roma, 7 ago. (Apcom) – “Per salvare dalla bufera una realtà così importante, don Gelmini dovrebbe fare un passo indietro e lasciare la guida della comunità Incontro ad un altro sacerdote finché non sia stata fatta chiarezza sull’intera vicenda”. Il consiglio al prete anti-droga sotto inchiesta a Terni per abusi sessuali arriva dal cardinale Francesco Marchisano, ex vicario papale per la Città del Vaticano e attuale presidente dell’ufficio del Lavoro della Sede Apostolica.
    L’invito ad “autosospendersi dal suo incarico ed affidarsi ad un fiduciario per potersi meglio difendere senza coinvolgere la comunità” arriva tramite un’intervista alla Stampa. Il cardinale Marchisano giudica “sbagliato agitare lo spettro di complotti anticlericali. Così si soffia sul fuoco, invece di abbassare i toni e ciò è una grave minaccia per la benemerita istituzione creata da don Gelmini. Prese di posizione gridate e sopra le righe hanno un effetto terribile. Gridare alla congiura contro la Chiesa è un pericoloso boomerang. Anche tenuto conto di come sta impostando la sua autodifesa, sarebbe meglio separare le vicende personali di don Gelmini dalla sorte di una grande realtà come la comunità Incontro”. Il porporato definisce infatti “esagerata” l’autodifesa del sacerdote sotto inchiesta. “Terribili le parole, poi ritrattate, sulla lobby ebraica. Poi le scuse e altre polemiche dannose. Ha alzato troppo i toni: è una reazione umana ma molto controproducente”.
    “Il modo più proficuo di affrontare la situazione – conclude il cardinale Marchisano – mi sembra quello di indicare due o tre persone per la guida della comunità e controbattere punto su punto alle accuse senza alzare polveroni,. Queste colossali iniziative di volontariato che di per sé sono ottime creano anche delle reazioni. Per creare una realtà di queste dimensioni si impegnano colossali energie e può capitare che si commettano sbagli o si ceda a debolezze, però il male che dicono ci sia, poi bisogna veramente provarlo e per condannare qualcuno servono prove concrete”.

  • Don Pierino segreto: un ex detenuto Nel ’69 la prima denuncia e poi la condanna al carcere

    Don Pierino segreto: un ex detenuto Nel ’69 la prima denuncia e poi la condanna al carcere

    Autore: GRIGNETTI FRANCESCO

    Don Pierino segreto: un ex detenuto Nel ’69 la prima denuncia e poi la condanna al carcere

    C’e’ stato un altro DON Pierino prima di DON Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed e’ pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto e’ stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perDONato da Santa Romana Chiesa.

    E’ il DON GELMINI che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accaDONo tra il 1969 e il 1977, quando DON Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al piu’ esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunita’ antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico. Anni che furono in salita per DON Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunita’ Incontro.

    Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E gia’ all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino. Lui, DON Pierino, nella sua autobiografia scrive che li’, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, comincio’ a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta.

    «Ed e’ la’ che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunita’ Incontro». All’epoca, GELMINI aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita.

    I freddi resoconti di giustizia dicono in verita’ che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E resto’ impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa falli’ mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura. DON Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, spari’ dalla circolazione. Si sapra’ poi che era finito nel cattolicissimo VIETNAM del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hue’.

    Ma la storia fini’ di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi e’ il monsignore che raggiro’ la vedova di Presidente VIETNAMita». Dovette rientrare in Italia. Pero’ l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ’71. Li sconta tutti. Come detenuto, non e’ esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare ”promiscuita”’ con gli altri reclusi». Cattiverie. Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi.

    Non cosi’ i giornali dell’epoca. Anche perche’ nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e DON Pierino aveva scontato la sua condanna, nonche’ trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo. Questa volta fini’ in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa. Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due GELMINI. Ci fu anche chi esagero’.

    Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella. Passata quest’ennesima bufera, comunque, DON Pierino torno’ all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano cosi’: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera». Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si e’ spopolata. Adocchio’ un rudere in una valletta che li’ chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale.

    Era un casale diroccato. Diventera’ il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunita’. Gli riesce insomma quello che non era riuscito al fratello, che aveva anche lui ottenuto in concessione (dal proprietario, il conte Ludovico Gallarati Scotti, nel 1974) un rudere, il castello di Cozzo Lomellina, e l’aveva trasformato, grazie al lavoro duro di tanti volontari e tossicodipendenti, in uno splendido maniero. Ma ormai la parabola di padre Eligio era discendente. DON Pierino, invece, stava diventando DON Pierino.

  • La vera storia di don Gelmini

    La vera storia di don Gelmini

    “Quattro anni passati in carcere “Francesco Grignetti su La Stampa ricostruisce il passato del prete in lotta contro la droga che in giardino aveva una Jaguar: per due volte finì dietro le sbarre con accuse di truffa e bancarotta fraudolenta

    Milano, 5 agosto 2007 – C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa.

    E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico.

    Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino. 

    Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».

    All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita.

    I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura. 

    Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».

    Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie.

    Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.

    Questa volta finì in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa. Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due Gelmini. Ci fu anche chi esagerò. Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella.

    Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera».

    Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità.

    Gli riesce insomma quello che non era riuscito al fratello, che aveva anche lui ottenuto in concessione (dal proprietario, il conte Ludovico Gallarati Scotti, nel 1974) un rudere, il castello di Cozzo Lomellina, e l’aveva trasformato, grazie al lavoro duro di tanti volontari e tossicodipendenti, in uno splendido maniero. Ma ormai la parabola di padre Eligio era discendente. Don Pierino, invece, stava diventando don Pierino.

    http://qn.quotidiano.net/2007/08/05/29205-vera_storia_pierino.shtml

  • Preti pedofili. Si allentano le regole

    Preti pedofili. Si allentano le regole

    LOS ANGELES-ADISTA. L’arcidiocesi di Los Angeles pagherà un risarcimento record a oltre 500 vittime di abusi sessuali commessi da preti, religiosi, diaconi e laici dal 1940 ad oggi: la cifra, pattuita lo scorso 15 luglio, è di 660 milioni di dollari (477,5 milioni di euro, di cui circa il 40% destinato agli avvocati delle vittime), che si vanno ad aggiungere ai 60 milioni concordati in dicembre con altre 45 vittime. Ma l’accordo extragiudiziario – fortemente voluto dall’arcivescovo di Los Angeles, card. Roger Mahony – malgrado la grande rilevanza che gli è stata concessa dagli organi di stampa vaticani non è, come si potrebbe sperare, il segno di una Chiesa cattolica che comincia a ‘chiudere i conti’ con una delle più gravi crisi che l’hanno attraversata negli ultimi decenni.

    Il prezzo del segreto
    Il raggiungimento dell’accordo tra arcidiocesi e vittime, infatti, ha bloccato l’apertura dei primi 15 processi civili per i casi di abuso, che si sarebbero aperti questa settimana con l’imbarazzante prospettiva di un dibattimento pubblico che avrebbe costretto l’arcidiocesi a rendere pubblici molti documenti e lo stesso cardinale all’umiliazione di vedersi chiamato a deporre. Le associazioni delle vittime hanno lungamente contestato l’atteggiamento di Mahony, il cui obiettivo principale, dall’inizio dello scandalo, sarebbe stato quello di tenere segreti i file personali dei preti accusati, custoditi negli uffici dell’arcidiocesi: documenti che il cardinale e i suoi avvocati si sono sempre rifiutati di divulgare, appellandosi, tra l’altro, anche al primo emendamento della Costituzione statunitense, che sancisce la libertà di religione.

    A suo credito, però, va riconosciuto che il card. Mahony – di cui molti hanno invocato le dimissioni, come era già accaduto nel caso del card. Bernard Law di Boston (v. Adista n. 91/02) – ha sempre cercato di stabilire un contatto con le vittime: negli ultimi anni ha intrapreso una serie di approfonditi incontri personali con le vittime e le loro famiglie. “La speranza di tutta la Chiesa di Los Angeles”, ha detto annunciando l’accordo, “è che queste vittime, molte delle quali hanno sofferto in silenzio per decenni, possano, con l’accordo di oggi, trovare un qualche tipo di consolazione e mettere in un certo senso la parola fine a questa vicenda”. Anche se, ha aggiunto alla Radio Vaticana, “molte delle vittime mi hanno detto che pure se gli abusi sono stati condannati” e “pure se sono stati assicurati loro dei risarcimenti, non c’è in realtà alcun modo per tornare indietro e per restituire l’innocenza che è stata loro rubata”. Mahony ha anche rassicurato che, anche se i pagamenti richiederanno molti sacrifici economici all’arcidiocesi (che verserà dalle proprie casse 250 milioni di dollari, 180 milioni di euro, dei 660 dell’accordo), non sarà venduta nessuna proprietà “essenziale”, come parrocchie o scuole: gli edifici già individuati per la cessione sarebbero una cinquantina, compreso quello che ospita gli uffici della Curia. P. Lombardi: ottimismo fuori luogo.

    A dare rilevanza alla notizia proveniente da Los Angeles ha contribuito anche il direttore della Sala Stampa vaticana, il gesuita p. Federico Lombardi, con una dichiarazione – inconsueta per casi del genere – in cui ha sottolineato “l’impegno”, “con i sacrifici che comporta”, della Chiesa cattolica nella lotta alla pedofilia, con la prospettiva “di chiudere una pagina dolorosa per guardare in avanti nella linea della prevenzione e della creazione di un ambiente più sicuro per i bambini”. Lombardi ha anche ripetuto che quello degli abusi non è uno scandalo che coinvolge solo la Chiesa cattolica ma “molte altre istituzioni”: “È giusto che anche queste prendano con decisone i provvedimenti necessari”.

    Una dichiarazione dai toni ottimistici, quella di Lombardi, che è stata subito duramente criticata dall’associazione delle vittime di abusi di preti Snap, che l’ha definita “arrogante e insensibile”: “Lombardi a quanto pare ha seguito il copione già usato da molti vescovi americani nel cercare di distogliere l’attenzione dalla Chiesa e di coprire lo scandalo”. Le denunce calano, il rigore si allentaI dati delle Conferenza episcopale statunitense segnalano che, per il secondo anno consecutivo, le denunce di abusi sessuali da parte di preti sono in calo: un dato interpretato come segno di una crisi ormai in via di risoluzione, malgrado il caso eclatante di Daniel McCormack, condannato a cinque anni di carcere per abusi su minori commessi dopo l’approvazione della “Carta di Dallas” che prevede provvedimenti rapidi e severi per i preti accusati di molestie. Un rilassamento delle regole approvate nel periodo più nero della crisi sembra d’altra parte imminente: in Inghilterra, un Paese dove, grazie a un protocollo rigoroso adottato per tempo, lo scandalo ha avuto dimensioni molte contenute, il Cumberledge Report ha consigliato ai vescovi di allentare le regole, perché i preti, per il timore di essere accusati, hanno paura di lavorare con i bambini. (alessandro speciale)

    Mercoledì, 25 luglio 2007

  • PRETI PEDOFILI; Lettera aperta (e figuraccia) di Mons. Rino Fisichella

    PRETI PEDOFILI; Lettera aperta (e figuraccia) di Mons. Rino Fisichella

    di Fausto Marinetti – Caro Mons. Fisichella, anche noi, le vittime dei preti pedofili, abbiamo letto la tua intervista: “Atti gravissimi, una grande amarezza. Ma la Chiesa sa riconoscere gli sbagli” (Corriere della sera, 16.7.2007). Quello che hai detto è quello che hai nel cuore o si tratta di una “difesa d’ufficio”?

    Affermi, che “una seria presa di coscienza” consiste nel “buttarsi dietro le spalle questa dolorosa vicenda sapendo riconoscere il male che c’è stato da una parte, ma al tempo stesso il grande bene fatto quotidianamente”. Metti sulla bilancia da una parte le nostre tragedie (i suicidi, gli impazziti, i disperati, ecc.) e dall’altra “il grande bene fatto quotidianamente”.

    Secondo te, da che parte pende? E secondo quel Cristo che citi più avanti: “Chi scandalizza un bambino… meglio si butti nel mare”? Queste parole non valgono anche per te e soprattutto per i tuoi confratelli nell’episcopato che hanno collaborato con gli stupratori del nostro corpo e della nostra anima? E poi, hai forse dimenticato quel: “Non sappia la destra quello che fa la sinistra”?

    Se ami davvero la verità, perché negli spot dell’8 per mille non ci infili qualche prete pedofilo a chiedere perdono per la strage degli innocenti? “Buttarsi dietro alla spalle questa dolorosa vicenda…”? Siamo noi, non voi, che dovremmo sbarazzarcene. E, alle volte, non ce la facciamo. Come una paralisi dell’anima per lo shok subito. E, se anche riuscissimo, sarebbe come buttare via noi stesse, vittime immolate, perché noi non siamo una “dolorosa vicenda”, di cui disfarsi, ma siamo la vostra tragedia, il vostro Calvario.

    Volete disfarvi di noi come di zavorra che appesantisce la barca di Pietro e offusca la vostra immagine? La zavorra è il vostro crimine, noi siamo leggeri come gli angeli… Come è circospetto il tuo uso delle parole! All’inizio parli di “vicenda dolorosa”; poi attraversi “gli sbagli dei propri uomini”, arrivi agli “errori di alcuni”, agli “episodi così gravi” per sbarcare sul terreno degli “atti esecrabili” e del “male commesso”.

    Nooo! Noi non siamo né una vicenda, né degli sbagli, né errori di alcuni, né episodi, né atti esecrabili: noi siamo il vostro crimine. Ogni altra parola (“peccato” compreso) è fuori contesto, tradisce i fatti, ci uccide una seconda volta.
    “…la Chiesa, ancora una volta, è stata capace di riconoscere gli sbagli dei propri uomini”. Dovremmo battere le mani, applaudire la scaltrezza nell’occultare i rei (almeno 200 fuggitivi), smistarli da una parrocchia all’altra, diffondendo l’infezione? Parli degli “sbagli dei propri uomini”, quindi non dell’istituzione.

    Ma non si trattava di una prassi dettata da Roma? Non venivano dall’alto le direttive di coprire, non fare scandalo, tenere tutto sotto chiave? Almeno il card. Law l’ha ammesso: “Noi sapevamo che era un peccato, non un delitto”. Non è forse questo che fa la differenza? Peccato, è una categoria ecclesiale, crimine è una categoria del codice penale. Se si vuol fare prevalere la chiesa (con i suoi privilegi, le sue caste, ecc.) sulla società anche in materia penale, non ti sembra un’ingerenza, un disastro che produce, appunto, tragedie?

    Se un prete commette un furto, un omicidio, cosa c’entra la legge canonica? Il delitto è delitto sia che venga commesso da un laico come da un prete, vero? Visto che ci tieni ad esprimere la tua solidarietà con le vittime, perché alla fine della trasmissione “Annozero” non hai abbracciato Marco Marchese, chiedendo perdono, in lui, a tutte le vostre vittime?

    Insisti: “l’errore di alcuni”, “una piccola minoranza nel clero”. Sono “alcuni” i più di 5.000 preti pedofili solo negli Stati Uniti? E i 1.700 in Brasile? Bada bene: le cifre parlano di quelli denunciati o già condannati. E tutti gli altri che l’hanno fatta franca? E quelli che sono scappati all’estero con l’appoggio dei loro prelati? Perché non aprire uno sportello nazionale (gestito da laici, non da don Di Noto) per fare venire a galla tutto il sommerso della “parrocchia italiana” del papa? Se ci amate, come dite; se vi sta a cuore il nostro bene e quello della Chiesa, perché non promuovete degli spot che esortino le vittime alla denuncia del prete, che “non avrebbe dovuto essere ordinato prete”, dici tu; “del vescovo che non avrebbe dovuto diventare vescovo”, diciamo noi? Non puoi indurci a pensare che avete paura della verità.

    “Si tratta di atti esecrabili che vengono registrati, e in modo anche più frequente, anche dentro altre categorie sociali”. Intendi giustificare l’ingiustificabile? Le altre categorie sociali non hanno fatto nessuna promessa di celibato; non si presentano alle loro “prede” come “rappresentanti di Dio”. Capisci che per noi il prete è “tutto”, è più del cielo che della terra? Come avremmo potuto immaginare che avrebbe abusato dell’aureola di “uomo di Dio”, di quel potere sacro che voi gli avete dato, convincendolo di “agire in nome di Dio”, di essere le sue mani? (catechismo: 1548, 1581). Noi non siamo stati “colpiti”, ma distrutti, assassinati nello spirito oltre che nel corpo. Messi in croce, quindi, due volte.

    “… c’è da applaudire la Chiesa americana per il coraggio che ha avuto di voltare pagina…”. Dovremmo battere le mani a chi si è fatto complice, mettendoci in croce? Quanto tempo c’è voluto prima che arrivasse il coraggio di voltare pagina? E a che prezzo? Già nel 1968 i vescovi americani ordinano una ricerca sul fenomeno; nel 1976 Sipe e Bartemeier li mettono in stato di allerta: il 6% dei preti è pedofilo; nel 1984 viene offerto loro un “Manuale” con le “istruzioni per l’uso”: il ciclone è preannunciato, ma i vescovi fanno orecchie da mercante. Non solo: si fanno complici, piazzando i preti pedofili qua e là di modo che, per esempio, p. James Porter riesce a stuprarne 200. Il vero coraggio sarebbe mettere in pratica le direttive della “Commissione ordinata dai vescovi americani” (2004) per la quale il seminario è un apartheid affettivo, che blocca lo sviluppo emozionale “normale” e, in quanto ambiente di soli maschi, può inclinare alla omosessualità . Senti, in sintesi, cosa si afferma: “I responsabili non hanno capito l’evidente natura del problema, considerando le accuse come fatti sporadici e isolati.

    Il timore dello scandalo li ha indotti a ricorrere alla segretezza e all’occultamento (Un vescovo, richiamato dal suo prete per aver giurato il falso in tribunale, risponde: “Io mento solo quando devo mentire”.
    La minaccia del processo ha indotto alcuni a trascurare il loro dovere pastorale e a adottare verso le vittime un atteggiamento contrario e indegno per la Chiesa.

    Altri non hanno capito pienamente l’ampiezza e la gravità del danno sofferto dalle vittime.
    Hanno riposto troppa fiducia negli psichiatri, psicologi e avvocati.
    Alcuni hanno messo gli interessi dei colpevoli al di sopra di quelli delle vittime e troppo spesso hanno rifiutato di ascoltarle.

    Il codice e i procedimenti canonici hanno reso troppo difficile destituire il prete pedofilo dal ministero e i vescovi non hanno fatto abbastanza ricorso a ciò che la legge canonica li autorizza a fare per proteggere i minorenni.
    Il risultato è che, ai preti pedofili è stato concesso, con allarmante frequenza, di restare dove avevano commesso l’abuso o di essere trasferiti, divenendo per i bambini un’ulteriore prevedibile minaccia, che si è materializzata con altri abusi”.

    “… la Chiesa degli Stati Uniti… è riuscita a ritrovare un rapporto di fiducia con il suo popolo”. Perché non lo chiedi ai vari gruppi laicali nati dallo scandalo, che si sono stancati di essere trattati come sudditi, meri elementi decorativi di una Chiesa clericale, di essere munti per pagare le malefatte dei preti pedofili? Interpella SNAP, Call to action, Voice of the faithfull, ecc. Se vuoi entrare nel cuore e nell’anima della vittima, perché non ne prendi in casa qualcuna? Se ogni vescovo ne ospitasse almeno una in casa sua, questo sì sarebbe un vero atto di coraggio. E il papa, quanti ne potrebbe ospitare in Vaticano? E le congregazioni femminili quante case romane trasformate in albergo potrebbero mettere a disposizione?

    E, per finire, dichiari: “la Chiesa, in generale, non ha nulla di cui vergognarsi”. Quindi “gli sbagli”, “gli atti esecrabili”, il male non è esistito? Non è evidente che il non riconoscere il delitto, non fa che perpetuarlo? Il papa stesso non ha parlato di “sporcizia”, di “crimini enormi”? Non c’è da vergognarsi di queste “cose”?
    Vogliamo sapere da un teologo come te: ma quando ci ritroveremo in paradiso, tutti insieme, quale sarà il posto assegnato ai preti e vescovi pedofili? Cosa proveremo noi, le vittime, accanto ai nostri carnefici? Prega con noi: “Padreterno, tu che sei un vero padre, non infliggerci altro dolore! Almeno tu, non metterci in croce un’altra volta… E’ vero che farai per loro una sezione separata, magari blindata, affinché non nuocciano più? E a chi li ha coperti, occultati, sottratti all’autorità giudiziaria, quale angolino riserverai?”.

    Non vogliamo accomiatarci senza produrre delle proposte positive:
    a – un telefono verde in ogni diocesi riservato alle vittime dei preti. Ma, chiaro, sia gestito dai laici, perché i bimbi, ormai, hanno paura delle vesti nere.
    b – i delitti di pedofilia non siano soggetti a prescrizione
    c – siano riconsegnati alla giustizia i preti pedofili fuggitivi dai loro paesi
    d – si chiudano tutti i seminari e i preti siano solo uomini maturi, educati dalla comunità, scelti dalla gente, come si faceva all’inizio
    e – siano rivedute e corrette le norme canoniche con la consulenza delle vittime
    f – i preti pedofili siano affidati alla polizia come si fa per qualsiasi reato previsto dal codice penale per ogni cittadino.

    Ma Voi, preti e prelati, siete proprio disposti a dare la vita per noi come farebbe ogni padre, ogni madre per suo figlio/a?
    Ci firmiamo, Le Tue/Vostre vittime (Fausto (Alberto) Marinetti, ci ha solo imprestato la penna
    iscritto all’album dei giornalisti, Milano, N°. 60127)

    Postilla 1. Una proposta per la Chiesa, se saprà uscire purificata dal Giordano del nostro sangue e delle nostre lacrime: fino a quando chierici e laici non saranno fratelli alla pari; fino a quando non si realizzerà la conversione dei”buoni a tutti i costi”; fino a quando i ministri non scenderanno dal piedestallo per servire i fratelli e il popolo di Dio non avrà diritto alla libertà di coscienza, di parola, di pensiero, di cultura, vano sarà stato il nostro Calvario. Il cardinale Ratzinger lo esprimeva con parole sacrosante: “Abbiamo molto da imparare: siamo troppo interessati a noi stessi, alle questioni strutturali, al celibato, all’ordinazione delle donne, ai concili pastorali, ai diritti di questi concili e dei sinodi. Lavoriamo sempre sui nostri problemi interni e non ci rendiamo conto che il mondo ha bisogno di risposte, e noi rimaniamo coi nostri problemi”. La conversione non è appannaggio né degli accusatori né dei difensori della Chiesa, ma di chi si lascia invadere dallo Spirito, che soffia sempre dove vuole. Non senti che “soffia” forte anche attraverso di noi, le vittime?

    Postilla 2. Se ti sta a cuore la nostra difesa, perché non dedichi i tuoi ultimi anni alle nostre cure, magari fondando una casa di accoglienza per le vittime della pedofilia clericale in uno dei vostri 24.000 immobili romani?
    Venerdì, 20 luglio 2007

  • 3281 “SEX CRIMES AND VATICAN”: Un documentario della BBC riapre la questione della pedofilia nella Chiesa

    3281 “SEX CRIMES AND VATICAN”: Un documentario della BBC riapre la questione della pedofilia nella Chiesa

    “SEX CRIMES AND VATICAN”:il documentario è sconvolgente nella sua infamia descritta

    Non stupisce. Di preti pedofili, e di abusi sui bambini, già ne scriveva Garibaldi in occasione delle sue campagne militari per liberare Roma dal potere secolare del Papa-Re. Egli riferiva che gli orfanotrofi erano considerati i bordelli per il clero, rimanendo disgustato che tale immonda e turpe consuetudine, pur essendo notoria, venisse tollerata dal cardinale prefetto e dal Papa, e che pure il popolo romano la subisse passivamente. Il fenomeno della pedofilia è, dunque, di origine molto antica, ed affonda le radici, nel mondo occidentale, nelle scuole filosofiche dell’antica Grecia.

    Assume, quindi, carattere endemico in situazione di celibato, soprattutto maschile, tra persone vocate alle discipline filosofiche e teologiche. Questa situazione porta, fatalmente, a fantasie sessuali cronicamente distorte, tra le quali la pedofilia è quella di più facile realizzazione, favorita, questa, dalla funzione di educatori che i preti istituzionalmente ricoprono. Se è corretta l’indicata causa, pare ragionevole che, per contenere il fenomeno, si debba privilegiare lo stato di coniugato per chi abbia contatti con i bimbi e gli adolescenti, laici o religiosi che siano gli educatori. Lo stato civile, ovviamente, non è sufficiente per contrastare il fenomeno, e quindi è necessario un servizio di vigilanza molto severa, con sanzioni oggettive, che colpiscano le strutture nelle quali si siano verificati gli abusi sessuali, per esempio revocando le autorizzazioni all’esercizio di scuole, oratori, collegi, eccetera. Una tale previsione dovrebbe stimolare la crescita della sensibilità di auto pulizia e di autocontrollo, da parte delle strutture medesime, divenendo la copertura degli abusi oltre modo rischiosa.

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    Una “infame calunnia via Internet” ai danni “della Chiesa e di Ratzinger”. Con queste parole, in un editoriale, il quotidiano ‘Avvenire’ si scaglia oggi contro la diffusione da parte di un sito Web, con sottotitoli in italiano, del documentario su preti cattolici e abusi sessuali mandato in onda dalla Bbc nel 2006.

    Il giornale dei vescovi italiani contesta su tutta la linea il contenuto del video, “un pot-pourri di affermazioni e
    pseudo-testimonianze – così lo definisce – che furono apertamente sconfessate a suo tempo dalla Conferenza episcopale inglese”.

    E in particolare rigetta “l’accusa rivolta a Joseph Ratzinger di essere stato niente meno che il responsabile massimo della copertura di crimini pedofili commessi da sacerdoti in varie parti del globo, in quanto ‘garante’ per 20 anni – da quando fu nominato prefetto vaticano – del testo ‘Crimen sollicitationis’, che è un’istruzione emanata in realtà dal Sant’Uffizio il 16 marzo 1962”.

    Secondo Avvenire, “quel documento veniva presentato dalla Bbc come un marchingegno furbesco, escogitato dal Vaticano per coprire reati di pedofilia, quando invece si trattava di un’importante istruzione atta ad ‘istruire’ i casi canonici e portare alla riduzione allo stato laicale i presbiteri coinvolti in nefandezze pedofile”. “Insomma – ribadisce il quotidiano della Cei -, un insieme di norme rigorose, che
    nulla aveva a che fare con la volontà di insabbiare potenziali scandali”. (Fonte: Rai-News 24)