Poi diventato papa, che però non intervenne neppure ai vertici dei tre poteri e proprio lo stesso anno in cui diventa Benedetto XVI, uno dei tre sacerdoti pedofili savonesi a lui denunciati, don Nello Giraudo, stupra un altro adolescente in un campo scout dall’AGESCI. Stupro che patteggiò.
Tuttavia nessuno, ne dalla diocesi di Savona, ne dal Vaticano fermò quel prete. Chiese lui stesso la riduzione allo stato laicale, ma cinque anni dopo, nel 2010, trascinando nell’indagine della procura di Savona non solo Ratzinger, ma anche chi per anni lo ha protetto.
Il vescovo Dante Lafranconi, le cui parole del gip Fiorenza Giorgi, costretta ad archiviare per prescrizione, comunque restano lapidarie e pesanti come un macigno.
“la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.
Oggi, non solo a Savona, gli organi di informazione italiani sembrano caduti in un buco nero ed essersi dimenticati la recentissima storia sulla quale scrissero per settimane, finita persino al noto programma LE IENE.
Ieri, 19 gennaio 2020 abbiamo letto un’affermazione che – per amore di verità e per dovere di cronaca – non possiamo lasciare inosservato (senza entrare in cose laterali, che meriterebbero una parola, il minimo è osservare che l’autore del docufilm del 2017 non si chiama Boudat, ma Boudot, errore copiato da Domina TV Multilingual, che l’ha copiato da Complicit Clergy).
Nel suo blog su Libero Quotidiano, sotto il titolo Il documentario sulla tedesca ZDF: papa Francesco ignorò gli abusati e difese il pedofilo. Bergoglio nega, ma “carta canta” Andrea Cionci scrive: «Nel 2018, la tv di stato tedesca ZDF ha mandato in onda uno sconvolgente documentario di Martin Boudat intitolato “Il Codice del Silenzio”, mai arrivato in Italia. Ora, il canale Youtube Domina Tv Multilingual ha provveduto a sottotitolarlo in italiano e ve lo proponiamo in esclusiva. Il video afferma che Bergoglio, da Arcivescovo di Buenos Aires, non solo abbia del tutto ignorato e rifiutato di ricevere sette persone abusate da preti, ma abbia anche promosso – tentando di orientare il giudizio della Corte d’Appello argentina – una potente difesa del prete pedofilo Julio Caesar Grassi, condannato a 15 anni di reclusione per abusi su minori dai 9 ai 17 anni di età. Grassi è tuttora recluso in Argentina. Fino ad oggi, nonostante il documentario e una petizione, Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente».
Vero è, che Domina Tv Multilingual ha pubblicato (l’8 gennaio 2022) sul proprio canale YouTube (con 388 iscritti) una parte del video nella versione inglese con sottotitoli (per vedere i sottotitoli in italiano, attivare la funzione):
Estratto dal documentario del 2017 “Sex Abuse in the Church: The Code of Silence” (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) di Martin Boudot. «Questo segmento afferma che Papa Francesco, in qualità di Arcivescovo di Buenos Aires, ha ignorato le richieste di giustizia delle vittime di abusi nella sua diocesi. Pervertire il corso della giustizia è reato consistente in qualsiasi condotta diretta ad impedire che venga resa giustizia all’autore del reato o ad altra persona. Si tratta di un reato grave che prevede la reclusione fino a 25 anni».
Inoltre, già 6 mesi prima, il 23 settembre 2018, l’amico e collega Aldo Maria Valli aveva diffuso lo spezzone (sempre da Complicit Clerty) sul suo blog Duc in altum, all’interno di un articolo, che di seguito riportiamo. Valli parte da una lunga inchiesta dedicato al papato di Francesco del settimanale tedesco Der Spiegel, che riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”. Gli inviati di Der Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. Secondo Der Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. “Nel 2006 – riferisce Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.
Anche se va riconosciuto il merito a Cionci di aver rispolverato il caso, dove sta l’esclusiva non abbiamo capito. Sostanzialmente lo spezzone video che riporta è stato diffuso l’8 gennaio 2022 da Domina Tv Multilingual (15’56”) nella versione inglese con aggiunto di sottotitoli ed è lo stesso di quello diffuso il 5 settembre 2018 da Complicit Clercy (11’56”, escluso l’intervista con Padre Hans Zollner all’inizio, non attinente al quanto segue nello spezzone), sempre nella versione inglese.
Questo docufilm, rilasciato il 21 marzo 2017 in Francia, diretto da Martin Boudot e prodotto da Premières Lignes Télévision, con la distribuzione mondiale di JAVA Films, nella versione originale (inglese e francese) è lungo 52’ [QUI].
La presentazione ufficiale di Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio
21 marzo 2017
Regia di Martin Boudot
Nonostante la sua diffusa esposizione negli ultimi anni, il flagello della pedofilia nella Chiesa Cattolica Romana continua. La gerarchia della Chiesa è esperta nel mascherare i casi di abuso e nel proteggere i colpevoli attraverso il trasferimento. Sex Abuse in the Church: The Code of Silence esplora questi insabbiamenti sistemici.
L’indagine conduce i realizzatori attraverso Camerun, Argentina, Italia e Stati Uniti. Scoprono una cospirazione del silenzio e dell’ingiustizia che è pienamente sanzionata da coloro che sono considerati protettori. I membri del clero che sono stati accusati di abusi sessuali su minori vengono troppo spesso trasferiti in altre Chiese in tutto il mondo e il loro accesso ai bambini rimane costante.
La portata dell’epidemia è chiarita nei primi momenti del film. I realizzatori partecipano a un incontro annuale di vittime di abusi chiamato SNAP-Survivors Network of those Abused by Priests(Rete dei sopravvissuti di coloro che sono stati abusati dai sacerdoti). Lì incontrano molte centinaia di adulti che convergono nell’attivismo contro le strutture che da giovani permettevano i loro abusi. I partecipanti viaggiano da luoghi come il Cile, le Filippine e la Germania.
In Francia, la troupe del documentario rintraccia un prete accusato, ricercato dalle forze dell’ordine canadesi da quasi due decenni. È uno degli innumerevoli sacerdoti che sono stati protetti dalla Chiesa e nascosti dalla giustizia per i loro crimini.
La cospirazione porta al vertice della struttura del potere all’interno della Chiesa. L’indagine coinvolge Papa Francesco esponendo il ruolo cruciale che ha svolto nella protezione di un molestatore sessuale duranti il suo ministero come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires.
Il docufilm presenta anche interviste con informatori la cui lealtà alla Chiesa è stata corrosa dallo scoppio di questi scandali di abusi sessuali e funzionari che sono stati assegnati a commissioni progettate per frenare gli episodi di abusi nella Chiesa.
Generazioni di vittime si sono fatte avanti per descrivere i loro anni di abusi e traumi persistenti per mano di sacerdoti che conoscevano e di cui si fidavano. La speranza era che la Chiesa Cattolica Romana imponesse una serie di norme che mettessero effettivamente fine a questi orrori. Il docufilm Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio dimostra che c’è ancora molta strada da fare.
Abbiamo pubblicato nostro articolo sul caso il 22 marzo 2021, due giorni dopo che la Sala Stampa della Santa Sede aveva reso noto che Papa Francesco aveva accettato la rinuncia del Vescovo di Alto Valle del Río Negro in Argentina, Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta, il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa (condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore) e che ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, condannato per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori, sostenendo che era innocente.
Riportiamo di seguito quanto abbiamo scritto il 22 marzo 2021 sul caso Cuenca-Bergliaffa-Grassi (con una nota sul caso Zanchetta) e sul documentario Sex Abuse in the Church: The Code of Silence (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) prodotto da Martin Boudot nel 2017 e diffuso nel 2018 (i link contenuto nell’articolo si trovano nell’originale [QUI]).
Poi, il 20 marzo 2021 è arrivata la notizia dall’Argentina, comunicata dal Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede N. 170: “Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Alto Valle del Río Negro (Argentina), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta”. Nel 2020, a causa del levarsi delle proteste all’interno della Diocesi di Alto Valle del Rio Negro, in Argentina, il Vaticano aveva deciso una visita apostolica per verificare i fatti. L’esito di quella ispezione è arrivato il 20 marzo 2021.
Mons. Cuenca è il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa, condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore.
Mons. Cuenca ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, sostenendo che era innocente, un giorno dopo che una sentenza della Corte suprema di Buenos Aires ha ratificato la sua condanna per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori.
Mons. Cuenca ha rifiutato di dare la benedizione alla famiglia di Lucas Muñoz, l’ufficiale di 29 anni assassinato a Bariloche a metà del 2016, la cui morte ha portato alla decapitazione del vertice della polizia locale a causa del forte sospetto della sua partecipazione al fatto. La denuncia della morte violenta di Muñoz ha portato alla luce un patto di silenzio e una catena di insabbiamenti, conferma il giudice Marcelo Barrutia.
Il salesiano Julio César Grassi (Lomas de Zamora, 14 agosto 1956), fondatore della Fondazione Felices los Niños, che gestisce case per bambini adottivi e mense per i poveri, è stato condannato dalla giustizia argentina il 10 giugno 2009 a 15 anni di carcere, per abusi sessuali aggravati su minori e corruzione di minori.
Era noto per essere un prete dei media che appariva spesso in programmi televisivi per raccogliere fondi per la Fondazione. Il primo caso per abuso sessuale è stato presentato nel 1991 presso il Tribunale per i minorenni di Mercedes, ma solo dopo 22 anni, dopo molti andirivieni con Grassi libero, l’accusa ha disposto la sua reclusione. Minacce, intimidazioni, percosse e attacchi fisici e verbali sia contro i querelanti che contro i testimoni erano una costante in questo caso. Quattro anni dopo la sua condanna, quando finalmente è stato carcerato, la Diocesi di Morón ha dichiarato che stava per iniziare un processo canonico. sebbene sembra che nulla di tutto ciò sia accaduto finora.
Inoltre, Grassi è stato condannato ad altri due anni di reclusione per il delitto di appropriazione indebita di fondi della Fondazione e per deviazione di donazioni a proprio vantaggio. Nel luglio 2014 il Direttore delle case della Fondazione Felices los Niños, Juan Manuel Casolati, lo ha denunciato alla Procura di Morón, per il furto del cibo dei bambini e le donazioni della Fondazione, che gli venivano inviate settimanalmente. Invece di andare alla Fondazione Grassi si permetteva una vita di “lusso”, mentre i bambini ne avevano un disperato bisogno.
Grassi fu messo agli arresti domiciliari il 7 marzo 2012 e ha riacquistato la sua libertà il 31 maggio successivo. Infine, la giustizia argentina ha ordinato la sua detenzione definitiva in settembre 2013. Da allora, sta scontando la pena nel padiglione 6 dell’Unità Penitenziaria N. 41 a Campana, in provincia di Buenos Aires. Un tribunale penale ha stabilito che il profilo DNA di Grassi fosse incorporato nel Registro nazionale dei dati genetici legato ai reati di natura sessuale. Il registro, che dipende dal Ministero della Giustizia Nazionale, è stato creato nel luglio 2013 e incorpora tutti i dati personali di persone condannate per reati sessuali.
Il 21 marzo 2017 la Corte Suprema della Repubblica Argentina, all’unanimità, ha respinto i ricorsi presentati dalla difesa e ha confermato la sentenza che aveva condannato Grassi a 15 anni di reclusione “per abusi sessuali aggravati dall’essere sacerdote, incaricato dell’educazione e della cura del vittima minore, ha ribadito, due fatti, in reale concorrenza tra loro, che a loro volta concorrono formalmente alla corruzione aggravata dei minori”.
Papa Francesco è stato accusato in un documentario francese del 2017 di aver ignorato e coperto gli abusi sacerdotali mentre era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires. Il docufilm sostiene questa e altre tesi, come il fatto che Papa Francesco abbia provato (senza successo) a difendere il prete pedofilo Grassi, che è stato poi condannato con la sentenza emessa nel 2009 in primo grado, confermata in secondo grado dalla Cassazione, e poi anche in terzo grado dalla Corte Suprema nel 2017. Un segmento di questo documentario – Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio – indaga sull’affermazione di Bergoglio, che gli abusi sessuali non sono mai avvenuti nella sua arcidiocesi.
Il giornalista investigativo Martin Boudot si è recato a Buenos Aires per scoprire se il Papa diceva la verità. Contraddicendo l’affermazione del Papa, un gruppo di vittime ha affermato di aver subito abusi sessuali mentre il Cardinale Bergoglio, ora Papa Francesco, era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires e hanno detto a Boudot che le loro grida di giustizia erano state ignorate. “Riguardo ai preti pedofili, nel suo libro Papa Francesco dice che non ci sono stati casi nella sua diocesi”, ha detto Boudot, suscitando risate derisorie dal gruppo. “Vuole che la gente lo creda, ma è una bugia”, ha detto una delle vittime. Hanno detto che tutti hanno cercato di contattare l’Arcivescovo dopo aver subito abusi, ma le loro grida sono cadute nel vuoto. “Ha ricevuto tutte le celebrità, come Leonardo DiCaprio”, ha detto una delle donne. “E per noi, nemmeno una breve lettera per dire che era dispiaciuto”.
Ancora peggio, Bergoglio ha cercato di influenzare il sistema giudiziario argentino nel tentativo di proteggere Julio Grassi.
Il documentario diretto da Martin Boudot nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia. Il lavoro di Boudot si concentra sui molti preti accusati di abusi su minori coperti da una cappa di compiacenza e silenzio all’interno delle diocesi: invece che essere sospesi o radiati, spesso i vescovi decidevano di trasferirli, per evitar loro di poter essere incriminati. La seconda parte del docufilm è tutta concentrata sulla figura del Cardinale Jorge Maria Bergoglio.
Boudot parte da una frase contenuta nel libro Il cielo e la terra, scritto a quattro mani dal futuro Papa con il Rabbino Abraham Skorka. Nel volume Bergoglio afferma che nella sua diocesi non c’erano preti pedofili (citazione che si trova a pagina 50 della versione inglese). “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”. E a un vescovo che si era trovato a dover gestire un prete pedofilo, Bergoglio avrebbe consigliato di “non permettergli di esercitare il ministero”.
Peccato che, una volta diventato Papa, secondo il documentario, Bergoglio avrebbe ignorato proprio quel suo consiglio. Come nel caso di Don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, condannato per abusi, rimosso da Papa Benedetto XVI e che dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto Papa Francesco.
Ma Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua Arcidiocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio della Fondazione Felices los Niños, che dirigeva. Almeno sei delle vittime di Grassi, che ora sta scontando una pena di 15 anni, si sarebbero rivolte al futuro Papa Francesco, che non avrebbe mai risposto alle loro richieste d’aiuto.
Ma nel documentario c’è un’accusa ancora più pesante: qualcuno infatti sostiene che Bergoglio abbia provato a deviare il corso della giustizia. “La Chiesa argentina ha fatto tutto quello che era in suo potere per scagionarlo”. Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime, la Conferenza Episcopale Argentina nel 2010 ha commissionato uno studio a un professore di diritto penale. L’inchiesta – un dossier in 4 volumi e 2.000 pagine – concludeva che Grassi era innocente, che le sue vittime mentirono e che il caso non avrebbe dovuto andare a processo.
Come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires, il Cardinale Bergoglio non aveva alcuna responsabilità diretta per Grassi, perché era sotto giurisdizione del Vescovo di Morón. Ma il Cardinale Bergoglio era Presidente della Conferenza Episcopale Argentina, che aveva commissionato lo studio, e ha spedito il dossier ai giudici subito prima degli interrogatori di Grassi. Carlos Mahiques, oggi giudice della Corte Suprema, che ha trovato il dossier sulla sua scrivania: “Hanno provato a esercitare una sottile forma di pressione sui giudici”.
Nel 2006, il futuro Papa è stato citato dalla rivista argentina Veintitres nell’affermare che le accuse contro Grassi erano “cattiveria contro di lui, una condanna da parte dei media”. Nonostante la sentenza del tribunale civile, non si ha notizia che Grassi sia stato dimesso dallo stato clericale.
Un’altra delle vittime che parla con Boudot lascia intendere che Grassi aveva la protezione dell’Arcivescovo metropolita di Buenos Aires: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”.
Lo staff di Boudot ha provato per 8 mesi a ottenere un’intervista con il Pontefice. Senza risultato. Poi, si sono presentati anche in piazza San Pietro durante un’Udienza generale. Nel filmato si vede il Pontefice regnante che risponde a una domanda precisa sul caso Grassi e nega di aver mai commissionato una contro-inchiesta sul caso. Élise Lucet, giornalista d’inchiesta per Cash Investigation domanda: “Santità, durante il caso Grassi lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il Pontefice si è fermato, e si è fatto ripetere la domanda. Poi ha risposto: “No”. La giornalista incalza: “Allora perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. Al che Papa Francesco, con un gesto eloquente della mano, ha replicato: “Non l’ho mai fatto”, e si è allontanato. Questo è tutto. Il Papa, né la Santa Sede hanno mai commentato sul caso Grassi.
Mentre il summit di Papa Francesco sugli abusi sessuali in febbraio 2019 era in corso nella Città del Vaticano, in Argentina continuavano a svilupparsi due casi di cattiva condotta sessuale da parte di sacerdoti a lui vicini: il caso del salesiano Julio César Grassi (di cui abbiamo riferito già) e il caso del Vescovo Gustavo Óscar Zanchetta.
Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Gustavo Óscar Zanchetta, Vescovo emerito di Orán, abita alla Domus Sanctae Marthae. Tutte le mattine si reca a piedi al Palazzo Apostolico e sempre a piedi fa rientro alla Domus per l’ora del pranzo. Zanchetta cammina a testa alta sotto la luce del sole, come per altro abbiamo già scritto in passato, il 21 novembre 2020: «Il “Mastro Titta dei giorni nostri” – non si serve più d’er boia, opera in proprio – esegue processi sommari, dove la presunzione d’innocenza esiste solo per tipi come il suo amico Gustavo Zanchetta, già condannato in Argentina, ma libero in Vaticano di mostrare il suo bel faccione sorridente ogni giorno dalla Domus Sanctae Marthae fino al Palazzo Apostolico andata e ritorno, come nulla fosse, esponendo alla luce del sole una croce pettorale da vescovo che tutti i dipendenti dello Stato della Città del Vaticano possono ammirare, come la sua faccia di bronzo (per rimanere signorili) sorridente».
In Vaticano “regna un clima di paura e di incertezza”. “Francesco è molto bravo nel mettere in moto le cose, ma alla fine ci sono solo oscillazioni”. “Fin dall’inizio non ho mai creduto a una sua parola”.
Voci uscite dal Vaticano. Voci anonime. Sappiamo solo che tra esse c’è anche quella di un cardinale. Il giornale che le pubblica è il tedesco Der Spiegel, che dedica al papato di Francesco una lunga inchiesta.
Dunque, stando a queste testimonianze, in Vaticano il clima sarebbe di paura ma anche di incertezza. Paura perché chi è critico si sente sotto controllo, non libero di esprimere le proprie valutazioni. Incertezza perché spesso, come nel caso della comunione per i coniugi protestanti dei cattolici (questione molto avvertita in Germania), non c’è una linea chiara.
Il quadro che emerge dall’inchiesta contrasta con l’immagine pubblica del papa argentino e del suo pontificato. A dispetto delle richieste, più volte avanzate da Francesco, di parresia, ossia di libertà e coraggio nell’esprimere le proprie idee, anche in contrasto con quelle del papa, nei sacri palazzi dominerebbe non la trasparenza, ma il sospetto. Il giornale riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della commissione vaticana per la tutela dei minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”. Der Spiegel non è certamente noto per la pacatezza dei suoi giudizi. Tempo fa, per esempio, l’ambasciata d’Italia in Germania fu costretta a protestare per un articolo nel quale il giornale tedesco lanciava un durissimo attacco al nuovo governo italiano (“promette agli italiani il paradiso in terra ma vuol far pagare il conto ai vicini”, l’Italia è un “paese di scrocconi”), tuttavia i risultati dell’inchiesta coincidono con le valutazioni che, sia pure a mezza bocca e sempre dietro rigoroso anonimato, arrivano sempre più spesso dai sacri palazzi.
Uno dei problemi di maggiore portata, riferisce il giornale, è il silenzio dietro al quale il papa si trincera davanti a questioni che non possono essere ignorate. Ha taciuto di fronte alle critiche mosse dai quattro cardinali con i dubia, ha taciuto di fronte al memoriale dell’arcivescovo Viganò, ha taciuto di fronte alla petizione di migliaia di donne cattoliche che gli hanno scritto chiedendogli di rispondere chiaramente alle osservazioni dell’ex nunzio negli Usa. “Il papa – si chiede dunque il giornale – è ancora padrone della situazione?”.
Gli inviati dello Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. L’abuso avvenne in una tenda, durante un campeggio di bambini, approfittando del sacramento della confessione.
Julieta, originaria di La Plata, non lontano da Buenos Aires, solo in seguito ha scoperto che padre Giménez era già stato trasferito a causa di precedenti accuse di abuso su minori.
Nel 2013, qualche mese dopo l’elezione di Bergoglio, Julieta e altre tredici vittime di padre Giménez decisero di scrivere una lettera al papa. Descrivevano i fatti, spiegavano quanto forte fosse ancora la loro sofferenza, raccontavano che alcuni soffrivano di depressione (fino al tentato suicidio) e che altri erano caduti nella tossicodipendenza, mentre il prete abusatore continuava a celebrare la messa ed a stare a contatto con bambini e giovani.
La lettera fu inviata a Francesco, per posta raccomandata, nel dicembre 2013. Tre settimane dopo, racconta Julieta, dall’Italia arrivò un avviso di ricevimento, ma dal papa solo silenzio. “Non abbiamo saputo più nulla”. E don Giménez nel frattempo è stato ancora trasferito: ora presta servizio in una casa di cura per anziani.
Secondo lo Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. Julieta Añazco e altre vittime ora chiedono che contro i loro violentatori si arrivi a un processo da parte delle autorità argentine. Ben sessantadue, riferisce il giornale, sarebbero i processi di questo tipo in corso nel paese sudamericano.
Tuttavia, dice Julieta, “la situazione per noi resta difficile, perché nessuno ci crede; vorremmo raggiungere il papa, ma non è interessato a noi”.
Un altro testimone che parla senza rifugiarsi dietro l’anonimato è Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi, il quale arriva addirittura a sostenere che “Francesco è ora in esilio a Roma: lì, per così dire, ha trovato rifugio”.
Particolarmente scottante è la vicenda di padre Julio César Grassi, arrestato e chiuso in carcere per aver abusato di ragazzi nella fascia di età compresa tra undici e diciassette anni. Secondo Gallego, Bergoglio fu il confessore di Grassi e ordinò a uno studio legale un corposo rapporto, di 2.600 pagine, per difendere Grassi dalle accuse.
“Nel 2006 – riferisce Gallego – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.
Di recente, all’interno di un documentario intitolato Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio si vede una giornalista che, all’inizio di un’udienza in piazza San Pietro, pone al papa, a gran voce e in spagnolo, una domanda specifica sul caso Grassi: “Santità, circa il caso Grassi, lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il papa, che in un primo tempo sembra non cogliere la domanda, a un certo punto si ferma e guarda la giornalista con l’aria di chi non ha capito bene. Allora l’inviata ripete la domanda in modo ancora più chiaro, scandendo le parole, al che il papa, scuotendo la testa, e con un’espressione che è un misto di stupore e disprezzo, risponde: “Nada”. La giornalista tuttavia non demorde e chiede: “Perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. E il papa, di nuovo, accompagnando le parole con un gesto della mano, risponde: “Non l’ho mai fatto”.
Nel documentario, realizzato dal giornalista Martin Boudot, si ricorda che Bergoglio nel libro Il cielo e la terra, scritto dal futuro papa con il rabbino Abraham Skorka, a proposito di abusi sessuali commessi da preti dice: “Non è mai accaduto nella mia diocesi” (siamo a pagina 55 dell’edizione italiana, Mondadori), ma le testimonianze raccolte da Boudot vanno in senso contrario a questa affermazione.
Circa il caso Grassi, risulta che effettivamente nel 2010 la Conferenza episcopale argentina commissionò una contro-inchiesta tesa a screditare le vittime, accusate di “falsità, menzogne, inganno e invenzione”. Scopo del documento era ribaltare il giudizio del tribunale di primo grado, che aveva condannato il prete a quindici anni di carcere. “Una sottile pressione sui giudici” la definì uno dei giudici della commissione d’appello.
Avvicinato da Boudot, un giovane, una delle vittime di Grassi, ha raccontato della sua paura di ritorsioni. Ha detto di aver ricevuto minacce e che qualcuno è entrato in casa sua per rubare materiale relativo al processo: “Alla fine il tribunale mi ha inserito in un programma di protezione dei testimoni. Non dimenticherò mai quello che padre Grassi continuava a ripetere durante il processo: Bergoglio, diceva, non ha mai lasciato la mia mano”.
Boudot ha chiesto di poter intervistare il pontefice, ma gli è stato negato.
40936 MONACO-ADISTA. In quasi 1.900 pagine, il rapporto sugli abusi di Monaco, elaborato dallo studio legale Westphal Spilker Wastl (WSW), pubblicato integralmente il 20 gennaio sul sito dello stesso, e presentato in una gremita conferenza stampa, in presenza e online, descrive un abisso di clericalismo, protezione istituzionale e fallimento della leadership. Commissionato alla fine di febbraio 2020, a copertura di casi che arrivano fino al 2019, identifica le omissioni dei singoli responsabili e chiarisce come i casi di abuso siano stati coperti. Una prima indagine, completata nel dicembre 2010 ma mai pubblicata, ha coperto il periodo dal 1945 al 2009; ora, numerose informazioni aggiuntive, disponibili grazie al maggiore coinvolgimento delle vittime, hanno consentito di avere un quadro più preciso, giacché l’insabbiamento è potuto avvenire grazie a dossier addomesticati e manipolati, quando non distrutti.
Le cifre
Il rapporto ha constatato un totale di 42 casi di cattiva condotta da parte di funzionari della Chiesa nell’affrontare casi di abusi nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga: gli arcivescovi e cardinali defunti Michael Faulhaber, Joseph Wendel e Julius Döpfner, ma anche Joseph Ratzinger (arcivescovo dal 1977 al 1982), il card. Friedrich Wetter (1983-2008) e il card. Reinhard Marx, dal 2008 alla guida della diocesi bavarese. Nel loro esame, gli esperti hanno identificato 235 presunti colpevoli dal 1945 al 2019, di cui 173 sacerdoti; 497 il numero delle vittime di cui 247 maschi e 182 femmine; di 68 non è stato possibile conoscere il sesso.
Quasi il 60% di questi crimini sono stati commessi quando le vittime avevano tra gli 8 e i 14 anni, e per lo più tra gli anni ’60 e ’70, ma un numero impressionante di accuse è emerso dal 2015 in poi. Questi numeri, ha detto l’avvocato Martin Pusch, che ha illustrato i risultati dell’indagine, sono solo la punta dell’iceberg. Secondo Pusch, 67 chierici meritavano una sanzione canonica per «l’alto livello di sospetto», ma in 43 casi ciò non è avvenuto: 40 di loro hanno continuato a essere impiegati nella cura pastorale, e tra essi 18 sacerdoti addirittura anche dopo una condanna penale da parte di un tribunale secolare. Fino al 2002, ha osservato l’avvocato, le vittime non hanno ricevuto alcun tipo di attenzione dalla gerarchia; se la ottenevano, era solo «perché erano visti come una minaccia per l’istituzione». D’altronde, occorre ricordare che, negli Stati Uniti, il documento del 2001 con cui Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, avocava a sé la gestione dei casi di pedofilia, chiedendo assoluta riservatezza (l’epistola De Delictis gravioribus), provocò la citazione in giudizio di Ratzinger per “ostruzione alla giustizia” davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas).
Secondo l’accusa, infatti, il testo della CDF avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. Nel febbraio 2005 fu così emanato dalla Corte un ordine di comparizione per il prefetto. Ma il 19 aprile 2005, Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato Usa per chiedere l’immunità diplomatica per il loro assistito, ormai capo di Stato. L’Amministrazione Bush acconsentì (v. Adista Notizie n. 25/05).
Una leadership compromessa
Il rapporto sugli abusi inchioda Ratzinger, Wetter, Marx, e altri funzionari. Ratzinger viene giudicato responsabile di cattiva condotta in 4 casi durante il suo incarico di arcivescovo; Wetter in 21 casi e Marx in 2. Pusch ha anche sottolineato che Ratzinger ha respinto ogni addebito in una memoria di 82 pagine pubblicata con il suo consenso insieme al rapporto. Due casi riguardano sacerdoti che sono stati sanzionati penalmente da Ratzinger per abusi, ma ai quali è stato permesso di continuare a lavorare come pastori: nessuna azione è stata intrapresa contro di loro né per la cura delle loro vittime. Dal punto di vista degli avvocati, le dichiarazioni di Ratzinger offrono «una visione autentica » dell’atteggiamento personale di un importante rappresentante della Chiesa nei confronti degli abusi: le smentite del papa emerito, che ha addotto la sua totale estraneità ai casi, dei quali non sarebbe stato al corrente, sono «difficili da conciliare» con i dati in possesso degli avvocati, ha detto Pusch. L’esempio più chiaro viene dal caso del prete Peter H., predatore seriale spostato di parrocchia in parrocchia (v. Adista Notizie n. 2/22): Ratzinger nega di aver partecipato all’incontro dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980 in cui se ne decise il trasferimento da Essen a Monaco, ma il verbale dell’incontro, a disposizione della cancelleria, contiene una relazione dell’allora cardinale sulla sepoltura del cardinale berlinese Bengsch e sui tentativi di mediazione relativi al caso del teologo “disobbediente” Hans Küng.
Marx: mancanza di impegno
Gli esperti accusano Marx di non prestare sufficiente attenzione alla gestione dei casi di abuso sessuale. La sua sorprendente assenza alla conferenza stampa ne sarebbe un segno: «Lo abbiamo specificamente invitato», ha detto l’avvocatessa Marion Westpfahl, mentre la telecamera mostrava la sedia riservata al cardinale, vuota. Marx avrebbe dovuto coinvolgersi maggiormente sulla questione degli abusi: una questione «di priorità assoluta», ha affermato Pusch.
Nonostante il gran numero di segnalazioni di abusi operati da ecclesiastici pervenute dal 2010, per gli esperti Marx, da arcivescovo, si occupò di ben poche inchieste: si limitò ad attuare i provvedimenti proposti dall’amministrazione, delegando al vicario generale e all’ordinariato la gestione dei casi. Come arcivescovo – questa la giustificazione di Marx – «non si occupava principalmente di compiti amministrativi» ma «dell’annuncio della parola di Dio, della celebrazione dei sacramenti e della pastorale generale per il popolo di Dio». Un comportamento inadeguato, secondo Pusch. In due casi, però, Marx si comportò in modo palesemente errato: la questione era se fosse stato inviato un rapporto alla Congregazione per la Dottrina della Fede.
Un grido di dolore
«Di quanti rapporti ancora ha bisogno il Paese per affrontare questa situazione?», ha chiesto l’avvocato Ulrich Wastl, facendo riferimento a un approccio ecclesiale caratterizzato da una costante clemenza nei confronti dei sacerdoti carnefici, allo scopo di proteggere l’istituzione e la sua reputazione rispetto alla verità e alla giustizia per le persone colpite. Un fallimento multisistemico: clericalismo, spirito di corpo ed eccessiva tutela istituzionale; deficit del diritto penale ecclesiastico e inadeguata cultura giuridica ecclesiastica interna; mancanza di competenza nell’amministrazione e nella giustizia ecclesiastica; mancanza di responsabilità e mancanza di conseguenze per azioni sbagliate, con un interesse per le vittime cresciuto solo lentamente, a partire dal 2010. Appare schiacciante, ha proseguito l’avvocato Wastl, la mancanza di una cultura della responsabilità personale. A quanto pare nessuno vuole davvero assumersela e, se si leggono in filigrana le dichiarazioni dei preti coinvolti, emerge chiaramente che i documenti decisivi sono passati di scrivania in scrivania, che gli arcivescovi hanno agito, se hanno agito, in modo evasivo, restando in ogni caso poco coinvolti.
Una lunghissima lista di raccomandazioni
Gli avvocati hanno sottolineato la necessità di cambiare approccio, in primis attraverso un maggiore ascolto delle vittime: la gerarchia della Chiesa deve esporsi alla sofferenza delle persone colpite. «Ci si può aspettare dagli alti funzionari che, in quanto pastori, siano in grado di farlo; altrimenti, devono essere acquisite le qualifiche necessarie», hanno detto con freddezza i legali. Inoltre, c’è bisogno di un difensore civico indipendente per le vittime che possa schierarsi a loro favore; esse devono avere sempre accesso ai casi che le riguardano; bisogna attuare il regolamento sui fascicoli personali dei chierici e dei funzionari ecclesiastici; è necessaria una azione di monitoraggio.
Il rapporto formula anche raccomandazioni per la legislazione ecclesiastica e la cultura giuridica, che manca di una precisa definizione di reati e sanzioni. Anche con la riforma globale del diritto penale che papa Francesco ha promulgato lo scorso anno, la “violazione del sesto comandamento” rimane la categoria centrale per la registrazione dei reati sessuali nel diritto ecclesiastico: una categoria non leggibile immediatamente per tutti e quindi inadeguata, come dimostra una dichiarazione del papa emerito, il quale richiama la norma penale ecclesiastica pertinente al momento del delitto (can. 2359 § 2 CIC/1917) e sostiene che sono atti sessuali solo quelli “con” minori, ma non gli atti esibizionistici “davanti” a minori.
Nel diritto processuale penale, secondo le raccomandazioni della relazione, è necessario rafforzare i diritti della parte lesa. Anche i tribunali ecclesiastici, che raramente si occupano di casi penali, hanno bisogno di una riforma. Richiesta anche la pubblicazione delle sentenze, che attualmente avviene solo in casi eccezionali, oltre un ruolo maggiore per le donne nella leadership della Chiesa.
Il rapporto chiede cambiamenti anche nell’area amministrativo-organizzativa: una professionalizzazione dei meccanismi di controllo e una maggiore competenza dei dirigenti. In discussione, soprattutto, è la figura del vescovo: una guida spirituale troppo spirituale e poco guida che non corrisponde alla definizione del ministero episcopale di Lumen gentium.
“Siamo sotto choc per il report sulla pedofilia nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga“. Tali inchieste “servono, e ne occorrerebbe una anche in Italia”. Ma “ormai il fenomeno è chiaro: nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi. Per questo dobbiamo ancora fare passi avanti per purificare la Chiesa”. A dirlo alla Stampa è il gesuita tedesco padre Hans Zollner, teologo e psicologo, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, a cui papa Francesco ha affidato la prevenzione della piaga degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa.
“Il numero di preti abusatori si aggira tra il 3 e il 5%”
Zollner fa riferimento allo scandalo tedesco. Almeno 497 persone avrebbero subito danni nell’ambito di abusi pedofili nell’arcidiocesi di Monaco, secondo un rapporto shock sul fenomeno e sul suo occultamento fra il 1945 e il 2019. Per lo più giovani vittime di sesso maschile, il 60% in età 8-14 anni. Coinvolti come presunti artefici almeno in 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone di ambito scolastico.
La Chiesa “sta lavorando molto nell’ambito della prevenzione”, assicura il gesuita. E poi: “Indagini condotte in modo oggettivo e pubblicate servono assolutamente. E servirebbe anche in Italia, certo, così si guarderebbe in faccia la realtà e non si continuerebbe a negare qualcosa che viene continuamente smentito, e cioè che in Italia non ci sono abusi sessuali nella Chiesa. Anche se in generale paradossalmente ormai tutto è chiaro dal punto di vista della diffusione del fenomeno: nel mondo il numero di preti abusatori si aggira tra il 3 e il 5% in ogni regione. Dopo l’uscita di queste inchieste bisognerebbe innanzitutto avviare un’opera di ascolto delle vittime. E poi, modificare i rapporti di potere nella Chiesa”, dice Zollner.
Pedofilia a Monaco, Ratzinger respinge le accuse su eventuali errori
Nel rapporto bavarese, che sta facendo il giro del mondo in questi giorni, il Papa emerito Josef Ratzinger è accusato di comportamenti erronei in 4 casi (era arcivescovo all’epoca). Il Papa emerito ha affermato di non aver commesso errori di comportamento per tutti i 4 casi indicati nel rapporto. Ratzinger ha rilasciato una dichiarazione scritta, allegata al rapporto. I legali del rapporto di Monaco sulla pedofilia nell’arcidiocesi ritengono “poco credibile” la smentita del papa emerito, che ha sostenuto di non essere presente ad una seduta importante nel 1980, nella quale si decise di prendere un prete pedofilo nell’arcivescovado di Monaco e impiegarlo nella cura delle anime: così Ulrich Wastl a Monaco presentando il rapporto.
“La Santa Sede ritiene di dover dare la giusta attenzione al documento, di cui al momento non conosce il contenuto – ha detto ai giornalisti il portavoce vaticano Matteo Bruni, interpellato sul rapporto sugli abusi a Monaco e Frisinga -. Nei prossimi giorni, a seguito della sua pubblicazione, ne prenderà visione e potrà opportunamente esaminarne i dettagli. Nel reiterare il senso di vergogna e il rimorso per gli abusi sui minori commessi da chierici, la Santa Sede assicura vicinanza a tutte le vittime e conferma la strada intrapresa per tutelare i più piccoli garantendo loro ambienti sicuri”.
“Benedetto XVI fino ad oggi pomeriggio (ieri, ndr) non ha conosciuto il rapporto dello Studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl, che ha più di 1.000 pagine. Nei prossimi giorni esaminerà con la necessaria attenzione il testo. Il Papa emerito, come ha già più volte ripetuto durante gli anni del suo pontificato, esprime il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai chierici, e manifesta la sua personale vicinanza e la sua preghiera per tutte le vittime, alcune delle quali ha incontrato in occasione dei suoi viaggi apostolici”, ha dichiarato mons. Georg Gaenswein, segretario particolare del Papa emerito Benedetto XVI.
“Sono scosso e mortificato”. È quello che ha detto il cardinale Reinhard Marx in una nota, dopo la pubblicazione del rapporto. Un rapporto che lo vede accusato di errori di comportamento in due casi del 2008. “Come ho sempre detto come arcivescovo della diocesi mi sento corresponsabile per l’istituzione della chiesa. E come arcivescovo in carica, in nome dell’arcidiocesi, chiedo scusa per la sofferenza che le persone hanno subito nell’ambito della chiesa negli scorsi decenni”, ha aggiunto. “La crisi degli abusi è e resta una profonda scossa per la Chiesa”.
CITTÀ DEL VATICANO – «In Vaticano continuano a dire bugie. Mi rincresce ripeterlo ma sono testimone del fatto che l’allora cardinale Ratzinger conosceva benissimo quello che a noi vittime di padre Maciel Marcial Degollado era accaduto già negli anni Novanta. Così come Giovanni Paolo II e i suoi collaboratori a cominciare dall’allora segretario di Stato, cardinale Sodano. Le regole che applicava allora la Chiesa erano di spostare, coprire, insabbiare i pedofili. Delle vittime importava poco. Nel 1998 ho fatto avere alla Congregazione della Fede, allora guidata proprio da Ratzinger, un pacco di documenti, compreso prove registrate da un notaio. Insomma certificazioni. Le carte pesavano un chilo e mezzo, ancora me lo ricordo, perché per spedirle dal Messico le dovetti pesare. Posso provare quello che dico. E sempre nel 1998 parlammo con l’allora numero 3 della Congregazione implorando l’apertura di processo canonico (che non fu mai aperto)».
José Barba-Martin parla da Città del Messico, oggi ha 82 anni, è un ex professore che ha insegnato ad Harvard. E’ stato un ex seminarista violentato per anni da padre Maciel, potentissimo fondatore dei Legionari di Cristo. «Era il Male assoluto quell’uomo». Documentare decenni di abusi sessuali e psicologici non è stato facile, né per lui, né per gli altri ex legionari che scoperchiarono la vita criminale del capo di uno degli ordini religiosi più potenti, amico personale di Wojtyla al quale mandava fiumi di denaro per la Polonia. Un violentatore seriale che non risparmiò nemmeno i figli avuti da una donna messicana alla quale fece credere di essere un agente della Cia sotto copertura. In Vaticano ebbe ottime coperture a suon di dollari.
PRASSI
Josè Barba Martin ripercorre gli ultimi fatti mettendo in evidenza che solo nel 2005 il cardinale Ratzinger fece fare una indagine. «C’era un evidente tappo più in alto. Giovanni Paolo II non volle fare nulla. Conservo ancora la ricevuta postale del 2002 relativa ad un plico di documenti consegnati al cardinale Stanislaw Dziwisz, nel Palazzo Apostolico. Altri documenti furono inoltrati dalla nostra avvocatessa. Sentire che l’allora Papa Giovanni Paolo II non ha mai saputo nulla, così come non sapeva nulla Ratzinger di quello che accadeva attorno lo ritengo una offesa assai dolorosa».
Davanti ai casi di pedofilia la Chiesa in passato preferiva guardare altrove calpestando le vittime. Vi è una lettera inviata nel 1982 da un vescovo americano, John Cummins, alla Congregazione della fede, per denunciare un prete della sua diocesi che aveva commesso abusi e che, di conseguenza, andava rimosso. Cummins ricevette una risposta solo tre anni dopo, il 6 novembre 1985. Portava la firma dell’allora Prefetto Ratzinger che lo informava che il tribunale non riteneva di rimuovere il prete nonostante gli argomenti presentati, che si riteneva necessario considerare il bene della Chiesa Universale, che occorreva più tempo per valutare. La lettera terminava con questa frase: «Nel frattempo l’eccellenza vostra non dovrà mancare di fornire al denunciante la maggior cura paterna possibile e spiegare allo stesso la logica di questo tribunale, che è abituato a procedere tenendo in considerazione il bene comune». La logica era chiara: prima si doveva proteggere l’istituzione. «Le vittime come me erano dei fantasmi».
SANTITÀ
Il caso mostruoso di Maciel ciclicamente affiora e ancora oggi è soggetto ad una sorta di cortina fumogena poiché tira in ballo Wojtyla, nel frattempo proclamato santo da Papa Francesco forse troppo in fretta. Maciel fu punito ma in modo molto soft solo da Papa Benedetto XVI nel 2006. Visto che era ottantenne e malato non venne mai dimesso dallo stato clericale. Fu solo invitato a ritirarsi a vita privata e non fare celebrazioni in pubblico. Nel 2008 è morto in una clinica in Florida circondato da alcuni sacerdoti, dalla seconda moglie Norma e dalla figlia Normita. Il suo curriculum resta spaventosamente nero, una macchia notevole per la Chiesa. «Una sessantina di vittime accertate, tra cui io e gli altri miei compagni con i quali intraprendemmo questa dolorosa operazione verità negli anni Novanta».
Un nuovo rapporto sugli abusi sessuali commessi dal clero nell’arcidiocesi di Monaco di Baviera, reso noto ieri, mette direttamente sotto accusa il papa emerito Benedetto XVI: secondo l’indagine, quando Ratzinger era arcivescovo di Monaco, avrebbe coperto quattro preti pedofili, consentendo loro di continuare a esercitare il ministero, nonostante fosse a conoscenza delle loro colpe.
DALLA CITTÀ DEL VATICANO, dove risiede dopo le dimissioni da pontefice, Ratzinger respinge «rigorosamente» ogni responsabilità, attraverso una dichiarazione inviata agli estensori del rapporto, i quali però la ritengono «non credibile». «Nei prossimi giorni esaminerà con la necessaria attenzione il testo», spiega monsignor Georg Gänswein, segretario particolare di Ratzinger, e aggiunge: «Il papa emerito, come ha già più volte ripetuto durante gli anni del suo pontificato, esprime il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai chierici, e manifesta la sua personale vicinanza e la sua preghiera per tutte le vittime». La Santa sede per ora tace e, tramite il direttore della sala stampa vaticana, Matteo Bruni, fa sapere che verrà data «la giusta attenzione al documento di cui al momento non conosce il contenuto. Nei prossimi giorni ne prenderà visione e potrà opportunamente esaminarne i dettagli». Anche la Chiesa tedesca resta in silenzio, parlerà la prossima settimana.
AL DI LÀ DEL COINVOLGIMENTO di Ratzinger, il quadro che emerge dal rapporto commissionato due anni fa dalla stessa arcidiocesi di Monaco-Frisinga e realizzato dallo studio legale Westphal Spilker Wastl, visionando documenti finora riservati e interpellando vittime e testimoni, è tragico. Un «bilancio dell’orrore», lo definiscono gli avvocati che hanno presentato l’inchiesta, un volume di 1.900 pagine. Sono 497 le persone che, fra il 1945 e il 2019, hanno subito abusi e violenze sessuali all’interno della diocesi. Si tratta in maggioranza di giovani maschi, ma ci sono anche molte donne. Le vittime sono per lo più minorenni, il 60% dei quali di età compresa fra gli otto e i quattordici anni. Tuttavia secondo l’avvocata Marion Westphal i numeri sarebbero molto più alti. I responsabili individuati sono 235: 173 preti, 9 diaconi, 5 incaricati pastorali e 48 impiegati nel settore scolastico (insegnanti, educatori, personale vario). Molti di loro, denuncia Westphal, hanno proseguito a esercitare il loro ministero e i loro incarichi anche se riconosciuti colpevoli: «C’è stato un insabbiamento sistematico per tutelare l’istituzione ecclesiastica». Risulta coinvolto anche l’attuale arcivescovo di Monaco, il cardinale Reinhard Marx, accusato dal rapporto di aver coperto due casi di preti pedofili. Marx a maggio scorso aveva presentato le proprie dimissioni a papa Francesco, denunciano la «responsabilità della Chiesa per la catastrofe dell’abuso sessuale», ma Bergoglio le aveva respinte.
RATZINGER, ARCIVESCOVO di Monaco-Frisinga fra il 1977 e il 1982, prima di essere chiamato a Roma da papa Wojtyla a guidare la Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) e poi di essere eletto egli stesso pontefice (2005-2013), è accusato di «cattiva condotta» in quattro casi, cioè di non aver intrapreso nessuna azione nei confronti di preti pedofili di cui conosceva i comportamenti. Martin Pusch, uno degli avvocati dello studio legale che ha realizzato il rapporto, spiega che a due preti, pur essendo stati sanzionati penalmente, Ratzinger ha permesso di continuare a esercitare il ministero, senza nessun provvedimento canonico nei loro confronti. Un altro caso riguarda don Peter Hullermann, che aveva già commesso abusi su minori nella diocesi di Essen e poi è stato trasferito a Monaco di Baviera nel 1980 – ma Ratzinger ha negato di essere stato presente all’incontro in cui si è deciso questo trasferimento in quella che allora la sua diocesi –, dove ha compiuto altri abusi (ed è stato poi condannato penalmente nel 1986). Infine un quarto caso di un prete condannato da un tribunale non tedesco e poi accolto a Monaco, sempre nel periodo in cui l’ex papa era arcivescovo della diocesi.
«IL PAPA EMERITO Benedetto XVI ha negato qualsiasi illecito da parte sua», dice Pusch. Ratzinger ha sostenuto di «non essere a conoscenza dei fatti» e «che non vi erano elementi rilevanti ai sensi del diritto canonico e penale». Ma, conclude l’avvocato, queste affermazioni di mancanza di conoscenza sembrano «difficili da conciliare» con quanto emerso dai documenti.
Appelli, riforme e nuove leggi, ma a che punto è la Chiesa cattolica nel contrasto della pedofilia del suo clero? La domanda diventa sempre più pressante dopo la pubblicazione dei rapporti sugli abusi sessuali sui minori commessi dai preti in Francia e Germania. Cifre spaventose che hanno scalfito perfino Benedetto XVI, accusato di quattro casi di negligenza quando era arcivescovo di Monaco e Frisinga, dal 1977 al 1981. Proprio sulla scrivania di Ratzinger, chiamato dopo il breve episcopato bavarese da san Giovanni Paolo II in Vaticano come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sono arrivati per decenni i dossier mondiali della pedofilia. Una pentola difficilissima, se non impossibile da scoperchiare durante gli anni del pontificato wojtyliano, nonostante la storica denuncia di Ratzinger sulla “sporcizia nella Chiesa” riferita proprio alla piaga degli abusi. Divenuto Papa, il tappo che per decenni ha insabbiato migliaia di questi crimini è saltato, con il rischio di minare per sempre l’immagine del cattolicesimo mondiale.
Law – A dire il vero qualcosa si era iniziato a muovere negli ultimi anni del lungo regno di Karol Wojtyla. Nel 2002, ovvero tre anni prima della morte del Papa polacco, l’allora arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, fu letteralmente travolto da un’accurata inchiesta del The Boston Globe. Inchiesta che vinse il Premio Pulitzer nel 2003 e che fu poi oggetto del film Il caso Spotlight vincitore del Premio Oscar nel 2016. Un lavoro che ebbe, tra l’altro, il merito di sfondare il muro di gomma dell’omertà sulla pedofilia nella Chiesa cattolica con lobby potentissime che rendevano quasi impossibile la ricostruzione degli abusi. Law, che guidava l’arcidiocesi di Boston dal 1984, fu smascherato per aver coperto per decenni centinaia di casi di pedofilia, occultando le denunce delle vittime e spostando gli abusatori di parrocchia in parrocchia. Ma fu semplicemente trasferito a Roma da Wojtyla con l’incarico onorifico di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore. Incarico che mantenne fino al compimento degli 80 anni come previsto dalle norme canoniche. Nessun processo e nessuna sanzione. Nel conclave del 2005 entrò regolarmente nella Cappella Sistina per votare il successore del Papa polacco.
Maciel – Altrettanto inquietante è la vicenda del fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel Degollado. Un prete messicano morto con tutti gli onori nel 2008, che aveva il merito di aver fondato una delle congregazioni religiose maschili con il maggior numero di vocazioni al mondo e che, invece, si era macchiato di crimini inenarrabili, costantemente coperti dai vertici della Curia romana. Le denunce arrivavano, ma venivano puntualmente occultate. Lo stesso cardinale Ratzinger, nel ruolo di prefetto dell’ex Sant’Uffizio, aveva provato ad agire contro Maciel, scontrandosi, però, contro il muro di altre figure apicali della Santa Sede. Un uomo potentissimo e con una disponibilità economica talmente alta da assicurarsi l’omertà del Vaticano. Alla sua morte il suo patrimonio personale segreto fu stimato intorno ai trenta milioni di dollari. Maciel aveva abusato dei suoi seminaristi, coperto centinaia di casi di pedofilia all’interno dei Legionari di Cristo, avuto diverse donne che gli avevano dato alcuni figli e assunto numerose identità false. Uno scenario satanico più che l’immagine perfetta del fondatore di una congregazione religiosa. Eppure per decenni, nonostante tutto, il ritratto a dir poco edulcorato, per usare un eufemismo, del santo sacerdote aveva prevalso sulla realtà criminale.
Eletto Papa, Benedetto XVI volle una radicale purificazione dei Legionari e ammise le colpe: “Purtroppo abbiamo affrontato la questione solo con molta lentezza e con grande ritardo. In qualche modo era molto ben coperta e solo dal 2000 abbiamo iniziato ad avere dei punti di riferimento concreti. Era necessario avere prove certe per essere sicuri che le accuse avessero un fondamento. Per me, Marcial Maciel rimane una figura misteriosa. Da un lato c’è un tipo di vita che, come ormai sappiamo, è al di là di ciò che è morale: un’esistenza avventurosa, sprecata, stramba. Dall’altro vediamo la dinamicità e la forza con cui ha costruito la comunità dei Legionari”. Proprio i suoi seguaci, una volta venuta alla luce la triste verità, fecero un mea culpa per i reati commessi dal loro fondatore: “Vogliamo esprimere il nostro profondo dolore per l’abuso di seminaristi minorenni, per gli atti immorali perpetrati verso uomini e donne, per l’uso arbitrario della sua autorità e dei beni, per il consumo smisurato di sostanze stupefacenti e per l’aver presentato come propri scritti pubblicati da terzi. Ci risulta incomprensibile l’incoerenza di essersi continuato a presentare per decenni come sacerdote e testimone della fede, mentre occultava questi comportamenti immorali”.
McCarrick – Uno scenario simile a quello che avveniva negli Stati Uniti dove, nonostante le gravissime accuse di pedofilia, nel 2000 l’ex cardinale Theodore Edgar McCarrick fu promosso arcivescovo di Washington e l’anno successivo ricevette la porpora da san Giovanni Paolo II. Anche in questa vicenda le coperture e la rete di omertà tra gli Usa e il Vaticano avevano nascosto una realtà terrificante. Francesco ha voluto far luce con un’inchiesta che, per la prima volta, ha svelato le numerose complicità di cui McCarrick godeva presso i vertici della Santa Sede. Complicità che, però, non hanno impedito a Bergoglio, una volta appurata la condotta criminosa dell’ex porporato, di ridurlo allo stato laicale. Un provvedimento radicale mai preso prima. Ciò che è inquietante nella vicenda di McCarrick è che la promozione, prima alla guida della prestigiosa sede di Washington e poi alla porpora, avvenne nonostante le denunce dei suoi crimini di pedofilia.
Pell – Diverso è il caso del cardinale australiano George Pell, travolto da un lungo processo per abusi nel suo Paese, che lo ha costretto a lasciare frettolosamente il ruolo di prefetto della Segreteria per l’economia. Il porporato, condannato in primo e secondo grado a sei anni di reclusione e costretto a 13 mesi di carcere in isolamento, è stato poi assolto con formula piena ed è ritornato a Roma. “Il mio processo – commentò Pell uscendo dal carcere – non è stato un referendum sulla Chiesa cattolica, né un referendum su come le autorità della Chiesa in Australia hanno affrontato il crimine della pedofilia nella Chiesa. Il punto era se avevo commesso questi terribili crimini e non l’ho fatto”. Aggiungendo che “l’unica base per la guarigione a lungo termine è la verità e l’unica base per la giustizia è la verità, perché giustizia significa verità per tutti”.
Benedetto XVI – Per anni l’ordine della Santa Sede era quello di insabbiare la pedofilia. Lo ammise lo stesso Benedetto XVI: “Perché in passato non si è reagito allo stesso modo di oggi? Anche la stampa prima non ha dato rilievo a queste cose, la coscienza a quel tempo era diversa. Sappiamo che le stesse vittime provavano grande vergogna e all’inizio non sempre vogliono essere messe subito sotto la luce dei riflettori. Molte sono state in grado di raccontare quello che era loro accaduto soltanto dopo decenni”. E aggiunse: “Quello però che non deve mai succedere è che si fugga e si faccia finta di non vedere e si lasci che i colpevoli continuino nei loro misfatti. È necessaria quindi vigilanza da parte della Chiesa, che punisca chi ha mancato e soprattutto che lo escluda da qualsiasi altra possibilità di entrare in contatto con dei bambini”.
Francesco – Il suo successore ha fatto molti passi avanti nella tolleranza zero della pedofilia del clero. Norme severissime non solo per i colpevoli, ma anche per coloro che insabbiano gli abusi. Provvedimenti a molti indigesti all’interno della Chiesa perché mettono i vescovi con le spalle al muro davanti alle loro responsabilità e alle loro omertà, ma resi necessari da una piaga decisamente devastante all’interno del cattolicesimo. Nel febbraio 2019 Bergoglio convocò in Vaticano i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo in un inedito summit sulla pedofilia del clero. Il Papa volle che a parlare fossero anche alcune vittime. Da quell’evento sono scaturiti provvedimenti concreti, come l’abolizione del segreto pontificio per gli abusi. Ma i passi da compiere sono ancora tanti. Nell’ultima assemblea generale straordinaria della Cei, nel novembre 2021, il vescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni, che è anche presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa, aveva proposto un’indagine sulla pedofilia del clero anche in Italia. La stragrande maggioranza dell’episcopato italiano si è subito opposta con il timore di uno tsunami ingestibile e richieste risarcitorie impossibili da sostenere. L’ennesimo muro che fa ben comprendere quanto l’omertà sulla pedofilia nella Chiesa sia ancora difficile da far crollare.
Terremoto all’arcidiocesi di Monaco di Baviera. Sono almeno 497 le persone che hanno subito danni nell’ambito degli abusi pedofili nell’arcidiocesi di Monaco. Lo ha spiegato Martin Pusch leggendo il rapporto a Monaco. Per lo più si tratta di giovani vittime di sesso maschile, il 60% dei quali in età compresa fra 8-14 anni. Le persone coinvolte negli abusi sessuali come artefici sono almeno 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone dell’ambito scolastico.
I dati sono emersi oggi dal rapporto indipendente sugli abusi commessi dal clero. L’indagine è stata condotta dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl e riguarda oltre 70 anni, dal 1945 al 2019. È compreso il periodo in cui fu arcivescovo della diocesi Joseph Ratzinger. La piaga della pedofilia e degli abusi aveva portato l’attuale arcivescovo, il cardinale Reinhard Marx, a dimettersi lo scorso mese di giugno. Dimissioni che, nel giro di qualche giorno, furono respinte da Papa Francesco.
L’arcidiocesi tedesca farà la sua valutazione non direttamente oggi, giovedì 20, ma in una conferenza stampa convocata per il 27 gennaio, una settimana dopo la presentazione del rapporto.
L’indagine scandaglia l’operato di preti e religiosi dal dopoguerra fino ai nostri giorni e tocca anche il periodo, dal 1977 al 1982, in cui a guidare l’arcidiocesi fu Joseph Ratzinger. Nelle settimane scorse un’inchiesta di Die Zeit aveva chiamato in causa l’operato di Benedetto XVI, ai tempi in cui era arcivescovo di Monaco e Frisinga. Il giornale sostiene che ci sono prove del fatto che abbia coperto un prete pedofilo. Ma dal Monastero Mater Ecclesiale in Vaticano è arrivata secca la smentita del suo segretario, mons. Georg Gaenswein: «L’affermazione che egli fosse a conoscenza degli antefatti», ovvero accuse di abusi sessuali, «al momento dell’ammissione del padre H. è falsa. Di tali fatti precedenti non aveva alcuna conoscenza».
La vicenda tornata sotto i riflettori era quella di Peter Hullermann, il prete che il Papa emerito, quand’era arcivescovo a Monaco di Baviera, aveva accettato nella diocesi nel 1980. Nonostante le accuse di pedofilia, il religioso fu anche impiegato in attività pastorali in un’altra parrocchia, dove commise altri abusi. Ma il Vaticano allora, e mons. Gaenswein in questi giorni, ribadiscono che Ratzinger non era a conoscenza delle accuse contro il sacerdote in questione. Un singolo caso che potrebbe essere una ‘goccia’ rispetto al report. Dati che potrebbero minare la stabilità della Chiesa tedesca già alle prese con una serie di punti che la allontanano da Roma, dalle unioni gay al ruolo delle donne nella gerarchia ecclesiastica. E che ha visto negli anni una progressiva emorragia di cattolici rispetto alla quale sembra difficile una inversione di tendenza.
AGI – Sarà pubblicato giovedì 20 gennaio il rapporto sugli abusi commessi dal clero in Germania, nella diocesi di Monaco di Baviera, in un periodo molto vasto dal 1945 al 2019.
Un dossier choc che la stessa arcidiocesi tedesca, che l’ha commissionato, definisce “una pietra miliare nell’ulteriore processo di gestione degli abusi sessuali nell’arcidiocesi”.
In rassegna quindi la gestione dei vari arcivescovi che si sono susseguiti alla guida della diocesi, tra questi anche Joseph Ratzinger, dal 1977 al 1982.
Ma il report riguarderà anche i ministeri di Michael von Faulhaber, Joseph Wendel, Julius Doepfner, Friedrich Wetter e Reinhard Marx.
Proprio il cardinale Marx l’anno scorso presentò le sue dimissioni a Papa Francesco (che le rifiutò) proprio riguardo alla “catastrofe” degli abusi sessuali compiuti da uomini di Chiesa nei decenni scorsi in Germania.
L’arcidiocesi di Monaco e Frisinga ha organizzato una conferenza stampa per il 27 gennaio per commentare il report.
Il dossier è stato commissionato dall’arcidiocesi allo studio legale Westpfahl Spilker Wastl nel febbraio 2020 e dovrebbe anche indicare se i responsabili hanno soddisfatto i requisiti legali e le linee guida della Conferenza episcopale tedesca e se hanno agito in modo appropriato nel trattare casi sospetti e possibili autori.
Nel dicembre 2010 l’arcidiocesi di Monaco e Frisinga è stata la prima diocesi tedesca a pubblicare un primo report. Ora però, sottolinea, si sono aggiunte nuove denunce.
E con la pubblicazione del nuovo dossier sugli abusi nell’arcidiocesi di Monaco, nasce un nuovo centro di contatto e consulenza per le vittime.
Psicologi e psicoterapeuti, con molti anni di esperienza nei servizi di consulenza dell’arcidiocesi, alcuni dei quali specializzati sulle questioni relative agli abusi sessuali, saranno disponibili dal lunedì al sabato nelle prime due settimane dopo la pubblicazione, a partire dal 20 gennaio, dalle ore 9 alle ore 20.
La pubblicazione del dossier dovrebbe far luce sull’operato di Joseph Ratzinger, negli anni in cui era arcivescovo di Monaco e Frisinga.
Il settimanale tedesco Die Zeit in questi giorni ha accusato il Papa emerito di aver coperto le azioni di Peter H., prete pedofilo che ha abusato, tra il 1973 e il 1996 di 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni, in veste di cappellano e di parroco.
Le accuse a Ratzinger riguardano anche gli anni in cui era prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (1982-2005), organismo vaticano che si occupa proprio di casi di delicta graviora.
Die Zeit scrive di un decreto extragiudiziale del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco datato 2016. Padre Peter H. fu condannato a pagare una somma alla fondazione per bambini Tabaluga.
Ma il suo agire non fu fermato. Anzi, secondo il settimanale tedesco nel 1980, Peter H. venne trasferito dalla diocesi di Essen a Monaco.
Il decreto della diocesi menziona direttamente il Papa emerito spiegando che, sebbene conoscesse la storia del sacerdote che aveva commesso le violenze, “lo accettò e lo insediò nella propria arcidiocesi”.
Monsignor Georg Gaenswein, segretario di Benedetto, ha risposto però alle accuse di Die Zeit facendo sapere che la ricostruzione del settimanale è errata.
“L’affermazione che fosse a conoscenza dei precedenti al momento in cui è stata presa la decisione di ammettere il sacerdote H. nell’arcidiocesi di Monaco, è falsa”, ha affermato monsignor Gaenswein.
Ludovica Eugenio 40929 MONACO-ADISTA.Joseph Ratzinger, quando era vescovo di Monaco, non sapeva nulla del caso del prete pedofilo Peter H., attivo nella sua diocesi, quindi non è responsabile: lo afferma il suo segretario personale, mons. Georg Gänswein. Ma secondo gli esiti di un’inchiesta del settimanale tedesco Die Zeit (2/2022) la verità è un’altra: Ratzinger sapeva eccome, ma non ha fatto nulla. E poco o nulla hanno fatto i suoi successori a Monaco, compreso il card. Reinhard Marx: la parola definitiva verrà dalla ormai prossima pubblicazione (prevista per il 20 gennaio) dei risultati di un’indagine indipendente dello studio legale di Monaco Westpfahl Spilker Wastl, svolta con lo scopo di chiarire se gli arcivescovi di Monaco e Freising e i loro dipendenti tra il 1945 e il 2019 abbiano insabbiato casi di abusi sessuali, permettendo che gli autori continuassero indisturbati o trattato le vittime in modo non adeguato. L’indagine, voluta dall’attuale arcivescovo di Monaco card. Reinhard Marx, riguarda ovviamente anche quest’ultimo, così come il suo predecessore, il card. Friedrich Wetter, e il predecessore di questi, Joseph Ratzinger, a capo della diocesi dal 1977 al 1982. D’altronde, Marx nel giugno scorso aveva dato le dimissioni da vescovo – poi rifiutate da papa Francesco (v. Adista online, 4/6/21) – perché sapeva di non essere stato impeccabile nella gestione dei casi di abuso: intendeva «assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni». Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni, dichiarava, «mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale sia errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico” ». Tutto sembrerebbe dargli ragione, e non è affatto escluso, come egli stesso ha anticipato accettando di continuare il suo mandato, che in futuro, non potendo più «svolgere questo servizio», possa decidere «per il bene della Chiesa e di presentare nuovamente le mie dimissioni» (v. Adista online 25/7/21). A giudicare dalle anticipazioni nell’inchiesta di Die Zeit, si sta preparando il prossimo terremoto nella Chiesa tedesca.
Il caso Peter H. e le responsabilità della gerarchia
In questo contesto, il caso del prete Peter H. è di particolare rilevanza: costui, tra il 1973 e il 1996, come giovane cappellano e poi parroco nella zona della Ruhr, ha abusato di almeno 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni; godeva di particolare credito e fiducia, e la gerarchia non ha fatto nulla per fermarlo.
Die Zeit racconta come la Chiesa abbia condotto un suo procedimento penale amministrativo nei suoi confronti del prete, conclusosi con un “decreto extragiudiziale” di 43 pagine del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, emesso il 9 maggio 2016 e firmato dal capo del tribunale ecclesiastico di Monaco, Lorenz Wolf. Peter H. fu condannato a pagare una somma alla fondazione per bambini Tabaluga. Gli fu risparmiata la pena massima, il “licenziamento” dal clero.
Il documento del tribunale afferma che vescovi e vicari generali a Monaco ed Essen – diocesi originaria del prete – non sono stati all’altezza della loro «responsabilità verso i bambini e i giovani affidati alla loro cura pastorale». Il nome di Ratzinger viene fuori più volte, poiché durante il suo mandato come arcivescovo, Peter H. si trasferì da Essen nell’arcidiocesi di Monaco, dove abusò di nuovo di ragazzi. Dal decreto si evince che pur essendo l’allora arcivescovo e cardinale Joseph Ratzinger e il suo Consiglio episcopale a conoscenza della situazione relativa all’ammissione a Monaco di Peter H, non fu avviata da Ratzinger né dal suo successore un’indagine preliminare, e nemmeno un procedimento penale ecclesiastico. Ma Gänswein, alla domanda di Die Zeit se Ratzinger fosse a conoscenza del caso, risponde: «L’affermazione che fosse a conoscenza dei precedenti (accuse di violenza sessuale) al momento in cui è stata presa la decisione di ammettere il sacerdote H. è falsa. Non era a conoscenza del suo background». Il che, se fosse vero, sarebbe comunque grave. Ma alla domanda se Ratzinger non abbia fatto nulla dopo l’ingresso in diocesi di Peter H., nel 1980, Gänswein non risponde. Eppure, quando nel 1982 divenne prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Ratzinger, che doveva ormai essere a conoscenza del caso, non fece nulla e non chiese nulla al suo successore. Insomma: se Ratzinger non aveva denunciato il caso a Roma da Monaco, avrebbe dovuto almeno richiederlo da Roma a Monaco.
Peter H. fu inviato da Essen a Monaco nel 1980 con una diagnosi di “Disturbo narcisistico di base con pedofilia ed esibizionismo”. Venne assegnato a una scuola femminile, su consiglio dei superiori, dal Consiglio episcopale. Nel 1982 venne spostato a Grafing e salutato con grandi elogi per aver «triplicato il numero dei chierichetti in due anni». Anche nella nuova destinazione compì abusi, ma venne sostenuto dal successore di Ratzinger, Wetter, e dal suo vicario generale Gruber, che con un’espressione contorta affermo che «senza pubblicità particolare, il suo riutilizzo altrove non è assolutamente impossibile». Ciononostante, nel 1986 H. fu dichiarato colpevole di aver abusato di undici ragazzi di età compresa tra 13 e 16 anni. Il tribunale distrettuale di Ebersberg lo condannò a 18 mesi di libertà vigilata e a una multa di 4.000 marchi tedeschi. Una settimana dopo, il cardinale Wetter e il vicario generale Gruber decisero di reintegrarlo: nel 1987 è viceparroco nel paesino di Garching an der Alz, dovrà continuerà a vivere per i successivi 21 anni. Nuove accuse di abusi arrivano nel 2006 da un ex chierichetto abusato 30 anni prima, Wilfried Fesselmann, ma solo nel 2010 emerge che gli atti per cui è accusato, prescritti dal diritto penale, sono ancora perseguibili dal diritto canonico. Peter H. rilascia una confessione parziale; nel frattempo, Monaco ha dal 2008 un nuovo arcivescovo: Reinhard Marx.
Il sacerdote venne nuovamente esaminato da uno psichiatra dalla fama piuttosto controversa, Friedemann Pfäfflin, secondo il quale H. non era un pedofilo, ma un efebofilo che dopo il 1986 non aveva più avuto ricadute: un errore, come poi si scopre. Il decreto di Wolf afferma: «In conclusione, l’esperto non vede restrizioni necessarie per quanto riguarda l’ulteriore utilizzo del pastore H. nel servizio ecclesiastico».
Salvate papa Ratzinger
Nel 2008 l’arcidiocesi era dunque pienamente a conoscenza della confessione parziale di H., ma invece di applicare il diritto canonico e avviare un’indagine, Marx trasferisce il prete nella cittadina bavarese di Bad Tölz: è il terzo cardinale a non fermarlo. Nel 2010, quando lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati dal clero esplode in Germania in tutta la portata, la Congregazione per la Dottrina della Fede – guidata dal prefetto card. Gerhard Ludwig Müller – incarica Marx di «indagare scrupolosamente» le accuse contro H. Prende dunque l’avvio un’indagine preliminare canonica, ma l’investigatore, scrupolosamente, evita di andare a fondo: Wolf in seguito espresse il sospetto, nel decreto del 2016, che ci fosse stata «una notevole pressione politico-ecclesiale» sulle indagini. Nel 2010, l’arcidiocesi incaricò per la prima volta lo studio legale Westpfahl Spilker Wastl di condurre un’inchiesta, i cui dati furono sintetizzati sulla stampa in forma anonima. Responsabile, in quel momento, era già un nuovo vicario generale, Peter Beer, ora professore a Roma presso il Centro per la protezione dell’infanzia della Pontificia Università Gregoriana. E mentre Marx chiedeva alla Chiesa pentimento, purificazione e rinnovamento, a Essen, formalmente ancora la diocesi natale di Peter H., sin dal suo insediamento nel 2009 il vescovo Franz-Josef Overbeck ha cercato di affrontare i casi di abusi in modo responsabile. È lui che finalmente ordina l’allontanamento temporaneo di H., l’11 marzo 2010; nel 2012, insieme a Marx, raccomandò alla Congregazione per la Dottrina della Fede di rimuovere Peter H. dal sacerdozio. Ma anche qui, senza totale trasparenza: con un semplice atto amministrativo, senza alcun procedimento di diritto canonico. Perché? Perché il caso H. era una bomba a orologeria per Ratzinger, allora papa: lo scriveva candidamente Marx l’8 novembre 2012 in una nota di cui Die Zeit è entrata in possesso. Il caso, affermava Marx, «ha suscitato scalpore mondiale nei media perché si sospettava che l’allora arcivescovo di Monaco e Frisinga, oggi papa Benedetto XVI, avesse almeno condiviso la responsabilità della sua gestione». E «sebbene queste accuse siano state invalidate, c’è da aspettarsi che vengano riprese in caso di procedimento penale da parte della Chiesa». In sostanza: facciamola breve, in modo tale che sulla responsabilità di Ratzinger cali il silenzio.
Il card. Müller rifiutò la scorciatoia proposta dai due vescovi tedeschi, scegliendo un’altra strada che tuttavia aveva la stessa finalità: l’arcidiocesi di Monaco, disse, deve condurre «procedimenti extragiudiziali con mezzi amministrativi». Ossia, senza sentire testimoni.
La procedura arrivò sulla scrivania di Lorenz Wolf, che nel febbraio 2015 iniziò a lavorarci. Il 9 maggio 2016 il decreto è pronto. Soddisfatta anche la Congregazione per la Dottrina della Fede: «Il caso è chiuso e sarà archiviato», scrisse Müller il 10 aprile 2017 in una lettera a Marx contrassegnata come “strettamente confidenziale”. Il decreto non sarà pubblicato.
La dimostrazione del fallimento
Die Zeit ha sottoposto il decreto a due professori di diritto canonico, Norbert Lüdecke di Bonn e Bernhard Anuth di Tubinga. La loro valutazione è che esso sia stato elaborato «con cura in termini di diritto canonico. Ma in questa veste formale rappresenta anche di più, ovvero la documentazione del palese fallimento di diversi vescovi nel trattare gli atti di abuso». E Benedetto? Le sue azioni non mostrano un senso di responsabilità commisurato alla dignità dell’episcopato: «Nessun buon pastore si comporta così», dice Anuth.
Nell’attesa della pubblicazione del rapporto Westpfahl Spilker Wastl, resta la domanda se Wolf sia stato indulgente con Peter H., recidivo e dunque meritevole della pena più grave, la dimissione dallo stato clericale. Sta di fatto che nel frattempo, l’anno scorso, il prete pedofilo ha dovuto lasciare Monaco ed è tornato nella zona della Ruhr. 74enne, ora viene regolarmente visitato da un sessuologo, uno psicoterapeuta, un assistente sociale e uno psicologo pastorale; «Si dice che raramente osi uscire per strada», scrive Die Zeit. Ma a pochi chilometri dalla casa di Peter H., l’ex chierichetto Wilfried Fesselmann ha un solo desiderio: «Suonare il campanello di H. e affrontarlo».