Nel 2005, Ratzinger divenne Benedetto XVI. Perfezionò la legislazione contro la pederastia, ma l’inerzia di decenni continuò. La priorità era ancora data alla salvaguardia dell’immagine dell’istituzione e alla copertura dei casi. Molte diocesi ancora oggi non le comunicano a Roma, senza conseguenze. Nel 2010, il Vaticano ha annunciato un passo fondamentale: quando un vescovo o un superiore religioso veniva a conoscenza di un caso, doveva segnalarlo alle autorità. In effetti, la Santa Sede ha assicurato che questa regola era già stata comunicata internamente ed era applicata dal 2003, anche se non ha chiarito perché non fosse stata resa pubblica in precedenza. In ogni caso, la disobbedienza continuò. Inoltre, la mentalità tradizionale resistette anche a Roma, come dimostrano documenti inediti di un caso in Colombia, quello di questa lettera del 2010 della Dottrina della Fede al vescovo di Pereira, Tulio Duque: Questa lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede a un vescovo colombiano è di settembre 2010, Ma il numero del protocollo indica che il file è stato aperto nel 2004, sei anni (altro…)
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4. COPERTURA E BUROCRAZIA: CALIFORNIA, ILLINOIS, AUSTRALIA
Come ha sottolineato Scicluna, la permissività verso i casi di pederastia non finì nemmeno con il codice canonico del 1983. Stabilì che nei diocesi venivano condotti procedimenti penali ecclesiastici; appelli, nella rota romana; e ricorsi contro i decreti, nella Congregazione per il Clero, dove quindi è nascosta anche molta informazione. La Dottrina della Fede continuò a essere esclusa, ma fu dedicata alle petizioni di dispensa dal sacerdozio, che divennero sempre più abbondanti. Negli anni ’80, i casi di pederastia iniziarono a crescere rapidamente nella Chiesa degli Stati Uniti, che venivano risolti con accordi extragiudiziari e risarcimenti, e di fronte a numerosi casi di recidiva, i vescovi ricorsero a chiedere dispense per risolvere il (altro…)
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2. IL CASO RATZINGER, ANCORA DA CHIARIRE: IL MISTERO DI UN SUCCO D’UVA
La gestione di Ratzinger, quando era arcivescovo a Monaco di Baviera, tra il 1977 e il 1982, iniziò a essere messa in discussione con un articolo sul New York Times, nel marzo 2010: si riportava che nel 1980 presiedette una riunione in cui Peter Hullermann, un sacerdote pedofilo trasferito da Essen, dove aveva ricevuto tre denunce di abuso, fu ammesso nella diocesi. per ricevere terapia, e poi ha aggredito di nuovo minorenni. Ratzinger, già papa come Benedetto XVI, negò di conoscere i dettagli del caso.
La questione si è complicata nel gennaio 2022 quando un audit interno commissionato dalla diocesi di Monaco presso lo studio legale Westphal Spiker Wastkl (WSW) ha rilevato che Ratzinger era a conoscenza di almeno quattro casi di sacerdoti pedofili. In particolare, nel rapporto (altro…)
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1. IL VATICANO, NEL 1938 PRIMA DELL’ARRIVO DEI NAZISTI: BRUCIA TUTTO
I documenti più antichi trovati in questa ricerca fanno riferimento a un momento cruciale della Chiesa cattolica tedesca, l’ascesa del regime nazista, con Pio XI. Essi si trovano negli archivi del Santo Ufficio e della Segreteria di Stato, nella parte aperta ai ricercatori, e sono stati contributi dallo storico Davide F. Jabes. Sono molto significativi perché rivelano che anche allora c’era una comunicazione fluida tra il Vaticano e i vescovi riguardo ai casi di pedofilia, e che per la Chiesa erano informazioni pericolose da nascondere. Il Santo Ufficio ha sempre ordinato questi processi fin dal XVI secolo e Roma ha centralizzato tutti i casi, anche se le diocesi potevano nasconderli a loro. In tempi moderni iniziò a essere regolamentata dall’istruzione del 1922, aggiornata nel 1962, Crimen Sollicitationis, per abusi sessuali nel campo della confessione, e che nel suo capitolo 5 (Crimen pessimum) menzionava espressamente la pederastia. Secondo gli storici, questa regola fu stabilita in parte perché molti casi si verificarono in un paese europeo all’inizio del ventesimo secolo, con “frequenza impressionante”, secondo il Santo Ufficio: avvenne in Spagna. In Germania negli anni ’30, queste informazioni erano molto pericolose se cadevano nelle mani dei nazisti. Il regime di Hitler molestò la Chiesa con campagne diffamatorie e gli abusi sui minori furono una delle accuse più (altro…)
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La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (terza puntata)
Papa Francesco e il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente dei vescovi italiani, lo hanno detto più volte: non importa quanti anni sono passati, gli abusi nei confronti dei minori non vanno mai in prescrizione. Un po’ come per lo slogan della “tolleranza zero” sui pedofili, anche queste sono in realtà solo parole. Gli abusi sessuali dei preti che la Chiesa non è riuscita a insabbiare vanno in prescrizione eccome, e si archiviano anzi il più presto possibile.
È successo anche con il caso di don Valentino Salvoldi, prete missionario incardinato nella diocesi di Bergamo, responsabile di aver molestato e abusato sessualmente almeno 21 ragazzi, fra cui diversi minorenni. Ho raccontato tutta la storia dell’indagine ecclesiastica nelle due puntate precedenti, qui e qui.
Per concludere, vi propongo una breve chiacchierata con Stefano Schiavon, una delle vittime di Salvoldi che ha denunciato il prete alla magistratura e raccontato la sua storia alla stampa. Se oggi conosciamo un po’ meglio come funziona l’omertosa giustizia ecclesiastica, lo dobbiamo anche a lui.
https://open.substack.com/pub/federicatourn/p/la-svolta-del-vaticano-coprire-i-2f0?utm_campaign=post&utm_medium=web×tamp=116.3
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Sopravvissuti abusi a Consiglio regionale sardo, ‘vittime ignorate’
(ANSA) – ROMA, 10 MAR – “Non basta realizzare sportelli diocesani per pensare di aver tutelato le vittime, queste vanno soccorse e risarcite, soprattutto alla luce della recente indagine svolta dall’Associazione La Rete L’Abuso proprio sugli sportelli che mette in luce gli scarsi risultati ottenuti dalle iniziative diocesane. Come non è una garanzia avvalersi di ‘professionalità formate e competenti’, quando poi i preti denunciati agli sportelli o condannati dalla giustizia italiana, non vengono rimossi ma addirittura reintegrati dopo il carcere, tornando inevitabilmente a contatto con minori. Casi che registriamo anche in Sardegna”.
E’ quanto scrive in una lettera aperta al Consiglio regionale della Sardegna, il portavoce dell’Associazione di vittime del clero, Francesco Zanardi.
Zanardi, tra l’altro, è proprio il ‘rappresentante’ delle vittime italiane che ha mediato il primo incontro tra vittime del clero in Italia e Conferenza episcopale italiana, svoltosi nella sede della Cei a Roma con il cardinale Matteo Zuppi nel maggio del 2023.“Prendo spunto dall’importante vicenda che ha recentemente coinvolto la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Carla Puligheddu, il Presidente del Consiglio Regionale Sardo, Piero Comandini, e la Conferenza episcopale sarda, rappresentata dal presidente monsignor Antonello Mura – scrive Zanardi – , al fine di condividere con i destinatari della lettera alcune considerazioni. Nel mese di gennaio scorso, la Garante ha formalmente invitato la Ces a collaborare attivamente con la magistratura italiana per garantire la tutela delle vittime di abusi sessuali commessi da membri del Clero. Dopo quarantotto giorni, la Ces ha replicato contestando l’accuratezza dei dati, ritenendoli infondati. Tuttavia, i dati citati dalla Garante provengono dalle rilevazioni effettuate dalla mia associazione nel corso degli anni e pubblicati online il 24 ottobre 2025”.
Zanardi quindi entra nel merito della realtà sarda: “Ho inoltre informato la Garante di due casi di abuso avvenuti in Sardegna sui quali, al momento, non è stato possibile intervenire: in un caso la vittima non si sente ancora pronta a presentare denuncia alla magistratura, mentre nell’altro il reato risulta prescritto secondo la legge italiana. Di fronte a situazioni concrete come queste, ci si chiede quale azione di tutela consiglierebbero i ‘professionisti formati e competenti’.
È evidente che la posizione presa dal Consiglio Regionale sardo, in linea con le critiche espresse dalla Ces, nei confronti dei sopravvissuti sardi, delle loro famiglie e della stessa Garante, abbia gravemente ignorato la realtà dei fatti e dei numeri, impedendo alle istituzioni (civili ed ecclesiastiche) di favorire interventi adeguati di tutela”. (ANSA).
NFA
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Tutela dei minori e responsabilità istituzionali: il confronto tra Garante regionale e Conferenza episcopale sarda
di Emanuela Provera – La Conferenza Episcopale Sarda (CES) ha definito «notizie destituite da qualsiasi fondamento» le informazioni sugli abusi nei confronti di minori e adolescenti richiamate in una lettera firmata da Carla Puligheddu, titolare dell’Ufficio del Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Sardegna, con sede presso il Consiglio regionale a Cagliari. I vescovi hanno espresso una forte criticità diramando ai giornali sardi un comunicato stampa, dopo più di 40 giorni dalla ricezione della Lettera e senza rispondere direttamente alla Garante. Nel comunicato i vescovi riconoscono la gravità del fenomeno degli abusi ma contestano la fondatezza dei dati citati nella lettera, ribadendo al tempo stesso l’impegno della Chiesa nella tutela dei minori.
La lettera, datata 14 gennaio 2026 e indirizzata alla CES per il tramite del presidente mons. Antonello Mura, contiene un invito alla «piena e incondizionata collaborazione» dei vescovi «con la Magistratura dello Stato», al fine di assicurare giustizia alle vittime di abusi clericali.
Nel documento si legge che «la Sardegna emerge con numeri che squarciano il velo dell’omertà locale: 37 casi complessivi censiti nell’Isola, 196 vittime sopravvissute, di cui 171 minorenni al momento dell’abuso».
La CES ha respinto la fondatezza dei dati richiamati nella lettera, senza accompagnare la smentita con una replica analitica delle cifre o con indicazioni documentali di segno diverso.
Il quadro normativo
La figura del Garante per l’infanzia e l’adolescenza trova fondamento, a livello nazionale, nella Legge 12 luglio 2011 n. 112, che ha istituito un’autorità indipendente con compiti di promozione, vigilanza e tutela dei diritti dei minori, in attuazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.
Le Regioni, tra cui la Sardegna, hanno previsto analoghe figure con funzioni territoriali.
Il Garante promuove l’effettiva attuazione dei diritti dei minori; segnala alle autorità competenti situazioni di rischio o violazione; sollecita la collaborazione tra istituzioni; formula raccomandazioni e favorisce iniziative volte a rimuovere ostacoli alla tutela dei minori.
Non esercita poteri investigativi né giudiziari. Il suo intervento si colloca sul piano dell’impulso istituzionale. In tale contesto, la richiesta di collaborazione con l’autorità giudiziaria incoraggiata dalla dottoressa Carla Puligheddu rientra nelle sue prerogative, quando finalizzata alla tutela dei diritti dei minori.
Autonomia ecclesiastica e competenza statale
L’ordinamento della Chiesa cattolica è autonomo rispetto a quello statale, ai sensi dell’articolo 7 della Costituzione. Tuttavia, le ipotesi di reato rientrano nella competenza della magistratura ordinaria.
La richiesta di collaborazione con l’autorità giudiziaria non incide sull’autonomia canonica, ma attiene al rispetto dell’ordinamento civile.
I dati e il livello nazionale
A livello nazionale, la Conferenza Episcopale Italiana, a più riprese, ha comunicato dati aggregati relativi ai casi di abuso emersi nel periodo 2000–2025, per un totale di 1079 segnalazioni riguardanti minorenni e adulti vulnerabili, come riportato in dichiarazioni pubbliche di esponenti della Chiesa cattolica italiana, tra cui il cardinale Matteo Zuppi.
La Conferenza Episcopale Italiana rappresenta l’organo di coordinamento dei vescovi della Chiesa cattolica italiana e pubblica periodicamente rapporti e comunicazioni relative alle attività di prevenzione e contrasto agli abusi.
La divergenza tra i dati comunicati dalla CEI (1079 segnalazioni) e quelli raccolti dall’Osservatorio della Rete L’Abuso (1176 casi) appare limitata a 97 episodi. La fonte utilizzata dalla Garante sembra quindi fondata e veritiera.
Ho contattato la Garante per porre qualche domanda di chiarimento sulla vicenda che la sta coinvolgendo:
Nella sua lettera ai vescovi della Conferenza Episcopale Sarda lei afferma che «il tempo del silenzio è finito e ora è il tempo della tutela». Quale ruolo concreto si aspetta dalle diocesi nella prevenzione e nell’emersione dei casi di abuso, e come dovrebbe svilupparsi la collaborazione con le istituzioni civili e con la magistratura?
«Ho scritto ai vescovi spinta da un dovere di coscienza e di ufficio: la tutela del minore precede e supera ogni riserva istituzionale. Rompere il silenzio non è sensazionalismo, ma il primo passo necessario per la guarigione delle vittime e per prevenire nuovi “tradimenti”. Mi aspettavo un dialogo franco; mi sono ritrovata di fronte a un attacco frontale che rischia di isolare quegli stessi sacerdoti e fedeli che, con onestà, chiedono collaborazione con lo Stato e la magistratura. La Chiesa dovrebbe tutelare i bambini, non l’immagine degli adulti.»
Quali strumenti normativi e istituzionali sono oggi a disposizione dello Stato italiano per la tutela dei minori nei casi di abuso clericale, e quali interventi ritiene necessari per rafforzare la prevenzione e la protezione delle vittime?
«Oggi l’Italia sconta un retaggio culturale e normativo, figlio dei Patti Lateranensi, che rende la Chiesa una sorta di “casta” intoccabile. Spesso, quando la giustizia ordinaria riesce a intervenire, il reato è già prescritto. È inaccettabile che i crimini commessi dal clero non siano trattati con lo stesso rigore di quelli compiuti da qualsiasi altro cittadino. Dobbiamo avere il coraggio di rivedere questi rapporti: la giustizia per un minore non può essere fermata da un confine concordatario.»
La Conferenza Episcopale Sarda ha contestato la fondatezza dei dati richiamati nella sua lettera. Come valuta questa risposta e ritiene che vi siano le condizioni per avviare comunque un confronto istituzionale sul tema della tutela dei minori?
«La contestazione della CES si è appigliata a un refuso temporale (2000-2025) per tentare di screditare l’intero fenomeno, ma i numeri della sofferenza restano invariati e drammatici. Più che la precisione statistica, sembra che ai vescovi prema la “lesa maestà”. Tuttavia, credo che il confronto sia ancora possibile e urgente, purché la Chiesa dimostri nei fatti che la tutela dei piccoli le sta a cuore quanto sta a cuore a questa Autorità di Garanzia. La misericordia non può prescindere dalla verità.»
Conclusione
Il confronto in atto evidenzia due esigenze che non dovrebbero essere contrapposte: da un lato, il rispetto dell’autonomia dell’ordinamento ecclesiastico; dall’altro, la piena tutela dei diritti dei minori nell’ambito dell’ordinamento statale.
Quando il dibattito riguarda dati relativi ad abusi su minori, il punto centrale diventa la trasparenza delle fonti, la verificabilità delle informazioni e la chiarezza dei criteri di raccolta e pubblicazione.
In questo quadro, la collaborazione tra istituzioni civili ed ecclesiastiche e la disponibilità a un confronto documentato rappresentano condizioni essenziali per garantire credibilità, tutela effettiva delle vittime e rispetto dei principi di legalità.
La verificabilità dei dati dichiarati dalla chiesa cattolica italiana resta la condizione essenziale quando sono in gioco diritti fondamentali dei minori.
https://www.adista.it/articolo/75413




