Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il documentario sugli abusi nelle chiese di New Orleans basato su un reportage del Guardian vince il premio più importante

    Il documentario sugli abusi nelle chiese di New Orleans basato su un reportage del Guardian vince il premio più importante

    Un film che esamina la crisi delle molestie sessuali ai danni del clero cattolico a New Orleans ha recentemente vinto il premio come miglior documentario al Winter Park Film Festival del Colorado ed è stato scelto per essere proiettato nella città in cui è scoppiato lo scandalo.

    “Dio come mio testimone ” chiarisce “che coloro che commettono queste atrocità non possono nascondersi” e, al contempo, dà “voce ai sopravvissuti, giustizia agli abusati e una piattaforma per essere ascoltati”, ha affermato in una nota il direttore del festival cinematografico di Winter Park, Connor Nelson.

    Nelson ha dichiarato che entrambe le proiezioni del film al suo festival di inizio settembre – in parte basate su reportage del Guardian e del suo media partner di New Orleans WWL Louisiana – hanno registrato il tutto esaurito, lasciando alcuni spettatori in lacrime. Ha anche osservato che le sessioni di domande e risposte con i registi, il cast e la troupe del documentario “sono andate ben oltre qualsiasi esperienza avessimo mai vissuto al festival… dimostrando… che queste conversazioni sono necessarie”.

    Il documentario di 82 minuti è stato diretto da Lindsay Quinn Pitre, originaria di New Orleans, e prodotto da Michael Brandner Sr, che nel 2018 ha scoperto una pila di quelle che erano essenzialmente lettere d’amore indirizzate al fratello minore da parte di un prete cattolico romano, ora riconosciuto dalla chiesa di New Orleans come un molestatore di minori accusato in modo credibile.

    Il fratello di Brandner, Scot, che era adolescente quando ricevette le lettere in questione da Brian Highfill, non ne parlò mai a nessuno e morì suicida all’età di 29 anni all’inizio degli anni ’90.

    Michael presentò le lettere all’arcivescovo cattolico di New Orleans, Gregory Aymond. In una telefonata registrata tra i due, Aymond disse a Brandner che le lettere erano preoccupanti, ma non “abbastanza esplicite” da giustificare l’inclusione di Highfill in un elenco diffuso dall’arcidiocesi che identificava i sacerdoti accusati di gravi molestie su minori.

    Aymond ha infine aggiunto Highfill a tale elenco nell’ottobre 2020, dopo che WWL e un giornalista ora al Guardian hanno interrogato l’arcidiocesi su almeno altre tre persone che avevano denunciato le proprie accuse di abusi sessuali da parte del sacerdote negli ultimi 18 anni.

    “Dio come mio testimone” racconta l’esperienza della famiglia Brandner con Highfill, morto nel 2018, nonché le storie di diverse persone che hanno subito abusi sessuali da bambini da parte di ecclesiastici mentre crescevano nella fede cattolica a New Orleans, basandosi in parte su reportage pubblicati dal Guardian insieme a WWL. Racconta anche le storie di alcuni avvocati che hanno rappresentato vittime di abusi da parte del clero contro l’arcidiocesi di New Orleans dopo che la chiesa ha dovuto affrontare così tante denunce di molestie da parte del clero da dover presentare istanza di fallimento federale nel maggio 2020.

    La bancarotta è rimasta irrisolta fino a mercoledì, anche se più di 600 ricorrenti per abusi del clero coinvolti nel caso hanno iniziato a votare se accettare o meno un’offerta di risarcimento che garantisca 230 milioni di dollari, in un processo che durerà fino al 29 ottobre.

    Pitre, Brandner, il loro team e alcuni dei protagonisti di “Dio come mio testimone” hanno ritirato il premio per il miglior documentario del Winter Park Film Festival il 7 settembre. Brandner ha affermato che è stato particolarmente emozionante vedere alcuni dei sopravvissuti ritratti nel film ritirare il premio.

    “Si sono trasformati da vittime a sopravvissuti a eroi”, ha detto Brandner. “È stato davvero meraviglioso e mi ha fatto venire le lacrime agli occhi”.

    God As My Witness aveva già ricevuto una nomination come miglior documentario al Raindance Film Festival di giugno a Londra, dove è stato presentato in anteprima mondiale.

    È stato proiettato anche al festival cinematografico portoghese Cinema em Locais Inusitado e Temporarios, dove il vescovo cattolico della diocesi di Setúbal, il cardinale Américo Aguiar, ne ha autorizzato la proiezione nella sua cappella privata. Tra il pubblico era presente anche il Grupo Vita, un gruppo nazionale portoghese di sostegno per le vittime di abusi da parte del clero cattolico.

    In una dichiarazione, il direttore del festival portoghese, Luìs Teixeira, ha affermato che “l’approccio locale di Dio come mio testimone a un tema globale riesce a renderlo universale”.

    Tra le altre proiezioni nel circuito dei festival, Pitre ha affermato che “God As My Witness” era provvisoriamente programmato per essere proiettato al New Orleans Film Festival del 2025 , che si terrà dal 23 al 27 ottobre. Ha affermato di aver capito che i biglietti per quel festival avrebbero dovuto essere messi in vendita intorno alla seconda settimana di ottobre.

    https://www.theguardian.com/world/2025/sep/17/new-orleans-clergy-abuse-documentary-god-as-my-witness

  • Pedofilia nel clero da “crimine abominevole” a “comportamento inappropriato”: così cambiano le parole (e la percezione) tra Francesco e Leone

    Pedofilia nel clero da “crimine abominevole” a “comportamento inappropriato”: così cambiano le parole (e la percezione) tra Francesco e Leone

    “Il Papa ha esortato tutti ad affrontare con prontezza le questioni che riguardano comportamenti inappropriati da parte del clero: ‘Non possono essere messi in un cassetto, vanno affrontati, con senso di misericordia e vera giustizia, verso le vittime e verso gli accusati’”. Così si legge in un passaggio della ricostruzione, decisamente molto sintetica, dell’udienza che Leone XIV ha avuto con i vescovi ordinati nell’ultimo anno, fornita, ventiquattrore dopo l’evento, ai giornalisti accreditati dalla Sala Stampa della Santa Sede. Derubricare, per usare un eufemismo, come “comportamenti inappropriati da parte del clero” dei veri e propri reati, penali e canonici, come gli abusi sessuali dei sacerdoti sui minori, è assolutamente grave. Inoltre, è da chiarire se la paternità di questa affermazione sia da attribuire alla Segreteria di Stato. Un passaggio, tra l’altro, inserito nella sintesi dell’udienza papale in modo del tutto marginale, quando la questione della pedofilia del clero è ovviamente centrale nel governo della Chiesa cattolica e adesso tutti gli osservatori si domandano come sarà contrastata da Leone XIV.

    Una piaga antica, ma purtroppo affrontata in modo davvero serio molto tardivamente dal Vaticano. Fu Benedetto XVI il primo Papa a scoperchiare il decennale velo di omertà che in passato aveva sempre coperto sia i carnefici che i loro insabbiatori. Ratzinger, che già da cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede si era reso conto che il Vaticano doveva urgentemente affrontare questa gravissima questione, ebbe il coraggio di intraprendere una strada non facile e molto impopolare tra le gerarchie ecclesiastiche, incontrando anche alcune vittime di pedofilia del clero durante i suoi viaggi apostolici. Una lotta nel segno della “tolleranza zero” che il suo successore sul soglio di Pietro, Francesco, ha intensificato con gesti, riforme e leggi canoniche durissime che hanno segnato un vero e proprio punto di non ritorno in materia.

    Mai nessun Papa aveva organizzato in Vaticano un summit mondiale sulla pedofilia del clero con tutti i presidenti delle conferenze episcopali nazionali. Quello che, per volontà di Bergoglio, si svolse nel febbraio 2019, fu davvero un evento storico, anticipato, come chiese il Pontefice argentino, dall’ascolto delle vittime. Un summit da cui scaturì rapidamente una legislazione durissima e inappellabile per contrastare gli abusi, punire i preti colpevoli, ma anche i vescovi che li avevano insabbiati per decenni. Una pietra miliare nella legislazione canonica in questo senso è rappresentata dal motu proprio di Francesco intitolato Vos estis lux mundi del 2019. Una politica, quella della “tolleranza zero”, espressione usata sempre da Bergoglio in materia di lotta alla pedofilia del clero, che ha spesso fatto storcere il naso negli ambienti ecclesiali, perfino in Segreteria di Stato. Nei sacri palazzi, infatti, essa è stata più volte bollata come tipica del giustizialismo americano e, quindi, non idonea alla Chiesa cattolica fondata sulla misericordia divina. Francesco, ben conoscendo queste dure critiche interne, è sempre andato serenamente dritto per la sua strada, consapevole che sulla lotta alla pedofilia del clero l’istituzione ecclesiale si gioca la credibilità.

    A ilfattoquotidiano.it, nel 2023, Bergoglio ribadì con forza: “Se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso, che rappresenta già di per sé una mostruosità, tale caso sarà affrontato sempre con la massima serietà”. E aggiunse: “Nella Chiesa non c’è posto per chi si macchia di questo abominevole peccato contro Dio e contro l’uomo. Ma la pedofilia è anche un reato che la giustizia deve punire. Coprire gli abusi è una pratica abituale. Pensa che il 40 per cento dei casi di abuso avviene nelle famiglie e nel quartiere e tutto questo viene coperto. Un’abitudine che la Chiesa ha avuto fino allo scandalo di Boston nel 2002. In quel momento, la Chiesa si è accorta che non poteva più coprire la pedofilia dei suoi preti, ma nelle famiglie e nel mondo dello sport c’è ancora questa abitudine”.

    Nelle parole, nei gesti e soprattutto nelle riforme di Francesco è sempre stato molto evidente che le vittime e i carnefici non possono essere messi sullo stesso piano e, soprattutto, non possono essere trattati ugualmente “con senso di misericordia e vera giustizia”. Eloquenti furono le parole con cui Bergoglio concluse il summit mondiale sulla pedofilia del clero: “Faccio un sentito appello per la lotta a tutto campo contro gli abusi di minori, nel campo sessuale come in altri campi, da parte di tutte le autorità e delle singole persone, perché si tratta di crimini abominevoli che vanno cancellati dalla faccia della terra: questo lo chiedono le tante vittime nascoste nelle famiglie e in diversi ambiti delle nostre società”. E aggiunse: “Il santo timore di Dio ci porta ad accusare noi stessi – come persone e come istituzione – e a riparare le nostre mancanze. Accusare sé stessi: è un inizio sapienziale, legato al santo timore di Dio. Imparare ad accusare sé stessi, come persone, come istituzioni, come società. In realtà, non dobbiamo cadere nella trappola di accusare gli altri, che è un passo verso l’alibi che ci separa dalla realtà”. Un magistero ereditato ora da Leone XIV.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/13/pedofilia-clero-papa-leone-francesco-notizie/8124785/

  • Emanuela Orlandi, il racconto di Minardi alla ex della mobile: «Rapita da De Pedis su ordine di Marcinkus, poi consegnata a un sacerdote»

    Emanuela Orlandi, il racconto di Minardi alla ex della mobile: «Rapita da De Pedis su ordine di Marcinkus, poi consegnata a un sacerdote»

    Emanuela Orlandi, spuntano nuovi inquietanti dettagli. È stata sentita oggi Giovanna Petrocca, la vice dirigente della squadra mobile della Questura di Roma dal 2007 al 2009, che raccolse le dichiarazioni di Sabrina Minardi sul caso della cittadina vaticana scomparsa a roma il 22 giugno 1983 a Roma. Petrocca ha ripercorso le tappe fondamentali del lungo racconto dell’ex fidanzata di Renato De Pedis, boss della Banda della Magliana, fornendo ulteriori elementi.

    L’incontro: cosa sappiamo

    «Abbiamo cercato per tantissimo tempo di trovare tracce della Minardi, poi siamo riusciti a sapere che era in una comunità nei pressi di Salerno, e quindi siamo andati per sentirla», ha raccontato Petrocca che aveva chiesto di essere sentita davanti all’organismo parlamentare. «Sabrina Minardi non ci aspettava, non è stata lei a chiedere un incontro, non sapeva che noi saremmo andati a sentirla, di conseguenza l’abbiamo colta di sorpresa – ha riferito Petrocca – Noi chiedemmo semplicemente se lei, nel periodo in cui aveva la sua storia con De Pedis (Enrico ndr), avesse sentito qualcosa sul sequestro Orlandi».

    Il ruolo di De Pedis nel rapimento

    «La nostra sorpresa è stata grande quando lei – dopo essersi rassicurata che sarebbe stato un colloquio informale – ha dichiarato che non solo conosceva la vicenda Orlandi, ma che lei stessa era stata partecipe di questo rapimento in quanto era stata incaricata da parte di De Pedis di spostare la ragazza da una macchina all’altra e poi da una zona di Roma all’altra in una determinata circostanza». «Tutte le dichiarazioni di Sabrina Minardi sono da attribuire a una persona con una fragilità psicologica evidente», ha precisato aggiungendo: «Abbiamo trovato (nel 2008 ndr) una donna in condizioni di salute pessime, molto fragile quindi le dichiarazioni della Minardi non sono tutte da prendere per oro colato però ci sono delle cose», ha osservato Petrocca.

    L’incontro al Gianicolo e la Mercedes scura

    Minardi, ha ricordato Petrocca, «dichiarò che un giorno era stata incaricata da De Pedis, che all’epoca era latitante, di portarsi in questo posto al Gianicolo dove si sarebbero incontrati e poi, secondo il suo racconto, sarebbe arrivato De Pedis con il suo autista e, dopo poco, sopraggiunse una Renault 5 guidata da una signora che lei conosceva, che portava una ragazza che venne fatta salire a bordo di un Bmw con cui era giunto De Pedis con l’autista e che lei avrebbe portato poi nella via delle mille curve e l’avrebbe consegnata a un sacerdote che l’attendeva con un Mercedes scuro».

    Il cardinale Marcinkus

    «In particolare – ha ricordato poi Petrocca – Minardi ha dichiarato che riteneva che questo “sequestro” fosse stato ordinato a De Pedis dal cardinal Marcinkus, che all’epoca era presidente dello Ior». L’audizione è poi proseguita in modalità segreta. Prima di interrompere il collegamento a proposito di Minardi, il presidente della Commissione di inchiesta Andrea De Priamo ha voluto sottolineare: «Quando Sabrina Minardi è venuta a mancare c’è stato anche qualcuno che ha polemizzato sulla mancata audizione (in Commissione ndr). Voglio precisare che tutta questa Commissione lavora molto seriamente e non aveva escluso l’audizione di Minardi, ma sarebbe stata possibile solo all’esito di un attento lavoro di studio della documentazione e anche della verifica dello stato di salute».

    https://www.ilmessaggero.it/schede/emanuela_orlandi_racconto_sabrina_minardi_rapita_da_de_pedis_ordine_marcinkus_consegnata_a_un_sacerdote_ultime_novita-9062091.html

  • L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

    di Alessandro Ambrosini – Il cardinale Poletti, non era solo nelle rubriche telefoniche del potere politico romano. Usava “l’arte delle pubbliche relazioni” a 360°. Sapeva relazionarsi con ogni fascia sociale se ciò poteva servire ai suoi scopi. Scopi che potevano collimare con quelli della Chiesa e del suo ruolo ecclesiastico.  Altri rimanevano strettamente personali, e con molti punti di domanda.

    Di illazioni e congetture ne sono state fatte molte sul Vicario di Roma. Sicuramente alcune sono state inventate per invidia, alcune per lotte intestine di potere, altre senza riscontri. C’è una regola però che bisogna sempre considerare: se le stesse “voci” vengono da più ambienti, se ciclicamente compaiono su certi argomenti, qualcosa di vero c’è. Sempre. Soprattutto in un periodo storico ( gli anni ‘70/’80) in cui, per l’opinione pubblica, la Chiesa era forte e moralmente indiscutibile. Anni in cui rappresentava un baluardo spirituale, economico e sociale dell’Occidente all’interno della “Guerra fredda”. Un ruolo che ha permesso più del lecito in molti casi, “scandalo Marcinkus” docet.

    Andreotti e Monsignor Casaroli

    Nella politica vaticana, Poletti non è mai stato vicino all’ala di Casaroli, che proponeva la famosa “Ostpolitik”, la politica di apertura verso i paesi del blocco di Varsavia. Era un anticomunista convinto. Negli anni delle Brigate Rosse, sebbene non sia mai stato colpito un solo rappresentante della Santa Sede, la paura di rapimenti o gambizzazioni era concreta nel silenzio delle stanze dei porporati.

    E’il 12 febbraio del 1980, quando a Roma,  sugli scalini che portano alla facoltà di Scienze politiche della Sapienza, viene ucciso con sette colpi di pistola Vittorio Bachelet. Docente e vicepresidente del Csm,  democristiano proveniente dall’Azione Cattolica, Bachelet era finito nel mirino delle Brigate Rosse per “aver trasformato il Consiglio Superiore della Magistratura da organismo formale a mente politica”. Il primo democristiano che le Br hanno voluto uccidere. Non rapire, non processare come l’onorevole Aldo Moro, qualche anno prima. Una differenza sostanziale.  Non era un politico qualsiasi il giurista romano. Era stato dentro le architetture di sistema dello Stato pontificio, era stato un collaboratore prezioso per gli ultimi papi. Soprattutto per Paolo VI che nel ‘76 lo fece nominare vicepresidente del Pontificio consiglio per la famiglia, per la giustizia e per la pace.

    L’omicidio di Vittorio Bachelet

    L’omicidio Bachelet fece scalpore dentro le mura del Vaticano, forse più del rapimento del presidente Moro. Bachelet non era solo politicamente vicino alla Chiesa. Bachelet era dentro la Chiesa.  Forse, fu per questo che il cardinale Poletti iniziò ad allacciare rapporti con alcuni elementi trasversali tra le formazioni estremistiche di destra e la criminalità organizzata della Banda della Magliana. Personaggi che frequentavano le zone adiacenti  Città del Vaticano, come Prati, Parioli o il centro storico. Persone giovani, che sapevano “muoversi” e che potevano sentire ciò che non arrivava dietro le mura leonine. Persone che potevano essere “utili” per scopi non ufficiali. Fuori dal controllo della Gendarmeria. Non era qualcosa di inusuale. Altri porporati, prima di lui, conobbero e usarono persone con pedigree criminale di spessore. A Regina Coeli o al minorile di Trastevere, come l’allora segretario di Stato Agostino Casaroli, come i cappellani del tempo: don Pietro Prestinenzi e don Pietro Vergari. In modo più diretto, e continuativo, l’oscuro vescovo Paul Marcinkus.

    Il cardinale e il “guerriero senza sonno. Una nota stonata

    E’ da una agenda, sequestrata nel 1983 a un latitante dei Nar, Stefano Soderini, che possiamo parlare di rapporti tra Poletti e l’area spontaneista armata dell’estremismo di destra. La giornalista d’inchiesta Antonella Beccaria, durante il processo a Gilberto Cavallini sulla strage di Bologna nota, nei fascicoli processuali, un appunto in una pagina dell’agenda. E’ segnato in data 19 giugno 1982 e recita: Ore 19 Tel. Card. Poletti.

    Stefano SoderiniLa questione è particolarmente spinosa. Nel 1982, Stefano Soderini, ha solo 21 anni  ma è un latitante con, alle spalle, la partecipazione a diversi omicidi e svariate rapine. Come molti giovani legati all’estrema destra, non tutti, proveniva da una famiglia borghese. Non ha le stigmate del leader, non è considerato un predestinato alla “guerriglia urbana”, ma si applica. Da “Costruiamo l’azione” di Paolo Signorelli passa a Terza Posizione di Roberto Nistri, una delle formazioni più numerose e capillari a Roma Nord. Da lì, il passaggio ai Nar con Gilberto Cavallini. Non ha una spinta militante ideologica, la sua partecipazione è più legata alle simpatie umane e all’amicizia. Viene considerato inquietante e cinico. Nella preparazione di rapine e aggressioni armate lui è l’uomo che deve procurare le auto, rigorosamente rubate. E’ l’uomo della logistica che però sparò il suo primo colpo d’arma da fuoco a sedici anni, con la pistola di Aldo Semerari, l’illustre psichiatra che lavorò contemporaneamente con servizi segreti, camorra e Banda della Magliana.  Una sorta di “chiavistello umano” usato per perizie legali accomodanti.
    Aldo SemerariSoderini legò molto anche con Walter Sordi e i Walter’s boy, l’aristocrazia romana con la pistola. Ragazzi più da “Piper” che da lotta armata, più alla ricerca di emozioni forti e bella vita che spontaneismo armato militante. Un mondo diverso rispetto alla sua “batteria pesante”, che annoverava nomi come Massimo Carminati, Stefano Tiraboschi, Vittorio Spadavecchia, Vittorio Baioni e Cristiano Fioravanti. Un gruppo dove la linea di demarcazione tra politica di strada, sopravvivenza e criminalità correvano parallele, quasi sovrapposte. Linea che si spostò sempre di più verso l’ambito criminale.

    Soderini si pentì, dopo il suo arresto. Alcuni anni dopo, ancora sotto regime di protezione e di collaborazione, rapì il figlio che ebbe con una donna ungherese e andò in Guatemala. Paese senza trattato di estradizione. Lo cercarono? Questa domanda se la pose anche il presidente della corte che, durante il processo a Paolo Bellini sulla strage di Bologna, chiese lumi in quanto Soderini doveva essere sentito come testimone. Venne prodotta una nota della Digos che recita: “la Questura di Bergamo e Roma, La Direzione Centrale Polizia Criminale di Roma, Servizio Centrale di Protezione, opportunamente interessati da questa DIGOS, non hanno fornito elementi utili sia per il rintraccio di Soderini che per accertare la presenza dello stesso nel territorio nazionale. In relazione a quest’ultimo punto emerge agli atti della DIGOS di Roma che Soderini avrebbe lasciato il territorio nazionale alla fine del 2005 per raggiungere il Guatemala. Inoltre a carico del predetto risulta inserita in data 3 marzo 2011, dal Reparto Carabinieri di Roma, una segnalazione per rintraccio e notifica. In conclusione si rappresenta che allo stato il predetto non risulta rintracciato e si fa riserva di comunicare ogni positivo elemento di novità utile al suo rintraccio.” Tradotto, sappiamo che è in Guatemala, non sappiamo esattamente dove e quindi non possiamo chiedere alle autorità locali di contattarlo o fermarlo.Una nota che, anche in questo caso lascia dubbi sull’effettiva volontà di fermare o arrestare Soderini, che per il fatto di aver sottratto un minore a chi aveva la patria potestà del figlio minorenne, ha visto decadere anche il suo status di collaboratore.

    Dubbi che aumentano,quando non si riscontrano domande o richiesta di spiegazioni su quella nota riferita a Poletti, non ufficialmente almeno. Il cardinale Poletti non era certo un nome così inflazionato da diventare il “soprannome” di qualcuno. Di sicuro non di un ragazzo di 21 anni che deve pensare a come non farsi arrestare, a come procurarsi i soldi per vivere, a dove dormire.

    Cosa poteva legare il cardinale Poletti a un personaggio così distante dalla sua missione religiosa? Perché un latitante avrebbe dovuto telefonargli quel 19 giugno del 1982? Perché nessuno ha approfondito quella nota? Troppo “potente” Poletti, o troppo rischioso andare a disturbare lo Stato del Vaticano, per gli inquirenti?

    Il cardinale e il “cassiere”

    Quando si parla del cardinale Poletti, non si ricordano le opere meritevoli fatte durante il suo mandato da Vicario di Roma. Il pensiero corre alla tomba di Enrico De Pedis a Sant’Apollinare. E’ la sua fotografia indelebile. Quel “lasciapassare” che ha mischiato il sacro al criminale, rimane il richiamo più forte a dei legami che non sono stati esclusivamente con il boss dei “testaccini” della Banda della Magliana. E’ un dogma che quando la criminalità si mischia alla società, tutto diventa meno chiaro, più sfocato. Il potere dei soldi lava anche il sangue con cui sono stati guadagnati.

    Enrico Nicoletti

    Se Marcinkus si rapportò con faccendieri della Banda della Magliana come Flavio Carboni o Ernesto Diotallevi, Poletti li ebbe sicuramente con Enrico Nicoletti, definito in modo superficiale il “cassiere” della stessa. In realtà un dominus, per molti aspetti. Sicuramente il rapporto emerge tra il religioso e il “contabile del crimine” a livello finanziario. Lo troviamo nella compravendita del complesso di Villa Osio in via di Porta Ardeatina, 55. Una struttura di tre ville su un terreno di 24.300 mq. , ufficialmente vendute dall’Opera Francesco Oddasso S.r.l , rappresentata dal reverendo Carmine Antonio Uras. Nella sostanza era sotto il controllo del Vicariato di Roma, presieduto dal cardinale Poletti. Valore dell’affare: 1.190.000.000 di lire. Una valutazione talmente fuori mercato, talmente inferiore a una seconda proposta di acquisto, che fu lo stesso Poletti a dover intervenire nero su bianco per dirimere uno scontro tra prelati che rischiava di finire in tribunale: “In questa vicenda concorrono elementi che costituiscono pericolo di scandalo grave e, posto che la causa venisse notata nella cancelleria del tribunale, la stampa non mancherebbe di pubblicizzare il tutto. Per questo motivo non ritengo di dare il nulla osta alle vie legali.”

    Sette anni dopo, in virtù di una richiesta di prestito per la ristrutturazione, la struttura venne valutata dalla Cassa di risparmio di Rieti, ventisette miliardi di lire. Una sperequazione talmente evidente che può prendere significati diversi: una forma di riciclaggio, il pagamento rispetto a un ricatto in corso, un silenzio pagato caro. Congetture.

    Villa OsioIl rapporto tra i due uomini di potere, non era solo finanziario. Secondo fonti accreditate, il matrimonio della figlia di Nicoletti fu officiato dal cardinale. Un privilegio per pochi, comprovato però da foto che sono state fatte sparire, tanto da indurre l’allora giudice delegato nei procedimenti di prevenzione patrimoniali dott. Guglielmo Muntoni, che insieme a Lupacchini, De Gasperis e al personale dell’Ulco ( Unità Lotta alla criminalità organizzata, nata per volere del Questore di Roma, Masone nel 1988 e sostituita dalla Dia nel 1992) lavorava sull’ex carabiniere Nicoletti, a emettere un decreto per cercarle. Risultato: sparite, dissolte. Come se nulla fosse mai avvenuto. Una stranezza sospetta per un matrimonio di “rango”.

    Il cardinale e il Boss

    Se Nicoletti era la “stella” finanziaria della Banda, De Pedis era quella in forte ascesa. Era la stella che cercava e aveva relazioni importanti. Aveva capito che il potere vero si coltiva nei salotti buoni della Roma capitolina, nelle feste private dove sacro e profano si mischiano. Non è opinione, sono fatti.

    Una polaroid inedita con il cardinale Ugo Poletti e mister xSu questi elementi, Sabrina Minardi, l’eterna amante di De Pedis, racconta a Raffaella Notariale: “ Poletti l’ho conosciuto con Renato. Era un contesto di sesso. Io avevo portato due ragazze a Marcinkus, c’era pure Renato, c’era pure Poletti. E lui, il cardinale, stava molto, molto molto in confidenza con Renato. Si vedeva proprio. Grandi sorrisi, chiacchieravano amabilmente. Si misero a chiacchierare pure in disparte, mi ricordo ancora le mosse di Renato. Si metteva le mani in faccia, a coprire la bocca, mentre parlava. Quando doveva parlare di cose serie e c’era gente faceva così. “. Vero, falso, parzialmente vero? Non lo sapremo mai. Sabrina Minardi è morta il 7 marzo del 2025, a sessantacinque anni. Senza essere ascoltata dalla Commissione parlamentare sul caso di Emanuela Orlandi, che ha preferito partire dall’analizzare la pista parental-amicale, rispetto a chi aveva dato ( soprattutto nella prima deposizione) degli elementi interessanti. Da rivalutare dopo anni. Una delle tante scelte sbagliate di una commissione che è già fallita.

    E’ una tomba, il sigillo che ha rappresentato il rapporto tra Enrico “Renatino” De Pedis e il cardinale Poletti.  Una tomba dove sono racchiusi non solo i resti del boss ma soprattutto i “non detti”. Pensare che i soldi possano comprare tutto è sbagliato. Soprattutto quando parli del Vaticano, soprattutto quando devi tumulare, insieme ad alti prelati, un personaggio della caratura di un boss, morto ammazzato. L’intercessione di Don Vergari nella richiesta di sepoltura di De Pedis a Sant’Apollinare è più una formalità per creare un muro di gomma, che il reale motivo per cui Poletti la concesse il 10 marzo 1990.

    Enrico De Pedis

    Dopo l’omicidio di “Renatino” in via del Pellegrino ( 2 febbraio 1990), gli investigatori sono in massima allerta e seguono la moglie della vittima: Carla Di Giovanni. Il suo incontro con il cardinale e Don Vergari è monitorato. Poletti acconsente alla tumulazione, ma con due diktat: nessun funerale a Sant’Apollinare e la sepoltura deve essere fatta al Verano, prima del trasferimento. Tutto deve svolgersi nella massima discrezione. Una scelta pericolosa e strana per il Vicario di Roma, che dall’alto del suo potere si “spende” così tanto per la sepoltura di un normale cittadino. Uno dei tanti “benefattori” della Chiesa. Per questo, l’incontro a “a tre” è un passaggio fondamentale per capire i veri rapporti tra Poletti e De Pedis. Un passaggio che emerge solo anni dopo, nel 1995 in un’informativa della Dia.

    Dopo appena un anno da questi fatti, il cardinale lascia il suo incarico di Vicario di Roma e di presidente della Cei per limiti d’età. Si aprono le porte della pensione ma due anni dopo, anche quelle degli uffici giudiziari. Infatti, sarà sfiorato in un’inchiesta per tangenti inerenti la costruzione dell’Istituto Galileo Ferraris di Torino. Finirà tutto in una bolla di sapone, come molte altre inchieste del periodo “Mani pulite”.

    Il 25 febbraio del 1997, la porpora “nera” di Ugo Poletti verrà riposta idealmente nella sua tomba. Portando in dote davanti a Dio più ombre che luci, più misteri che atti misericordiosi, più relazioni pericolose che gesta da ricordare.

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

  • L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    di Alessandro Ambrosini – E’ la notte dell’11 settembre del 1978 quando, in una stamperia a Città di Castello, un tipografo con le dita sporche di inchiostro nero sfoglia il numero di un giornale che sta per essere impacchettato e spedito a Roma. Lo guarda con attenzione, per cercare errori o sbavature ed evitare le lamentele dell’editore che, ad ogni uscita, procura scossoni politici e finanziari in tutto il Paese. Vaticano compreso. La mattina successiva in molte edicole, la copertina rossa con l’immagine di un cardinale con un cappuccio massonico, campeggiava sul numero di settembre del settimanale Op, diretto da Mino Pecorelli. Il titolo non lasciava dubbi e prometteva rivelazioni che avrebbero creato chiacchiericcio, e qualche urlo, dentro le stanze e gli alti corridoi della Santa sede: La gran Loggia Vaticana.

    Mino Pecorelli era famoso negli ambienti che contano del potere romano, aveva entrature a tutti i livelli nei palazzi che contano. Usava e veniva usato dagli stessi in un gioco che divenne per lui mortale. In questo articolo lui non usò solo fonti coperte, spifferi di “uomini ombra” o di lobbisti. Riportò in modo preciso due lanci d’agenzia fatti da Euroitalia che svelarono nomi, cognomi, matricola e data di iniziazione alla massoneria di quattro cardinali.  Lui completò la lista con altri 117 nomi passati discretamente da una sua conoscenza, probabilmente nell’ambito dei conservatori cattolici. Fu un numero, quello del 12 settembre del 1978, che fece rumore ma che venne silenziato dall’opinione pubblica. Come da tradizione dei media capitolini.

    In quella lunga lista di porporati, spiccano uomini che nel corso del tempo, direttamente o indirettamente hanno trovato spazio nel caso del rapimento di Emanuela Orlandi. Si riconoscono nomi e cognomi che nei fatti, e nelle narrazioni di criminali e inquirenti, sono stati vicini e conoscenti dei più pericolosi elementi che la malavita romana del tempo, potesse esprimere.

    Agostino Casaroli matricola 41/076 diminutivo Casa, Pio Laghi matricola 0/538 diminutivo Lapi, Paul Marcinkus matricola 43/649 diminutivo Marpa, Virgilio Levi matricola 241/3, Ugo Poletti matricola 32/1425 diminutivo Upo, Piero Vergari matricola 3241/6 diminutivo Pive, De Bonis Donato matricola 321/02 diminutivo Don-debo. Sette nomi sotto la stessa presunta loggia massonica, sette nomi che sono stati protagonisti di una guerra di correnti di pensiero, di loggia di riferimento ( una parte seguiva il Grande Oriente d’Inghilterra e una parte il Grande Oriente di Francia) con dissesti economici importanti, sia per il Vaticano che per la Repubblica italiana. Scontri non troppo velati tra l’ala di Marcinkus e quella di Casaroli ( detta anche Mafia di Faenza). Scontri tra l’ala atlantista filoamericana e quella che predicava l’Ostpolitik. Una “guerra fredda” color porpora.

    Tra questi nomi, quello su cui vogliamo aprire un focus è il cardinale Ugo Poletti, uno dei personaggi più controversi della Santa Sede. Quello che ha avuto una “carriera”, nei retroscena, più simile a un romanzo criminale che al percorso di un ministro di Dio. Da sempre, scriviamo e ripetiamo che la Chiesa è formata da uomini, che il Vaticano è uno Stato, che il Vaticano ha una storia controversa. Con luci e ombre annesse. Non stupisce e non deve stupire nulla.

    Da Novara a Milano, due storie che si incrociano

    Sta per iniziare la prima guerra mondiale, la “Grande guerra”, quando Ugo Poletti nasce in un paese del Piemonte. Prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale, diventa sacerdote e successivamente ausiliare del vescovo di Novara, Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, persona molto stimata ed ascoltata da Pio XII.

    E’ il 1954, a Milano, in sostituzione del deceduto arcivescovo Ildebrando Schuster, il Papa decide di affidare il ruolo vacante al pro-segretario di Stato Giovanni Battista Montini. Una netta retrocessione nella carriera per chi, nove anni dopo diventerà Pontefice con il nome di Paolo VI.  Una retrocessione senza titolo cardinalizio, che gli negava la possibilità di diventare Papa. Una retrocessione, che nascondeva dei retroscena raccontati in un libro che per la Chiesa, successivamente, diventò una pubblicazione eretica: Via col vento in Vaticano, edizioni Kaos. Scritto da un gruppo di prelati del Vaticano, “I Millenari”.  E’ in questo libro, mai smentito sui fatti narrati, che la figura di Montini si interseca con il giovane Ugo Poletti.

    Milano è “stretta” per Monsignor Montini. Non viene considerato da Roma, nemmeno in termini di ausiliari messi a disposizione. Anche il vescovo di Novara ne ha più di lui. La verità è che ha pagato a caro prezzo i suoi rapporti con alcuni personaggi in Unione Sovietica, che perseguivano i cattolici russi. Il Papa, riscontrata questa ambiguità, lo ha voluto mettere ai margini, lasciandolo sotto i riflettori nella seconda città d’Italia. Ora, sebbene vicino alla Madonnina del Duomo, è lontano dai corridoi del potere della Santa Sede. Dietro ai suoi silenzi, Montini cova probabilmente un sottile rancore che sfoga in una lotta di screzi e dispetti su Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, il preferito dal Papa. Così, senza interpellare l’episcopato lombardo, decide di spostare “Il Popolo d’Italia”, un giornale cattolico ben affermato in Lombardia, nonostante le proteste del vescovo novarese.

    Il silenzio per la porpora cardinalizia

    E’ il gennaio del 1963 quando Montini, dopo la morte di Pio XII, diventa cardinale con la consacrazione di Giovanni XXIII. La sua “fatwa” sembra essere finita e fa recapitare una lettera al vescovo di Novara. Una lettera dai toni durissimi. Fatali, per chi come Monsignor Vincenzo Villa Gremigni già soffre di problemi cardiaci.

    Alle 23 del 7 gennaio, l’alto prelato muore d’infarto. Montini corre subito in episcopio a Novara, ha un presagio. Forse la sua missiva è il motivo di quell’infarto. Forse è meglio recuperare quella lettera prima che si addebiti a lui, indirettamente, quella morte. Ad accoglierlo c’è un giovane ausiliare: Ugo Poletti. La camera in cui è morto il vescovo è già sigillata e il giovane ausiliare usa termini che fanno capire che sono state proprio le sue parole, messe nero su bianco, a far cedere il cuore di Gremigni. Montini entra in uno stato di panico, chiede, fa pressione a quell’ausiliare dallo sguardo furbo e dai toni bassi. Deve recuperare quella lettera stanotte, non domani. I sigilli possono essere un dettaglio.

    I toni persuasivi funzionano e, dopo due ore, Poletti si presenta con la lettera incriminata, stringendo e costringendo Montini a un patto nel nome del silenzio.

    Sei mesi dopo, Giovanni XXIII morì. Alcuni conclavisti, in una villa a Grottaferrata ( il proprietario era il piduista Umberto Ortolani) decisero che il successore del “Papa buono” doveva essere Monsignor Montini, con il nome di Paolo VI. Così fu.

    Pochi mesi dopo, Ugo Poletti venne promosso arcivescovo di Spoleto e dopo due anni,  si aprirono le porte della Santa Sede come vicegerente del cardinale Vicario Angelo Dell’Acqua.

    N.d.R

    Monsignor Angelo Dell’Acqua fu citato anche da Marcello Neroni, quando mi disse che era lui a riciclare i soldi dei sequestri alla Chase Manhattan Bank di Piazza Marconi, all’Eur. Un “lavaggio” del denaro che costava il 50% della somma.

    L’oro nero macchia

    A Roma,  il cardinale Poletti non perde tempo. Tesse rapporti, incontra personaggi politici di spessore che diventeranno “amici”. E’ il mondo a cui ambiva, è il potere che cercava. Il 29 Luglio del 1972, scrive a Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio: “Mi trovo a Novara per qualche giorno di ferie. Persone amiche mi pregano di segnalare personalmente a Lei il Generale di Corpo d’armata Raffaele Giudice: egli sarebbe nella terna per la nomina a Generale comandante della Guardia di Finanza. Lei stesso lo conoscerà: se Le è possibile, veda se può favorire la sua candidatura.  Mi assicurano che è una persona molto degna. Dio l’assista tra “tutti gli scogli”.” ( Tratto da “Il Boss della Banda della Magliana” Raffaella Notariale, Newton Compton editori).

    Una raccomandazione in piena regola. Una lettera che diventerà una delle tante “pietre dello scandalo” nella sua vita. Andreotti, cinque giorni dopo rispose:  “ Eccellenza reverendissima, ho ricevuto la sua viva e calda segnalazione a favore del Generale Raffaele Giudice. Non mancherò di vedere che cosa si possa fare in ordine alla di lui aspirazione”. Raffaele Giudice sarà nominato comandante della Guardia di Finanza, come da copione.

    Quando il Vicario di Roma Monsignor Dell’Acqua, muore improvvisamente a Lourdes, sulla stampa appaiono dei trafiletti che ricordano l’esistenza della lettera di Montini a Gremigni. E’ il 27 agosto del 1972 quando, tra lo stupore generale, il cardinale Ugo Poletti, diventa Pro-vicario Generale di Sua Santità Giovanni Battista Montini. La scalata è terminata per quel ragazzo nato e vissuto tra le due guerre mondiali. E’ esattamente dove voleva stare, dietro le luci del palcoscenico, dove vivono le ombre che gestiscono il potere del più piccolo, ma più potente Stato al mondo.

    Un vecchio detto dice: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Una regola a cui non sfugge il cardinale Poletti. E’ il 1980, lo scandalo dei petroli  scoppia fragoroso tra le pagine dei giornali. A finire sulla graticola c’è il comandante della Guardia di Finanza, proprio quel Raffaele Giudice raccomandato dal cardinale. L’accusa è di truffa petrolifera all’Erario per oltre duemila miliardi di lire. Il 17 marzo dell’81, a Castiglion Fibocchi, nella lista sequestrata a Licio Gelli, c’è anche il nome del generale. L’inchiesta sulla truffa dei petroli ha strascichi nel tempo e segue filoni diversi. Uno di questi, porta all’arresto il 23 novembre 1982, di un prete di Novara, Don Francesco Quaglia. E’ accusato di corruzione, collusione e concorso in contrabbando. Reati gravi che emergono dal pentimento di alcuni “petrolieri”, che raccontano una strana colletta per permettere la promozione di Raffaele Giudice a comandante della Guardia di Finanza. Un collegamento che porta subito gli inquirenti a chiedersi che ruolo avesse avuto il cardinale Poletti nella vicenda. Una domanda lecita, visto la sua decennale conoscenza con Giudice.

    La reazione di Poletti è scomposta. E’ la reazione di chi pensa di essere intoccabile e, nonostante tutto, viene scoperto. Diffonde alla stampa una serie di comunicati in cui prende le “distanze” da Giudice. Cerca di intimorire inquirenti e giornalisti mandando il suo curriculum, sciorinando tutti i ruoli avuti. Precisa anche ciò che nessuno gli chiede. I giudici torinesi non si fanno impressionare. Il 16 dicembre del 1982 lo convocano per avere delle spiegazioni, delle informazioni. Dopo averlo sentito per due ore, mandano una relazione alla commissione parlamentare che tratta la P2 e alla presidente della Camera Nilde Jotti: a favorire Giudice furono Poletti, il ministro delle Finanze Mario Tanassi e il ministro della Difesa Giulio Andreotti.  L’accusa parla di un carteggio tra Poletti e Andreotti.

    Il cardinale non vuole sentire ragione, tramite il Vicariato manda l’ennesima smentita dove conferma la sua estraneità ai fatti. Una mossa che non lo salverà. Il 14 gennaio del 1983, il giudice Cuva scende da Torino a Roma per riascoltarlo. In tarda serata la notizia rimbalza ogni redazione: il cardinale Poletti ha confessato. Cuva, davanti all’ennesima smentita del porporato, ha estratto dalla sua borsa la “famosa” lettera di raccomandazione, con relativa risposta dell’onorevole Giulio Andreotti. Il bluff, a quel punto, non poteva più reggere. Il “gambler” porporato è stato scoperto. L’eco è nazionale, non tanto per la raccomandazione che, in quegli anni era una brutta abitudine diventata quasi un clichè di guareschiana memoria. La gravità, per gli italiani, è che un cardinale abbia mentito all’autorità giudiziaria, in modo reiterato. Per coprire un rapporto fiduciario con una persona che aveva commesso dei gravi reati.

    In un mondo normale, il dirigente di un’azienda che viene scoperto a mentire a dei giudici, provocando un grosso danno d’immagine alla stessa, viene rimosso. Così non fu per il cardinale Poletti. Giovanni Paolo II gli confermò “piena fiducia”. Due mesi dopo la sua “confessione”, fece uscire un libro: “Fede e politica”, con prefazione di Giulio Andreotti.

    Sarebbe interessante capire se Giovanni Paolo II, “abbia perdonato” ripetutamente il cardinale Poletti per non acuire lo scontro interno con la fazione che supportava la Ostpolitik di Casaroli, o perché il cardinale era in possesso di segreti che lo rendevano più potente del ruolo che ricopriva. Il nome di Poletti, successivamente, uscì anche per altri fatti. Alcuni interessati dall’autorità giudiziaria di Palmi (RC), come il traffico di titoli rubati provenienti dal Banco di Santo Spirito. Compagni di inchiesta, Licio Gelli, Giulio Andreotti, un finanziere e dei criminali calabresi. Risultato? Tutto archiviato.

    (Segue)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

  • Decenni di inquietanti abusi da parte del clero in una prestigiosa scuola cattolica del New Jersey saranno presto svelati e il suo ex leader potrebbe diventare il prossimo cardinale dello Stato

    Decenni di inquietanti abusi da parte del clero in una prestigiosa scuola cattolica del New Jersey saranno presto svelati e il suo ex leader potrebbe diventare il prossimo cardinale dello Stato

    Dettagli inquietanti sugli abusi commessi dal clero nella prestigiosa scuola Delbarton nel New Jersey potrebbero essere resi pubblici grazie a una recente sentenza del tribunale, che ha puntato i riflettori su un ex importante leader della Chiesa che potrebbe diventare il prossimo cardinale dello Stato, ha appreso il Post.

    Il vescovo ausiliare Elias R. Lorenzo, potenziale successore del cardinale di Newark Joseph Tobin, che raggiungerà l’età pensionabile obbligatoria nel maggio 2027, ha prestato servizio per tre decenni come insegnante e leader del clero presso la scuola cattolica maschile di Morristown.

    Durante il suo mandato, almeno 30 studenti si sono fatti avanti con accuse di abusi sessuali contro il clero di Delbarton, ha affermato la Survivors Network of those Abused By Priests, alcuni dei quali con dichiarazioni raccapriccianti di essere stati brutalmente abusati centinaia di volte dai monaci benedettini.

    A giugno, la corte suprema dello Stato ha stabilito che una nuova indagine della giuria popolare sugli abusi commessi dal clero in tutto lo Stato può procedere. Secondo fonti interne, tale indagine includerà l’esame delle accuse di insabbiamento presso l’esclusiva scuola.

    Secondo NorthJersey.com , la diocesi di Camden ha lottato per sette anni per bloccare le indagini in tribunale, ma a maggio ha annunciato che avrebbe abbandonato la battaglia.

    “Da quello che so, avrebbe senso per loro includere Delbarton nell’indagine”, ha detto al Post il senatore dello Stato del New Jersey Joe Vitale in merito all’indagine della giuria popolare.

    “Certamente, vorreste sapere in che modo la dirigenza ha giocato un ruolo in tutto questo”, ha detto Vitale. “E tutti coloro che hanno avuto un ruolo in Delbarton al momento in cui si presume che si siano verificati gli abusi dovrebbero essere coinvolti nella discussione”.

    Un’indagine simile condotta da una giuria popolare in Pennsylvania nel 2018 ha rivelato che oltre 1.000 bambini erano stati vittime di abusi da parte del clero , ha riportato l’Associated Press. All’epoca, si trattava dell’indagine più approfondita sugli abusi da parte del clero cattolico in uno Stato.

    Delbarton, una scuola media e superiore cattolica benedettina nella lussuosa Morristown dove le tasse universitarie ammontano a 48.725 dollari all’anno, vanta una lunga lista di ex studenti famosi, tra cui la star di “Game of Thrones” Peter Dinklage, lo shortstop titolare degli Yankees Anthony Volpe e i figli dell’ex governatore del New Jersey Chris Christie.

    Ma negli ultimi quindici anni la scuola è stata al centro dell’attenzione a causa delle accuse di abusi sessuali nei confronti di diversi membri del clero, tra cui un ex preside .

    Più di recente, una causa intentata nel 2021 da un ex studente sostiene che egli sia stato violentato e abusato più di 150 volte da un trio di monaci quando frequentava la settima elementare a Delbarton negli anni ’70.

    Lorenzo è stato priore presso l’abbazia di St. Mary, il secondo in comando dell’ordine benedettino che sovrintende alla scuola, dal 1995 al 2002 e in seguito è stato rettore della chiesa dell’abbazia e membro di una commissione di revisione degli abusi fino al 2008. In questo periodo ha anche insegnato presso la scuola.

    Un portavoce di Delbarton ha affermato che Lorenzo non ha mai preso parte al processo decisionale del comitato di revisione, ma non ha risposto ad altre domande poste dal Post.

    Nel 2018 Delbarton pubblicò una lettera pubblica in cui riconosceva che 30 vittime avevano dichiarato di aver subito abusi da parte di 13 membri del clero della scuola.

    Ma secondo NJ.com,  i sopravvissuti accusano da tempo la scuola di aver condotto una campagna per metterli a tacere.

    La vittima Tom Crane, la cui causa è stata risolta nel 2018, ha dichiarato al Daily Record di aver vissuto un “incubo di intimidazioni” dopo aver intentato la causa, sostenendo che lui e suo fratello erano stati abusati sessualmente da due monaci di Delbarton negli anni ’70.

    Il suo avvocato Gregory Gianforcaro, che attualmente rappresenta 31 querelanti contro Delbarton e quasi 50 vittime in totale, ha affermato che i pubblici ministeri includeranno sicuramente la scuola nella nuova indagine della giuria popolare.

    “Sono fiducioso che una volta resi pubblici i risultati di questa indagine, emergeranno molte informazioni sui sopravvissuti”, ha detto Gianforcaro al Post.

    L’ufficio del procuratore generale del New Jersey ha dichiarato al Post di non poter confermare o smentire alcun dettaglio sull’indagine, mentre l’arcidiocesi di Newark ha affermato che l’ufficio del procuratore generale non li ha contattati.

    Nel 2020, il defunto Papa Francesco ha nominato Lorenzo, insieme ad altri due, vescovi ausiliari di Newark. 

    Quando l’attuale cardinale Tobin raggiungerà l’età pensionabile obbligatoria nel 2027, secondo fonti attendibili, Lorenzo sarà tra i quattro vescovi che potrebbero essere in lizza per il prestigioso ruolo. 

    L’ufficio dell’arcidiocesi ha affermato che l’ufficio del procuratore generale non li ha contattati in merito a Lorenzo e che il processo di nomina di un cardinale è “complesso, riservato e lungo”.

    Un’organizzazione, la Survivors Network of those Abused by Priests (SNAP), chiede che Lorenzo venga completamente rimosso dalla lista, sostenendo in una dichiarazione della scorsa settimana che era “complice dell’insabbiamento a Delbarton”.

    “L’ascesa del vescovo Lorenzo non può cancellare il dolore provato dai sopravvissuti di Delbarton”, ha affermato Mark Crawford, coordinatore di SNAP per il New Jersey. “È inaccettabile che qualcuno che ha detenuto autorità per decenni, quando così tanti studenti venivano sfruttati, debba ora essere preso in considerazione per un’ulteriore promozione. 

    “I nostri membri chiedono trasparenza e responsabilità”, ha aggiunto Crawford. “Sotto la guida di Lorenzo, i bambini venivano abusati da lupi travestiti da pecore”.

    https://nypost.com/2025/08/15/us-news/nj-probe-could-uncover-details-of-clergy-abuse-at-delbarton-school/

  • L’ultimo Servizio/ Nella “lettera dal futuro” l’ombra di un “consigliere”. Ancora vivo

    L’ultimo Servizio/ Nella “lettera dal futuro” l’ombra di un “consigliere”. Ancora vivo

    di Ambrosini Alessandro – Bisogna fare sempre molta attenzione quando si maneggiano lettere anonime. Bisogna sempre partire dal presupposto che ciò che viene scritto sia da considerarsi in una fascia tra il falso e l’inverosimile. La prima cosa da fare è cercare riscontri su nomi e situazioni. Non bisogna mai avere fretta di pubblicare ciò che sembra un tassello mancante di un puzzle. E’ quello che è stato fatto con la “lettera dal futuro”. Compito agevolato dal fatto che i contenuti erano stati trattati (in parte),  quando fu pubblicato l’audio di Marcello Neroni. C’è però un tassello in più, nella lettera anonima. Un tassello che aggiunge una figura, a quelle già trattate. C’è una persona che consigliò al cardinale Agostino Casaroli di contattare Enrico De Pedis, il boss dei “Testaccini” della Banda della Magliana. Per risolvere un problema che era diventato “un allarme”.

    E’, come  viene scritto dall’anonimo, “ l’amante di letto” del porporato.

    Non è certo un segreto, lo disse in modo greve anche l’ex socio di De Pedis, che il cardinale fosse omosessuale. Non faremo nome e cognome della persona  visto l’anonimato della missiva, visto che c’è la possibilità che tutto sia stato “trattato” ad hoc e visto il ruolo che poi ha raggiunto nella sua carriera. Quello che abbiamo riscontrato, da fonti credibili,  è che la “relazione” tra questa persona e monsignor Casaroli potrebbe esserci stata.

    La sovrapposizione dei contenuti con quelli dell’audio di Neroni, e alcuni riscontri trovati nei contenuti stessi, ci fanno pensare che la lancetta che segna la veridicità, o meno, di questa lettera anonima sia da ritenersi in perfetto equilibrio.

    Essendo questa lettera in mano alla Commissione parlamentare e alla Procura, essendo particolarmente  delicati gli argomenti, essendo ancora viva questa persona. Ci auguriamo che il presunto “consigliere” venga audito quanto prima e che venga aperto un file d’indagine su questa missiva. Che rappresenta, insieme a ciò che leggerete tra qualche puntata, una “verità anticipata”.

    L’ultimo Servizio/ Nella “lettera dal futuro” l’ombra di un “consigliere”. Ancora vivo

  • L’ultimo Servizio/ L’anomalia nei “cinque fogli” del caso Orlandi. Chi era Teofilo Benotti?- Esclusiva

    L’ultimo Servizio/ L’anomalia nei “cinque fogli” del caso Orlandi. Chi era Teofilo Benotti?- Esclusiva

    di Ambrosini Alessandro – Torniamo nel 2017. Emiliano Fittipaldi, allora giornalista dell’Espresso, pubblica il libro: Gli impostori. Tra gli argomenti trattati, il caso di Emanuela Orlandi è il “piatto forte”. In esclusiva,  presenta una lettera composta da cinque fogli, datata marzo ’98. La missiva è un rendiconto finanziario scritto, verosimilmente dall’allora capo dell’Apsa( Amministrazione patrimonio sede apostolica), il cardinale Lorenzo Antonetti  ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Tauran. Come tutti sanno, non è un rendiconto finanziario normale o una nota spese di qualche missione all’estero. E’ la sintesi delle spese sostenute per “l’allontanamento domiciliare e delle fasi successive della cittadina Emanuela Orlandi”. Cinque pagine che raccontano, o che vorrebbero raccontare, le fasi di preparazione, attuazione e mantenimento della ragazza a Londra. Raccontano, leggendo le voci del report, del coinvolgimento di una ginecologa di fama, della presenza del cardinale Ugo Poletti e di altri soggetti che avevano  ruoli definiti nell’organigramma della Santa Sede.

    Se nella forma ci sono dei refusi nella struttura della lettera, nella sostanza questi cinque fogli sommano fatti, personaggi  e circostanze che hanno delle rispondenze certe  nella realtà . Tranne uno.

    Se le voci sul presunto soggiorno obbligato di Emanuela le tratteremo in seguito, direttamente dalle parole del “postino”, è interessante soffermarsi sulla terza pagina. Sulla nota che riporta: “Attività gestione Stampa coordinata Dottor Teofilo Benotti, L. 5.000.000”. Come scritto anche da Fittipaldi, la figura di Benotti non è mai stata di primo piano. Nelle ricerche effettuate dal giornalista, non si trovano riscontri come appartenente all’ufficio stampa del Vaticano e nemmeno come collaboratore del giornalista dell’Opus Dei Joaquin Navarro-Valls, che ha guidato la comunicazione per la Santa Sede dal 1984 al 2006.  Ha collaborato con l’”Osservatore romano”  e, da quanto si dice era “persona ascoltata da Giovanni Paolo II”.

     Fittipaldi trova invece tracce nitide di Teofilo Benotti nell’archivio del Quirinale, come  insignito del titolo di “Commendatore” nel 1977 e, vent’anni, dopo  di “Grande ufficiale al merito della Repubblica italiana”.Tutto si ferma a queste informazioni.

    Questa figura enigmatica, inserita dentro al contesto dei “cinque fogli”, rappresenta un punto di domanda che abbiamo cercato di capire con l’aiuto di Antonio Parisi, un giornalista di lungo corso che lavora a Roma da sempre. E da sempre, molto vicino agli ambienti monarchici e vaticani. Ci ha rilasciato una lunga dichiarazione audio esclusiva, molto specifica e interessante, che vi presentiamo in forma scritta per facilitare la comprensione dei passaggi salienti. Passaggi che analizzeremo alla fine.

    CHI E’ ANTONIO PARISI

    Antonio Parisi è nato in provincia di Taranto e vive a Roma. Ha diretto, succedendo a Ruggero Orlando, l’emittente nazionale Rete Mia e, per due anni, il quotidiano “Il Meridiano”. Ha firmato diversi scoop sui più importanti settimanali italiani, ritrovando tra gli altri i documenti inediti in cui Pio XII difendeva gli ebrei durante la persecuzione nazista. Ha seguito per anni il caso della morte di Edoardo Agnelli, ed è stato al centro della clamorosa puntata de “La Storia siamo noi” sulla vicenda ( I misteri di casa Agnelli. Aliberti  editore). E’ considerato un esperto della storia delle grandi dinastie che hanno regnato e regnano tuttora in Europa e nel mondo.

    “Quando furono pubblicati i contenuti dei fogli della rendicontazione sulle presunte spese sostenute dal Vaticano, sul presunto mantenimento di Emanuela Orlandi a Londra, emerse il nome di Teofilo Benotti il qualeera un collaboratore dell’Osservatore Romano e si sarebbe occupato,  per 5 milioni delle vecchie lire, di gestire in qualche modo i rapporti con i giornali sulla vicenda della scomparsa della ragazza. Un po’ tutti si chiedevano chi fosse Benotti, io forse ne sapevo qualcosa. Conobbi Teofilo Benotti nel 1982, all’epoca ero stato assunto al Ministero del Tesoro e, forse perché figlio di un grande invalido di guerra, ero stato mandato alla Direzione generale delle pensioni di guerra il cui direttore generale era l’ex potente di Stato Felice Ruggero, il cui nome era stato inserito nella lista P2 e perciò inviato, per punizione, al poco importante incarico alle pensioni di guerra. L’ufficio era in Via Casilina n.3, oggi lo stabile è occupato dalla compagnia dei trasporti ferroviari Italo. In questi uffici del Ministero del Tesoro, ve ne era uno curioso: Il Comitato di liquidazione delle pensioni di guerra che, pur inserito nella struttura del tesoro, per qualche mistero burocratico era ufficio dipendente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. In questa struttura lavorava per l’appunto Benotti. Dopo un mese dalla mia assunzione, io monarchico divenuto segretario nazionale del fronte monarchico giovanile dell’unione monarchica italiana, venni avvicinato da Benotti. Mi apparve come uno strano uomo che sembrava in realtà un sacerdote di alto rango, parlava con tono basso e parole misurate. Un po’ mellifluo.

    Benotti  si presentò quale giornalista pubblicista, impiegato appunto presso il comitato di liquidazione delle pensioni di guerra e mi suggerì caldamente di non parlare della mia fede monarchica. Era pericoloso, mi disse, perché ero già stato segnalato. Infatti, secondo Benotti, in ogni direzione generale del ministero, vi erano impiegati che percepivano dalle trecento  alle cinquecentomila lire al mese, da parte dei servizi segreti, per riferire e rapportare su quanto accadeva all’interno delle stesse direzioni generali. Benotti disse che però lui poteva proteggermi, che ero sotto la sua ala protettiva e che, in cambio, mi avrebbe chiesto un “favore” da parte della real casa di Savoia, cosa questa che mi infastidì moltissimo. Il Benotti, ogni giorno, era solito lasciare il Ministero alle 9.30, prendere l’autobus davanti al Ministero stesso e recarsi nella Basilica di S. Maria Maggiore dove, mi aveva confidato di avere un importante incarico.

    Nei giorni successivi al nostro primo incontro, Benotti con mia grande perplessità, mi chiese di uscire dall’ufficio per accompagnarlo a S. Maria Maggiore. Non voleva che segnalassi la cosa al mio dirigente, cosa che infatti non feci e chiesi un regolare permesso di lavoro. Quindi con Benotti prendemmo l’autobus e l’accompagnai alla Basilica di S. Maria Maggiore. Lì mi mostrò tutte le parti interessanti di una delle quattro Basiliche Maggiori romane e con mia curiosità gli chiesi come facesse a lasciare il posto di lavoro tutti i giorni senza che il Ministero fiatasse. Lui mi disse che non c’era assolutamente problema, che lui aveva un incarico delicato e che mi doveva bastare sapere questo.

    Fu proprio nell’occasione di questa visita a S. Maria Maggiore che Benotti mi chiese il favore di cui aveva bisogno da casa Savoia: Benotti voleva ottenere un provvedimento nobiliare per diventare Conte da parte di Umberto II di Savoia, aggiungendo “se te ne occuperai, otterrai un successo, ti ricompenserò in maniera molto proficua e adeguata”. Una richiesta per me quasi impossibile, sapevo che il sovrano, in esilio, non accontentava facilmente questo genere di richieste. Confermava quasi esclusivamente la vecchia nobiltà  piemontese o chi aveva prestato dei grandi servigi all’Italia durante il periodo monarchico, o magari anche dopo. Benotti mi sollecitò in ogni modo ad intervenire, sapeva che era una questione anche abbastanza delicata. Che re Umberto era molto malato e che poteva spegnersi da un momento all’altro e quindi, secondo lui, bisognava fare presto. Non mi lasciai convincere e rifiutai di svolgere questo incarico per lui. Aggiunsi che, se proprio voleva, poteva provare a parlare o con il segretario generale dell’unione monarchica Sergio Boschiero oppure, molto meglio, con Falcone Lucifero che era l’uomo che si occupava di queste questioni. Aggiunsi pure che  Falcone Lucifero, ministro della real casa, in realtà era enormemente ben introdotto in Vaticano con grandi amicizie nella segreteria di stato. Se lui voleva, poteva ben chiedere a Lucifero. Benotti cambiò quasi di espressione, sembrava un serpente che non aveva potuto ingoiare la sua preda. Benotti ammutolì al mio infastidito rifiuto e a me non restò che raccontare il tutto a Sergio Boschiero, segretario generale, il quale mi disse di riferire immediatamente a Lucifero.

    Riferii a Lucifero il quale mi disse di essere stato molto bravo ad aver declinato la richiesta di Benotti e, sibillinamente, Lucifero – uomo che secondo l’Espresso era enormemente potente, molto legato a Licio Gelli – mi chiese dove mi fosse stata fatta la richiesta da parte di Benotti, se all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore o fuori delle mura della Basilica. Gli risposi che me lo aveva chiesto nella Basilica e lui mi rispose: “capisco, la Basilica è territorio extra-territoriale”. Chiesi al ministro quale fosse la differenza e mi disse: “Eh la differenza la conosco io”.

    Dopo pochi mesi da quel  colloquio con il ministro della real casa e dopo aver declinato la richiesta di Benotti , Re Umberto, che aveva una grave malattia, il 18 di marzo del 1983 morì.

    Tre mesi dopo Emanuela Orlandi sparì, inghiottita in un buio da cui non si riesce ancora oggi a fare luce.

    Tempo fa, emerse una voce secondo cui i resti di Emanuela Orlandi sarebbero stati occultati dentro S. Maria Maggiore, guarda caso il luogo in cui Benotti, prestava non sappiamo che tipo di servizio. “

    ANALISI DI UN’ANOMALIA

    Questa testimonianza diretta, ci dice chiaramente che Teofilo Benotti non era un semplice impiegato statale. Non e’ stato solo uno scrittore di testi come: “L’azione politica cristiana”. O “uomo ascoltato” da ben quattro pontefici . Ci tratteggia una persona che lavorava per il Ministero del Tesoro e per qualche organismo interno al Vaticano. Non un doppio lavoro, un doppio incarico. Dettaglio che porta a pensare a una collaborazione tra la Santa Sede e lo Stato italiano, su qualche aspetto che non doveva essere di dominio pubblico.

    Ci dice che lui era a conoscenza di chi collaborava con i servizi segreti, in modalità di controllo. Li conosceva, e poteva “proteggere” Parisi dai loro report. Si può dedurre, quindi, che lui avesse dei rapporti con questi “collaboratori dei servizi”. Rapporti non subalterni. Rapporti che fanno pensare che lui stesso fosse un “collaboratore dei servizi”. Di un livello superiore.

    Il fatto che sia stato inserito dentro ai “cinque fogli”, ora ha un senso. Il suo “secondo incarico”, che non era certamente alla luce del sole, giustifica la sua presenza in quella rendicontazione e apre una serie di domande sulla veridicità dei contenuti. Ritenuti, da quasi tutti, un depistaggio. Una “verità” che noi  abbiamo sempre contestato, non volendo ritenere pregiudiziale l’architettura della lettera. La figura di Benotti, nei “cinque fogli”, è stata sempre considerata una delle anomalie rispetto al resto dei personaggi citati. Ora molto meno. Se la domanda era: perché è stato inserito un nome come quello di Teofilo Benotti, qualche risposta possiamo darla, ora. Come leggerete, e ben sapete, questa è una matassa che va sciolta un po’ alla volta. Senza trascurare i dettagli che, sebbene piccoli, sono importanti.

    (SEGUE PARTE 4)

    L’ultimo Servizio/ L’anomalia nei “cinque fogli” del caso Orlandi. Chi era Teofilo Benotti?- Esclusiva

  • Ratzinger “Le verità nascoste” – L’insabbiamento di Savona da Cardinale e poi da Papa

    Ratzinger “Le verità nascoste” – L’insabbiamento di Savona da Cardinale e poi da Papa

    Per venticinque anni Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger (sia da cardinale che da papa) è stato in tutto il mondo, più volte, accusato di aver insabbiato casi di pedofilia.

    Questo è accaduto anche in Italia. Ne hanno parlato molto i giornali all’estero, un po’ meno quelli italiani che come vedremo, si sono lasciati sfuggire qualche passaggio.

    Oltre al carteggio che andremo a sviscerare nell’intervista, che vede coinvolto a Savona il cardinale Ratzinger, la “notizia” che notizia non è perché risale oramai al 2005 ma in Italia, se pur sia stata battuta da ANSA (soltanto nel 2010) non ha avuto seguito sui media.

    Parlo delle accuse che in Texsas portarono l’allora prefetto della CDF Josep Razinger alla sbarra con l’accusa di intralcio alla giustizia. Un processo che non ebbe mai seguito perché di li a poco il cardinale Ratzinger venne eletto Papa e, in quanto capo di stato, chiese all’allora Presidente Bush l’immunità.

    I documenti inediti di Savona ripercorrono proprio quel periodo della transizione di Ratzinger da prefetto della CDF a Papa, quando il caso di Savona, a lui personalmente segnalato ed ignorato, produsse altre vittime.

    Un caso di cui non poteva non sapere, era lui il prefetto in quell’ufficio ovvero, colui che decide quali casi trattare e quali no, quali da tenere segreti all’interno dell’ufficio e quali tenere segreti anche all’ufficio. Tutto passava nelle sue mani e probabilmente, è stato il Papa più informato della storia sulla pedofilia dei preti.

    In questo caso una lettera del 2003 esplicitamente inviata a lui dal cardinale Domenico Calcagno lo incastra sulla consapevolezza del caso savonese, che grazie alle indagini svolte dalla Procura di Savona nel 2010 porta alla luce l’intero carteggio che gira attorno a quella lettera inviata a Ratzinger nel 2003.

    Un carteggio che non lascia spazio a dubbi su come sia andata, che al tempo stesso disegna il profilo di Ratzinger – sia da cardinale che poi da Papa – e le modalità di funzionamento di quell’ufficio che lui gestì per venticinque anni prima di diventare Papa Benedetto XVI.

    Davvero ILLUMINANTE!

  • L’ultimo Servizio/ Una lettera dal futuro (ESCLUSIVA)

    L’ultimo Servizio/ Una lettera dal futuro (ESCLUSIVA)

    di Alessandro Ambrosini – 2009  E’ l’autunno del 2009. La prima serie di Romanzo Criminale ha riacceso i riflettori sulla Banda della Magliana e sulla sua epopea. Nello speciale di History Channel, personaggi che hanno fatto parte della più grande  holding criminale romana rilasciano interviste come divi del cinema noir.

    Da anni, come Notte Criminale, lavoriamo sia sulla Bandaccia che su Massimo Carminati, cercando dove tutti non guardano.

    Quando arriva la telefonata, che regala il semaforo verde per un’intervista esclusiva a Marcello Neroni, la consideriamo come un segnale positivo al nostro lavoro: siamo credibili e affidabili per essere ascoltati da quel mondo che non vuole farsi trovare.

    Otello Lupacchini mi avverte subito: “Non vada, quello è un criminale vero”.  Un consiglio molto appropriato, da un magistrato che aveva combattuto la Banda, l’aveva sconfitta e la controllava da lontano. Giorno per giorno, da anni. Aveva ragione, Neroni non era un criminale in pensione. Lo disse lui stesso chiaramente, durante il nostro incontro: era un “cravattaro”, uno strozzino. Come molti di quelli che fecero parte della Banda. Conoscevo quel mondo, l’ho guardato da vicino e conoscevo cosa presupponeva: violenza e terrore. Quando arriva a piedi, tiene un libro in mano: la sua Bibbia, che altro non è che il libro dell’ordinanza con le motivazioni per l’arresto, avvenuto all’interno della retata che ordinò Lupacchini, più di un decennio prima.

    E’ di media statura Neroni, stempiato e scavato in volto. Il volto sbarbato di fresco, come conviene al 90% dei criminali della sua generazione. Una consuetudine più da gangster americano che da “batteria” di Trastevere. La voce roca tradisce una vita vissuta tra vizi, violenza e fumo. Dimostra tutti i suoi anni e, non vuole nasconderli.  Non vuole essere intervistato, vuole telefoni e telecamera sul tavolo. Non sente ragioni. Una possibilità che avevamo considerato. I dietrofront alle interviste, in un certi mondi, sono usuali. Per questo dentro al giubbetto ho un secondo telefono che sta registrando tutto dall’inizio. So come ci si comporta con “articoli” del genere. Lo stimoli con argomenti generali, gli fai trovare la sua comfort zone, gli fai gestire gli argomenti e lui parlerà per ore. Così è.

    Quando chiediamo di Emanuela, però, la sua risposta sembra uno stridio di unghie sulla lavagna. Non siamo preparati a questa sua verità. Sono parole troppo forti per Emanuela e per Giovanni Paolo II. Troppo forti per l’immagine che ho di chi, pochi anni dopo, sarà eletto a Santo. Lo lascio parlare per non interrompere il suo flusso di parole che fluisce senza tentennamenti. Non sta inventando. Non è qualcosa che sta creando in quel momento per scandalizzarci. Troppo inaspettato e grave per essere creduto, lo dice lui stesso. Usa parole grevi, fa nomi e movente. Usa uno slang di strada, rozzo, volutamente sgradevole e sicuramente da “pulire”. Ma preciso nella sua essenza. “Questo è ciò che so, ma non potrete mai scriverlo” –sembra dire – è il “non detto” di chi conosce il gioco dell’informazione. Anche se i suoi rapporti non sono mai stati con la carta stampata o la tv.

    Neroni non è un criminale normale. E’ riuscito a “passare da pazzo” per evitare il carcere, ha vissuto la violenza come soluzione e ne ha fatto un suo marchio per gestire “lo strozzo”, per farsi pagare dai commercianti gli incassi delle slot machine che aveva in società con Enrico De Pedis. E’ stato il nodo tra criminalità e  funzionari delle forze dell’ordine, servizi segreti compresi. Una posizione e dei rapporti  così forti che poteva tranquillamente avere una sala giochi in una laterale di Via Cola di Rienzo. Tra la palazzina usata dai servizi segreti e la sede operativa della Dia di Roma. Una sala che, a volte, quando lui doveva uscire, erano due agenti dei servizi segreti a gestirla. Un “nodo” così importante da evitarsi il marchio di “infame”.

    L’incontro è durato quattro ore. Quattro ore di nomi, fatti e circostanze specifiche. Talmente specifiche da chiedersi: a chi stava raccontando tutto questo? A noi, o a chi pensava ci avesse mandato in quel pomeriggio autunnale a Nerola?

    Alcuni anni dopo, quella registrazione la diedi a Pietro Orlandi. E solo a lui, senza pubblicare mai niente.

    2022

    LA LETTERA ANONIMA (MA NON TROPPO)

    E’ il dicembre del 2022. Sono passati tredici anni da quel pomeriggio in compagnia di Marcello Neroni. Quella registrazione è rimasta nella cartella del mio computer, insieme a migliaia di altri files. Il destino sembra dirmi che non ho molto da vivere e decido che, se devo “andarmene” da questa terra, lo devo fare dopo aver aperto  i cassetti delle inchieste incompiute, dei files che “scottano”. Ne parlo con Pietro Orlandi e così, il 9 dicembre 2022, i frame del racconto di Neroni  inerenti il caso di Emanuela Orlandi, vengono pubblicati su Notte Criminale. Le gravi accuse a Giovanni Paolo II, a monsignor Casaroli, a Enrico De Pedis e a due cappellani di Regina Coeli , ora, sono al giudizio della gente.

    2018

    E’ un giorno del 2018. Il caso Orlandi vive oltre il tempo che passa nell’azione costante del fratello, Pietro. La pista più calda, seguita da tutti è quella riferita all’emersione dei famosi “cinque fogli” acquisiti da Emiliano Fittipaldi e pubblicati nel suo libro “Gli impostori”. Fogli che raccontano, in voci di bilancio, il periodo successivo al rapimento della ragazza vaticana. Una relazione che porta a Londra.

    Quando Giorgio (nome di fantasia), entra nel suo ufficio, vede la posta appoggiata sulla sua scrivania. La seleziona, dividendo la corrispondenza interessante rispetto alla solita pubblicità inutile. C’è una busta bianca che spicca per essere la più asciutta di tutte.  La più anonima. La apre e all’interno c’è un singolo foglio, scritto al computer. In diciassette righe c’è il movente, i mandanti e gli esecutori del rapimento di Emanuela. Una “verità” che risulta essere al limite dell’incredibile. Si parla di Monsignor Casaroli, di Regina Coeli, di De Pedis e “dell’esponente più influente della Santa sede” (il cardinale Ugo Poletti? Giovanni Paolo II?). Ma non solo.

    Ci sono particolarità nella scrittura che fanno pensare che, chi scrive, sia all’interno delle forze dell’ordine o dei servizi segreti. Parole e semantica che non lasciano molti dubbi.

    Giorgio la legge, strabuzza gli occhi e inizia a riflettere. A chi dare questa lettera così assurda? E’ sicuramente opera di uno dei tanti personaggi che “giocano” con il caso Orlandi, saranno prove di un romanzo giallo. In ogni caso è da classificare come qualcosa di “impresentabile”, da tenere nel cassetto come ricordo di un fatto bizzarro e inquietante. Non serve scomodare polizia e giornalisti, si rischierebbe il pubblico ludibrio.

    In realtà, quella lettera anonima, è una lettera che viene dal futuro. Perché dice esattamente ciò che ha detto Marcello Neroni  nove anni prima, parole che sono state pubblicate quattro anni dopo. Una “verità”, quella di Neroni, che è stata chiusa nei cassetti a doppia mandata, sia dal sottoscritto che da Pietro Orlandi. Le tempistiche sono fondamentali e ci raccontano che una lettera anonima, scritta molto probabilmente da qualcuno dentro alle forze dell’ordine o ai servizi segreti ( da sottolineare che i servizi, da sempre, sono un corpo interforze formato da poliziotti, carabinieri e finanzieri), racconta le stesse motivazioni, gli stessi esecutori, gli stessi mandanti di un personaggio criminale, vicino a forze dell’ordine e servizi segreti. In modo meno greve, ma esattamente sovrapponibile.

    Ora, le domande che bisogna porsi sono molteplici. Se partiamo dal presupposto che la “verità” di Neroni e della lettera anonima, non è mai stata rilanciata su giornali o tv, o anche solo supposta in questi  quarantadue anni, in quanto si vanno a toccare nomi di Santi e prelati di altissimo spessore. Questa “verità” viene dal sottobosco criminale, ed è stata recepita da persone in divisa o l’esatto contrario? Perché nel 2018, si è sentita la necessità ,da parte presumibilmente di qualcuno interno ai servizi segreti, di far emergere tutto questo? Perché qualche gruppo dei servizi segreti, nel 2018, tratta ancora il caso Orlandi?

    Oggi, che la Commissione parlamentare sta virando evidentemente su una pista amical-parentale, insieme a un gruppo di giornalisti “allineati e coperti”. Oggi, che si calpesta l’etica e la logica per allontanare ogni verità che porti alla Santa Sede, dare risposte a queste domande è necessario. Una Commissione con i paraocchi, che cerca di ridimensionare, di normalizzare un caso che “normale” non è mai stato è una Commissione ammaestrata. Cercare una via che non “disturbi”, audendo persone che possono dare qualche elemento in più nella ricerca della verità, è doveroso. Stupisce, che questa lettera che viene dal futuro, che apre interrogativi inquietanti, non sia stata attenzionata da chi l’ha acquisita. Ma la storia continua…

    (segue terza parte)

    L’ultimo Servizio/ Una lettera dal futuro (ESCLUSIVA)