Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Cassazione sul Forteto: “Fiesoli non si è mai pentito degli abusi commessi”

    Cassazione sul Forteto: “Fiesoli non si è mai pentito degli abusi commessi”

    Condanna invariata a 14 anni e 10 mesi per l’ex guru del Forteto, la comunità di affidi di minori vicina a Firenze: i giudici spiegano perché non hanno praticato sconti di pena

    Reati troppo gravi per concedere qualunque sconto di pena. È questa in sintesi la motivazione con cui la Corte di Cassazione ha legittimato la pena di 14 anni e 10 mesi inflitta a Rodolfo Fiesoli, l’ex “guru” della comunità del Forteto di Vicchio, nel Mugello. Fiesoli, si legge nel verdetto di 48 pagine depositato oggi, giovedì 25 giugno, non avrebbe mai mostrato “resipiscenza” né pentimento per le azioni commesse dagli anni Settanta al 2010, a danno di ragazzini e adolescenti in condizioni di disagio affidati alla struttura. Questo il motivo per cui gli ermellini, con decisione dello scorso 6 novembre, hanno confermato la condanna per violenza sessuale di gruppo e altri reati emessa dalla corte d’appello di Firenze il 26 ottobre 2018.
    Una pena rimasta invariata per via della “lunga durata dei maltrattamenti – si legge nelle motivazioni – e della pluralità delle condotte illecite di soggezione psicologica e morale perpetrate dal Fiesoli che, per la sua posizione di ‘capo spirituale’ della comunità, ha dettato le regole comportamentali”. “Inducendo – proseguono i supremi giudici– gli altri membri adulti della stessa ad uniformarvisi, pena l’allontanamento, e a concorrere con lui nella consumazione di tali delitti”.

    Violenze e abusi nella comunità del Forteto, in altre parole, “erano logica conseguenza della messa in pratica delle teorie predicate” da Fiesoli, continuano i magistrati della IV sezione penale della Cassazione. “Nel dichiarare l’infondatezza delle impugnazioni degli imputati – si legge ancora – la Suprema Corte ha richiamato la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito da cui risulta che l’episodio di violenza sessuale (nei confronti di una delle vittime, ndr) è “ampiamente provato”. Violenze “sostenute dalla condotta abusiva ed induttiva dell’agente”, e conseguenza diretta della “dottrina” predicata dal guru.
    Nei giorni scorsi, sul caso Forteto era stata sentita in commissione parlamentare d’inchiesta il sostituto procuratore di Firenze Ornella Galeotti, che ha seguito in veste di pubblico ministero il processo a Fiesoli iniziato nel 2013, su fatti di oltre trent’anni prima. “In Toscana – ha detto in un passaggio della sua audizione – per 30 anni si è assistito a una sospensione di tutte le regole e le leggi sul tema” dell’affidamento dei minori. Una vicenda cominciata nel 1975, quando Fiesoli fondò la comunità che negli anni seguenti accolse decine di bambini con disagio fisico e psichico. Vittime, secondo quanto accertato nei decenni successivi dai tribunali, di abusi e violenze di ogni genere, portate avanti da Fiesoli e da altri membri del gruppo, tra cui Daniela Tardani (condannata a 6 anni e 4 mesi di reclusione). All’interno della comunità vigeva una severa disciplina di separazione dei sessi, i rapporti omosessuali erano promossi mentre i legami affettivi e familiari osteggiati in ogni modo.

    https://firenze.repubblica.it/cronaca/2020/06/25/news/cassazione_sul_forteto_fiesoli-260185537/?fbclid=IwAR2PzGzzth2Hc2mt5Qm9MbvhwT-qoqF9cGQkliG3Ac8TTrns5piBybw1bco

  • Mauro Inzoli ha lasciato il carcere di Bollate. Limentani: ‘è stato affidato ai servizi sociali’

    Mauro Inzoli ha lasciato il carcere di Bollate. Limentani: ‘è stato affidato ai servizi sociali’

    Ieri, mercoledì 1 aprile, Mauro Inzoli ha lasciato il carcere di Bollate presso il quale era detenuto dal 7 aprile 2018, giorno in cui si era consegnato spontaneamente dopo la condanna in via definitiva dalla Corte di Cassazione a 4 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione per abusi su minori con l’aggravante dell’abuso di autorità. Come spiega uno dei difensori dell’ex parroco della Ss. Trinità di Crema, l’avvocato Corrado Limentani, “Inzoli è stato scarcerato in quanto gli è stato concesso il beneficio dell’affidamento in prova ai servizi sociali”.

    Leader di Comunione e Liberazione

    Mauro Inzoli, leader di Comunione e Liberazione, presidente del Banco Alimentare, rettore del liceo linguistico W. Shakespeare di Crema, aveva ricevuto anche la carica di monsignore. Nel marzo del 2018 la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza emessa il 21 settembre 2017 dalla Corte d’appello di Brescia. Molti casi sono caduti in prescrizione, mentre sono stati accertati otto casi di violenza sessuale avvenuti tra il 2004 e il 2008. Due su ragazzini con meno di 14 anni. Le altre vittime avevano meno di 16 anni. I fatti erano accaduti nell’ufficio in cui il sacerdote svolgeva gli esercizi spirituali e nei luoghi di villeggiatura in cui organizzava fine settimana e soggiorni estivi.

    Prescrizione e sconto di pena
    Nel maggio 2017 la riduzione allo stato laicale disposta da papa Francesco e ufficializzata dal vescovo di Crema Daniele Gianotti. La vicenda processuale è nata durante il mandato del vescovo Oscar Cantoni, poi trasferito a Como. A settembre l’esito dell’appello in sede penale con lo sconto di pena, poiché tra gli abusi denunciati due casi sarebbero caduti in prescrizione. Oltre a ciò la difesa dell’ex sacerdote ha sottolineato il principio ne bis in idem, in base al quale la persona non può essere condannata due volte per lo stesso reato. Il riferimento è al primo procedimento svolto dal tribunale ecclesiastico. La Cassazione ha confermato la sentenza d’Appello rigettando l’istanza della difesa.

    https://www.cremaonline.it/cronaca/02-04-2020_Inzoli+uscito+dal+carcere:+’%C3%A8+affidato+ai+servizi+sociali’/

  • Legnano, RETE L’ABUSO denuncia parrocchia. Parla il presidente, Francesco Zanardi

    Legnano, RETE L’ABUSO denuncia parrocchia. Parla il presidente, Francesco Zanardi

    Ormai è cosa nota: l’associazione Rete L’ABUSO ha denunciato alla Procura di Milano la parrocchia della Madonna delle Grazie di Legnano. Il motivo? La partecipazione di persone ai funerali di don Ruggero Conti, condannato in Cassazione nel 2015 per abusi sessuali su minori e che era originario di Legnano. Infatti, era in vigore il decreto sicurezza di Regione Lombardia in cui si vietavano gli assembramenti di carattere religioso a causa del coronavirus. Ma chi è l’associazione RETE L’ABUSO? Conosciamola meglio, insieme al suo presidente e fondatore, Francesco Zanardi.

    La storia in breve

    L’esposto presentato dall’associazione rete L’ABUSO parla chiaro. Per prima cosa, espone i fatti e cioè appunto la presenza di persone ai funerali nonostante le disposizioni regionali lombarde e le disposizioni del vescovo di Mantova che ha sospeso messe e funerali. A seguito delle disposizioni di Regione Lombardia, (oggi ricordiamo che sono in vigore nuove misure nazionali) in realtà, anche la Diocesi di Milano ha emanato delle direttive: le chiese possono restare aperte per la preghiera individuale, funerali e matrimoni possono essere celebrati ma con la presenza dei soli parenti stretti. Come riportato da alcuni organi di stampa, ai funerali di Ruggero Conti erano presenti parecchie persone. E su questo punto l’associazione è ferma. Si legge nell’esposto: “(…) È verosimile pensare che chiunque, anche senza averne intenzione e/o consapevolezza, favorisca in caso di epidemia la diffusione e/o propagazione della stessa, violando il divieto imposto debba essere comunque perseguito, sottolineando ancora che in questo caso esiste non solo uno stato di allerta globale, ma addirittura un espresso e noto divieto”, relativo appunto ai comuni indicati nella zona rossa.  E ancora si legge: ” Da quanto si apprende dagli organi di informazione, alla cerimonia erano presenti centinaia di fedeli e data la notorietà del sacerdote, è verosimile pensare ci fossero persone provenienti anche dai paesi limitrofi (…). È oltretutto verosimile pensare – data la massiccia affluenza di fedeli – che la cerimonia non sia stata improvvisata, ma bensì ampiamente pubblicizzata. In tal senso non appare fuori luogo verificare perché le autorità locali non fossero state informate, o, in caso contrario, perché non siano intervenute”. L’associazione chiede dunque che siano effettuate le indagini “ritenute idonee al caso di specie e verificata/ravvisata  la sussistenza di eventuali ipotesi di reato”. Chiede inoltre di essere informata dell’eventuale richiesta di proroga di termini delle indagini preliminari e dell’eventuale richiesta di archiviazione. Commenta il presidente dell’associazione Francesco Zanardi: “C’erano dei divieti, delle disposizioni regionali che vietavano gli assembramenti, inclusi quelli religiosi. Nel video pubblicato sul nostro sito, girato da un nostro membro, si vedono parecchie persone. Perché è stato permesso? Chiediamo che sia fatta chiarezza e che siano effettuate le indagini in merito”.

    Parla Francesco Zanardi, presidente di RETE L’ABUSO

    Ma scopriamo meglio l’associazione, con sede a Savona. RETE L’ABUSO nasce nel 2010 dall’idea di un gruppo di vittime di preti che hanno abusato sessualmente di loro. Si chiama pedofilia, inutile nascondersi. Una parola che solo a pronunciarla fa paura. E fa paura perché la nostra mente non è in grado di tollerare razionalmente il fatto, ancor più se a compiere tali atti sono persone degne di nostra fiducia, come appunto dei preti. Il silenzio sugli abusi sessuali su minori da parte dei sacerdoti è purtroppo ancora presente. Ne parliamo con Francesco Zanardi, presidente della RETE L’ABUSO, anche lui vittima di un sacerdote. Un’esperienza che gli ha spezzato la vita. “Ho subito abusi per anni, dagli 11 ai 14 anni”, racconta al telefono, con un tono che lascia trasparire non solo la sofferenza accumulata ma anche la voglia di reagire e di mettersi in gioco in prima persona per contrastare questo fenomeno. “Le violenze subite hanno avuto conseguenze sulla mia psiche. Ho anche tentato il suicidio, per fortuna non riuscendoci. Ho reagito e ho voluto creare questa associazione. Per me è una lotta da portare avanti. Spesso i sacerdoti sono trasferiti oppure si omette di sporgere denuncia. Il problema di un prete pedofilo non è che dice male la messa ma che molesta i bambini. Bisogna denunciare, bisogna fare in modo che la chiesa stessa denunci e che ci siano i processi penali. Io sono omosessuale e ateo. Per questo spesso mi hanno accusato di essere anticlericale. Tutto questo non è vero. La maggior parte delle persone che fanno parte della nostra rete sono cattolici. Siamo circa 900 vittime, tutte italiane. Ma siamo una minima percentuale rispetto alle vittime di cui non siamo a conoscenza. Io nonstante le accuse e le 36 querele – tutte vinte – vado avanti. Parlo con i documenti e la mia coscienza è a posto”. Un riferimento di Francesco va anche al fatto che molti fedeli difendono i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali su minori. “E’ un meccanismo di difesa fisiologico. Ci si può sentire imbarazzati, a disagio nel non essersi accorti o nel non aver voluto accorgersi di quello che accadeva. Si vive il giudizio degli altri”. Giudizio degli altri che vivono – forse – non solo le persone che non accettano i fatti ma le stesse vittime. Francesco Zanardi ha trovato la forza di reagire ma non è così per tutti. Per questo bisogna parlarne. Parlandone, forse, piano piano, il giudizio degli altri non farà più così paura.

  • Don Luciano Massaferro dice messa a Borghetto: il sindaco chiama il vescovo e Rete L’Abuso annuncia istanza in Procura

    Don Luciano Massaferro dice messa a Borghetto: il sindaco chiama il vescovo e Rete L’Abuso annuncia istanza in Procura

    E Zanardi accusa i parrocchiani: “Pare non solo non abbiano timore per i loro figli, ma non si sono minimamente allarmati e lo accettano tacitamente”

    Borghetto Santo Spirito. Sta diventando un caso la decisione del vescovo di Albenga, Guglielmo Borghetti, di incaricare di celebrare messa nella parrocchia di Borghetto Santo Spirito don Luciano Massaferro, il sacerdote di Alassio condannato in via definitiva il 20 luglio 2012 a 7 anni e 8 mesi per molestie su una ragazzina che, all’epoca dei fatti, aveva 11 anni.

    Scontata la pena, il sacerdote è tornato nella diocesi di Albenga e attualmente lavora nell’ufficio beni culturali della diocesi. Pur condannato dalla giustizia ordinaria, è stato assolto da quella canonica che gli ha quindi consentito di tornare a celebrare messa. Lo fa da poco più di un anno. E dopo alcune sostituzioni sporadiche in piccole parrocchie, soprattutto dell’entroterra, da qualche mese monsignor Borghetti ha iniziato a inviarlo in modo più costante a Borghetto Santo Spirito dopo che il parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova, don Francesco Zuccon, ha chiesto la collaborazione di un altro prelato per sostituirlo in alcune funzioni religiose.

    Nonostante Massaferro abbia scontato il suo debito con la giustizia, non sia parroco e non abbia ruoli che lo pongono attivamente in contatto con minorenni, la sua presenza in questi mesi a Borghetto, a quanto pare, ha lasciato perplesso almeno un fedele. Quello che, tre giorni fa, ha contattato Rete L’Abuso (l’associazione savonese che combatte in tutto il mondo la pedofilia nella Chiesa) per segnalare la cosa. A quel punto il presidente Francesco Zanardi ha deciso di rendere nota la vicenda attraverso la propria newsletter.

    Zanardi attacca Borghetti, ma anche i parrocchiani: “Al di la degli appelli di tolleranza zero di papa Francesco, è certo che Borghetti, teoricamente mandato per fare pulizia nella diocesi dello scandalo, di pulizia ne ha fatta davvero poca e anche male. A stupire sono però i parrocchiani di Borghetto Santo Spirito, che pur vedendosi un prete condannato in via definitiva in parrocchia, pare non solo non abbiano timore per i loro figli ma non si sono minimamente allarmati per questo e accettano tacitamente don Luciano”.

    “Stiamo preparando una istanza alla Procura di Savona – annuncia poi Zanardi all’Ansa – per chiedere che venga verificato il rispetto della normativa preventiva a tutela dei minori. Vogliamo sapere se è controllato nelle sue attività e da chi, perchè non può tornare a contatto con i minori”.

    E la mossa di Zanardi ha allarmato il sindaco di Borghetto, Giancarlo Canepa, che questa mattina ha annunciato attraverso il profilo Facebook ufficiale del Comune: “Ieri mattina ho avuto un lungo colloquio con il parroco Don Zuccon – scrive – e ho richiesto un appuntamento urgente con il Vescovo di Albenga Guglielmo Borghetti“.

    LA VICENDA
    Don Luciano Massaferro era stato arrestato dalla polizia il 29 dicembre 2009, dopo le segnalazioni arrivate dagli psicologi dell’ospedale Giannina Gaslini di Genova e che aprlavano di abusi su una minorenne, sua parrocchiana. Erano almeno tre gli episodi di molestie che gli venivano attribuiti, in particolare nel corso dei “tour” per le benedizioni delle case, alle quali aveva partecipano anche la sua piccola accusatrice, rappresentata in giudizio dall’avvocato di parte civile Mauro Vannucci. L’intera delicata vicenda aveva sollevato un polverone di polemiche, con la divisione dell’opinione pubblica locale in colpevolisti ed innocentisti.

    Nel processo di primo grado, i pm savonesi Giovanni Battista Ferro e Alessandra Coccoli avevano ritenuto accoglibile il racconto della chierichetta. La sentenza di primo grado prevedeva non solo la condanna a sette anni e otto mesi di reclusione ma anche l’interdizione perpetua dall’esercizio dei pubblici servizi e dei servizi a fini educativi, mentre per la vittima era stato disposto un risarcimento di 180 mila euro (oltre a 10 mila euro per la madre della piccola). All’epoca il sacerdote era stato rinchiuso dapprima nel carcere di Valle Armea a Sanremo, per poi ottenere prima il trasferimento nel convento di suore di clausura a Diano Castello e fare infine ritorno nella “sua” Alassio, nell’alloggio dietro alla canonica della parrocchia di San Vincenzo Ferreri.

    Il ricorso al secondo grado di giudizio era stato richiesto dagli avvocati difensori del prete, Mauro Ronco e Alessandro Chirivì, che avevano depositato un documento di 174 pagine nel quale veniva ricostruita nel dettaglio la vicenda giudiziaria del religioso, adducendo motivazioni di “non attendibilità” della piccola destinataria delle molestie. Ma sia in Appello che in Cassazione la sentenza era stata confermata. Massaferro è uscito dal carcere nel 2015.

    https://www.ivg.it/2020/03/don-luciano-massaferro-dice-messa-a-borghetto-il-sindaco-chiama-il-vescovo-e-rete-labuso-annuncia-istanza-in-procura/

  • Prete condannato per abusi torna a celebrare la messa

    Prete condannato per abusi torna a celebrare la messa

    Borghetto (Sv) – La Cassazione ha inflitto a don Massaferro una pena di 7 anni e 8 mesi per violenza su una chierichetta di 11 anni. Ma è di nuovo sull’altare

    di Marco Franchi

    “Quel prete era stato condannato per violenza sessuale nei confronti di una chierichetta di undici anni e adesso dice di nuovo messa”. Don Lu, così veniva chiamato dai parrocchiani Luciano Massaferro, è tornato sull’altare della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Borghetto. La sua presenza non è passata inosservata in una diocesi, quella di Albenga, che in passato era stata definita ‘refugium peccatorum’ dei sacerdoti pedofili.

    “Un giorno a messa ci siamo trovati davanti proprio lui, don Lu”, racconta un parrocchiano. Aggiunge: “All’inizio non credevamo ai nostri occhi, invece ha continuato a venire. Ci hanno detto che era stato scelto come vice parroco perché il titolare è malato”.

    Il volto di don Massaferro (55 anni) da queste parti lo conoscono tutti. Sono passati quasi dieci anni da quando l’ex parroco di Alassio venne accusato dal pm savonese Giovanni Battista Ferro di aver avuto rapporti sessuali con una chierichetta minorenne.

    Il pm Ferro nelle sue conclusioni contestava tre episodi riferiti dalla bambina di undici anni. Nel primo la piccola aveva raccontato che, mentre era in moto con il sacerdote per benedire le case, don Massaferro le avrebbe detto di essere nudo sotto la tonaca e le avrebbe chiesto di toccargli il pene. In seguito il sacerdote, disse la bimba, l’avrebbe portata in un capanno dove si sarebbe spogliato nudo davanti a lei chiedendole di toccarlo. Lo stesso sacerdote, secondo l’accusa, avrebbe poi toccato la minore.

    Un’esperienza che avrebbe provocato nella minore un trauma molto profondo. Arrivò una condanna definitiva a 7 anni e 8 mesi.

    Dopo l’inchiesta della magistratura, nel 2013 fu avviato un processo ecclesiastico. “La Congregazione per la Dottrina della Fede” riferiscono fonti della curia di Albenga, “lo affidò al Tribunale ecclesiastico di Genova”. I giudici della Curia di Angelo Bagnasco nel febbraio 2018 arrivarono a una conclusione opposta rispetto a quella della magistratura italiana: assoluzione. Il testo della sentenza ecclesiastica stabiliva che don Massaferro “deve essere completamente riabilitato in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti”.

    Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso che da anni denuncia i casi di pedofilia, usa parole severe: “Già eravamo rimasti stupiti quando, dopo la condanna da parte della Cassazione, era poi arrivata l’assoluzione del tribunale della Chiesa di Genova. A noi risulta che non abbiano sentito la vittima. Adesso scopriamo anche che don Massaferro celebra di nuovo messa, nella stessa diocesi dove sono avvenuti i fatti. Cosa penseranno i familiari della vittima?”, si chiede Zanardi. E sottolinea: “Si era detto di voler cambiare corso, ma i fedeli parlano di una piena restaurazione con messe talvolta celebrate in latino, con il sacerdote rivolto verso l’altare che dà le spalle ai fedeli e l’ostia che non viene più data in mano. Proprio il contrario di quello che chiede Francesco”.

    Guglielmo Borghetti è il vescovo di Albenga. Nel 2016 proprio papa Francesco lo aveva inviato qui dopo i ripetuti scandali che avevano toccato la diocesi: c’era stato anche il caso del seminario che era stato praticamente sciolto. Oltre alla questione, il Fatto ne aveva scritto, che diversi sacerdoti condannati per pedofilia nella altre regioni di Italia si erano rifugiati a vivere proprio ad Albenga e dintorni.

    Borghetti commenta così il ritorno sull’altare di don Lu: “Il sacerdote ha pagato tutto il suo debito con la giustizia italiana, è stato anche in carcere ed è interdetto dai pubblici uffici. Non sarà nominato parroco. Però la Chiesa nel suo ambito è sovrana e c’è stata anche l’assoluzione da parte del Tribunale Ecclesiastico che è molto severo. Bisogna seguire anche la ragione e non solo l’emotività: don Massaferro può dire messa”. Borghetti aggiunge: “Don Luciano non ha una chiesa fissa. In questi mesi si è prestato, con molta disponibilità, a celebrare ovunque mancasse un prete”.

    IL FATTO QUOTIDIANO del 5-3-2020
    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/03/05/prete-condannato-per-abusi-torna-a-celebrare-la-messa/5726170/

  • I divieti sul coronavirus non fermano il funerale per il prete pedofilo a Legnano, vittime sotto choc

    I divieti sul coronavirus non fermano il funerale per il prete pedofilo a Legnano, vittime sotto choc

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Esequie funebri choc in una parrocchia di Legnano, in provincia di Milano, dove è stato celebrato un affollato funerale per la morte di un prete pedofilo, don Ruggero Conti, ben conosciuto alle cronache e al tribunale di Roma visto che era stato condannato per gli abusi su otto ragazzini che seguiva all’oratorio. Un caso quello di don Ruggero che nel 2008, a Roma, fece scalpore perchè si trattava di un parroco molto conosciuto e ben introdotto negli ambienti politici ed ecclesiali, tanto da essere stato persino uno dei consulenti dell’allora sindaco Alemanno.

    Le esequie del sacerdote condannato a 14 anni e due mesi per avere abusato di almeno 8 minori si sarebbe svolto in chiesa, con una grande folla e in totale sfregio al decreto sicurezza legato all’allarme del coronavirus che in Lombardia ha limitato i funerali solo agli stretti familiari e ha fatto persino chiudere le chiese per le messe feriali.

    L’Associazione Rete L’abuso oltre ad avere formalmente denunciato alla Procura della Repubblica di Milano la parrocchia della Madonna delle Grazie di Legnano, ha sollevato collateralente il problema di dove finiscono in Italia i preti pedofili e perchè spesso questi non vengono nemmeno ridotti allo stato laicale dalla Chiesa. Don Ruggero Conti non solo non ha mai fatto un solo giorno di carcere, ma era pure ospitato (a spese della diocesi) in una delle cliniche per preti problematici a Verbania .

    Malgrado il divieto per il coronavirus, alle sue esequie erano presenti centinaia di persone, come testimoniano le fotografie circolate e pubblicate sul Giorno.

    Ruggero Conti, ex direttore della Caritas diocesana di Porto e Sant Rufina, è morto a 67 anni. L’ordine del suo arresto nel 2008 aveva causato una grossa frattura nel quartiere di Selva Candida, vicino a Roma tra chi riteneva le accuse inverosimili e chi, invece, si batteva per fare emergere la verità.

    Don Ruggero era stato condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi nel 2011, poi in appello la pena era stata ridotta a 14 anni e due mesi, perché nel frattempo per il primo dei 7 episodi contestati era intervenuta la prescrizione. Il timore dei legali delle famiglie delle vittime era di far pronunciare la giustizia prima del 2018, altrimenti anche l’ultimo caso contestato sarebbe caduto in prescrizione. La Cassazione ha invece bruciato le tappe, arrivando il 16 marzo 2015 a confermare la sentenza di secondo grado.

    Il processo si era svolto in modo regolare, senza nessun dubbio o vizio di forma: per la legge italiana, don Ruggero Conti era colpevole di pedofilia. Scarcerato, era tornato a vivere a Legnano, dove lo avevano accolto la famiglia e gli amici che avevano sempre creduto nella sua innocenza. Le vittime avevano chiesto un risarcimento danni di 10 milioni di euro.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/ruggero_conti_parroco_funerale_pedofilo_papa_francesco_abusi_vittime_coronavirus-5084584.html

  • Abusi sessuali su minorenni, Danilo Speranza, il guru di San Lorenzo, deve scontare 10 anni di carcere

    Abusi sessuali su minorenni, Danilo Speranza, il guru di San Lorenzo, deve scontare 10 anni di carcere

    Dieci anni da scontare in carcere per abusi sessuali su due minori, figlie di adepte. La giustizia ha presentato il conto al Guru di San Lorenzo. Per Danilo Speranza, 72 anni, alias “Settimo Saggio”, arrestato nel 2010, condannato in primo grado nel 2014 e in appello il 2019, e da anni ormai libero, ieri, è arrivato l’ordine di esecuzione della carcerazione. La Cassazione ha detto no a un processo bis. I sommi giudici hanno ritenuto inammissibile il ricorso. Il Guru, infatti, ritenendo di essere stato leso nel diritto di difesa chiedeva il rifacimento del processo di appello sul presupposto che l’atto di notifica del processo nei suoi confronti fosse nullo perché consegnato solo al difensore e non anche a lui. Il rischio di prescrizione è stato scongiurato.

    A dieci anni dall’arresto, a più di tredici dai fatti, per Danilo Speranza le porte del carcere, però, non si apriranno automaticamente. L’ordinanza, infatti, gli è stata notificata in un ospedale romano dagli stessi uomini della Polizia di Roma Capitale che avevano avviato e centrato le indagini. L’inchiesta aveva rivelato il clima di soggezione e di sudditanza nella quale vivevano gli affiliati del gruppo Re Maya fondata da Speranza, divenuto guida e padrone di chi aveva scelto di vivere con lui in un casolare di Mazzano Romano. Decideva cosa dovessero mangiare, come curarsi, se uscire o mettere su famiglia. Le due ragazzine, di 13 e 15 anni (poi assitite dall’avvocato Fedrico Sinagra), infatti, assoggettate come le madri, erano state spinte a subire attenzioni sessuali dall’Immortale (altro pseudonimo del Guru) per condividerne il karma.
    Non è bastato a Speranza difendersi sostenendo problematiche sessuali. Anzi la fidanzata che aveva confermato in aula la sua impotenza è appena finita a giudizio per falsa testimonianza. A tradirla una registrazione: “Lo so benissimo che ha tante donne, se l’ha fatto con queste bambine l’avrà fatto per il loro bene”. Si era concluso con un’assoluzione piena, invece, l’indagine che lo vedeva mente di una colossale truffa. Non era una bufala il miracolo globale contro la fame nel mondo promesso dal Guru. Dietro ai due milioni di euro che Danilo Speranza, nonché “Settimo Saggio”, aveva raccolto a favore della società “Scienza dell’Amore” al fine di commercializzare un “macchinario salvamondo”, una sorta di mulino in grado di trasformare gli scarti alimentari in farine per piatti proteici, non sono stati adombrati raggiri.
    Così avevano stabilito tre anni fa i giudici della X sezione penale che hanno assolto Danilo Speranza con formula piena (mentre l’accusa puntava sei anni di carcere), i suoi quattro fedelissimi (per cui ne erano stati sollecitati tre), ed altri novi gregari del movimento. Contro il santone aveva retto una sola contestazione che gli era costata la condanna a dieci mesi di carcere: la ricettazione di due francobolli rari acquistati da una ex associata anche grazie a quei fondi, insieme a un Cristo ligneo del Seicento.

    https://www.ilmessaggero.it/roma/news/abusi_sessuali_dieci_anni_condanna_guru_danilo_speranza_roma-5084345.html?fbclid=IwAR2ZXlcuDM6AsNGbixdXdlsPGy-mtl6YBa9rZApeT82eZB-qb1DlmMOLMP8

  • Scoppia il caso degli archivi segreti sui pedofili, Giada violentata dal parroco chiede di visionare dossier

    Scoppia il caso degli archivi segreti sui pedofili, Giada violentata dal parroco chiede di visionare dossier

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – I primi nodi applicativi del Motu Proprio firmato qualche settimana fa da Papa Francesco per facilitare la trasparenza nella gestione dei processi relativi agli abusi sessuali, cominciano a venire al pettine. Con questo storico provvedimento il pontefice ha voluto togliere il segreto pontificio da tutti gli atti conservati negli archivi diocesani o della Congregazione della Fede (altro…)

  • Morto il prete dello scandalo

    Morto il prete dello scandalo

    Se n’è andato in silenzio, lontano dalla sua Legnano. Ruggero Conti, l’ex coordinatore dell’oratorio di San Magno che nel 2008 era stato arrestato a Roma con l’accusa di pedofilia, è mancato ieri in una casa di cura di Verbania, dove era ricoverato da qualche tempo in seguito alle conseguenze di un’emorragia celebrale.

    Aveva 67 anni: malato da tempo, la sua storia ha segnato almeno due generazioni di legnanesi. Nato e cresciuto a Legnano, dove tra gli anni Settanta e Ottanta da laico era stato un punto di riferimento dell’oratorio di via Monte Nevoso, dopo aver preso i voti era diventato missionario ed era partito per l’Uganda. Tornato in Italia, la Chiesa gli aveva assegnato la parrocchia della Natività di Maria Santissima di Selva Candida a Roma, dove era diventato anche consulente per le tematiche della famiglia dell’allora sindaco Gianni Alemanno.

    L’arresto era arrivato il 30 luglio 2008, alla vigilia della partenza del campeggio estivo che come sempre don Ruggero avrebbe condiviso con i ragazzi della sua parrocchia. Secondo il pm della Procura di Roma Francesco Scavo esisteva il concreto pericolo di una reiterazione del reato.

    Il provvedimento aveva spaccato in due non solo il quartiere di Selva Candida, ma anche Legnano: visto che a denunciare il sacerdote era stato un altro prete, c’era chi sosteneva fosse tutta una macchinazione. Don Ruggero sapeva farsi amare e apprezzare, impossibile anche solo pensare male di lui. Dall’altra parte invece non mancava chi sottolineava che già 25 anni prima a Legnano l’allora educatore dell’oratorio di San Magno aveva avuto qualche atteggiamento ambiguo. Anche di quegli episodi, ampiamente prescritti, si era parlato a Roma in occasione del processo di primo grado, con l’obiettivo di ricreare il “clima” in cui erano poi maturati gli abusi di Roma.

    Don Ruggero era stato condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi nel 2011, quando era stato riconosciuto colpevole di abusi nei confronti di 8 minorenni; due anni dopo in appello la pena era stata ridotta a 14 anni e due mesi, perché nel frattempo per il primo dei 7 episodi contestati era intervenuta la prescrizione.

    Il timore dei legali che rappresentavano le famiglie delle vittime e le associazioni che si battono contro la pedofilia era che una condanna definitiva non potesse essere pronunciata prima del 2018, quando anche l’ultimo caso contestato sarebbe caduto in prescrizione. Consapevole del rischio, la Cassazione aveva invece bruciato le tappe, arrivando il 16 marzo 2015 a confermare la sentenza di secondo grado.

    Il processo era stato regolare, nessun dubbio o vizio di forma: per la legge italiana, don Ruggero Conti era colpevole di pedofilia. Scarcerato, l’ormai ex sacerdote era tornato a vivere nella sua Legnano, dove lo avevano accolto la famiglia e gli amici che avevano sempre creduto nella sua innocenza.

    Nel procedimento civile, le vittime romane avevano poi avanzato una richiesta danni per un totale di dieci milioni di euro: distrutto dal processo e minato nel fisico, Conti ha passato i suoi ultimi anni in silenzio. Fino a ieri, quando è arrivata la notizia che ha messo la parola fine alla sua storia.

    Luigi Crespi

    https://www.prealpina.it/pages/legnano-morto-il-prete-dello-scandalo-217274.html
    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/03/01/legnano-denuncia-alla-parrocchia-per-i-funerali-del-pedofilo-ruggero-conti-in-violazione-dellordinanza-per-covid-2019/

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