Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: cassazione

  • Chiesto un milione al vescovo di Sora per abusi sessuali su un minore

    Chiesto un milione al vescovo di Sora per abusi sessuali su un minore

    Un milione di euro. Monsignor Gerardo Antonazzo, vescovo del Frusinate, e don Stefano Rocca, prete della diocesi di Ugento, sono stati citati in giudizio per danni conseguenti ad abusi sessuali. Un ex insegnante di religione chiede un milione di euro di risarcimento per le violenze sessuali, che dichiara di aver subito quando era ancora minorenne, ai due ecclesiastici e alla diocesi di Ugento, dove si sono verificati i fatti alla fine degli anni Ottanta. La prima udienza si è tenuta il 22 ottobre davanti alla giudice del Tribunale di Lecce Silvia Saracino.

    Avete letto bene: un vescovo è chiamato in giudizio con la richiesta di un risarcimento milionario per abusi sessuali ripetuti su un minorenne. I presunti reati sono ormai prescritti, ma resta aperta la possibilità di ottenere un risarcimento in sede civile, anche a quasi quarant’anni dai fatti denunciati. Tutti e tre i convenuti – don Stefano Rocca, monsignor Gerardo Antonazzo e la diocesi di Ugento – hanno contestato le accuse e, nelle rispettive memorie difensive, eccepito la prescrizione del diritto al risarcimento.

    La palla ora passa alla giudice, che si è riservata di decidere sulle eccezioni della controparte, ma la notizia di per sé è enorme, a prescindere dall’esito del procedimento, perché illumina con chiarezza un mondo di preti e vescovi che vive nel terrore della denuncia ed è disposto a fare qualsiasi cosa per evitare che la verità venga alla luce. Un sottobosco di ricatti, pentimenti, confessioni, promesse e segreti per nascondere un reato orribile – l’abuso su minori – che avevamo già incontrato a Enna, nella storia processuale di don Giuseppe Rugolo e del suo protettore, il vescovo Rosario Gisana, e che ora vediamo riprodotta in un’altra diocesi. Una storia che vale la pena ricostruire nei minimi dettagli, proprio come abbiamo fatto con Gisana e Rugolo, perché è l’unico modo per descrivere compiutamente l’abisso in cui la Chiesa rischia di essere trascinata dal silenzio e dall’omertà sugli abusi clericali.

    Vedremo anche come il vescovo si attardi a discutere dei propri peccati con la stessa persona che è andata da lui a chiedergliene conto, e cosa si inventerà per tenerla buona.

    Ma andiamo con ordine.

    In Italia non ci sono vescovi indagati o tantomeno condannati per abusi sessuali. Ci sono vescovi accusati di aver insabbiato e coperto casi di sacerdoti accusati di pedofilia e, certo, c’è almeno un caso di vescovo indagato per falsa testimonianza nell’ambito di un processo per violenza su minori – il già citato vescovo di Piazza Armerina, che deve rispondere davanti a un tribunale dello Stato (la sentenza è attesa per l’11 dicembre) di menzogne e omissioni su Rugolo, già condannato a tre anni in Cassazione.

    Per il resto, le più che scarne cronache del nostro paese restituiscono qualche nome di vescovo interpellato come testimone (Oscar Cantoni, Diego Coletti della diocesi di Como, nell’ambito dell’intricata faccenda del Preseminario San Pio X) e un caso più unico che raro: un vescovo che ammette di aver sbagliato e di non aver vigilato a sufficienza su quello che accadeva in diocesi (Ivo Muser, vescovo di Bolzano, a capo dell’unica diocesi ad aver richiesto un’indagine indipendente sugli abusi, resa pubblica nel gennaio 2025).

    Quindi tutti buoni in Italia?

    Certo che no: nel nostro paese, semplicemente, pesa molto di più la cappa di omertà sulle responsabilità (anche penali) delle autorità ecclesiastiche e, per il malvezzo nostrano di non cercarsi guai, delle rogne della Chiesa non si parla. Di quel che avviene nei tribunali vaticani non val nemmeno la pena dare conto perché niente si dice – non siamo tenuti a sapere, neanche le vittime che denunciano una violenza ne hanno il diritto – e i pochissimi casi di denuncia nei confronti di personaggi di rilievo arrivati davanti a un giudice dello Stato sono finiti con un’archiviazione per denuncia tardiva o prescritti. Uno per tutti, il mancato vescovo ausiliario di Palermo, il frate cappuccino Giovanni Salonia; ma lo stesso si potrebbe dire del “mendicante d’amore”, missionario e predicatore carismatico della diocesi di Bergamo Valentino Salvoldi. Un caso a parte è quello della suora che osò denunciare per stupro il cosentino padre Fedele, un’ordalia giudiziaria durata dieci anni e che si è conclusa con l’assoluzione del francescano.

    In Italia non ci sono vescovi indagati per abusi sessuali o citati in sede civile in seguito ad abusi sessuali su minorenni, o almeno non c’erano fino ad oggi, ma ancora una volta la stampa sembra lenta (diciamo così) nel darne conto. Repubblica il 9 dicembre 2025 dà la notizia che due sacerdoti sono stati chiamati in giudizio da un ex insegnante di religione, che chiede un mega risarcimento per i danni conseguenti alle violenze subite dai due quando era un seminarista minorenne: 300mila euro per la perdita di qualsiasi prospettiva lavorativa e altri 700mila per il danno psico-fisico. Un milione tondo.

    Il giornale non fa i nomi degli accusati ma non dice nemmeno che uno dei due non è un semplice prete ma addirittura un vescovo; non fa nemmeno il nome della vittima, salvo poi lasciarselo sfuggire alla fine:

    «In aula verranno raccolte le deposizioni di altri sette seminaristi citati da Schiavano che chiede anche di disporre una consulenza medica per accertare le lesioni fisiche e psichiche causate dai presunti abusi».

    In ogni caso, la notizia passa sostanzialmente sotto silenzio (altre due mele marce, secondo la narrazione della Chiesa, niente di particolarmente rilevante) e non se ne sa più nulla. In realtà quella cronaca frettolosa come abbiamo visto contiene una bomba: uno dei due preti accusati di abusi su un adolescente è un vescovo.

    I fatti, con nomi e cognomi, sono questi: Antonio Schiavano, un ex insegnante di religione di Taurisano, in provincia di Lecce, ha citato in giudizio davanti al giudice civile con la richiesta di risarcimento per danni derivati da abusi sessuali don Stefano Rocca, all’epoca seminarista e oggi sacerdote della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, e l’allora rettore del Seminario minore di Ugento, monsignor Gerardo Antonazzo, dal 2013 vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, in provincia di Frosinone. Don Stefano Rocca (che ha già affrontato un’indagine per abusi nell’oratorio di Ugento nel 2011, poi archiviata per mancanza di querela) e monsignor Gerardo Antonazzo, anche lui come vedremo non nuovo a guai giudiziari, sono stati chiamati davanti alla giudice civile di Lecce il 22 ottobre.

    Le accuse sono pesantissime. In seminario Antonio Schiavano dichiara di aver subito insieme ad altri ragazzi reiterate aggressioni sessuali da parte di un altro seminarista, Stefano Rocca. Il rettore don Gerardo Antonazzo sa tutto e ci aggiunge del suo, come si legge nell’atto di citazione nella prosa ispirata dell’avvocato Vito Nicola Ciullo:

    «diffuse violenze sessuali perpetrate in danno dell’attore e di altri adolescenti del seminario minore della Diocesi di Ugento avvenivano con allarmante frequenza nella piena consapevolezza – o, forse, è meglio dire accondiscendenza – dell’allora Rettore del Seminario, Don Gerardo Antonazzo, anch’egli, purtroppo, già noto alle cronache di Sora e anch’egli autore di morbose attenzioni nei confronti dell’adolescente e ingenuo Antonio, inconsapevole vittima di palpeggiamenti dei genitali, masturbazioni, maliziosi baci e tentate penetrazioni consumate nella camera da letto, (…) dove il sacerdote si recava con il pretesto di un raccoglimento individuale di preghiera; inducendolo, in un crescendo di attenzioni e di minacce, a subire violenze sessuali ripetute».

    Insomma il rettore, stando a questa ricostruzione, invece di fermare il seminarista abusatore approfitta della sua posizione e violenta a sua volta Antonio, che all’epoca ha soltanto quattordici anni. Chi dovrebbe proteggerlo è colui che gli fa violenza: a chi potrebbe chiedere aiuto il ragazzo?

    È una storia terribile ma illuminante perché, se dovesse essere confermata, descriverebbe nel dettaglio come si mette in moto la macchina omertosa della Chiesa quando si verifica un caso di abuso. Una vicenda ricca di colpi di scena e che vale davvero la pena ricostruire dall’inizio.

    Nella sua ormai lunga carriera ecclesiastica (Antonazzo è del 1956), il vescovo del Frusinate oggi citato in giudizio ha avuto anche diversi incarichi importanti – è stato membro della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, cappellano di Sua Santità – ma è stato soprattutto in mezzo ai ragazzi. Lo troviamo educatore presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore, delegato per la pastorale giovanile e soprattutto rettore del Seminario minore di Ugento dal 1987 al 1995. Ed è proprio qui che incontra Antonio Schiavano che, appena quattordicenne, è entrato in seminario con la vocazione di farsi prete.

    Antonio, che all’epoca è chierichetto e frequenta la parrocchia di Santa Maria Ausiliatrice di Taurisano, un piccolo centro a un’ora di distanza da Lecce, comincia a sentire una tensione verso il sacerdozio, alimentata proprio da don Antonazzo, impegnato nella pastorale vocazionale – il prete di fatto va a caccia di seminaristi – nelle parrocchie della diocesi di Ugento.

    «Don Gerardo era molto bravo nella pastorale vocazionale – ricorda oggi Antonio Schiavano – il seminario di Ugento si era svuotato e il suo incarico era proprio di suscitare nuove vocazioni. Era molto coinvolgente e io che ero già chierichetto avevo spesso occasione di stargli vicino. A dodici anni ho cominciato ad andare d’estate a Tricase Porto, dove ci trovavamo tutti insieme: chi era già seminarista e chi era interessato a diventarlo, come me. L’ambiente era amichevole, si giocava a calcio, ci si confrontava; l’atteggiamento di don Gerardo era affettuoso e particolarmente attraente per un ragazzino bisognoso d’affetto come me».

    Antonio vuole entrare in seminario ma i genitori, in particolare la madre, non sono d’accordo. Il ragazzino è ancora piccolo e la retta costa, ma don Gerardo, che nel frattempo è diventato rettore, li convince che il ragazzo e la sua vocazione sono in buone mani. Così nel 1988, appena quattordicenne, Antonio entra nel Seminario minore di Ugento. In un primo tempo, tutto funziona regolarmente: Antonio segue le lezioni, si fa degli amici, fra cui Stefano Rocca, di qualche anno più grande di lui. Rocca ha l’incarico di assistere i seminaristi più giovani nelle attività educative e sportive e questo gli dà l’occasione di avvicinarsi ad Antonio. D’estate, come abbiamo visto, i seminaristi si trasferiscono al mare, a Tricase Porto, ed è qui che cominciano le molestie e gli approcci sessuali da parte di Rocca, che dai baci si spinge alla masturbazione e al tentato stupro nei confronti di Antonio. Ecco cosa si legge nell’atto di citazione:

    «Don Stefano Rocca (…) nei confronti dell’incolpevole e ingenuo attore (Schiavano, ndr), che mai avrebbe pensato che proprio in quei luoghi sacri, oltre al latino, al greco e alle consuetudini formative proprie di un seminario, avrebbe scoperto, altresì, quelle ripugnanti prassi che albergavano serenamente nelle stanze della Diocesi di Ugento, senza alcuna vigilanza dei prelati e dell’allora Vescovo Monsignor Mario Miglietta».

    Come abbiamo anticipato, anche il rettore Antonazzo è accusato di aver costretto Antonio con le minacce «a subire violenze sessuali ripetute». Il ragazzo reagisce alle violenze con il terrore e, come spesso accade alle vittime di abusi, con «una reazione emotiva di congelamento e di involontaria e temporanea paralisi e impotenza che gli inibiva il movimento e la parola e che lo isolava in un profondo stato di sottomissione».

    «Per me don Gerardo era una guida spirituale, nella mia innocenza mi affidavo totalmente a lui ed ero sempre disponibile ad aiutare», racconta Antonio. Nel 1988 mi chiese di dargli una mano a organizzare il seminario estivo a Tricase Porto, così siamo rimasti qualche giorno da soli prima che arrivassero gli altri. Lui cercava ogni occasione buona per avere dei momenti di intimità con me e mi baciava dappertutto, mi toccava. Io non rispondevo, non sapevo nominare quel che succedeva. “È un modo per volersi bene”, mi diceva, o anche “il Signore vuole cementare la nostra amicizia e mettere alla prova la tua vocazione” e “la nostra amicizia durerà per sempre, anche quando sarai prete”. Ovviamente non dovevo parlarne con nessuno e tenere per me “questa amicizia particolare”».

    Antonio sostiene di non essere stato l’unico a subire le attenzioni del rettore: «Nel dormitorio non c’era la possibilità di accendere una lampada vicino al letto – ricorda Antonio – il rettore spegneva la luce e chiudeva la porta e lo stanzone piombava nel buio. A volte, di notte lo sentivo accanto al mio letto con un altro ragazzo, sentivo la sua voce e il suo ansimare. L’ho anche sorpreso a baciare altri seminaristi e una volta ho visto un ragazzo, poi diventato prete, fare la doccia nel suo bagno privato».

    E qui si mette in moto la catena del silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche. Il vescovo dell’epoca Mario Miglietta (morto nel 1996) viene avvertito della situazione (da un ragazzo che oggi è stato chiamato come testimone da Schiavano) ma non prende provvedimenti, anzi, secondo l’atto di citazione liquida le segnalazioni attribuendo ai ragazzi un’eccessiva fantasia, consentendo di fatto agli abusatori di continuare a fare violenza sui ragazzini. «Miglietta d’altronde non disdegnava nemmeno lui di allungare le mani, come ho potuto verificare di persona», ricorda Schiavano.

    Lo stesso fa il vescovo Vito De Grisantis, che regge la diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca dal 2000 al 2010, e che affida proprio a Stefano Rocca, nel frattempo diventato prete, la gestione dei ragazzi dell’oratorio:

    «il successivo Vescovo Monsignor Vito De Grisantis – anch’egli esaustivamente edotto delle abitudini pedofile che albergavano nel clero diocesano di Ugento- affidava paradossalmente a Don Stefano Rocca la guida spirituale dell’oratorio di Ugento».

    La difesa della diocesi contesta espressamente il linguaggio dell’atto di citazione, compreso il passaggio su monsignor Miglietta, e ne chiede la cancellazione ai sensi dell’articolo 89 del codice di procedura civile. Vedremo che cosa deciderà di fare la giudice.

    Intanto Antonio è stato “prudentemente” mandato ad Alba, in provincia di Cuneo, a frequentare il seminario maggiore, probabilmente nella speranza che il cambiamento d’aria gli faccia dimenticare le brutte esperienze subite. Per qualche anno tutto sembra proseguire tranquillamente, finché nel 1998 viene dichiarato non idoneo al ministero.

    «Non me ne capacitavo, l’espulsione dal seminario dopo dieci anni è stato un altro trauma – dice Schiavano – Ho chiesto a tutti cos’era successo: al vescovo di Ugento Caliandro, al rettore del Seminario di Alba, ma nessuno mi ha dato una spiegazione. Oggi, dopo 28 anni, la diocesi di Ugento ha prodotto per la causa civile un documento dell’epoca in cui si dice che mi avevano espulso per problemi psicologici, utilizzando tra l’altro un documento coperto da privacy».

    Costretto a cercarsi un lavoro, Schiavano si arrangia con diverse occupazioni finché nel 2009 ottiene un posto come insegnante di religione a Torino. Due anni dopo ottiene il sospirato trasferimento in Puglia, vicino a casa, al liceo Stampacchia di Tricase. Non ha più contatti con il suo ex compagno di seminario e il suo vecchio rettore, che intanto hanno fatto, a modo loro, carriera.

    Nel 2010 la Procura di Lecce iscrive infatti don Rocca nel registro degli indagati per presunti abusi sessuali nei confronti di giovani che frequentano l’oratorio parrocchiale. Secondo le cronache dell’epoca, durante gli interrogatori il sacerdote ammette di aver avuto rapporti sessuali con quattro giovani ma sostiene che si trattava di rapporti consenzienti con maggiorenni.

    Nel settembre 2011 il giudice per le indagini preliminari accoglie la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura con la motivazione che la querela non è stata presentata nei termini di legge e quindi non si può procedere. Don Stefano, rimpianto dai suoi parrocchiani e con gravi crisi personali, viene trasferito in Umbria.

    In quel periodo Antonazzo è per breve tempo amministratore diocesano di Ugento ma nel 2013 arriva la svolta con la nomina a vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo. I guai però arrivano anche per lui: il 3 aprile 2016 si apprende dai giornali che Antonazzo sarebbe accusato di abusi nei confronti di addirittura otto giovani. La procura della Repubblica di Cassino apre un’inchiesta, poi chiusa ancora una volta per difetto di querela:

    «Con decreto emesso il 17 agosto 2016, il Giudice per le indagini preliminari di Cassino, dott.ssa Donatella Perna, ha archiviato il procedimento penale iscritto a carico del Monsignor Gerardo Antonazzo, in quanto difettava una valida querela, necessaria per la procedibilità dell’azione penale».

    Passano pochi anni e in Antonio il trauma degli abusi torna a galla. A scuola gli hanno ridotto le ore di insegnamento e comincia a soffrire di depressione e disturbi psicosomatici. A quel punto decide di rifarsi vivo con quelli che ritiene la causa di tutti i suoi mali: vuole dei soldi per potersi curare e, al contempo, un’ammissione di colpa. Si susseguono whatsapp, telefonate e anche un incontro dal vivo con il vescovo Antonazzo, che Schiavano registra di nascosto.

    È il 25 ottobre 2018 e i due si vedono nella villa del vescovo per chiarire la situazione. Schiavano chiede ad Antonazzo se si sia mai confessato per quanto è accaduto in seminario e se abbia chiesto perdono a Dio per i suoi peccati.

    Nella prossima puntata vedremo come risponde il vescovo e cosa propone al suo ex allievo venuto a chiedere ragione dei turbolenti anni passati in seminario. Vedremo anche come reagisce don Rocca alle stesse richieste e la risposta della diocesi di Ugento, chiamata a risarcire Schiavano in solido con i due preti.

    (Continua. La foto di copertina è di Jomarc Nicolai Cala su Unsplash)

    https://federicatourn.substack.com/p/chiesto-un-milione-di-euro-di-risarcimento?r=95a78w

  • Il cardinale Zuppi premia il vescovo imputato per falsa testimonianza

    Il cardinale Zuppi premia il vescovo imputato per falsa testimonianza

    La decisione del presidente dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, di affidare un incarico in una commissione della Conferenza episcopale italiana proprio a un vescovo sotto processo per falsa testimonianza dimostra che per la Chiesa (quella italiana in particolare) i veri nemici non sono i preti abusatori ma le loro vittime. Ed è proprio alle vittime di abuso clericale che personaggi come Zuppi non perdono occasione di infliggere offese ed umiliazioni.

    Fra tre giorni, l’8 ottobre, il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana sarà in tribunale a Enna a ricevere la risposta dei giudici sul suo caso. È accusato insieme al vicario giudiziale Vincenzo Murgano di aver mentito durante il processo a don Giuseppe Rugolo, poi condannato in via definitiva a tre anni per violenza sessuale su minori. Il vescovo ha scelto il rito abbreviato, dopo che la Procura aveva deciso di procedere in seguito a un esposto presentato da Antonio Messina, una delle vittime di Rugolo.

    Un’accusa gravissima: è la prima volta che un vescovo viene rinviato a giudizio per falsa testimonianza nel contesto di un caso di abuso sessuale. Ci si sarebbe aspettati una risposta conseguente della Chiesa: una rimozione, o almeno una sospensione; e invece niente, non fa una piega, nanca un plissé, per citare il palo della banda dell’Ortica di Enzo Jannacci. Ma monsignor Gisana, che abbiamo sentito nel podcast La Confessione dire a Rugolo «ho insabbiato questa storia», per poi rassicurarlo che le sofferenze che doveva attraversare a causa della denuncia di Messina erano la sua personale via alla santità, ecco, Gisana non solo è rimasto saldo al suo posto alla guida della diocesi ma è stato addirittura promosso ad un incarico prestigioso nella Cei.

    È stato infatti nominato membro per il quinquennio 2026-2031 della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi durante la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente, che si è riunito a Roma dal 21 al 23 settembre sotto la guida del cardinale Matteo Zuppi.

    Bisogna ammettere che con la Chiesa non ci si annoia mai: anche quando credi che tutto sia ormai chiaro e lineare, comprovato da sentenze passate in giudicato, arrivano nuovi rivolgimenti e colpi di scena. Sul caso Rugolo-Gisana pensavamo di aver già visto tutto e invece ecco che arriva la benedizione ecclesiastica sul vescovo accusato di aver mentito in aula per proteggere il prete pedofilo. Gesto audace, per così dire, da parte della Cei, che mostra tutto il disprezzo della Chiesa italiana per la giustizia dello Stato e anche per un minimo di stile, che dovrebbe perlomeno frenare gli entusiasmi e le nomine a ridosso di una sentenza – se non altro per non imbarazzare i giudici.

    Ci sono dei precedenti, è vero: addirittura papa Francesco provò (probabilmente con un certo successo) a interferire nel processo a don Rugolo, definendo durante un’udienza alla Fraternità Apostolica della Misericordia e alla Piccola Casa della Misericordia di Gela il «calunniato» vescovo Gisana «bravo e giusto», proprio il giorno prima dell’udienza in cui era prevista la requisitoria della pm al processo Rugolo, il 6 novembre 2023 (udienza che poi saltò).

    Saluto il Vescovo di Piazza Armerina, Monsignor Rosario Gisana: bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo Vescovo».

    Ora che quel processo si è concluso con la sentenza della Cassazione e si aspetta l’8 ottobre per conoscere la decisione dei giudici di Enna sul vescovo Gisana e sul vicario giudiziale don Vincenzo Murgano, il presidente dei vescovi Zuppi non trova di meglio che dare un premio al vescovo sotto processo. A pochi giorni dalla sentenza di primo grado.

    Monsignor Gisana, fresco di nomina in Cei e con un endorsement di questo livello, certo non si è trattenuto e ha sfilato con tutti i paramenti al VII Forum Paneuropeo delle Confraternite, che si è aperto il 2 ottobre proprio a Enna. Ha portato anche la spina santa, reliquia simbolo della città di Enna, diversamente da quanto era previsto nel programma, che l’aveva affidata alle meno controverse mani del vescovo di Acireale Antonino Raspanti, presidente della Conferenza episcopale siciliana. Erano attese 2500 persone, rappresentanti di 55 confraternite provenienti dalla Sicilia e dal resto d’Italia, dalla Spagna, dalla Germania, da Malta e dal Portogallo ma, a quanto pare, finora è stato abbastanza un flop. Nei prossimi giorni è previsto perfino l’intervento in collegamento con Antonio Banderas: chissà se gli hanno detto in quale circo va ad infilarsi…

    Presiedendo la messa inaugurale in duomo nel pomeriggio del 2 ottobre, Gisana ha avuto anche l’ardire di invitare i fedeli a custodire nella quotidianità delle confraternite l’attenzione alle persone più fragili, e quindi «la vicinanza ai piccoli». L’indignazione delle vittime di abuso clericale non si è fatta attendere, anche se accuratamente oscurata dai media:

    Genuflessi, ma non come quando esprimi rispetto, in questo caso è una genuflessione indegna e volgare, quella che le Istituzioni ennesi, senza rispetto per il loro ruolo istituzionale e per la Chiesa stessa, hanno acconsentito in nome della popolazione, a chi di fatto, in qualunque società civile che si rispetti, verrebbe messo da parte come “pessimo elemento”.

    L’Associazione Rete L’ABUSO, che in Italia è l’unica rappresentante delle vittime sopravvissute agli abusi sessuali di quel clero che solo nel nostro paese è ancora oggi il terzo mondo d’Europa, perché incapace di rendere almeno un risarcimento umano alle proprie vittime, si stringe intorno ad Antonio Messina, vittima accertata di don Giuseppe Rugolo, che in modo inaccettabile, oggi è nuovamente vittima di quella società di dubbia moralità e civiltà, che ha permesso in modo tanto barbaro che Antonio Messina, e tutti noi vittime italiane, subissimo proprio dalla città di Enna e dalle Istituzioni della stessa, tanta umiliazione “istituzionale”.

    Monsignor Gisana congederà gli ospiti del Forum delle confraternite il 7 ottobre. Il giorno dopo lo aspettano in tribunale.

    (Il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana al Forum Paneuropeo delle Confraternite, Enna, ottobre 2026. Foto di Pierelisa Rizzo)

    https://federicatourn.substack.com/p/il-cardinale-zuppi-premia-il-vescovo

  • Garlasco, Massimo Lovati rilancia: «L’omicidio di Chiara Poggi è stato commissionato». E torna sulla pista della pedofilia

    Garlasco, Massimo Lovati rilancia: «L’omicidio di Chiara Poggi è stato commissionato». E torna sulla pista della pedofilia

    Il caso Garlasco torna ad accendersi attorno alle dichiarazioni dell’avvocato Massimo Lovati, che a Morning News ha rilanciato una delle ricostruzioni più controverse sull’omicidio di Chiara Poggi. Secondo il legale, la ventiseienne uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia in via Pascoli non sarebbe morta per un delitto maturato nella sua cerchia più vicina: qualcuno avrebbe commissionato l’omicidio per fermare alcune ricerche che la ragazza stava conducendo.

    Una tesi che Lovati presenta come propria ricostruzione e che non coincide con quella accertata dalla giustizia. Alberto Stasi resta infatti condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio della fidanzata, mentre la Procura di Pavia conduce dal 2025 una nuova indagine su Andrea Sempio.

    Lovati: «L’omicidio di Chiara Poggi è stato commissionato»

    Lovati parte da una convinzione precisa: Chiara avrebbe scoperto o avrebbe cercato di approfondire qualcosa di sufficientemente grave da trasformarla in un bersaglio.

    «L’omicidio di Chiara Poggi è stato commissionato perché la ragazza aveva notato o stava approfondendo delle ricerche contro coloro che l’hanno poi eliminata», sostiene l’avvocato.

    Il riferimento riguarda una presunta attività di ricerca della giovane sulla pedofilia negli ambienti ecclesiastici statunitensi.

  • Rugolo, la Cassazione spiega perché la condanna è definitiva: ‘Racconto coerente, prove solide’

    Rugolo, la Cassazione spiega perché la condanna è definitiva: ‘Racconto coerente, prove solide’

    La Corte Suprema di Cassazione ha depositato le motivazioni con cui ha chiuso definitivamente il caso Rugolo, il sacerdote ennese condannato a tre anni per abusi sessuali su minori. Sia il ricorso dell’imputato che quello del Procuratore Generale di Caltanissetta sono stati dichiarati inammissibili. Nelle motivazioni emergono le ragioni per cui nessuno dei due ha avuto successo.

    Il racconto di Messina ha retto a tutto

    Il punto centrale riguarda l’attendibilità di Antonio Messina, difeso dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, che ha raccontato pubblicamente la propria vicenda in più occasioni. La Cassazione ha confermato che il suo racconto è rimasto coerente per tutta la durata del processo e ha trovato riscontro in elementi esterni, tra cui messaggi scambiati tra Rugolo e un altro sacerdote, giudicati dai giudici di merito particolarmente rivelatori dell’interesse dell’imputato verso la vittima. L’argomento della difesa, secondo cui Messina sarebbe stato mosso da interessi economici nel denunciare, stato esplicitamente smontato dai giudici di merito e la Cassazione ha confermato quella valutazione. Va ricordato che gli abusi su Messina si sono protratti per anni, quando la vittima era minorenne, e che la condanna definitiva riguarda anche altre persone offese.

    Le eccezioni procedurali respinte una a una

    La difesa aveva costruito il ricorso su sette motivi, puntando soprattutto su questioni tecniche. Tutti respinti. Le registrazioni audio effettuate dal padre di Messina, che agiva come privato cittadino, non nell’esercizio di alcuna funzione ufficiale, sono state giudicate prove documentali pienamente legittime. E comunque, ha precisato la Corte, non erano state determinanti ai fini della condanna. Anche la contestazione sulla notifica degli atti processuali è caduta: Rugolo era presente in aula durante tutto il dibattimento e non poteva sostenere di non essere stato informato.

    Il ricorso della Procura

    Il Procuratore Generale puntava a ottenere una pena più severa, contestando il riconoscimento dell’attenuante della minore gravità, che aveva ridotto la condanna da quattro anni e sei mesi a tre anni. Tale riduzione era stata applicata dalla Corte d’Appello specificamente per due capi di imputazione, sulla base di una valutazione complessiva delle singole condotte.

    La Cassazione ha però stabilito che quella valutazione era logicamente motivata. Per quanto riguarda Messina, i giudici di appello avevano considerato separatamente l’ultimo episodio contestato , avvenuto quando la vittima era già maggiorenne, a distanza di tempo dagli abusi precedenti subiti da minorenne, e avevano rilevato che in quell’occasione non ci fu alcun contatto fisico e che la vittima bloccò tutto con una semplice opposizione verbale. È su questo specifico episodio, e non sull’intera vicenda, che l’attenuante è stata applicata. Una valutazione di merito, ha chiarito la Suprema Corte, che non può essere ribaltata in sede di legittimità se non presenta contraddizioni evidenti. E qui non ne sono state trovate.

    La condanna a tre anni è dunque irrevocabile. Rugolo è stato inoltre condannato a pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende e a rifondere le spese legali delle parti civili, tra cui l’Associazione Rete l’Abuso, che riceverà 2.875 euro.

    Rugolo, la Cassazione spiega perché la condanna è definitiva: “Racconto coerente, prove solide”

  • Leone XIV in Spagna, cronaca di un disastro

    Leone XIV in Spagna, cronaca di un disastro

    Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa. Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.

    Giorgio Meletti con Federica Tourn

    Come un altro grande americano, Buster Keaton, Papa Leone XIV sembra nascondere dietro un volto perennemente inespressivo il suo genio comico. Non c’è altra possibile spiegazione per l’incredibile frase che ha pronunciato sabato 6 giugno 2026 sul volo papale per Madrid che ha segnato l’inizio del viaggio apostolico in Spagna.

    Incalzato (come nessun giornalista italiano ha mai osato fare) sul tema degli abusi sessuali dei preti cattolici dal vaticanista del País Inigo Domìnguez, che gli ha ricordato quante vittime spagnole di violenza sessuale avrebbero voluto incontrarlo, Robert Prevost se n’è uscito con questa risposta: “Come è stato annunciato incontrerò alcune vittime, purtroppo mi è impossibile ricevere tutte quelle che lo chiedono”.

    Anni di duro lavoro di papi, cardinali e vescovi – tesi a nascondere o minimizzare il fatto che l’abuso sessuale sui ragazzini e sulle ragazzine a loro affidati è una delle attività principali di alcuni sacerdoti – sono stati vanificati da tre secondi di folgorante verità pontificia.

    Il disastro spagnolo

    El País è il più importante quotidiano spagnolo. Da otto anni conduce una serrata inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa e ha accumulato uno spaventoso archivio con fatti, date, nomi di vittime e carnefici e soprattutto una accurata documentazione del certosino lavoro con cui da anni i vescovi spagnoli cercano di occultare i crimini dei loro sacerdoti.

    E in questi giorni ha documentato come per Leone XIV il viaggio in Spagna sia stato un disastro, proprio per colpa degli abusi sessuali.

    Papa Francesco è stato un affidabile complice dei confratelli spagnoli: in dodici anni di pontificato non ha mai speso una parola sul problema.

    Il Papa argentino aveva una sua particolare abilità nella comunicazione: alternava le sparate alzo zero contro i preti pedofili in generale ai silenzi (talvolta anche spudorate menzogne) su casi specifici, soprattutto se riguardanti suoi amici, come per esempio l’abusatore seriale Marko Rupnik o il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, che resta tuttora al suo posto, intoccabile, benché imputato in un processo per falsa testimonianza commessa, secondo l’accusa, per proteggere il suo parroco Giuseppe Rugolo, condannato in Cassazione per violenza sessuale su ragazzi a lui affidati eppure ancora presente nelle liste dei sacerdoti a cui la Cei paga regolarmente lo stipendio.

    Fatto sta che Jorge Bergoglio, grazie alla formula vacua della “tolleranza zero”, ha lasciato dietro di sé la convinzione diffusa di essere stato un inflessibile giustiziere.

    Robert Prevost è invece un pessimo comunicatore e i vaticanisti italiani sono costretti ad acrobazie logiche a volte addirittura umilianti per sostenere il contrario.

    La Spagna lo aspettava al varco per parlare di abusi sessuali e lui ha arringato il parlamento su eutanasia e aborto. Credendo che un Papa che tuona contro l’aborto faccia ancora paura a qualcuno, Il Foglio ha scritto che El País, dedicando il suo titolo d’apertura al tema della pedofilia, “ha parlato d’altro”, come se davvero la questione critica fosse l’aborto.

    Ma qual era il tema di questa visita chiunque può capirlo, basta che non legga i giornali italiani. I quali credono di avere ancora il potere di tenere nascoste le cose, mentre i loro lettori a decine di migliaia al mese li abbandonano perché sanno le lingue e vanno su internet, dove apprendono che cosa accade nel mondo.

    Solo così hanno potuto sapere che nell’ultimo viaggio apostolico di Francesco, nel cattolicissimo Belgio a settembre del 2024, la rituale intemerata contro l’aborto finì con il nunzio apostolico convocato dal governo belga per trasmettere al Papa l’intimazione di non permettersi mai più di parlare male delle leggi belghe sull’aborto e di chiamare sicari i medici belgi che praticavano gli aborti e le loro pazienti.

    Ma la cosa più imbarazzante fu la vera e propria umiliazione subita da Bergoglio stesso.

    Il Papa raccontò di aver incontrato delle vittime di abusi come se si fosse trattato di un abbraccio fraterno e solidale, ma la sera stessa il telegiornale belga principale intervistò le stesse persone, ed erano inferocite, dissero che Bergoglio li aveva presi in giro rifiutando ogni assunzione di responsabilità della Chiesa per le imprese erotiche dei suoi sacerdoti sui bambini belgi.

    Uno di loro, Jean-Marc Turine, addirittura ha fatto il verso a Bergoglio, ritraendolo (in prima serata) come un imbroglione nemmeno tanto lucido. Intanto il premier belga Alexander De Croo diceva al Papa, a brutto muso, “le parole non bastano più, vogliamo fatti concreti, le vittime hanno bisogno di essere ascoltate e hanno diritto alla verità, non possiamo più accettare gli insabbiamenti e le coperture [dei preti pedofili]”.

    Immaginate un capo di governo italiano o il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che solo immagina di parlare così al Papa. Eppure il dramma dei preti pedofili in Italia non è meno grave che in Belgio o in Spagna.

    Bene, in Spagna non il premier Pedro Sánchez, che sarà un mangiapreti o addirittura un laicista, come si ama dire, ma il mite e cattolicissimo re Felipe ha detto al Papa, in estrema sintesi, che la cattolicissima Spagna ne ha le scatole piene.

    I fatti

    b0507e8e 70d8 4ed3 b2c7 bafa8ccdc28e 2592x1248

    Ecco che cosa è esattamente accaduto in Spagna.

    Il 5 giugno, il giorno prima della partenza di Leone XIV per la Spagna, El País scrive che, indagando su 1.622 (milleseicentoventidue) casi di abuso sessuale emersi finora in Spagna, ha scoperto che “negli ultimi decenni 94 alti prelati della Chiesa hanno insabbiato denunce, protetto il clero o messo a tacere le vittime. Di questi, 7 sono cardinali, 61 vescovi e 26 superiori di ordini religiosi”.

    Gli abusi coinvolgono 70 diocesi e 141 ordini religiosi. I sette cardinali sotto accusa sono: Vicente Enrique y Tarancón, Antonio María Rouco, Narcís Jubany, Ricard Maria Carles, Lluís Martínez i Sistach, Carlos Osoro e Juan José Omella.

    El País racconta che in Vaticano stanno addirittura beatificando “José María García Lahiguera, arcivescovo di Valencia negli anni Settanta, implicato nell’insabbiamento di uno dei più gravi casi di pedofilia nella Chiesa spagnola, tenuto nascosto durante il regime franchista: quello di padre José Prat, che nel 1971 violentò e uccise un bambino di nove anni, colpendolo 47 volte a Puerto de Sagunto. Il sacerdote fu condannato a 17 anni di carcere, che non scontò, e questo arcivescovo lo trasferì a Lleida, dove prestò servizio come vicario”.

    Il benvenuto del País al Papa è, per così dire, impreziosito da una notizia che, il 4 giugno, due giorni prima dell’arrivo di Prevost a Madrid, gli fa capire che aria troverà in Spagna.

    Negli anni Novanta una bambina è stata abusata sessualmente dai 6 ai 12 anni da padre Álvaro Martín Fuente, sacerdote agostiniano della scuola Buen Consejo di Madrid. Lei lo ha denunciato alla polizia nel 2010, appena compiuti 18 anni, e in quel momento il Priore generale degli agostiniani era Robert Prevost.

    Fuente fu anche arrestato ma la prescrizione lo salvò. Per sedici anni gli agostiniani, che sapevano tutto, hanno coperto il sacerdote pedofilo, che ha potuto anche fare il direttore della scuola. Lo hanno allontanato solo due mesi fa, dopo l’ennesima denuncia della ragazza oggi poco più che trentenne.

    Una fonte degli agostiniani ha detto al País che Prevost non fu mai informato di niente perché non era stata avviata ufficialmente un’inchiesta interna, “per negligenza”, ammette la stessa fonte, spiegando che “in quegli anni non esistevano i protocolli”.

    Notate bene, stiamo parlando del 2010, non del 1810: un sacerdote violenta una bambina di sei anni e i suoi confratelli agostiniani fischiettano perché non hanno i protocolli. Viene arrestato con l’accusa di aver violentato una bambina di sei anni e il Priore generale degli agostiniani, che sono meno di tremila in tutto il mondo, non lo viene neppure a sapere.

    Essendo gli agostiniani nel mondo meno degli abitanti di una media parrocchia italiana, come fa il Priore generale a non venire mai a sapere niente? Eppure Prevost è talmente rinomato per il suo acume che alla fine lo eleggono Papa.

    Parlare d’altro

    La Chiesa cattolica funziona così, stando ai racconti della gerarchia ecclesiastica. Secondo El País, gli agostiniani hanno solo in Spagna 30 sacerdoti accusati e 77 vittime, ma ne ammettono rispettivamente 20 e 34.

    Quindi – per loro stessa ammissione – gli agostiniani colpevoli di violenza sessuale su minori sono in Spagna poco meno del 10 per cento del totale. Ma non risulta che Prevost ne abbia parlato durante l’incontro a Madrid con 220 agostiniani iberici.

    Lo stile dell’uomo d’altra parte è questo. E dunque Leone XIV parte per la Spagna con l’idea di fare come Bergoglio, cioè niente. E di parlare come se niente fosse di guerra e pace, intelligenza artificiale, aborto ed eutanasia oltre che di quanta cattiveria c’è nel mondo (argomenti sui quali la sua capacità di incidere risulta trascurabile).

    Le vittime degli abusi sessuali dei preti si infuriano. Giudicano una provocazione, per esempio, la decisione di andare in visita mercoledì 10 giugno all’abbazia di Montserrat, vicino a Barcellona.

    Gli ultimi tre abati del monastero prima dell’attuale hanno insabbiato gli abusi per decenni. Le giovani vittime sono almeno 15, solo per una di loro risulta accordato un risarcimento, eppure l’abbazia stessa già nel 2019 si è scusata pubblicamente, ammettendo lo scempio che è avvenuto al suo interno per decenni.

    Ovviamente l’attuale abate Manel Gasch Hurios non ha detto una parola nel suo discorso di benvenuto al Papa, il quale educatamente si è ben guardato dallo sfiorare il fastidioso argomento.

    Leone XIV, anche per non irritare la suscettibilità dei vescovi spagnoli, che sulla piaga degli abusi sono irriducibili, è partito da Roma deciso a non fiatare sull’argomento abusi e a ignorare le associazioni delle vittime che chiedevano di incontrarlo.

    Ma quando ha capito che l’onda della protesta stava diventando oceanica ha incaricato il portavoce Matteo Bruni, alle nove di sera del 5 giugno (undici ore prima del decollo dell’aereo papale per Madrid), di fare una dichiarazione meritevole di essere letta integralmente:

    “In merito ad alcune notizie di stampa, posso confermare che durante il prossimo viaggio apostolico, il Santo Padre incontrerà alcune vittime di abusi da parte del clero in Spagna. L’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola. Ulteriori informazioni saranno fornite dopo l’incontro, nel rispetto delle vittime, dei loro desideri e della loro privacy”.

    Che significa “l’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola”? Una presa di distanze? Certo è che la Chiesa spagnola, un sistema dominato dai 94 prelati accusati di aver insabbiato i casi di abuso sessuale, farà poi sapere di aver scelto, a sua discrezione, sei vittime che si sono incontrate con il Papa ma che nessuno ha visto e nessuno sa chi sono. C’è la privacy.

    Quello che si sarebbero detti con il Papa lo ha fatto sapere la Santa Sede con una formula che suona beffarda: “Il Papa ha ascoltato con affetto e attenzione, assicurando loro la sua vicinanza e quella dell’intera comunità ecclesiale”.

    L’inviato di Vatican News, cioè l’inviato del Papa al seguito del Papa, ci assicura che “le vittime hanno sentito che il Papa si è fatto carico del loro dolore”, senza però rivelarci come ne è venuto a conoscenza.

    La cupola dell’omertà

    Il vero capolavoro è stato l’incontro con la Conferenza episcopale spagnola, la cupola dell’omertà. Ecco come Prevost è riuscito a parlare ai vescovi spagnoli degli abusi sessuali senza nominare gli abusi sessuali:

    “Il nostro cammino è fatto di incontri: uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione”.

    Il presidente della Conferenza episcopale spagnola, Luis Javier Argüello García,è stato più netto: non ha detto una parola sugli abusi, limitandosi a ringraziare il Papa perché la sua visita in Spagna aiuterà la Chiesa spagnola “ad alzare lo sguardo verso Gesù Cristo e a rinnovare la gioia di essere discepoli amati e ferventi missionari della misericordia di Dio”.

    Tutto pur di non parlare del recente accordo con lo Stato spagnolo, subito dai vescovi, che dà alle vittime di abuso la possibilità di chiedere i danni anche attraverso lo Stato e fissa per la Chiesa l’obbligo di pagare per le malefatte dei suoi sacerdoti.

    Una svolta che terrorizza i vescovi di altri Paesi, per esempio la Conferenza episcopale italiana, la più omertosa di tutte.

    Ed è per questo che il Papa non ne parla: il rischio è che la Chiesa, che già non se la passa bene quanto a soldi, sia travolta finanziariamente dall’ondata dei risarcimenti.

    Basti pensare che poche settimane fa negli Stati Uniti, dove lo Stato non ha paura dei preti, la diocesi di New York ha dovuto firmare l’accordo per pagare 800 milioni di dollari a 1300 vittime di abusi, mediamente circa 600 mila dollari a testa. Notizie che i vaticanisti italiani censurano sistematicamente.

    Alla fine a chi è toccato l’ingrato compito di dire a Prevost, in sostanza, che non poteva pretendere di prendere in giro in modo così smaccato un’intera nazione, sia pure cattolicissima? All’unico che poteva e doveva, il re, Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia, in breve Filippo VI.

    Soltanto il re osa

    Conoscendo gli spagnoli meglio del Papa, il re gli ha fatto sapere che non poteva prestarsi alla farsa del fare finta di niente, e i rispettivi sherpa hanno concordato che – visto che Prevost non intendeva arretrare di un millimetro dalla linea del silenzio – sarebbe toccato al re mettere, come suol dirsi, i piedi nel piatto con un testo concordato dalle diplomazie.

    Nel discorso di benvenuto al palazzo reale, Felipe ha prima espresso il plauso per “l’enorme opera sociale della Chiesa cattolica in Spagna” per poi dire l’indicibile:

    “Non può esserci contrasto maggiore a tutto ciò del dolore causato dai casi di abuso, che non sono rappresentativi né possono essere rappresentativi della vasta comunità ecclesiale.

    La vostra chiarezza e fermezza, che desidero anch’io riconoscere, sono essenziali nel processo di guarigione e nella riparazione del danno inflitto: sono essenziali per le vittime, per i fedeli, per la Chiesa e per la società nel suo complesso”.

    Un saggio da scuola di retorica, accusare fingendo di elogiare.

    Secondo El País si è trattato “di un paragrafo estremamente delicato e attentamente formulato, ma sufficiente a portare alla ribalta gli oltre tremila casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica [spagnola]”.

    Insomma Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa.

    Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.

    Il maestro del coro è il Papa, l’uomo che potrebbe con un tratto di penna cacciare chi vuole in modo inappellabile, un potere assoluto che non può negare di avere perché, quando gli fa comodo, lo usa.

    Solo in Italia c’è ancora qualcuno che pensa che il tema centrale della Chiesa sia l’aborto.

    https://appunti.substack.com/p/leone-xiv-in-spagna-cronaca-di-un

     

  • PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

    PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

    La Cassazione, respingendo il ricorso della difesa, ha reso definitiva a 12 anni di reclusione la condanna dell’ex professore di religione del liceo scientifico “Ettore Majorana” di Latina, nonché ex diacono, Alessandro Frateschi, assistito dagli avvocati Edoardo Fascione e Danilo Riccio. La condanna, come noto, è stata comminata per il reato di violenza sessuale aggravata dalla minore età delle cinque vittime.

    Il ricorso chiedeva anche l’annullamento ad altra sezione della Corte d’Appello limitatamente al trattamento sanzionatorio. Il procuratore generale della Cassazione ha chiesto l’inammissibilità del ricorso e gli ermellini sono stati dello stesso avviso.

    A marzo scorso, la terza sezione della Corte d’Appello di Roma aveva depositato le motivazioni con cui il 26 novembre 2025 aveva confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Alessandro Frateschi, 51enne originario di Terracina, condannato in primo grado, col giudizio abbreviato, a luglio 2024.

    Sette le parti civili, tra cui le vittime dei comportamenti di Frateschi, i genitori e il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, difesi dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Francesca Giuffrida. È stato il Procuratore generale della Corte d’Appello a chiedere al conferma “in toto” delle accuse a carico dell’ex diacono, allontanato anche dalla Chiesa per decisione di Papa Prevost. La difesa dell’uomo aveva cercato di scardinare le accuse, non trovando accoglimento.

    I giudici dell’Appello, confermando il primo grado, erano stati netti con Frateschi, rimarcando, in uno dei passaggi, che “tiratosi indietro uno dei ragazzi”, l’uomo “aveva rivolto le sue attenzioni sessuali su un’altra preda, anch’egli in condizione di particolare fragilità non solo per la sua minore età, ma per la sua storia familiare, dal momento che era orfano di madre, con un padre assente e viveva in una Casa-famiglia”. A quel punto, l’imputato non si era fatto scrupoli a “cogliere il ragazzo di sorpresa e masturbarlo, inviandogli messaggi per proseguire gli approcci sessuali con lui, cercando, peraltro, successivamente, di esercitare – sia lui che la moglie – pressioni psicologiche, anche tramite la sorella, per evitare la denuncia”.

    Ad un altro ragazzo, Frateschi diceva “io mi sto mettendo nudo, mettiti nudo pure tu, così ne parliamo di come siamo nudi”. Una volta che il ragazzo aveva scritto “mi sto facendo due palle” – per dire che si stava annoiando – Frateschi aveva replicato “in che senso?” aggiungendo le palle con le facce innamorate. Spesso ricorreva ai doppi sensi, come quando gli aveva detto “comunque stai tranquillo, non tifare le pippe mentali”, e subito dopo aveva aggiunto “fatti altri tipi di pippe”.

    E ancora: “sia in classe che nei corridoi, durante la ricreazione, gli veniva vicino, faceva battute maliziose e gli metteva la mano sui fianchi e sulle gambe e lui indietreggiava, provando un disagio sempre maggiore”.

    “Durante le lezioni di religione tenute dal docente, quest’ultimo era continuamente chiamato alla cattedra e ogni volta era oggetto di apprezzamenti e, poi, il professore gli mostrava dal suo cellulare le immagini di lui nudo. In particolare, in un’occasione davanti a tutti il professore aveva mimato l’atto sessuale prendendo da dietro uno dei ragazzi e provocando nel giovane un moto di stizza, tanto da divincolarsi subito, nonostante avesse più volte invitato il professore a “tenere le mani a posto“.

    “Dall’analisi della documentazione digitale rinvenuta nei dispositivi informatici sequestrati all’imputato – spiegavano i giudici dell’Appello -, si rileva non solo l’esistenza di copioso materiale di chiaro contenuto pedopornografico, consistente in file di video e file di immagini sia reali che virtuali, tutte ritraenti individui di sesso maschile, sia l’esistenza di una conversazione tramite messenger con una persona che riferiva di abusi subiti, dall’età di sette fino ai dieci anni, ad opera del nonno, oltre a file di carattere pornografico, tra cui anche foto e video ritraenti l’imputato mentre consumava atti sessuali con persone dello stesso sesso il cui viso era intenzionalmente occultato, riprendendo il tutto in diretta sui social e archiviando gli screenshot“.

    Inquietante il racconto riportato dal minorenne della casa famiglia “preso in adozione” da Frateschi. Il ragazzino è stato abusato e continuamente provocato: “Non ho dormito perché avevo paura che lui entrasse in camera e iniziasse a fare di nuovo “queste cose“.

    L’appello della difesa, motivava l’Appello, “deve essere integralmente rigettato. Il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza di primo grado comportano la condanna dell’appellante al pagamento delle spese di giustizia attinenti al giudizio di impugnazione. Vanno confermate, anche, le statuizioni civili della gravata sentenza, con condanna dell’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e assistenza del grado di giudizio sostenute dalle parti civili”.

    PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

  • La vittima di don Rugolo scrive a Mattarella: «Il vescovo Gisana alla cerimonia del 2 giugno alla vigilia del processo»

    La vittima di don Rugolo scrive a Mattarella: «Il vescovo Gisana alla cerimonia del 2 giugno alla vigilia del processo»

    Antonio Messina, l’archeologo la cui denuncia ha portato alla condanna del sacerdote Giuseppe Rugolo, condannato in Cassazione a tre anni per violenza sessuale a danno di minori, ha scritto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella denunciando la presenza, nel corso della cerimonia dello scorso 2 giugno per la festa della Repubblica, del vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, a processo con il vicario giudiziale Vincenzo Murgano, attuale parroco della chiesa madre di Enna per falsa testimonianza in una coda nel processo Rugolo. Il vescovo, il 2 giugno, era a fianco della presidente del tribunale di Enna, Miriam D’Amore, tribunale che il prossimo 8 ottobre dovrà giudicare i due prelati, dice Messina.

    La lettera si conclude con un appello: «Le scrivo, signor presidente, al fine di chiederle, nel pieno rispetto del fondamentale principio della presunzione di innocenza, un intervento volto a sensibilizzare le istituzioni locali e, nello specifico, la prefettura di Enna, al rispetto del sentire delle vittime dei reati che, dopo aver denunciato, continuano a vivere nei loro contesti dove i poteri forti godono di canali privilegiati di interazione con le istituzioni e dove, certamente, l’attenzione alla sofferenza altrui, deve essere anteposta ai protocolli ed ai cerimoniali che, in occasioni così importanti per il nostro paese, sono una manifestazione pubblica dell’agire dello stato».

    La lettera è stata diffusa tramite l’associazione di sopravvissuti la Rete L’Abuso.

    https://www.lasicilia.it/news/cronaca/3045868/antonio-messina-scrive-a-mattarella-il-vescovo-gisana-alla-cerimonia-del-2-giugno-alla-vigilia-del-processo.html

  • Rapporti sessuali con minori, la Cassazione annulla l’assoluzione della maestra di Bari «zia Martina». E lei sui social: «Il processo penale in Italia è rotto»

    Rapporti sessuali con minori, la Cassazione annulla l’assoluzione della maestra di Bari «zia Martina». E lei sui social: «Il processo penale in Italia è rotto»

    Si terrà un nuovo processo d’Appello nei confronti di Daniela Casulli, ex insegnante di 48 anni conosciuta sui social come «Zia Martina» e finita a processo, a Bari, per pornografia minorile e corruzione di minore. La Corte di Cassazione ha infatti annullato la sentenza con cui, in Appello, la donna era stata assolta dai reati contestati, dopo che in primo grado era stata condannata a sette anni e tre mesi.

    La vicenda, ora, tornerà quindi davanti ai giudici di una sezione diversa della Corte d’Appello di Bari. La donna fu arrestata nel 2021, mentre insegnava in Trentino: a lei erano contestati due video in cui erano stati immortalati rapporti sessuali con un quindicenne e una videochiamata, fatta su Instagram, alla quale avrebbe partecipato anche un 12enne.

    Casulli, dopo la pesante condanna di primo grado, è stata quindi assolta «perché il fatto non costituisce reato»: per la Corte non c’erano elementi per ritenere che la donna abbia voluto consapevolmente realizzare o concorrere a realizzare un video porno che comportasse, anche attraverso la successiva diffusione dello stesso, una degradazione e mercificazione del minore ripreso». Né avrebbe avuto consapevolezza che tra i partecipanti alla videochiamata ci fosse anche un dodicenne.

    La Procura generale di Bari ha impugnato questa decisione e la Cassazione ha accolto il ricorso dell’accusa. Ad annunciare la decisione della Cassazione è stata la stessa Casulli sui social: «Il processo penale in Italia è rotto», ha commentato.

    https://bari.corriere.it/notizie/cronaca/26_maggio_23/pornografia-minorile-la-cassazione-annulla-l-assoluzione-della-maestra-zia-martina-sui-social-scrive-il-processo-penale-in-5a778bee-f522-4752-b139-f98eea2faxlk.shtml

  • Il silenzio della Chiesa sulla condanna del prete abusatore

    Il silenzio della Chiesa sulla condanna del prete abusatore

    La sentenza della Corte di Cassazione del 14 maggio scorso, che conferma la condanna per don Giuseppe Rugolo a tre anni di carcere per violenza sessuale su minori, sancisce la colpevolezza del sacerdote di Enna dopo una lunga e dolorosa vicenda giudiziaria.

    La Suprema Corte ha inoltre dichiarato inammissibili tutti i ricorsi che erano stati presentati, sia quello difensivo dai legali di Rugolo, sia quello della Procura generale di Caltanissetta. Fra le pene accessorie ci sono la perdita perpetua del diritto agli alimenti, l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e l’interdizione perpetua da incarichi, uffici e servizi in scuole e istituti pubblici e privati.

    Commentiamo questo risultato con Antonio Messina, l’archeologo che ha denunciato il prete per gli abusi subiti quando era minorenne. Rugolo, sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, era stato condannato in primo grado a quattro anni e mezzo di carcere, poi ridotti a tre in appello. Abbiamo raccontato tutta la storia, che dalla Sicilia arriva fino in Vaticano, nel podcast La Confessione.

    Sarà ora interessante vedere come reagiranno il Dicastero per la dottrina della fede e il Dicastero per il clero (e in ultima istanza il papa) alla sentenza della Cassazione. Il sacerdote sarà dimesso dallo stato clericale o le autorità ecclesiastiche, come è successo altre volte, aspetteranno che sconti la pena per reintegrarlo?

    Nessun commento da parte della diocesi di Piazza Armerina, dove il prete risulta ancora incardinato. In un’intervista uscita sul giornale locale ViviEnna, Gabriele Cantaro, avvocato del vescovo Rosario Gisana, si dice sicuro che al sacerdote condannato saranno concesse le misure alternative al carcere. Forse l’avvocato farebbe meglio a preoccuparsi del suo cliente, al momento sotto processo per aver mentito nell’ambito proprio del caso Rugolo, invece di fare previsioni sul futuro del prete abusatore. Ancora una volta la diocesi preferisce sminuire la grave responsabilità di don Rugolo (e del vescovo che lo ha coperto) invece di mostrare un minimo di solidarietà alle vittime.

    La storia, in ogni caso, non è ancora finita: la sentenza del processo per falsa testimonianza a carico del vescovo e del suo vicario Vincenzo Murgano è attesa al tribunale di Enna l’8 ottobre prossimo.

    https://federicatourn.substack.com/p/il-silenzio-della-chiesa-sulla-condanna

  • Violenza sessuale su minori, la Cassazione conferma la condanna dell’ex prete Giuseppe Rugolo

    Violenza sessuale su minori, la Cassazione conferma la condanna dell’ex prete Giuseppe Rugolo

    Giuseppe Rugolo, ex sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, è stato riconosciuto colpevole di violenza sessuale su minori e la Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di reclusione. Inammissibili i ricorsi sia della difesa che della Procura, che aveva contestato la riduzione della pena, scesa in appello da 4 anni e mezzo a tre anni. In Appello, i giudici avevano applicato l’attenuante della tenuità del fatto per due delle vittime individuate, rideterminando la sentenza di primo grado che era stata di quattro anni e sei mesi. Il 14 luglio 2025 Rugolo è stato dimesso dallo stato clericale.

    L’indagine nei confronti del prete si era aperta grazie alla denuncia di Antonio Messina, che ha riferito alla squadra mobile di Enna le violenze subite dal 2009 al 2013: gli accertamenti hanno consentito di ricostruire violenze commesse nei confronti di altri giovani. Messina era è stato denunciato per diffamazione dall’imputato insieme a quattro giornalisti e al presidente di Rete l’Abuso – la onlus che assiste le vittime di abusi del clero – Francesco Zanardi.

    La vittima, dopo la condanna in primo grado di Rugolo, ha scritto a marzo 2024 una lettera a Papa Francesco e a tre dicasteri: quello per la dottrina della Fede, quello per il clero e infine a quello per i Vescovi, che dal 30 gennaio 2023 è stato retto dal cardinale Robert Francis Prevost, poi diventato Papa Leone XIV. Il caso aveva suscitato anche un botta e risposta tra i vertici del clero di Piazza Armerina. Il vescovo della diocesi Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale, attuale parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano, sono indagati per falsa testimonianza, accusati di avere mentito in aula durante il processo al sacerdote.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/05/14/rugolo-prete-condanna-abusi-minori-notizie/8386781