Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: cassazione

  • Caso Garlasco, legali Poggi: “Nuove analisi confermano che Chiara trovò file porno sul pc di Alberto Stasi”

    Caso Garlasco, legali Poggi: “Nuove analisi confermano che Chiara trovò file porno sul pc di Alberto Stasi”

    La difesa della famiglia Poggi ha fatto “un ulteriore approfondimento informatico, dal quale è emerso che la sera prima di essere uccisa, Chiara aveva fatto accesso proprio alla cartella del pc di Stasi in cui erano stati catalogati – per genere – i numerosi file pornografici già esaminati all’epoca”. Lo rendono noto in una nota i legali della famiglia, gli avvocati Francesco Compagna e Gian Luigi Tizzoni.

    “Qualora la Procura di Pavia lo riterrà opportuno, questo dato – aggiungono i legali – potrà essere verificato anche in contraddittorio mediante apposito incidente probatorio”. Negli ultimi giorni c’è chi ha sostenuto invece che la vittima lavorò alla tesi dell’allora fidanzato condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per il delitto di Garlasco.

    La parte civile non può chiedere direttamente l’incidente probatorio, in tal senso arriva dai legali della famiglia Poggi l’invito alla Procura di Pavia guidata da Fabio Napoleone che si è spesa per l’incidente probatorio sulla spazzatura della villetta di via Pascoli che ha portato a dire che l’Estathé rinvenuto sulla scena del delitto “è risultato riferibile ad Alberto Stasi”, si legge nella nota.

    “Da parte nostra continueremo ad approfondire celermente ogni ulteriore elemento utile a una ricostruzione ancor più dettagliata dei fatti, nell’interesse della verità e della giustizia”, concludono gli avvocati Tizzoni e Compagna.

    “Si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima, senza alcuna considerazione delle prove che sono già state raccolte nel processo a seguito della prima sentenza della Cassazione”, affermano in una nota gli avvocati. “Secondo quanto evidenziato da più parti l’apertura di una nuova indagine a carico di Andrea Sempio (indagato in concorso, ndr) sarebbe da ritenere funzionale a una richiesta di revisione della condanna irrevocabile pronunciata a carico di Alberto Stasi”, concludono i legali.

    https://www.adnkronos.com/cronaca/caso-garlasco-legali-poggi-nuove-analisi-confermano-che-chiara-trovo-file-porno-sul-pc-di-alberto-stasi_n77FkISe93WNOvXy5iZqs

  • Processo don Rugolo: presentato il ricorso in Cassazione per rivedere la pena

    Processo don Rugolo: presentato il ricorso in Cassazione per rivedere la pena

    Dopo il deposito delle motivazioni di sentenza a carico dell’ex sacerdote Giuseppe Rugolo, la procura generale nissena ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio. Rugolo, condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale su minori, ha avuto in appello la riduzione della pena a 3 anni.

    La sentenza della corte d’appello di Caltanissetta era stata pronunciata lo scorso luglio e nei giorni scorsi sono state depositate le motivazioni, sulla cui base la procura generale della corte di appello di Caltanissetta ha presentato ricorso per Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio.

    La Procura motiva l’impugnazione chiedendo l’annullamento della “lieve entità dei fatti” riconosciuta in secondo grado all’imputato. La Corte d’appello, infatti, ha ritenuto sussistente “la circostanza attenuante della minore gravità ” per le condotte del sacerdote e avere diminuito cosi’ la pena dai 4 anni e mezzo del primo grado ai 3 dell’appello.

    Per il Pg, nella sentenza ci sarebbe una applicazione erronea della legge penale, oltre alla contraddittorietà della motivazione in relazione proprio al riconoscimento della minore gravità. Spetterà adesso alla cassazione valutare se sussistono gli elementi per annullare la sentenza e rinviare il procedimento ad altro giudice e, quindi, se accogliere il ricorso della procura generale nissena.

    https://www.rainews.it/tgr/sicilia/articoli/2026/01/processo-don-rugolo-presentato-il-ricorso-in-cassazione-per-rivedere-la-pena–1915c1ce-dd55-4988-a657-1bc4caf4416f.html

  • Minore abusò di una ragazzina, i genitori condannati al risarcimento

    Minore abusò di una ragazzina, i genitori condannati al risarcimento

    La prima sezione civile del Tribunale di Treviso ha condannato al risarcimento dei danni i genitori di un giovane che, da adolescente, violentò una ragazzina di 10 anni, ritenendo la coppia responsabile della “culpa in educando”, secondo l’articolo 2048 del Codice civile, ossia della mancata educazione del figlio sul tema della sessualità.

    Alla vittima e ai suoi genitori – scrive oggi il Corriere del Veneto – è stato riconosciuto un risarcimento complessivo di oltre 130mila euro da parte dell’autore materiale e, appunto, dei genitori.

    Un’analoga sentenza era stata emessa alcuni anni fa dal Tribunale di Firenze per una violenza sessuale avvenuta in una scuola di Siena.

    Su casi simili fa ‘testo’ anche una sentenza della Corte di Cassazione del 2019, per cui i genitori “hanno l’onere di impartire ai figli l’educazione necessaria per non recare danni a terzi nella loro vita di relazione, nonché di vigilare sul fatto che l’educazione impartita sia adeguata al carattere e alle attitudini del minore, dovendo rispondere delle carenze educative a cui l’illecito commesso dal figlio sia riconducibile”.

    La vicenda risale al 2012, e nel 2016 il responsabile era stato condannato in via definitiva a un anno e due mesi di reclusione. Nel 2019, raggiunta la maggiore età, la vittima e i genitori hanno infine chiesto il risarcimento dei danni in sede civile, e una consulenza tecnica d’ufficio ha accertato nella giovane un disturbo post-traumatico da stress di grado moderato e un danno biologico permanente del 19%.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/01/09/minore-abuso-di-una-ragazzina-i-genitori-condannati-al-risarcimento_8e9b6797-ccc2-4242-b530-2e429bc22d07.html

  • Caso seminario di Ugento: l’avvocato Ciullo replica alla Curia

    Caso seminario di Ugento: l’avvocato Ciullo replica alla Curia

    A poche ore dalla pubblicazione del comunicato ufficiale diffuso dalla Curia di Ugento – Santa Maria di Leuca, arriva la dura replica dell’avvocato Nicola Ciullo di Taurisano, legale dell’ex seminarista che denuncia di aver subito molestie all’interno del seminario ugentino oltre vent’anni fa.

    Secondo l’avvocato, la Curia “non avrebbe fatto nulla per andare incontro al proprio assistito”, respingendo – a suo dire – ogni tentativo di dialogo avanzato dall’uomo negli ultimi mesi. Una vicenda che, sempre secondo Ciullo, sarebbe stata “nota a molti da molto tempo”, mentre la diocesi sarebbe stata più impegnata a silenziare la questione che a cercare una soluzione condivisa.

    Il legale conferma ai nostri microfoni che il procedimento è già stato avviato e che verrà formalizzato nei prossimi giorni, smentendo l’ipotesi che si tratti di una causa destinata alla prescrizione. Ciullo cita infatti alcune sentenze della Cassazione, secondo cui il termine di prescrizione in casi analoghi può decorrere dal momento in cui la vittima acquisisce piena consapevolezza del reato subito.

    L’avvocato conferma anche la richiesta di un risarcimento da un milione di euro formulata nei confronti della Curia, definendo però l’azione legale come “una ricerca di verità dopo tanti anni, più che una battaglia economica”. La causa, come noto, si svilupperà in sede civile, ma secondo Ciullo non si possono escludere «scossoni» o sviluppi clamorosi nelle prossime fasi.

    Il legale ricostruisce inoltre il percorso psicologico del suo assistito, spiegando che l’uomo avrebbe attraversato una profonda crisi religiosa durante il periodo del Covid, fase in cui avrebbe maturato – per la prima volta in modo nitido – la consapevolezza delle presunte molestie subite da giovane. Proprio allora, sostiene Ciullo, l’ex seminarista avrebbe chiesto aiuto alla Curia, trovando però “le porte chiuse”.

    La vicenda si arricchisce dunque di nuovi elementi e di una crescente tensione fra le parti, mentre l’opinione pubblica resta in attesa degli sviluppi giudiziari e delle prossime mosse della diocesi.

  • Don Michele Barone, va in carcere il prete-esorcista casertano dopo la condanna per violenza sessuale

    Don Michele Barone, va in carcere il prete-esorcista casertano dopo la condanna per violenza sessuale

    Problemi psichici curati con un esorcismo che, vista la condanna definitiva, andò ben oltre la pratica per contrastare il demonio. Da due giorni è in carcere per scontare una condanna definitiva a tredici anni e mezzo di reclusione don Michele Barone, il prete sospeso a divinis, che nel 2018 fu arrestato con l’accusa di violenza sessuale aggravata e maltrattamenti in famiglia.
    Il sacerdote curava con l’esorcismo una ragazzina di 14 anni con problemi psichici. I fatti si verificarono a Casapesenna, in provincia di Caserta. Una vicenda giudiziaria complessa, che è giunta a conclusione in settimana con il pronunciamento della sesta sezione penale della Cassazione.

    Taormina: rispetto la sentenza ma non la condivido

    «La Corte Suprema ha stabilito che l’esorcismo è reato. Rispetto la sentenza ma non la posso condividere» ha commentato l’avvocato Carlo Taormina, che difendeva l’ex sacerdote casertano, che tra i suoi fedeli e amici aveva molti vip, tra cui Luciano Moggi e la moglie, Fabio Capello, Claudia Koll e Sara Tommasi.
    Con don Barone, sono stati condannati in via definitiva a tre anni di reclusione anche i genitori della ragazzina che, nel corso delle sedute di esorcismo, avrebbe subito abusi, violenze e lesioni.

    Pena superiore alla condanna di primo grado

    In primo grado, la pena inflitta dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere fu di dodici anni, poiché i giudici non ritennero che le prove fossero sufficienti per l’accusa di abusi sessuali commessi anche nei confronti di due vittime adulte.
    A denunciare i fatti fu la sorella maggiore della vittima, che si accorse che quelle sedute esorcistiche fossero ben altra cosa e non avrebbero salvato la 14enne che i genitori ritenevano posseduta dal demonio.
    Dopo i fatti, don Barone fu sospeso a divinis dal vescovo di Aversa e rimosso da Papa Francesco, mentre l’Associazione Internazionale Esorcisti precisò che il sacerdote casertano praticava esorcismi senza alcun mandato e senza alcuna autorizzazione.
    «Il sacerdote in questione – scrisse l’associazione esorcisti – non è mai stato istituito esorcista da alcun Ordinario (Vescovo diocesano) a norma del can. 1172 del Codice di Diritto Canonico né ad alcun titolo è mai stato membro dell’Associazione Internazionale Esorcisti».

    «Legge contro l’esorcismo ma il Vaticano lo contempla»

    «A via Della Conciliazione – ha sottolineato l’avvocato Taormina – c‘è un palazzo intero in cui il Vaticano ancora oggi insegna le pratiche dell’esorcismo. Non è solo una questione tra diritto canonico e diritto penale italiano, ma una vicenda ben più ampia».
    Secondo il legale, c’è chi accetta l’intervento dell’esorcista «come si accetta che un chirurgo possa operare per curarci, ma mettendo a rischio la nostra vita. I giudici del merito hanno ritenuto vietati tutti i trattamenti esorcistici, configurando violenze e maltrattamenti a carico di genitori di una minore che, dopo aver tentato di far guarire la figlia minore con la medicina ufficiale, si erano rivolti ad un sacerdote abilitato all’esercizio degli esorcismi e accreditato dal vescovo della Diocesi e dall’esorcista ufficiale». Dopo il sigillo della Cassazione, don Michele Barone è stato arrestato e trasferito in carcere, prima a Santa Maria Capua Vetere in appoggio, poi a Vallo della Lucania, dove sconterà il residuo della pesante pena inflitta.

    https://napoli.corriere.it/notizie/cronaca/25_dicembre_06/don-michele-barone-va-in-carcere-il-prete-esorcista-casertano-dopo-la-condanna-per-violenza-sessuale-e-maltrattamenti-88c1a413-e4a3-4b34-b7f6-660b0b65dxlk.shtml

  • Cassazione conferma condanna a Don Barone. Taormina: “Una sentenza sull’esorcismo”. Come stanno le cose

    Cassazione conferma condanna a Don Barone. Taormina: “Una sentenza sull’esorcismo”. Come stanno le cose

    Una storia molto particolare e assai delicata. Una vicenda che è stata alla ribalta per parecchio tempo, cominciata nel 2018 e andata avanti negli anni con diversi processi e sentenze nei confronti di un sacerdote che, scritto nei documenti depositati, era accusato di aver abusato di una minore, con la bambina che, secondo il prete, veniva sottoposta ad esorcismi. La Suprema Corte di Cassazione nella giornata del 2 dicembre, ha confermato la condanna a 13 anni di reclusione, col prete che ne ha già scontati 7.

    Una storia che ha fatto scalpore anche perché si tratta di un ormai ex sacerdote, Michele Barone, che esercitava a Casapesenna in provincia di Caserta, ma è anche vero che è stato ridotto a stato laicale con decreto firmato da papa Francesco nel 2018 e ridotto a maggio del 2019 a stato laicale, appunto, dopo le denunce per abusi sessuali e maltrattamenti durante gli esorcismi.

    E c’è da aggiungere che, secondo quanto si apprende, la Chiesa per decisione del Vescovo di Napoli venne sospeso da qualsiasi funzione religioso, dalla celebrazione del culto e dall’amministrazione dei sacramenti, quindi anche dagli esorcismi. L’accusa che gli è sempre stata rivolta è che proprio durante gli esorcismi che lui stesso praticava sulla ragazzina accadevano gli abusi. Da non dimenticare che nel 2018, non solo Michele Barone, ma vennero arrestati anche i genitori della minore e con loro pure un funzionario di polizia che poi è stato scagionato del tutto.

    Avvocato Taormina: “Per i giudici della Cassazione l’esorcismo da contatto è reato”. Ma ci sono dubbi

    Per l’avvocato Carlo Taormina, famoso legale e penalista, la decisione presa dai giudici della Suprema Corte di Cassazione è che avrebbero deciso che “l’esorcismo da contatto sia equiparato a maltrattamenti” e secondo il legale si tratta “di una cosa assurda”. In sostanza, spiega l’avvocato penalista a Cityrumors.it che per la Cassazione “non si riconosce quanto disciplinato dall’ordinamento canonico diverso da quello statale”, a maggior ragione “se si fanno lesioni derivanti dalla pratica dell’esorcismo anche quelle lesioni come tali, nel caso di specie contestati maltrattamenti” .

    Il legale è abbastanza sicuro di quello che afferma, ma i dubbi sono tanti anche perché, e la conferma arriva direttamente dal Vaticano, Michele Barone, fino al 2018 era un sacerdote, ma fu Papa Francesco ad emettere direttamente e personalmente un’espulsione dal sacerdozio con un decreto papale firmato e sottoscritto nel 2018, poi ridotto a stato laicale.

    Ma la Chiesa, sin dall’inizio di questa storia, ha sempre disconosciuto le pratiche di Don Barone, tanto che nel giorno 24 febbraio del 2018 fu emesso un comunicato dal Vaticano e dall’Associazione nazionale esorcisti dove si spiegava “che il sacerdote in questione non è mai stato istituito esorcista da alcun Ordinario (Vescovo diocesano) a norma del can. 1172 del Codice di Diritto Canonico né ad alcun titolo è mai stato membro dell’Associazione Internazionale Esorcisti”.

    Una nota da parte dell’Associazione nazionale esorcisti, riconosciuta dal Vaticano, che fu durissima a proposito con tanto di sottolineatura all’epoca “esorta vivamente i sacerdoti esorcisti ad attenersi rigorosamente alle norme e alla prassi che la Chiesa indica nei Praenotanda del Rito degli Esorcismi, riprovando e prendendo decisamente le distanze da tutto ciò che da esse si discosta”.

    Per l’avvocato Carlo Taormina è una decisione, quella della Cassazione che va oltre e riguarda la pratica dell’esorcismo, tanto che “lo trovo assurdo” e spiega di essere “in attesa delle motivazioni della sentenza per preparare i documenti e rivolgermi alla Corte Europea“. Poi riguardo alla Chiesa, secondo il suo pensiero, “dovrebbe trovare un’intesa con lo Stato rispetto a quelle che sono gli attentati all’integrità fisica che sono connessi con l’esorcizzato”. Ma se per la Chiesa, Don Barone non doveva esercitare, forse la Cassazione si è espressa nel merito del caso e non su tutti quelli che praticano gli esorcismi.

    https://www.cityrumors.it/esclusiva/cassazione-conferma-condanna-a-don-barone-taormina-una-sentenza-sullesorcismo-come-stanno-le-cose.html

  • In Italia, le vittime di abusi sessuali da parte del clero chiedono di essere ascoltate

    In Italia, le vittime di abusi sessuali da parte del clero chiedono di essere ascoltate

    di Francesco Bertolucci. Foto di Simone Padovani – “Anche a voi, fratelli e sorelle che avete subito ingiustizie e violenze attraverso gli abusi, Maria ripete oggi: ‘Io sono vostra madre’. E nessuno può togliervi questo dono personale offerto a ciascuno di voi. E la Chiesa, alcuni dei cui membri vi hanno purtroppo ferito, oggi si inginocchia con voi davanti alla Madre”. Le parole del papa statunitense Leone XIV alle vittime di abusi all’interno della Chiesa, pronunciate il 15 settembre in Vaticano durante l’omelia della messa in occasione del Giubileo della Consolazione, sono suonate come un messaggio di apertura. O almeno questo è ciò che sperano migliaia di vittime di abusi sessuali da parte del clero italiano.

    Sono 4.625 i casi di pedofilia contro ragazzi e ragazze all’interno della Chiesa cattolica italiana che sono stati segnalati e registrati dall’associazione Rete L’Abuso. “Stiamo parlando di casi segnalati negli ultimi 25 anni”, sottolinea Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, un’associazione che riunisce le vittime e i familiari di coloro che hanno subito abusi da parte di sacerdoti e membri del clero della Chiesa cattolica italiana. “Di queste 4.625 vittime, 4.395 sono state abusate da sacerdoti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da laici e 54 da scout”, continua Zanardi, che all’età di 11 anni ha vissuto in prima persona il trauma dell’abuso. “Il numero nascosto delle vittime potrebbe essere enorme. Se fossimo in grado di contare i casi verificatisi nei decenni passati, il numero delle vittime potrebbe variare da 50.000 a oltre 1 milione, che sarebbe il numero più alto mai registrato in tutto il mondo”.

    Oltre a quello di Rete L’Abuso, altri rapporti ufficiali sono stati prodotti e pubblicati nel novembre 2022 e nel maggio 2025 dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) sulla pedofilia nel clero italiano. I rapporti affermano che nel biennio 2020-2021 ci sono state 89 vittime di 68 persone nell’ambito ecclesiastico in Italia, mentre nel biennio 2023-2024 ce ne sono state 115. Nel 2023, Rete L’Abuso ha presentato una petizione all’Unione Europea e una richiesta di procedura d’infrazione urgente all’ONU per chiedere cosa intendessero fare questi due organismi sovranazionali per “risolvere il problema italiano”, costringere l’Italia a “prevenire il fenomeno” e “proteggere i minori dagli abusi sessuali, soprattutto da parte del clero”, dato che “la Chiesa cattolica si differenzia in modo preoccupante in quanto è un’associazione strutturata che, grazie a lacune legislative, si è autoregolamentata internamente dietro un Motu proprio che mantiene tutte le pratiche omissive e criminali che sono alla radice del problema stesso, che in Italia sono “fiorentemente” favorite dallo Stato, che la sostiene con il silenzio e ne promuove la linea criminale”, come si legge nei documenti.

    Tuttavia, gli appelli non hanno ricevuto molta attenzione e il governo italiano non ha mai risposto alle domande dei giornalisti quando è stato chiesto di esaminare il rapporto dell’associazione o di istituire commissioni indipendenti per indagare sulla questione degli abusi. Nel frattempo, all’inizio di febbraio 2025, le famiglie delle vittime di abusi hanno deciso di riunirsi in un gruppo di coordinamento per darsi forza a vicenda e allo stesso tempo sostenere le vittime. Durante la presentazione del gruppo di coordinamento, che conta membri provenienti da tutta Italia, molti genitori hanno raccontato le loro storie.

    “Essere genitori non è facile, ed esserlo di una vittima o di un sopravvissuto lo è ancora meno”, ammette Cristina Balestrini, presidente del gruppo. “Si attraversano momenti di disperazione, si ha voglia di piangere, si prova delusione. Si prova un dolore che gli altri non provano né comprendono. Ma non ci si può arrendere. Tuo figlio, tua figlia o il tuo familiare sono più importanti di te. Mio figlio ha tentato il suicidio quattro volte, poi ha incontrato altre persone che avevano vissuto la stessa tragedia. Molti di noi hanno perso la fede a causa della Chiesa stessa. Con rare eccezioni, molti sono passati dal considerare la parrocchia una seconda casa all’alienazione. Alcuni sono stati persino minacciati. Quindi, vittime due volte. Siamo stati additati da coloro che consideravamo la nostra famiglia”.

    “Eravamo una famiglia che faceva di tutto per la parrocchia”, spiega Yolanda, madre di un ragazzo che è stato violentato all’età di 12 anni in seminario. “Quando mio figlio ci ha detto di aver subito abusi sessuali, siamo stati isolati. Il processo civile è ancora in corso. Abbiamo vinto in Corte di Cassazione e il prete è stato condannato a sei anni e sei mesi, ma nel frattempo è stato mandato in Messico e nessuno ha fatto nulla. Non vogliamo distruggere la Chiesa, ma vogliamo che sia degna di ciò che predica“. ”Sembra che sentiamo sempre la stessa storia“, commentano due genitori che hanno preferito rimanere anonimi.

    ”Anche nostro figlio è stato molestato da un prete, un amico che faceva parte della nostra famiglia. Quando l’abbiamo scoperto, abbiamo pensato di poter risolvere la questione all’interno della Chiesa, ma quando abbiamo parlato con il vescovo, si è scatenato l’inferno. Persino il padre del prete ha iniziato a insultarci. Siamo diventati le pecore nere del paese”.

    Alcuni esperti sostengono che solo una vittima su dieci denunci il reato, lasciando spazio a un numero potenziale nascosto difficile da stimare. “E dobbiamo considerare che possono volerci anni prima che la persona abusata si renda conto di aver subito un abuso e lo denunci”, spiega l’avvocato Mario Caligiuri, che si occupa di reati di abuso sessuale. Il fatto che in Italia il reato di violenza sessuale possa cadere in prescrizione se non denunciato è una tragedia nella tragedia ed è un problema”.

    Nello specifico, il codice penale italiano prevede che nei casi di violenza sessuale su minori il reato si prescriva tra i 24 e i 30 anni dalla data in cui la vittima raggiunge la maggiore età. Per quanto riguarda i potenziali casi nascosti, commissioni indipendenti hanno riferito che in Germania 3.677 persone sono state abusate dal clero tra il 1946 e il 2014, in Portogallo almeno 4.815 vittime tra il 1950 e il 2022, e in Francia il ‘Ciase’ ha scoperto che negli ultimi 70 anni il 3% del numero totale stimato di sacerdoti francesi – circa 3.000 – era pedofilo, con una media di 72 vittime per sacerdote, per un numero potenziale di vittime stimato in 216.000.

    “Non è cambiato nulla per quanto riguarda le commissioni indipendenti in Italia, e la posizione della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) rimane immutata”, osserva Michelangelo Ventura di Noi Siamo Chiesa, un’associazione che fa parte di ItalyChurchToo, un gruppo di coordinamento contro gli abusi nella Chiesa. «Dicono che la formazione è in corso, hanno introdotto servizi di protezione dei minori nelle diocesi e hanno prodotto due rapporti sugli ultimi 20 anni, ma le cifre che sono emerse sono insignificanti rispetto a ciò che le indagini indipendenti rivelerebbero effettivamente sul fenomeno.

    Basti pensare all’esempio della diocesi di Bolzano-Bressanone, dove una commissione indipendente ha aperto gli archivi e, tra il 1964 e il 2023, ha scoperto 67 possibili casi di violenza sessuale su minori. Moltiplicando questa cifra per le 226 diocesi italiane, avremmo circa 15.000 casi. Ma questa sarebbe solo la punta dell’iceberg, perché il fenomeno è molto più diffuso. Tuttavia, non credo che la CEI voglia seguire l’esempio di Bolzano”. Nella sua relazione annuale pubblicata il 15 ottobre 2025, la commissione vaticana ha affermato che in Italia esiste una “resistenza culturale ad affrontare il tema degli abusi”, dato che molte diocesi non hanno risposto al questionario del Vaticano, che incoraggiava un maggiore ascolto delle vittime, meccanismi di segnalazione nazionali e la collaborazione con le autorità civili.

    La CEI, che abbiamo cercato di contattare, ha sorvolato sulla possibilità di un’intervista sull’argomento, mentre il 16 ottobre il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, ha sottolineato l’impegno della Chiesa «a promuovere una cultura della protezione a vari livelli, anche sociale, e a combattere ogni forma di abuso, con la ferma consapevolezza che si tratta di un cammino inarrestabile». Anni fa, nel 2008, Pierangelo Bertagna, parroco di Farneta, frazione di Cortona in provincia di Arezzo, in Toscana, fece scalpore quando fu condannato a otto anni di carcere per aver abusato sessualmente di 16 minori. Nel 2005 era stato arrestato con l’accusa di aver abusato di un parrocchiano di 13 anni.

    Secondo quanto riportato all’epoca, egli reagì al suo arresto dicendo: “Finalmente qualcuno mi ha aiutato”. Questa dichiarazione liberatoria seguì l’autodenuncia di Bertagna negli anni ’80 all’interno della comunità dei “Ricostruttori di preghiera”, quando confidò la sua attrazione per i bambini. La cosiddetta “autodenuncia” di Bertoli, che è rimasta “inascoltata”, evidenzia anche il problema di coloro che sanno ma non denunciano. Sebbene non ci sia stata alcuna risposta alle richieste di commenti sulla relazione di Rete L’Abuso da parte della CEI, all’interno della Chiesa sono stati istituiti centri di assistenza diocesani per ascoltare le segnalazioni di possibili abusi. Lì una persona può anche denunciare di aver subito abusi. Tuttavia, ciò non comporta automaticamente una denuncia alle autorità.

    “Un superiore ecclesiastico che è a conoscenza di un reato commesso da un sacerdote, ma anche da un normale cittadino, è obbligato a denunciarlo o no? La risposta è no“, spiega Pietro Forno, ex magistrato e sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano, noto come ”il procuratore dei bambini“ e ideatore della specializzazione in reati sessuali in Italia, ”per il semplice motivo che il sacerdote, o il vescovo, se volete, non è un pubblico ufficiale. Questo è il problema in termini tecnici e giuridici. Non essendo un pubblico ufficiale, non ha l’obbligo di denunciarlo. Solo i pubblici ufficiali sono obbligati a denunciare i reati contro le persone di cui vengono a conoscenza. Come stabilito dall’articolo 364 del codice penale per i casi di omessa denuncia, i cittadini sono obbligati a denunciare i reati contro lo Stato.

    “Se, per esempio, vedo il mio vicino con un certo numero di armi, munizioni ed esplosivi che mi fanno pensare che stia pianificando un attentato”, osserva Forno, “devo denunciarlo; non posso semplicemente dire: ‘Chi se ne frega?’. Quindi, dato che il reato di omessa denuncia esiste già, non c’è bisogno di inventare nulla di nuovo. La soluzione legislativa sarebbe quella di stabilire che, quando si tratta di determinati reati, come la violenza sessuale sui minori o la pornografia infantile, qualsiasi cittadino, e sottolineo qualsiasi cittadino, che ne venga a conoscenza è tenuto a denunciarli. È semplice. Talmente semplice che viene da pensare che se ciò non avviene è perché, mi dispiace dirlo, esiste una volontà politica contraria. Altrimenti non c’è alcuna spiegazione”.

    https://www.gp.se/nyheter/varlden/offer-for-sexuella-overgrepp-av-praster-kraver-upprattelse.4efa8e61-fed6-46b6-8fe1-deed8eb92f47

  • “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

    “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

    Esclusiva del Fatto – Paolo Frosina  30 Ottobre 2025

    Avvertimento. La Relatrice speciale chiede varie modifiche al testo: “La proposta rischia di violare gli obblighi internazionali dell’Italia”

    “Questa proposta di riforma potrebbe privare il pubblico ministero dello status e della garanzia di indipendenza esterna che la Costituzione attualmente assicura attraverso il principio di unità della magistratura, il quale implica un insieme comune di garanzie per giudici e pubblici ministeri e un unico Consiglio superiore”. Stavolta non è una “toga rossa” o un leader di opposizione a mettere in guardia dai rischi del Ddl costituzionale sulla separazione delle carriere, che oggi otterrà al Senato l’ultimo dei quattro via libera necessari in Parlamento prima del referendum. L’appello a ripensare il progetto, rivolto direttamente a Giorgia Meloni, arriva da Margaret Satterthwaite, 56enne giurista statunitense – dirige il Centro di ricerca sulla giustizia globale alla New York University – e dal 2022 Relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza di giudici e avvocati (lo stesso ruolo che Francesca Albanese ricopre per i territori palestinesi occupati). In una lettera inviata alla premier lo scorso 23 ottobre – che il Fatto pubblica in anteprima – Satterthwaite invita il governo “a un attento riesame delle modifiche” apportate alla Carta, “affinché la proposta sia pienamente conforme agli obblighi internazionali” sottoscritti dall’Italia in sede Onu, e in particolare all’articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che tutela il diritto di ogni individuo a essere processato da magistrati indipendenti.

    Nel testo della missiva – sei pagine su carta intestata del Palazzo delle Nazioni di Ginevra – la Relatrice esprime preoccupazioni su tutti i contenuti della riforma, a partire dallo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due nuovi organi, uno per i giudici e uno per i pm: “Occorre prestare la massima attenzione affinché i nuovi consigli restino liberi da influenze politiche e da possibili controlli da parte degli altri poteri dello Stato. È inoltre essenziale garantire che la divisione non renda giudici e pubblici ministeri più esposti a pressioni esterne”, scrive Satterthwaite. Giudizio duro anche sul sorteggio previsto per i membri togati, cioè magistrati, dei futuri Csm: “Le procedure di nomina proposte rischiano di compromettere la legittimità democratica dei consigli, poiché ridurrebbero il ruolo di giudici e pubblici ministeri nella scelta dei propri rappresentanti”, nota la giurista. In base agli standard europei, ricorda infatti, “almeno la metà dei membri” degli organi di autogoverno delle toghe “dovrebbe essere composta da giudici eletti dai propri pari. La procedura proposta”, invece, “non assicura l’elezione da parte dei pari e solleva quindi serie perplessità”, afferma. “Particolarmente preoccupante”, poi, è definita la disciplina della nuova Alta Corte disciplinare, che giudicherà sugli illeciti professionali dei magistrati al posto del Csm: contro le sue sentenze, infatti, non sarà più ammesso ricorso in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte. E ciò, scrive Satterthwaite, viola una delle garanzie di indipendenza della magistratura previste a livello internazionale, cioè “il riesame indipendente” delle decisioni che comportano la sospensione o la rimozione dall’incarico.

    La presa di posizione dell’Onu non è qualcosa che il governo possa liquidare facilmente. Non si tratta infatti “né di un atto dovuto, né di un automatismo: la Relatrice interviene solo quando ritiene che un progetto normativo possa incidere sull’autonomia del potere giudiziario”, spiega Monica Mastrandrea, componente della giunta dell’Associazione nazionale magistrati e delegata agli ultimi vertici internazionali tra le toghe. “Che ciò avvenga oggi nei confronti dell’Italia è un fatto che merita attenta riflessione: significa che la riforma viene ritenuta potenzialmente dannosa per gli equilibri democratici”, segnala. Quello delle Nazioni Unite, conclude, è quindi “un richiamo al dovere di preservare i principi che sorreggono la nostra democrazia: l’indipendenza dei giudici come garanzia ultima della libertà dei cittadini”.


    Il controllo non è garanzia – Andrea Fabozzi  30/10/2025

    Giustizia e potere Dal primo voto all’ultimo, nel giro di appena nove mesi, la destra al governo porta a conclusione un progetto di riforma costituzionale che abitualmente richiede tempi assai più lunghi e che lei stessa ha inseguito – nella sostanza – per oltre trent’anni

    Dal primo voto all’ultimo, nel giro di appena nove mesi, la destra al governo porta a conclusione un progetto di riforma costituzionale che abitualmente richiede tempi assai più lunghi e che lei stessa ha inseguito – nella sostanza – per oltre trent’anni. Ci riesce adesso senza ostacoli e senza dover spostare una sola virgola nella sua proposta originaria, il che la dice lunga sul presunto potere di interdizione parlamentare (e spiega anche perché del famoso premierato che aumenterebbe ancora i poteri del governo non c’è più urgenza). Il ministro presunto vincitore, Nordio, con l’abituale grazia trova comunque il modo di infierire sulle «litanie petulanti» dell’opposizione. E probabilmente di peggio potremmo vedere oggi, avendo la maggioranza deciso di celebrare l’ultimo sì alla separazione delle carriere dei magistrati con un spettacolo di piazza. Magari piove.

    È la destra stessa a chiamare gli elettori perché si pronuncino sulla “sua” riforma con il referendum. È un rovesciamento della procedura di garanzia prevista dalla Costituzione, non è inedito – lo fece Renzi nel 2016 – ma resta preoccupante. Se infatti cambiare la Carta prevede diverse cautele, quattro votazioni parlamentari e un eventuale referendum popolare, è perché eletti ed elettori possano avere tempo e modo di meditare bene sul testo. In questo caso invece la riforma porta la firma del governo, non è stata modificata in nulla ed è ancora il governo a volere che sia «confermata» dal popolo. A chiedere un voto popolare contro dovrebbe essere chi non è riuscito a fermarla in parlamento, sono invece gli stessi autori a invocare un voto a favore. È più un plebiscito che un referendum.

    Ma soprattutto è un trucco, un tentativo di adulterare la logica della procedura di revisione costituzionale e il racconto di questa. Perché il referendum si sarebbe fatto in ogni caso, visto che la destra non ha raccolto sulla “sua” riforma il numero di voti parlamentari necessario per una promulgazione diretta. Non lo ha nemmeno cercato, escludendo a prescindere qualsiasi correzione e qualsiasi mediazione. Dunque è una riforma costituzionale della giustizia a immagine e somiglianza della destra questa che andrà approvata o respinta in primavera in un’alternativa secca.

    Memore di precedenti fallimenti (di nuovo Renzi), Meloni vuole evitare di trasformare il referendum in un voto su se stessa. In una certa misura sarà comunque un primo tempo delle elezioni politiche, è chiaro però che la destra proverà a chiedere un voto «nel merito». Ma quale merito? La domanda intorno alla quale sarà costruita la campagna per il sì, è già chiaro, punterà a una semplificazione estrema: vi piace o non vi piace la giustizia italiana per come funziona adesso? Con il corollario di un altro riduzionismo anche questo assai furbo: siete favorevoli o contrari ai magistrati? È certo che se le domande fossero davvero queste, le chance per la vittoria del sì non sarebbero affatto basse e con buoni argomenti.

    Ma il referendum chiede altro e lo sforzo di giudicare nel merito va fatto fino in fondo. La riforma infatti non è nemmeno una separazione pura e semplice delle carriere dei magistrati, le cui funzioni sono da tempo già nettamente distinte. Prevede almeno altre due novità sulle quali si sorvola un po’ troppo: l’indebolimento, mediante divisione e umiliazione (il sorteggio), dell’organo che consente ai magistrati di autogovernarsi e dunque di mantenere l’indipendenza dal potere politico. E l’introduzione di una corte disciplinare («Alta», ma anche questa estratta a sorte) con lo stesso obiettivo di mortificare l’autonomia delle toghe. Le quali, va detto, talvolta sembrano ricordarsi della loro indipendenza più in occasione della discussione delle riforme che nella fase di ordinaria interpretazione della legge. Per esempio quando sotto gli occhi di procure e tribunali finisce la sorte dei più deboli, di chi è marginale o migrante, di chi non può permettersi una difesa all’altezza, di chi si trova contrapposto agli apparati dello Stato. Questo però non può essere un argomento per desiderare meno autonomia, casomai il contrario.

    Perché c’è poco da fare, se con la riforma si separassero definitivamente i pubblici ministeri dai giudici non si realizzerebbe solo una premessa teorica del «giusto» processo – il quale ha tanti e tali fattori di crisi nel nostro paese che resterebbe comunque un pio desiderio, privato innanzitutto delle risorse per potersi realizzare (le riforme costituzionali si fanno perché a costo zero). Ma si costruirebbe una nuova classe di pubblici accusatori con nessun altro scopo che cercare prove per portare a processo ed, eventualmente, ottenere condanne. Una classe che molto presto ci troveremo persino a sperare che venga messa sotto il controllo del governo, com’è negli altri paesi dove c’è la separazione, altrimenti sarebbe del tutto irresponsabile. Un veloce ripasso sugli ultimi video della presidente del Consiglio e di mezzo governo che gridano al golpe ogni volta che un magistrato prende una decisione che spiace alla maggioranza o non esegue prontamente quanto decretato da palazzo Chigi spiega perché in Italia dobbiamo al contrario ancora difenderci dal rischio di una giustizia addomesticata al potere.

    Con questa separazione delle carriere approvata definitivamente, il Pm diventerebbe il nemico professionale dei giudici e degli imputati, una figura del tutto fuori dall’orizzonte delle garanzie (quella che un tempo si chiamava la «cultura della giurisdizione»), più adatta a incarnare le virtù dell’accusatore non solo in tribunale ma anche fatalmente nel dibattito pubblico. Non c’è contraddizione nel fatto che la destra abbia un’attrazione fatale per questo genere di sceriffo con la toga e desideri renderlo la regola. Contraddizione sarebbe se un magistrato con queste attitudini dovesse diventare l’emblema della campagna del no. Eviteremo.

    “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

  • Papa Leone incontra alcune vittime di violenza e l’associazione Usa per la loro tutela. La Rete L’Abuso: “Non coinvolti gli italiani”

    Papa Leone incontra alcune vittime di violenza e l’associazione Usa per la loro tutela. La Rete L’Abuso: “Non coinvolti gli italiani”

    Primo incontro tra Papa Leone e un gruppo di vittime di abusi da parte di sacerdoti. Il Pontefice ha visto gli attivisti dell’Eca, l’Ending Clergy Abuse, rete attiva soprattutto negli Stati Uniti. La Pontificia Commissione per la tutela dei minori aveva presentato qualche giorno fa il Rapporto annuale rilevando la lentezza con la quale si procede in alcune diocesi nell’affrontare la piaga degli abusi. Tra i casi critici era stato segnalato quello dell’Italia, con la replica della Cei che aveva sottolineato quanto invece fatto in termini di formazione e prevenzione.

    La Commissione, guidata da monsignor Thibault Verny, rilevava nel Rapporto “una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi. I tabù culturali possono rendere difficile per le vittime/sopravvissuti-e e per le loro famiglie parlare delle proprie esperienze e denunciarle alle autorità”. Inoltre si evidenziava la parziale collaborazione della Chiesa italiana alla ricerca del Vaticano: “Il questionario quinquennale della Commissione sulla tutela ha ricevuto risposta da 81 diocesi delle 226 appartenenti alla Conferenza” episcopale italiana. In serata la risposta della Cei che rivendica il percorso compiuto in termini di formazione e prevenzione.

    L’unica diocesi che ha affrontato i casi di pedofilia in Italia con un’inchiesta indipendente è quella di Bolzano e Bressanone. Nel dossier sono emerse molte criticità sul trattamento dei casi sia in passato, sia nel presente: come quello del sacerdote, prescritto in Cassazione, che era stato nominato in Alta Pusteria. Nomina revocata dopo le proteste dei fedeli.

    Quello di lunedì non è solo il primo incontro tra il pontefice succeduto a Papa Francesco e un gruppo di vittime, ma anche il primo incontro di un Papa con una associazione che si occupa della materia. I predecessori, da Ratzinger e Bergoglio, avevano visto in passato gruppi di vittime ma non reti organizzate nella tutela delle vittime di pedofilia e nelle denunce. In particolare l’Eca ha seguito quasi tutti i viaggi di Papa Francesco con proteste e mobilitazioni soprattutto nei Paesi dove la piaga degli abusi era stata più sentita. Oggi l’associazione ha potuto varcare la soglia del Vaticano.

    “È stata una conversazione profondamente significativa- ha affermato Gemma Hickey, presidente del Board di Eca e sopravvissuta canadese agli abusi del clero – Riflette un impegno condiviso per la giustizia, la guarigione e un vero cambiamento. I sopravvissuti hanno cercato a lungo un posto al tavolo delle trattative e oggi – sottolinea Hickey – ci siamo sentiti ascoltati”. L’Eca parla di “un passo storico e pieno di speranza, verso una maggiore cooperazione”. L’incontro ha fatto seguito a una lettera inviata dall’Eca al neoeletto Papa, il quale ha risposto positivamente. “Siamo venuti non solo per esprimere le nostre preoccupazioni, ma anche per esplorare come potremmo collaborare per garantire la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili in tutto il mondo“, ha affermato Janet Aguti, vicepresidente del consiglio di amministrazione dell’Eca dall’Uganda. “Crediamo che la collaborazione sia possibile e necessaria”.

    Durante l’incontro con il Papa, Eca Global ha condiviso la sua Iniziativa Tolleranza Zero, sottolineando l’importanza di “standard globali coerenti e politiche incentrate sui sopravvissuti”. Tra i presenti all’incontro anche Francesco Zanardi della Rete L’Abuso: “La Commissione pontificia non ha coinvolto le vittime italiane e questo è grave. Noi sono quindici anni che denunciamo e non siamo ascoltati”. Nel maggio scorso l’associazione aveva denunciato che secondo i dati raccolti dall’associazione nel database “Spotlight on Italian Survivors“, il 3,2% dei preti italiani è accusato di abusi sessuali su minori. Questo corrisponde a circa 1.031 sacerdoti, che avrebbero prodotto 4.262 vittime.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/20/papa-leone-vittime-abusi-eca-notizie/8167249/

  • Violenza sessuale su 17 ragazzini: ex parroco di Belcastro condannato a 11 anni e sei mesi in Cassazione

    Violenza sessuale su 17 ragazzini: ex parroco di Belcastro condannato a 11 anni e sei mesi in Cassazione

    La terza sezione della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso difensivo presentato da don Roberto Mastro, ex parroco di Belcastro condannato in via definitiva a 11 anni e sei mesi di carcere per violenza sessuale.
    Diventa così definitiva la condanna per il sacerdote accusato di aver molestato 17 minori della sua ex parrocchia.

    L’inchiesta

    L’inchiesta si è aperta nel 2010 in seguito alle denunce presentate dai genitori dei ragazzini. Don Roberto Mastro era entrato in parrocchia nel 2007 e aveva fondato un gruppo scout raccogliendo molte adesioni. Dopo le prime segnalazioni se ne aggiunsero parecchie altre. A condurre le indagini furono i carabinieri, i quali ascoltarono decine di testimoni compresi i minori che l’autorità giudiziaria volle sentire con la formula dell’incidente probatorio e con la presenza di periti che giudicarono attendibili le dichiarazioni dei ragazzi. Hanno parlato di abusi ricevuti dal don Roberto fino all’11 dicembre 2010, prima che il sacerdote lasciasse nottetempo il paese.

    In primo grado Mastro è stato condannato a 13 anni e sei mesi dal Tribunale collegiale di Catanzaro. La pena venne riformulata in appello a 11 anni e sei mesi. E su questa condanna è stato posto il sigillo della Cassazione che porterà il prelato in carcere.
    Le parti civili sono state difese dagli avvocati Vincenzo Ranieri, Antonello Talerico, Paolo Carnuccio, Maria Rotundo, Concetta Stanizzi, Giovanni Scarpino.

    https://www.lacnews24.it/cronaca/violenza-sessuale-su-17-ragazzini-ex-parroco-di-belcastro-condannato-a-11-anni-e-sei-mesi-in-cassazione-xf7xqr15