Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: cassazione

  • Processo a un prete, cronista davanti al gup. L’intervento dell’Ordine

    Processo a un prete, cronista davanti al gup. L’intervento dell’Ordine

    La Procura di Enna chiede l’archiviazione per la giornalista Pierelisa Rizzo, la cronista denunciata da Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo per “violenza sessuale aggravata a danno di minori”, ma i legali del prelato presentano opposizione e il gup fissa l’udienza camerale il prossimo 21 marzo. L’Ordine dei giornalisti Sicilia e l’Associazione della stampa siciliana esprimono solidarietà alla giornalista e valutano azioni congiunte di supporto.

    La vicenda prende l’avvio dalla pubblicazione di alcune chat a sfondo sessuale, contenute nella prima ordinanza, tra il sacerdote e alcuni giovani. Dopo la denuncia di Rugolo per diffamazione e diffusione di atti processuali, i legali del sacerdote hanno chiesto l’oscuramento del post e il sequestro di tutti i supporti informatici della Rizzo. Il gip di Enna, Michele Martino Ravelli, ha accolto in parte la richiesta e ha deciso solo per l’oscuramento del post che però non è mai stato oscurato per decisione della Cassazione dopo il ricorso della Procura. Lo scorso giugno il pm Stefania Leonte ha chiesto l’archiviazione, forte anche della pronuncia della Cassazione. Lo scorso luglio, però, i legali di Rugolo hanno depositato una richiesta di opposizione e il gup l’udienza camerale per la decisione finale sul rinvio a giudizio della giornalista.

    Una vicenda simile a quella di Enna si svolge a Savona, dove Rugolo ha denunciato il presidente di Rete l’Abuso, l’associazione che si occupa di sopravvissuti a violenze clericali, Francesco Zanardi, per diffamazione. Anche lì la Procura di Savona aveva chiesto l’archiviazione, ma i legali del sacerdote hanno fatto opposizione e il gup ha fissato l’udienza per il prossimo 4 ottobre.

    «Per i legali di Rugolo, e per quelli che rappresentano i responsabili civili al processo, il vero problema è che le notizie non escano dall’aula di Tribunale dove si sta svolgendo, ormai da due anni, il processo a porte chiuse – dice Pierelisa Rizzo, che è assistita dagli avvocati Eleanna Parasiliti Molica del foro di Enna e da Giovanni Di Giovanni, del foro di Caltanissetta – ma le querele temerarie non possono e non devono fermare la stampa che ha il dovere di continuare a raccontare un fatto di tale rilevanza sociale. Il processo a porte chiuse mi impedisce di entrare in aula, ma non di raccontare quello che succede nel procedimento che ho seguito, da sola, per oltre cento ore».

    «Si tratta di un altro caso di querela temeraria – secondo Roberto Gueli, presidente dell’Ordine dei giornalisti Sicilia – che non tocca solo la collega Pierelisa Rizzo, ma tutta la categoria. Ci adopereremo nelle sedi opportune per fornire alla collega il supporto necessario, in una battaglia giudiziaria in cui un cronista non può essere lasciato da solo».

    https://www.odgsicilia.it/processo-a-un-prete-cronista-davanti-al-gup-lintervento-dellordine-n-416.html

  • Processo a prete per violenza sessuale, cronista davanti al Gup

    Processo a prete per violenza sessuale, cronista davanti al Gup

    (ANSA) – PALERMO, 21 AGO – La Procura di Enna chiede l’archiviazione della giornalista Pierelisa Rizzo, la cronista denunciata da Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo per “violenza sessuale aggravata a danno di minori”, ma i legali del prelato presentano opposizione e il gup fissa l’udienza camerale il prossimo 21 marzo.

    La vicenda, prende l’avvio dalla pubblicazione di alcune chat a sfondo sessuale, contenute nella prima ordinanza, tra il sacerdote e alcuni giovani. Dopo la denuncia di Rugolo per diffamazione e diffusione di atti processuali, i legali del sacerdote chiedono l’oscuramento del post e il sequestro di tutti i supporti informatici della Rizzo.

    Il Gip di Enna, Michele Martino Ravelli, accoglie in parte la richiesta e decide solo per l’oscuramento del post che, però non viene mai oscurato per decisione della Cassazione dopo il ricorso della Procura.

    Lo scorso giugno il Pm Stefania Leonte chiede l’archiviazione, forte anche della pronuncia della Cassazione. Lo scorso luglio, però, i legali di Rugolo depositano una richiesta di opposizione e il Gup l’udienza camerale per la decisione finale sul rinvio a giudizio della giornalista.

    La vicenda di Enna è simile a quanto sta avvenendo a Savona, dove Rugolo ha denunciato il presidente di Rete l’Abuso, l’associazione che si occupa di sopravvissuti a violenze clericali, Francesco Zanardi, per diffamazione.

    Anche lì la Procura di Savona aveva chiesto l’archiviazione, ma i legali del sacerdote hanno fatto opposizione e il Gup ha fissato l’udienza per il prossimo 4 ottobre.

    “Per i legali di Rugolo, e per quelli che rappresentano i responsabili civili al processo, il vero problema è che le notizie non escano dall’aula di Tribunale dove si sta svolgendo, ormai da due anni, il processo a porte chiuse – dice Pierelisa Rizzo, che è assistita dagli avvocati Eleanna Parasiliti Molica del Foro di Enna e da Giovanni Di Giovanni, del Foro di Caltanissetta – ma le querele temerarie non possono e non devono fermare la stampa che ha il dovere di continuare a raccontare un fatto di tale rilevanza sociale. Il processo a porte chiuse mi impedisce di entrare in aula, ma non di raccontare quello che succede nel procedimento che ho seguito, da sola, per oltre cento ore”. (ANSA).

  • Nessun problema interno

    Nessun problema interno

    Di Francesco Bertolucci – »Cosa vogliono fare Ue e Onu per fermare la violenza sessuale sui minori da parte degli ecclesiastici in Italia? « È la domanda che si pone Francesco Zanardi di Rete L’Abuso in una petizione presentata ai due organi sovranazionali. In Italia non esiste una commissione indipendente che registri il numero di persone colpite, come accade in Germania, Francia e Portogallo. Potrebbe essere il numero più alto mai registrato al mondo, e lo Stato italiano “farebbe finta di non sapere”, spiega Zanardi. Cosa intendono fare allora le due organizzazioni per “risolvere il problema italiano” e costringere l’Italia a “proteggere i minori dalla violenza sessuale, in particolare dagli abusi nelle chiese”?

    A metà febbraio di quest’anno, l’associazione ha inviato un rapporto urgente alla Procura Generale e alla polizia, denunciando la situazione. «L’abbiamo fatto», spiega Zanardi, «perché in Italia non c’è un’inchiesta governativa che renda conto della portata del problema». Secondo il rapporto, in Italia ci sono 418 preti pedofili sparsi nella penisola, che rappresentano un numero potenziale di 30.000 vittime. “Tuttavia, questi dati non sono vincolanti in quanto il periodo di riferimento è di circa 13 anni e si basano sui reclami raccolti. Una possibile stima, basata su calcoli di altre organizzazioni straniere, va da 50.000 a oltre un milione di vittime, il numero più alto mai registrato a livello mondiale”.

    Oltre al rapporto di Rete L’Abuso, l’unico altro rapporto ufficiale è quello preparato e pubblicato nel novembre 2022 dalla Conferenza episcopale italiana (CEI) sulla pedofilia nel clero italiano. Per il periodo dal 2020 al 2021 vi sono state registrate 89 vittime di 68 chierici. «A parte il fatto che più di un quarto delle diocesi non ha fornito dati, è ridicolo e non ha senso riferirsi solo al 2020/21», dice Michelangelo Ventura di Noi Siamo Chiesa, associazione che fa parte di Italy Church Too, un coordinamento contro la violenza nella chiesa. “Dovrebbero rendere accessibili gli archivi degli ultimi 50 anni e affidare le indagini a commissioni indipendenti”, chiede Ventura.

    Come è avvenuto, ad esempio, in Germania, Francia e Portogallo. Nei tre Paesi europei commissioni indipendenti hanno indagato su migliaia di casi, anche grazie all’apertura degli archivi da parte della Chiesa. In Portogallo, dove ora ci sono circa 4.000 sacerdoti, la commissione indipendente coordinata dal neuropsichiatra infantile Pedro Strecht ha registrato un “numero minimo” di 4.815 vittime tra il 1950 e il 2022. In Germania, invece, secondo la commissione delle Università di Mannheim, Heidelberg e Giessen, tra il 1946 e il 2014 3.677 minori hanno subito violenze sessuali da parte di 1.670 ecclesiastici, che corrispondono al 4,4 per cento del clero tedesco. La Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa francese (Ciase), presieduta dall’ex vicepresidente del Consiglio di Stato Jean-Marc Sauvé, è giunto alla conclusione alla fine del 2021 che negli ultimi 70 anni il tre per cento del numero totale stimato di preti francesi aveva commesso violenze pedofile. Ciò equivale a circa 3.000 sacerdoti con una media di 72 vittime per sacerdote e un numero potenziale di 216.000 vittime.

    Oggi in Francia ci sono circa 14.000 sacerdoti, rispetto ai circa 29.000 del 1995. In Germania, il numero è sceso da circa 18.000 nel 1997 a 12.000 oggi. In Italia, il Paese con più sacerdoti al mondo, il numero è sceso dai circa 50.000 dei primi anni 2000 (compresi sacerdoti diocesani e religiosi) ai circa 43.000 di oggi (compresi i diaconi permanenti). È difficile fare ipotesi sul numero di persone colpite dalla violenza, ma statisticamente c’è poco da accontentarsi. Per ottenere chiarezza, dovresti sollevare il coperchio. “In Germania e in Francia la Chiesa ha istituito un fondo per le vittime rispettivamente di 40 e 20 milioni di euro”, ha proseguito Ventura.

    La Chiesa è testarda

    Lorenzo Ghizzoni, presidente dell’Ufficio per la tutela dei minori della Cei, ha detto al convegno “Dalla parte delle vittime” del 19 novembre alla Pontificia Università Lateranense che organismi di ricerca indipendenti “hanno fatto del male” e che “non istituiremo una commissione nazionale formata da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa”. Non faranno “proiezioni o campionature di dati, come si fa in altri ambiti ecclesiali, con numeri che fanno piacere a chi vuole seminare zizzania”, e hanno precisato che il caso di “un prete che abusa una sola volta, magari perché ubriaco o perché provocato in situazioni provocatorie, non è così grave come quello di un molestatore seriale”.

    La chiesa italiana dovrebbe fare quello che hanno fatto le chiese tedesca, portoghese e francese: aprire gli archivi e consegnarli a una commissione indipendente. La richiesta di un fondo a favore delle vittime e l’introduzione obbligatoria di un certificato antipedofilia anche per sacerdoti e volontari che lavorano nella chiesa, come previsto dalla Convenzione di Lanzarote adottata dal Consiglio d’Europa e ratificata dal governo italiano, sono altri due punti della petizione di Rete L’Abuso.

    Inoltre, c’è la richiesta di un’estensione dell’obbligo di denuncia e dell’abolizione della prescrizione, come sta già accadendo in altri Paesi – “uno dei nostri grandi problemi”, spiega Zanardi. Alcuni esperti affermano che solo il dieci per cento delle persone colpite sporge denuncia. Di per sé, questo sarebbe già un numero che lascia spazio a un gigantesco numero potenziale di casi non denunciati. «Aggiungete a ciò il fatto che possono volerci molti anni prima che la persona abusata si renda conto di aver subito abusi», spiega l’avvocato Mario Caligiuri, specializzato in questi casi e che lavora a Rete L’Abuso. Il fatto che in Italia un delitto violento possa cadere in prescrizione se non viene denunciato è una spada di Damocle sospesa sulla testa delle vittime. Poi ci sarebbe il problema dei referenti diocesani, allestito dalla chiesa come luogo di ascolto. “Una buona cosa in realtà”, dice Caliguri. “Ma è una politica che equivale a una scusa per l’efficienza della chiesa, che sola può controllare e affrontare questo fenomeno.” Ma la chiesa non può essere lasciata sola ad affrontare questi crimini. E lo Stato italiano fa “come se non sapesse niente”.

    La maggior parte delle denunce delle vittime inizia con “l’ho denunciato alla parrocchia”, come ha detto una ragazza sarda, oppure “mi sono alzata e sono andata al referente diocesano”, come ha messo a verbale un ragazzo siciliano. «Non che sia brutto dirlo alla parrocchia, ma nessuno di loro va direttamente dai carabinieri», puntualizza Caliguri. Una soluzione “interna” che è al vaglio anche del Vaticano: il “Motu proprio Vos Estis Lux Mundi” di papa Francesco del 2019 sancisce l’obbligo di “denunciare immediatamente gli abusi al funzionario ecclesiastico”, ma non alla magistratura italiana. “La chiesa insiste nel non rendere obbligatoria la denuncia alle autorità civili”, ha detto l’avvocato, “ma se vogliono guadagnare credibilità, sarebbe il primo

    «Nelle diocesi», aggiunge Zanardi, che ha vissuto in prima persona violenze sessualizzate a undici anni, «le testimonianze vengono raccolte con l’accordo di non pubblicare i dati». “Ci si va in nome di Dio, ma in realtà finisce tutto negli archivi delle diocesi. E non te ne daranno una copia. C’è un avvocato della chiesa nell’archivio che spesso copre tutto o che può quindi utilizzare le tue dichiarazioni in tribunale. Non sei obbligato a segnalarlo, lo stai gestendo internamente.

    dopo la violenza

    Una denuncia prima alla chiesa e poi ai tribunali viene fatta per motivi psicologici. Il prete è una figura autoritaria di cui la vittima si fida ciecamente, così come si fidano di lui i genitori. “Il trauma derivante dalla violenza sessualizzata”, spiega Sara Simona Racalbuto, psicologa clinica e psicoterapeuta del Poliambulatorio Bambi dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, “trova il suo potere distruttivo nelle relazioni in cui l’uomo tende per natura a fidarsi e affidarsi”. L’aggravante dal punto di vista psicologico è proprio la confusione “che nasce da questo tipo di rapporto, in cui la vittima si sente in colpa ed è emotivamente attaccata all’autore del reato’. Esiste un patto non esplicito per tradire l’autore e anche i genitori o altri tutori adulti che non sono autori.

    «Certamente», sottolinea Zanardi, «c’è il problema dei Patti Lateranensi che Mussolini stabilì nel 1929. Esse affermano essenzialmente che interrogato da un giudice su un delitto commesso da un suo sacerdote, il vescovo ha il diritto di non rispondere se ritiene che la questione sia riservata al suo ufficio. Ci dovrebbe essere l’obbligo di terminare e modificare i Patti Lateranensi”.

    In particolare, Zanardi fa riferimento all’articolo 4 dei Patti Lateranensi, che testualmente recita: “Gli ecclesiastici non saranno tenuti dai giudici o da qualsiasi altra autorità a fornire informazioni su persone o cose di cui abbiano conoscenza in virtù del loro ministero”. “La Costituzione – precisa Piercamillo Davigo, già Presidente della 2a Sezione di primo grado della Suprema Corte di cassazione ed ex componente del Consiglio superiore della magistratura – affermava che le modifiche consensuali ai Patti Lateranensi non richiedono modifiche costituzionali. Quindi chi non ha un accordo ha bisogno di una procedura di revisione costituzionale”.

    Poiché gli ecclesiastici non sono né dipendenti pubblici né incaricati di pubbliche cariche, l’obbligo di denunciare i reati contro la persona non li riguarda. L’ex giudice e sostituto procuratore del tribunale di Milano, Piero Forno, divenuto noto come il “procuratore minori”, ritiene dunque che la violenza sessuale sui minori debba appartenere alla categoria dei reati “che ogni cittadino deve denunciare se ne viene a conoscenza”. Non è come “dobbiamo inventare qualcosa”, spiega. “Non ci resta che modificare l’articolo 364 del codice penale”, che recita: Il cittadino che, dopo essere stato condannato per un delitto contro la personalità dello Stato (delitti diretti a violare la sicurezza dello Stato, l’ordine costituzionale e le forme istituzionali che li attuano,jW ) per i quali la legge prevede la pena di morte o l’ergastolo non lo denuncia immediatamente alle autorità sarà punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 a 1.032 euro.

    “Basterebbe aggiungere all’articolo qualcosa come ‘reati contro i minori’, cioè H. violenza o abuso sessuale”, spiega Forno, riferendosi alla Francia. “Il cardinale Philippe Barbarin è stato condannato lì e poi è scaduta la prescrizione per aver coperto un parroco che ha molestato un centinaio di ragazzi nella sua parrocchia. Lo sapeva, lo ha catturato e trasferito. In quanto cittadino, però, aveva il dovere di denunciarlo. In Italia non esiste tale obbligo». Così facendo, non violerebbe nemmeno il cosiddetto segreto professionale, tutelato dall’articolo 200 del codice di procedura penale. Afferma che i sacerdoti non possono essere costretti dalle comunità religiose a testimoniare su ciò che sanno a causa del loro ufficio. Forno quindi vede l’unica via istituire “un principio generale del cittadino”. Perché poi è «difficile per un sacerdote affidarsi al segreto professionale. Il segreto professionale è essenzialmente legato al sacramento della confessione. Non ci sono eccezioni. Se vado a confessare un delitto, per quanto grave, non può dire: vado dai carabinieri. La legge non prevede alcun obbligo». L’unica possibilità sarebbe quella di obbligare tutti i cittadini non solo a denunciare reati contro la personalità dello Stato, ma anche abusi e violenze sessualizzate sui minori.

    https://www.jungewelt.de/artikel/455346.kirche-und-gewalt-kein-internes-problem.html

  • Così il prete accusato di pedofilia vuole evitare il carcere

    Così il prete accusato di pedofilia vuole evitare il carcere

    Don Mauro Galli, il prete accusato di pedofilia contro un ragazzo di 15 anni, punta a evitare il carcere. Potrebbe infatti patteggiare il sacerdote della diocesi di Milano a processo per un abuso sessuale avvenuto a Rozzano nel 2011, nei confronti di un ragazzo allora 15enne.

    La difesa dell’imputato, rappresentato dall’avvocato Mario Zanchetti, e la pg Celestina Gravina, hanno infatti depositato martedì all’udienza di appello bis (collegio Correra, Galoppi, Rinaldi) una proposta di concordato, su cui la corte deciderà il prossimo 26 settembre.

    L’accordo tra le parti, a quanto si apprende, dovrebbe prevedere una pena inferiore ai quattro anni, che consentirebbe così a don Galli di accedere a misure alternative al carcere, come l’affidamento in prova ai servizi sociali. In aula erano presenti sia la famiglia del ragazzo, che il sacerdote, condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi e in secondo grado a 5 anni e 6 mesi. Una condanna annullata con rinvio dalla Cassazione lo scorso gennaio.

  • Don Mauro Galli patteggia

    Don Mauro Galli patteggia

    Si è svolta questa mattina l’udienza, dopo che la Cassazione ha rimandato il riesame in Appello, per il caso di don Mauro Galli, il prete che alla vigilia di natale con un sotterfugio, adescò manipolando i genitori, Alessandro Battaglia.

    Stamani, davanti ai giudici della seconda sezione penale d’appello di Milano, la Procura generale, col sostituto pg Celestina Gravina, e la difesa di Galli, con l’avvocato Mario Zanchetti, hanno depositato una proposta di concordato in appello, tecnicamente il patteggiamento di secondo grado.

    Don Mauro Galli, ricordiamo, fu assolto dal tribunale della chiesa lombarda.

    Si attende, per settembre, la sentenza.

    Zanardi

  • Abusi sessuali su un chierichetto: definitiva la condanna a un ex parroco

    Abusi sessuali su un chierichetto: definitiva la condanna a un ex parroco

    BRINDISI – La corte di Cassazione ha scritto la parola finale. E’ diventata definitiva la condanna a otto anni di reclusione nei confronti del 48enne Francesco Caramia, originario di Mesagne, ex parroco della chiesa di San Giustino de Jacobis, al rione Bozzano di Brindisi, per abusi sessuali su un chierichetto. La suprema corte si è espressa ieri sera (mercoledì 7 giugno) confermando la sentenza della Corte d’Appello, che a sua volta aveva confermato la condanna emessa dal tribunale di Brindisi.

    I fatti si sono verificati fra il 2008 e il 2009, quando la vittima aveva 8-9 anni. L’inchiesta partì a seguito di una denuncia sporta dal pediatra del minore al quale si era rivolto la mamma, dopo aver parlato con un’amica del figlio. Difeso dagli avvocati Giancarlo Camassa e Rosanna Saracino, Caramia ha sempre professato la propria innocenza. La vittima, assistita dall’avvocato Carmela Roma, si è costituita parte civile.

    Nel settembre 2017 è arrivata la condanna a otto anni di reclusione in primo grado di giudizio. In appello l’accusa aveva chiesto la conferma di tale condanna, mentre la difesa aveva chiesto l’assoluzione o in subordine l’attenuante per non particolare gravità. Era stata rigettata, inoltre, l’istanza di poter sentire il ragazzo, già ascoltato in fase di indagini preliminari nell’ambito dell’incidente probatorio, avanzata dai legali dell’imputato. Gli stessi hanno depositato ricorso in Cassazione, ma questo è stato dichiarato inammissibile, con conseguente conferma della condanna.

    Arrestato nel 2016 in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare, Caramia è stato sottoposto a due anni e quattro mesi di custodia cautelare, prima in carcere e poi in comunità.

    https://www.brindisireport.it/cronaca/definitiva-condanna-francesco-caramia-abusi-sessuali-brindisi.html

  • Atti sessuali su un chierichetto: definitiva la condanna a 8 anni per un ex parroco di Brindisi

    Atti sessuali su un chierichetto: definitiva la condanna a 8 anni per un ex parroco di Brindisi

    La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Francesco Caramia, ex parroco del rione Bozzano di Brindisi, condannato a 8 anni di reclusione perché accusato di aver compiuto atti sessuali su un chierichetto.

    L’ex sacerdote, originario di Mesagne, venne arrestato e condotto in carcere dai carabinieri il 15 giugno 2016, in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del tribunale brindisino, Maurizio Saso.

    Gli avvocati di Caramia puntavano a ottenere un annullamento con rinvio, per un nuovo processo d’appello nei confronti dell’ex parroco che, dopo aver sempre rivendicato la propria innocenza, ha lasciato l’ordine sacerdotale ed è libero.

    La contestazione, mossa dal pm Milto Stefano De Nozza, quando era in servizio presso la procura di Brindisi, si riferisce al periodo di tempo compreso tra il 2007 e il 2008, quando la vittima aveva 9 anni.

    Il ragazzino venne ascoltato con la formula dell’incidente probatorio a febbraio 2016. L’inchiesta partì dalla denuncia presentata dal pediatra nel minorenne, dopo un colloquio con la madre del bambino.

  • Tutti gli uomini di Papa Francesco… e quelle nomine poco in linea con la tolleranza ZERO

    Tutti gli uomini di Papa Francesco… e quelle nomine poco in linea con la tolleranza ZERO

    Nel suo pontificato “particolarmente dedito” a combattere la pedofilia nel clero cattolico di certo Papa Francesco ha spesso fatto scelte poco lungimiranti che poi si sono rivelate azzardate, come quella di nominare il Cardinale Pell al dicastero delle finanze. Questo non tanto per come sarebbe potuta finire o meno la già nota inchiesta per abusi che lo vedeva accusato, ma proprio per l’accusa in sé, in contrapposizione con le campagne garantiste di tolleranza zero di cui Francesco si è fatto promoter.

    La nomina forse poco opportuna del vescovo di Milano Mario Delpini, accusato di aver insabbiato il caso di don Mauro Galli …e via dicendo, i casi sono diversi.

    Molto curiosa la recente nomina di Matteo Zuppi, già Presidente CEI, impegnato nei dialoghi di pace in Ucraina e da pochi giorni anche Giudice della corte di cassazione vaticana. Un uomo che dal lato delle vittime di certo non ha ottenuto molta simpatia con le sue chiusure e il fallimento del report CEI. Tuttavia avrà altre qualità se Bergoglio in pochi mesi lo ha piu volte nominato.

    Ancora in via di “festeggiamenti” invece, la nomina di Monsignor Michele di Tolve, nuovo Vescovo Ausiliare di Roma. Sul sito del Vaticano viene ricordato nel suo incontro con Papa Francesco.

    Ex rettore del Seminario e parroco di Rho. Collaboratore di Paolo Bovi, educatore e frequentatore dell’oratorio già al tempo in cui don Michele di Tolve era vice parroco della Parrocchia di Cassina de’ Pecchi.

    Fu sempre Di Tolve, rettore del seminario di Venegono a fare sacerdote don Emanuele Tempesta (oggi indagato), malgrado la contrarietà dell’ex rettore, Luigi Panighetti. Tempesta non fu l’unico sacerdote consacrato da Di Tolve che poi risultò “immaturo”.

    Grandi innovazioni quelle di Bergoglio, dicono in continuazione i media, di cui però l’unica contenta mentre le vittime si lamentano è al momento la chiesa, che a tredici anni dall’inizio dello scandalo europeo, unica quella italiana ad oggi, a non aver ancora indennizzato o assistito una sola vittima – tranne quando costretta dai tribunali italiani. Quello che è peggio è essere stata anche incapace almeno di un risarcimento umano.

    Ma a quanto pare non gli intessa…


    …Ora siamo preoccupati che i vescovi della Chiesa cattolica in Nuova Zelanda, che stanno arbitrando su tali denunce a danno dei sopravvissuti, siano essi stessi accusati di gravissime violazioni sessuali contro i bambini e della tortura psicologica di quei bambini.

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2023/06/08/nuova-zelanda-seconda-lettera-aperta-a-papa-francesco/

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2023/05/24/lettera-integrale-del-presidente-della-bolivia-al-papa-blocco-degli-ingressi-ai-preti-e-revisione-del-concordato/

  • Zuppi, nuova nomina dal Papa: Giudice di Cassazione in Vaticano

    Zuppi, nuova nomina dal Papa: Giudice di Cassazione in Vaticano

    Bologna, 3 giugno 2023 – Dal primo gennaio il cardinale arcivescovo Matteo Zuppi sarà uno dei giudici della Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano. La nomina è arrivata direttamente da Papa Francesco per un incarico molto delicato, dato la Corte è l’unico organo all’interno della Santa Sede che può giudicare i cardinali e i vescovi nelle cause penali, fatto salvo il primo paragrafo del canone 1405 del Codice di Diritto Canonico. Tale articolo prevede che il Pontefice abbia la facoltà esclusiva di giudicare chi, secondo il promotore di giustizia, abbia commesso un delitto.

    La stessa attività della Cassazione deve essere sempre autorizzata al Santo Padre, essendo la Città del Vaticano governata da una monarchia assoluta elettiva e che il Papa reggente delega ad alcuni organi il potere esecutivo, legislativo e giudiziario, senza, però, rinunciare alla sua facoltà di agire un maniera autonoma in questi tre campi.

    Per Zuppi, gli incarichi al di fuori dei confini della diocesi iniziano a essere parecchi, da quelli meno visibili, come il far parte del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale e dell’Ufficio dell’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, all’essere presidente della Conferenza episcopale italiana, passando per il ruolo di ambasciatore nella missione di pace che Papa Francesco vorrebbe realizzare perché cessi il conflitto acceso dalla Russia con l’invasione in Ucraina. Come giudice della Corte di Cassazione sarà chiamato a esercitare la giustizia in nome del Pontefice.

    Va sottolineato come tale Corte abbia potere solo nei confronti di chi abbia commesso un reato all’interno delle mura vaticane o nei confronti di una persona che abbia cittadinanza vaticana, oppure se il presunto colpevole è un cittadino vaticano. Nelle altre situazioni, invece, come nel caso di un possibile reato commesso da un sacerdote, a intervenire è la sezione disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede, attraverso il Supremo Tribunale Apostolico che non ha facoltà di interagire con la giustizia ordinaria del Paese in cui si è verificato il delitto.

    https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/zuppi-nuova-nomina-dal-papa-giudice-di-cassazione-in-vaticano-e75cf8ae

  • «Cosa intendono fare Ue e Onu per fermare gli abusi sessuali sui minori del clero in Italia?»

    «Cosa intendono fare Ue e Onu per fermare gli abusi sessuali sui minori del clero in Italia?»

    di Francesco Bertolucci – Una petizione all’Unione Europea e una istanza di procedura di infrazione urgente all’Onu. Entrambe, per chiedere cosa intendano fare questi due organismi sovranazionali per «risolvere il problema italiano», costringere il nostro paese a «prevenire il fenomeno» e «proteggere i minori dagli abusi sessuali, specie quelli ecclesiastici» visto che «la chiesa cattolica si differenzia in modo preoccupante per essere un’associazione strutturata che, grazie ai vuoti legislativi, si è regolamentata internamente dietro a un Motu proprio che mantiene tutte le modalità omissive e criminali originarie del problema stesso, in Italia favorite in modo ‘floreo’ dallo stato, che la sta supportando con il silenzio e favorendone la linea criminale».

    È quanto si può leggere in quella che si può tradurre come una richiesta di pronto soccorso fatta da Rete L’Abuso, associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero in Italia attiva dal 2010 che già in passato aveva sottoposto il problema sia all’Ue che all’alto commissariato per i diritti umani del comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite. E che a metà febbraio di quest’anno ha inviato una informativa urgente alla Procura generale della Repubblica e alle forze dell’ordine dove denunciava la situazione degli abusi sessuali del clero sui minori italiani.

    «Lo abbiamo fatto – spiega Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso – perché in Italia manca una indagine governativa che faccia comprendere la grandezza del problema. Questa sarebbe necessaria. Già quando avevamo sottoposto il problema a Ue e Onu anni fa, ambedue gli organismi si erano detti molto preoccupati per quanto accadeva in Italia e avevano chiesto spiegazioni al nostro stato. Secondo il primo report dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero italiano presentato da noi ai primi di febbraio, in Italia ci sarebbero 418 preti pedofili sparsi per tutta la penisola per un numero potenziale di vittime stimato in circa 30mila. Ma sono numeri in difetto visto che l’arco di riferimento è di circa 13 anni e basato sulle denunce raccolte. Una stima possibile, basandosi su calcoli fatti da altre commissioni straniere, potrebbe variare da 50mila a oltre 1 milione di vittime, ovvero il numero più alto mai registrato in tutto il mondo».

    Le mancanze italiane 

    Oltre a quello di Rete L’Abuso, l’unico altro rapporto ufficiale è quello realizzato e diffuso a novembre 2022 dalla Conferenza Episcopale Italiana sulla pedofilia nel clero italiano. Nel rapporto della Cei si legge che nel biennio ’20-’21, nel Belpaese ci sarebbero state 89 vittime di 68 persone di ambito ecclesiastico. «Tralasciando che più di un quarto delle diocesi non ha fornito dati ma riferirsi solo agli anni 20-21 è risibile e non ha senso – afferma Michelangelo Ventura di Noi Siamo Chiesa, associazione che fa parte di ItalyChurchToo, coordinamento contro gli abusi nella chiesa – dovrebbero rendere disponibili gli archivi almeno degli ultimi 50 anni con indagini affidate a commissioni indipendenti. Come è stato fatto ad esempio in Germania, Francia e Portogallo. Lo Stato italiano dovrebbe chiederle a gran voce».

    Nei tre stati europei, commissioni indipendenti hanno ravvisato migliaia di casi grazie anche all’apertura degli archivi da parte della chiesa. In  Portogallo, dove oggi i preti sono circa 4mila, la commissione indipendente coordinata dal neuropsichiatra infantile Pedro Strecht ha censito un “numero minimo”, come precisa nella relazione, di 4815 vittime tra il 1950 e il 2022. In Germania secondo la commissione condotta dalle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen invece i minori abusati sessualmente sono stati 3677 da parte di 1670 religiosi tra il 1946 e il 2014, corrispondenti al 4,4% degli ecclesiasti tedeschi.

    La commissione indipendente sugli abusi sessuali nella chiesa francese (Ciase) presieduta dall’ex vicepresidente del consiglio di stato Jean-Marc Sauvé e pubblicata a fine 2021 ha riscontrato che, negli ultimi 70 anni, il 3 per cento del numero totale stimato dei preti francesi sarebbe pedofilo, pari a circa 3mila ecclesiastici, con una media di 72 vittime per sacerdote per un numero potenziale di abusati stimato in 216mila persone. Dai 29mila del 1995, oggi i sacerdoti in Francia sono circa 14mila, in Germania si è passati dai circa 18mila del 1997 ai 12mila di oggi mentre in Italia, che ha il numero più alto al mondo, si è passati dai circa 50mila dei primi anni 2000 (tra diocesani e religiosi) ai circa 43mila odierni, diaconi permanenti compresi. Il numero degli abusati è difficile ipotizzarlo ma, se guardiamo alle statistiche degli altri paesi, ci sarebbe poco da star tranquilli. Per far chiarezza, l’unica via sarebbe scoperchiare il vaso.

    «In Germania e Francia la chiesa ha stabilito un fondo per le vittime di 40 e 20 milioni di euro – continua Ventura – mentre qua da noi questo non esiste e già le commissioni indipendenti sono un tabù. Monsignor Lorenzo Ghizzoni, presidente del servizio tutela minori della Cei, durante il convegno ‘Dalla parte delle vittime’ del 19 novembre scorso alla Pontificia Università Lateranense, ha specificato che gli enti indipendenti di ricerca ‘Hanno fatto danni’ che ‘Non sarà costituita una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della chiesa’, ‘Non faremo proiezioni di dati o campionamenti come si fa in altre realtà ecclesiali, con cifre che piacciono a chi vuole seminare zizzania’ e precisato che il caso di ‘un prete che abusa una sola volta perché magari ubriaco o perché provocato in situazioni provocanti non è grave quanto quello di un abusatore seriale’.

    La chiesa italiana deve fare come quella tedesca, portoghese e francese: aprire gli archivi e darli a una commissione indipendente. E lo dico perché, come cattolico, voglio salvare la chiesa». La richiesta di un fondo a favore delle vittime, insieme all’obbligatorietà di un certificato antipedofilia esteso anche al clero e al volontariato attivo nella chiesa, sono altri due punti presenti nelle istanze inviate da Rete L’Abuso.  A questi si aggiunge la richiesta di estendere l’obbligo di denuncia a tutti i cittadini e l’eliminazione dei termini di prescrizione per gli abusi, come già sta avvenendo in altri paesi, «Uno dei nostri grossi problemi legislativi» come spiega Zanardi.

    Il problema delle denunce 

    Alcuni esperti affermano che solo il 10 per cento degli abusati presenta denuncia. Di per sé, già questo sarebbe un dato che lascia spazio a un potenziale sommerso gigantesco. «In più c’è da considerare che la persona abusata – chiarisce l’avvocato Mario Caligiuri che si occupa dei reati di abusi sessuali e collabora con Rete L’Abuso – può metterci molti anni a realizzare di aver subito un abuso. Il fatto che in Italia il reato di violenza, se non denunciato, può finire in prescrizione, è una spada di Damocle sulla testa degli abusati. Che andrebbe tolta. Poi ci sarebbe il problema degli sportelli diocesani, che la chiesa ha aperto in funzione di ascolto. Apparentemente sarebbero una buona cosa. Ma si tratta di una politica equiparabile a una apologia di efficienza della chiesa nel riuscire a controllare e gestire questo fenomeno autonomamente. Un aspetto grave che si può paragonare a una sorta di scippo della funzione allo stato. La chiesa non può essere la sola a trattare questi reati. Lo stato italiano sta facendo finta di non sapere».

    Se vagliamo le denunce che possiamo trovare da parte delle vittime, la maggior parte di queste iniziano con “ho denunciato il fatto alla parrocchia” come ha raccontato una ragazza sarda o “mi sono fatto forza e sono andato allo sportello diocesano” come ammetteva un ragazzo siciliano. Non che dire le cose in parrocchia sia il male ma nessuno di loro va direttamente dai carabinieri. Una soluzione ‘interna’ pensata anche in Vaticano se consideriamo il motu proprio del 2019 Vos Estis Lux Mundi di Papa Francesco nel quale aveva specificato «l’obbligo di segnalare tempestivamente» gli abusi al funzionario ecclesiastico ma non alla giustizia italiana. «La chiesa insiste a non rendere obbligatoria la denuncia alle autorità civili – continua l’avvocato Caligiuri – ma se vogliono acquistare credibilità, sarebbe la prima cosa che dovrebbero fare».

    «Negli sportelli diocesani – aggiunge Zanardi, che all’età di 11 anni ha vissuto in prima persona il dramma di essere abusato – si raccolgono le testimonianze con l’accordo tra le parti di non divulgare i dati. Te vai lì, denunci la cosa, lasci i dati, sottoscrivi e non ti viene dato alcun consenso informato. Te vai in nome di dio ma di fatto finisce tutto nell’archivio diocesano. E non te ne danno copia. All’interno archivio c’è un avvocato della chiesa che spesso insabbia tutto o che comunque può utilizzare poi le tue dichiarazioni in sede processuale. Questi poi non sono obbligati a denunciare ma gestiscono la cosa internamente». La segnalazione fatta prima in chiesa che alla giustizia, accadrebbe per un motivo psicologico. Il sacerdote è una figura autorevole e della quale la vittima si fida ciecamente, essendo una persona di cui si fidano anche i genitori stessi.

    «Il traumatismo derivato dall’abuso sessuale – spiega Sara Simona Racalbuto, psicologa clinica e psicoterapeuta, dell’ambulatorio Bambi dell’ospedale Regina Margherita di Torino, centro specializzato nell’intervento psicologico e medico in caso di abuso sessuale e maltrattamento su minori – trova la propria potenza destruente in relazioni in cui si è per natura preposti a fidarsi ed affidarsi. L’aggravante dal punto di vista psichico è proprio la confusività generata da quel tipo di relazione, dove la vittima si sente colpevole e partecipa essendo legata emotivamente al suo abusante. Da qui la fatica del rivelare o di violare quel patto anche non esplicito di non tradire l’abusante o di non tradire i genitori o l’altro riferimento adulto non abusante».

    Denunciando i fatti alla chiesa, la persona abusata pensa quindi di fare la scelta più giusta. Possibili problemi poi potrebbero derivare dall’aspetto della riforma Cartabia approvata nel 2022 che ha reso procedibili secondo querela di parte anche i reati di violenza e la cosiddetta giustizia riparativa, che andrà in vigore da giugno di questo anno. Se da un lato questa ha il lato nobile di far cercare un accordo tra le parti, può essere avviata dall’autore del reato e comportargli una pena più favorevole, dall’altro mettere a fronte la vittima con una persona che magari non propriamente pentita di quanto fatto, potrebbe dare nuovi problemi psicologici. Queste ultime però sono solo ipotesi. «Di sicuro – sottolinea Zanardi – c’è il problema dei Patti Lateranensi stipulati nel ’29 da Mussolini. Questi dicono in sostanza che il vescovo qualora intervistato da un magistrato su un reato commesso da un suo prete, se ritiene che la questione sia riservata al suo ministero, ha facoltà di non rispondere al magistrato. Ci vorrebbe l’obbligo di denuncia e di cambiare i Patti Lateranensi».

    Una possibile soluzione 

    Nello specifico, Zanardi si riferiva all’articolo 4 dei Patti Lateranensi che dice testualmente: gli ecclesiastici non possono essere richiesti da magistrati o da altra autorità a dare informazioni su  persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del sacro ministero. Cambiare unilateralmente i Patti Lateranensi, oltre forse a non centrare del tutto il problema, non sarebbe semplice. «La Costituzione – chiarisce Piercamillo Davigo, ex presidente della II Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione ed ex membro togato del Consiglio Superiore della Magistratura – dice che le modifiche di comune accordo dei Patti Lateranensi non richiedono modifiche costituzionali. Quindi quelle senza accordo richiedono un procedimento di revisione  costituzionale».

    L’obbligo di denuncia per reati contro le persone invece riguarda i pubblici ufficiali. “Tutti i ministri del culto, non sono né pubblici ufficiali né incaricati di pubblico servizio. L’obbligo di denuncia quindi non c’è – specifica Piero Forno, ex magistrato e sostituto procuratore del Tribunale di Milano, noto come «il pm dei bambini’ e che inventò in Italia la specializzazione in reati sessuali – Io sarei dell’idea, e con questo non prendo posizione contro la chiesa cattolica ma prendo posizione sul problema, che un abuso sessuale in danno di minori appartiene a quella categoria di reati per i quali qualunque cittadino, se ne viene a conoscenza, lo deve denunciare. E sarebbe una soluzione in radice che non lascia spazi a fori esterni. Non è che dobbiamo inventarci qualcosa. Basta modificare l’articolo 364 del codice penale».

    L’articolo 364 specifica: il cittadino, che, avendo avuto notizia di un delitto contro la personalità dello stato, per il quale la legge stabilisce la pena di morte o l’ergastolo, non ne fa immediatamente denuncia all’autorità, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 a 1032 euro. Facendo un esempio, reati contro personalità dello stato può significare che se abbiamo un vicino di casa con la casa piena di armi e veniamo a conoscenza che sta organizzando un attentato, ovvero reato contro la personalità dello stato, siamo obbligati a denunciare. «Basterebbe aggiungere all’articolo una cosa come ‘e un reato in danno di minori’, ovvero una violenza sessuale o maltrattamenti – afferma Forno – che è quello che succede in Francia. In Francia è stato condannato, poi andato in prescrizione, il cardinale Philippe Barbarin perché ha coperto un parroco che aveva abusato di un centinaio di ragazzi della sua parrocchia. Lui lo sapeva, lo ha preso e trasferito. Come cittadino però aveva obbligo di denunciare. Manca questo obbligo in Italia».

    Questo non andrebbe contro al cosiddetto segreto professionale, inteso come quello salvaguardato dall’articolo 200 del codice di procedura penale il quale specifica che non si può obbligare a deporre su quanto conosciuto per ragione del proprio ministero, i ministri di confessioni religiose. «Se stabiliamo un principio generale del cittadino – osserva Forno – è difficile che il ministro del culto possa avvalersi del segreto professionale. Perché il segreto professionale è sostanzialmente legato al sacramento della confessione. Non ci sono deroghe. Se vado a confessare anche il più atroce delitto, questo non può dire: vado dai carabinieri. La legge non stabilisce nessun obbligo. L’unica sarebbe quella che impone a tutti i cittadini di denunciare non solo i delitti contro la personalità dello stato ma anche maltrattamenti e violenze sessuali in danno di minori. Se voi venite a conoscenza di una notizia di reato, una confidenza di una amica minorenne ‘guarda, son stata violentata’, vai a denunciare. È di una semplicità tale da far pensare che se questo non succede è perché c’è una volontà politica, spiace dirlo, in senso contrario.  Altrimenti non si spiega».

    Quanti potrebbero essere gli abusati in Italia e perché
    Per cercare di inquadrare il problema nell’arco di più anni, ci sono ipotesi che si basano su potenziali stime su preti-orchi e vittime, dettate da quanto è accaduto negli altri stati. Si può arrivare all’8 per cento del totale dei preti presenti sul territorio calcolato dalla Nsac, la National Sexual Assault Conference, passando dal 4 per cento stimato da Bryan Froehle, professore di teologia alla Palm Beach Atlantic University e il 6 per cento di Richard Sipe, ex presbitero e psicoterapeuta, conosciuto al grande pubblico perché citato anche nel film Il caso Spotlight, che durante le sue ricerche sul comportamento sessuale dei preti cattolici e dei loro superiori, aveva intervistato 1500 sacerdoti rilevando che 90 di loro avevano rapporti con minori. Stando agli studi realizzati dallo stesso Sipe, ogni prete pedofilo, visto il numero di adolescenti e preadolescenti coi quali è quotidianamente a contatto nell’esercizio delle sue funzioni, potrebbe arrivare ad abusare di oltre 250 vittime nel corso della propria vita.

    Ovviamente non è una equazione sicura. Per altri casi negli  Stati Uniti, Andrew Greeley, professore di sociologia all’Università di Chicago, presume che si possano contare 50 vittime per sacerdote pedofilo. Quasi dieci anni fa, nel 2014, Papa Francesco  diceva in una intervista all’ex direttore di Repubblica Eugenio Scalfari che la pedofilia all’interno di tutta la chiesa sarebbe al livello del 2 per cento. Fino a pochi anni fa i sacerdoti in Italia erano poco più di 50mila. Tenendoli come numero medio nel corso dei decenni, fossero ad esempio il 2 per cento, ovvero 1000, facendo un rapido calcolo gli abusati potrebbero oscillare dai 50mila di Greeley ai 72mila della Ciase fino ad arrivare ai 250mila di Sipe. Fossero l’8 per cento invece, si tratterebbe di 4000 preti pedofili per potenziali 1 milione di vittime stimate sui numeri di Sipe. Così fosse, i numeri italiani sarebbero i più alti mai registrati in tutto il mondo. Ma senza una commissione indipendente, si tratta solo di ipotesi.

    https://www.tio.ch/dal-mondo/attualita/1665464/chiesa-vittime-stato-italia-puo-anni-problema-abusi-abuso-numero