Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Li educava alla religione e li violentava

    Li educava alla religione e li violentava

    ENNA – Un sacerdote delle diocesi di Piazza Armerina, don Giuseppe Rugolo, è stato arrestato dalla quadra mobile di Enna per violenza sessuale e atti sessuali con minorenni commessi quando era seminarista e anche dopo la sua ordinazione.

    La Procura gli contesta l’aggravante dell’aver approfittato delle presunte vittime a lui affidate per ragioni di istruzione ed educazione alla religione cattolica.

    Il gip ha emesso un’ordinanza agli arresti domiciliari, il prete si trova a Ferrara. Le indagini erano stata avviate lo scorso dicembre dopo la denuncia di un giovane alla squadra mobile.

    Sono tre le presunte vittime, all’epoca dei fatti tutti minorenni. Sono un giovane che avrebbe subito violenza sessuale e altri due ragazzini vittime di abusi. Il primo caso è emerso dopo la denuncia, gli altri due durante le indagini.

    Per questo la Procura di Enna ha lanciato un appello “invitando le eventuali altre presunte vittime a denunciare”. Il giovane ha raccontato di violenze subite tra il 2009 ed il 2013, da quando aveva appena compiuto 16 anni e fino ai 20 anni.

    “La mia dolorosa storia sia la testimonianza che anche dopo dodici anni dalle violenze si può denunciare”, dice il giovane che ha dato lo spunto all’avvio dell’inchiesta. “La squadra mobile di Enna ha fatto un lavoro eccezionale riscontrando, assieme alla Procura, tutte le cose che io avevo raccontato. Invito chi ha subito abusi a denunciare, un atto che impone coraggio, ma che ti rimette in pace con te stesso”.

    Grazie al prezioso lavoro della polizia postale i contenuti dei numerosi supporti di memoria, computer e telefono cellulare sono stati sequestrati, duplicati da un consulente tecnico nominato dalla Procura e analizzati dalla squadra mobile di Enna. E questo, secondo l’accusa, ha permesso agli investigatori di trovare ulteriori riscontri.

    Durante le indagini sono emerse nuove ipotesi di reato, abusi, che sarebbero stati commessi dal sacerdote nei confronti di altri due minorenni, verso i quali l’indagato ha svolto ruolo di guida spirituale. La Procura di Enna “non esclude che possano esserci altre potenziali vittime”.

    “Nei confronti di don Giuseppe Rugolo si è determinata una gogna mediatica – dicono gli avvocati Antonio Lizio di Catania e Denis Lovison di Ferrara, difensori del sacerdote -, con contenuti anche calunniosi e diffamatori, che non possono ulteriormente essere tollerati e in relazione ai quali ci riserviamo di agire a tutela del nostro assistito, che allo stato ha il diritto di essere considerato innocente, ex articolo 27 comma 2 della Costituzione”.

    I difensori respingono le accuse rivolte al prete e si dicono anche certi “di poter fare chiarezza il prima possibile nelle sedi opportune, a tutela dell’onorabilità, della dignità e del decoro del nostro assistito”.

    “Abbiamo appreso dagli organi di informazione – spiegano il legali – che il nostro assistito Don Giuseppe è stato destinatario di una misura cautelare emessa dal Gip di Enna”.

    Il prete, ricostruiscono, è stato convocato in Questura a Ferrara per la notifica dell’ordinanza di domiciliari, uscendo dagli uffici verso le 12.30, “ma alle ore 8.40 il contenuto dell’ordinanza era già stato diffuso pubblicamente”.

    I difensori si dicono “perplessi dalle tempistiche e dalle modalità di diffusione di informazioni relative a un procedimento penale, ancora in fase di indagini, con grave vulnus per tutte le persone coinvolte, a vario titolo. Tale diffusione è avvenuta ancora prima ancora che questi difensori potessero avere contezza delle contestazioni formulate al proprio assistito, in violazione del segreto istruttorio. Si tratta di aspetti in relazione ai quali il nostro assistito non è stato ancora in grado di interloquire e di fornire la propria versione”.

    https://www.lasiciliaweb.it/2021/04/27/li-educava-alla-religione-e-li-violentava/

  • I diari di Eva, processo suor Mariangela Farè – Contiene i 3 servizi video integrali

    I diari di Eva, processo suor Mariangela Farè – Contiene i 3 servizi video integrali

    I diari di Eva – (1) processo Farè 

    Busto Arsizio: la mattina del 22 giugno 2011 Eva Sacconago, 27 anni, viene trovata impiccata nella propria abitazione.

    Il caso sembra semplice: suicidio. In realtà, immediatamente si scopre che le forze dell’ordine erano a conoscenza di uno strano rapporto tra la ragazza e una suora della Chiesa di Sant’Edoardo, suor Mariangela Faré. Partono le indagini che porteranno all’incriminazione della suora per violenza e molestie sessuali, violenza privata e stalking. La prima puntata racconterà di come tutto sia iniziato all’oratorio quando la ragazza aveva 15 anni e la suora, sua educatrice, 38. La relazione è stata svelata dai diari conservati da Eva, ma contenenti gli scritti a lei indirizzati da suor Mariangela Faré.

    I diari di Eva, processo Farè (I)


    La suora cattiva – (2) Processo Faré

    Siamo sempre nel Tribunale di Busto Arsizio presieduto dalla Dott.ssa Renata Peragallo, e continua il racconto del rapporto tra Eva Sacconago, quindici anni, e suor Mariangela Faré, trentotto. Dopo che i genitori di Eva, leggendo i diari della figlia avevano scoperto questa relazione malata, la suora era stata allontanata dall’oratorio di Sant’Edoardo e inviata in un convento di Catania con la scusa che doveva terminare gli studi di teologia. Suor Faré ritornerà al nord quando ormai Eva è maggiorenne, e la relazione riprende regolarmente. Anche se l’accusa riconosce che Eva era maggiorenne, ritiene che si possa e si debba parlare di violenza sessuale continuata, in quanto la ragazza era in condizione di inferiorità psichica. Ma c’è di più. Perché ad un certo punto Eva sembra subire con fastidio la presenza e le incursioni di suor Faré nella sua vita, incursioni che diventano sempre più insistenti e soffocanti. E’ da questo momento che nascono le ulteriori incriminazioni di violenza e molestie sessuali, violenza privata e stalking. Eva, anche dopo il rientro della suora, aveva continuato a frequentare l’oratorio di Sant’Edoardo, dove aveva costruito un gruppo che occupava totalmente la sua vita, e aveva incontrato don Alessandro Bonura che era diventato un valido sostegno per la sua anima. Ma tutto questo aveva fatto sempre di più ingelosire, infuriare e incattivire suor Mariangela Faré.

    La suora cattiva, Processo Faré (II)


    L’oratorio dei veleni – (3) Processo Faré

    Termina il processo celebrato nel Tribunale di Busto Arsizio, presieduto dalla Dott.ssa Renata Peragallo, che vede suor Mariangela Faré imputata di violenza sessuale continuata, molestie sessuali e stalking, reati tutti commesse ai danni di Eva Sacconago, suicidatasi il 22 giugno del 2011. La perdita di questa ragazza, figlia unica, ha gettato i genitori in uno sconforto e in un buio senza speranza. Prima di rifugiarsi nel terribile gesto, Eva con l’aiuto di don Alessandro Bonura aveva tentato di liberarsi dall’abbraccio mortale di suor Faré, denunciando le violenze subite. Ma ancora una volta, secondo l’accusa, la suora era riuscita ad esercitare la sua influenza negativa sulla ragazza costringendola a ritrattare. Eva si sente sempre più sola, chiusa in una gabbia da cui non riesce a liberarsi. Ed è proprio in questo momento che delle chiacchiere velenose vengono diffuse nell’oratorio di Sant’Edoardo e provocano l’allontanamento di don Bonura, quello che era stato il suo sostegno nell’ultimo periodo della sua breve vita. Rete L’ABUSO

    L’oratorio dei veleni, Processo Faré (III)

  • Il prete dopo la condanna “Io come il Cristo in croce”

    Il prete dopo la condanna “Io come il Cristo in croce”

    Guidolin, dopo il nostro articolo, ha inviato tramite il difensore una lettera in redazione.

    CATANIA – È stato condannato in appello a 12 anni di reclusione, Padre Pio Guidolin, il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata. Una sentenza arrivata dopo una precisa confessione da parte dell’ex parroco del Villaggio Sant’Agata che “ha ammesso i fatti dicendo di aver fatto molto male alle vittime”. L’avvocato Vittorio Lo Presti attende le motivazioni per preparare il ricorso per Cassazione. Al difensore Guidolin ha affidato una lettera che è stata inviata in redazione, a seguito dell’articolo pubblicato il giorno dopo il verdetto della Corte d’Appello di Catania.

    “Alla luce di ciò che hanno scritto i media in relazione alla vicenda che mi riguarda, dichiaro di essere rimasto molto deluso – scrive Guidolin – per il fatto che una dichiarazione che doveva rimanere nell’ambito processuale sia stata divulgata facendomi finire nel tritacarne mediatico”. Il sacerdote, inoltre, dice “di aver dichiarato il pentimento per evitare altre sofferenze e lacerazioni. Ho capito che questa è la mia Croce e quindi devo portarla con forza”.

    Guidolin parla della sua esperienza da detenuto. “In carcere ho visto troppa sofferenza che porta le persone ad essere prigioniere nel cuore e nello spirito per colpa di tante forme di ingiustizia come è la mia esperienza che sto vivendo. Lo Stato dovrebbe riabilitare e reinserire la persona nella Società. La Giustizia dovrebbe, nella trasparenza e chiarezza dei fatti, dare luce ad una nuova vita e libertà; infine la Chiesa dovrebbe abbracciare e sostenere coloro che soffrono e coloro che restano soli”.

    E aggiunge ancora: “Non ho paura di una lettera che non doveva essere pubblicata ma ho solamente paura di chi fa del male distruggendo non solo la persona ma anche la stessa Chiesa che amo. Finisco con una frase di Nelson Mandela, anche lui provato e pentito e che alla fine diventò Presidente della stessa Nazione e disse così: “Io non ho paura, non ho paura del male che ho ricevuto ma degli amici e fratelli che non mi hanno sostenuto capito e soprattutto amato per quello che sono”.

    Guidolin continua la lettera. “Io che vengo da un paese lontano e offro la mia vita e la mia esperienza amara del carcere per gridare al mondo ed alla storia: mai più queste cattiverie e mai più queste infamità per fare delle persone non degli orchi ma uomini di speranza e di amore che amano la libertà. Auguro a tutti di trovare la forza di combattere fino alla fine dove io padre Pio “quello vivo”, con la lettera che ho scritto non sono andato nella bocca del leone ma mi sono messo in croce come quel Cristo che mi ha fatto nascere, crescere, educare e consacrare. Statemi vicini con la preghiera e con tutta l’umanità che Cristo ci ha insegnato con la sua stessa vita”.

    E conclude: “Spero che tutto questo possa essere da sprone a tante altre persone che qui in carcere trattengono le lacrime per tutte le amarezze della vita dove si perde famiglia, amici e dignità. Ringrazio la direttrice e tutto il personale carcerario, i miei fratelli carcerati per l’affetto e la stima che mi dimostrano, la forza che mi danno facendo di me un testimone della Croce. Grazie a tutti”.

    Il commento di Fernando Massimo Adonia.
    https://catania.livesicilia.it/2019/10/24/il-prete-dopo-la-condanna-io-come-il-cristo-in-croce_510934/

  • Prete confessa abusi su minorenni, processo “lampo” a padre Pio Guidolin

    Prete confessa abusi su minorenni, processo “lampo” a padre Pio Guidolin

    Processo di secondo grado ‘lampo’ a padre Pio Guidolin arrestato il 1 dicembre del 2017 da carabinieri a Catania per violenza sessuale su minorenni. Il sacerdote ha presentato una confessione scritta alla Corte d’appello che ha chiuso il procedimento lo stesso giorno della prima udienza e lo ha condannato a 12 anni di reclusione.

    Il Pg Maria Aschettino aveva chiesto 10 anni. In primo grado gli erano stati comminati 14 anni col rito abbreviato. La notizia è pubblicata dal quotidiano La Sicilia. Secondo l’accusa padre Guidolin avrebbe cosparso i minorenni di olio santo prelevato dai locali della sua chiesa, nel popoloso rione Villaggio Sant’Agata, ammantando i suoi gesti di una valenza spirituale e proponendoli a ragazzini come ‘atti purificatori’ in grado di lenire le loro sofferenze interiori.

    Una delle piccole vittime che aveva opposto resistenza alle azioni del sacerdote, rivelando gli abusi subiti negli anni, era stato isolato dalla comunità di fedeli ed accusato di asserzioni calunniose nei confronti del prete, ed aveva tentato il suicidio. Durante le indagini dei carabinieri, coordinata dal procuratore Carmelo Zuccaro, dall’aggiunto Marisa Scavo e dal sostituto Laura Garufi, inoltre è emerso che il sacerdote, per esercitare pressione psicologica nei confronti dei genitori delle piccole vittime che avevano deciso di denunciare i fatti, abbia anche millantato la possibilità di far intervenire esponenti della criminalità organizzata etnea per indurli a desistere dal loro proposito.

    http://www.cataniatoday.it/cronaca/prete-guidolin-confessa-abusi-su-minorenni-processo-lampo-a-padre-pio-guidolin.html?fbclid=IwAR29oregEFIB_n3TwfZFtnREgGJcRMn2h51Jm1UDHjYkixryhEF-PFkteRk

  • Abusi a minori, rinviata la prima udienza al “santone” Capuana

    Abusi a minori, rinviata la prima udienza al “santone” Capuana

    CATANIA. Si svolgerà davanti a una diversa composizione della seconda sezione del Tribunale di Catania e a porte chiuse, per la delicatezza dei temi trattati dal procedimento, il processo ’12 apostoli’ per presunti abusi sessuali su minorenni consumati in una comunità di ispirazione cattolica. Per questo motivo la prima udienza del procedimento è stata rinviata al prossimo 25 novembre. Tra i quattro imputati il ‘santone’ Piero Alfio Capuana, 75enne bancario in pensione, alla guida della comunità che avrebbe abusato di ragazzine tra i 13 e i 15 anni. E’ difeso dall’avvocato Mario Brancato. Con lui a processo anche tre presunte fiancheggiatrici: Katia Concetta Scarpignato, Fabiola Raciti e Rosaria Giuffrida Secondo l’accusa, gli abusi erano presentati come purificazione compiuti da un ‘arcangelo’ reincarnato, plagiando le ragazze. Nel processo alcune delle giovani vittime si sono costituite parte civile assistite dagli avvocati Tommaso Tamburino e Salvo Pace.

    In aula era presente anche l’avvocato Giampiero Torrisi legale della Diocesi di Acireale che alla prossima udienza chiederà di costituirsi in processo come parte civile. Intanto ha avuto accesso al rito abbreviato uno dei tre indagati per favoreggiamento: l’ex presidente dell’Associazione cattolica cultura ed ambiente di Aci Bonaccorsi, Salvatore Torrisi, con la prima udienza fissata per il 28 ottobre. Per gli altri due – l’ex deputato e assessore regionale, Domenico ‘Mimmo’ Rotella, marito di Rosaria Giuffrida, e il sacerdote, padre Orazio Caputo – è ancora pendente la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura. Da intercettazioni della polizia postale di Catania emergerebbe che il sacerdote avrebbe appreso nel segreto della confessione delle indagini avviate su una denuncia per abusi sessuali e avrebbe avvisato dell’attività in corso Torrisi e Rotella. Nell’inchiesta sono confluiti gli incidenti probatori con gli interrogatori delle vittime. Titolari dell’inchiesta ’12 apostoli sono il procuratore Carmelo Zuccaro, l’aggiunto Marisa Scavo e il sostituto Agata Consoli.

    https://catania.livesicilia.it/2019/10/14/abusi-a-minori-rinviata-la-prima-udienza-al-santone-capuana_509901/?fbclid=IwAR0wsAJZOohDA3goKkNyUkza18Q3ldjnhVeBS9wZ-APVNKkRWi90CSMZyrE

  • Abusi su minore, processo canonico “scagiona” prete della diocesi di Acireale

    Abusi su minore, processo canonico “scagiona” prete della diocesi di Acireale

    Il processo canonico nei riguardi di don Vincenzo Calà Impirotta, accusato di abuso sessuale, si è concluso giudicando non colpevole il sacerdote perché non consta che egli abbia compiuto il delitto. A comunicarlo, con una nota, è la Diocesi di Acireale.

    Il sacerdote, già parroco della Basilica Santa Maria Assunta, la Chiesa Madre di Randazzo, nel luglio 2018 era stato condannato a tre anni di reclusione dalla prima Corte d’appello di Catania, per avere, secondo le accuse, tra il 2005 ed il 2007, tentato più volte e in luoghi diversi, di abusare di un minorenne.

    Il sostituto procuratore generale, Rosa Miriam Cantone, aveva chiesto la conferma della condanna a quattro anni inflitta in primo grado col rito abbreviato dal gup Flavia Panzano. Le indagini del commissariato di Adrano vennero avviate dopo la denuncia della vittima, quando diventò maggiorenne.

    Nel giugno scorso la Cassazione aveva annullato “gli effetti penali senza rinvio la sentenza impugnata per essere i reati estinti per prescrizione”. La sentenza di secondo grado era stata depositata, infatti, nove giorni dopo l’avvenuta prescrizione.

    http://www.cataniatoday.it/cronaca/prete-abusi-sessuali-acireale-processo-11-ottobre-2019.html

  • Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

    Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

    In riferimento alla nostra intervista esclusiva all’avvocato del pool difensivo Agron Xhanaj di Vicenza, pubblicata il 14 luglio scorso, in cui il legale ipotizza un clamoroso errore giudiziario ai danni del sacerdote, non si è fatta attendere la replica dell’avvocato Sandro Costanzo Piccinino, legale dell’accusa nel processo che vede imputato Don Vincenzo Calà, ex arciprete della basilica di Santa Maria.

    Per l’avv. Sandro Costanzo Piccinino, del Foro di Catania, “prima di parlare di colpa grave di magistrati o di non meglio precisati pregiudizi” si aspetti il deposito delle motivazioni da parte della Corte d’Appello. E sulla questione procedurale della busta non aperta durante il processo, lo stesso legale dichiara infondate le lamentele ritenendo “che siamo ben lontani dall’errore giudiziario o dal pregiudizio”. Di seguito la replica integrale dell’avv. Sandro Costanzo Piccinino

    “Ho letto attentamente l’articolo del 14 luglio 2018 a firma del dott. Gaetano Scarpignato così rubricato: Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: condanna ritenuta “ingiusta e frutto di un errore giudiziario” – scrive nella lettera inviata al nostro giornale l’avv. Sandro Costanzo Piccinino -.

    Afferma il difensore del prelato che, la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catania sia frutto di un errore giudiziario, ravvisando addirittura nel comportamento posto in essere dal Pubblico Ministero e dal GUP (Giudice per l’udienza preliminare che ebbe a condannare l’imputato), colpa grave.

    Premetto che in quasi 25 anni di professione non ho mai rilasciato dichiarazioni alla stampa, in quanto ritengo che i processi vadano celebrati nella loro sede naturale ovvero nelle aule di giustizia.

    Questo non significa che le notizie non debbano essere riportate dalla stampa, anzi in alcuni casi ritengo quasi doveroso che gli organi di informazione riportino i fatti di cronaca, essendo il diritto di stampa sacrosanto e costituzionalmente garantito.

    Ritornando al processo, ritengo “sconcertante” usando le medesime espressioni utilizzate dall’avv. Agron Xhanay, che lo stesso parli con tanta, mi si permetta il termine “leggerezza” di errore giudiziario, di “pregiudizio di essere nelle condizioni di prete denunciato”, di “giudizio scevro da condizionamenti ideologici in questo periodo di anticlericalismo dilagante” o ancor cosa più grave, che si muovano accuse di colpa grave del Pubblico Ministero inquirente e del Giudice di prime cure.

    Capisco lo stato d’animo del collega che sperava in un epilogo diverso, ma credo che sarebbe opportuno, anzi doveroso da parte sua prima di parlare di colpa grave di magistrati o di non meglio precisati pregiudizi in danno del suo assistito, di aspettare pazientemente il termine di 90 giorni per il deposito delle motivazioni da parte della Corte di Appello di Catania.

    Aggiunge il detto legale che, la parte civile ha un interesse economico nel processo perché ha chiesto e ottenuto un risarcimento economico. Anche tale dichiarazione merita smentita. Sul punto preciso che, il Giudice di Primo grado ha liquidato in favore della parte civile una provvisionale di euro ventimila unitamente alle spese legali.

    Orbene, se l’interesse della parte civile fosse stato di natura economica, la stessa, tramite il proprio legale, avrebbe certamente eseguito il capo della sentenza relativa alla provvisionale, cosa che ad oggi non è avvenuta e che molto probabilmente non avverrà mai, essendo state altre le motivazioni che hanno indotto l’allora minore a sporgere querela in danno del prelato.

    Quanto alle famose prove allegate in primo grado (sms e video) e contenute nella famosa busta non aperta dal P.M. e dal Giudice di Primo grado, si impone una precisazione di natura procedurale tendente a dimostrarne l’assoluta infondatezza delle lamentele sul punto. E segnatamente, detta busta non era allegata ad una memoria difensiva come erroneamente riferito dall’avvocato del prelato, ma ad una denunzia-querela depositata in data 04/05/2010 da altro difensore del Calà, successivamente revocato in grado di appello.

    Orbene, tale atto (non si è compreso nemmeno in appello come qualificarsi giuridicamente) non è stato preso in considerazione dal P.M. prima e dal giudicante dopo, in quanto depositato in assoluta violazione dell’art 333 e 337 c.p.p.

    Volevo evitare tecnicismi giuridici, ma una precisazione di natura procedurale sul punto si impone, alfine di non fuorviare i lettori. Detta querela è 1) mancante della richiesta punitiva, cosi come imposto dal combinato disposto degli artt. 336 e 337 c.p.p., 2) depositata da un difensore non munito da procura speciale, 3) nonché sottoposta a condizione in assoluta violazione del codice di rito.

    A riprova di quanto sopra detto si riporta integralmente la parte finale della denunzia/querela a firma del prelato “Chiedo, pertanto, alla S.V. di essere immediatamente sentito in ordine alle circostanze che ho riferito ed il presente Esposto/Denunzia intenderò trasformare in Denunzia/Querela per i reati che dovessero emergere, qualora dovessi essere posto a conoscenza di specifiche accuse infondate in mio danno. Qualunque altro commento sul punto sarebbe certamente superfluo e offensivo anche per i lettori privi di competenze giuridiche.

    In ultimo, ma non per minore importanza, mi duole leggere da un collega dichiarazioni del tipo “giustizia con la g minuscola” o “malvagità che invece spesso cova in persone che si nutrono di male” frasi che lasciano intendere, anzi per riportare proprio le parole del collega, che il suo assistito sia stato oggetto si errore giudiziario o di una congiura ordita in suo danno da questa famiglia di malvagi!

    Dovere di verità impone di rendere edotto il lettore che la difesa del prelato in primo grado ebbe a produrre ben sette testimoni a discolpa, escussi ai sensi dell’art. 391 bis, ter c.p.p. ovvero con le indagini difensive, proprio dall’allora difensore successivamente revocato.

    Orbene, il giudice di prime cure sul punto a pag. 12 della sentenza di condanna così statuisce “le dichiarazioni dei testi sentiti dalla difesa, soggetti inseriti nella medesima comunità parrocchiale, i quali, certamente privi di conoscenze dirette, confortavano la tesi difensiva del complotto della famiglia Cullurà a danni del prete, fornendo tuttavia dello stesso giustificazioni assolutamente risibili… la lettura di tali dichiarazioni non può prescindere ancora una volta dal contesto nel quale i soggetti che le hanno reso operano e dalla personalità manipolatrice dell’imputato che non ha mai esitato ad abusare della funzione di parroco esercitata condizionando, per il proprio interesse, gli appartenenti alla comunità”. (Sentenza 629/2014 del 01.07.2014 GUP Tribunale di Catania).

    Ritengo che siamo ben lontani dall’errore giudiziario o dal pregiudizio in danno del prete così come sostenuto dal collega, difensore del prelato!!!

    Concludo – scrive nella sua lettera l’avv. Sandro Costanzo Piccinino – riponendo ancora una volta la mia fiducia nella giustizia, senza alcun distinguo tra “giustizia con la g minuscola o maiuscola”, fiducia che mi si impone per il dovuto rispetto che il sottoscritto nutre da quasi 25 anni per la toga che indossa ivi compresa quella riposta sulle spalle dei Magistrati”.

    Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

  • Il prete accusato di abusi  “Reato prescritto” per nove giorni

    Il prete accusato di abusi “Reato prescritto” per nove giorni

    CATANIA. Nove giorni possono cambiare il destino di un processo. La sentenza di secondo grado è stata depositata nove giorni dopo l’avvenuta prescrizione. Quasi una beffa. 

    Si chiude così la vicenda giudiziaria, drammatica, che ha coinvolto il prete di Randazzo Vincenzo Calà Impirotta accusato di abusi ai danni di un minorenne. Il processo di primo e secondo grado si è chiuso con una condanna. In appello la pena è stata ridotta. Ma le motivazioni del verdetto della Corte d’Appello sono arrivate, forse per mero errore di calcolo, quando già era intervenuta la prescrizione. La Suprema Corte di Cassazione, a cui è arrivato il procedimento dopo il ricorso presentato dai difensori del parroco, non ha potuto far altro che prenderne atto. “Annulla gli effetti penali senza rinvio la sentenza impugnata per essere i reati estinti per prescrizione”, si legge nel dispositivo. A Randazzo, dove la comunità ha sempre difeso il sacerdote, la notizia si è immediatamente diffusa. E c’è chi parla di “giustizia è fatta”. Ma prescrizione non significa, giuridicamente, assoluzione.

    La Cassazione, infatti, scrive ancora: “Dichiara inamissibile il ricorso agli effetti civili e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese per il grado di giudizio alla parte civile”. 

    Su questo punto gli avvocati di parte civile tengono a fare le dovute precisazioni. “La Suprema Corte ha annullato la sentenza della Corte di Appello di Catania – dichiarano a Livesicilia gli avvocati Sandro e Giovanni Costanzo Piccinino – per essere i reati estinti per prescrizione in data 01.07.2018, ovvero 9 giorni prima del deposito della sentenza della Corte di Appello di Catania avvenuto in data 10.07.2018. In ogni caso, la prescrizione non ha certamente cancellato nel merito i reati contesati, e sopratutto accertati, in due gradi di giudizio dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Catania. Ed in particolare, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso agli effetti civili, condannando il ricorrente al pagamento delle spese per il grado di giudizio di legittimità, e lasciando aperta la strada per l’eventuale azione in sede civile. In breve – concludono i due penalisti –  il granitico impianto accusatorio della Procura della Repubblica di Catania (le cui indagini vennero poste in essere dal Pubblico Ministero Dott.sa Lina Trovato) ha retto al vaglio sia del giudice di prime cure che condannava il prelato a quattro anni di reclusione, sentenza confermata dalla Corte di Appello di Catania la quale riduceva la pena finale ad anni tre di reclusione”.

    https://catania.livesicilia.it/2019/06/25/il-prete-accusato-di-abusi-reato-prescritto-per-nove-giorni_500602/?fbclid=IwAR1E5Tgu-HwTT9pbJFh8p5IF6KKFnlISHJb20nVxwytRK3bb6UyIj7HUqzo

  • Processo al ‘Santone’ per pedofilia a Catania, si farà a porte chiuse

    Processo al ‘Santone’ per pedofilia a Catania, si farà a porte chiuse

    Si svolgerà a porte chiuse, per la delicatezza dei temi trattati dal procedimento, il processo ’12 apostoli’ per presunti abusi sessuali su minorenni consumati in una comunità di ispirazione cattolica. Lo ha deciso, accogliendo la richiesta della Procura, il presidente della seconda sezione penale del Tribunale di Catania, Ignazia Barbarino, che ha rinviato per un difetto di notifica la prima udienza, prevista per oggi, al 14 ottobre. Tra i quattro imputati il ‘santone’ Piero Alfio Capuana, 75enne bancario in pensione, alla guida della comunità che avrebbe abusato di ragazzine tra i 13 e i 15 anni, in alcuni casi con la complicità delle madri delle vittime. Con lui a processo anche tre presunte fiancheggiatrici: Katia Concetta Scarpignato, Fabiola Raciti e Rosaria Giuffrida Secondo l’accusa, gli abusi erano presentati come purificazione compiuti da un ‘arcangelo’ reincarnato, plagiando le ragazze. Nel processo alcune delle giovani vittime si sono costituite parte civile assistite dagli avvocati Tommaso Tamburino e Salvo Pace. In aula era presente anche l’avvocato Giampiero Torrisi legale della Diocesi di Acireale che alla prossima udienza chiederà di costituirsi in processo come parte civile. Intanto ha avuto accesso al rito abbreviato uno dei tre indagati per favoreggiamento: l’ex presidente dell’Associazione cattolica cultura ed ambiente di Aci Bonaccorsi, Salvatore Torrisi, con la prima udienza fissata per il 28 ottobre. Per gli altri due – l’ex deputato e assessore regionale, Domenico ‘Mimmo’ Rotella, marito di Rosaria Giuffrida, e il sacerdote, padre Orazio Caputo – è in corso l’udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura. Da intercettazioni della polizia postale di Catania emergerebbe che il sacerdote avrebbe appreso nel segreto della confessione delle indagini avviate su una denuncia per abusi sessuali e avrebbe avvisato dell’attività in corso Torrisi e Rotella. Nell’inchiesta sono confluiti gli incidenti probatori con gli interrogatori delle vittime. Titolari dell’inchiesta ’12 apostoli sono il procuratore Carmelo Zuccaro, l’aggiunto Marisa Scavo e il sostituto Agata Consoli.

    https://www.nuovosud.it/articoli/92669-cronaca-catania/processo-al-santone-pedofilia-catania-si-far%C3%A0-porte-chiuse

  • “Capuana è sicuro della sua innocenza, c’è un attacco mediatico contro di lui”

    “Capuana è sicuro della sua innocenza, c’è un attacco mediatico contro di lui”

    Catania Today intervista Mario Brancato, avvocato del “santone”, e parla di un uomo sereno e in attesa di giudizio. Chiamerà a testimoniare in suo favore oltre 100 persone, tra cui il vescovo di Acireale“

    Il “santone” 75enne Piero Capuana è attualmente libero, non frequenta la comunità religiosa che ha fondato e attende “con serenità” l’esito giudiziario della vicenda che l’ha travolto e visto sotto accusa per presunti abusi sessuali.

    A renderlo noto è il suo legale, l’avvocato Mario Brancato che fa chiarezza sulla posizione dell’uomo finito al centro dell’inchiesta “12 apostoli” e che, dopo l’ultimo servizio de Le Iene, parla di un vero e proprio “attacco mediatico” contro il suo assistito.

    Proprio l’avvocato Brancato, per accelerare i tempi del processo, ha chiesto il rito immediato. Così il prossimo 13 maggio inizierà il tanto atteso processo. Con Capuana ci saranno, dinanzi la seconda sezione penale del tribunale, le tre presunte fiancheggiatrici: Katia Concetta Scarpignato, di 59 anni, Fabiola Raciti, di 57, e Rosaria Giuffrida, di 59 anni.

    Le accuse nei confronti di Capuana sono molto gravi: avrebbe circuto le fedeli presentando i presunti atti sessuali che sarebbero avvenuti in comunità come una sorta di rito di purificazione.

    “Ho avuto la sensazione – spiega l’avvocato Brancato – che da parte dei mass media vi sia stato un discorso di base come se già fosse stata acclarata la colpevolezza dell’imputato, mentre siamo in una fase in cui tutto si deve accertare e verificare”.

    Capuana è in stato di libertà dopo una iniziale detenzione in carcere e poi ai domiciliari, durata complessivamente circa sei mesi.

    Per il suo legale non vi era l’esistenza di alcuna setta e chiarisce il ruolo dell’associazione Acca: “Posso dire a voce alta che è una associazione religiosa che fa beneficienza, visite negli ospedali, assistenza agli anziani. Inoltre non c’è stata una posizione di sudditanza nei confronti di nessuno: c’è un leader carismatico, come vi sono anche altri leader che vengono seguiti, così come avviene in qualsiasi altra associazione”.

    La strategia difensiva dell’avvocato Brancato punta a “smontare” le testimonianze contro il suo assistito e a chiamare in causa oltre 110 testimoni che giurerebbero sulla condotta immacolata di Capuana: “Queste ragazze che lo accusano hanno avuto la possibilità, ed è documentato, di parlare tra di loro e coordinare una linea di condotta comune. Linea che viene smentita da centinaia di testimonianze di natura diversa: abbiamo 110 testimoni che chiameremo tutti al processo per dimostrare la verità”.

    Capuana è fiducioso e attende giustizia convinto della sua innocenza. Durante il processo sarà chiamato anche il vescovo di Acireale Raspanti come testimone. Per il legale si potrà delineare così “il comportamento della Chiesa di Acireale nei confronti della comunità Acca”.

    “Alla morte di padre Cavalli, fondatore con Capuana, della comunità era presente l’arcivescovo e altri sacerdoti che hanno elogiato la figura di padre Cavalli che era anche figliolo prediletto di Padre Pio con cui aveva rapporti continui”, conclude Brancato.

    Adesso Capuana non frequenta più la comunità in attesa degli svilluppi processuali. Il prossimo 13 maggio inizierà l’iter per l’accertamento della verità e si capirà di più su una vicenda che ha sconvolto le coscienze di molti.

    http://www.cataniatoday.it/cronaca/capuana-avvocato-innocenza-attacco-mediatico-18-aprile-2019.html