Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: catechisti

  • Abusi sessuali nella Chiesa cattolica: l’inventario schiacciante della commissione Sauvé

    Abusi sessuali nella Chiesa cattolica: l’inventario schiacciante della commissione Sauvé

    Ancor più del valore assoluto, tragico ma probabilmente sottovalutato, è il confronto che è devastante. Il rapporto della commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica (Ciase), reso pubblico martedì 5 ottobre, stima in 216.000 persone adulte nell’attuale popolazione le vittime, minorenni, di violenze sessuali da parte di un sacerdote, diacono o religioso.

    La commissione presieduta da Jean-Marc Sauvé, già vicepresidente del Consiglio di Stato, ha cercato di sapere dove si collocava la Chiesa cattolica, in questa valutazione, rispetto ad altri ambiti della socializzazione. La sua risposta è categorica: “La Chiesa cattolica è, a parte gli ambienti familiari e amichevoli, l’ambiente in cui la prevalenza della violenza sessuale è più alta. “ Se a questo si aggiungono gli attacchi subiti da non sacerdoti o religiosi legati alla Chiesa (personale scolastico, catechisti, responsabili dei movimenti giovanili, ecc.), si arriva a una stima di 330.000 vittime.

    Frutto di due anni e mezzo di lavoro, il rapporto è stato presentato martedì ai suoi rappresentanti, la Conferenza episcopale francese (Cef) e la Conferenza dei religiosi francesi (Corref). Sotto la pressione dei collettivi delle vittime, le due organizzazioni, una rappresentativa delle diocesi e l’altra delle congregazioni, hanno deciso, nel novembre 2018, di creare un organismo indipendente per fare il punto su quanto accaduto. gerarchia ecclesiastica, per valutare i provvedimenti presi da vent’anni per porre fine a questo fenomeno e per avanzare proposte per impedirne il ripetersi. Da alcuni giorni erano stati trasmessi messaggi da alcuni vescovi che avvertivano i fedeli di aspettarsi rivelazioni particolarmente sconvolgenti.

    https://www.lemonde.fr/societe/article/2021/10/05/pedocriminalite-un-etat-des-lieux-devastateur-pour-l-eglise-catholique_6097197_3224.html#xtor=AL-32280270-%5Bwhatsapp%5D-%5Bios%5D

  • Pedofilia: da chierichetti a ritiri, vademecum anti-abusi della CEI

    Pedofilia: da chierichetti a ritiri, vademecum anti-abusi della CEI

    La Cei pubblica due sussidi per le parrocchie. Non si sa se ridere o piangere di fronte a questi provvedimenti così ferrei.

    L’unica cosa che si capisce è che esiste la consapevolezza da parte della CEI del potenziale pedofilo che esiste tra i preti italiani, frutto delle politiche criminali e dell’inerzia del Governi italiani che in 20 anni di crisi, mentre tutti gli altri paesi prendevano provvedimenti e intervenivano per arginare il problema, l’Italia, con la sua inerzia, ha creato sul suo territorio l’habitat ideale perchè il nostro paese diventasse un’isola felice per i pedofili in fuga.

    Non solo sul solo territorio italiano si contano 23 centri della chiesa per riabilitare i pedofili, ma è la stessa chiesa a reinserirli nelle parrocchie dopo che hanno scontato la pena.

    In in Italia infatti, come poetete vedere dalla nostra mappa non solo si conta un altissimo numero di preti pedofili, più di 300, ma come emerge anche dal rapporto del Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite, punto 21, l’Italia è un paese che non ha ancora posto in essere alcun tipo di intervento per affrontare il problema.

    Secondo le stime, in Italia il potenziale di sacerdoti pedofili arriverebbe fino a 4.000 sacerdoti e le vittime fino a 1.000.000.
    Francesco Zanardi


    (ANSA) – ROMA, 29 SET – Evitare luoghi “appartati” per la confessione, fornire ai genitori orari precisi di inizio e fine delle liturgie, puntare sulla formazione degli educatori: “l’obiettivo è aiutarli a tenere gli occhi aperti anche su quei comportamenti o quelle situazioni che potrebbero mettere in pericolo i più piccoli“. La Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato due vademecum, da diffondere nelle parrocchie, per prevenire la piaga della pedofilia. Due manuali che aiutano dettagliatamente ad avere comportamenti sempre “consoni”, parola che ricorre spesso in questi sussidi a disposizione di sacerdoti e catechisti.

    “I sussidi, pensati per formatori, educatori ed operatori pastorali, vogliono essere, senza alcuna pretesa di esaustività, strumenti di studio e di primo approfondimento per coloro che, all’interno delle équipe regionali, diocesane o interdiocesane, siano impegnati nella prevenzione di ogni forma di abuso in ambito ecclesiale“, spiega la Conferenza Episcopale Italiana.

    Tra le regole ‘sacre’: “evitare che il sacerdote si ritrovi da solo con un minore nella propria abitazione“. Per quanto riguarda le attività dei piccoli chiamati a fare i chierichetti o a cantare in chiesa, “i minori, specie se piccoli, non vanno in alcun modo trattenuti oltre l’orario concordato con le famiglie. È da evitare la creazione di rapporti esclusivi con qualcuno, o la creazione di piccoli circoli elitari“.

    Suggerimenti dettagliati arrivano anche per lo svolgimento di ritiri o campi estivi parrocchiali: “la distribuzione dei ragazzi nelle camere/camerate preveda sempre la presenza di almeno un educatore. Meglio scegliere strutture con camerate con almeno sei/otto posti letto ciascuna, in modo da poter avere presenti almeno due educatori“.

    Negli oratori spesso si pratica anche sport e allora “la presenza dell’allenatore all’interno dello spogliatoio, situazione assai frequente, sia per ragioni pratiche di spazio sia per l’obbligo di vigilanza sui minori, impone particolare sobrietà e correttezza nel comportamento“.

    Occhio anche all’uso delle nuove tecnologie: agli educatori è vietato, per esempio, “contattare un minore sui social media utilizzando profili personali falsi” o “fotografare o videoriprendere con qualsiasi strumento un minore, senza il consenso previo dei genitori dello stesso“.

    Si spiega infine che l’abuso può esserci anche “senza contatto fisico“. “La cura e tutela dei minori è una priorità – sottolinea in conclusione la Cei – che vede da sempre impegnate le nostre parrocchie. Per rendere più efficace questo servizio educativo è decisivo che tutta la comunità si senta compartecipe e corresponsabile della custodia dei più piccoli“.

    (ANSA) – ROMA, 29 Settembre , 17:03

  • La storia di Cristina Balestrini, tra dolore e forza

    La storia di Cristina Balestrini, tra dolore e forza

    Un adolescente che all’epoca aveva soli 15 anni racconta di aver subito abusi sessuali da un parroco della sua città, una notte in cui si trovava a casa sua. Siamo a Rozzano, nel dicembre 2011. Per quella testimonianza don Mauro Galli, noto anche a Legnano e che ha sempre negato le accuse, è stato condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi. Manca ancora l’appello e il terzo grado di giudizio ma nel frattempo la mamma di quell’adolescente, che oggi ha 24 anni, non si è lasciata andare e ora fa parte dell’associazione Rete L’ABUSO, al fianco del presidente Francesco Zanardi. L’abbiamo intervistata.

    La storia, tra fede e dolore

    Cristina Balestrini racconta la sua storia con un tono di voce calmo ma da cui traspare tutta la forza che di solito nasce dopo la sofferenza: “Tutte le persone alle quali ci siamo rivolte hanno minimizzato. Mio figlio già il giorno dopo aveva detto che era successo qualcosa di brutto anche se ha raccontato in modo completo solo anni dopo, durante una terapia. Il parroco e il coadiutore di allora si sono rivolti immediatamente in diocesi. Noi avevamo posto due condizioni: lo spostamento del parroco dalla parrocchia – cosa avvenuta – e che non si occupasse più di minori. Nella primavera del 2012 per motivi fortuiti abbiamo saputo che il parroco era stato spostato a Legnano e che si occupava di vari oratori. Mi chiedo ancora oggi come sia stato possibile. Usare la parola delusione è un eufemismo. Sia lui sia io e mio marito, che eravamo catechisti in parrocchia, abbiamo vissuto il dramma di sentirci come se non facessimo più parte della comunità della chiesa”. Il dolore non ha soffocato la fede di Cristina ma ha soffocato quella di suo figlio: “Io e mio marito continuiamo a credere ma mio figlio, dopo l’inizio del processo e il toccare con mano che la strategia della chiesa per difendere il prete fosse di dimostrare che lui mentisse, ha abbandonato l’esperienza di fede. Noi non lo obblighiamo. La sofferenza è troppo grande”.

    Il sostegno della Rete L’ABUSO

    Nel momento della sofferenza però si può sempre vedere un bagliore di luce al quale aggrapparsi. E così è stato per Cristina: “Poco prima dell’inizio del processo siamo venuti a conoscenza della Rete L’ABUSO. Per noi era una situazione di grossissima solitudine e fatica. Mi sentivo parte di un dramma infinito. Purtroppo Dal disturbo da stress traumatico non si guarisce, anche se si può tenere sotto controllo. Mio figlio continua ad avere attacchi di panico, anche se in misura minore rispetto a quando era più piccolo. Nell’associazione ho trovato un ambiente dove mi sono sentita capita e non giudicata. Era una conversazione in cui capivi che l’altro capiva. Una dimensione che non c’è neanche con gli amici, che non potevano capire cosa stavamo passando semplicemente perché non c’erano passati. E’ stato come se si aprisse un mondo. Mi sono detta che anche io avrei potuto capire cosa provano gli altri. Io non finirò mai di ringraziare Francesco per un grandissimo regalo che mi ha fatto: mi ha restituito la capacità di ridere. Non mi ero resa conto che era da qualche anno che non ridevo più. Raccontarsi e riuscire a ridere è stato un regalo enorme. Ho capito di voler collaborare con lui nella battaglia contro la pedofilia”.

    La forza dell’ascolto

    Cristina inizia così a collaborare con la Rete L’ABUSO. Cristina lavora da anni nell’ambito della psichiatria. Ogni giorno ha a che fare con il dolore e la sofferenza. E nell’associazione trova il modo di essere utile anche alle famiglie delle vittime di pedofilia: “Partecipo a una sorta di rete delle mamme con WhatsApp. Con alcune sono in contatto telefonico, anche solo per una chiacchierata o un sostegno. Collaboro in parte anche con Francesco, che segue nello specifico la chat dedicata alle vittime, sempre confrontandoci. Ci si rende conto che il bisogno è tantissimo. Io posso dedicarmi all’ascolto, all’empatia, a far vedere che c’è speranza. Ci sono vittime che riescono a parlare dopo anni e che hanno innescato meccanismi difensivi difficili da rimettere in discussione. E’ importante però che tutti si sentano compresi, rassicurati. A volte si può solo piangere insieme, ma non è di poco conto. Si tratta di persone che hanno avuto il primo approccio con il sesso in modo violento, drammatico, doloroso, devastante e che rende difficile fidarsi degli altri. Bisogna dare spazio a ciascuno, rispettando i tempi di tutti, perché ci sono ferite aperte.”. Quell’empatia di cui parla anche Rogers, in ‘Un modo di essere’, che fa in modo che l’altra persona possa dire: “Per un altro essere umano ho un senso”. Accanto all’ascolto accogliente, senza giudizio, però è necessario anche altro, come sottolinea Cristina: “E’ fondamentale che tutti possano accedere ai trattamenti da disturbo post traumatico, che utilizzano approcci e tecniche specifiche. Non tutti riescono ad accedere a questa tipologia di trattamenti”

    “No al male della chiesa che distrugge i bambini”

    Cristina ha fatto della sua storia un libro, ‘Chiesa, perché mi fai male?’. Un libro ricco di nomi e documentazioni, che però Cristina ha potuto solo auto pubblicarsi. Il ricavato della vendita andrà totalmente all’associazione: “Ho scritto il libro in primis per me, per tirare fuori quello che è stato. Poi ho deciso di metterci la faccia perché esprime la fatica, il dolore della vicenda ma anche un messaggio per gli altri. E’ un libro in cui c’è una fortissima denuncia ma che al tempo stesso è una testimonianza di fede. Sia gli editori anticlericali sia quelli clericali per pubblicarlo avrebbero voluto che togliessi o la parte della fede o quella della denuncia. Così alla fine ho scelto si auto pubblicarmi”. Cristina racconta una chiesa ancora lontana e silenziosa. Ma non tutta. “L’impegno dell’associazione non è contro la chiesa ma quello che fa male della chiesa, che è reato e che distrugge i bambini. Una parte della chiesa collabora con l’associazione, anche se un po’ in sordina. E anche molte persone ci sostengono. Ricordo una volta, un’anziana ex catechista, che fuori dalla Messa mi ha stretto la mano e mi ha dato 20 euro per l’associazione. Sono fatti che toccano il cuore”.

    Sara Riboldi

  • Caserta, «Basta con i bacetti»: l’inferno della bimba di 11 anni vittima del prete-orco

    Caserta, «Basta con i bacetti»: l’inferno della bimba di 11 anni vittima del prete-orco

    «Ho avuto una fase di debolezza durante la quale, effettivamente, ho assunto comportamenti non consoni al rapporto che dovrebbe esserci tra un prete e una minore». La confessione di don Michele Mottola, l’equivalente di una prova regina, cade sulla scrivania del vescovo di Aversa, Angelo Spinillo, il 24 maggio scorso. Pochi giorni dopo, quelle ammissioni, titubanti sì, ma gravissime, finiscono su un’altra scrivania, distante da quella del prelato poco più di un chilometro. Quella del procuratore di Napoli Nord, Francesco Greco, che istruisce un fascicolo per abusi sessuali su minore e, in estate, interroga la vittima, in incidente probatorio. Acquisisce i file audio che la ragazzina registra durante i suoi incontri, proibitissimi, in parrocchia col prete. È il 24 settembre quando il pm Paolo Martinelli chiude la pratica e firma la richiesta d’arresto.

    Passeranno 43 giorni prima che il gip Antonino Santoro firmi la misura restrittiva per don Mottola, ritenendo la sua una «personalità deviata», e le prove raccolte dal pm «granitiche». Ravvisando, quindi, le esigenze cautelari, più in virtù del pericolo di reiterazione del reato che del rischio concreto di una fuga. Prove che, per la verità, raccoglie la stessa vittima, registrando di nascosto il prete mentre la molesta, mentre le chiede «bacetti e abbracci» e lei cerca di sottrarsi, con sussurri strozzati: «Basta… basta». Poi quell’ordine, «lavati i denti», dopo una serie di sinistri fruscii, che il sessantenne impartisce alla vittima, un ordine che evoca un mondo di sporche molestie che si sarebbero consumate nell’inconsapevole complicità di un’intera parrocchia, e della stessa famiglia della vittima che, quel prete, fino alla primavera scorsa, lo ospita a cena una volta a settimana e che, sempre prima di maggio, non vede niente di strano nei regali che Mottola fa alla ragazzina. Uno zaino, un computer.

    Tra i due si instaura un rapporto morboso, «come tra fidanzati» dice il prete. E gli adulti non se ne rendono conto. Un rapporto che poi Mottola definisce una «storiella» quando la ragazzina tenta di troncare, ma ha quasi paura di deluderlo e poi si rivolge, inutilmente, ai catechisti. Si confida anche con la madre che affronta il sacerdote e crede a lui, al parroco, anziché a sua figlia. La ragazzina è sola, affida a un diario il suo dramma. «Ma è sesso quello che facciamo io e don Michele?» si chiede. Pensieri che diventano lo scheletro delle 50 pagine di ordinanza spiccata dal gip Santoro. Insieme ai file audio, per ora non passati per alcuna perizia tecnica, e con la conferma delle denunce, avvenuta in incidente probatorio, a luglio, quando l’11enne ripercorre i mesi delle molestie, i vani tentativi di farsi aiutare dagli adulti, l’iniziativa di registrare quegli incontri segreti per i quali si sente colpevole, lei, che invece è la vittima.

    Tutto questo, per il gip, è sufficiente e tiene in piedi le esigenze cautelari nonostante i fatti risalgano a cinque mesi fa. Mottola è pericoloso, la sua è una «personalità deviata», tale da pensare di essere «fidanzato» con una bambina di undici anni. Per questo il gip firma l’arresto, nonostante la Diocesi abbia messo il sacerdote in condizione di non poter nuocere ancora, allontanandolo dalla parrocchia di San Giorgio Martire di Trentola Ducenta, dove sarebbero avvenuti i fatti, poi imponendogli l’isolamento in un convento di Giugliano. Mottola lasciato la «clausura» a fine ottobre e va a vivere dal fratello a Qualiano dove, ieri mattina, la polizia esegue una perquisizione prima di arrestarlo. Esce dal commissariato, bersagliato dai flash dei cronisti, che sono quasi le tre del pomeriggio. Sguardo fisso, poi si nasconde dietro una borsa. La volante parte in direzione Secondigliano, penitenziario in cui c’è un reparto riservato agli aggressori sessuali.

    È fissato per lunedì il faccia a faccia col gip. L’avvocato Antimo D’Alterio, difensore del sacerdote, ha fatto sapere che sin da maggio il suo assistito si è messo a disposizione della Procura che però non ha ritenuto di non interrogarlo. «Le esigenze cautelari, a cinque mesi dai fatti, sono discutibili, si sarebbe potuta applicare una misura meno afflittiva», dice il penalista che poi conferma l’esistenza delle parziali ammissioni rese al vescovo e chiarisce che «la gravità dei fatti contestati dai magistrati impone che se ne discuta solo nelle sedi opportune». Si va verso il processo, mentre continua il linciaggio mediatico e si apprende che, sette giorni fa, il papà della ragazzina insegue il prete mentre percorre l’Asse mediano e lo manda fuori strada con la macchina. Poi cerca di aggredirlo: lo salvano due motociclisti. È il terzo tentativo di giustizia fai da te, da maggio. Il padre della bimba insulta il sacerdote in pubblica piazza nelle settimane in cui vien fuori il fatto. Dopo il servizio de «Le Iene», domenica, sul web si organizza una spedizione punitiva. Da ieri Mottola è al sicuro. In carcere. Ed è il secondo prete della Diocesi di Aversa, dopo Michele Barone, l’esorcista amico delle veggenti di Medjugorje a finire dietro le sbarre.

    https://www.ilmessaggero.it/italia/caserta_prete_pedofilo_bambina_11_anni_news-4851578.html?fbclid=IwAR15kWb_V7F-mp3-TLw_1foem5SgG_UY7x6_hnWhzD74cKlcyLFQrh0EgRo

  • CRISTINA BALESTRINI: «SUL CALVARIO, CON MIO FIGLIO ABUSATO DA UN PRETE»

    CRISTINA BALESTRINI: «SUL CALVARIO, CON MIO FIGLIO ABUSATO DA UN PRETE»

    Alessandro è stato abusato in oratorio dal “padre spirituale”. Un dramma indescrivibile, che la mamma sta affrontando con grande fede: «l’ abuso non è l’ ultima parola sulla vita. Se ne può uscire. C’è per tutti una via, una verità che rende liberi»

    di Giuseppe Gazzola

    Cristina Balestrini lavora come infermiera caposala in comunità psichiatriche e riabilitative. Sposata dal 1991 con Ettore Battaglia, ha due figli, Alessandro e Giacomo. Quest’ anno “Ale” compie 23 anni. Nel dicembre 2011, quando aveva 15 anni, passò una notte in Oratorio, a Rozzano, in provincia di Milano. Ai genitori era stato fatto credere che tutto il gruppo degli adolescenti si sarebbe fermato a dormire in Oratorio per le attività di preghiera in preparazione del Natale, mentre Alessandro si è poi ritrovato da solo a dormire a casa di don Mauro Galli, il don che all’ epoca era il suo padre spirituale. Il 20 settembre 2018 don Galli è stato condannato in primo grado a una pena di 6 anni e 4 mesi di carcere dalla quinta sezione penale del Tribunale di Milano, per violenza sessuale nei confronti di un minore.

    ERA UN RAGAZZO SOLARE

    Questi i nudi fatti. Dentro i fatti, un lungo, mai terminato calvario: «Io e mio marito facevamo i catechisti in parrocchia, Alessandro frequentava il gruppo dei preadolescenti», racconta Cristina. «Rompiscatole come pochi, ti metteva continuamente alla prova. Prima dell’ abuso era un ragazzo vivace, solare, con tanti amici, grandi sogni per il futuro. Da quel giorno in poi, una vita in salita. Per dirla tutta, ha tentato quattro volte di suicidarsi e, da allora, ha necessità di una psicoterapia settimanale. Ha perso due anni di scuola, ogni refolo di vento lo riportava al trauma che lo ha segnato. Poi è riuscito con grande fatica a diplomarsi, a trovare un lavoro come grafico. E ora ogni giorno è un giorno da conquistare. Per lui e per noi genitori, che siamo ininterrottamente sul chi va là, ancora oggi».

    OLTRE IL MALE DI VIVERE

    A fare da trama a questa lunga via dolorosa, una fede tenace, fortissima, cresciuta oltre «il male di vivere». Da molto tempo Cristina si alza ogni mattina alle 4 e mezzo per pregare, a lungo, prima di andare a lavorare: «Ho deciso per questa sveglia così anticipata quando avevo un bisogno atroce di affrontare tutto ciò che succedeva in famiglia con un aiuto più grande», confida. «A distanza di anni, continuo a vivere queste due ore iniziali della giornata come un momento bello, desiderato, di preghiera e meditazione, ringraziamento, offerta, supplica, affidamento. Prego con l’ Ufficio delle letture, invoco lo Spirito Santo, chiedo ogni giorno che ci liberi dal male. Prego per la Chiesa e per i sacerdoti, per la loro santificazione».

    ALLONTANATI DALLA COMUNITÀ

    Questo colpisce: certamente, la prima volta che l’ ha tenuto in braccio e quando poi l’ ha fatto battezzare, Cristina non si aspettava che suo figlio, crescendo, avrebbe dovuto sopravvivere all’ abuso di un sacerdote. Ora che il futuro si è colorato dello stesso nero del Venerdì santo, Cristina ha trovato questa risposta, questo squarcio nel buio del suo dolore di madre che sta ogni giorno sotto la croce del figlio: «Facciamo parte di un gruppo di preghiera, Il Fuoco di Ars (www.ilfuocodiars.com), che si ritrova settimanalmente a pregare per i sacerdoti. Ognuno “adotta” un sacerdote per cui prega ogni giorno. Io, poi, amo dire il Rosario della Madonna delle Lacrime di Siracusa – e qui la voce si incrina per l’ emozione – perché ci è stata di grande aiuto quando Alessandro stava malissimo».

    Si ferma, Cristina, cerca un fazzoletto. Come Maria, non nasconde e non si nega le lacrime. «Anche se sono dolori diversi, tutti noi come famiglia ci sentiamo vittime di un prete pedofilo. Essere credenti ci costa una fatica incredibile. Non per causa di Dio, perché anche lui piange quando un sacerdote abusa di un minore. Ma perché ci sentiamo ogni minuto in mezzo a un fuoco incrociato. Da una parte ci “sparano” quelli che ce l’ hanno a morte con la Chiesa, che non credono e deridono il nostro continuare a credere. Dall’ altra parte, ed è anche più doloroso, nel momento in cui abbiamo denunciato l’ accaduto siamo diventati “la controparte” della Chiesa, quelli che “sputano nel piatto in cui mangiano”, come ci ha detto il parroco. La Chiesa siamo noi, ci hanno detto spesso. Ma noi chi? Molti, che credevamo amici, ci hanno allontanato. Continuiamo a sentirci ignorati e avversati da chi per ruolo e responsabilità avrebbe dovuto ascoltarci, crederci e accoglierci. Altri, che non conoscevamo o avevamo perso di vista, si sono fatti vicini. Come don Dino, nativo di Rozzano. Come don Davide che, con la sua fede tranquilla e tenace di fronte al male, ha salvato tante volte Alessandro e noi genitori».

    IL DOLORE E IL PERDONO

    E don Mauro Galli? Chi è oggi, per Cristina? «Io don Mauro l’ ho perdonato», dice, convinta, a voce bassa. «Per lui provo dolore. Tanti l’ hanno aiutato a dannarsi, se così si può dire. Il non essere mai stato aiutato a riconoscere, almeno in Tribunale, di avere sbagliato, non lo aiuta a iniziare un percorso di cambiamento. E non credo sia facile convivere con la consapevolezza che non può non avere».

    NON VOLTARE LO SGUARDO

    Consapevolezza e libertà, verità e trasparenza sono parole che tornano ad affiorare nel racconto di Cristina e ci interpellano tutti: «Desideriamo fortemente che i cristiani normali, tutti quelli come noi, promuovano una cultura di trasparenza. Nessun cristiano dovrebbe più pensare, con fastidio, che “i panni sporchi si lavano in casa”, quasi nascondendo la realtà. La pedofilia non è un panno sporco, è un reato. Per il Vangelo, chi scandalizza un piccolo farebbe meglio a mettersi una macina al collo e buttarsi nel mare. Ogni azione malvagia compiuta contro uno dei piccoli è stata fatta contro Gesù». Riprende Cristina: «Le vittime dei preti pedofili sono gli ultimi degli ultimi. Erano credenti e praticanti. Dentro il mondo della fede, che amavano, hanno trovato l’ inferno. Da cristiani, dobbiamo smettere di voltarci dall’ altra parte. Dobbiamo evitare il più possibile che si ripeta ciò che è accaduto ad Alessandro e a tantissimi altri».

    È nato così, come fiore che sbuca nel deserto più arido, lo scopo che dà a Cristina la forza e la voglia di ricominciare ogni sua giornata: «Ciò che dà senso al mio futuro è testimoniare, condividere, stare vicina a chi ha vissuto situazioni come la mia, far sapere a tutti che l’ abuso non è l’ ultima parola sulla vita. Se ne può uscire. C’ è per tutti una Via, una Verità che rende liberi».

    DA VITTIME A SOPRAVVISSUTI

    Cristina Balestrini ha trovato un suo particolare ambito  di senso e testimonianza dentro Rete L’ abuso – Associazione sopravvissuti agli abusi del clero (www.retelabuso.org), diventata un riferimento anche per Alessandro. «L’ Associazione», racconta, «ha aiutato Alessandro a compiere il suo passaggio da “vittima” a “sopravvissuto”. Ha trovato il coraggio di esporsi, condividere la sua storia con chi ha vissuto situazioni altrettanto drammatiche, mettersi a servizio di chi non ce la fa a uscirne. Non gli auguro, di cuore, di essere per sempre “il sopravvissuto”, di trovarsi a parlare sempre di questa vicenda. Gli auguro una vita normale per quanto possibile. Ma sarà una normalità che non potrà mai negare questo pezzo, che fa parte di lui».

    http://m.famigliacristiana.it/articolo/cristina-balestrini-sul-calvario-con-mio-figlio-abusato-da-un-prete.htm

  • Pedofilia, il cardinale Gracias: «Vescovi rendano conto degli abusi». Ma anche lui è accusato di insabbiamento

    Pedofilia, il cardinale Gracias: «Vescovi rendano conto degli abusi». Ma anche lui è accusato di insabbiamento

    Città del Vaticano – La seconda giornata del summit sugli abusi inizia con la relazione del cardinale indiano Osvald Gracias e, contemporaneamente, fa emergere la prima contraddizione. Inspiegabile. Lo stesso cardinale – secondo la Bbc – non avrebbe fatto nulla davanti alla notizia di un prete pedofilo che in una diocesi indiana, tre anni fa, ha molestato un bambino. Nel 2015 la mamma si accorge della violenza sul piccolo da parte di un religioso e va dal cardinale a denunciare il fatto e chiedere giustizia. Per tutta risposta il cardinale gli fa sapere che se ne sarebbe occupato ma che in quel momento aveva altre cose più urgenti e che doveva andare a Roma, violando, tra l’altro le leggi indiane sulla protezione dei minori che gli avrebbero imposto di chiamare subito la polizia. Alla BBC il porporato ha ammesso di essere stato preso dal panico. «Ammetto che in quel momento la polizia avrebbe dovuto essere coinvolta».

    Nella relazione che il cardinale Gracias legge non c’è traccia di questo suo personale episodio. Ai vescovi presenti in aula sviluppa il discorso della collegialità. «Perché una guarigione avvenga in modo efficace, deve esserci una comunicazione chiara, trasparente e coerente da parte di una Chiesa collegiale alle vittime, ai membri della Chiesa e alla società in generale. In quella comunicazione, la Chiesa offre diversi messaggi».

    Aggiunge anche che «l’abuso sessuale di minori e adulti vulnerabili nella Chiesa rivela una complessa rete di fattori interconnessi tra cui: psicopatologia, decisioni morali peccaminose, ambienti sociali che consentono l’abuso, risposte istituzionali e pastorali spesso inadeguate o chiaramente dannose o mancanza di risposta. L’abuso perpetrato dai chierici (vescovi, sacerdoti, diaconi) e da altri che servono nella Chiesa (ad esempio insegnanti, catechisti, allenatori) si traduce in danni incalcolabili sia diretti che indiretti. Soprattutto, l’abuso – spiega – infligge danni ai sopravvissuti. Questo danno diretto può essere fisico. È inevitabilmente psicologico, con tutte le conseguenze a lungo termine di ogni grave trauma emotivo legato a un profondo tradimento della fiducia».

    «Non si può ignorare che nella Chiesa abbiamo avuto difficoltà ad affrontare la questione dell’abuso nel modo giusto, per vari motivi. Anche noi, come vescovi, abbiamo tale responsabilità. Questo mi solleva una domanda: ci impegniamo davvero in una conversazione aperta e segnaliamo onestamente i nostri fratelli vescovi o preti quando notiamo che hanno un comportamento problematico?»

    «Strettamente collegato a questo punto – conclude Gracias – è la volontà di ammettere personalmente gli errori l’uno con l’altro e chiedere aiuto, senza voler fingere di essere perfetti».

    La giornata prosegue con l’ascolto di una vittima e un successivo intervento di un cardinale, stavolta americano, Cupich, uno degli organizzatori del summit sugli abusi.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_francesco_pedofilia_gracias_abusi_summit_vittime-4317155.html

  • Giuro di dire tutta la verità nient’altro che la verità… Pedofilia, caso don Mauro: la ricostruzione di don Carlo Mantegazza non reggerebbe il confronto in aula!

    Giuro di dire tutta la verità nient’altro che la verità… Pedofilia, caso don Mauro: la ricostruzione di don Carlo Mantegazza non reggerebbe il confronto in aula!

    “Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza“, sono più o meno le parole che ciascun testimone è invitato a leggere prima di iniziare l’interrogatorio vero e proprio in Tribunale.

    Anche don Carlo Mantegazza, lo scorso 8 Marzo 2018, presso il Tribunale di Milano nella Quinta sezione penale è stato chiamato in aula per essere interrogato.

    Il Giudice Ambrogio Moccia ha richiamato più di una volta l’attenzione dei testimoni nell’essere precisi quando rispondevano alle domande del PM Lucia Minutella: l’aula di giustizia è infatti la sede in cui le parole, i termini esatti che vengono utilizzati nella esposizione dei fatti, hanno il loro peso, non si può lasciare spazio alla libera interpretazione e i testimoni ne devono essere consapevoli.

    Ma qualcosa non torna. Io ero presente in aula, ero presente all’udienza precedente, ed ho assistito personalmente a tutte le audizioni.

    Ho sentito i familiari della presunta vittima che con la Rete L’ABUSO sto assistendo, ho sentito don Alberto Rivolta – che ha reso testimonianza proprio prima di don Carlo – ho letto i documenti inerenti la dichiarazione rilasciata alla polizia da mons. Mario Delpini: tutto torna, tutto corrisponde tranne, inspiegabilmente, la deposizione di don Carlo Mantegazza.

    Si tratta di ricostruire i fatti accaduti nei giorni immediatamente dopo il presunto abuso.

    La madre della presunta vittima racconta che la mattina del 20 dicembre 2011, dopo la fatidica notte in cui il prete aveva dormito nella propria abitazione insieme al minorenne, mentre era al lavoro riceve due telefonate dalla scuola frequentata dal minore che le chiedevano di andare a prendere il ragazzo.

    Una vota arrivata, trova il figlio in uno stato di shock, non parla, non risponde ad alcuno stimolo, lo sguardo perso nel vuoto, nel disperato tentativo di comprendere cosa potesse aver turbato il minore, mentre è in macchina per tornare a casa, la madre pone diverse domande senza ottenere alcuna risposta: avevi un’interrogazione? hai litigato con qualche compagno o professore? ecc. nulla, nemmeno una parola fino alla fatidica domanda: “è successo qualcosa questa notte in oratorio?” RISPOSTA LAPIDARIA DEL RAGAZZO: “QUELLO CHE SI PUO’ IMMAGINARE”.

    Il gelo… per un attimo si ferma il mondo.

    Non riuscendo ad avere ulteriori dettagli in quella agghiacciante mattinata, si tratta delle prime ore dopo il presunto abuso, entrambi i genitori si rivolgono immediatamente a don Alberto Rivolta, coadiutore della parrocchia di Rozzano dove la famiglia era inserita, entrambi i genitori infatti erano in quel periodo catechisti.

    Si rivolgono al prete per chiedere aiuto, hanno disperatamente bisogno di aiuto e bisogno di capire, il figlio sotto shock e la sua unica affermazione che risuona nel cervello: “quello che si può immaginare”. Chiedono dunque a don Rivolta di cercare di capire “cosa si può immaginare”, cosa significa, occorre cercare di delinearlo.

    Don Alberto si impegna ad indagare per quanto da lui possibile, vede il ragazzo e prova a chiedere direttamente a don Mauro, suo collaboratore nella gestione dei piccoli e dei ragazzi che frequentano l’oratorio… e così avviene, avviene repentinamente, lo confermano tutte le testimonianze, don Mauro stesso lo ammette.

    Don Alberto riferisce che ha parlato subito, il giorno successivo, con don Mauro.

    Cosa si sono detti i due sacerdoti? Don Alberto riferisce che don Mauro ha confessato di aver dormito insieme al minore nel proprio letto matrimoniale, non riferisce molto di più in quella circostanza, riferisce che il minore ha urlato, e che lui, don Mauro, durante la notte ha preso fisicamente il minore per evitare che cadesse dal letto.

    Contemporaneamente un parente del minore, avvisato immediatamente dai genitori, si rivolge al parroco di Rozzano don Carlo Mantegazza, lo chiama e riferisce le medesime cose, avverte il sacerdote che, la notte  del 19 dicembre, suo nipote aveva dormito insieme a don Mauro, era sconvolto: ma, rispetto a ciò che era successo, il ragazzo era riuscito a dire solo la famosa frase “quello che si può immaginare”.

    Alla stessa stregua dei genitori, dunque, il parente chiede aiuto al parroco.

    Don Carlo riferisce in Aula che aveva quindi intenzione di sentire nell’immediatezza don Mauro, che durante la cena con don Mauro non c’era nemmeno stato bisogno di introdurre il discorso in quanto don Mauro stesso, “di sua spontanea volontà”, aveva confessato di aver dormito con il minorenne nello stesso letto matrimoniale, a casa di don Mauro, ma che non era successo niente.

    Don Carlo riferisce quindi di aver avvisato subito i propri superiori insieme a don Alberto, superiori che, oramai è già stato appurato, essere mons. Mario Delpini (all’epoca dei fatti vicario di zona in cui è sita la parrocchia di Rozzano, poi vicario generale del cardinale Angelo Scola e oggi suo successore Arcivescovo di Milano per volontà di papa Francesco) e mons. Pierantonio Tremolada (allora vicario responsabile della formazione del clero e in particolare dell’accompagnamento dei giovani preti come don Mauro, oggi promosso Vescovo di Brescia).

    Fino a qui tutte le versioni coincidono, persino la deposizione rilasciata da mons. Mario Delpini quando, nel 2014, veniva interrogato dalla Polizia in pieno svolgimento delle indagini preliminari.

    Ma don Carlo non si limita ad affermare quanto sopra esposto: ha voluto fare una precisazione, evidentemente ci ha tenuto in modo particolare in quanto l’ha ripetuta parecchie volte, e cioè che “la versione rilasciata da don Mauro coincideva esattamente con quanto riferito dai familiari in quei frangenti”.

    E qui i conti non tornano più:

    SE FOSSE VERO CHE LA VERSIONE DI DON MAURO COINCIDEVA CON QUELLA DEI GENITORI, OVVERO CHE I DUE AVEVANO DORMITO INSIEME MA CHE “NON ERA SUCCESSO NIENTE”, SI PONGONO DELLE DOMANDE QUANTOMENO IMBARAZZANTI:

    • Che bisogno aveva la scuola di chiamare la mamma del minore descrivendo uno stato di malessere, poi riscontrato, talmente grave da sollecitare l’arrivo del familiare con due telefonate ravvicinate?
    • L’unica frase del ragazzino (riferita a cosa fosse successo quella notte) “quello che si può immaginare” non lascia certo immaginare che NON FOSSE SUCCESSO NULLA.
    • La richiesta dei genitori a don Alberto, da lui confermata in Tribunale, è stata quella di “CAPIRE COSA ERA SUCCESSO, DI APPROFONDIRE”: dunque nulla faceva presupporre che non fosse successo niente.
    • Sempre don Alberto, in Tribunale, descrive esaurientemente lo stato del minore, VISTO DA LUI IL GIORNO STESSO, come “profondamente scosso, angosciato, impaurito, che non parlava con tranquillità e libertà”. Come avrebbero potuto i genitori escludere, e riferire a Don Carlo Mantegazza, che NON ERA SUCCESSO NULLA? Perché i genitori avrebbero scomodato Don Alberto, che prontamente si era presentato a casa, se parliamo di una tranquilla notte passata dal minore fuori casa?
    • L’incontro dei familiari con don Carlo è avvenuto nei giorni immediatamente successivi a quella notte: ancora non si avevano particolari ulteriori perché il ragazzino non riusciva a parlare, non vi erano ulteriori elementi. Ma non era possibile, valutando anche gli elementi emersi durante il dibattimento, che i genitori avessero detto a don Carlo che NON ERA SUCCESSO NULLA.
    • Anche una ulteriore testimonianza in Aula, quella della fidanzata che il ragazzino aveva nel 2011: dichiara e conferma, avendo visto il minore il pomeriggio immediatamente successivo a quella notte, descrive bene in aula, in modo commovente, lo stato in cui ha trovato il proprio fidanzato, “scioccato”, aggiunge che “era vulnerabile quando si trovava con don Mauro”, e che “mentre prima era un ragazzo espansivo ed affettuoso, ora non poteva nemmeno avvicinarsi per abbracciarlo”, riferisce che il ragazzino le aveva detto che “era successo qualcosa di brutto”, sempre la ragazza dichiara che “ricordava di aver pensato che don Galli avesse abusato del fidanzato anche se non glielo aveva detto esplicitamente”.

    Da notare che stiamo parlando della settimana prima del Natale 2011, la fatidica notte tra il 19 e 20 dicembre quando Delpini si era già precipitato, lui stesso, a Rozzano per sentire don Mauro, raccogliere la sua diretta ammissione.

    Come potevano quindi coincidere le versioni? Non c’erano stati nuovi elementi in quei pochi giorni. Come ha potuto don Carlo affermare, sotto giuramento, che la versione di don Mauro e quella dei familiari coincidevano esattamente?

    Dunque loro, proprio loro, i familiari, non potevano escludere assolutamente alcun ché, anzi, chiedevano ai due sacerdoti di cercare di capire cosa potesse essere successo, avevano domande, atroci domande, non certezze!

    Paradossalmente, non solo tutte le testimonianze dei familiari, ma anche quella di don Alberto, smentiscono don Carlo. Persino lo stesso Delpini lo smentisce inequivocabilmente affermando alla polizia che “don Carlo gli aveva subito detto (ancora prima che si recasse personalmente a Rozzano il 24 dicembre 2011) che si trattava di un presunto abuso sessuale“, NON che le versioni coincidevano nel descrivere che non era successo nulla.

    Dunque don Carlo avrebbe mentito al Giudice?

    Perché don Carlo avrebbe bisogno di mentire, sotto giuramento, quando lo stesso Giudice lo esortava ad essere preciso?

    Una distrazione così macroscopica da non essere sfuggita nemmeno al copioso “pubblico” che borbottava nel merito?

    Tuttavia don Carlo non si limita a queste gravi imprecisioni: racconta dettagli e particolari che lasciano perplessi…

    Nella sua illustrazione dei fatti, precisa che non c’era nemmeno stato bisogno di chiedere qualcosa a don Mauro perché quest’ultimo, ancora prima che don Carlo potesse introdurre l’argomento a cena, aveva spontaneamente confessato che la notte aveva dormito insieme al minore nel proprio letto matrimoniale aggiungendo che, però, non era successo nulla.

    Il Giudice, forse stupito rispetto a questa spontaneità, chiede precisamente a don Carlo come se la spiegava la “spontaneità” nell’affrontare il discorso,  e don Carlo riferiva che, probabilmente, don Mauro si era rivolto a lui come una sorta di richiesta di aiuto per gestire la situazione, essendo don Carlo il suo diretto superiore.

    Il Giudice quindi chiede di precisare meglio e don Carlo riferisce che secondo lui probabilmente don Mauro aveva il timore che si sarebbe potuto sapere…

    Ma sapere cosa?

    La motivazione non regge, e non può reggere: se il ragazzo era andato a dormire in oratorio con il consenso preventivo dei genitori, richiesto da don Mauro stesso, e se “non era successo nulla”: COSA POTEVA “VENIRE FUORI”? Che timore poteva avere don Mauro tanto da anticipare il discorso con il parroco?

    Don Alberto Rivolta in udienza, mezz’ora prima, affermava che lo stesso giorno, prima di cena, aveva chiesto a don Mauro “cosa fosse successo, se si rendeva conto”.

    Dunque la “spontaneità” di don Mauro descritta sotto giuramento da don Carlo vacilla: era stato incalzato poco prima da don Alberto, pertanto don Mauro aveva già la certezza che “era emerso qualcosa”.

    Da notare inoltre, curiosamente, che don Carlo specifica bene la questione del divano letto in sala quando il Giudice gli chiede se potevano esserci soluzioni differenti per dormire separatamente, oltre alla camera degli ospiti.

    Don Carlo descrive meticolosamente (stranamente per questo particolare con estrema precisione), il divano letto di buona fattura: lo avevano scelto insieme (don Carlo e don Mauro), lo hanno acquistato insieme e, precisa, “lo aveva pagato la Parrocchia”.

    Viene da pensare giustamente che, a farsi carico delle spese sia la Parrocchia stessa e non il singolo sacerdote che, nel caso specifico, come da dichiarazione di don Mauro (riportato dai media) risulta essere nullatenente, però è anche lecito domandarsi “come possa aver transato don Mauro”, come riferito dal comunicato ufficiale della chiesa di Milano “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” in riferimento alla rinuncia della costituzione di parte civile da parte della presunta vittima e dei suoi familiari nei confronti di don Mauro, della diocesi di Milano e della parrocchia di Rozzano.

    Si è appreso nella scorsa udienza che solo per il risarcimento sono stati spesi centomila euro.

    Comunque va anche detto che, giustamente, don Carlo riferiva a mons. Delpini che, per lui, il fatto stesso che don Mauro avesse portato un minore nel proprio letto era di per sé grave, assai grave, un abuso, non ricordo le parole esatte, bisognerà attendere le trascrizioni.

    di Francesco Zanardi

  • Abusi sessuali in Vaticano: i responsabili si difendono dopo aver insabbiato

    Abusi sessuali in Vaticano: i responsabili si difendono dopo aver insabbiato

    Il presunto molestatore diventato sacerdote; vittima e testimone cacciati. Ora il cardinale Comastri e la diocesi di Como tentato di giustificarsi

    La diocesi di Como ora promette piena luce
    “Si confida di poter fare finalmente piena luce su quanto effettivamente accaduto, con la massima determinazione, senza alcuna reticenza”. E’ quanto scrive la diocesi di Como in una nota pubblicata dopo la seconda puntata della trasmissione delle “Iene” dedicata ai presunti abusi sessuali ad opera di un ex allievo del Preseminario San Pio X in Vaticano, oggi sacerdote a Como (nella foto).
    “I presunti fatti denunciati a mezzo lettera nel 2013 – si legge nella nota – in seguito agli accertamenti conclusi nel 2014 da parte di tutte le competenti sedi ecclesiastiche, erano stati ritenuti infondati e tutte le valutazioni sulla personalita’ del seminarista erano risultate positive. Tra la documentazione prodotta non risultava alcun parere negativo da parte delle persone a conoscenza della vicenda”.
    “Per questa ragione – prosegue la Diocesi di Como – monsignor Oscar Cantoni, nominato Vescovo di Como il 4 ottobre 2016, ha ordinato presbitero il giovane, non ravvisando in quel momento alcun elemento ostativo. Solo recentemente sono stati portati all’attenzione della Diocesi di Como nuovi elementi che sono stati oggetto di disamina durante la scorsa settimana. Auspicando da parte di tutti i soggetti coinvolti in questa triste vicenda la piena collaborazione e la prudenza di non emettere giudizi affrettati prima di una sentenza definitiva, unitamente alla Santa Sede -. conclude la nota – si confida di poter fare finalmente piena luce su quanto effettivamente accaduto, con la massima determinazione, senza alcuna reticenza”.
    http://www.globalist.it/news/articolo/2015144/abusi-sessuali-in-vaticano-i-responsabili-si-difendono-dopo-aver-insabbiato.html
  • Pedofilia, un papa dalla memoria corta

    Pedofilia, un papa dalla memoria corta

    Il primo settembre è scaduto il termine entro cui la Santa Sede doveva presentare all’Onu le prove a conferma del rispetto della Convenzione per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma non l’ha fatto. Zanardi: Sarebbe questa la «tolleranza zero» di cui parla tanto Bergoglio?

    di Federico Tulli

    a Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». Molto probabilmente solo i lettori abituali di Left ricorderanno queste parole e chi le scrisse. Erano i primi giorni di febbraio del 2014 e la notizia passò sugli altri media italiani come una meteora. Si tratta di uno dei passaggi più significativi del durissimo atto di accusa delle Nazioni unite contro la Chiesa di Roma per le sue colpevoli ambiguità e mancanze nella lotta contro la pedofilia, oltre che per le calcolate complicità dei gerarchi vaticani con i preti pedofili responsabili di migliaia di crimini compiuti in tutto il mondo. Il Rapporto conclusivo, che si può consultare sul sito dell’Unhcr (la sezione Diritti umani delle Nazioni unite), venne elaborato in virtù della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia. Ratificata nel 1990 dalla Santa Sede, la Convenzione prevede come clausola ineludibile per i firmatari l’obbligo di adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori, in quanto persone, e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio. Gli investigatori di Ginevra, sulla base di solide prove e testimonianze, dissero chiaro e tondo agli emissari di papa Francesco che nel periodo preso in esame, tra il 1994 e l’inizio del 2014, la Santa Sede non aveva fatto praticamente nulla di concreto per evitare che dei bambini venissero stuprati da educatori, confessori, insegnanti, catechisti, seminaristi etc. in tonaca. Non solo. Ogni tre-cinque anni è previsto un “tagliando” per fare il punto ed eventualmente concordare nuove strategie di prevenzione e contrasto del crimine.

    Ma la Santa Sede, dopo un primo report presentato il 2 marzo 1994 (con 18 mesi di ritardo rispetto al dovuto: 1 settembre 1992), non aveva fatto pervenire più nulla a Ginevra. Fino a quando, appunto – sulla base delle denunce di alcune associazioni internazionali che si occupano dei diritti dei “sopravvissuti” (così si definiscono le vittime ancora vive, della pedofilia clericale) – nell’estate del 2013 non è stata la stessa Commissione a sollecitare papa Francesco affinché producesse le prove per scagionare la Chiesa da pesantissime accuse di negligenza e complicità. In pratica, né Giovanni Paolo II, né Benedetto XVI avevano ritenuto di dover rispettare l’impegno (né di preoccuparsi più di tanto per l’incolumità dei minori che frequentavano ambienti gestiti da religiosi). Non un rigo arrivò nella sede Onu della Commissione dopo lo scandalo di Boston del 2002 quando il team Spotlight di giornalisti del Boston Globe riuscì a scardinare con le sue inchieste il sistema di potere che dal cardinale Bernard Law in giù era tutto teso a “sacrificare” l’incolumità psicofisica delle vittime dei preti pedofili, pur di tutelare poltrone, ricchezze e privilegi. La storia è nota. Come dei veri e propri serial killer, decine di preti pedofili si aggiravano per la diocesi guidata dal potente cardinale, tra l’altro uno dei possibili candidati alla successione di Wojtyla. Tutti nella Chiesa di Boston erano al corrente, ma l’unica “tutela” adottata consisteva nel trasferire da una parrocchia all’altra i sacerdoti “problematici” non appena lo scandalo rischiava di diventare di dominio pubblico. E nemmeno una riga Joseph Ratzinger fece pervenire dopo gli scandali emersi tra il 2009 e il 2010 in tutto il mondo, dall’Europa all’Australia al Sud America, fino ad entrargli praticamente in casa con la vicenda delle violenze sulle voci bianche del coro di Ratisbona diretto da suo fratello Georg. Bergoglio dunque, seppur non spontaneamente, un Rapporto lo ha presentato ed in questo non si può dire che non si sia differenziato dai suoi due illustri predecessori. Veniamo al dunque, perché stiamo raccontando tutto questo?

    «Poco più di un mese dopo aver incassato le accuse dell’Onu per colpe non sue, il gesuita argentino avrebbe festeggiato un anno sul trono di Pietro. Sin dalle prime ore del suo insediamento aveva pubblicamente messo in cima alla sua agenda “politica” lo sradicamento della pedofilia dalla Chiesa cattolica. Questo è stato il mantra, scandito regolarmente con proclami di “tolleranza zero”, che ha caratterizzato almeno a parole il suo pontificato. Prontamente rilanciato ed esaltato dalla stampa italiana che acriticamente propone i suoi proclami senza andare mai a verificare se le parole corrispondano ai fatti. In relazione alla Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza quali sono i fatti? Non si sa. Entro il primo settembre scorso, la Santa Sede – di cui Bergoglio è il capo – avrebbe dovuto presentare un nuovo Report con le indicazioni di tutti i progressi e le misure adottate nel rispetto delle indicazioni della Convenzione. Ebbene, a tutt’oggi – 24 ottobre 2017 – al momento di andare in stampa non risulta che la Relazione sia stata consegnata. Nemmeno sul sito delle Nazioni unite ce n’è traccia. Che dire? Lo chiediamo a Francesco Zanardi, appena confermato alla presidenza dell’associazione Rete L’abuso: «Questa inerzia e questo silenzio non deve sorprendere. Ancora una volta è termometro dell’inaffidabilità della Santa Sede nell’affrontare la pedofilia a fronte di una accattivante campagna mediatica che non si traduce mai in fatti concreti. Una “truffa” dietro cui si celano nuove violenze, all’insegna della “tolleranza” per i violentatori e “zero” interesse per le vittime e per la prevenzione».

    28 ottobre 2017 LEFT 51

  • PROVOLO: Anche il direttore accusato di abusi su minori e atti di lussuria con due dipendenti, una sposata

    PROVOLO: Anche il direttore accusato di abusi su minori e atti di lussuria con due dipendenti, una sposata

    Rafael Ramon Amarilla, 30 anni, di Puerto Rico (Argentina), della Compagnia di Maria (don Provolo) Fu consacrato a Verona il 24 maggio del 2014 dal vescovo Giuseppe Zenti. Sostituì circa sei mesi fa, dopo l’arresto, l’allora direttore Nicola Corradi e oggi è anche lui accusato di abusi su minori.

    Le amanti di un prete del Provolo

    Ramon Amarilla è il responsabile dell’istituto dall’arresto di Corradi e Corbacho, è anche sospettato di abusi e violenza di genere.

    Sono passati quasi sei mesi dalle prime denunce di abusi sui bambini sordi nell’Istituto Provolo di Luján de Cuyo. Una scabrosa trama tra pedofilia complicità e occultamenti durati decenni è venuta alla luce. Il caso Provolo che è distante dall’essere un caso isolato, è un impressionante esempio delle atrocità che spesso accadono e quasi mai vengono alla luce in questo tipo di istituti, ed è tuttavia evidente che quella che oggi sta emergendo è solo una piccola parte.

    Ora, una trama di amanti, denunce e violenza di genere coinvolge un altro sacerdote del Provolo. Si tratta di Ramon Amarilla alla direzione dell’istituto argentino dall’arresto di Nicola Corradi e Horacio Corbacho. C’è un’indagine canonica in corso parallela al caso giudiziario del Provolo di cui il sacerdote è oggetto. Il religioso oriundo di Misiones è arrivato dalla congregazione alla sede di Luján de Cuyo nell’aprile del 2015, proveniva da Mar della Plata.

    Tuttavia il superiore locale del Provolo non è esente da accuse di vessazione simili a quelli commessi da Corradi Corbacho e gli altri quattro detenuti.

    Alle denunce per abuso di minori fatte dai genitori, si aggiunge la rottura sistematica dell’impegno di celibato.

    Secondo un’indagine di questo quotidiano, il sacerdote Ramon Amarilla dal suo arrivo a Mendoza ha avuto ripetute relazioni sessuali, almeno con due donne che lavoravano nel Provolo. Entrambe le donne erano inservienti dell’istituto e tra le altre cose il loro compito era quello di prendersi cura proprio di quei bambini i cui genitori, oggi, vogliono denunciare gli abusi. Una delle donne che chiameremo N. è stata la custode dell’istituto per vari anni e ha conosciuto Amarilla quando arrivò a Mendoza. Entrambi hanno avuto una relazione sentimentale che si presume sia durata fino ad oggi. Secondo fonti gli incontri si svolgevano nell’istituto e la donna passava i finesettimana con Amarilla nel convitto.

    Una presunta vittima di abusi sessuali ha riconosciuto N. come una delle persone vista avere rapporti con il religioso. La seconda C. è sposata e insieme al marito erano una“coppia modello” nella parrocchia di San Eugenio dove Amarilla celebrava messa. La donna e il marito erano catechisti nel quartiere 21e si avvicinarono al Provolo per collaborare, facendo anche donazioni ai bambini dell’istituto.

    A metà del 2013 C. è entrata a lavorare al Provolo come custode nel turno di notte e da allora Amarilla e lei hanno intrapreso la loro relazione, parallelamente a quella che il religioso aveva con N.

    L’infedeltà di C. è stata scoperta dal marito ma tanto il prete come l’amante hanno negato la relazione. Nell’aprile del 2016, dopo che il marito di C. ha presentato prove inconfutabili che dimostravano la relazione, i due amanti la hanno ammessa e ora la coppia ha chiesto il divorzio.

    La commissione del Vaticano che indaga, rappresentata dal Vicario Giudiziale Dante Simon e il notaio Juan Martìnez sta esaminando il caso di Amarilla parallelamente all’indagine della magistratura sul Provolo, nonostante pubblicamente abbiano dichiarato il contrario. Le prove presentate sarebbero già sufficienti perche Amarilla venga condannato dalla giustizia Canonica con l’espulsione dalla chiesa.

    La comunità in qui vive Amarilla è confusa e il sospetto che i suoi comportamenti presto sarebbero divenuti di pubblico dominio, malgrado le minacce e il disperato tentativo da parte delle persone coinvolte di insabbiare tutto.

    Violenza di genere

    Secondo quanto è trapelato, nel maggio del 2016 ci fu una chiamata al 911 nella quale si denunciava un caso di violenza di genere a Carrodilla. Le persone coinvolte risultano essere Amarilla e N.

    Il religioso e la sua amante hanno sporto denuncia al commissariato 47 ma il caso non è giunto ad una istanza giudiziaria.

    Abusi

    Amarilla è stato segnalato da almeno quattro minori come autore di vessazioni nell’istituto Provolo. Ancora non ci sono denunce in sede giudiziaria perché le vittime, fino all’arrivo della magistratura non sapevano parlare il linguaggio dei segni e quindi non in grado di fare una deposizione. Attualmente i familiari delle presunte vittime stanno lavorando affiancati da insegnanti specializzati affinché i loro figli possano deporre le loro dichiarazioni e quindi avviare le denunce penali.

    Una minorenne ha raccontato ai familiari di essere stata obbligata insieme ad altri due compagni ad assistere a rapporti tra Amarila, N. e una terza persona che non è stata identificata. Inoltre i familiari dei minori denunciano che Amarilla e altri dipendenti del Provolo organizzavano escursioni dall’istituto senza autorizzazione ne avviso preventivo ai genitori dei bambini. Alcune di queste escursioni sono state scoperte successivamente grazie a pubblicazioni fatte sui social network.

    Dalla pubblicazione di questo articolo, tutti i tentativi di comunicare con padre Ramon Amarilla sono stati vani. Da parte sua l’Istituto Antonio Provolo rimane chiuso per disposizione della DGE fino alla sentenza della causa per abusi attualmente in corso.

    http://www.mendozapost.com/nota/63066-investigan-a-un-empresario-por-lavado-de-dinero/