Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Charles J. Scicluna

  • Morto Fernando Karadima, la cui vicenda ha dato il via allo scandalo degli abusi in Cile

    Morto Fernando Karadima, la cui vicenda ha dato il via allo scandalo degli abusi in Cile

    Fernando Karadima, il carismatico sacerdote cileno che si macchiò di abusi e la cui storia ha funzionato da detonatore per una ampia crisi nell’episcopato cileno, è morto oggi all’età di 90 anni a Santiago del Cile, all’Hogar San Juan de Dios, dove viveva. Non sono ancora stati rese note le cause del decesso, ma si sa che Karadima si era rivolto a cure ospedaliere per problemi cardiaci, ma non era stato ricoverato in quanto gli ospedali erano tutti pieni a causa del COVID-19.

    Le accuse di abusi contro Karadima, sacerdote e padre spirituale molto in vista nell’arcidiocesi di Santiago, cominciano nel 2010: tre vittime, Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andrés Murillo, dissero che erano stati sue vittime nella parrocchia di El Bosque in Providencia. Gli abusi erano avvenuti e il 1990. Il 26 gennaio 2011, fu dichiarato colpevole di abuso sessuale e fu costretto ad una vitta di ritiro e penitenza.

    Quando Papa Francesco nominò Juan Barros Madrid a vescovo di Osorno, della cerchia di Karadima, a vescovo di Osorno. La nomina era stata oggetto anche di un pranzo del Papa con alcuni membri della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori ad aprile 2015, che contestavano che il vescovo era stato parte della cerchia di Karadima e che ne aveva coperto gli abusi, avvenuti proprio nella diocesi di Osorno.

    Ma è stato durante il viaggio di Papa Francesco in Cile nel 2018 che la crisi era completamente scoppiata. Colpito dalle proteste e dalle rivelazioni che venivano pubblicate sui giornali, Papa Francesco ha prima spiegato la sua posizione sul vescovo Barros e poi inviato due volte in Cile l’arcivescovo Charles J. Scicluna, già promotore di giustizia della Congregazione della Dottrina della Fede, per chiarire la vicenda.

    I vescovi del Cile erano stati ricevuti dal Papa dal 15 al 17 maggio 2018,  Tutti avevano poi rimesso il loro mandato nelle mani del Papa. Il 17 maggio 2018, la Santa Sede aveva diffuso una lettera del Papa ai vescovi del Cile, nella quale aveva invitato i vescovi “a costruire una Chiesa profetica”.

    In quel periodo, Papa Francesco aveva anche incontrato tre vittime di padre Luis Fernando Karadima, Uno di loro, Cruz, è stato nominato quest’anno membro della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori.

    Papa Francesco ha ridotto Karadima allo stato laicale il 28 settembre 2018, usando il canone 331 del Codice di Diritto Canonico, secondo cui il Papa può esercitare la sua “potestà ordinaria, che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa”.

    Ad ora, non ci sono reazioni della Chiesa locale alla morte di Karadima.

    https://www.acistampa.com/story/morto-fernando-karadima-la-cui-vicenda-ha-dato-il-via-allo-scandalo-degli-abusi-in-cile-17661

  • Il Papa prepara un Motu proprio contro chi copre i preti pedofili

    Il Papa prepara un Motu proprio contro chi copre i preti pedofili

    Dopo il summit in Vaticano, prosegue la lotta di Francesco contro la piaga «mostruosa» e «scandalosa» degli abusi del clero

    DOMENICO AGASSO JR
    CITTÀ DEL VATICANO

    Per difendere i bambini dalla pedofilia il Vaticano lancerà tre «iniziative concrete»: un Motu proprio del Papa, un vademecum per i vescovi e task forces nelle diocesi. Lo annuncia, a conclusione del summit per la protezione dei minori, il portavoce padre Federico Lombardi. Poche ore prima il Pontefice ha riconosciuto che, anche se la piaga degli abusi è diffusa in vari ambiti, nella Chiesa diventa ancora più «mostruosa» e «scandalosa».

    Secondo l’arcivescovo di Malta monsignor Charles J. Scicluna, simbolo della lotta alla pedofilia, «l’abuso è un crimine gravissimo, ma anche il suo insabbiamento. E su questo non si può più tornare indietro». Per decenni «ci siamo concentrati sul crimine: ora abbiamo capito che l’insabbiamento è altrettanto importante». E questo aspetto, oltre ai temi della responsabilità e della trasparenza, saranno affrontati nelle imminenti misure normative.

    Si tratta anzitutto di un «nuovo Motu proprio (documento decisionale, ndr) del Papa “sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili”, per rafforzare la prevenzione e il contrasto contro gli abusi». È prevista poi la pubblicazione da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede di «un vademecum che aiuterà i vescovi del mondo a comprendere chiaramente i loro doveri e i loro compiti».

    E infine Francesco vuole «la creazione di task forces di persone competenti» per aiutare le diocesi ad affrontare «i problemi e realizzare le iniziative».

    Il Papa promette con forza: «Se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – sarà affrontato con la massima serietà». Poi il suo grido: «Nella rabbia, giustificata, della gente, la Chiesa vede il riflesso dell’ira di Dio, tradito e schiaffeggiato».

    Bergoglio indica inoltre un percorso in otto punti, direttive che partono anche dalle «Best Practices» dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Tra questi, la «Serietà impeccabile», ribadendo che «la Chiesa non si risparmierà nel compiere tutto il necessario per consegnare alla giustizia chiunque abbia commesso tali delitti». Senza più coperture.

    Tutto ciò peraltro non basta ai gruppi di vittime che in piazza San Pietro lamentano «rabbia e delusione», perché il convegno si sarebbe concluso solo con «parole» e «nessun fatto concreto». Secondo Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso, «molti vescovi sarebbero dovuti uscire senza abito talare».

  • Summit sulla pedofilia, in arrivo un Motu Proprio del Papa. Le vittime: “Ci aspettavamo di più”

    Summit sulla pedofilia, in arrivo un Motu Proprio del Papa. Le vittime: “Ci aspettavamo di più”

    Francesco conclude la conferenza in Vaticano. E all’Angelus promette “misure perché i crimini non si ripetano”. “I luoghi della Chiesa siano sicuri per i minori”

    ROMA – In arrivo un Motu Proprio del Papa, un documento scritto di iniziativa del Pontefice, “sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili”, per la prevenzione e il contrasto contro gli abusi “nella Curia romana e nello Stato della Città del Vaticano”. E’ l’annuncio del portavoce della Santa Sede padre Lombardi a conclusione del summit sulla pedofilia. Ma le vittime degli abusi sessuali dei preti
    danno voce alla loro delusione. “Siamo indignati – dice Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso -. Questo doveva essere il summit della tolleranza zero e invece direi che siamo alla zero credibilità. Molti vescovi dopo questi quattro giorni sarebbero dovuti uscire senza abito talare. Dal discorso del Papa ci aspettavamo molto di più”. Zanardi ricorda la dura denuncia del cardinale Marx al summit: “Solo ieri abbiamo appreso che sono stati distrutti i dossier con i nomi dei colpevoli degli abusi. E’ chiaro che noi avevamo troppe aspettative dal vertice ma questo è senza mezzi termini un passo indietro nella lotta agli abusi. A questo punto continueremo a pubblicare altri nomi di preti-orchi. Lo abbiamo già fatto, ma la lista è ancora lunga. Andiamo avanti”.

    Eppure Papa Francesco, nel suo discorso conclusivo, non aveva smorzato i toni, parlando di una piaga “grave” e “mostruosa” anche all’interno della Chiesa.  “L’universalità di tale piaga, mentre conferma la sua gravità nelle nostre società, non diminuisce tuttavia la sua mostruosità all’interno della Chiesa. La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica”, ha osservato dopo aver illustrato i dati sulla diffusione del fenomeno nelle famiglie, scuole, sport, sul web, nel turismo sessuale.  E intervenendo di nuovo sul tema durante l’Angelus, ha affermato: “Vogliamo che tutte le attività e i luoghi della Chiesa siano sempre pienamente sicuri per i minori; che si prendano tutte le misure possibili perché simili crimini non si ripetano; che la Chiesa torni ad essere assolutamente credibile e affidabile nella sua missione di servizio e di educazione per i piccoli secondo l’insegnamento di Gesù”. “Vorrei qui ribadire chiaramente: se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – tale caso sarà affrontato con la massima serietà. Fratelli e sorelle, infatti nella rabbia, giustificata, della gente, la Chiesa vede il riflesso dell’ira di Dio, tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati. L’eco del grido silenzioso dei piccoli, che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere. Noi abbiamo il dovere di ascoltare attentamente questo soffocato grido silenzioso”.

    Marie Collins, irlandese che all’età di 13 anni ha subito abusi sessuali da parte di un prete e che ha fatto parte della Pontificia Commissione anti abusi dalla quale si è dimessa in polemica, dà voce via tweet alla delusione al termine del summit in Vaticano con i capi della Chiesa: “Abbiamo già ascoltato questi impegni per affrontare gli abusi molte volte. Quando e come è ciò che abbiamo bisogno di sentire, nel dettaglio”.

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    Forse con la consapevolezza che ora servano passi molto concreti, il Papa vuole la creazione di “task force di persone competenti per aiutare le conferenze episcopali e le diocesi che si trovino in difficoltà per affrontare i problemi e realizzare le iniziative per la protezione dei minori”,  ha spiegato padre Lombardi. E domani, lunedì 25 febbraio, il Comitato organizzatore del summit “si incontrerà con i Responsabili della Curia Romana che hanno partecipato all’Incontro, in modo da impostare fin d’ora il lavoro necessario per dare seguito, secondo il desiderio del Santo Padre, ai propositi e alle idee maturate nei giorni scorsi”.

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    Che ci sia ancora molta strada da fare appare chiaro. “L’abuso è un crimine gravissimo, ma anche il suo insabbiamento. E su questo non si può più tornare indietro. Per decenni ci siamo concentrati sul crimine: ora abbiamo capito che l’insabbiamento è altrettanto importante”,  commenta l’arcivescovo di Malta monsignot Charles J. Scicluna, segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede, tra i maggiori esperti della Santa Sede nella lotta alla pedofilia.
    “Un altro aspetto è l’ascolto delle vittime: dobbiamo continuare ad ascoltare, sempre, se vogliamo un vero discernimento su quanto accaduto”. Per Scicluna, poi, “è importante dire che si vuole aggiornare il diritto canonico, guardare all’aspetto della pornografia, e altro, ma quello che occorre è un cambiamento del cuore, dell’atteggiamento verso questi problemi. Questo è stato un pellegrinaggio molto breve, ma per cambiare atteggiamento è stato importante l’ascolto di tante voci, comprese quelle delle donne: è stata una ventata di aria fresca, la voce delle donne della Chiesa è fondamentale”.
    Il presule maltese ringrazia anche i giornalisti. “perché noi abbiamo un deficit di informazione nella Chiesa – tra diocesi e diocesi, tra le diocesi e la Santa Sede – ma anche verso l’esterno. E questo è un punto fondamentale per la questione dell’accountability: non si può ‘rendere conto’ senza comunicazione su ciò che accade”. “Cosa riporto a Malta? – si chiede Scicluna – La convinzione di dover ascoltare di più le vittime a casa, e di convertirmi diventando un buon pastore che si prende cura dei piccoli e dei deboli”.
    E alla domanda delle associazioni delle vittime – alcune hanno espresso malumore e delusione per il discorso di oggi del Papa -, che vogliono ‘tolleranza zero’ sugli abusi, ‘tolleranza zero’ sugli insabbiamenti dei vescovi e ‘trasparenza’, l’arcivescovo risponde: “tutto questo è fondamentale. Fa parte del quadro di impegni che abbiamo espresso in questi giorni”.

    https://www.repubblica.it/vaticano/2019/02/24/news/pedofilia_chiesa_summit_giornata_conclusiva-219983998/

  • Pedofilia del clero in Italia: il vero problema sono I vescovi. Documento del movimento Noi Siamo Chiesa

    Pedofilia del clero in Italia: il vero problema sono I vescovi. Documento del movimento Noi Siamo Chiesa

    “Noi Siamo Chiesa”, con l’allegato documento, dà un contributo, dalla base della Chiesa cattolica, sul problema della pedofilia del clero nel nostro paese, rispondendo alla richiesta di papa Francesco di attivarsi contenuta nella sua  “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto.

    “Noi Siamo Chiesa” ritiene che i vescovi italiani siano gravemente responsabili per una situazione diversa da tutte le altre dove il problema è esploso e dove delle iniziative sono state prese nella Chiesa. I vescovi in Italia infatti non riconoscono il fenomeno nella sua gravità e non organizzano quanto dovrebbero fare da subito (monitoraggio della situazione, interventi a favore delle vittime ed autorità indipendenti per il loro ascolto, atti penitenziali collettivi, modifiche alle regole che si sono date che tengono a proteggere il sistema ecclesiastico e a non prevedono l’obbligo di denuncia alla magistratura).

    Il Consiglio Episcopale Permanente della CEI , che si riunisce lunedì,dovrebbe prendere decisioni urgenti per dare una svolta radicale alla linea tenuta fino ad ora. Un gruppo di lavoro sul problema, interno alla CEI e costituito un anno fa, non può essere considerato in alcun modo un intervento significativo e sufficiente.

    “Noi Siamo Chiesa” propone che in ognuna delle forme di intervento auspicate sia garantita una presenza femminile paritetica a quella maschile.

    Roma, 21 settembre 2018                                                                          NOI SIAMO CHIESA

    1. Oggi don Mauro Galli, della diocesi di Milano, è stato condannato a sei anni e quattro mesi

     

    Rispondiamo alla “Lettera al Popolo di Dio” di papa Francesco:  il vero problema sono i vescovi per quello che pervicacemente si ostinano a non fare.

    Siamo in ritardo nelle azioni e sanzioni necessarie sulla questione della pedofilia del clero, ha detto papa Francesco nella sua “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto. Ora “ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale  di cui abbiamo tanto bisogno”. Prendiamo in parola questo insolito appello e cerchiamo di dire pane al pane e vino al vino su una  questione sulla quale la base cattolica non può che interloquire con le  strutture del potere ecclesiastico, perché sono esse, ed esse sole, le responsabili della situazione. Ci sembra che quanto ha detto Gesù sullo scandalo ai  piccoli (Mt 18,6)  è ancora  scritto  nel Vangelo!

    Diamo per  ben conosciute le informazioni e gli interventi di ogni tipo che hanno percorso e scosso l’universo cattolico da tempo, ma particolarmente in queste ultime settimane.

    Quello che i vescovi italiani non hanno fatto fino ad ora:

    • non hanno voluto riconoscere la gravità  della situazione anche nel nostro paese ed hanno continuato a prendere tempo, usando in troppe occasioni solo belle parole. Nel 2002 la CEI definiva il fenomeno “talmente minoritario da non meritare un’attenzione specifica”. Poi si parlò anche di “complotto laicista”! Da allora ogni decisione è stata presa al traino degli input del Vaticano, a partire dalle “Linee Guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” del 2012 (1). Tutto ciò ha portato alla logica de “il problema non è grave come altrove” e, comunque, “il vescovo è il supremo responsabile in ogni diocesi” scaricando così la questione o sul Vaticano o sul singolo  Tra le campagne organizzate dalla CEI in questi anni su tante questioni (unioni civili, testamento biologico, legge 40 ecc…) è mancata quella nei confronti dei preti pedofili; è sempre passata la linea di un facile giustificazionismo intrecciato con la logica, non evangelica, della difesa  dell’istituzione.
    • non hanno organizzato un monitoraggio continuativo e sistematico della situazione, caso unico in tutta Europa. A domanda Mons. Galantino ha candidamente confessato che la CEI non ha dati generali e ha invitato a documentarsi dalla stampa d’informazione.
    • non hanno mai pensato ad alcun intervento a favore delle vittime. Ad esse tutti i testi della CEI dedicano solo poche generiche parole. A scanso di possibili rischi (per timore della magistratura) il comma 2 del punto 6 delle citate Linee Guida recita “Nessuna responsabilità diretta od indiretta per gli eventuali abusi sussiste in capo alla S. Sede o alla CEI”. Ci si riferisce  con tutta evidenza a possibili rivendicazioni di tipo patrimoniale (2). Neanche lontanamente si è pensato ad interventi di tipo economico  e neppure ad aiuti, nelle forme opportune,  di tipo psicologico o di assistenza spirituale a favore di soggetti che hanno subito danni gravi le cui conseguenze, in genere, durano per decenni.   
    • non si rendono conto che le Linee Guida da loro approvate nel 2012 (e corrette nel 2014 dopo le osservazioni critiche del Vaticano) sostanzialmente difendono solo la loro casta clericale perché: non prevedono l’istituzione di strutture di accoglienza e di ascolto delle vittime che interagiscano col vescovo e con la magistratura. L’hanno fatto solo la diocesi di Bolzano nel 2010 e, in questi giorni, i vescovi dell’Emilia Romagna (3) ; non prevedono alcun intervento per controllare (od aiutare se del caso) il comportamento dei   226 vescovi; si appellano a  discutibili  norme di tutela  (codice di procedura penale, Concordato del 1984 e diritto canonico) (4) per blindare qualsiasi intervento esterno per ottenere dai vescovi e  dagli uffici dei vescovi informazioni o documenti (negli altri paesi la situazione è ben diversa); ricordano che il vescovo non ha l’obbligo giuridico di denuncia alla magistratura del prete pedofilo “salvo il dovere morale di contribuire al bene comune” (5). Una tale espressione appare risibile in sé per la sua genericità e  per la sua  inconsistenza ma soprattutto se confrontata col generale disinteresse per gli interessi generali della collettività (e per le vittime) dimostrato fino ad ora dalla scelta di dare sempre priorità alla copertura del prete pedofilo praticata in modo generalizzato dai vescovi italiani (6). L’assenza dell’obbligo giuridico dovrebbe essere sostituito da una, non ambigua, decisione dell’assemblea della CEI che obblighi i vescovi alla denuncia alla magistratura.
    • Non hanno mai preso in considerazione la necessità “dell’esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno” come ha chiesto papa Francesco per espiare come “santo Popolo di Dio” il peccato di alcuni dei suoi membri in modo comunitario. In altri paesi ciò è stato già fatto in molte sedi ed occasioni (7).

    Quello che i vescovi potrebbero fare subito,  entro tre mesi

    Di fronte al riemergere ed all’aggravarsi del problema e dopo la “Lettera”  del papa del 20 agosto, dopo le informazioni dalla Pennsylvania, dalla Germania, dall’Olanda (e altre sono preannunciate) i vescovi dovrebbero condividere quello che ha suggerito il Padre Hans Zollner S.J. (responsabile del “Centro per la protezione dei minori” dell’Università Gregoriana) nell’intervista al “Corriere della Sera” del 22 agosto: “la Chiesa italiana capisca che rischiare una brutta figura adesso è meglio che farla tra qualche anno ed essere travolti dagli scandali” (8). Di conseguenza riteniamo doveroso che la CEI (a partire dal suo Consiglio Episcopale Permanente che si riunisce settimana prossima) faccia scelte operative sulla base dei punti sopraesposti in modo che gli interventi concreti ( monitoraggio, atti penitenziali, referenti per le vittime, riscrittura completa della Linee Guida ecc… ) possano essere tutti realizzati o in fase di realizzazione entro un anno. All’avvio della  sua presidenza della CEI il Card. Bassetti usò espressioni nuove, parlò di una Chiesa “un po’ pigra”, dalla “mentalità clericale”, “di laici cattolici che hanno molto da dire e da offrire al paese”. Le sue buone intenzioni sono state già neutralizzate od assorbite?

    Cosa si fa nel mondo

    I vescovi  dovrebbero  conoscere tutti i tentativi, in genere meritori, che tanti episcopati hanno organizzato negli ultimi  anni sul problema della pedofilia. Non c’è da vergognarsi nel fare tesoro delle esperienze altrui in situazioni simili o identiche perché –ce ne  accorgiamo ora- è stato generalizzato nella struttura ecclesiastica nel mondo  il sistema della copertura della pedofilia del clero (quasi una procedura standard, un atto dovuto). Esiste poi  il già citato “Centre for Child Protection” dell’Università Gregoriana, è quanto di meglio si possa trovare, ha già fatto incontri di riflessione e proposte al massimo livello italiano e internazionale. Bisogna poi sapere che le vittime sono riuscite ad organizzarsi. Da anni, a partire dagli USA, esiste il Survivor’s Network of Abused by Priests (SNAP). Si è  costituito l’anno scorso in giugno l’ Ending Clergy Abuse (ECA), coordinamento mondiale delle vittime, che ha concluso un incontro a Berlino questo 16 settembre e che interloquisce con l’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani, che, a sua volta, ha aperto un’inchiesta sulla situazione italiana che sarà resa pubblica in gennaio. In Italia il sito www.reteabuso.org ha una forte caratterizzazione antagonistica; la sua documentazione e le sue denunce non possono però essere ignorate od archiviate sulla base del fatto che esso è fortemente  anticlericale.

    Basta un gruppo di lavoro che non si occupa del problema principale ed urgente?

    I vescovi non dovrebbero considerare in alcun modo soddisfatto il loro impegno sulla  questione della pedofilia del clero  con una ovvia e generica adesione alla “Lettera” del papa di agosto e con quanto sta facendo il Gruppo di lavoro istituito nel settembre 2017 dal Consiglio Episcopale Permanente della CEI e presieduto dal vescovo di Ravenna Mons.  Lorenzo Ghizzoni . Esso, per i pochi nomi conosciuti (9), è costituito da membri degli uffici centrali della CEI e  da esperti non indicati; non si ha notizie della presenza di vittime degli abusi (Galantino aveva assicurato che ci sarebbero state). Il gruppo di lavoro deve occuparsi solo di formazione e di  prevenzione, fornendo supporto alle diocesi. Ghizzoni (Avvenire del 23 agosto) ha parlato di una bozza di documento già elaborata da sottoporre poi a diverse fasi di discussione e di deliberazione (10). A prescindere dal modo di procedere (tutto interno, quasi clandestino) l’impegno nella formazione  è di lungo periodo, va fatto ovviamente ma presuppone, per essere credibile, una precedente radicale scelta di pulizia e di purificazione che riguardi il passato e che allontani il sospetto che questo Gruppo di lavoro sia soprattutto un modo informale  per prendere tempo, per darsi una qualche immagine (anche presso il Vaticano) senza mettere- come si usa dire- i piedi nel piatto. Non si pensi e non si dica che la CEI fa il suo dovere perché esiste questo nebuloso gruppo di lavoro! La prima formazione da fare, il primo vero ed efficace messaggio per seminaristi, educatori, preti e vescovi è quello di scoperchiare il mondo clericale di cui ha parlato il papa con azioni concrete riconoscendo che il problema, dopo quello degli abusi concreti  da parte dei preti, è costituito dall’ignavia e dal silenzio dai vescovi.

    La presenza femminile

    Infine, la questione dei preti pedofili non può essere posta come tutta interna a uomini maschi ed adulti, siano essi quelli che costituiscono il problema siano, invece, quelli che lo vogliono affrontare  correttamente. I soggetti deboli, anche per la minore età , sottoposti, non solo agli abusi sessuali ma anche a quelli “di potere e di coscienza” di cui ha parlato il papa dovrebbero incontrare  il volto femminile della Chiesa. In ogni forma di intervento tra quelle ipotizzate ci sia una presenza femminile, almeno paritetica con quella maschile, selezionata non in modo clericale ma in base alla capacità  di affrontare  queste  questioni  con la sapienza del cuore, come diceva papa Giovanni, e senza le preoccupazioni di tutelare il sistema ecclesiastico.

    Sentendoci, nel nostro piccolo, espressione di quel Popolo di Dio a cui si è rivolto papa Francesco invitando a farsi carico della grave questione perché “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme (I Cor. 12,26)” pensiamo che le nostre considerazioni e proposte debbano fare  parte   degli orientamenti che la nostra Chiesa  dovrebbe assumere senza indugi.

    Roma,  21 settembre 2018                                                   NOI SIAMO CHIESA

    (1) Mons. Charles J. Scicluna, uomo di fiducia del papa sul problema della pedofilia, dal 2010 in poi è intervenuto più volte dicendo “Vedo ancora troppo diffusa nella chiesa italiana la cultura del silenzio”.

    (2) Altrove la situazione è ben diversa sotto molti aspetti. Per esempio, proprio in questi giorni la Conferenza episcopale svizzera ha stanziato 800.000 franchi  a favore delle vittime di abusi prescritti.

    (3) Essi istituiranno in ognuna  delle quindici diocesi una équipe, composta prevalentemente da professionisti laici, appositamente formati, che si occuperà della prevenzione degli abusi e dell’educazione necessaria ad arginare una piaga che mina la credibilità delle istituzioni ecclesiali. Queste équipes raccoglieranno anche denunce su casi sospetti di pedofilia perpetrati da preti, religiosi e laici impegnati nella pastorale.

    (4) Il comma 4 dell’art. 4 del Concordato del 1984  riprende  integralmente il testo dell’art. 7 del  Concordato del 1929,  che dice: «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.” In questo modo si garantisce la completa  separazione ed indipendenza dell’ordinamento canonico.

    (5) Questa frase,  insignificante da una parte e “furba” dall’altra, fu aggiunta dalla CEI  alle Linee Guida nel marzo 2014 a seguito delle osservazioni critiche su questo punto espresse dal Vaticano che però chiedevano ben altro.

    (6) In una famosa intervista al “Giornale” dell’1-4-2010 il p.m. di Milano Pietro Forno, competente sui reati sessuali,  ha detto : “«Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai arrivata una sola denuncia, né da parte dei vescovi né da parte dei singoli preti e questo è un po’ strano». Forno aveva spiegato che «la lista dei sacerdoti inquisiti per reati sessuali non è corta», ma in nessun caso la denuncia è partita dall’ambiente ecclesiastico, bensì dai familiari delle vittime «dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa e questa non ha fatto assolutamente niente». Una tale affermazione, mai contraddetta, è una vera e propria condanna senza appello della struttura ecclesiastica.

    (7) Tra quanto a nostra conoscenza: la Giornata di digiuno e preghiera dei vescovi francesi il 7 novembre 2016 a Lourdes, un triduo simile dei vescovi del Sud Africa nel dicembre 2016 e, particolarmente toccante, la funzione penitenziale dei vescovi svizzeri a Sion, sempre nel dicembre dello stesso anno.

    (8) Zollner continua “Mi preme di dire che l’Italia non ha ancora vissuto un momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere per quanto riguarda il passato” e ancora “Mi auguro che le ultime settimane , con tante notizie sconvolgenti, abbiano aperto gli occhi e  il cuore anche alla Chiesa italiana e ai suoi responsabili per impegnarsi senza esitazione e in modo consistente in questa chiamata del Signore a tutto il Popolo di Dio”.

    (9) Tra chi partecipa al gruppo di lavoro l’unico nome di donna segnalatoci è quello di Anna Deodato. Da quello che sappiamo, sarà importante il suo contributo per il suo approfondimento del problema delle violenze nei confronti delle donne, soprattutto di quelle consacrate.

    (10) Se testi devono essere scritti, dopo aver rifatto le Linee Guida in vigore, suggeriamo un testo vincolante in cui ci si occupi solo delle vittime e in cui si preveda che esse siano riconosciute, ascoltate, difese, assistite e anche indennizzate (per quanto ciò possa servire).

    Roma,  21 settembre 2018                                                   NOI SIAMO CHIESA

  • Pedofilia, il Papa rinnova la Commissione per la Tutela dei Minori

    Pedofilia, il Papa rinnova la Commissione per la Tutela dei Minori

    O’Malley confermato presidente. Ci sono anche «vittime/sopravvissuti di abusi sessuali clericali», che hanno scelto di non rivelarsi. Nove membri su 16 quelli nuovi

    DOMENICO AGASSO JR17/02/2018
    CITTÀ DEL VATICANO

    Era molto atteso, soprattutto dopo il viaggio papale in Cile e Perù e l’esplosione del «caso-Barros». Ora, come aveva assicurato lo stesso Francesco sul volo di ritorno da Lima, è arrivato il rinnovo della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (Pctm), i cui membri erano scaduti al termine del mandato di tre anni.  Il Pontefice conferma il cardinale Seán O’Malley presidente, e nomina 16 membri di cui nove nuovi. Il Papa inserisce anche «sopravvissuti di abusi sessuali clericali», come afferma lo stesso O’Malley, che poi spiega: queste vittime hanno scelto di non rivelarsi.

    Il Pontefice ha scelto per questo organismo consultivo, come si legge nella nota della Santa Sede, nove nuovi commissari: suor Jane Bertelsen, F.M.D.M. (Gran Bretagna); suor Arina Gonsalves (India); Ernesto Caffo (Italia, fondatore e presidente del Telefono azzurro); Neville John Owen (Australia); Benyam Dawit Mezmur (Etiopia); Nelson Giovanelli Rosendo dos Santos (Brasile); Myriam Wijlens (Paesi Bassi); Sinalelea Fe’ao (Tonga); Teresa Kettelkamp (Stati Uniti d’America).

    I sette membri riconfermati sono: Gabriel Dy-Liacco (Filippine); monsignor Luis Manuel Alì Herrera(Colombia); padre Hans Zollner, SJ (Germania); Hanna Suchocka (Polonia); suor Kayula Lesa, RSC (Zambia);suor Hermenegild Makoro, CPS (Sud Africa); monsignor Robert Oliver (USA).

    In tutto dunque sono otto donne e otto uomini.

    Queste le prime dichiarazioni del presidente cardinale O’Malley, arcivescovo di Boston: «Il nostro Santo Padre, Papa Francesco, ha prestato molta considerazione e preghiera nel nominare questi membri. I commissari appena nominati aggiungeranno una prospettiva globale nella protezione dei minori e degli adulti vulnerabili». Il Vescovo di Roma «ha assicurato la continuità del lavoro della nostra Commissione, che è quello di assistere le chiese locali di tutto il mondo nei loro sforzi di proteggere dalle ferite tutti i bambini, i giovani e gli adulti vulnerabili».

    Per O’Malley il Papa ha «scelto questi otto uomini e queste otto donne nell’ambito multidisciplinare degli esperti internazionali della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili dal crimine degli abusi sessuali». 

    Rappresentanti di vari nuovi Paesi «offriranno la loro saggezza e le loro esperienze alla Commissione, riflettendo l’abbraccio globale della Chiesa e la sfida di creare in diversi contesti culturali strutture per la tutela».

    E vittime/sopravvissuti di abusi sessuali clericali «sono inclusi tra i membri annunciati oggi».

    Sin dalla fondazione della Commissione, «persone che hanno sofferto per gli abusi e genitori di vittime/sopravvissuti sono stati membri».

    Poi il Porporato evidenzia che «come è sempre stato prassi della Commissione, la Pctm supporta il diritto di ogni persona che sia stata abusata a rivelare o non rivelare pubblicamente le proprie esperienze. I membri nominati oggi hanno scelto di non farlo pubblicamente, ma solo all’interno della Commissione. La Pctm crede fermamente che la loro privacy sia un valore da rispettare».

    Il primo compito che si dà la rinnovata commissione è ascoltare le persone che sono state abusate, affermando che la Chiesa ha bisogno di sentire le loro voci. Come deciso dai membri fondatori «nell’Assemblea Plenaria di settembre 2017 – si legge nel comunicato – la nuova membership della Pctm e lo staff inizieranno il nuovo mandato ascoltando e imparando da persone che sono state abusate, da membri delle loro famiglie, e da coloro che li supportano. L’approccio “prima le vittime/sopravvissuti” continua a essere centrale in tutte le politiche e programmi educativi della Commissione». La Pctm vuole fermamente ascoltare direttamente le voci delle vittime/sopravvissuti, «in modo che il consiglio offerto al Santo Padre sia realmente permeato dalla loro saggezza ed esperienze».

    La sessione di apertura della «Plenaria di aprile inizierà con un incontro privato con diverse persone che hanno avuto esperienza dell’abuso. I membri, quindi, discuteranno varie proposte per promuovere un dialogo continuativo con vittime/sopravvissuti da tutto il mondo». 

    Nella nota si legge che sono state intraprese consultazioni per diversi mesi allo scopo di «creare un “Gruppo Consultivo Internazionale di Sopravvissuti” (Isap), una nuova struttura definita dalle voci di vittime/sopravvissuti e fondata sull’esperienza del Survivor Advisory Panel della Commissione Nazionale Cattolica per la Tutela in Inghilterra e Galles. La Baronessa Hollins, un membro fondatore della Commissione, ha presieduto il gruppo di lavoro per ricercare e sviluppare una proposta sull’Isap e guiderà la presentazione negli incontri della Plenaria di aprile».

    Gli scopi di questo gruppo includono lo studio della prevenzione degli abusi dalla prospettiva dei sopravvissuti e la «proattività nell’accrescere la consapevolezza del bisogno di cura e riconciliazione per ciascuna persona ferita da un abuso».

    Poi, la grande sfida futura della Commissione è creare una «cultura della tutela». Il compito specifico dell’Organismo voluto da papa Francesco è «fare proposte al Santo Padre legate alle migliori iniziative pratiche per proteggere i minori e gli adulti vulnerabili dai crimini dell’abuso sessuale e di promuovere la responsabilità locale nelle chiese particolari per la protezione di tutti i bambini, dei giovani e degli adulti vulnerabili». Dunque «inculturare la prevenzione e la protezione dagli abusi nella vita e nell’azione delle chiese locali rimane l’obiettivo futuro della Pctm e la sua più grande sfida».

    Negli ultimi quattro anni, la Pctm ha lavorato con «quasi 200 diocesi e comunità religiose di tutto il mondo per accrescere la consapevolezza e per educare le persone sulle necessità di tutelare nelle nostre case, parrocchie, scuole, ospedali come nelle altre istituzioni».

    Èrilevante la conferma di O’Malley presidente, dopo che il Cardinale aveva espresso il suo rammarico in merito alle parole del Papa sul «caso Barros», ossia la polemica sul vescovo di Osorno i cui fedeli – sacerdoti e laici – chiedono la rimozione immediata da più di tre anni, da quando Bergoglio lo ha posto alla guida della diocesi cilena. Le accuse nei confronti di Juan Barros sono di avere insabbiato i crimini dell’abusatore seriale padre Fernando Karadima, suo mentore. Incalzato da alcuni giornalisti cileni che chiedevano conto del Pastore di Osorno, il Pontefice rispondeva: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros, parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?». Sull’aereo di ritorno dal Perù Francesco ha poi detto: «O’Malley ha detto che il Papa ha sempre usato la “tolleranza zero”… Poi c’è quella espressione non felice, ho parlato di calunnia, per dire di qualcuno che afferma qualcosa con pertinacia senza averne l’evidenza. Se dico: lei ha rubato, e lei non ha rubato, allora sto calunniando, perché non ho l’evidenza. Era un’espressione infelice. Ma io non ho sentito alcuna vittima di Barros. Non sono venuti, non si sono presentati, non hanno dato l’evidenza in giudizio. È rimasto per aria. È vero che Barros era nel gruppo dei giovani di Karadima. Ma dobbiamo essere chiari: se si accusa senza evidenze con pertinacia, questa è calunnia. Se però arriva una persona e mi dà delle evidenze io sarò il primo ad ascoltarla. La dichiarazione di O’Malley è stata molto giusta, l’ho ringraziato. Ha detto del dolore delle vittime in generale».

    I passi successivi sono stati l’invio da parte del di Charles J. Scicluna in Cile per indagare sul caso Barros: l’arcivescovo maltese, esperto di inchieste canoniche sugli abusi di chierici sui minori, ascolterà le testimonianze delle vittime. E poi, quello di oggi: il rinnovo della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori con la conferma della presidenza O’Malley.

     http://www.lastampa.it/2018/02/17/vaticaninsider/ita/vaticano/pedofilia-il-papa-rinnova-la-commissione-ci-sono-vittime-di-abusi-omalley-confermato-presidente-Dx1h7pOE97q9A6ZviDE9CP/amphtml/pagina.amp.html
  • Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

    Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

    Le Chiese latinoamericane seguono con preoccupazione la vicenda del vescovo di Osorno

    Secondo Jaime Coiro, diacono portavoce dell’episcopato cileno, l’inviato del Papa per la questione che la stampa cilena chiama «affaire Karadima-Barros», monsignor Charles Scicluna, comincerà il suo lavoro nella capitale del Paese sudamericano martedì 20 febbraio nella sede della Nunziatura . L’arrivo dell’arcivescovo di La Valletta (Malta) è previsto per il giorno 19 da New York dove il presule incontrerà il prossimo sabato 17 Juan Carlos Cruz, una delle tre vittime degli abusi da parte del sacerdote Fernando Karadima. 

    Gli altri due denuncianti, José Andrés Murillo e James Hamilton, saranno ricevuti e ascoltati in Cile. Scicluna dovrebbe chiudere il suo delicatissimo lavoro in un arco di tempo di quattro giorni e perciò si ritiene che già lunedì 26 febbraio sarà a Roma per consegnare a papa Francesco un primo rapporto.

    L’inviato del Papa, secondo quanto annunciato in un comunicato del Vaticano nel momento della sua nomina, martedì 30 gennaio , si dovrà occupare specificamente del cosiddetto «caso Juan Barros», vescovo di Osorno, accusato da Cruz, Murillo e Hamilton, di essere stato presente in alcune occasioni in cui padre Karadima abusò di loro. Infatti, il comunicato della Santa Sede dice: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

    Come è ben noto la nomina di questo inviato speciale è una decisione del Papa successiva alle polemiche e contestazioni suscitate per alcune sue dichiarazioni mentre era ancora in Cile e che poi spiegò e commentò durante la conferenza stampa sull’aereo rientrando dal Sudamerica . Francesco in una lunga e articolata riposta alla domanda di un giornalista cileno a un certo punto sottolineò: «Nel caso di Barros si è studiato, si è ristudiato, e non ci sono evidenze, ed è quello che intendevo dire: non ho evidenze per condannare. E lì, se io condannassi senza evidenze o senza certezza morale, commetterei io un delitto come cattivo giudice. Ma c’è un’altra cosa che in più voglio dire». Poi, concludendo il Papa ha aggiunto: «Barros resterà lì se io non trovo il modo di condannarlo. Io non posso condannarlo se non ho – non dico prove – se non ho evidenze. E ci sono tanti modi per arrivare a un’evidenza. Chiaro? Benissimo».

    Il delicato compito di Scicluna dunque deve essere visto in questo preciso contesto e null’altro. Non corrisponde al vero, come si legge in alcune testate latinoamericane, molto interessate a questa vicenda, che Scicluna riaprirà la «questione Karadima», già sancita con giudizio definitivo sia da parte della Santa Sede che da parte dei tribunali cileni. È chiaro ed evidente che il Papa considera necessario chiarire definitivamente la posizione di questo vescovo anche perché, in sostanza, da quando lui lo ha nominato ordinario diocesano di Osorno, una parte rilevante della comunità ecclesiale non lo accetta, lo rifiuta e lo combatte. Pochi giorni fa, il 2 febbraio, mentre monsignor Barros celebrava la Messa nella missione di Rahuè in occasione della festa della Candelora è stato interrotto diverse volte con delle urla che chiedevano la sua rinuncia. Molti fedeli e pellegrini non appena si sono accorti che il celebrante era Barros hanno lasciato il santuario.

    Sono quindi due questioni diverse ma legate strettamente tra loro: una, la verità dei tre denuncianti contro la verità del vescovo che si dichiara innocente, vittima di persecuzione, e l’altra una comunità diocesana che almeno per la metà dei suoi membri rifiuta la nomina di Barros dal gennaio 2015. Nella diocesi dunque da tre anni si vive un clima insopportabile e ciò fa parte della «questione Barros». Nessuna diocesi può reggere a lungo un clima così polemico, scontroso e a volte violento poiché capita spesso che tra i fedeli, che contestano il Vescovo, e la polizia che lo deve proteggere, scoppiano tafferugli.

    Echi di una visita difficile  

    Prima della partenza si sapeva e diceva apertamente che la visita di Papa Francesco in Cile «era difficile». Da più parti si temevano fallimenti eclatanti. Alla fine il bilancio è chiaro se si analizza il viaggio con onestà e trasparenza. La visita del Papa è stata bella e dal punto di vista pastorale incoraggiante e partecipata. In Cile, il Papa offrì alcuni momenti del suo magistero molto alti, perché coraggiosi, completi e profondi. Fra lui e i cattolici cileni si è scoperta empatia e vicinanza reciproca e la sua parola ha penetrato seriamente il cuore di molti. I punti negativi sono pochi ma pesanti: il primo riguarda la vicenda del vescovo Barros, il secondo riguarda la paralisi che sembra bloccare la Chiesa cilena, incapace addirittura di trarre beneficio dalla presenza di Papa Francesco, ben voluto e accettato nonostante quanto anticipavano i contrari alla visita e, infine, la cordiale freddezza del governo uscente della signora Bachelet che, proprio in questi giorni, ha ritirato il suo ambasciatore presso la Santa Sede.

    In teoria, il diplomatico doveva restare fino alla nomina del suo successore da parte del nuovo presidente, Sebastián Piñera, che s’insedia l’11 marzo. Dopo poco più di mese dalla visita del Papa il Cile è rimasto senza rappresentante presso la Sede Apostolica. A molti in Cile questa decisione è sembrata un «desaire» (sgarbo) nei confronti del Papa.

    La missione di Scicluna va oltre la vicenda del vescovo Barros. Le sue azioni, elaborazioni, indagini e conclusioni necessariamente si proietteranno sull’intera e futura vita della Chiesa cilena, bisognosa di grandi aiuti, solidarietà e vicinanza, a patto di un suo risveglio. Ciò implica un’azione autocritica urgente e coraggiosa. Occorre riavvolgere il nastro della vita ecclesiale cilena almeno di 35 o 40 anni, decenni in cui ha preso posto nel suo corpo un tarlo micidiale, quello del potere, del conformismo, della debolezza di fronte agli abusi (occultamenti e sottovalutazioni) e soprattutto quello dell’arroganza clericale che riduce il popolo di Dio a cordate e claque dei gruppi di poteri ecclesiali ed ecclesiastici.

    Il vescovo Juan Barros  

    Juan Barros Madrid, nato il 15 luglio 1956 nella capitale cilena, attualmente è il vescovo della città di Osorno (820 km a sud di Santiago). Come allievo del collegio «San Ignacio el Bosque», nel 1972, a 16 anni entrò a far parte dei giovani della parrocchia del Sagrado Corazón de Jesús (quartiere benestante di Providencia), guidati da padre Fernando Karadima. Era il 1974 e il dittatore Augusto Pinochet governava da un anno. Dopo il liceo Barros entra nell’Università cattolica di Santiago per studiare Ingegneria commerciale – 12 aprile 1977 – ma dopo i primi tre anni entra anche nel Seminario Pontificio Mayor de Santiago. A 27 anni, il 3 dicembre 1983, Barros diventa diacono e nello stesso anno diventa segretario particolare dell’allora arcivescovo di Santiago, cardinale Juan Francisco Fresno (1914 – 2004). Il cardinale Fresno ordina sacerdote padre Barros il 29 giugno 1984.

    Aveva 28 anni. In questo momento il presbitero Barros entra ancora una volta nella Pontificia Università Cattolica del Cile ma questa volta per studiare Teologia dogmatica. Il 22 aprile 1990, Barros, a 34 anni diventa parroco della chiesa di Nuestra Señora de la Paz (Santiago, Decanato de Ñuñoa). Poi, il 21 marzo 1993 viene nominato Parroco della chiesa San Gabriel (Santiago, Decanato Pudahuel-Sur). Nel mese di maggio dello stesso anno padre Barros diventa direttore dell’area ecclesiale dell’episcopato. Quando aveva 39 anni, Papa Giovanni Paolo II nomina padre Barros vescovo ausiliare di Valparaíso, la seconda città del Paese, porto sul Pacifico. Era il 12 aprile 1995. Poi il 21 novembre 2000 sempre Papa Wojtyla nomina Barros vescovo della città di Iquique. Il 9 ottobre 2004 Barros viene nominato vescovo castrense e il 26 novembre diventa ordinario generale dell’esercito cileno. Dopo aver lasciato l’ordinariato castrense il 15 gennaio 2015 Barros, per decisione di Papa Francesco, diventa il nuovo vescovo di Osorno.

     http://www.lastampa.it/2018/02/12/vaticaninsider/ita/nel-mondo/caso-barros-al-via-la-delicata-missione-cilena-di-scicluna-Tpdz6gDfvOTPZV1bkuwXYJ/pagina.html
  • Vescovo cileno Barros: il papa ci ripensa e manda un suo uomo ad ascoltare le vittime

    Vescovo cileno Barros: il papa ci ripensa e manda un suo uomo ad ascoltare le vittime

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Dal Bollettino della Santa Sede di oggi 30 gennaio 2018: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

    Non è ancora l’apertura di un’indagine sul vescovo di Osorno, mons. Juan Barros, accusato da vittime e testimoni di aver coperto l’ex sacerdote Fernando Karadima, autore di abusi sessuali su minori, ma forse è l’inizio: l’indagine potrebbe essere avviata se l’inviato pontificio, mons. Charles Scicluna, nella diocesi cilena dovesse riscontrare elementi a carico del vescovo.

    Papa Francesco sta dunque ritornando sui suoi passi. Aveva detto a Iquique in Cile: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?». «Non posso condannarlo perché non ho le evidenze », aveva detto ricorrendo alla parola “evidenze” a correzione di quella, «prova», che aveva tanto offeso le vittime che pure avevano avuto il coraggio e la pena di raccontare quello che era loro successo o avevano visto, ma solo per aggiungere «io sono convinto che sia innocente».

    Francesco si era così tirato addosso gli strali di una ampio fronte di critiche, a partire da quella autorevolissima del card. O’Malley, l’arcivescovo di Boston a capo della Commissione vaticana antipedofilia, secondo il quale le affermazioni del papa trasmettevano «il messaggio “se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto”» (v. adista.it 21/1/18).

    Mons. Scicluna è un personaggio di asosluto rilievo nella lotta alla pedofilia. Dal 2002 al 2012 era stato intransigente promotore di giustizia (una sorta di procuratore generale) presso la Congregazione per la Dottrina della Fede nella delicata questione degli abusi sessuali, questione avocata alla Cdf, appunto, nel 2001. Poi, nel 2012, era stato improvvisamente allontanato dal dicastero vaticano e inviato nella “sua” Malta come vescovo ausiliare; una rimozione causata probabilmente anzitutto dal suo rigore, poco gradito ad alcuni settori della gerarchia vaticana: aveva insistito affinché le Chiese locali collaborassero pienamente e senza reticenze con la giustizia civile; aveva invitato le vittime a denunciare gli abusi e intimato a vescovi e preti colpevoli di farsi da parte o dimettersi. Inoltre, aveva preteso che ogni Conferenza episcopale si dotasse di linee guida severe e rigorose nel contrasto ai preti pedofili, senza lesinare critiche a quelle, compresa quella italiana, ritenute inadempienti o lacunose nel dare seguito alle indicazioni del Vaticano.

    Nel 2015 era tornato pienamente nelle sue vesti con la nomina a presidente del nuovo Collegio della Cdf incaricato di esaminare i ricorsi contro le sentenze sui delicta graviora, i delitti che la Chiesa considera più gravi in assoluto (quelli contro l’eucarestia, contro la santità del sacramento della penitenza e il delitto contro il sesto comandamento di un chierico con un minore di diciotto anni, ossia la pedofilia). Tale Collegio era stato creato da papa Francesco nel novembre 2014 allo scopo di accelerare le procedure. Scicluna aveva svolto un ruolo chiave anche nella vicenda che portò alle dimissioni del conclamato pedofilo p. Marcial Maciel Degollado dalla Congregazione da lui fondata, quella dei Legionari di Cristo (v. Adista nn. 23 e 32/10).

    http://www.adista.it/articolo/58204

  • Perché il Papa ha rimosso il vescovo anti preti pedofili?

    Perché il Papa ha rimosso il vescovo anti preti pedofili?

    Charles J. Scicluna era il funzionario della Santa Sede che perseguiva i preti pedofili. E lo ha fatto – a differenza di altri – con determinazione, denunciando anche la cultura del silenzio italiana. Ieri è stato rimosso, senza spiegazioni, e spedito a Malta come funzionario di basso rango. Una …

    “Amoveatur sine promoveatur”. Si è conclusa così la carriera vaticana di monsignor Charles J. Scicluna, 53 anni, fino a ieri “promotore di giustizia” della congregazione per la Dottrina della fede, una sorta di procuratore generale dell’ex Santo Uffizio. Cordiale, una statura proverbialmente piccola, il prelato maltese si è dimostrato, in tutti questi anni, un grand’uomo. Era il funzionario della Santa Sede che perseguiva i preti pedofili. E lo ha fatto – a differenza di altri, in Vaticano e fuori – con determinazione, umanità e senza tentennamenti diplomatici. È stato lui a gestire il dossier del sacerdote messicano Marcial Maciel, il defunto fondatore dei Legionari di Cristo. Pedofilo seriale, tossicomane, padre di tre figli illegittimamente avuti da due donne diverse, abusò – è l’accusa – anche dei figli. In Vaticano, all’epoca di Giovanni Paolo II, era benvenuto e riverito. Portava vocazioni e donazioni. Solo un cardinale – lo ha rivelato il giornalista americano Jason Berry in una straordinaria inchiesta giornalistica – rifiutò la mazzetta.

    Joseph Ratzinger. Salito sul trono petrino, Benedetto XVI riuscì finalmente ad aprire l’indagine canonica che era stata insabbiata negli anni precedenti. E la affidò a mons. Scicluna. Alla fine padre Maciel fu estromesso, i Legionari di Cristo commissariati. Questo e molto altro ha fatto il prelato maltese. Nel 2010 si trovò in prima linea di fronte allo scandalo degli abusi sessuali sui minori scoppiato, a macchia d’olio, nelle chiese dei Paesi più disparati, Irlanda, Germania, Belgio, Olanda, Austria, di nuovo Stati Uniti, dove il caso era già esploso nel 2002, Australia, America Latina… e Italia. Scicluna, di nuovo, non le mandò a dire. Spalleggiato da Ratzinger, chiese agli episcopati più renitenti di collaborare con la giustizia civile per denunciare i preti pedofili. Lo fece anche, con veemenza, in un incontro a porte chiuse del bel convegno alla Pontificia università Gregoriana di cui ho riferito nel mio blog. Fu sempre Scicluna a mettere la faccia, insieme al portavoce vaticano Federico Lombardi, in un’affollatissima conferenza stampa in Vaticano per presentare il giro di vite della normativa canonica voluto dal Papa per contrastare la piaga della pedofilia. Partita nella tensione, la conferenza stampa si sciolse grazie alle risposte puntuali di Lombardi e Scicluna.

    Monsignor Charles J. Scicluna, 53 anni

    In Vaticano – fu l’impressione pressoché unanime dei giornalisti accreditati – c’è chi ha finalmente preso sul serio il dramma. Il procuratore generale della Santa Sede non schivò le polemiche. In una arcinota intervista concessa nel 2010 al quotidiano della Cei Avvenire, senza mezzi termini, affermò: «Ciò che mi preoccupa è una certa cultura del silenzio che vedo ancora troppo diffusa nella Penisola». Apriti cielo. Il Vaticano attacca la Cei. Passa qualche mese, la Santa Sede chiede a tutti gli episcopati del mondo di compilare nuove linee-guida anti-pedofilia e consegnarle entro maggio scorso. La Cei nicchia, pubblica un documento minimale, e Scicluna, di nuovo lui, alza la voce. Lo fa in una coraggiosa intervista al mensile Jesus di cui ho riferito nel mio blog. Non se la prende solo con l’Italia. Dice che molte linee-guida ancora mancano all’appello. Spiega che alcuni dei documenti recapitati in Vaticano sono insufficienti. Ieri, sommersa dal rumore della conclusione del processo al maggiordomo del Papa, la notizia clamorosa (anticipata il giorno prima da Vatican Insider). Mons. Scicluna è stato nominato vescovo “ausiliare” di Malta. Non promosso in Curia, non vescovo titolare, neppure coadiutore con il diritto alla successione. Da responsabile del team anti-pedofili della Chiesa cattolica mondiale e funzionario di basso rango a La Valletta. Rimosso senza essere stato neppure promosso.

    La Santa Sede non ha spiegato la decisione. Che è – beninteso – una decisione del Papa. Ovviamente non sappiamo se aveva buoni motivi per rimandare Scicluna a Malta. Ma la mossa sconcerta. Così come lascia interdetti l’epilogo di una vicenda completamente diversa. La trattativa con i Lefebvriani. Lungi da me rammaricarmi del fatto che, alla fine, gli ultratradizionalisti non rientreranno in seno alla chiesa cattolica. Non si può non rilevare, però, che a questo obiettivo Ratzinger, negli anni scorsi, ha lavorato strenuamente. Era – come il contrasto alla pedofilia – uno dei tratti caratterizzanti di questo pontificato. Strategia sovrana. Linea di governo. Parte di un disegno più complesso, a cui Benedetto XVI si è dedicato sin dall’inizio, teso a reinterpretare il Concilio vaticano II e la sua eredità. Anche qui, come nel caso della pedofilia – e per motivi affatto diversi – Ratzinger è stato contestato, da personalità di Curia e episcopati nazionali, funzionari vaticani e osservatori esterni. Alla fine, i Lefebvriani non entreranno. Il nuovo prefetto della Dottrina della fede, mons. Gerhard Ludwig Mueller, ha annunciato, alla vigilia del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio, che non ci saranno ulteriori trattative. Punto, finito, tempo scaduto. Mons. Guido Pozzo, triestino, uomo di fiducia di Ratzinger nel negoziato durato anni, è già destinato a lasciare il posto di segretario della pontificia commissione Ecclesia dei per divenire cerimoniere pontificio. Un altro capitolo del pontificato Ratzinger si chiude.

    E si chiude mentre viene condannato, con pena “mite” di diciotto mesi di reclusione che verranno presto condonati dalla grazia papale, il maggiordomo Paolo Gabriele. Personalità complessa, mosso dall’intento delirante di aiutare il Papa tradendone la fiducia. Facendo filtrare ai giornalisti italiani – e in particolare a Gianluigi Nuzzi, che ne ha fatto il bestseller Sua Santità – documenti riservati della Santa Sede e dossier personali del Papa. Colpisce, di tutta la vicenda, il movente addotto dall’ex assistente di camera del Pontefice. «Vedendo male e corruzione dappertutto nella Chiesa, sono arrivato negli ultimi tempi, quelli della degenerazione, ad un punto di non ritorno. Ero sicuro che uno choc, anche mediatico, avrebbe potuto essere salutare per riportare la Chiesa nel suo giusto binario», ha detto nell’istruttoria. Poi, nella deposizione durante il processo: «A volte, quando sedevamo a tavola, il Papa faceva domande su cose di cui doveva essere informato». Ancora: «Ho maturato la convinzione che è facile manipolare la persona che ha un potere decisionale così importante». E infine, nella testimonianza conclusiva che ha reso ieri prima della sentenza: «La cosa che sento forte dentro di me è la convinzione di aver agito per esclusivo amore, viscerale direi, per la Chiesa di Cristo e per il suo capo visibile. È questo che mi sento. E se lo devo ripetere, non mi sento un ladro». Propositi deliranti. Evocati, suggeriti, inculcati, molto probabilmente, dalle tante persone con cui Paolo Gabriele parlava ogni giorno. Uscieri, cittadini vaticani, monsignori, cardinali. Nessuno si è spinto tanto in là da trafugare documenti e rivelare segreti di Stato. Ma tutti convinti della stessa cosa. Che il Papa è rimasto solo.

    http://www.linkiesta.it/it/article/2012/10/07/perche-il-papa-ha-rimosso-il-vescovo-anti-preti-pedofili/9613/

  • Perché il Papa ha rimosso il mons. anti preti pedofili?

    Perché il Papa ha rimosso il mons. anti preti pedofili?

    Charles J. Scicluna era il funzionario della Santa Sede che perseguiva i preti pedofili. E lo ha fatto – a differenza di altri – con determinazione, denunciando anche la cultura del silenzio italiana. Ieri è stato rimosso, senza spiegazioni, e spedito a Malta come funzionario di basso rango. Una mossa che sconcerta.

    “Amoveatur sine promoveatur”. Si è conclusa così la carriera vaticana di monsignor Charles J. Scicluna, 53 anni, fino a ieri “promotore di giustizia” della congregazione per la Dottrina della fede, una sorta di procuratore generale dell’ex Santo Uffizio. Cordiale, una statura proverbialmente piccola, il prelato maltese si è dimostrato, in tutti questi anni, un grand’uomo. Era il funzionario della Santa Sede che perseguiva i preti
    pedofili. E lo ha fatto – a differenza di altri, in Vaticano e fuori – con determinazione, umanità e senza tentennamenti diplomatici. È stato lui a gestire il dossier del sacerdote messicano Marcial Maciel, il defunto fondatore dei Legionari di Cristo. Pedofilo seriale, tossicomane, padre di tre figli illegittimamente avuti da due donne diverse, abusò – è l’accusa – anche dei figli. In Vaticano, all’epoca di Giovanni Paolo II, era benvenuto e riverito. Portava vocazioni e donazioni. Solo un cardinale – lo ha rivelato il giornalista americano Jason Berry in una straordinaria inchiesta giornalistica – rifiutò la mazzetta.
    Joseph Ratzinger. Salito sul trono petrino, Benedetto XVI riuscì finalmente ad aprire l’indagine canonica che era stata insabbiata negli anni precedenti. E la affidò a mons. Scicluna. Alla fine padre Maciel fu estromesso, i Legionari di Cristo commissariati. Questo e molto altro ha fatto il prelato maltese. Nel 2010 si trovò in prima linea di fronte allo scandalo degli abusi sessuali sui minori scoppiato, a macchia d’olio, nelle chiese dei Paesi più disparati, Irlanda, Germania, Belgio, Olanda, Austria, di nuovo Stati Uniti, dove il caso era già esploso nel 2002, Australia, America Latina… e Italia. Scicluna, di nuovo, non le mandò a dire. Spalleggiato da Ratzinger, chiese agli episcopati più renitenti di collaborare con la giustizia civile per denunciare i preti pedofili. Lo fece anche, con veemenza, in un incontro a porte chiuse del bel convegno alla Pontificia università Gregoriana di cui ho riferito nel mio blog. Fu sempre Scicluna a mettere la faccia, insieme al portavoce vaticano Federico Lombardi, in un’affollatissima conferenza stampa in Vaticano per presentare il giro di vite della normativa canonica voluto dal Papa per contrastare la piaga della pedofilia. Partita nella tensione, la conferenza stampa si sciolse grazie alle risposte puntuali di Lombardi e Scicluna.
    Monsignor Charles J. Scicluna, 53 anni
    In Vaticano – fu l’impressione pressoché unanime dei giornalisti accreditati – c’è chi ha finalmente preso sul serio il dramma. Il procuratore generale della Santa Sede non schivò le polemiche. In una arcinota intervista concessa nel 2010 al quotidiano della Cei Avvenire, senza mezzi termini, affermò: «Ciò che mi preoccupa è una certa cultura del silenzio che vedo ancora troppo diffusa nella Penisola». Apriti cielo. Il Vaticano attacca la Cei. Passa qualche mese, la Santa Sede chiede a tutti gli episcopati del mondo di compilare nuove linee-guida anti-pedofilia e consegnarle entro maggio scorso. La Cei nicchia, pubblica un documento minimale, e Scicluna, di nuovo lui, alza la voce. Lo fa in una coraggiosa intervista al mensile Jesus di cui ho riferito nel mio blog. Non se la prende solo con l’Italia. Dice che molte linee-guida ancora mancano all’appello. Spiega che alcuni dei documenti recapitati in Vaticano sono insufficienti. Ieri, sommersa dal rumore della conclusione del processo al maggiordomo del Papa, la notizia clamorosa (anticipata il giorno prima da Vatican Insider). Mons. Scicluna è stato nominato vescovo “ausiliare” di Malta. Non promosso in Curia, non vescovo titolare, neppure coadiutore con il diritto alla successione. Da responsabile del team anti-pedofili della Chiesa cattolica mondiale e funzionario di basso rango a La Valletta. Rimosso senza essere stato neppure promosso.
    La Santa Sede non ha spiegato la decisione. Che è – beninteso – una decisione del Papa. Ovviamente non sappiamo se aveva buoni motivi per rimandare Scicluna a Malta. Ma la mossa sconcerta. Così come lascia interdetti l’epilogo di una vicenda completamente diversa. La trattativa con i Lefebvriani. Lungi da me rammaricarmi del fatto che, alla fine, gli ultratradizionalisti non rientreranno in seno alla chiesa cattolica. Non si può non rilevare, però, che a questo obiettivo Ratzinger, negli anni scorsi, ha lavorato strenuamente. Era – come il contrasto alla pedofilia – uno dei tratti caratterizzanti di questo pontificato. Strategia sovrana. Linea di governo. Parte di un disegno più complesso, a cui Benedetto XVI si è dedicato sin dall’inizio, teso a reinterpretare il Concilio vaticano II e la sua eredità. Anche qui, come nel caso della pedofilia – e per motivi affatto diversi – Ratzinger è stato contestato, da personalità di Curia e episcopati nazionali, funzionari vaticani e osservatori esterni. Alla fine, i Lefebvriani non entreranno. Il nuovo prefetto della Dottrina della fede, mons. Gerhard Ludwig Mueller, ha annunciato, alla vigilia del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio, che non ci saranno ulteriori trattative. Punto, finito, tempo scaduto. Mons. Guido Pozzo, triestino, uomo di fiducia di Ratzinger nel negoziato durato anni, è già destinato a lasciare il posto di segretario della pontificia commissione Ecclesia dei per divenire cerimoniere pontificio. Un altro capitolo del pontificato Ratzinger si chiude.
    E si chiude mentre viene condannato, con pena “mite” di diciotto mesi di reclusione che verranno presto condonati dalla grazia papale, il maggiordomo Paolo Gabriele. Personalità complessa, mosso dall’intento delirante di aiutare il Papa tradendone la fiducia. Facendo filtrare ai giornalisti italiani – e in particolare a Gianluigi Nuzzi, che ne ha fatto il bestseller Sua Santità – documenti riservati della Santa Sede e dossier personali del Papa. Colpisce, di tutta la vicenda, il movente addotto dall’ex assistente di camera del Pontefice. «Vedendo male e corruzione dappertutto nella Chiesa, sono arrivato negli ultimi tempi, quelli della degenerazione, ad un punto di non ritorno. Ero sicuro che uno choc, anche mediatico, avrebbe potuto essere salutare per riportare la Chiesa nel suo giusto binario», ha detto nell’istruttoria. Poi, nella deposizione durante il processo: «A volte, quando sedevamo a tavola, il Papa faceva domande su cose di cui doveva essere informato». Ancora: «Ho maturato la convinzione che è facile manipolare la persona che ha un potere decisionale così importante». E infine, nella testimonianza conclusiva che ha reso ieri prima della sentenza: «La cosa che sento forte dentro di me è la convinzione di aver agito per esclusivo amore, viscerale direi, per la Chiesa di Cristo e per il suo capo visibile. È questo che mi sento. E se lo devo ripetere, non mi sento un ladro». Propositi deliranti. Evocati, suggeriti, inculcati, molto probabilmente, dalle tante persone con cui Paolo Gabriele parlava ogni giorno. Uscieri, cittadini vaticani, monsignori, cardinali. Nessuno si è spinto tanto in là da trafugare documenti e rivelare segreti di Stato. Ma tutti convinti della stessa cosa. Che il Papa è rimasto solo.
    *Originariamente pubblicato, oggi, sul suo blog su Linkiesta

    Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/preti-pedofili#ixzz28d5gmWQY

  • Preti pedofili. Vaticano propaganda stretta giudiziaria, Come ammettere che per decenni hanno fatto finta di niente

    Preti pedofili. Vaticano propaganda stretta giudiziaria, Come ammettere che per decenni hanno fatto finta di niente

    da Adista Notizie n. 31 del 08/09/2012

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Ogni anno la Libreria Editrice Vaticana pubblica un volume, intitolato L’attività della Santa Sede, che riepiloga tutti gli atti compiuti dal papa, dalla Curia romana e dagli altri organismi vaticani. Pur essendo compilata a cura della Segreteria di Stato, si tratta (lo chiarisce lo stesso frontespizio del volume) di una «pubblicazione non ufficiale», ma contiene una notevole mole di informazioni, statistiche e dati. Solitamente destinato agli “addetti ai lavori”, quest’anno il volume è stato invece lanciato in grande stile dal Vaticano, desideroso di dare un’immagine positiva di sé, legata alla “trasparenza” con cui rende note le informazioni circa la propria attività, ma anche alla fermezza con cui starebbe perseguendo i crimini commessi dal clero, specie quelli legati alla pedofilia.

    Ed in effetti esattamente in questa direzione va il “lancio” fatto dall’Ansa il 28 agosto: «La linea della trasparenza avviata da Benedetto XVI sul tema della pedofilia ha portato a un “considerevole’’ aumento delle denunce dei casi di abusi su minori», scrive la più autorevole agenzia di stampa italiana. La notizia, pubblicata in questa stessa prospettiva anche da diversi quotidiani e siti internet (il blog di Sandro Magister e Vatican Insider su tutti), ha avuto così una certa eco.

    In sostanza, dalle circa 1.300 pagine di testo emerge che nell’anno trascorso l’ufficio disciplinare della Congregazione per la Dottrina della Fede, diretto dal promotore di giustizia mons. Charles J. Scicluna, ha aperto 599 nuove pratiche, 440 delle quali riguardanti i «delicta graviora», e che tra quessti la stragrande maggioranza (404) sono casi di abusi perpetrati da chierici a danno di minori. Anche se, come afferma il volume, «nell’anno 2011, rispetto all’anno 2010, sono pervenute all’ufficio disciplinare meno segnalazioni», «rispetto agli anni precedenti (ad esempio il quinquennio 2005-2009) il numero dei casi è aumentato considerevolmente».

    Insomma meno denunce, ma più indagini aperte. E più provvedimenti disciplinari: nel 2011 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha sottoposto al papa la richiesta di laicizzazione «ex officio» di 125 soggetti e per altri 135 la richiesta di dispensa dagli obblighi sacerdotali. Un segno di efficienza e di ferma volontà di attuare il motu proprio promulgato dal papa il 21 maggio 2010 che integrava il De delictis gravioribus del 2001, lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede che dava indicazione agli episcopati mondiali su come trattare i «delitti più gravi commessi contro la morale e nella celebrazione dei sacramenti», e quindi anche la pedofilia tra il clero, prevedendo la dimissione dallo stato clericale dei preti colpevoli, quando non vi sono margini di dubbio sulle loro responsabilità. I dati pubblicati nel volume edito dalla Santa Sede, hanno detto un po’ tutti gli organi di stampa, sarebbero quindi un segno evidente che la “cura” contro la pedofilia avviata da papa Benedetto XVI sta ottenendo i suoi effetti.

    Verrebbe però da chiedersi come mai tanta solerzia da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede si sia manifestata solo nel 2011, quando lo scandalo mondiale seguito alle clamorose rivelazioni sugli abusi perpetrati da esponenti del clero in Paesi come Stati Uniti, Irlanda, Germania, Belgio stava gettando ombre e discredito anche sul Vaticano, e non invece negli anni precedenti, dal momento che i primi casi eclatanti di pedofilia emersero già nel 2001, negli Stati Uniti, e che Benedetto XVI, il papa che il mantra della stampa main stream descrive come quello che si è battuto con più vigore per debellare questa piaga, è in carica ormai da più di 7 anni.

    Inoltre, nel De Delictis Gravioribus voluto nel 2001 proprio da Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio avocava a sé il controllo sui “crimini più gravi”, compresi gli abusi sui minori. Come a dire che l’attuale papa possedeva tutti i dossier sui preti pedofili in ogni parte del mondo. Nonostante ciò, fino ad anni recenti il dicastero che Ratzinger ha diretto fino al 2005 non ha agito con grande tempestività e rigore nei confronti di questi ecclesiastici. Quel documento (all’art. 11) ribadiva inoltre l’importanza del vincolo della segretezza. Tutti coloro, vittime, testimoni, ordinario diocesano, personale del tribunale ecclesiastico, che erano implicati in una vicenda di abusi sessuali da parte di un ecclesiastico erano «tenuti al più stretto segreto (il cosiddetto ‘segreto del Sant’Uffizio’), su ogni cosa appresa e con chiunque, pena la scomunica latae sententiae, per il fatto stesso di aver violato il segreto».

    Un modo con cui oggettivamente l’autorità ecclesiastica ha impedito che i casi di pedofilia tra il clero fossero conosciuti dall’opinione pubblica. E denunciati all’autorità civile. Tanto che per i contenuti di questa lettera riservata, Ratzinger fu denunciato per «intralcio alla giustizia» dall’avvocato Daniel Shea di Houston (il 20 settembre 2005 il Dipartimento di Stato statunitense concesse al papa l’immunità diplomatica, in quanto capo in carica di uno Stato sovrano).

    Ancora una chiosa sulla pretesa “severità” con cui la Chiesa starebbe fronteggiando i casi di pedofilia tra il clero. La condanna massima da parte della giustizia ecclesiastica nei confronti di un prete pedofilo resta, anche dopo la “riforma” di Ratzinger, la dimissione dallo stato clericale. Una circostanza che stride fortemente con il fatto che altri tra “i più gravi delitti” sottoposti al giudizio della CdF come l’eresia, l’apostasia e lo scisma, i reati contro l’eucaristia, l’attentata ordinazione sacra della donna prevedano invece la pena della scomunica. (valerio gigante)

    Articolo tratto da
    ADISTA
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