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  • Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Federica Tourn, Editoriale DOMANI – È una limpida mattina romana di metà febbraio quando monsignor John Anthony Abruzzese, originario di Boston e canonico della Basilica papale di Santa Maria Maggiore all’Esquilino, viene convocato nell’ufficio del Commissario straordinario della Basilica, monsignor Rolandas Makrickas. Ad attenderlo trova l’arciprete della Basilica, il cardinale Stanisław Ryłko, e il suo vicario, l’arcivescovo Piero Marini, che gli consegnano una lettera da parte del Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato della Santa Sede Edgar Peña Parra. Le notizie non sono buone: Abruzzese è appena stato licenziato sui due piedi e deve tornarsene a casa, in Massachusetts. Il motivo non viene esplicitato, ma la lettera lascia intendere che la causa sia da ricercare nel fatto che Abruzzese, all’interno della basilica vaticana, divide l’alloggio con un ragazzo appena maggiorenne. Questo ragazzo, chiamiamolo Roberto, non è però un ventenne qualunque ma ha alle spalle una storia agghiacciante di pedofilia: è stato infatti abusato per nove anni da un prete e soltanto da poco si è deciso a denunciare.

    Comincia così una vicenda che, come una matrioska, ne contiene un’altra e dal Vaticano arriva fino a Francofonte, in provincia di Siracusa. Un’ordinaria storia di brutalità ecclesiastica, in cui eminenti personalità ecclesiastiche si premurano di allontare un sacerdote perché ospita un ragazzo, soltanto quando questi si decide a rivelare al suo vescovo la violenza subìta. Senza preoccuparsi quindi della vittima né di fermare i suoi potenziali abusatori, ma facendo attenzione a non venire coinvolte in scandali di pedofilia: in Vaticano, poi, dove dopo quarant’anni ancora brucia il mistero di Emanuela Orlandi.

    Ma andiamo con ordine. La lettera di licenziamento che monsignor Abruzzese riceve nell’ufficio del Commissario risale al 7 febbraio scorso ed è firmata personalmente da monsignor Peña Parra, il vescovo venezuelano che nel 2018 ha rimpiazzato il cardinale Giovanni Angelo Becciu nella carica di Sostituto alla Segreteria di Stato. Il provvedimento è preso in forza dell’articolo 11 dello Statuto di Santa Maria Maggiore, che prescrive dopo tre ammonizioni scritte l’allontanamento dalla Basilica del canonico «che conduca uno stile di vita che non corrisponde alla dignità e alla disciplina del capitolo». Dopo i ripetuti e disattesi richiami dell’arciprete della Basilica «anche in presenza di testimoni», si legge nella lettera, il sostituto si vede costretto a destituire Abruzzese e contestualmente gli ricorda che «non potrà più godere del titolo e dei benefici annessi al canonicato». Abruzzese è quindi invitato a fare prontamente ritorno alla sua diocesi di appartenenza, cioè a Boston. Per assicurarsi che sia ben chiaro, Peña Parra aggiunge che l’arcivescovo di Boston, il cardinale Sean Patrick ‘O Malley, è già stato avvertito.

    Abruzzese non ci sta e il 21 febbraio si appella al papa contro questa decisione, da cui si definisce «gravemente offeso e ingiustamente giudicato e permanentemente penalizzato». In questo ricorso inviato al pontefice ricostruisce le tappe della vicenda e contesta il fatto che gli siano stati rivolti i menzionati «ripetuti e disattesi richiami». «Questo è di fatto falso e manca di documentazione», scrive Abruzzese al papa, e aggiunge che nella lettera di monsignor Peña Parra non viene specificato il motivo della «terribile decisione». L’unico richiamo che Abruzzese dichiara («sotto giuramento») di aver ricevuto risale ad alcuni mesi prima quando, in presenza dell’arciprete della Basilica e dell’arcivescovo Marini, gli è stato chiesto di congedare Roberto, «ma senza ammonimento canonico». Richiesta a cui Abruzzese sostiene di aver ottemperato già dall’11 gennaio. Quindi, protesta il sacerdote americano, sulla questione del ragazzo si sarebbe tenuto soltanto un incontro nell’ufficio del cardinale Ryłko e non gli sarebbero invece mai pervenute le tre ammonizioni canoniche prescritte dallo Statuto; allo stesso modo, non avrebbe ricevuto nessuna documentazione sulle accuse che hanno portato al suo licenziamento. Inoltre, la lettera di Peña Parra del 7 febbraio non solo non precisa quando e come gli sono stati dati questi avvertimenti, ma non indica nemmeno in che modo lui, Abruzzese, possa esercitare il diritto all’autodifesa. «Questo atto penale vìola anche il mio diritto al buon nome», protesta il sacerdote, chiedendo al papa che cancelli la pena che gli è stata inflitta.

    Nemmeno Abruzzese, che oggi ha 74 anni, è un sacerdote qualunque: da bambino infatti è stato chierichetto di “Johnny l’Allegro”, come veniva chiamato padre John Gheogan, il prete pedofilo condannato nel 2002 per violenza su minori e ucciso l’anno seguente in carcere. Gheogan, abusatore seriale a cui sono state attribuite 130 vittime in trent’anni di sacerdozio, ha fatto da detonatore al primo grande scandalo sulla pedofilia nella Chiesa cattolica, portato all’attenzione internazionale dall’inchiesta del Boston Globe, da cui è stato tratto il film Spotlight. Il cardinale  Bernard Francis Law, all’epoca arcivescovo di Boston, aveva sempre taciuto, limitandosi a spostare di parrocchia in parrocchia lo scomodo padre John e altri preti pedofili. Ed ecco un altro pezzo della matrioska: per una curiosa coincidenza, lo stesso cardinale Law, ben lungi dall’essere ripudiato dalla Chiesa, nel 2004 è nominato arciprete di Santa Maria Maggiore (che, in quanto territorio vaticano, gode di extraterritorialità e lo protegge anche da scomodi procedimenti giudiziari), dove viene poi sepolto alla sua morte nel 2017. La stessa Basilica dove, qualche anno dopo, convivono l’ex chierichetto di Boston Abruzzese e Roberto – guarda caso, un’altra vittima di pedofilia.

    Che sia questa convivenza il motivo dell’allontanamento dalla Basilica, Abruzzese lo dà per scontato e, nel suo accorato appello al papa, precisa che Roberto gli è stato raccomandato come possibile assistente, «24 ore su 24, 7 giorni su 7», da monsignor Vittorio Formenti, canonico adiutore della Basilica. Formenti, per anni a capo dell’ufficio statistica della Santa Sede e officiale emerito della Segreteria di Stato nella Città del Vaticano, è già noto alle cronache: il suo nome è emerso nell’ambito delle indagini della magistratura su Alessandro Raineri, un faccendiere bresciano, arrestato nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione degli appalti lombardi per Expo 2015, in cui erano coinvolte anche le ‘ndrine calabresi. Raineri vantava fra l’altro anche conoscenze all’interno dello Stato Pontificio dove, secondo le carte, poteva contare sull’amicizia proprio dell’influente direttore dell’ufficio centrale di Statistica d’oltretevere.

    È proprio Formenti a fare da tramite fra il ragazzo siciliano e i canonici di Santa Maria Maggiore: in un primo momento gli propone di fare il badante di monsignor Emilio Silvestrini, 87 anni, ex segretario della Pontificia Accademia per la vita e anche lui canonico della  Basilica, ma l’anziano sacerdote è malato di Alzheimer e il ragazzo dopo sei giorni rinuncia all’incarico. A quel punto, monsignor Formenti chiede ad Abruzzese di dare ospitalità al ragazzo. Abruzzese accetta di accoglierlo, con «un atto di concreta carità», sottolinea, pensando che può essergli d’aiuto con le pulizie dell’appartamento. E aggiunge, con una frecciata: «poiché altri laici furono ospitati nella Basilica con canonici, non ci pensai». Non ha pensato, cioè, che ci potesse esserci qualcosa di male nell’ospitare un ragazzo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

    Due giorni dopo l’invio del ricorso al papa, parte un’altra lettera, questa volta indirizzata oltreoceano  al cardinale ‘O Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Il mittente è monsignor Valentino Miserachs Grau, decano di Santa Maria Maggiore, che si premura di scrivere a nome suo e di altri canonici una nota in cui manifesta «sentimenti di sincera stima e affetto» nei confronti del confratello. «Monsignor John, sacerdote buono e generoso – si legge nella lettera – sta vivendo momenti particolarmente difficoltosi a causa di scelte volte ad aiutare spiritualmente ed economicamente persone in difficoltà, scelte che possono provocare qualche fraintendimento in chi non lo conosce».

    Nessun dubbio sui fraintendimenti a cui fa riferimento il decano, considerata la situazione di convivenza non supportata da particolari esigenze di assistenza al sacerdote americano, e aggravata dalla storia di abusi del ragazzo.

    Il 30 marzo Peña Parra manda un’altra riservata personale ad Abruzzese, in cui lo informa che il papa il 14 marzo ha rigettato il suo ricorso e ha confermato la decisione di rispedire il sacerdote alla diocesi di appartenenza. Il Sostituto lo sollecita quindi a conformarsi alla decisione del pontefice senza ulteriori indugi. Cosa che evidentemente il reverendo non fa, se il 26 aprile il vice commissario della Gendarmeria dei servizi di sicurezza del Governatorato della Città del Vaticano gli notifica un provvedimento di «divieto di accesso su tutto il territorio dello Stato della Città del Vaticano, disposto nei suoi confronti dalle Superiori autorità della Santa Sede» con lettera del giorno precedente. La polizia vaticana, quindi, va a prelevare fin dentro la Basilica il monsignore per espellerlo, non solo dalla chiesa, ma addirittura dallo Stato vaticano.

    Qui si perdono le tracce del monsignore: forse è effettivamente tornato negli Stati Uniti, come intimatogli dal papa. Il ragazzo invece, pietra dello scandalo, è stato abbandonato con noncuranza dalla Chiesa al suo destino di vittima.

    Una storia particolarmente tragica la sua, perché segnata da abusi ripetuti, iniziati quando era ancora molto piccolo. Roberto è infatti un bambino di appena nove anni quando suo padre muore per una grave malattia; la madre se ne è andata di casa un anno prima e ha lasciato Francofonte, dove abitano, per il nord. Alla morte del padre, Roberto e il fratello minore restano da soli con la nonna, seguiti dai servizi sociali. Don Giuseppe (nome di fantasia) è cappellano militare e, anche se non fa parte della diocesi perché è un prete dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, una sede della Chiesa bizantina cattolica in Italia soggetta alla Santa Sede, di fatto vive anche lui a Francofonte, suo paese natale. Roberto fa il chierichetto nella Chiesa madre del paese, dove ogni tanto tiene messa il cappellano. Don Giuseppe, adocchiato il ragazzino vulnerabile, ne conquista presto la fiducia e lo invita a casa sua. Qui, dopo avergli promesso che si occuperà di lui e gli darà i soldi di cui ha bisogno, prima costringe Roberto ad avere un rapporto orale e poi lo congeda con 25 euro. Pochi giorni dopo il prete porta il bambino nella sua casa di campagna, dove ha una grande piscina, ed è proprio lì che lo stupra per la prima volta.

    Le violenze vanno avanti per nove anni, fino alla maggiore età di Roberto. Abusi, manipolazione, stalking: il ragazzo dichiara di aver vissuto sotto il controllo totale di questo prete, in uno stato di soggezione fisico e mentale che lo ha più volte portato in ospedale in preda a crisi di ansia o in seguito a tentativi di suicidio. Il 22 marzo 2021 Roberto finalmente si rivolge alla giustizia ecclesiastica, e il giorno successivo a quella civile, ma ad oggi non si sa nulla nè dell’indagine previa, avviata da monsignor Lomanto, nè dell’inchiesta della squadra mobile della questura di Siracusa. Roberto, esasperato, dopo la denuncia chiede più volte al vescovo di intervenire nei confronti di questo sacerdote, che continua a dire messa e a frequentare le attività parrocchiali anche con i bambini, ma senza risultato. Soltanto lo scorso 16 novembre, quando Roberto decide di parlare con la stampa, monsignor Lomanto comunica in una nota ufficiale che don Giuseppe, «residente nella diocesi di Siracusa senza alcun incarico», il 31 ottobre è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero dal vescovo di Piana degli Albanesi, Giorgio Demetrio Gallaro. Intanto, con un notevole tempismo, nella diocesi di Siracusa il 22 novembre viene inaugurato il Servizio per la tutela dei minori. Interpellati da Domani sul caso di Roberto, monsignor Gallaro non ha risposto e il vescovo di Siracusa ha preferito non aggiungere altro.

    La vicenda di Roberto, così come la si apprende dalle sue parole, ha dell’incredibile. Quella prima estate del 2010, il bambino ritorna quasi tutti i giorni nella villa di don Giuseppe, incantato dal lusso e dalle promesse del sacerdote. Si ferma anche a dormire tre o quattro volte a settimana: «mi copriva di regali e trascorrevo le notti in sua compagnia dormendo nello stesso letto con lui», scrive Roberto nella memoria che consegna al vescovo al momento della denuncia. Quando Roberto manifesta il desiderio di farsi prete, don Giuseppe prova senza successo a farlo ammettere nel Preseminario minore di Roma, per poi trovargli nel 2012 un posto dai padri Rogazionisti di Messina, dove il ragazzo comincia a soffrire di crisi d’ansia e attacchi di panico, che lo portano per la prima volta a essere ricoverato in ospedale. Nel 2015 fa con il prete «un lungo tour turistico per le coste siciliane, vivendo praticamente con lui giorno e notte». Il sacerdote gli fa anche scaricare Grinder, una app per incontri gay, e lo usa come esca per contattare altri uomini.

    Nel 2016 il cappellano comincia a frequentare anche un altro ragazzo e di lì a poco Roberto si trasferisce a Milano. Don Giuseppe però lo raggiunge anche qui e gli chiede di fargli conoscere i suoi amici, ovviamente a scopo sessuale. Roberto si sente male e viene ricoverato in psichiatria al San Raffaele di Milano; una volta dimesso torna a Francofonte, dove rientra nell’orbita del prete. Don Giuseppe da un lato lo umilia dicendogli che è «un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente», dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: «il prezzo da pagare da parte mia sarebbe stata la mia disponibilità a ogni prestazione», esplicita Roberto.

    Nel 2019 Roberto – sempre grazie a una segnalazione di don Giuseppe – entra nella comunità dei padri domenicani di Messina, dove però viene allontanato quasi subito: il Superiore della congregazione, infatti, viene informato da una telefonata che il ragazzo ha una relazione con un prete della città e quindi è indegno di portare l’abito domenicano. Una menzogna, dice Roberto, anche questa da attribuire a don Giuseppe, che lo «dipinge al peggio con cose che solo lui poteva sapere», come scrive nella memoria al vescovo. Lasciata Messina, Roberto viene ospitato per una settimana dai domenicani di Catania, che si rivolgono proprio a don Giuseppe per vedere se è disposto ad aiutare il ragazzo. Il prete si rifiuta, salvo poi farsi vivo durante il lockdown e chiedere al ragazzo prestazioni sessuali via cellulare in cambio di denaro; un tira e molla che si interrompe soltanto quando Roberto, a marzo 2021, prende la decisione di denunciare nove anni di abuso.

    Ed è qui, nel 2021 che ritroviamo Roberto, raccomandato da Formenti, insieme a monsignor Abruzzese nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Molte domande restano in sospeso: come faceva monsignor Formenti a conoscere Roberto? Se lo conosceva al punto da presentarlo addirittura a due monsignori, è plausibile che non sapesse nulla del suo passato di abusi?

    Nella seconda metà degli anni ’80, Formenti era membro del Consiglio Pastorale Militare Nazionale dell’Ordinariato militare, da cui dipendono i cappellani militari, quindi anche il sacerdote sotto inchiesta. È possibile quindi che sia stato proprio il prete siciliano a raccomandare a Formenti il suo “protetto” per sistemarlo, come aveva fatto in precedenza in occasioni analoghe. È un fatto che il ragazzo diventa presto motivo di imbarazzo, tanto che Abruzzese viene invitato dai suoi superiori a congedarlo. Che cosa è successo? A marzo 2021 Roberto denuncia il suo abusatore e il vescovo, come è suo dovere, ha senz’altro avvertito l’ente vaticano competente in materia di abusi su minori, il Dicastero per la dottrina della fede. A quel punto, l’evidente normalità di una convivenza oltre le mura di San Pietro (sottolineata dallo stesso Abruzzese, che infatti al papa scrive che «non ci ha pensato» perché altri intorno a lui fanno lo stesso) diventa un peccato intollerabile da rimuovere al più presto, prima che scoppi lo scandalo. Il fatto che di mezzo ci sia un ragazzo abusato sin da bambino, che avrebbe  bisogno di supporto, oltre che di verità e giustizia, sembra non preoccupare nessuno.

    Al momento di monsignor Abruzzese non si sa più nulla, il suo nome prontamente cancellato dal capitolo dei canonici della Basilica di Santa Maria Maggiore; né si conosce l’esito del procedimento ecclesiastico sul cappellano militare, oggi in pensione. In Vaticano tutto è tornato alla normalità, come se nulla fosse successo.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/pedofilia-nella-chiesa-il-caso-spotlight-continua-a-roma-ventanni-dopo-syshqsjm

  • Chiesa e pedofilia, le luci del caso Spotlight puntate sul Vaticano: l’incredibile storia di R. abusato per tutta la vita

    Chiesa e pedofilia, le luci del caso Spotlight puntate sul Vaticano: l’incredibile storia di R. abusato per tutta la vita

    La vicenda parte da Francofonte, in provincia di Siracusa, e esplode in Vaticano dopo l’espulsione di John Abruzzese, canonico della basilica papale di Santa Maria Maggiore, espulso per decisione del sostituto della Segreteria di stato della Santa sede Pena Parra perché il prelato divideva ancora l’alloggio con lui (oggi appena maggiorenne).

    Abruzzese, originario di Boston, viene convocato nell’ufficio del Commissario straordinario della basilica, monsignor Rolandas Makrickas. Ad attenderlo trova l’arciprete della basilica, il cardinale Stanistaw Rylko, e il suo vicario, l’arcivescovo Piero Marini, che gli consegnano la lettera. Licenziato su due piedi. Il motivo non viene dichiarato ma – come riporta Domani – dalle parole si lascia intendere che Abruzzese, all’interno della basilica vaticana, divide l’alloggio con un ragazzo appena maggiorenne. Il ragazzo, R., ha alle spalle una terrificante storia di pedofilia che lo ha accompagnato tutta la sua vita ma soltanto da poco si è deciso a denunciare.

    In Vaticano, dove dopo quarant’anni ancora brucia il mistero di Emanuela Orlandi, sembra che queste storie di abusi siano una normale presenza. Il provvedimento nei confronti di Abruzzese è preso seguendo l’articolo 11 dello statuto di Santa Maria Maggiore, che prescrive dopo tre ammonizioni scritte l’allontanamento dalla basilica del canonico “che conduca uno stile di vita che non corrisponde alla dignità e alla disciplina del capitolo”. Dopo i ripetuti e disattesi richiami dell’arciprete della basilica “anche in presenza di testimoni”, si legge nella lettera, il sostituto si vede costretto a destituire Abruzzese e contestualmente gli ricorda che “non potrà più godere del titolo e dei benefici annessi al canonicato”.

    Due settimane dopo la convocazione avvenuta la prima settimana di febbraio 2022, Abruzzese si appella al Papa contro questa decisione, da cui si definisce “gravemente offeso e ingiustamente giudicato e permanentemente penalizzato” contestando il fatto che, nella lettera di monsignor Pena Parra, non viene specificato il motivo della “terribile decisione”. L’unica ammissione “sotto giuramento” è quella di aver ricevuto alcuni mesi prima quando, in presenza dell’arciprete della basilica e dell’arcivescovo Marini, gli è stato chiesto di congedare R., “ma senza ammonimento canonico”. Richiesta che sostiene di aver ottemperato.

    Nel reportage di Domani viene svelata una verità sconcertante: Abruzzese, che oggi ha 74 anni, da bambino è stato chierichetto di ‘Johnny l’Allegro’, come veniva chiamato padre John Gheogan, il prete pedofilo condannato nel 2002 per violenza su minori e ucciso l’anno seguente in carcere. Gheogan, abusatore seriale a cui sono state attribuite 130 vittime in trent’anni di sacerdozio, ha fatto da detonatore al primo grande scandalo sulla pedofilia nella chiesa cattolica, portato all’attenzione internazionale dall’inchiesta del Boston Globe e da cui nel 2016 è stato tratto il film Il caso Spotlight. Il cardinale Bernard Francis Law, all’epoca arcivescovo di Boston, aveva sempre taciuto, limitandosi a spostare di parrocchia in parrocchia lo scomodo padre John e altri preti pedofili. Inoltre lo stesso Law, mai ripudiato dalla Chiesa, nel 2004 è nominato arciprete proprio di Santa Maria Maggiore, stessa basilica dove anni dopo hanno convissuto Abruzzese e R..

    R. ha solo nove anni quando il padre muore e la madre va a lavorare al nord, lasciando lui e suo fratello da soli con la nonna e seguiti dai servizi sociali. Inizia a far il chierichetto e il prete della chiesa di paese adocchia subito il ragazzino vulnerabile, ne conquista presto la fiducia e lo invita a casa sua. Prima lo costringe ad avere un rapporto orale e poi lo congeda con 25 euro. Pochi giorni dopo il prete porta il bambino nella sua casa di campagna, dove ha una grande piscina, e lo stupra perla prima volta. Le violenze vanno avanti per nove anni, fino alla sua maggiore età.

    R. dichiara di aver vissuto sotto il controllo totale di questo prete, in uno stato di soggezione fisica e mentale che lo ha più volte portato in ospedale per crisi di ansia o tentativi di suicidio fino al 22 marzo 2021 quando si rivolge alla giustizia ecclesiastica, e il giorno successivo a quella civile. “Mi copriva di regali e trascorrevo le notti in sua compagnia dormendo nello stesso letto con lui”, scrive nella memoria che consegna al vescovo al momento della denuncia. Nel 2015 fa con il prete “un lungo tour turistico perle coste siciliane, vivendo praticamente con lui giorno e notte”. Il sacerdote gli fa anche scaricare Grindr, una app per incontri gay, e lo usa come esca per contattare altri uomini. R. riesce ad allontanarsi ma viene comunque raggiunto rientrando nell’orbita del prete che da un lato lo umilia dicendogli che è “un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente”, dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: “Il prezzo da pagare sarebbe stato la mia disponibilità a ogni prestazione” scrive R..

    Anche quando è a Catania in pieno lockdown il prete torna a farsi vivo e chiedere al ragazzo prestazioni sessuali via cellulare in cambio di denaro. Un tira e molla che si interrompe soltanto quando R. denuncia i nove anni di abuso a marzo 2021 proprio quando, insieme a monsignor Abruzzese, vive nella basilica di Santa Maria Maggiore. Cunzolo Salvatore

    Chiesa e pedofilia, le luci del caso Spotlight puntate sul Vaticano: l’incredibile storia di R. abusato per tutta la vita

  • Violenza sessuale su chierichetto: confermati 8 anni a Caramia

    Violenza sessuale su chierichetto: confermati 8 anni a Caramia

    Otto anni di reclusione per atti sessuali su un chierichetto: la corte d’appello di Lecce ha confermato la condanna inflitta in primo grado dal tribunale di Brindisi a Francesco Caramia, ex parroco di San Giustino de Lacobis, la chiesa del rione Bozzano.

    Caramia fu arrestato e rinchiuso in carcere nel 2016 e poi ottenne i domiciliari. Attualmente è a piede libero.
    A denunciare il caso fu all’epoca il pediatra cui il ragazzino aveva raccontato ciò che gli era accaduto alcuni anni prima.

    Successivamente, fu la stessa presunta vittima, a confermare tutto durante un drammatico incidente probatorio, abusi subiti quanto aveva otto anni, tra il 2008 e il 2009. Le violenze, secondo il suo racconto, avvenivano un paio di volte alla settimana dopo le lezioni di catechismo.

    Il ragazzino, che quando fu ascoltato aveva 16 anni, ricordò che il parroco lo aveva minacciato che se avesse rivelato ciò che avveniva in sacrestia avrebbe fatto perdere il posto di lavoro al padre e fatto separare il genitori.

    Nel processo d’Appello il sostituto procuratore generale Giovanni Gagliotta ha chiesto alla Corte la conferma della condanna di primo gradi. La difesa, che si era vista respingere l’istanza di un nuovo esame del ragazzino, aveva chiesto invano l’assoluzione.

    Dopo la nuova condanna, l’ultima parola spetterà alla Corte di Cassazione.

  • Così don Luigi ci ha molestati per anni davanti a tutti

    Così don Luigi ci ha molestati per anni davanti a tutti

    Federica Tourn per Editoriale DOMANI – Salgono a tre i bambini abusati da monsignor Luigi Gabbriellini, parroco di Santa Maria madre della Chiesa e Santa Marta a Pisa, attualmente sottoposto a processo canonico. La vicenda è emersa dopo la denuncia al vescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto da parte di due fratelli, come abbiamo raccontato su Domani del 21 settembre. In una nota ufficiale del 15 settembre, monsignor Benotto aveva chiesto perdono a nome della Chiesa pisana per lo scandalo che aveva coinvolto il sacerdote, nome di spicco all’interno della diocesi, e ne aveva accettato le dimissioni. Ora, un cugino alla lontana dei due fratelli si è rivolto al Servizio diocesano per la Tutela dei minori per segnalare di essere stato anche lui molestato dal sacerdote.

    Giulio, 39 anni, suo fratello Davide, 35, e il cugino Luca, di 33, hanno deciso di raccontare a Domani i fatti accaduti più di vent’anni fa, quando don Luigi era parroco della chiesa di Santo Stefano extra moenia a Pisa. I nomi sono di fantasia: le vittime hanno chiesto l’anonimato per non esporre le famiglie alle ripercussioni mediatiche. «Vogliamo rendere nota la nostra storia non soltanto per un desiderio di verità ma anche per evitare che quello che abbiamo sofferto possa accadere ad altri bambini», precisa Giulio, che si è deciso a denunciare la violenza quando ha scoperto che anche il fratello era stato abusato dal prete amico di famiglia. «Ancora oggi non riesco a perdonarmi di aver permesso a questo prete di officiare il mio matrimonio e il battesimo della mia prima figlia – spiega Giulio – vivevo in una bolla che è finalmente scoppiata quando ho parlato con mio fratello e mi sono reso conto di non essere il solo a portare questo peso».

    Davide, che oggi vive all’estero, aveva mandato una mail al prete un anno e mezzo fa, in cui gli chiedeva conto dell’abuso subito quando era piccolo: «mi ha risposto che non era stato lui e che si trattava di un caso di omonimia», racconta. Invece, è proprio il don Luigi giusto, come è stato confermato espressamente dal vescovo ai due fratelli. «Monsignor Benotto in primavera ci disse che don Gabbriellini aveva confessato e di non preoccuparci perché lo avrebbe tenuto lontano dai bambini – afferma Giulio – invece il prete ha celebrato le comunioni e le cresime in parrocchia come se nulla fosse».

    L’investigatio previa sul sacerdote, avviata a fine aprile, è tuttora in corso, ma il vescovo ha assicurato via mail a Giulio che a breve il dossier verrà mandato in Vaticano al Dicastero per la dottrina della fede. Le vittime, però, non hanno più fiducia nella giustizia ecclesiastica: «da quando la storia è uscita sui giornali, il vescovo, prima molto sollecito nei confronti miei e di mio fratello, ha preso le distanze», spiega ancora Giulio.

    I rapporti fra monsignor Benotto e i due fratelli si raffreddano ulteriormente quando a settembre le vittime vengono a sapere da amici, che frequentano la parrocchia di Santa Maria della Chiesa e Santa Marta, che don Luigi si sta preparando a lasciare l’incarico. «Eravamo preoccupati che lo facessero sparire senza una spiegazione», dice Giulio. «Quando ci siamo incontrati – aggiunge – il vescovo ci disse che, a seconda della gravità della sentenza, don Luigi poteva essere ridotto allo stato laicale, o destinato altrove, o mandato a occuparsi di una casa di riposo: quest’ultima opzione monsignor Benotto la definì la peggiore punizione per un prete».

    Evidentemente, stare in mezzo a chierichetti e bambini dell’oratorio è considerato più gratificante che occuparsi della pastorale degli anziani. Certo è che don Gabbriellini in parrocchia si trovava bene: era stimato e rispettato da tutti, tanto che non faticava a stringere legami di amicizia con i fedeli, rapporti che continuavano anche fuori dalla chiesa. In casa dei due fratelli, infatti, don Luigi viene spesso invitato a cena e con la famiglia condivide vacanze e giorni di festa. Il fatto che giochi con i bambini e li faccia ballare sulle ginocchia è vista come una cosa normale, il segno della confidenza e dell’affetto di uno “zio” che li frequenta abitualmente. D’altronde è un amico intimo: ha la fiducia totale dei genitori e anche la riconoscenza, visto che è sempre lui che presta loro del denaro in un momento di difficoltà economiche.

    Questa aura di prete buono, sempre presente e disponibile ad aiutare in caso di bisogno, getta fumo negli occhi dei parrocchiani, che vedono quello che vuole lui e non quello che fa ai bambini. Eppure lui non si nasconde ma, anzi, arriva ad accarezzare i piccoli sotto la maglietta di fronte a tutti in chiesa o durante le gite della parrocchia. Nessuno trova da ridire: «sono convinto che con questi gesti volesse normalizzare la sua propensione a toccare i bambini – riflette Giulio – era una strategia per abituare le persone a vederlo vicino ai piccoli». Un’intera comunità pare sotto l’incantesimo di questo prete: non uno, in Santo Stefano, sembra notare qualcosa di strano nel suo comportamento, nemmeno gli altri sacerdoti. «Ho chiesto a un altro prete se si fosse accorto delle inclinazioni pedofile di don Luigi – riferisce Luca – ma lui mi ha risposto subito di no». Salvo poi ricordarsi qualcosa: «in seguito mi ha detto che in effetti aveva visto don Luigi mettere una mano sotto la maglia a un ragazzino mentre lo confessava».

    Questo modus operandi di avvicinamento graduale ai minori, fino a instaurare un rapporto di disinvolta confidenza con loro in contesti rassicuranti come la famiglia o le attività ricreative organizzate dalla chiesa, permette al prete di molestare per anni i bambini, praticamente davanti agli occhi dei parrocchiani e degli stessi genitori. Luca racconta che il suo abuso è avvenuto nel 1997, quando aveva appena otto anni, durante una gita della chiesa in un paese di montagna: «ero seduto sulle sue ginocchia e don Luigi all’improvviso mi ha toccato i genitali – dice – i miei erano a trenta metri da noi, insieme a un altro gruppo di genitori». Un’esperienza simile è toccata a Davide: «eravamo in sala da pranzo, seduti al tavolo, e io ero seduto sulle ginocchia di don Luigi: i miei piedi non toccavano terra, avrò avuto otto o nove anni al massimo – ricorda – i miei genitori erano seduti dall’altra parte del tavolo e parlavano con il prete, che intanto aveva la mano nei miei pantaloni». Una tortura che va avanti per più di mezzora: «la tovaglia nascondeva le nostre gambe – aggiunge Davide – io ero congelato ma i miei genitori erano presenti e ho pensato che non c’era niente di male».

    Monsignor Gabbriellini non si limita a una volta sola. Davide è chierichetto e il prete coglie ogni occasione per insidiarlo: «ci trovavamo il sabato pomeriggio e io non avevo voglia di andare in parrocchia, perché sapevo che sarei rimasto da solo con lui in sacrestia – dice – cercava sempre di baciarmi e ancora oggi potrei riconoscere l’odore del suo dopobarba». Gli assalti del sacerdote a Davide sono andati avanti dal 1995 fino al 2000, quando il ragazzo ha lasciato Santo Stefano. Il maggiore dei fratelli, Giulio, invece è stato abusato più volte nel 1994, quando aveva undici anni; le molestie sono poi continuate fino al ’97, soprattutto durante i campi estivi e una volta in occasione di un colloquio personale. Il prete utilizzava il suo ascendente sui ragazzi per favorire le occasioni propizie alle molestie: «era dispotico, sapeva imporsi ed esercitava una grande influenza nella vita delle persone – spiega Giulio, che è stato chierichetto e catechista – noi ragazzi eravamo in soggezione e lui ne approfittava per entrare in intimità con noi». È un progressivo varcare dei confini: «prima ti abbracciava, poi ti prendeva in collo e lì già sapevi come sarebbe andata a finire». Il predatore conosce bene il suo territorio di caccia, dove si muove con disinvoltura: «individuava con precisione i bambini più vulnerabili e si dedicava a loro con costanza, li faceva sentire importanti – dice ancora Giulio – era una tattica: chi subiva abusi riceveva più attenzioni degli altri».

    Oggi non si sa dove si trovi monsignor Gabriellini. Subito dopo la denuncia al vescovo, Giulio ha detto tutto a parenti e amici e, in soli due giorni, in tre lo hanno cercato per raccontargli che a loro era successa la stessa cosa: «mio cugino Luca e un’altra persona mi hanno riferito di essere stati abusati da don Gabbriellini e una terza vittima ha invece parlato di un altro prete in provincia di Pisa», dichiara Giulio. La responsabile del Servizio per la Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, suor Tosca Ferrante, il 19 settembre affermava che non c’erano altri casi di abuso nella diocesi oltre ai due fratelli; contattata da Domani il 18 ottobre per un aggiornamento, non ha risposto.

    Giulio, Davide e Luca a breve chiederanno il risarcimento in sede civile. Invitano altre persone che abbiano informazioni di fatti recenti che riguardano don Gabbriellini a rivolgersi alla Rete L’Abuso per poter presentare un’istanza che accerti che il prete sia in condizioni di non nuocere ad altri bambini. «Nella condotta compulsiva di queste persone si riscontra un pericolo per la collettività – spiegano le vittime – e dato che conosciamo bene la prassi dei vescovi di spostare i preti pedofili in altre parrocchie, vogliamo evitare che continui ad essere a contatto con i minori».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/cosi-don-luigi-ci-ha-molestati-per-anni-davanti-a-tutti-mbzudnj2

     

  • Un mondo segreto di potere, abusi e insabbiamenti nelle scuole della Nuova Zelanda

    Un mondo segreto di potere, abusi e insabbiamenti nelle scuole della Nuova Zelanda

    I fratelli e padri maristi hanno educato primi ministri, giudici, cardinali e All Blacks nelle loro scuole superiori cattoliche. Ma il loro record di abusi sessuali è orribile. Peggio ancora è stata la loro gestione degli abusi quando sono stati smascherati. In questa serie The Secret History, Steve Kilgallon indaga sul potere, gli abusi e gli insabbiamenti nel cuore di due gruppi religiosi molto influenti e ricchi.

    Questa è la parte 1. Le parti rimanenti saranno pubblicate nelle prossime settimane.

    Avvertimento: questa storia potrebbe essere sconvolgente per alcuni.

    Quando John Wilson* aveva 12 anni, fu ripetutamente violentato e abusato sessualmente dal suo preside della scuola, Kevin Waters.

    Per due anni allo Xavier Intermediate di Christchurch , John è stato curato, poi minacciato, picchiato e persino bruciato con un accendisigari. Era un chierichetto e Waters avrebbe ingannato John convocandolo nella cattedrale cattolica della città con la scusa di aiutare a una messa, quindi abusando di lui.

    “Da ragazzo di 12 anni, avere questo ragazzo imponente in piedi sopra di te con una tunica nera: era molto intimidatorio”, dice John. “Era un uomo orribile”.

    Waters, solitamente noto come Fratel Giles, faceva parte di un ordine religioso chiamato Marist Brothers , un gruppo cattolico dedito all’istruzione.

    Giovanni lo disse al padre profondamente religioso, che si rifiutò di credergli; ha distrutto la loro relazione.

    L’abuso ha creato altri danni per tutta la vita. Pietrificato dall’idea di andare a scuola, John ha smesso a 14 anni e si è messo al lavoro per pulire i filtri dei camion; non ha mai completato la sua formazione.

    Ha tentato il suicidio due volte da giovane e alla fine ha parlato dei suoi abusi solo quando ha minacciato il suo matrimonio.

    Se dorme senza farmaci, viene svegliato dagli incubi.

    “Ti fa a pezzi emotivamente”, dice, 41 anni dopo. ”Ecco da dove provenivano i miei passati tentativi di suicidio. Vieni abbattuto quando pensi a quello che hai passato. Cerchi di tenerlo insieme, perché ho dei figli piccoli e un matrimonio, ma quando inizi a lasciarti arrivare, ti distrugge”.

    Waters ha insegnato per oltre mezzo secolo nelle scuole di tutto il paese prima della sua morte nel 2011, all’età di 83 anni, una morte segnata nella newsletter dei maristi con un elogio che celebrava la sua “attenzione speciale per gli sfavoriti e … ricercando l’amore di Dio”.

    John dice di aver identificato personalmente almeno altri 10 sopravvissuti agli abusi di Waters. Ci sono prove che le lamentele fatte – negli anni ’50, ’60 e ’70 – mentre Waters insegnava ancora furono ignorate.

    La storia di Giovanni è una delle tante. Per questa serie, Stuff ha intervistato 21 sopravvissuti a terribili, spesso duraturi abusi da parte dei Fratelli Maristi (fondati nel 1817) e dei Padri Maristi (fondati nel 1816), ufficialmente conosciuti come Società di Maria.

    I due gruppi correlati ora hanno solo 179 membri viventi in Nuova Zelanda, ma hanno lasciato una scia spesso appena riconosciuta di abusi sessuali sui bambini alle loro cure.

    Quando sbarcarono per la prima volta nel porto di Hokianga nel Northland nel 1838, i maristi progettarono di educare i “selvaggi” e mantenere viva la fede cattolica.

    Jean-Claude Pompallier, l’uomo inviato a guidare la missione dalla Francia, luogo di fondazione dei maristi, partì “piuttosto felice per la fine del mondo… per quei selvaggi che non conoscono il nostro salvatore”.

    I Padri guidarono la missione originaria, ma furono i Fratelli che iniziarono a fondare scuole nel 1876. Il governo non finanziava scuole religiose , quindi queste erano spesso sovraffollate, piene di irlandesi della classe operaia con Fratelli non pagati alla lavagna.

    Nel 1880 avevano 131 scuole a livello nazionale, mentre un altro boom con l’arrivo dell’istruzione secondaria obbligatoria nel 1946 vide una nuova ondata di scuole superiori maschili. Entrambi i gruppi ora possiedono importanti scuole superiori a livello nazionale.

    Al loro apice, i Brothers hanno fornito 100 insegnanti nelle scuole superiori della Nuova Zelanda e altri 60 nelle primarie e nel Pacifico. Stabilirono anche una rete di vecchi ragazzi che iniziò con una biblioteca e una sala da biliardo ad Auckland nel 1904 e si espanse in una rete di club di calcio , cricket, rugby, campionato, atletica leggera, boxe, nuoto e basket nella maggior parte delle grandi città.

    Significava che i due gruppi esercitavano un’enorme influenza sulla società neozelandese come i maggiori fornitori di istruzione cattolica, data a circa il 9% dei kiwi. Ne hanno raggiunti molti di più attraverso quella rete sportiva .

    I vecchi maristi si sono laureati nelle gerarchie della polizia, del servizio civile, della magistratura, dei media, dello sport e della chiesa. La storia centenaria del liceo maschile di Auckland, il fiore all’occhiello dei fratelli, il Sacro Cuore, si vantava di aver educato un cardinale, cinque vescovi, 137 sacerdoti, 30 fratelli religiosi, quattro studiosi di Rodi, 36 professori universitari, quattro cavalieri, 10 giudici, un capo del Commonwealth di stato, cinque parlamentari, tre ministri di gabinetto e oltre 100 sportivi internazionali, tra cui 20 All Blacks e un capitano di cricket.

    Quella storia, tuttavia, non menzionava che un ex preside, Ken “Brother Bosco” Camden, faceva parte di una lunga lista di pedofili attivi in ​​entrambi gli ordini.

    Secondo le sue stesse statistiche conservatrici, la Chiesa cattolica neozelandese stima che circa il 7% dei suoi sacerdoti siano pedofili . Si ritiene che il numero negli ordini religiosi – monaci, monache e fratelli – sia molto più alto, intorno al 14%.

    Le statistiche della chiesa registrano 157 accuse mosse contro 59 fratelli maristi tra il 1950 e il 2021, circa il 12% dei 484 membri dell’ordine. La Società di Maria – i Padri Maristi – ha presentato 118 denunce contro 43 membri, circa il 6% dei suoi 781 sacerdoti.

    Ma gli attivisti ritengono che le cifre reali potrebbero essere il doppio o più: la chiesa non ha tenuto registri prima del 1995 e molte, molte vittime sono state messe a tacere o non si sono mai lamentate. A livello internazionale, si ritiene che solo il 25-30% delle vittime di abusi sessuali si faccia avanti. Anche la stessa chiesa considera le cifre troppo basse: Tim Duckworth dei padri maristi afferma: “Credo che tutti gli episodi di abusi e violenze sessuali siano sottostimati”.

    La chiesa ha avuto un problema con gli abusi sessuali su minori sin dai primi giorni del cristianesimo, con documenti che risalgono al Sinodo di Elvire, nel 305 d.C., discutendo la questione.

    Ma, dice padre Tom Doyle, esperto mondiale di abusi sessuali cattolici, la Chiesa moderna ha sempre optato per la segretezza, proteggendo la propria gerarchia sulle vittime.

    “È stato sepolto in segreto”, dice. “Perché si rendono conto che se questo viene a conoscenza, la credibilità dell’istituzione affonderà come una palla da bowling in un lago”.

    La Nuova Zelanda non era immune da questa cultura. Nel 1934, Michael Liston, settimo vescovo cattolico di Auckland (1929-1970), ricevette una denuncia da una donna che un prete aveva molestato sessualmente sua figlia. La sua risposta, citata nella biografia di Liston di Nicholas Reid, diceva: “Sono sicuro che farai in modo che non si parli dell’incidente”.

    Doyle dice che le crepe hanno cominciato a emergere con un caso del 1984 in Louisiana, che i media hanno coperto, piuttosto che ignorato; poi, nel 1989, sono stati denunciati abusi diffusi in un orfanotrofio Christian Brothers in Canada.

    Papa Giovanni Paolo II inizialmente respinse la scoperta di preti pedofili all’interno della sua chiesa come un “problema americano” – ma presto fu in Irlanda, Austria e ovunque.

    “Gli unici posti su questo globo in cui non ci sono prove di abusi sessuali da parte di sacerdoti sono i regni del Bhutan e del Nepal, perché non ci sono sacerdoti, e l’Antartide, perché sono tutti pinguini”, dice Doyle.

    Nel 2002 esplose la bomba per la Chiesa cattolica. Il team investigativo Spotlight del Boston Globe ha denunciato abusi sessuali sistematici tra i sacerdoti di Boston e l’insabbiamento progettato dal loro leader, il cardinale Bernard Law. Il loro lavoro è stato trasformato nel film premio Oscar 2012 Spotlight .

    La denuncia del Boston Globe ha innescato un’ondata mondiale di denunce di abusi sessuali da parte dei sopravvissuti. Un rapporto successivamente commissionato dalla chiesa stessa al John Jay Institute di New York identificherebbe il 2002 come il “picco” della crisi per la denuncia dei casi (il picco effettivo dei reati si è verificato a metà degli anni ’70).

    L’onda si è mossa velocemente, colpendo la Nuova Zelanda nello stesso anno. Un documentario televisivo ha attivato 137 chiamate a una hotline istituita dai Padri Maristi.

    Ma – come in tanti altri casi in tutto il mondo – i Padri sapevano che c’era un problema molto prima di ammettere pubblicamente qualcosa. Chanel Houlahan, un sacerdote marista di Auckland esperto nella riabilitazione dei pedofili, a metà degli anni ’90 raccontò ai padri maristi il ​​problema degli abusi in mezzo a loro. È stato ignorato.

    “Eravamo inorriditi… non eravamo impegnati in alcun modo per consigliare la chiesa”, dice.

    Fino al 1995, tutti i rami della Chiesa cattolica della Nuova Zelanda hanno risolto i casi in modo confidenziale. Non sono stati tenuti registri e l’abuso è stato trattato come un fallimento morale da risolvere tra sacerdote e superiore.

    Nel 2002 i religiosi più anziani della chiesa neozelandese si sono incontrati per affrontare finalmente la questione e stabilire quanto pagare le sue vittime. Hanno deciso di mantenere segreti gli importi. E il più basso possibile.

    “Il nostro obiettivo non è eludere alcun obbligo morale che potremmo avere per riparare alle ingiustizie, ma è esercitare una gestione responsabile delle risorse che provengono principalmente dal popolo cattolico … il popolo cattolico ha già contribuito al fondo ACC istituito dal governo proprio per soddisfare tali esigenze”.

    Entrambi i gruppi maristi – i Fratelli ei Padri – erano presenti all’incontro, ed erano entusiasti di questo approccio. I Padri Maristi decisero che la sua vincita massima sarebbe stata di soli $ 20.000 (in seguito $ 30.000) – o $ 10.000 se l’aggressore fosse morto. I Fratelli Maristi adottarono una scala leggermente inferiore.

    Fino ad oggi, ai sopravvissuti della Nuova Zelanda vengono pagati importi pietosi rispetto agli insediamenti multimilionari all’estero. La Chiesa cattolica qui – ei maristi in particolare – hanno perseguito una politica deliberata di limitazione dei pagamenti.

    Entrambi i gruppi maristi sono estremamente ricchi, possiedono enormi proprietà immobiliari residenziali, contanti, azioni e obbligazioni – e il vigneto Mission Estate estremamente redditizio. La ricerca di Stuff suggerisce che i due gruppi maristi valgono, secondo una stima prudente, circa $ 400 milioni.

    Entrambi hanno compiuto sforzi concertati per ridurre al minimo i loro pagamenti ai sopravvissuti. In questa serie, Stuff mostrerà come avvocati ben pagati hanno affrontato i denuncianti per dissuaderli dall’intraprendere azioni legali.

    Nessuno dei sopravvissuti a cui Stuff ha parlato ha ricevuto più di $ 50.000 di risarcimento. Ma quasi tutti hanno subito profondi impatti per tutta la vita.

    Tre hanno trascorso la maggior parte della loro vita adulta scontando più pene detentive. Alcuni hanno avuto problemi di droga e alcuni hanno sofferto di gravi problemi di salute mentale. La maggior parte ha segnalato difficoltà nel formare relazioni personali e professionali, lotte con figure di autorità e perdita della fede religiosa o “omicidio dell’anima”. Molti si incolpano: “Ho vissuto una vita in cui cercavo continuamente di rimediare per essere una persona cattiva”, dice un sopravvissuto.

    Evadere la giustizia

    Una fila di lapidi nel cimitero Waikaraka di Auckland segna l’ultimo luogo di riposo di molti fratelli maristi. Tra loro ci sono pedofili condannati; ancora più numerosi sono quelli credibilmente accusati, ma che sono morti senza mai affrontare la giustizia.

    In questa serie esporremo le strutture che hanno permesso a questo abuso di prosperare, impunite, ai più alti livelli di entrambe le società, permettendo a questi uomini di andare alle loro tombe con una reputazione intatta.

    Mostreremo come le autorità mariste non sono riuscite a fermarlo, non hanno indagato su di esso, hanno chiuso un occhio e, quando alla fine si sono confrontate con la verità degli abusatori in mezzo a loro, non sono riuscite a creare salvaguardie per prevenire la recidiva.

    Mostreremo come questi uomini sono stati in grado di ferire più vittime in carriere lunghe e decorate – e come molti, come Kevin Waters e Ken Camden, sono saliti al grado di preside in alcune delle scuole più prestigiose della Nuova Zelanda. Spesso i pedofili si raggruppavano in gruppi in un’unica scuola.

    Adottando quello che Tom Doyle chiama il “playbook universale”, i trasgressori si sono commossi quando sono emerse le denunce, consentendo loro di continuare ad abusare in altre città, o talvolta nelle isole del Pacifico . Mostreremo come i trasgressori sono stati spostati silenziosamente in nuovi ruoli con facile accesso ai bambini anche quando erano state presentate denunce.

    Murray Heasley è il leader di un gruppo di supporto per i sopravvissuti chiamato Network of Survivors of Abuse in Faith-based Institutions and their Supporters. “I maristi sono arrivati ​​in Nuova Zelanda ispirati, in teoria, dall’esempio della Vergine Maria”, dice. “Ma si sono rivelati i precursori dell’orrore, di abusi sessuali su minori senza rimorsi e incessanti aggravati dal suo occultamento e spostamento dei predatori”.

    Sia i fratelli che i padri maristi si sono scusati. In una dichiarazione, Tim Duckworth dei padri ha dichiarato: “Non sarebbe mai dovuto accadere. Faccio fatica a capire come alcuni membri di una congregazione … avrebbero dovuto offendere in modo così spregevole i giovani e gli adulti innocenti e vulnerabili. Mi dispiace.”

    Il delegato dei Fratelli Maristi Peter Horide ha detto: ”’Sono profondamente consapevole che questo è motivo di vergogna, di rammarico e che le persone che hanno vissuto queste cose saranno profondamente angosciate. Ci scusiamo che questo sia mai successo, non sarebbe dovuto accadere e il loro dolore è qualcosa di cui siamo molto consapevoli.”

    “Mi ha rovinato la vita”

    I Marist Brothers si sono scusati con John Wilson, ma non hanno ancora accettato alcun compenso per il suo orribile abuso.

    Le loro offerte, dice, sono state “offensive”. Anche se non nominerà le cifre precise, dice che coprirebbero solo le fatture dei suoi avvocati, che ammontano a $ 15.000.

    L’abuso “mi ha rovinato la vita”, dice John. I suoi fratelli, che non sono stati maltrattati, sono ricchi e di grande successo. Ha sempre condotto una vita solitaria, da lavoratore autonomo.

    “Non sto vivendo lo stile di vita che avrei potuto vivere, perché lui [Waters] me l’ha rubato … non posso lavorare per altre persone. Ho faticato a relazionarmi con le persone. Ho lottato per mantenere le amicizie”.

    A volte invia un’e-mail ai fratelli nelle prime ore del mattino. “Ho fatto loro sapere che sono completamente sveglio. ‘Come ti senti?’

    “Questo è il mio mondo. Non ti lascia mai. Non lo augurerei a nessuno”.

    Questa è la Parte 1. Le parti rimanenti saranno pubblicate nelle prossime settimane.

    CORREZIONE: una versione precedente di questa storia identificava erroneamente il cimitero di Waikumete. Il cimitero corretto è Waikaraka. Ha anche erroneamente descritto il gruppo di supporto di Murray Heasley come la Rete dei sopravvissuti agli abusi sessuali della Chiesa e dei loro sostenitori. La corretta designazione del gruppo è Rete dei sopravvissuti agli abusi nelle istituzioni religiose e dei loro sostenitori. Modificato 8:10, 2 luglio 2022.

    https://www.stuff.co.nz/national/129032595/a-secret-world-of-power-abuse-and-coverups-in-new-zealand-schools

  • In Venezuela, i sacerdoti condannati per abusi sono tornati al ministero

    In Venezuela, i sacerdoti condannati per abusi sono tornati al ministero

    CARACAS, Venezuela — Il bambino di sei anni si è recato in chiesa con notizie entusiasmanti da condividere.

    Aveva riflettuto sulla questione, ha detto al sacerdote Luis Alberto Mosquera, e aveva deciso di voler essere un cattolico praticante.

    Secondo il ragazzo, il sacerdote ha risposto: “Se vuoi fare il chierichetto, devi superare una prova”. Anni dopo, la testimonianza del ragazzo su quel pomeriggio nella casa parrocchiale si sarebbe rivelata cruciale: un tribunale concluse che Mosquera lo aveva abusato sessualmente.

    Mosquera è stato condannato nel 2006 a più di sette anni di carcere per abusi sessuali su un bambino, ma non ha terminato la sua pena. I suoi avvocati temevano per la sua sicurezza in prigione e hanno chiesto la libertà vigilata. Un giudice ha acconsentito; Mosquera è stato rilasciato dopo due anni ed è tornato nella chiesa nello stato di Lara, dove è ancora sacerdote. Una foto pubblicata sulla sua pagina Facebook nel 2016 e ripostata nel 2017, lo mostra circondato da bambini.

    Il caso del religioso 63enne è tra i 10 che coinvolgono accuse di abusi sessuali su minori esaminati dal Washington Post negli ultimi due anni. Questo giornale ha intervistato leader cattolici, agenti di polizia, funzionari giudiziari e vittime e ha esaminato documenti giudiziari e di polizia. Nella metà dei casi, dal 2001 al 2022, sono stati trovati sacerdoti condannati per abusi che sono stati rilasciati anticipatamente o non hanno scontato la pena detentiva. In almeno tre casi, i sacerdoti sono stati autorizzati a tornare al ministero.

    Gli intervistati notano che esiste un modello che suggerisce una collusione tra un sistema giudiziario corrotto e la Chiesa per proteggere i colpevoli piuttosto che le vittime. L’elemento comune a tutti i 10 casi: i bambini coinvolti provenivano da ambienti poveri e vulnerabili.

    Le accuse di abusi da parte dei sacerdoti hanno scosso negli ultimi anni la Chiesa in America Latina. Gli attentati denunciati in Messico, Argentina, Cile, Colombia e Perù hanno portato a condanne e dimissioni ai massimi livelli dell’istituto.

    Ma il Venezuela è riuscito a sfuggire all’onda. Gli analisti affermano che uno dei motivi è che l’attenzione si è concentrata solo sulle turbolenze politiche nel paese socialista in bancarotta. Un sistema giudiziario rotto è un altro. L’influenza della Chiesa e la sua relativa stabilità è una terza.

    “Tanto è stato rimandato a causa di sconvolgimenti sociali e politici”, ha detto in un’intervista David Smilde, un sociologo dell’Università di Tulane la cui vasta ricerca sul paese si è concentrata in parte sulla religione. “Una delle istituzioni che i venezuelani rispettano di più è la Chiesa cattolica. Questo limita quanto puoi agire.

    Hugo Chávez, fondatore dell’attuale Stato socialista in Venezuela, ha pubblicamente criticato la Chiesa. Ma il suo successore, il presidente Nicolás Maduro, è stato molto meno esplicito sulle trasgressioni dei sacerdoti e la Chiesa è diventata un intermediario tra il governo e l’opposizione.

    “Il nostro rapporto con la Chiesa è stato di mediazione e sostegno politico”, ha affermato Julio Borges, un politico dell’opposizione.

    Per i membri del clero che hanno abusato di minori, lo status della Chiesa sembra aver fornito protezione. Un sacerdote di Zulia, ad esempio, non ha trascorso del tempo in carcere nonostante fosse stato condannato per abusi sessuali aggravati su una ragazza di 12 anni. Un sacerdote nello stato di Falcón si è dichiarato colpevole di aver commesso un atto carnale nei confronti di una ragazza di 14 anni, ma gli sono stati concessi gli arresti domiciliari a condizione che stesse lontano dalla vittima. È tornato alla Chiesa, dove continua il suo ministero oggi.

    Per le vittime di questi casi, la vita è ancora una lotta. Di solito hanno poco supporto quando cercano di andare avanti.

    Sfidare il silenzio e l’impunità della Chiesa

    Mosquera lavora nella cittadina di Humocaro Alto, a circa 300 miglia a ovest di Caracas. È stato assegnato ad almeno due diverse parrocchie dal 1996, quando un ragazzo di 12 anni lo ha accusato di aver tentato di violentarlo sotto la minaccia delle armi, secondo i registri della polizia. Mosquera è stato infine assolto dall’accusa di tentato stupro.

    A gennaio, Mosquera ha confermato al Washington Post di rimanere un sacerdote lavoratore, ma ha rifiutato di rispondere a qualsiasi ulteriore domanda.

    Il suo ruolo attuale non sorprende l’avvocato che ha rappresentato il bambino di sei anni e ha contribuito a far condannare Mosquera. “La Chiesa ha davvero protetto il sacerdote. Gli hanno dato tutto il supporto”, ha detto l’avvocato Jorge Mendoza. Ha aggiunto che gli hanno fatto pressioni affinché si tirasse indietro: “L’arcivescovo di Barquisimeto mi ha detto che mi avrebbero scomunicato se avessi continuato a difendere il bambino”.

    L’arcivescovo è morto l’anno scorso. Il Rev. Oswaldo Araque, vicario generale di Barquisimeto, ha detto al Post che l’arcidiocesi è “attenta” nel recepire e agire sulle accuse contro i sacerdoti. Alla domanda sulla colpevolezza della Chiesa nel riportare al ministero un pedofilo condannato, ha detto che avrebbe indagato se fossero stati forniti dettagli. “Anche lo Stato è responsabile!”, ha detto. “Lo hanno lasciato andare”.

    Anche altri casi esaminati dal Washington Post si sono conclusi con, se non altro, un tempo minimo dietro le sbarre. In uno, un sacerdote nello stato di Mérida ha scambiato messaggi di testo con una ragazza di 13 anni, l’ha portata in una stanza d’albergo e l’ha baciata, secondo un tribunale. La ragazza ha testimoniato che ha cercato di sollevare la sua maglietta. I suoi avvocati hanno sostenuto che voleva partire con lui e che nessun atto sessuale è stato consumato. Nel 2006 è stato dichiarato non colpevole di atti osceni aggravati.

    Data la poca fiducia che hanno nelle forze di sicurezza o nei tribunali venezuelani che rispondono in modo rapido ed efficace alle denunce di abusi, alcune vittime hanno attirato l’attenzione sulla questione trasmettendo le denunce sui social network.

    Nel 2018, una richiesta di aiuto su Twitter ha contribuito a esporre un caso nello stato di Anzoátegui. “Prete pedofilo”, diceva il tweet, che poi ha nominato la parrocchia e ha implorato: “Aiutaci, Santità”. Il sacerdote Enrique Castro Azócar è stato arrestato l’anno successivo e accusato di abusi sessuali su due minori.

    La ricerca di giustizia è stata estenuante per il padre delle vittime. “Le nostre vite sono cambiate per sempre a causa di questo” , ha detto al Post Robing Damián Salazar, un falegname . “Sono stato molestato e minacciato, ho combattuto per i miei figli”.

    Castro si è dichiarato colpevole di due capi di imputazione per abusi sessuali su un bambino ed è stato condannato a cinque anni. Ma invece di andare in prigione, gli è stato concesso un tipo di libertà condizionale noto in Venezuela come misura sostitutiva della libertà. È stato rilasciato a condizione che stesse lontano dalle vittime, fosse curato da uno psicologo e si presentasse in tribunale ogni 30 giorni.

    I sostenitori delle vittime sostengono che la sentenza ha violato una sentenza del 2017 della Corte Suprema di Giustizia, la più alta corte del Venezuela, secondo cui le persone condannate per tali crimini non possono beneficiare di alternative all’incarcerazione. “Cose come queste riflettono lo stato di indifesa e impunità che prevale nel Paese”, ha affermato l’avvocato Carlos Trapani, capo dell’organizzazione per i diritti dei bambini Cecodap.

  • “Don Stanislao”. Il cardinale Dziwisz ha nascosto la pedofilia e ha preso per questo dei bei soldi?

    “Don Stanislao”. Il cardinale Dziwisz ha nascosto la pedofilia e ha preso per questo dei bei soldi?

    Il cardinale Dziwisz è un buon allievo di Giovanni Paolo II? Dopotutto, ha costruito la sua posizione e reputazione sul fatto di essere stato segretario personale di Papa Giovanni Paolo II in Vaticano per quasi 40 anni. Il papa polacco lo ha definito un uomo “insostituibile”.

    Oggi, però, emerge un volto diverso del cardinale dell’arcidiocesi di Cracovia. Lo si vede nel servizio “Don Stanislao”, visibile sulla piattaforma tvn24.pl e sul canale TVN24 (trasmissione: lunedì alle 20:30)

    Il giornalista Marcin Gutowski segue le tracce di Stanisław Dziwisz, ponendo domande chiave: il cardinale Dziwisz ha nascosto per anni la pedofilia, ha preso soldi per questo e ha tagliato fuori Giovanni Paolo II da questa conoscenza?

    Gutowski inizia la sua indagine in Polonia. Egli fornisce due esempi specifici: il prete Jan Wodniak, che anni fa avrebbe molestato e avuto rapporti con l’adolescente Janusz Szymik, e il prete Stefan D., che avrebbe molestato un chierichetto. Entrambi erano subordinati al cardinale a causa del rapporto subordinato-superiore.

    Si tratta di due casi documentati (ci sono testimoni pronti a testimoniare) in cui il cardinale Dziwisz era a conoscenza delle accuse contro i sacerdoti sotto il suo comando, ma non ha agito o lo ha fatto troppo tardi e senza risultati tangibili.

    Il nome di Dziwisz appare anche in altri scandali polacchi di alto profilo, tra cui: L’arcivescovo Juliusz Paetz di Poznań, che avrebbe molestato i seminaristi, e il parroco Michał M., che ha molestato sei ragazze a Tylawa. Ci sono anche accuse di insabbiamento e di insabbiamento dei pedofili.

    Dziwisz ha già risposto

    Cosa dice al riguardo il cardinale Dziwisz? In una famosa conversazione con Piotr Kraśko disse: – Non l’ho visto, non lo so, non ricordo, non lo so, non ne avevo conoscenza, ne ero escluso.

    La questione però va ben oltre la Polonia, perché il cardinale Dziwisz è stato una persona chiave in Vaticano durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

    Il giornalista francese Frédéric Martel, autore di “Sodomia”, dice in un servizio di TVN24:

    – Messico, Irlanda, Stati Uniti, Argentina. Ogni volta che si pone la questione di nascondere la pedofilia, viene sempre fuori il nome di Dziwisz. Lo sapeva. Resta un mistero se abbia informato Giovanni Paolo II.

    Marcin Gutowski ricorda il caso dei Legionari di Cristo. Il fondatore di questa organizzazione, il sacerdote messicano Marcial Maciel, e altri influenti legionari potrebbero aver sfruttato fino a 200 minori nel corso degli anni, compreso lo stesso Maciel, ultrasessantenne.

    Vittime dal Messico scrissero a Papa Giovanni Paolo II già nel 1997, quando il Vaticano nominò Maciel membro della… Commissione della Chiesa sulla Famiglia. Ma i lavori in Vaticano furono interrotti. Il papa polacco ha definito il pedofilo messicano “caro padre Maciel” e gli ha augurato “l’abbondanza dei doni dello Spirito Santo nel suo ulteriore servizio sacerdotale”.

    Maciel è stato destituito solo da Papa Benedetto XVI.

    Gutowski si rivolge al giornalista americano Jason Berry, il quale sostiene che Dziwisz e il cardinale Angelo Sodano hanno ricevuto ingenti somme di denaro dai Legionari di Cristo. Dziwisz avrebbe dovuto ricevere 50.000 dollari a testa per portare i ricchi alle messe papali nella cappella privata di Giovanni Paolo II nel Palazzo Apostolico.

    Nel 1998 i legionari avrebbero anche finanziato il ricevimento del cardinale Dziwisz per diverse centinaia di persone in un albergo romano in occasione della sua ordinazione episcopale. Di questo argomento si occupano, tra gli altri: sacerdote Tadeusz Isakowicz-Zaleski e Jason Berry. Alla festa avrebbe suonato la banda messicana el mariachi, composta dai Legionari di Cristo . I legionari finanziarono anche i successivi ricevimenti per Dziwisz. È grazie al cardinale se oggi operano in Polonia.

    Thomas Doyle, ex domenicano e impiegato della nunziatura in Vaticano: – Dziwisz è stato il principale attore quando si è trattato del denaro inviato dalle Legioni al Papa.

    Anche un altro vescovo accusato di pedofilia, l’arcivescovo di Washington Theodore McCarrick, avrebbe ricevuto centinaia di migliaia di dollari in Vaticano. Tuttavia, il rapporto vaticano su McCarrick non ha ancora visto la luce.

    Cosa sapeva Giovanni Paolo II? Dziwisz tace su questo argomento. Quando l’autore del reportage cerca di fissare un appuntamento con il cardinale, Dziwisz lo evita. Il portavoce di Dziwisz spiega al suo capo che “le domande gli fanno aumentare la pressione sanguigna”.

    Lo stesso Cardinale spiega nella relazione: – Ho servito la Polonia, ho servito la Chiesa, ho servito il Papa. E ora nella mia patria c’è un simile attacco contro di me? Per l’amor di Dio…

    https://teleshow.wp.pl/don-stanislao-czy-kardynal-dziwisz-tuszowal-pedofilie-i-bral-za-to-dobre-pieniadze-6573740828384128a
  • UN DITO DI IO di Emilio Grimaldi

    UN DITO DI IO di Emilio Grimaldi

    Un dito di io, di Emilio Grimaldi, è il cammino della mia coscienza che si svela fino alla verità. Torna indietro con l’unico desiderio di guardare in avanti. Quando è iniziato avevo già scalpellato qualcosa con Il giovane Emilio e I papaveri viola, ma non avevo ancora raggiunto il cuore. Ora provo un senso di pace perché vedo il passato in modo diverso, non più costipato in gattabuia, ma luminoso e vivace, che mi indica ogni volta altre sfumature sulla verità che nel frattempo ho imparato ad abbracciare.

    Emilio Grimaldi: Chierichetto, seminarista, studente lavoratore maledetto in quel di Roma e giornalista ridotto al silenzio in Calabria: la sua penna gli cuce addosso un vestito nuovo. Ora è padre.

    Collana: IO
    con prefazione di Angela Ales Bello e introduzione di Domenico Mauro
    pubblicato a ottobre 2021 – pagine 157 – € 18,00

    Acquista il libro cliccando qui

  • Monaco di Baviera: in arrivo il rapporto sugli abusi. Ratzinger nella bufera

    Monaco di Baviera: in arrivo il rapporto sugli abusi. Ratzinger nella bufera

    Ludovica Eugenio 40929 MONACO-ADISTA. Joseph Ratzinger, quando era vescovo di Monaco, non sapeva nulla del caso del prete pedofilo Peter H., attivo nella sua diocesi, quindi non è responsabile: lo afferma il suo segretario personale, mons. Georg Gänswein. Ma secondo gli esiti di un’inchiesta del settimanale tedesco Die Zeit (2/2022) la verità è un’altra: Ratzinger sapeva eccome, ma non ha fatto nulla. E poco o nulla hanno fatto i suoi successori a Monaco, compreso il card. Reinhard Marx: la parola definitiva verrà dalla ormai prossima pubblicazione (prevista per il 20 gennaio) dei risultati di un’indagine indipendente dello studio legale di Monaco Westpfahl Spilker Wastl, svolta con lo scopo di chiarire se gli arcivescovi di Monaco e Freising e i loro dipendenti tra il 1945 e il 2019 abbiano insabbiato casi di abusi sessuali, permettendo che gli autori continuassero indisturbati o trattato le vittime in modo non adeguato. L’indagine, voluta dall’attuale arcivescovo di Monaco card. Reinhard Marx, riguarda ovviamente anche quest’ultimo, così come il suo predecessore, il card. Friedrich Wetter, e il predecessore di questi, Joseph Ratzinger, a capo della diocesi dal 1977 al 1982. D’altronde, Marx nel giugno scorso aveva dato le dimissioni da vescovo – poi rifiutate da papa Francesco (v. Adista online, 4/6/21) – perché sapeva di non essere stato impeccabile nella gestione dei casi di abuso: intendeva «assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni». Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni, dichiarava, «mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale sia errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico” ». Tutto sembrerebbe dargli ragione, e non è affatto escluso, come egli stesso ha anticipato accettando di continuare il suo mandato, che in futuro, non potendo più «svolgere questo servizio», possa decidere «per il bene della Chiesa e di presentare nuovamente le mie dimissioni» (v. Adista online 25/7/21). A giudicare dalle anticipazioni nell’inchiesta di Die Zeit, si sta preparando il prossimo terremoto nella Chiesa tedesca.

    Il caso Peter H. e le responsabilità della gerarchia

    In questo contesto, il caso del prete Peter H. è di particolare rilevanza: costui, tra il 1973 e il 1996, come giovane cappellano e poi parroco nella zona della Ruhr, ha abusato di almeno 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni; godeva di particolare credito e fiducia, e la gerarchia non ha fatto nulla per fermarlo.

    Die Zeit racconta come la Chiesa abbia condotto un suo procedimento penale amministrativo nei suoi confronti del prete, conclusosi con un “decreto extragiudiziale” di 43 pagine del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, emesso il 9 maggio 2016 e firmato dal capo del tribunale ecclesiastico di Monaco, Lorenz Wolf. Peter H. fu condannato a pagare una somma alla fondazione per bambini Tabaluga. Gli fu risparmiata la pena massima, il “licenziamento” dal clero.

    Il documento del tribunale afferma che vescovi e vicari generali a Monaco ed Essen – diocesi originaria del prete – non sono stati all’altezza della loro «responsabilità verso i bambini e i giovani affidati alla loro cura pastorale». Il nome di Ratzinger viene fuori più volte, poiché durante il suo mandato come arcivescovo, Peter H. si trasferì da Essen nell’arcidiocesi di Monaco, dove abusò di nuovo di ragazzi. Dal decreto si evince che pur essendo l’allora arcivescovo e cardinale Joseph Ratzinger e il suo Consiglio episcopale a conoscenza della situazione relativa all’ammissione a Monaco di Peter H, non fu avviata da Ratzinger né dal suo successore un’indagine preliminare, e nemmeno un procedimento penale ecclesiastico. Ma Gänswein, alla domanda di Die Zeit se Ratzinger fosse a conoscenza del caso, risponde: «L’affermazione che fosse a conoscenza dei precedenti (accuse di violenza sessuale) al momento in cui è stata presa la decisione di ammettere il sacerdote H. è falsa. Non era a conoscenza del suo background». Il che, se fosse vero, sarebbe comunque grave. Ma alla domanda se Ratzinger non abbia fatto nulla dopo l’ingresso in diocesi di Peter H., nel 1980, Gänswein non risponde. Eppure, quando nel 1982 divenne prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Ratzinger, che doveva ormai essere a conoscenza del caso, non fece nulla e non chiese nulla al suo successore. Insomma: se Ratzinger non aveva denunciato il caso a Roma da Monaco, avrebbe dovuto almeno richiederlo da Roma a Monaco.

    Peter H. fu inviato da Essen a Monaco nel 1980 con una diagnosi di “Disturbo narcisistico di base con pedofilia ed esibizionismo”. Venne assegnato a una scuola femminile, su consiglio dei superiori, dal Consiglio episcopale. Nel 1982 venne spostato a Grafing e salutato con grandi elogi per aver «triplicato il numero dei chierichetti in due anni». Anche nella nuova destinazione compì abusi, ma venne sostenuto dal successore di Ratzinger, Wetter, e dal suo vicario generale Gruber, che con un’espressione contorta affermo che «senza pubblicità particolare, il suo riutilizzo altrove non è assolutamente impossibile». Ciononostante, nel 1986 H. fu dichiarato colpevole di aver abusato di undici ragazzi di età compresa tra 13 e 16 anni. Il tribunale distrettuale di Ebersberg lo condannò a 18 mesi di libertà vigilata e a una multa di 4.000 marchi tedeschi. Una settimana dopo, il cardinale Wetter e il vicario generale Gruber decisero di reintegrarlo: nel 1987 è viceparroco nel paesino di Garching an der Alz, dovrà continuerà a vivere per i successivi 21 anni. Nuove accuse di abusi arrivano nel 2006 da un ex chierichetto abusato 30 anni prima, Wilfried Fesselmann, ma solo nel 2010 emerge che gli atti per cui è accusato, prescritti dal diritto penale, sono ancora perseguibili dal diritto canonico. Peter H. rilascia una confessione parziale; nel frattempo, Monaco ha dal 2008 un nuovo arcivescovo: Reinhard Marx.

    Il sacerdote venne nuovamente esaminato da uno psichiatra dalla fama piuttosto controversa, Friedemann Pfäfflin, secondo il quale H. non era un pedofilo, ma un efebofilo che dopo il 1986 non aveva più avuto ricadute: un errore, come poi si scopre. Il decreto di Wolf afferma: «In conclusione, l’esperto non vede restrizioni necessarie per quanto riguarda l’ulteriore utilizzo del pastore H. nel servizio ecclesiastico».

    Salvate papa Ratzinger

    Nel 2008 l’arcidiocesi era dunque pienamente a conoscenza della confessione parziale di H., ma invece di applicare il diritto canonico e avviare un’indagine, Marx trasferisce il prete nella cittadina bavarese di Bad Tölz: è il terzo cardinale a non fermarlo. Nel 2010, quando lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati dal clero esplode in Germania in tutta la portata, la Congregazione per la Dottrina della Fede – guidata dal prefetto card. Gerhard Ludwig Müller – incarica Marx di «indagare scrupolosamente» le accuse contro H. Prende dunque l’avvio un’indagine preliminare canonica, ma l’investigatore, scrupolosamente, evita di andare a fondo: Wolf in seguito espresse il sospetto, nel decreto del 2016, che ci fosse stata «una notevole pressione politico-ecclesiale» sulle indagini. Nel 2010, l’arcidiocesi incaricò per la prima volta lo studio legale Westpfahl Spilker Wastl di condurre un’inchiesta, i cui dati furono sintetizzati sulla stampa in forma anonima. Responsabile, in quel momento, era già un nuovo vicario generale, Peter Beer, ora professore a Roma presso il Centro per la protezione dell’infanzia della Pontificia Università Gregoriana. E mentre Marx chiedeva alla Chiesa pentimento, purificazione e rinnovamento, a Essen, formalmente ancora la diocesi natale di Peter H., sin dal suo insediamento nel 2009 il vescovo Franz-Josef Overbeck ha cercato di affrontare i casi di abusi in modo responsabile. È lui che finalmente ordina l’allontanamento temporaneo di H., l’11 marzo 2010; nel 2012, insieme a Marx, raccomandò alla Congregazione per la Dottrina della Fede di rimuovere Peter H. dal sacerdozio. Ma anche qui, senza totale trasparenza: con un semplice atto amministrativo, senza alcun procedimento di diritto canonico. Perché? Perché il caso H. era una bomba a orologeria per Ratzinger, allora papa: lo scriveva candidamente Marx l’8 novembre 2012 in una nota di cui Die Zeit è entrata in possesso. Il caso, affermava Marx, «ha suscitato scalpore mondiale nei media perché si sospettava che l’allora arcivescovo di Monaco e Frisinga, oggi papa Benedetto XVI, avesse almeno condiviso la responsabilità della sua gestione». E «sebbene queste accuse siano state invalidate, c’è da aspettarsi che vengano riprese in caso di procedimento penale da parte della Chiesa». In sostanza: facciamola breve, in modo tale che sulla responsabilità di Ratzinger cali il silenzio.

    Il card. Müller rifiutò la scorciatoia proposta dai due vescovi tedeschi, scegliendo un’altra strada che tuttavia aveva la stessa finalità: l’arcidiocesi di Monaco, disse, deve condurre «procedimenti extragiudiziali con mezzi amministrativi». Ossia, senza sentire testimoni.

    La procedura arrivò sulla scrivania di Lorenz Wolf, che nel febbraio 2015 iniziò a lavorarci. Il 9 maggio 2016 il decreto è pronto. Soddisfatta anche la Congregazione per la Dottrina della Fede: «Il caso è chiuso e sarà archiviato», scrisse Müller il 10 aprile 2017 in una lettera a Marx contrassegnata come “strettamente confidenziale”. Il decreto non sarà pubblicato.

    La dimostrazione del fallimento

    Die Zeit ha sottoposto il decreto a due professori di diritto canonico, Norbert Lüdecke di Bonn e Bernhard Anuth di Tubinga. La loro valutazione è che esso sia stato elaborato «con cura in termini di diritto canonico. Ma in questa veste formale rappresenta anche di più, ovvero la documentazione del palese fallimento di diversi vescovi nel trattare gli atti di abuso». E Benedetto? Le sue azioni non mostrano un senso di responsabilità commisurato alla dignità dell’episcopato: «Nessun buon pastore si comporta così», dice Anuth.

    Nell’attesa della pubblicazione del rapporto Westpfahl Spilker Wastl, resta la domanda se Wolf sia stato indulgente con Peter H., recidivo e dunque meritevole della pena più grave, la dimissione dallo stato clericale. Sta di fatto che nel frattempo, l’anno scorso, il prete pedofilo ha dovuto lasciare Monaco ed è tornato nella zona della Ruhr. 74enne, ora viene regolarmente visitato da un sessuologo, uno psicoterapeuta, un assistente sociale e uno psicologo pastorale; «Si dice che raramente osi uscire per strada», scrive Die Zeit. Ma a pochi chilometri dalla casa di Peter H., l’ex chierichetto Wilfried Fesselmann ha un solo desiderio: «Suonare il campanello di H. e affrontarlo».

    https://www.adista.it/articolo/67361

  • Prete pedofilo, la diocesi chiede perizia choc in Tribunale: «Il chierichetto vittima è gay e ha provato piacere?»

    Prete pedofilo, la diocesi chiede perizia choc in Tribunale: «Il chierichetto vittima è gay e ha provato piacere?»