Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: chierichetto

  • Presunte violenze sessuali su minorenni, inchiesta verso il trasferimento a Savona

    Presunte violenze sessuali su minorenni, inchiesta verso il trasferimento a Savona

    Inchiesta verso il trasferimento alla Procura di Savona quella che indaga su presunti abusi commessi da don Andrea Melis, prete e direttore di una scuola religiosa genovese, nei confronti di un chierichetto e di altri minori. I primi episodi sarebbero infatti avvenuti a Finale Ligure dove Melis è parroco di una chiesa e dove sarebbero avvenuti i primi contatti e dunque i primi reati.

    Ieri il parroco si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al giudice Milena Catalano che conduce sin qui le indagini e successivamente è stato trasferito agli arresti domiciliari in una comunità religiosa di Chiavari, lontano da scuole e impianti sportivi frequentati da ragazzini come era invece avvenuto per la prima sede degli arresti.

    Le denunce e l’apertura della prima parte delle indagini è avvenuta a Genova poichè la prima vittima che ha denunciato si era trasferita nel corso del tempo dal savonese al capoluogo ligure e qui il parroco l’avrebbe ricontattato e sottoposto a nuovi abusi.

    IL “caso” sta suscitando grande clamore in Liguria e non solo perchè don Andrea Melis, dell’ordine degli Scolopi era piuttosto noto in Liguria per i suoi incarichi di preside della scuola religiosa Assarotti, ed era coordinatore regionale di Fidae, la Federazione degli istituti cattolici primari e secondari.

    La Curia genovese lo ha immediatamente sospeso all’evidenziarsi delle prime indagini e, oltre alle violenze su un chierichetto, il parroco è sospettato di altre violenze su almeno altri due suoi ex studenti e si teme possa aver intrattenuto relazioni inopportune, se non vere e proprie violenze, su altri ragazzini, irretiti con regali costosi, denaro e sigarette elettroniche.

    Le forze dell’ordine che indagano sul caso invitano le famiglie ad uscire allo scoperto anche perché il parroco potrebbe essere sieropositivo ed aver trasmesso il virus dell’HIV durante rapporti non protetti.

    Presunte violenze sessuali su minorenni, inchiesta verso il trasferimento a Savona

  • Prete arrestato per abusi sessuali su minori, per i carabinieri il posto scelto dalla Curia per i domiciliari è troppo vicino alle scuole

    Prete arrestato per abusi sessuali su minori, per i carabinieri il posto scelto dalla Curia per i domiciliari è troppo vicino alle scuole

    Il posto scelto dalla Curia genovese per i domiciliari di padre Andrea Melis, il sacerdote arrestato per violenza sessuale su minore, non è quello più adatto. Troppo vicino alle scuole elementari e a una scuola di danza. Troppo vicino a bambini e ragazzini e dunque possibili vittime. Per questo i carabinieri hanno scritto una nota al giudice per le indagini preliminari Milena Catalano per dirle che il prete «non può stare nella comunità comunità religiosa dei Padri Scolopi a Chiavari». A questo punto la Curia potrebbe scegliere un luogo diverso.

    Padre Melis, appartenente all’ordine dei Padri Scolopi, direttore della scuola elementare della Fondazione Assarotti e presidente della Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie, è stato arrestato venerdì. Accusato di abusi su un chierichetto di 12 anni. Violenze che sarebbero andate avanti per anni, fino al mese scorso. In cambio il prete dava soldi, videogiochi, vestiti griffati, sigarette elettroniche. Ma il parroco avrebbe tentato approcci anche con altri sette ragazzini, alcuni anche suoi ex alunni della Assarotti. Attirati nel suo appartamento sempre con regali.

    I carabinieri sono convinti che i casi possano essere molti di più e per questo lanciano un appello: chi ha subito approcci o violenze si faccia avanti e denunci tutto. Intanto gli investigatori hanno scoperto che le sigarette elettroniche che padre Melis regalava potrebbero essere di provenienza illecita visto che avrebbero un contenuto di nicotina di gran lunga superiore al limite consentito.

    Nella sua ordinanza la giudice ha usato parole durissime per descrivere il comportamento predatorio di quello che doveva essere una guida spirituale e che invece si è dimostrato un predatore sessuale della peggiore specie. Ha agito sotto «la spinta di impulsi perversi», carpendo la fiducia dei «ragazzini attirandoli a casa sua, vicino le chiese» e facendoli «accedere a tutto ciò che un adulto proibisce». La sua pericolosità, secondo la giudice, «non è connessa esclusivamente alla sua qualità di sacerdote e di insegnante, da cui è sospeso, ma anche alla sua capacità, acquisita proprio per effetto delle professioni svolte, di avvicinarsi ai minori, di farsi capire dagli stessi, ponendosi come loro amico e complice». Mercoledì è fissato l’interrogatorio per padre Melis, ma non è detto che dirà una parola.

    https://genova.repubblica.it/cronaca/2024/08/05/news/prete_arrestato_abusi_sessuali_minori_domiciliari_vicino_scuole-423433015/

  • Abusi su minori in cambio di regali, un prete arrestato a Genova

    Abusi su minori in cambio di regali, un prete arrestato a Genova

    Regali che arrivavano dopo gli abusi sessuali. Con questa accusa un prete è stato arrestato dai carabinieri di Genova. Dalle indagini, coordinate dal pm Federico Panichi, sarebbe emerso che la vittima era un ragazzino che faceva il chierichetto.

    Il sacerdote, come anticipato dal Secolo XIX, avrebbe anche tentato di baciare due giovani, dopo avere regalato loro una sigaretta elettronica.

    Agli arresti domiciliari in una comunità del levante genovese è finito padre Andrea Melis, sessant’anni, originario di Cagliari ma da anni trapiantato in Liguria. La Curia lo ha sospeso dopo che nei giorni scorsi era stato perquisito l’alloggio dove viveva.

    Appartenente all’Ordine dei Padri Scolopi, era direttore della Scuola elementare e della Fondazione Assarotti nel capoluogo ligure, in salita San Bartolomeo degli Armeni; ed era presidente di Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie) oltre che parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Finale Ligure in provincia di Savona.

    Le accuse sono di violenza sessuale su minorenne, prostituzione minorile e tentata violenza aggravata. La misura cautelare è scattata solo per il primo reato, gli abusi reiterati ai danni di un dodicenne. Sulle altre due accuse a carico del religioso, il gip ha in sostanza rimandato la valutazione a ulteriori sviluppi investigativi. Melis è difeso dagli avvocati Raffaele Caruso e Graziella Delfino. Nella sua abitazione gli investigatori hanno sequestrato farmaci per la stimolazione sessuale ma anche capi di abbigliamento griffati e una fornitura di sigarette elettroniche.

    L’Arcidiocesi di Genova: ‘Vicinanza alle vittime di padre Melis’ 

    Monsignor Silvio Grilli, coordinatore Ufficio Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Genova, interviene sul caso del prete arrestato con l’accusa di abusi su minori. “In merito a quanto riportato su mass media circa l’arresto di Padre Andrea Melis, dei Padri Scolopi, accusato di abusi su minori, si esprime il dolore per i fatti denunciati e la vicinanza a chi ne è stato vittima e ai loro familiari”.

    “Quando a suo tempo si è avuto notizia dei fatti poi denunciati, l’Arcidiocesi di Genova, la Diocesi di Savona e l’Ordine Religioso hanno prontamente avviato la procedura canonica prevista in questi casi, informando il competente Dicastero Vaticano. Nei confronti del religioso sono stati presi da tempo i provvedimenti previsti dalla legge canonica e si è collaborato con le forze dell’ordine”.

    https://www.ansa.it/liguria/notizie/2024/08/03/abusi-su-minori-in-cambio-di-regali-prete-arrestato-a-genova_09d034eb-b4fd-42d9-82c6-fe85f2caf9c4.html

  • Abusi sessuali su ragazzino in cambio di ricariche, abiti e videogiochi: chi è Padre Andrea Melis, il noto prete arrestato

    Abusi sessuali su ragazzino in cambio di ricariche, abiti e videogiochi: chi è Padre Andrea Melis, il noto prete arrestato

    Il presunto “orco” indossava la tonaca. E le accuse sono pesanti come macigni. Ricariche sulla Postapay, abiti griffati, videogiochi. Regali che arrivavano dopo gli abusi sessuali. Con questa accusa un prete è stato arrestato dai carabinieri di Genova. Dalle indagini, coordinate dal pm Federico Panichi, sarebbe emerso che la vittima era un ragazzino che faceva il chierichetto. Il sacerdote avrebbe anche tentato di baciare due giovani, dopo avere regalato loro una sigaretta elettronica. La notizia trova oggi ampio spazio sui quotidiani liguri.

    Agli arresti domiciliari in una comunità del levante genovese è finito padre Andrea Melis, sessant’anni, originario di Cagliari ma da anni trapiantato in Liguria. Il sacerdote è un nome noto a Genova. La Curia lo ha sospeso dopo che nei giorni scorsi era stato perquisito l’alloggio dove viveva. Appartenente all’Ordine dei Padri Scolopi, era direttore della Scuola elementare e della Fondazione Assarotti nel capoluogo ligure, in salita San Bartolomeo degli Armeni; ed era presidente di Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie) oltre che parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Finale Ligure in provincia di Savona.

    Le accuse sono pesantissime: violenza sessuale su minorenne, prostituzione minorile e tentata violenza aggravata. La misura cautelare è scattata solo per il primo reato, gli abusi reiterati ai danni di un ragazzino di meno di 14 anni. Sulle altre due accuse a carico del religioso, il gip ha, in sostanza, rimandato la valutazione a eventuali ulteriori sviluppi investigativi. Padre Andrea Melis è difeso dagli avvocati Raffaele Caruso e Graziella Delfino. Nella sua abitazione gli investigatori hanno sequestrato farmaci per la stimolazione sessuale, ma anche capi di abbigliamento griffati e una fornitura di sigarette elettroniche.

    Gli episodi di cui è accusato Melis non sono avvenuti nella scuola, né in ambienti educativi gestiti dai Padri Scolopi, bensì durante l’attività pastorale svolta personalmente dal sacerdote.

    https://www.today.it/cronaca/arrestato-padre-andrea-melis.html

  • Una vittima di abusi sessuali nella chiesa è stata risarcita, ma non è merito della Cei

    Una vittima di abusi sessuali nella chiesa è stata risarcita, ma non è merito della Cei

    Editoriale DOMANI – Si chiama Piero Brogi ed è l’unico italiano vittima di abusi ad essere stato apertamente risarcito dalla chiesa. Non in seguito alla sentenza di un tribunale, né con un accordo privato, ma esplicitamente come indennizzo per essere stato abusato da un sacerdote quando aveva nove anni.

    Brogi, pur avendo subito violenza in Italia da un prete di Roma, don Angelo Pio Loco Boscariol, non è stato risarcito dalla chiesa italiana ma da quella francese, che lo ha fatto rientrare – in via del tutto eccezionale – nel programma di ascolto e indennizzo delle vittime di abuso clericale dell’Inirr, l’Instance nationale de reconaissance et de réparation, una commissione istituita dai vescovi francesi in seguito alla pubblicazione del rapporto Ciase nell’ottrobre 2021. Secondo quanto riportato dalla Ciase, la Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa che ha agito su mandato dei vescovi francesi, sono 216mila i minori vittima di violenza da parte di preti o religiosi cattolici in Francia fra il 1950 e il 2020 (il numero sale a 330mila se si considerano anche i laici che lavorano nelle istituzioni della chiesa cattolica), mentre i sacerdoti pedofili sono circa tremila.

    La vicenda di Brogi, che oggi vive a Lione e ha la doppia nazionalità, non è certo lineare. Nel 2015 scrive alla parrocchia dei santi Aquila e Priscilla di Roma, raccontando quello che gli è successo fra quelle mura quando era chierichetto, ma il parroco don Santino Quaranta non gli risponde. «Allora mi sono rivolto agli scout, all’associazione parrocchiana dei genitori e anche al cardinale Angelo De Donatis, vicario di Roma, ma mi hanno ignorato», dice Brogi. Dal silenzio alla beffa: a Natale 2016 nel presepe della parrocchia compare una statuetta del prete pedofilo. «È stato come ricevere uno schiaffo in faccia», commenta Brogi a Domani. Per sollecitare una reazione della chiesa, decide di intentare una causa civile per avere un risarcimento: a quel punto il parroco reagisce dicendo che il sacerdote accusato è ormai morto e che la parrocchia è «totalmente estranea, in punto di fatto e in punto di diritto, alle vicende ascritte», terminando la lettera con una «paterna benedizione». Esasperato, Brogi prova a fare richiesta alla commissione francese ma il suo caso non viene ritenuto di competenza dell’Inirr perché l’abuso è avvenuto in Italia. Lui non si arrende e scrive al presidente Macron, minacciando di rivolgersi alla Corte europea dei diritti umani e perfino di incatenarsi all’arcidiocesi di Lione. L’arcivescovo Olivier de Germay si prende a cuore la sua storia e dopo poco tempo Brogi è infine convocato e risarcito dall’Inrr. «Hanno ritenuto che ci fosse una colpevolezza del prete – commenta Brogi – Non basta certo a ripagarmi della sofferenza patita in tutti questi anni, ma almeno qualcuno mi ha ascoltato».

    Se Parigi si è mossa, infatti, Roma è rimasta ancora una volta immobile. In fatto di risarcimenti alle vittime, la chiesa italiana per ora se l’è cavata perlopiù con accordi sottobanco di 25mila euro con la clausola di riservatezza (come abbiamo raccontato su Domani). La Cei, che non ha promosso un’inchiesta indipendente sugli abusi nella chiesa ma sta conducendo un’indagine interna limitata al lavoro dei Servizi diocesani per la tutela dei minori, ha espressamente evitato di parlare di risarcimenti alle vittime. Lo stesso presidente dei vescovi, il cardinale Matteo Zuppi, al momento del suo insediamento, nel maggio 2022, sul punto era stato vago e aveva soltanto detto che «nei centri diocesani si fa accompagnamento psicologico gratuito a chi lo richiede». Una linea, se così si può dire, confermata il 17 novembre 2022 in occasione della presentazione del primo report nazionale sugli abusi da monsignor Giuseppe Baturi: «come Conferenza episcopale non abbiamo articolato forme più precise di aiuto», aveva infatti dichiarato il segretario generale della Cei.

    D’altronde lo stesso Zuppi non ha mai nascosto le sue riserve sul lavoro svolto dalla Ciase, ritenuto poco affidabile perché basato non su dati certi ma su proiezioni statistiche. Diffidenza condivisa da papa Francesco, che due anni fa ha rinviato a data da destinarsi il previsto incontro con il presidente della Ciase, Jean-Marc Sauvé, e il 28 novembre scorso non ha voluto ricevere in udienza suor Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia, e Antoine Garapon, che accompagnavano un gruppo di vittime della congregazione Frères Saint-Gabriel. Garapon è il presidente della Crr, la Commission Reconnaissaince e Réparation, l’omologa per i religiosi di quello che l’Inirr è per i sacerdoti diocesani, e Margron, in quanto presidente dei religiosi di Francia, è colei che ha dato mandato alla Crr di occuparsi della “riparazione” degli abusi e del conseguente risarcimento. Il mancato incontro sembra confermare la freddezza che Francesco ha sempre riservato alla “via francese” che, con la sua trasparenza e radicalità di approccio ha evidenziato la dimensione sistemica delle violenze sessuali sui bambini nella Chiesa cattolica. Certo è che i vescovi italiani sembrano molto attenti a non addentrarsi nella spinosa questione dei soldi, perché fin troppo consapevoli di quello che accade in altri paesi quando le vittime cominciano a chiedere un risarcimento economico per quello che hanno subito.

    Appena oltralpe, la Chiesa francese sta cominciando a fare letteralmente i conti di quanto costano i preti pedofili. I numeri aggiornati a ottobre 2023 indicano che hanno interpellato la Crr 801 persone, di cui 313 hanno ricevuto un risarcimento, per una cifra totale che supera gli undici milioni; 1186 persone si sono invece rivolte all’Inirr (dati del marzo 2023), di cui 190 sono state risarcite con una cifra media di 37mila euro (il massimo è 60 mila euro):  le due commissioni hanno finora sborsato più di diciotto milioni di euro per soli 503 casi. I soldi  arrivano da un fondo di solidarietà, il fondo Selam, istituito dalla conferenza dei vescovi nel luglio 2021. Alla sua costituzione, questo fondo aveva all’attivo venti milioni, cinque dei quali erano destinati a risarcire le vittime di abuso, ma è stato subito evidente che sarebbero bastati appena per un acconto. «Non abbiamo certo denaro nascosto in cantina!», aveva detto il presidente della conferenza episcopale francese Éric de Moulins-Beaufort, lasciando intendere che per i risarcimenti ci si doveva affidare alle donazioni (dei vescovi certo, ma anche dei fedeli). Un’inchiesta di France 2, però, ha fatto i conti in tasca alla chiesa nazionale e ha verificato che la cifra messa a disposizione dei sopravvissuti non è che l’1% del suo patrimonio, stimato intorno agli otto miliardi: la sola diocesi di Lione ha 84,3 milioni di beni immobili e quella di Parigi arriva a 238,8 milioni di euro, con ben 737 immobili.

    Oltreoceano, il problema è ben chiaro da anni. Un’ondata di cause legali ha travolto la Chiesa cattolica negli Stati Uniti dopo che, nel 2019, è stata permessa una finestra di deroga di tre anni alla prescrizione per gli abusi sui minori. Per far fronte alle richieste di risarcimento, molte diocesi hanno fatto ricorso al Capitolo 11, una norma del diritto fallimentare che permette di stipulare una sorta di concordato preventivo, in cui viene garantita la liquidazione dei debiti con un risarcimento forfettario; l’azienda o l’istituzione rimangono però in funzione, «con i loro meccanismi di guadagno e i loro segreti legali nascosti», come precisa David Clohessy, ex direttore di Snap, la più grande rete di sostegno ai sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti degli Stati Uniti. Questo non significa che la Chiesa non abbia i mezzi per pagare: «nessuna diocesi è senza soldi – precisa Clohessy – i funzionari della Chiesa affermano di essere in rosso, ma in realtà ciò che temono davvero è il contenzioso con le vittime, e in particolare il dover affrontare domande difficili, sotto giuramento, su quanto sapevano e quanto poco hanno fatto per fermare i crimini sessuali commessi dai preti sui minori».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/una-vittima-di-abusi-sessuali-nella-chiesa-e-stata-risarcita-ma-non-e-merito-della-cei-l4m1mddf

  • “Il diavolo era in quell’edificio”: gli oscuri segreti degli orfanotrofi della chiesa di New Orleans

    “Il diavolo era in quell’edificio”: gli oscuri segreti degli orfanotrofi della chiesa di New Orleans

    Questa è la puntata finale di una serie in tre parti che esplora come il fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans si distingue da altri casi del suo genere. La prima rata è andata in onda mercoledì 29 novembre 2023 e la seconda è andata in onda venerdì 1 dicembre .

    Chiamala Sheila.

    Non vuole che il suo nome venga utilizzato a causa della testimonianza in tribunale che ha reso come assistente sociale statale che ha contribuito a mettere in prigione uomini che hanno abusato delle loro famiglie. Ora è in pensione, ma è ancora una salvatrice per natura.

    In un pomeriggio recente è tornata al Madonna Manor, l’ orfanotrofio cattolico in un edificio in stile revival coloniale spagnolo, ora chiuso, a diverse miglia da New Orleans attraverso il fiume Mississippi. “Un luogo riverente”, sospirò, “ma è anche una scena del crimine.”

    Guardò l’asse di legno che copriva una finestra. I procioni ora nidificavano nelle stanze che un tempo erano il dormitorio per i ragazzi sotto i 12 anni al Madonna Manor. Gatti selvatici vagavano per i cortili vuoti dove a volte si accampavano i senzatetto.

    “Ho provato. Ho fatto tutto quello che potevo per far arrestare quell’uomo”, ha detto, riferendosi a Harold Ehlinger, che viveva in un dormitorio quando il suo lavoro quotidiano era dare consulenza ai ragazzi al Madonna Manor decenni fa.

    Sul lato opposto del Barataria Boulevard, un’altra struttura missionaria spagnola ospitava i ragazzi più grandi e adolescenti: Hope Haven, un nome grondante ironia come cera di candela visto l’inferno descritto nelle cause legali delle vittime contro l’ arcidiocesi di New Orleans .

    Gli edifici deformati dall’incuria sorgono su vaste aree verdi – beni potenzialmente considerevoli nella protezione dalla bancarotta che questa arcidiocesi ha cercato nel 2020, affrontando cause legali per vittime di abusi. Il caso della Chiesa ora supera le 500 denunce di abuso, il cui potenziale valore dipende dalla sopravvivenza di una recente legge “retrospettiva” della Louisiana che ha eliminato i termini di presentazione delle domande per le vittime.

    Stanno emergendo i contorni di una cultura religiosa criminale sotterranea con circa 100 denunce di abusi incentrate sui due orfanotrofi.

    La gravità delle sofferenze a Hope Haven e Madonna Manor spiega probabilmente perché 23 di questi ricorrenti, già tra i più vulnerabili ed emarginati della società, hanno avuto problemi legali e sono stati incarcerati – i loro casi sono tra quelli portati avanti dallo studio legale dell’avvocato del processo di New Orleans Frank E. Lamothe.

    “La gente scappava, a volte in gruppi”, ha detto un ex residente, non tra i clienti di Lamothe, con la sua causa contro gli orfanotrofi pendente, sotto uno pseudonimo.

    Chiamatelo Leon. Nato nel 1971, fu mandato a Madonna Manor da una famiglia divisa alla fine del 1982 o 1983 – non si sa esattamente quando. “Invece di subire abusi, scappavo – troppe volte per poterle contare”, ha detto. “La polizia ti riporterebbe indietro. Era praticamente una prigione.

    Un fratello religioso di nome Harold Ehlinger è accusato di abusi sessuali su minori in diverse cause legali pendenti contro la chiesa e la Catholic Charities, che gestiva le due strutture, utilizzando fondi pubblici della United Way e del governo locale.

    Nell’autunno del 1980, Sheila aveva appena conseguito un master in servizi sociali presso l’Università di Tulane quando andò a lavorare al Madonna Manor. Nella consulenza e nella terapia di gruppo ha scoperto ragazzi arrabbiati, cinici e che agivano per gli abusi sessuali da parte del fratello Harold nella sua stanza privata all’interno del dormitorio. I ragazzi hanno accettato di rilasciare le sue dichiarazioni: lei ha registrato le interviste.

    Quando Sheila bussò alla sua porta, Ehlinger rispose in accappatoio, con dentro un bambino agitato. Ehlinger era “furiosa nel vedermi”, ha ricordato.

    Lo ha detto al suo supervisore. Il supervisore la fece incontrare con un prete che ascoltò gravemente e accettò la sua documentazione. Ehlinger è scomparso. Era sollevata. Nel 1982, accettò un lavoro meglio retribuito presso lo stato della Louisiana.

    Sheila, l’informatrice, se n’era andata quando arrivò Leon. Le autorità della Chiesa avevano permesso al fratello Harold di risiedere in un cottage vicino a Hope Haven.

    “Il fratello Harold era come il capo”, continuò Leon. “Una volta che vieni preso di mira, ricevono unità di blocco. Ti metterebbero un cuscino sulla faccia così non puoi sentire cosa sta succedendo. A volte indossavano maschere per nascondere la [loro] identità così non sapevi chi ti aveva violentato.

    “Ti portavano alla Torre Nera – così chiamavamo la chiesa, la cattedrale che avevano nella proprietà. Scappando da Madonna Manor, volevi solo essere altrove. Stai ancora andando in un ambiente violento, ma è stato l’orrore di essere aggredito sessualmente, come se il diavolo fosse nell’edificio.

    La causa di Leon riguarda percosse e aggressioni sessuali da parte di diversi uomini. “Il fratello Harold compiva qualche forma di carezze, palpeggiamenti o molestie nei confronti di [Leon] quasi ogni giorno”, si legge nella denuncia.

    “Quando sono uscito”, ha detto al Guardian, “ero come merce danneggiata”.

    A metà degli anni ’80, Sheila stava passando davanti a una scuola cattolica. Vide Ehlinger, circondato da bambini, che li guidava sugli scuolabus. Era sbalordita. “Pensavo ingenuamente che lo avessero consegnato alla polizia o che lo avessero cacciato dal ministero.”

    Ehlinger era uno in un corteo di presunti pedofili a Hope Haven e Madonna Manor, secondo varie cause pendenti, deposizioni e documenti di casi passati non soggetti all’ordine di segretezza del giudice fallimentare Meredith Grabill che nascondeva documenti ecclesiastici.

    Nel loro insieme, questi documenti forniscono nuovi, agghiaccianti particolari su due delle istituzioni più famigerate legate alla crisi degli abusi del clero cattolico, ma i cui dettagli sono stati in gran parte sepolti nel passato.

    L’ultimo indirizzo conosciuto di Ehlinger è una casa religiosa della Santa Croce ad Austin, in Texas. Un funzionario del tribunale è andato a consegnargli i documenti legali lì.

    Ehlinger è tra gli oltre 200 accusati di abusi della chiesa cattolica non presenti nell’elenco degli “accusati credibili” dell’arcidiocesi locale, sebbene la chiesa abbia risolto casi passati identificandolo in quelli che sono diventati accordi negoziati.

    La chiesa ha rifiutato la richiesta del Guardian di intervistare l’arcivescovo Gregory Aymond o di rispondere a domande generali su questo rapporto.

    Perseguitato dalle suore

    Chiamalo Joe. La sua causa contro la chiesa utilizza uno pseudonimo.

    Nel 1976, quando aveva 11 anni, Joe andò al Madonna Manor. Notò che la piscina era chiusa.

    “Mi è stato detto che uno degli studenti è annegato in piscina”, ha detto. “Non ho mai saputo il nome del ragazzo, solo che una notte è uscito di nascosto ed è morto in piscina.”

    Joe ha detto di aver iniziato a interrogarsi sulla morte del ragazzo dopo che suor Martin Marie ha cominciato a “legarmi per i genitali e quasi a soffocarmi per darle piacere sessuale tra le gambe”.

    “Le piaceva sedersi sulla mia faccia fino a quando non riuscivo a respirare”, ha osservato.

    Ancora oggi, ha detto, si chiede se il ragazzo che si dice sia annegato possa aver subito abusi.

    Martin Marie, un membro delle Suore Scolastiche di Notre Dame, è stata nominata in una precedente ondata di cause legali sugli orfanotrofi nel 2009. Come Ehlinger, il suo nome non è sulla lista credibile degli imputati dell’arcidiocesi.

    Joe lo trova spaventoso perché dice che suor Martin Marie non è stata l’unica suora complice delle percosse e degli abusi sessuali che ha subito sull’orlo della pubertà.

    “Continuavo a scappare da Madonna Manor a causa di quelle suore”, ha detto Joe. “Mi hanno rimandato da mia madre e dal mio patrigno a Metairie. Le cose non sono andate bene per me dopo Madonna Manor. Mia madre non mi credeva riguardo alle suore.

    Joe ha detto che era ricoverato in un ospedale psichiatrico a Mandeville, una comunità dall’altra parte del lago Pontchartrain da New Orleans. Ha ricordato di essere stato trattato con il farmaco antipsicotico torazina. “Non mi fidavo delle persone”, ha detto. “Sono diventato molto violento, ho litigato con lo staff.

    “Sono stato trattenuto, mi hanno iniettato e mi hanno messo in catene.”

    È uscito. Dopo aver avuto problemi con la legge ha trovato un padre adottivo e lentamente ha iniziato a ricostruire la sua vita.

    “Sono in un posto sicuro adesso”, ha detto Joe.

    Per molti anni evitò Madonna Manor. Ma in un recente giorno d’autunno Joe ha dato un passaggio a casa a un compagno di lavoro, che viveva vicino al complesso. Si ritrovò in Boulevard Barataria e i ricordi cominciarono ad affiorare. Parcheggiò sul retro del dormitorio del Madonna Manor.

    Trovò Sheila lì in piedi.

    Sheila vide il dolore sul suo viso e capì in un batter d’occhio che era un sopravvissuto. Come lei, sentiva, anche lui aveva lasciato lì un pezzo del suo cuore. Pensando ai ragazzi che aveva cercato di aiutare, si avvicinò a lui e disse: “Ciao, sono Sheila”.

    “Sono Joe”, rispose. “Vivevo qui.”

    Era un’estranea ma nel giro di pochi minuti lui aveva raccontato storie del suo passato: sapeva del ragazzo che era annegato? Lei no. Sheila accettò il lavoro al Madonna Manor quattro anni dopo che Joe se ne andò. Si sono scambiati i numeri di telefono. La chiamò quella notte, singhiozzando mentre lasciava liberi i ricordi dell’inferno a cui era sopravvissuto, chiedendosi se quel ragazzo che si diceva fosse annegato fosse una vittima come lui, solo peggio.

    Joe ha continuato condividendo dettagli sul suo migliore amico a Madonna Manor, un chierichetto molestato da un prete.

    Alla fine il ragazzo, Rene Perez, fu trasferito in un’altra casa dall’altra parte del lago.

    “Lui e altri due o tre erano scappati”, ha detto Joe. “Hanno preso le biciclette e stavano attraversando [un] ponte quando è stato investito da un’auto e gettato in acqua. L’hanno trovato, credo, cinque giorni dopo.

    “Il funerale si è svolto nella chiesa di Madonna Manor, ma io non ero lì quel fine settimana.”

    Combatto ancora con le unghie e con i denti

    Negli anni ’20, Hope Haven aprì come casa per figli a carico. Madonna Manor ha aperto pochi anni dopo. Alla fine i ragazzi di età inferiore ai 12 anni vivevano al Madonna Manor e gli adolescenti più grandi nell’altra istituzione.

    Non è chiaro quando esattamente le due istituzioni siano diventate una calamita per i pedofili e le persone inclini a comportamenti sadici. Ma 17 cause legali avviate nel 2005 contenevano accuse risalenti agli anni ’50 che descrivevano abusi orribili.

    Oltre alle suore scolastiche di Notre Dame, altre figure autoritarie negli orfanotrofi erano sacerdoti e fratelli salesiani, che fondarono la vicina scuola superiore Archbishop Shaw.

    Una figura importante nel contenzioso del 2005, un prete di nome Ray Hebert, fu direttore delle due strutture dal 1966 al 1971.

    Hebert, che deteneva l’elevato titolo di monsignore, era anche il direttore della Catholic Charities, che aveva la responsabilità degli orfanotrofi. Se c’era un religioso a conoscenza delle dinamiche interne alle due strutture, quello era Ray Hebert.

    Nel 2008, durante il contenzioso, Hebert ha rilasciato una deposizione, dicendo: “Se fossi un assistente sociale qualificato, non parleresti di orfanotrofi”. Gli istituti per i figli a carico erano più corretti, ha detto, perché si trattava di finanziamenti statali.

    Eppure i sopravvissuti agli abusi sessuali e fisici potrebbero anche essere stati su un altro pianeta rispetto alla maggior parte della società. La maggior parte proveniva da famiglie disfunzionali e non aveva alcuna libertà di andarsene da sola, se non scappando, il che comportava ritorsioni.

    All’inizio degli anni ’90 Hebert accettò un altro incarico, come vicario del clero presso l’arcidiocesi di New Orleans, una posizione che gli richiedeva di indagare sui preti accusati di abusi sessuali su minori.

    L’avvocato Michael Pfau, che rappresentava i ricorrenti sopravvissuti dell’orfanotrofio, ha chiesto se Hebert avesse mai denunciato un prete alla polizia o ai servizi di protezione dei minori.

    “No”, rispose. “Non l’ho mai fatto.”

    Hebert ha dichiarato che dopo aver intervistato un determinato sacerdote, ha inviato un rapporto al suo capo di allora: l’arcivescovo di lunga data Philip Hannan.

    Pfau ha chiesto: “Hai mai chiesto a un prete di firmare una dichiarazione scritta?”

    Hebert rispose: “No, non che mi ricordi. Ricordo un caso, sai, in cui dopo aver intervistato il [prete] e preso appunti, alla fine ho scritto un rapporto su ciò che avevo imparato da lui, chiedendogli di esaminare il rapporto per vedere se si era opposto a qualcosa Avevo inserito quel rapporto che non era accurato. Ma non gli ho chiesto di firmare questo rapporto”.

    Quando si ritirò da quel lavoro nel 2003, Hebert disse di aver distrutto tutti i suoi appunti.

    Ciò costituiva una grave violazione del diritto canonico, secondo Tom Doyle, ex sacerdote e avvocato canonista presso l’ambasciata vaticana a Washington DC all’inizio degli anni ’80. Il canone 1719 recita: «Gli atti dell’indagine, i decreti del [vescovo] che ha iniziato e concluso l’indagine, e tutto ciò che ha iniziato e concluso l’indagine, e tutto ciò che ha preceduto l’indagine, siano conservati nell’archivio segreto dell’indagine. [amministrazione] se non sono necessari per il processo penale”.

    Non si sa quanti rapporti Hebert abbia effettivamente scritto. Ma la sua valutazione del 4 novembre 1999 su padre Lawrence Hecker è stata resa pubblica, in un recente documento depositato dall’ufficio del procuratore distrettuale della parrocchia di Orleans, dopo la sua accusa penale.

    Il documento è degno di nota perché Hecker afferma di aver molestato o dormito con vari ragazzi ma non di averli violentati. Hecker, tuttavia, ammette che un giovane “è venuto allo scoperto, anni dopo, ha detto ai suoi genitori che lui ed io avevamo fatto sesso insieme. Hanno riferito questo a… Hannan e lui ne ha parlato con me all’inizio del 1988. “

    Nel 2012, quando suor Carmelita Centanni, assistente coordinatrice delle vittime dell’arcidiocesi, scrisse all’arcivescovo Aymond, citò un’accusa di abuso sessuale contro Hecker da parte della polizia di Gretna, un sobborgo di New Orleans, affermando: “Questa è la NONA accusa che abbiamo su record contro Larry Hecker.

    Hecker andò in pensione con la comodità di una pensione ecclesiastica finché questa non fu sospesa dopo il fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans. È in carcere in attesa di processo da quando è stato incriminato a settembre.

    Nel contenzioso Hope Haven-Madonna Manor del 2005, tre querelanti menzionarono Hebert tra gli altri accusati di abusi. Hebert ha risposto intentando una causa contro i querelanti, accusandoli di diffamazione e negando di aver mai abusato di qualcuno.

    Anche altri due querelanti nominarono Hebert tra gli altri autori di abusi, ma in quella fase non avevano intentato causa. Alla fine, dopo che l’arcidiocesi ha risolto la controversia Hope Haven-Madonna Manor per 5 milioni di dollari, i querelanti che hanno nominato Hebert hanno ritirato le loro richieste contro di lui.

    Il Religion News Service ha rivelato un’aspra divisione al momento dell’accordo. Alcuni coinvolti nell’accordo volevano che la chiesa fosse obbligata a rilasciare tutti i documenti relativi agli abusi a Hope Haven e Madonna Manor, ma ciò non è accaduto.

    “Abbiamo dovuto combattere la chiesa con le unghie e con i denti per più di quattro anni per convincere [la chiesa] a riconoscere gli illeciti”, ha detto l’avvocato Roger Stetter, che aveva anche dei clienti nella causa. Stetter ha accusato l’arcidiocesi di cercare di nascondere le prove.

    L’arcivescovo Gregory Aymond, allora insediatosi di recente, sembrava conciliante. “È importante che questi trasgressori vengano alla luce e che noi ammettiamo che, per quanto possiamo dire, [le accuse] sono vere”, ha detto.

    Ma la chiesa ha continuato a sottostimare la lista degli autori di abusi.

    Tra il 2010 e il 2020, l’arcidiocesi ha risolto più di 130 denunce di abusi sessuali, per un totale di 11,7 milioni di dollari, in molti casi richiedendo alle vittime di firmare accordi di riservatezza – una mossa specificamente denunciata dalla Carta per la protezione dei giovani dei vescovi statunitensi del 2002.

    Hebert morì nel 2014. Diversi anni dopo, ci fu una nuova ondata di cause legali contro Hope Haven e Madonna Manor dopo che Aymond pubblicò un elenco di sacerdoti cattolici di New Orleans che la sua arcidiocesi considerava credibilmente accusati di molestie su minori.

    Nel gennaio 2020, l’arcidiocesi ha pagato 325.000 dollari per risolvere un caso che accusava Hebert, suor Martin Marie e altri con legami con Hope Haven e Madonna Manor. L’arcidiocesi non pagherebbe tali risarcimenti se non considerasse credibili i ricorrenti, come ha detto uno dei vicari generali dell’organizzazione a un sopravvissuto agli abusi in un caso separato .

    Ma il nome di Hebert è assente dall’elenco credibile degli accusati dell’arcidiocesi, che è stato aggiornato più volte da quando è stato pubblicato per la prima volta nel 2018.

    La questione che nessuno vuole toccare

    Tra le notizie di queste ultime cause legali, Joe contattò gli avvocati John Denenea e Richard Trahant.

    Gli hanno detto che il processo potrebbe essere lungo e frustrante. Ma ha firmato.

    Dopo l’inizio del fallimento, Joe fu sorpreso dall’opportunità di far parte del comitato dei creditori, rappresentando gli altri sopravvissuti e negoziando per un accordo. Aveva poche illusioni sulla Chiesa ma voleva contribuire a spingere contro la roccia dell’ingiustizia.

    L’anno scorso è andato a un incontro programmato con Aymond, dove lui e altri tre sopravvissuti speravano di dire la loro verità direttamente all’arcivescovo. Ma poi giunse la voce che il giudice Grabill stava rimuovendo lui, Trahant, Denenea e altri tre clienti sopravvissuti degli avvocati dal coinvolgimento nel comitato.

    Grabill sosteneva che Trahant aveva violato un ordine di segretezza avvertendo una scuola superiore cattolica locale gestita da suo cugino che il cappellano del campus aveva una macchia sostanziale nel suo passato.

    L’avvertimento di Trahant alla fine costrinse l’arcidiocesi a rivelare che il cappellano aveva avuto una cattiva condotta sessuale con un’adolescente in un precedente incarico negli anni ’90, ma gli fu permesso di continuare la sua carriera.

    “Penso che sia stata una messa in scena da parte della chiesa”, ha detto Joe. Ha detto che i suoi avvocati erano da tempo alla ricerca dei documenti che delineavano vividamente gli abusi a Madonna Manor, Hope Haven e numerose altre istituzioni arcidiocesane nell’area di New Orleans, che serve circa mezzo milione di cattolici.

    “La chiesa non vuole rilasciare queste informazioni”, ha continuato Joe. “Penso che Richard [Trahant] fosse un capro espiatorio e ci hanno fatto fuori tutti. Questa è la mia opinione.

    Il formidabile status dell’arcidiocesi nel tribunale fallimentare lascia una scia di domande.

    Considerati i fondi pubblici spesi a Hope Haven e Madonna Manor, perché le autorità federali non hanno usato il loro potere per effettuare una revisione chirurgica di ogni file archiviato presso l’arcidiocesi, compresi quelli che descrivono in dettaglio la storia degli abusi dei due orfanotrofi?

    Se Joe avesse avuto motivo di preoccuparsi se un ragazzo fosse annegato lì, e se il suo amico Rene Perez fosse stato vittima di un prete e fosse morto cercando di scappare da un’altra struttura, che tipo di supervisione avrebbero fornito i funzionari della Louisiana a Hope Haven e Madonna Manor?

    La violenza sadica e gli stupri denunciati da Leon dovrebbero essere nascosti sotto il tappeto del tempo dalle più potenti autorità di contrasto?

    Se Hebert, che supervisionava le strutture, fosse in realtà un abusatore – come suggerirebbe un risarcimento di 325.000 dollari – i documenti faranno luce sulle sue decisioni che hanno permesso al luogo di diventare un rifugio per pedofili, come affermato nelle cause legali?

    Quanto sanno quei 23 ex residenti di Hope Haven e Madonna Manor che sono ora incarcerati di quello che è successo lì?

    Il giudice Grabill sigillerà le informazioni sui crimini contro i bambini, come presunto in così tanti casi, per fornire un accordo quando la chiesa presenterà finalmente un piano di riorganizzazione?

    Più della metà dei giudici federali di New Orleans si sono ritirati dal contenzioso arcidiocesano a causa dei legami con la chiesa cattolica.

    Questo fatto non sorprende Stephen C Rubino, un veterano avvocato dei querelanti che ora è in pensione nel Vermont. Ma questo non significa che a Rubino – che ha trascorso molti anni nel New Jersey litigando contro la chiesa – piaccia affatto.

    “Non si dovrebbe essere in grado di mantenere un’associazione criminale organizzata per nascondere i pedofili e continuare a funzionare come ente di beneficenza religioso ed esentasse”, ha detto Rubino, anche lui ex procuratore dello stato della Florida, in risposta al fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans. “Questa è la questione che nessun avvocato americano vuole toccare”.

    Ramon Antonio Vargas ha contribuito alla segnalazione

    https://www.theguardian.com/us-news/2023/dec/03/new-orleans-orphanages-church-sexual-abuse

  • Analisi sistemica del fenomeno degli abusi sessuali nei contesti ecclesiali.

    Analisi sistemica del fenomeno degli abusi sessuali nei contesti ecclesiali.

    ASSOCIAZIONE MAP CORSO DI MASTER MASTER DI I LIVELLO IN SESSUOLOGIA

    Analisi sistemica del fenomeno degli abusi sessuali nei contesti ecclesiali.

    Intervista a: Francesco Zanardi (vittima di abuso sessuale clericale)

    Progetto educativo di prevenzione genitori-figli età 9-12

    Candidato Relatore Dott. Leonardo Bianchi Prof.ssa Mara Porcaro matricola MSI008

    Biennio Accademico 2021/2023 1 2

    Introduzione……………………………………………………………… p. 5

    Capitolo 1 – Excursus storico: l’emergere della problematica e consapevolezza all’interno della Chiesa Cattolica – 1.1 La sollevazione mediatica dello scandalo e i suoi primi effetti …. p. 6

    – 1.2 Tentativi di risposta all’emergenza ………………………………. p. 9

    – 1.3 La fondazione di istituzioni, strumenti e leggi per la tutela dei minori e persone vulnerabili ……………………………………………………. p. 10

    Capitolo 2 – Report sul fenomeno degli abusi nella Chiesa

    – 2.1 Dati statistici sul fenomeno. Il report dalla John Jay Collage of Criminal Justice …………………………………………………………. p. 14

    – 2.2 C’è legame tra omosessualità e abuso sessuale?…………………. p. 20

    – 2.3 Dati e analisi rapporto CIASE ……………………………………. p. 25

    – 2.4 Dati e analisi degli abusi riproduttivi ……………………………. p. 36

    Capitolo 3 – Analisi delle cause del fenomeno degli abusi

    – 3.1 Perchè sono realmente un fenomeno particolare gli abusi nella Chiesa …………………………………………………………………. p. 44

    – 3.2 Le ragioni degli abusi – il ruolo del silenzio …………………… p. 46

    – 3.3 Le ragioni degli abusi – il ruolo del clericalismo e il laisser-faire sociale ………………………………………………………………….. p.50

    – 3.4 Le cause degli abusi – una scarsa selezione e inadeguata formazione del clero al difficile ruolo e alla possibilità-impossibilità di espressione sessuale ………………………………………………………………… p.52

    – 3.5 Le cause degli abusi – il legame tra potere, sesso 3 e controllo sociale ………………………………………………………. p. 55

    – 3.6 Le cause degli abusi – fattori religiosi: influenza sacramentale, identità vocazionale, missione caritativa ………………………………. p. 59

    Conclusioni ………………………………………………………………. p. 63

    Intervista a Francesco Zanardi (vittima di abuso sessuale clericale) …………………………………… p. 65

    Progetto educativo di prevenzione agli abusi sessuali in ambienti ecclesiali: “sfatiamo il silenzio” ……………………………………….. p. 82

    Il mio percorso nel Master ……………………………………………..p. 86

    Bibliografia, documenti/report, sitografia …………………………….. p. 87

    Tesi – Analisi sistemica del fenomeno degli abusi sessuali nei contesti ecclesiali PDF

    Introduzione Il fenomeno degli abusi sessuali riguarda tutta la società, dalla famiglia a tutte le istituzioni e oltre.

    La letteratura si esprime largamente sui caratteri, i danni e le possibili vie di terapia legato a un qualsiasi tipo di abuso sessuale. Intento di questa monografia è quello di cogliere i particolari degli abusi nei contesti ecclesiali, in particolare della Chiesa Cattolica. L’idea è che ciascun fenomeno di abuso debba essere studiato non solo nei suoi caratteri universali ma anche negli aspetti particolari dove esso si verifica. Riguardo quelli in ambiente ecclesiale l’analisi non si è potuta fermare al mero aspetto sessuale o psicosessuale ma, presentandosi in un ambiente che fenomenologicamente si palesa come religioso-spirituale, è doverose analizzare proprio questi ulteriori aspetti se si vogliono cogliere le peculiarità degli ambienti ecclesiali. Per fare questo sono andato alla ricerca di ciò che di specifico offre la letteratura scientifica e i report che le equipe di specialisti hanno elaborato per analizzare il fenomeno. In particolare mi sono soffermato sul report statunitense, ormai datato 2004 ma che ha fatto la storia della ricerca in questo campo, e quello francese della commissione CIASE datato 2021. Entrambi i report sono stati scelti per esaustività, completezza e per il fatto che fossero stati elaborati da commissioni indipendenti rispetto l’istituzione ecclesiastica. In appendice alla monografia ho aggiunto un’intervista fatta a Francesco Zanardi, vittima di abuso a cui vanno i miei più sentiti ringraziamenti per la sua testimonianza. Ultimo contributo è un progetto ideato per la prevenzione degli abusi sessuali in ambienti ecclesiali con destinatari minori dai 9-12 anni e la partecipazione dei loro genitori.

    Capitolo 1 – Excursus storico: l’emergere della problematica e consapevolezza all’interno della Chiesa Cattolica

    1.1 La sollevazione mediatica dello scandalo e i suoi primi effetti Nel 2016 vinse l’oscar come miglior film e come miglior sceneggiatura “il caso spotlight” girato l’anno precedente nel quale viene raccontata l’indagine giornalistica del Boston globe che a sua volta valse il premio pulitzer nel 2003. L’indagine era relativa a casi di abusi sessuali avvenuti nella diocesi di Boston “coperti” strategicamente secondo i giornalisti da Bernard Francis Law arcivescovo metropolita di Boston dal 1984 al 2002 anno in cui Giovanni Paolo II accettò le sue dimissioni. Dall’indagine emerse che l’arcivescovo e cardinale quando veniva a conoscenza di un abuso commesso, interveniva spostando di parrocchia in parrocchia il prete colpevole e stabilendo accordi extragiudiziali riservati con le vittime; tale procedura veniva attuata anche dal predecessore. L’anno seguente la pubblicazione dell’inchiesta giornalistica la conferenza episcopale statunitense incarica la John Jay Collage of Criminal Justice della City University of New York considerata la migliore in materia, di compiere un indagine più approfondita e di carattere scientifico sui casi di abusi nella Chiesa. Lo studio che d’ora in poi chiameremo John Jay report riconobbe attendibili 6700 accuse delle 10667 raccolte per abusi su minori nel periodo dal 1950 al 2002. Gli accusati furono 4392 tra sacerdoti e diaconi in servizio in questo arco di tempo rappresentanti il 4% del totale. Fu l’ingresso dei metodi della ricerca e della scienza nell’ambito specifico degli abusi all’interno della Chiesa, un qualcosa che stava diventando un nuovo oggetto di 6 studio e non più un solo fatto di cronaca e di scandalo morale e religioso. Il passo che la conferenza episcopale statunitense fece fu un cambiamento, era la nascita dell’analisi fenomenologica degli abusi in ambito ecclesiale. Nel 2001, l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della Fede card. Ratzinger insieme a card. Bertone decisero tramite una lettera indirizzata a tutti i vescovi della Chiesa di richiamare all’attenzione il documento scritto nel 1962 (prima edizione però del 1922) sotto il pontificato di papa Giovanni XXIII denominato “Crimen Sollicitationis”. Tale documento dava indicazioni su procedure canoniche quando un chierico veniva accusato di usare il sacramento della confessione per fare avances sessuali ai penitenti, da quello che cioè veniva considerato un peccato riferibile al 6 comandamento. Questo documento al punto 1 definisce così il concetto di molestia: “si ha quando un sacerdote o nell’atto del sacramento della confessione; o prima o immediatamente dopo la confessione; o in occasione o con il pretesto della confessione; o anche al di fuori dell’occasione della confessione nel confessionale o in altro luogo destinato ad ascoltare le confessioni o scelto con il pretesto di ascoltare la confessione proprio in quel luogo, abbia, tentato di incitare o invitare un penitente – qualsiasi persona sia – a comportamenti disonesti e vergognosi sia con parole, sia con segni, sia con cenni, sia con contatto fisico o attraverso la scrittura da leggere al momento o in seguito o abbia tenuto con lui discorsi o pratiche illecite e disoneste con audacia sconsiderata”. Crimen sollicitationis (1962). In questo contesto la Congregazione per la Dottrina della Fede quindi ritenne necessario rispolverare questo documento che richiama alla necessità di affrontare gli abusi con attenzione alle giuste procedure in materia penitenziale 7 riguardo a coloro che commettono l’abuso e l’interesse che ruota intorno alla tutela del sacramento della confessione. Non vi era ancora in quel documento attenzione alla tutela, cura e prevenzione degli abusi su minori o vittime vulnerabili. Da notare che non viene fatto cenno alla gravità del fatto relativa al danno che si commette nei confronti della psiche dell’abusato ma nel mancato rispetto del 6 comandamento, vera parte lesa di un abuso ecclesiale secondo la giustizia del diritto canonico. Nel ottobre 2002 il Vaticano rigetta la Charter for the Protection of children and young people approvata dai vescovi statunitensi a giugno perché si richiedeva una definizione di abuso sessuale più circoscritta, precisa definizione dei limiti alle accuse rivolte ai preti e una limitata delega di autorità ai consigli laici incaricati di valutare casi di abuso. Alcuni preti in Vaticano non condividevano l’idea che le denunce di abuso sessuale dovessero essere riportate alle autorità civili ed erano scandalizzati delle ingenti somme di denaro per i risarcimenti. Allo scandalo legato a Boston ne seguirono altri sempre negli Stati Uniti. La giustizia Americana condannò numerosi membri del clero costringendo le diocesi a risarcimenti che portarono a numerose bancherotte. Nel 2005 un avvocato di Huston accusò l’allora card. Ratzinger di intralcio alla giustizia proprio per aver inviato quella lettera di cui sopra che richiamava al rispetto del Crimen sollecitationis. La storia proseguì con l’elezione di Ratzinger a nuovo papa a cui il presidente americano George Bush concesse l’immunità. Nel biennio 2009-2010 una nuova crisi simile a quella di Boston coinvolse l’europa negli stati di Irlanda, Austria, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Germania, Svizzera, Spagna, Regno Unito, Francia e Malta ma non solo; il fenomeno ormai emergeva in tutto il mondo come ad esempio il controverso e famoso caso 8 australiano relativo al card. Pell. Papa Benedetto XVI per il caso irlandese decise di intervenire con una lettera aperta a tutti i cattolici di Irlanda invitando a collaborare con la giustizia uscendo dal segreto che negli anni aveva rafforzato la perpetrazione dei crimini.

    1.2 Tentativi di risposta all’emergenza In questi anni in più occasioni papa Benedetto XVII si è espresso con vergogna, condanna e propositi in risposta ad un fenomeno che ormai stava assumendo proporzioni globali e ovunque scuoteva le fondamenta delle Chiese locali. Nel 2011 la Congregazione per la Dottrina della fede pubblicò una lettera nella quale si ripetette in modo formale l’invito che già il papa aveva fatto per la Chiesa Irlandese, quello cioè di collaborare con le autorità civili e di applicare le norme del Diritto Canonico oltre che stabilire linee guida per proteggere i minori ed essere coerenti nella risposta in caso di accuse di abuso e nel trattamento dei abusatori. Dal 6 al 9 febbraio 2012 si tenne presso la pontificia università Gregoriana un simposio dal titolo “verso la guarigione e il rinnovamento”. Tra i vari interventi vi fu la testimonianza di una vittima Marie Collins che subì abusi da parte di un prete quando aveva 13 anni, affiancata da una psichiatra che ha partecipato alla listening session del report irlandese. Nella sua testimonianza la signora Collins affermava che non solo l’abuso ma anche il comportamento tenuto dai superiori dell’abusatore che tendevano a colpevolizzare lei e non agire nei confronti dell’abusatore ha generato uno shock ancora più forte ed ora per il suo percorso di guarigione, a detta della psichiatra lì presente, diventava importante sentir chiedere perdono i leader 9 della Chiesa per aver difeso un abusatore. Durante il simposio gli interventi dei partecipanti riconoscevano la necessità per le situazioni di abusi ecclesiali di dover intervenire su più livelli: canonico, pastorale e formativo. Sempre in questa occasione si è riconosciuto come norme più stringenti siano state prese solo nei luoghi dove lo scandalo ha avuto maggior eco, a seguito proprio del clamore mediatico che le notizie alimentavano. Come si può notare in questi ultimi anni che sto raccontando comincia a delinearsi una maggiore attenzione verso la tutela dei minori e soggetti vulnerabili.

    1.3 La fondazione di istituzioni, strumenti e leggi per la tutela dei minori e persone vulnerabili A seguito del simposio fu istituito dai gesuiti un centro per la protezione dei minori a Monaco con l’obiettivo di sviluppare un approccio sistemico di tutela non solo per abusi nella Chiesa ma anche nella società. Il 2014 è l’anno in cui papa Francesco istituisce la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (commissione permanente) con lo scopo di: “promuovere la tutela della dignità dei minori e degli adulti vulnerabili, attraverso le forme e le modalità, consone alla natura della Chiesa, che si ritengano più opportune, nonché di cooperare a tale scopo con quanti individualmente o in forma organizzata perseguono il medesimo obiettivo.” Chirografo del Santo Padre Francesco per l’istituzione della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. (2014) Tra i membri della commissione vengono scelte anche vittime di abusi affinché la loro voce sia non solo ascoltata ma anche fattiva. Dopo 3 anni nel 10 2017 Marie Collins, ultima rimasta tra le vittime di abusi membra della commissione per la tutela dei minori, si dimette rilasciando ai giornali la dichiarazione che: “Non potevo restare. Dopo tre anni vedere continuamente che nella Curia romana c’era chi non favoriva il nostro lavoro, chi in sostanza lo boicottava, senza rispondere anche alle richieste più elementari che venivano avanzate, mi ha gettato in un profondo sgomento, ho provato anche vergogna, e così ho deciso di dimettermi. In particolare, mi ha ferito il fatto che la raccomandazione della Commissione di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti, approvata dal Papa e annunciata nel giugno del 2015, non abbia avuto alcun seguito. Ha trovato dei problemi legali non meglio specificati e così il tribunale non è mai stato istituito. Tutto questo è per me motivo di sofferenza e sinceramente ho ritenuto che era giusto farmi da parte”. Intervista a Repubblica (2017). Nel 2019 papa Francesco scrive: “Vos estis lux mundi”, lettera apostolica in forma di motu proprio. Nel preambolo si legge: “I crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli. Affinché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una conversione continua e profonda dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa, così che la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la piena credibilità dell’annuncio evangelico e l’efficacia della missione della Chiesa.” Vost estis lux mundi (2019) Vi è quindi subito oltre al riferimento riguardo l’offesa a Dio anche quella 11 relativa a danni fisici, psicologici e spirituali indicando nei vescovi i principali responsabili delle azioni concrete necessarie a raggiungere l’obiettivo specificato. L’articolo 5 del motu proprio così si esprime: “Art. 5 – Cura delle persone §1. Le Autorità ecclesiastiche si impegnano affinché coloro che affermano di essere stati offesi, insieme con le loro famiglie, siano trattati con dignità e rispetto, e offrono loro, in particolare: a) accoglienza, ascolto e accompagnamento, anche tramite specifici servizi; b) assistenza spirituale; c) assistenza medica, terapeutica e psicologica, a seconda del caso specifico. §2. Sono tutelate l’immagine e la sfera privata delle persone coinvolte, nonché la riservatezza dei dati personali.” Vos estis lux mundi (2019) Tale motu proprio stabilisce inoltre nuove procedure per segnalare abusi e molestie e assicurare che vescovi e superiori religiosi rendano conto del loro operato, viene anche fissato l’obbligo di segnalazione di abusi all’Ordinario competente. Ogni diocesi inoltre dovrà istituire un servizio di Tutela Minori e un centro d’ascolto. Il consiglio permanente della CEI istituisce la giornata nazionale di preghiera per le vittime di abusi sessuali (18 novembre) in corrispondenza della giornata europea per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, istituita dal consiglio d’europa. A conclusione di questo breve e per ovvie ragioni non esaustivo excursus possiamo affermare che la Chiesa stessa è giunta ormai dopo un certo travaglio a rilevare il fenomeno come un qualcosa a cui era necessario far fronte con delle specificità strutturali e non con un approccio contingente caso per caso. Fondamentali nel far emergere le criticità, la verità e l’importanza del fenomeno sono state le inchieste giornalistiche a cui spesso hanno fatto seguito studi scientifici analitici e senza le quali probabilmente non ci sarebbe stata la stessa attivazione in favore della tutela dei minori nella Chiesa. Chiudo questo paragrafo con le parole di P. James Martin, gesuita: “Benchè un certo atteggiamento anticattolico sia emerso nella copertura mediatica della crisi – per esempio nella facile sovrapposizione tra celibato e pedofilia – la Chiesa dovrebbe essere grata, e non risentita, nei confronti dei mass media per aver rivelato ciò che essa stessa aveva cercato di tenere nascosto” Frawley-O’Dea e Goldner (2009 p. 164) 13

    Capitolo 2 – Report sul fenomeno degli abusi nella Chiesa

    2.1 Dati statistici sul fenomeno. Il report dalla John Jay Collage of Criminal Justice Non è facile trovare dati statistici sugli abusi in generale, lo è ancora di più per gli abusi in ambito ecclesiale i quali rimangono molto nel segreto. Per avere uno squarcio dobbiamo far riferimento ai report che sono stati elaborati i quali prendono come fonti le denunce fatte presso l’istituzione ecclesiale o talvolta presso i tribunali di stato civile. Quando vengono elaborati i report i dati vengono incrociati anche con altre fonti quali ad esempio archivi giornalistici e altra letteratura socio-criminologica, relazioni e siti istituzionali di enti e associazioni. Il report denominato: “The nature and scope of sexual abuse of minors by catholic priest and deacons in the united states 1950-2002. A research study conducted by the john jay college of criminal justice the city university of new york” ha raccolto dati dal 1950 al 2002 integrando elementi provenienti dal Report on the implementation of the Charter for protection of children and young people il quale includeva dati di abusi sessuali denunciati nel corso del 2004 (non si dispone quindi dei dati relativi al 2003). Il report fa una distinzione tra preti religiosi e secolari: “Se esaminiamo le differenze tra preti diocesani e religiosi, secondo i nostri numeri il 4,3% dei preti diocesani è legato ad abusi e il 2,5% di preti religiosi sono legati ad abusi” John Jay Collage (2004, p.7). Nel 2004 altri 411 preti sono stati accusati. Quando si parla di accusa essa viene presa in considerazione nel rapporto solo se la commissione la considera attendibile. Prendendo questa tendenza valida anche per l’anno 2003 di cui non si hanno dati il calcolo farebbe corrispondere a una 14 stima del 4,75% di sacerdoti tra il 1950 e il 2004. Per Gordon e FrawleyO’Dea tali stime sono però da considerarsi probabilmente al ribasso perché: il 2% dei preti diocesani e il 20% dei preti religiosi non sono stati inclusi nel John Jay Report; nella ricerca del 2004 il 7% delle diocesi e il 29% delle comunità religiose non hanno comunicato i propri dati relativi al 2004. A questi motivi c’è da aggiungere il fatto che sia nel John Jay Report che nella ricerca del 2004 la raccolta dati si basava dalla disponibilità dei vescovi e superiori religiosi di riferire volontariamente tutte le informazioni pertinenti. Vista la riluttanza ad affrontare l’argomento le autrici affermano: “è possibile che alcuni abbiano nascosto ai ricercatori informazioni significative. Inoltre, nel corso degli anni alcuni vescovi sono riusciti con l’intimidazione a convincere le vittime o le loro famiglie a non dare seguito alle accuse di abuso sessuale e, di conseguenza, in questi casi non esistono dati ufficiali.” FrawleyO’Dea e Goldner (2009, p. 30) Si deve poi sempre ricordare che quando si tratta di denuncia di abusi sessuali subiti 20 anni non sono molti in realtà e spesso le denunce non avvengono affatto. Sempre il John Jay Report ha calcolato come meno del 13% delle accuse è stato presentato nel corso degli anni in cui gli abusi venivano perpetrati mentre il 25% delle denunce è stato depositato più di 30 anni dopo l’inizio degli abusi. Interessanti possono essere le considerazioni sul numero di abusatori per anno di ordinazione. 15 Come è possibile notare dalla tabella, Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 32), raccolta dall’intervento di Gordon e Frawley-O’Dea dal 1984 al 2000 si registra un calo significativo della percentuale di abusanti. Tale calo però va inserito in una probabile sottostima degli abusi dovuta alla età più tipica in cui i preti cominciano ad abusare, al tempo spesso necessario alle vittime prima di effettuare la denuncia e a dei primi possibili effetti positivi dovuti a una maggiore attenzione alla selezione dei candidati all’ordinazione (dal 1980 in poi infatti i seminari hanno avviato una selezione psicologica dei candidati). 16 Non ultimo dal 1990 una maggiore cultura sociale di sensibilizzazione sugli abusi ha portato a maggiore vigilanza la società nel suo complesso. Riguardo la data di nascita dei sacerdoti abusanti quasi due terzi erano maggiori di 64 anni nel 2002 a conclusione del John Jay Report e quasi il 90% maggiore di 54 anni. Le autrici che analizzano i dati evidenziano che: “essi erano cresciuti in un periodo di repressione sessuale al livello della società nel suo complesso, e in particolare all’interno delle comunità cattoliche. […] In più, i sacerdoti nati prima del 1950 spesso entravano in seminario a 14 o 15 anni, preparandosi a una vita di celibato senza aver superato la pubertà e sviluppato una psicosessualità matura. Può anche essere che questi sacerdoti fossero particolarmente vulnerabili alla possibilità di essere psicologicamente destabilizzati dalle trasformazioni culturali, inclusa una maggiore apertura nei confronti del sesso, avvenuta a fine anni 60 e nei primi anni 70. Quando i sacerdoti appartenenti a queste generazioni agivano esplicitamente la loro sessualità, sceglievano probabilmente minori poiché li percepivano come pari sul piano psicosessuale.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 35) Accennavo prima alla questione dell’età dei preti al tempo del primo abuso. Nel report che stiamo analizzando risulta essere mediamente quella di 39 anni con un cambiamento dai 38 degli anni ‘50 ai 48 del 2002. Sembrerebbe dunque che contrariamente a quando si credeva prima di questo report i primi abusi non si registrano a seguito della conclusione della formazione in seminario ma a distanza di almeno 10 anni dall’ordinazione. In questa fase tempistica un prete ha intorno a sé parenti e amici coetanei che hanno intrapreso una carriera e una vita diversa, pensiero delle autrici è che: 17 “immaturi sul piano psicosessuale e privi di esperienza, alcuni sacerdoti potrebbero aver commesso l’abuso in un impeto di rabbia, invidia e risentimento sociale, al fine di acquisire un senso soggettivo di potere. L’abuso sessuale del figlio di un parrocchiano rappresenta anche un attacco alla capacità di quell’uomo di proteggere la propria prole: un aspetto della paternità negato al Padre sacerdote”. FrawleyO’Dea e Goldner (2009, p. 34). Venendo all’età delle vittime entrambe le ricerche rilevano che essa sia in un range tra i 10 e i 14 anni. In particolare quelle di sesso maschile però avrebbero riferito di aver subito abusi tra i 15 e i 17 anni. In questo gruppo di età la percentuale di vittime è aumentata nel corso dei decenni dal 26% degli anni ‘70 al 55% negli anni ‘90. A fronte di tale cambiamento però ciò che è rimasto costante è invece la differenza di età che si aggira sempre intorno ai 20 anni, come descritto in precedenza è infatti aumentata nel corso del tempo l’età media del sacerdote al momento del primo abuso. Ancora una volta le autrici mettono in parallelo l’aumento di età delle vittime con la percezione di sentirsi pari a loro da parte dei abusanti che negli ultimi decenni hanno iniziato a entrare in seminario più tardi: “il loro stesso sviluppo psicosessuale può essersi spostato verso la tarda adolescenza piuttosto che la pubertà” FrawleyO’Dea e Goldner (2009, p. 37). Altre analisi prese in considerazione dal report riguardano il numero di vittime per sacerdote. Si veda la tabella: 18 John Jay Collage (2004, p.51). Questi secondo gli analisti sono i dati da considerarsi meno attendibili in primo luogo perché si basano, ricordiamolo, solo sulle denunce delle vittime e le cui accuse sono state condivise e messe a disposizione dei ricercatori. Ultimo elemento riguarda il tipo di abuso. Circa un terzo dei sacerdoti accusati avrebbe penetrato le vittime o costrette al sesso orale. Il 2,9% si sarebbe limitato a discorsi di natura sessuale o all’uso della pornografia; il 9% avrebbe toccato la vittima attraverso i vestiti o essere toccato da lei e il 15,8% non si sarebbe spinto oltre il toccarsi sotto i vestiti. Nella maggioranza dei casi il prete si sarebbe spinto ad atti gravi inoltre, solo il 29% delle vittime riferisce di essere stata abusata una sola volta mentre più della metà delle vittime risponde con la voce “diverse volte” all’indagine. Ancora le autrici così commentano il dato: “Questo dato smentisce la costruzione dell’abuso sessuale da parte del prete come momentanea mancanza di giudizio e, al contrario, invita a considerare il perpetratore 19 come una persona pericolosamente incline ad abusare di una giovane vittima diverse volte.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.38)

    2.2 C’è legame tra omosessualità e abuso sessuale? Sembra assurdo dover titolare con una domanda retorica come questa un paragrafo all’interno di un capitolo dedicato all’analisi statistica del fenomeno di abusi in quanto omosessualità e abuso sono questioni che assolutamente non sono legate tra loro. Nel caso degli abusi ecclesiali però una particolarità statistica fortemente controcorrente rispetto ai dati da riferire agli abusi in generale, ha dato modo agli analisti di fare delle considerazioni che in questa tesi ho deciso di non tralasciare proprio perché possono dare adito a pericolosi collegamenti privi di fondamenti scientifici. Il mio intento è appunto quello di screditare e confutare ogni tentativo di cercare correlazioni tra loro. Due fenomeni in natura possono presentarsi coincidenti ma senza alcuna correlazione o causalità e questo è proprio uno di questi casi. Non vi è alcuna possibilità di dimostrazione scientifica che omosessualità e abuso sessuale siano più o meno legati tra loro rispetto a quanto possa esserlo l’eterosessualità o in genere qualsiasi questione relativa all’orientamento. Tale impossibilità è dovuta al fatto che semplicemente altre sono le questioni legate all’abuso come vedremo nel corso di questo elaborato. Questo improprio collegamento ha però portato persone interne alla Chiesa a dichiarare che la pedofilia sia una perversione legata all’omosessualità o comunque ci sono stati numerosi tentativi di voler trovare una qualche tipo di radice comune, dandone quantomeno connotazioni di “degrado morale”. La morale è semmai questione filosofica, può appartenere ad una religione che svolge una funzione sociale in 20 merito all’ordinamento morale dei suoi fedeli ma certamente non può e non deve essere in alcun modo confuso con quanto riguarda il discorso scientifico. Lasciando quindi da parte la questione morale della Chiesa in materia di omosessualità di cui recentemente papa Francesco si è limitato a dichiarare non essere un reato ma un peccato (peccato sarebbe l’atto non la tendenza in sé) consideriamo ora i dati oggetto delle controversie. Il John Jay Report riporta: “I risultati dei nostri studi indicano che di tutte le vittime […] 81% sono maschi e il 19% femmine” John Jay Collage (2004, p. 69). Si veda la seguente tabella per i dettagli, stessa pagina del report: Altri studi confermano l’anomalia fissando una prevalenza delle vittime maschili che va dal 64% al 78%. Il rapporto CIASE, denominato: “Les violences sexuelles dans l’Eglise catholique. France 1950-2020. Rapport de la Commision indépendant sur les abus sexuels dans l’Eglise, Octobre 2021” che più avanti analizzerò nel dettaglio, fissa la prevalenza di maschi a 80%. Oltre ad essere insolito il fatto che la vittima sia un maschio piuttosto che una femmina è insolito anche che la relazione sia di tipo omosessuale piuttosto che etero. Il rapporto CIASE riferisce che in quasi la metà dei casi di vittime minorenni l’aggressore si definisce omosessuale (80% di coloro che aggrediscono una vittima maschio) mentre un terzo si definisce bisessuale. Gli aggressori di vittime adulte che si definiscono omosessuali sono invece il 20%, nessuna bisessuale. L’analisi della Commissione CIASE sulla sessualità degli aggressori cosi conclude: “Sulla base degli elementi annotati negli atti, si può ipotizzare che alcuni aggressori di vittime minori siano affetti da pedofilia. Gli aggressori sessuali di vittime maschi minorenni o di entrambi i sessi (27 casi) segnalano tutti attività di masturbazione in 14 casi analizzabili e più della metà di loro guarda materiale pornografico, anche pedopornografico (3 casi), se documentato nel fascicolo (9 casi analizzabili e 5 casi rispettivamente) con un sentimento espresso di frustrazione sessuale significativa. Pertanto, è lecito pensare che almeno tre di loro siano affetti da un disturbo pedofilo. Infatti, in tre casi di aggressori di vittime minori (un aggressore di ragazzi e due aggressori di vittime di entrambi i sessi), vengono descritte fantasie di pedofilia, e in un caso di aggressore di vittime minori maschi, vengono segnalati antecedenti di parafilia. Inoltre, in due casi (un maschio molestatore di bambini e un maschio molestatore di bambini di entrambi i sessi), si rileva addirittura lo stesso tipo di precedenti penali” Report CIASE (2021, p. 211). Quello che avverrebbe però, secondo Gordon e Frawley-O’Dea, sarebbe da intendersi all’interno del concetto di fusione e identificazione con un proprio pari come già scritto in precedenza. Aggiungono le autrici: “l’autore dell’abuso, probabilmente entrato in seminario minore all’età di 14 o 15 anni, potrebbe inconsciamente aggredire la sessualità della vittima quando quest’ultima ha la stessa età che lui aveva al momento dell’ingresso in seminario, castrando simbolicamente la vittima come lui stesso è stato simbolicamente castrato.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.25) Cattolici come preti, giornalisti ma anche funzionari vaticani come ad esempio il cardinale Jorge Medina prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, hanno legato senza spiegare la causalità del fenomeno, l’omosessualità alla pedofilia come se un orientamento omosessuale da parte del prete fosse fattore di rischio per un abuso. Nel 2005 Eisenberg in un articolo “Report: pope bans gay seminarians” contenuto in New York Newsday On-Line affermava che ci fosse notizia del fatto che il Vaticano avesse bandito gli omosessuali dal sacerdozio. La Chiesa nel 2005, dando però altri motivi (l’insegnamento dottrinale per cui la tendenza omosessuale sarebbe “oggettivamente disordinata”), si è effettivamente espressa ufficialmente sui criteri di ammissibilità al sacerdozio con un documento della congregazione per l’educazione cattolica denominato: “Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri” in cui si legge al numero 8 e 9: “Alla luce di tale insegnamento, questo Dicastero, d’intesa con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ritiene necessario affermare chiaramente che la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay.” Congregazione per l’Educazione Cattolica (2005). Lo psicologo e direttore di “The journal of child sexual abuse” sostiene che persone omosessuali ed eterosessuali presentano la stessa probabilità di violare sessualmente un minore, tesi riportata da Elias nel 2002 in: “is homosexuality to blame for Church scandal?”. Illustri autori come David Finkelhor, direttore del Crimes Against Children Research Center (Università del New Hempshire) definisce l’attrazione per i minori un’attività sessuale specifica, opinione condivisa da John Bancroft, medico e direttore del Kinsey Institute for Research in Sex, Gender, and Reproduction. Nel contributo di Gordon e Frawley-O’Dea viene citato lo studio di Groth e Olivieri i quali dopo aver analizzato circa tremila autori di crimini sessuali, su una popolazione di abusatori generale e quindi non specificamente afferente al clero, hanno rilevato che: “gli uomini attratti in modo non esclusivo da bambini, o che erano passati da un’attrazione per gli adulti a un interesse per i bambini, si definivano tutti eterosessuali e in genere esibivano tendenze omofobe.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 26). I criminali sessuali vittimizzano sessualmente adulti e minori di entrambi i generi, tali fenomeni vanno piuttosto visti come crimini di potere che hanno poco a che fare con l’orientamento sessuale di chi li commette. Si consideri infatti come anche in carcere uomini eterosessuali dotati di maggior potere e autorità all’interno della popolazione carceraria scelgano altri uomini per avere rapporti sessuali e imponendo così il proprio potere su qualcuno. Sulla prevalenza statistica di 24 vittime di genere maschile piuttosto che femminile, oltre che il meccanismo di identificazione col sé di cui abbiamo parlato, Gordon e Frawley-O’Dea mettono in evidenza come i ragazzi siano più facilmente avvicinabili dai preti rispetto alle ragazze. Inoltre, i preti sono spaventati dalle donne, giovani o adulte che siano e sono misogeni, caratteristiche che li trattengono dall’avere rapporti con loro, specie sessuali. Inoltre può accadere che siano preoccupati dalla possibilità di gravidanze a seguito dei rapporti con donne in età puberale o postpuberale.

    2.3 Dati e analisi rapporto CIASE Il rapporto CIASE identifica 3 fasi di periodizzazione delle violenze che ricalcano quelle già individuate da simili commissioni precedenti. La prima, quella di picco della curva di violenze, è racchiusa negli anni che vanno dal 1950 al 1970. Questa fase raccoglie il 55,9% degli abusi rilevati dalla commissione che, ricordiamo, ha indagato sugli anni che vanno dal 1950 al 2020. Nella seconda fase quella tra il 1970 e il 1990 si registra un forte calo degli abusi il cui numero va a rappresentare il 22,1% del totale. Per il rapporto la principale causa va individuata nel drastico calo del numero di chierici e religiosi dal ‘70 in poi mentre la seconda, legata alla prima, riguarda il graduale ritiro del clero da ruoli interni a istituti educativi cattolici, luoghi nei quali si verificavano gli abusi. La tendenza decrescente in valori assoluti delle vittime si ritrova in valore relativo anche tenendo conto del calo del numero del clero. L’incidenza del tasso di aggressioni da parte di un membro del clero sul totale generale di abusi che si sono registrati nella società francese è sceso dallo 0,6% nella fase che va dal 1950 al 1970 allo 0,2% dal 1970 al 1990. 25 Nella terza fase a partire dagli anni ‘90 si registra una certa recrudescenza del fenomeno degli abusi ecclesiali. Nell’ultimo trentennio analizzato si raccolgono il 22% dei casi rilevati (nel dettaglio 13,3% negli anni ‘90 e 8,7% negli anni 2000). Bisogna mettere in evidenza come siano aumentate le vittime in contesti ecclesiali da parte di abusatori non aderenti al clero bensì laici e catechisti che erano a contatto con i minori e andavano a coprire i vuoti lasciati dal calo delle vocazioni clericali e religiose. Il numero di vittime di aggressori non aderenti al clero nè alla vita religiosa è passato da un numero di 1.860.000 della seconda fase a 2.220.000 della terza e ultima fase. Aumenta anche l’incidenza degli abusi delle violenze sessuali da parte del clero e religiosi in valori relativi (tenendo cioè conto del numero di aderenti al clero) sul totale generale degli abusi su minori registrati nella società francese. Negli ultimi 30 anni tale incidenza è passata dallo 0,2% della seconda fase allo 0,4% della terza fase. Secondo Inserm (l’istituto che per CIASE ha condotto la ricerca), in sintesi, se è vero che in termini assoluti il fenomeno si stia riducendo va fatto il dovuto distinguo per i valori in termini relativi. “L’individuazione delle tre fasi entro i 70 anni coperti dall’analisi della commissione sulla base degli archivi della Chiesa è inoltre confermata dall’archivio di giustizia che la commissione ha potuto consultare. Infatti, il numero dei processi penali che coinvolgono aggressori all’interno della Chiesa è diminuito dagli anni ’60, poi ha conosciuto una certa inerzia negli anni 1970-1990, prima di subire un aumento molto forte rispetto agli anni 1990.” Report CIASE (2021, p. 131) L’analisi delle fonti archivistiche analizzate dalla commissione ha portato anche a rilevare come nella maggioranza dei casi l’abuso è commesso da una 26 persona che regolarmente ha frequentato la vittima nell’ambito di attività educative (47%); pastorale, coro, confessione, mantenimento spirituale, ritiro e altre pratiche religiose (36%); legami di vicinanza familiare (17%). Senza indicarne un dato quantitativo il rapporto afferma che sul piano del profilo sociale della vittima le caratteristiche tipologiche attraversano tutte le categorie professionali delle famiglie d’origine, sono di estrazione generalmente modesta, molto praticanti. L’età prevalente va dai 10 ai 13 anni. Fra le costanti che invece riguardano gli abusatori il report analizza la possibilità di trasformarsi da vittima a carnefice da parte dei seminaristi nel momento della formazione. Tale rilievo sarebbe riscontrabile in particolar modo dai dati provenienti dagli archivi e risulta coerente anche con i dati della popolazione generale secondo la quale: “l’aver subito violenze sessuali può costituire un fattore di rischio per la commissione di una violenza sessuale. Si stima quindi che, nel complesso, dal 30% al 60% degli autori di reati sessuali su minori abbia subito violenza durante la loro infanzia.” Report CIASE (2021, p.133). Analizzando più studi il report afferma che più del 20% degli abusatori ecclesiali potrebbe essere stato vittima di abusi in infanzia. Tuttavia ci tiene a specificare: “la Commissione desidera sottolineare con forza, soprattutto in considerazione del numero di vittime per aggressore, che solo una piccolissima minoranza di persone vittimizzate potrebbe successivamente commettere attacchi, una volta raggiunta l’età adulta. Le quote sopra citate non sono in alcun modo reversibili. L’affermazione di un determinismo tra la condizione di vittima e quella di aggressore sarebbe quindi particolarmente infondata.” Report CIASE (2021, p.134) 27 Nessuna persona che ha abusato di un adulto ha subito abusi in infanzia. Come per il report statunitense significativo è lo squilibrio di genere tra le vittime minori di genere maschile (80%) e le femminili (20%). Secondo l’indagine sulla società francese riguardo gli abusi (quindi non quella appositamente fatta dalla Commisione) le vittime di abusi ecclesiali sono per il 93% minori. L’età media del primo abuso è di 10-11 anni e stabile nel tempo ma questo dato contrasta fortemente con quanto invece risulta dai dati che emergono dalle apposite ricerche della commissione. Secondo quest’ultime infatti riguardo la fascia d’età 10-13 anni sarebbe scesa a rappresentare il 31% dal 55% nel periodo di partenza mentre la fascia dei 18-20 anni registra un balzo dal 1,7% iniziale giungerebbe al 21%. Tale discrepanza di dati va ricercata nelle diverse tipologie di ricerca dei dati e dal campione dei partecipanti ai questionari della ricerca della commissione. Il grafico mette in evidenza come le vittime di genere femminile sia prevalente fino ai 10 anni circa dove vengono significativamente sorpassate dalle vittime maschili che tornano a rappresentare la minoranza dopo la maggior età. 28 Grafico contenuto in Report CIASE (2021, p.153). La Commissione, similmente agli studi che l’hanno preceduta, conferma che fra le possibili spiegazioni di tale particolare fenomeno ci sia la maggior facilità di avvicinarsi ad un minore maschio piuttosto che femmina. A ciò aggiunge anche la possibilità di idealizzazione dell’infanzia e di rifiuto della donna. All’inizio del periodo studiato gli istituti che formavano il clero accoglievano le vocazioni di fanciulli dell’età di 10-11 anni e all’interno dei seminari minori venivano scrupolosamente formati alla purezza. Il ricordo di tale infanzia verrebbe quindi idealizzato a contrasto di un’adolescenza vissuta invece come impura oltre che alla costruzione di una percezione ideale della donna vista come tentatrice della propria vita dedita al celibato. Riguardo al contesto ambientale 29 in cui l’abuso si verifica i principali sono: per il 30% si tratta di scuole o convitti; 21,2% catechismo e cappellanie; 20,2% movimenti sociali giovanili, campi estivi e pellegrinaggi; e la casa dell’abusante per il 21,2%. Bisogna evidenziare come con il ritiro delle vocazioni clericali e la sostituzione dei laici negli ambienti del catechismo e cappellanie si è passati da un iniziale 22,7% al 14,4%. A compensare tale cale percentuale aumenta invece quello dei movimenti giovanili passato dal 17% al 30%. Anche quello classificato dalla Commissione come “congregazioni, comunità e ritiri” ha registrato un importante balzo in alto passando dal 5% al 25%. Fra gli autori i principali sono anzitutto sacerdoti di parrocchia 30%, insegnanti aderenti al clero 24,5%, cappellani e responsabili di movimenti giovanili 14,8%, religiosi 7,7%. Gli ambienti parrocchiali però nell’arco del tempo sono via via andati a rappresentare dei luoghi sempre più sicuri. Se infatti rappresentavano il 62% dei casi prima del 1970 rappresenta solo il 6% dopo il 1990. Secondo la Commissione incide molto la diminuzione della partecipazione alla vita parrocchiale da parte dei fedeli che si registra dal 1970 in poi. Vanno infatti a incrementare quei tipi di abusi legati a nuovi movimenti carismatici specie quelli che coinvolgono i minori e gli abusi cosiddetti familiari. Con questo termine la commissione intende o abusi di preti sulla propria parentela o su famiglie particolarmente credenti e attive nell’ambito ecclesiale e che accolgono nella loro quotidianità il prete. Questo genere di abusi si estende maggiormente nel tempo rispetto alla media. Su una perpetrazione di 5 anni nella media i dati si attestano sul 7% del totale mentre nel caso di quelli famigliari la percentuale è del 22%. La disparità di genere indicata in precedenza resta più alta riguardo ai maschi ma di molto meno, 52% contro 48%. In base a questi dati il rapporto nota come sia anzitutto la disponibilità e la facilità di abusare della vittima piuttosto che il genere e le altre cause descritte in precedenza a determinare la preferenza nella scelta della vittima. Incrociando i dati delle vittime di abusi sulla popolazione generale e quelli sui 30 casi ecclesiastici la Commissione è riuscita ad elaborare delle stime è impossibile afferma la Commissione stabilirne con esattezza il numero. “L’indagine sulla popolazione generale consente di stimare in 330.000 il numero di persone vittime di reati sessuali prima del compimento dei 18 anni da parte di persone legate alla Chiesa: membri del clero cattolico (sacerdoti, diaconi), monaci e monache, ma anche laici, uomini o donne, che lavorano in un istituto scolastico cattolico o in un collegio cattolico, curando il catechismo o una cappellania cattolica, o animando patrocini, campi vacanze o movimenti giovanili cattolici (scout, azione cattolica, altri movimenti, ecc.) . All’interno di questo numero totale, 216.000 persone sono state vittime di chierici, monaci o monache, che corrisponde al perimetro studiato proprio dalla commissione. Il gran numero di persone che sono state aggredite in questo modo, quando erano minorenni, è sia impressionante che spaventoso. […] Da questi dati si evince anzitutto che la violenza sessuale nella Chiesa non è, contrariamente alla credenza popolare, prerogativa dei soli chierici e religiosi: nel periodo preso in esame, sono certamente responsabili del 65,4% di assalti all’interno della Chiesa; ma i laici sono responsabili del 34,6% degli attacchi, ovvero più di un terzo. Non appena gli adulti entrano in contatto con minori, c’è il rischio, nella Chiesa cattolica come altrove, che si verifichi un abuso di potere, autorità o fiducia, che porti ad aggressioni sessuali. È anche probabile che, nel tempo, a causa in particolare della riduzione del numero di chierici e religiosi e dell’aumento della responsabilità dei laici, la quota delle vittime dei laici nella Chiesa cattolica aumenterà.” Report CIASE (2021, p. 222) La violenza sessuale perpetrata da responsabili afferenti alla Chiesa rappresenta il 6,1% delle violenze sul totale della popolazione francese nel periodo preso in analisi, quelle nello specifico commesse da chierici, monaci e 31 monache ha raggiunto poco meno del 4% (3,93%) di questo totale. Sulla base di tali dati si afferma che: “ il tasso di prevalenza della violenza sessuale nella Chiesa è più alto che in tutti i casi di socializzazione diversi dai circoli familiari e di amicizia.” Stime più incerte riguardano il numero di aggressori. Si oscilla fra una percentuale molta alta di aggressori o un numero molto elevato di vittime per aggressori. Una stima approssimativa collocherebbe tra il 2,5%-2,8% chierici e religiosi aggressori. Afferma il Rapporto: “Questo tasso dal 2,5% al 2,8% sembra basso alla luce dei confronti internazionali disponibili che sono compresi tra il 4% e il 5% in Germania e negli Stati Uniti e che raggiungono o addirittura superano il 7% in Australia e in alcune diocesi irlandesi (vedi sotto).” Report CIASE (2021, p. 226). Il rapporto cita numerosi studi che analizzano come i pedofili nei diversi contesti dove si verificano, possono abusare di qualche unità di vittime fino a centinaia e così conclude in sintesi: “dagli studi sopra riportati risulta che un predatore può fare un numero di vittime molto superiore alla media che risulterebbe dal tasso del 2,8% osservato in Francia (cioè 63 vittime), soprattutto quando attacca bambini maschi, come avviene in modo schiacciante nella Chiesa cattolica.” Report CIASE (2021, p. 230) Tre sono le ipotesi formulate 2,8% di aggressori se le vittime per ogni aggressore sono in media 63; 5% (35 vittime in media); 7% (25 vittime in media). 32 Tabella contenuta in Report CIASE (2021, p. 231). Per quanto riguarda un raffronto tra la Chiesa e gli altri ambienti di socializzazione quello ecclesiale risulta essere l’ambiente maggiormente a rischio. Il grafico sottostante, frutto dell’indagine sulla popolazione generale nella metropoli di Parigi, pone al numeratore il numero delle vittime mentre al denominatore il numero di persone che ha frequentato ciascun ambiente sociale ottenendo un tasso di prevalenza. 33 Tabella contenuta in Report CIASE (2021, p. 233). 34 “In totale, nella popolazione generale, il 14,5% delle donne e il 6,4% degli uomini dichiarano di aver subito abusi sessuali quando avevano meno di 18 anni. Sebbene la famiglia sia di gran lunga il primo ambiente in cui si verificano reati sessuali contro minori (il 3,7% della popolazione metropolitana ha subito aggressioni sessuali da parte di un familiare prima dei 18 anni, il 2% circa da un amico di famiglia estraneo al minore o no, mentre la cerchia ristretta di amici viene dopo con percentuali che resta su circa il 2%), la Chiesa cattolica è, in proporzione, il primo ambiente interessato dalla violenza sessuale sui minori e, di conseguenza, il primo degli enti interessati, siano essi pubblici o privato: l’1,2% delle persone che nell’infanzia hanno svolto attività legate alla Chiesa (scoutismo cattolico, movimento giovanile cattolico, catechismo, cappellania, scuola cattolica o collegio) dichiara di essere stato aggredito prima dei 18 anni da una persona legata a la Chiesa. Questa proporzione è dello 0,82% se ci limitiamo alla violenza commessa da un chierico o da un membro di un istituto religioso (sacerdote, diacono, monaco o monaca).” Report CIASE (2021, p. 233-234). Il grafico sottostante riporta invece in modo eloquente i dati e le considerazioni fatte in precedenza in merito al genere delle vittime che nella Chiesa, costituendo una caratteristica peculiare, vede per la maggioranza vittime maschili. 35 Tabella contenuta in Report CIASE (2021, p. 236). 2.4 Dati e analisi degli abusi riproduttivi A tal proposito la rivista Adista ha pubblicato la traduzione in italiano di un articolo “open access” pubblicato su “Religions” frutto di due anni di ricerca della teologa Doris Reisinger dal titolo: “l’abuso riproduttivo nel contesto dell’abuso sessuale clericale nella Chiesa cattolica”. A causa della scarsità di dati riguardo abusi subiti da persone adulte la ricerca della Reisinger si basa sui dati delle minori. Nell’articolo conferma i dati riportati in precedenza per cui circa un terzo delle vittime di abusi sono di sesso femminile e di queste un 36 terzo sono in età post-puberale. Secondo uno studio tedesco il 34,9% ha coinvolto ragazze delle quali un terzo aveva più di 13 anni all’epoca della prima aggressione sessuale. Per stabilire quante possono essere state vittime di abuso di tipo riproduttivo Reisenger confronta i dati di John Jay Report con quelli di Witt e all. del 2019 che riferiscono età e tipo di abuso subito arrivando ad una stima che va dal 1% al 10% di abuso riproduttivo. Prendendo per buona questa stima in una popolazione tra i 70 e gli 80 milioni il numero delle vittime minorenni di abuso riproduttivo da parte del clero cattolico sarebbe nell’ordine delle migliaia. Il numero di vittime adulte di abusi riproduttivi sarebbe invece di 4 volte maggiore. Lo studio della Reisinger si basa sul più grande archivio indipendente del mondo sugli abusi clericali (bishopaccountability.org) e sono relativi dunque alla Chiesa cattolica statunitense, i riscontri nel dettaglio sono visibili in tabella. 37 Tabella contenuta a pagina 5 dell’articolo della rivista Adista. Nello studio si afferma che: “nella maggior parte delle fonti su casi di preti sessualmente violenti, i riferimenti a forme di contraccezione sono rari. A volte ci sono accenni al fatto che i sacerdoti usano i preservativi o addirittura erano vasectomizzati. Tuttavia, nei casi conclusi con gravidanze, il metodo di controllo delle nascite preferito dai preti, se ce n’era uno, sembra essere stata il coito interrotto.” Reisinger (2022, p. 4) Una volta avvenuto il concepimento e durante la gravidanza i preti che hanno ingravidato le loro vittime: “di solito mettono la propria reputazione al di sopra 38 dell’autonomia del corpo e della salute della vittima, e a volte anche della vita della loro vittima e del loro bambino (non ancora nato).” Reisinger (2022, p.5). Si attua dunque un processo di coercizione al fine di interrompere o nascondere la gravidanza senza tener conto della volontà o necessità della persona incinta. Senza offrire un dato statistico la Reisinger afferma che dagli archivi emerge come molti sacerdoti cerchino di persuadere all’aborto, pagando o portando le vittime in strutture. Il motivo della reputazione del prete è la principale se non l’unica motivazione come l’eloquente caso Luna, prete della diocesi di El Paso, ne dà testimonianza. Tale prete, riporta Reisenger: “avrebbe detto a una delle sue vittime di non poter tenere il bambino perché non gli avrebbe fatto <>.” Reisinger (2022, p.6). In altri casi le vittime scelgono di abortire. Un’altra vittima sempre del prete sopra citato testimoniò di essere stata abusata per la prima volta a 11 anni nel 1980 e di aver abortito a 14 anni. Durante l’udienza la donna raccontò di come Luna reagì quando lei gli disse di non voler tenere il bambino e di come dichiarò a lui la sua intenzione di non voler far nascere un bambino sottoponendolo all’umiliazione di essere nato da uno stupro specie di un prete. Reisenger così sintetizza dall’articolo Reporter’s record 2019: “Anche lei si è sentita traumatizzata dall’aborto. Ha detto che si sente ancora colpevole e non si è mai perdonata, e che parla <> al bambino che ha perso, anche adesso, tre decenni dopo.” Reisinger (2022, p.7). Prosegue con un interessante osservazione: “A volte, la pressione ad abortire non sembra essere l’esperienza traumatica principale, ma più una sorta di punto di cristallizzazione che porta le vittime a rendersi pienamente conto della loro situazione. Questo si traduce in uno shock, sopratutto quando alle vittime era 39 stato fatto credere di essere in una <>”. Reisinger (2022, p.7). Quando le gravidanze vengono portate a termine le giovani madri si trovano a dover lottare legalmente per ottenere un mantenimento, trovando l’opposizione del prete abusatore sostenuto dalla diocesi intenta nel proteggerlo. Citando il caso della donna Sharon Roy rimasta in cinta di padre Patrick J. Colleary, accusato di averla violentata nel 1978 all’età di 17 anni, così Reisenger sintetizza: “fu solo nel 1995, quando Roy presentò richiesta di mantenimento del bambino al Dipartimento della Sicurezza Economica Child Support Enforcement Administration di Phoenix, che la diocesi <<pignorò come se niente fosse 400 dollari mensili di salario di Colleary>> per mantenere il figlio. In un’intervista con il Phoenix New Times nel 2002, Roy disse: <<E’ terribile avere a che fare con loro. Ti intimidiscono all’ennesima potenza, ti fanno sentire come se fossi tu la persona cattiva>>.” Reisinger (2022, p.8) Un altro modo cui si presta ricorso per coprire la paternità dei preti è quello dell’adozione coatta. Nel contesto cattolico dalla ricerca sembra emergere con frequenza il ricorso alle case di maternità, luoghi in cui venivano accolte donne single rimaste in cinta: “descritte da Marcia A. Ellison come <>” Reisinger (2022, p.9). Reisenger analizza i fattori che causano tali abusi soffermandosi per primo aspetto su sovrapposizioni di misoginia. La logica patriarcale, sessista e misogina che sarebbe presente nella Chiesa vede subordinare la sessualità femminile a quella maschile fino a far in modo che la vulnerabilità riproduttiva delle 40 ragazze e delle donne non comporterebbe più diritti ma soli obblighi. Questo sistema di ingiustizia riproduttiva costituirebbe la base che permette e oscura l’abuso riproduttivo. L’autrice rafforza la sua tesi analizzando nel dettaglio la misoginia. Evidenzia come le donne risultino doppiamente subordinate sia per il genere che per il ruolo in quanto impossibilitate ad accedere agli ordini sacri. Per accedere a ruoli di legislazione, giurisprudenza e amministrazione si deve infatti essere ordinati sacerdoti e quindi maschi celibi, così commenta: “Di conseguenza, il gruppo di persone che stabilisce le regole per la vita sessuale dei cattolici e il gruppo di cattoliche che possono rimanere incinte o di cattolici sposati con una persona che può rimanere incinta sono separati nel modo più netto possibile. Inoltre, questi due gruppi – clero e laici – sono in un chiaro rapporto di superiorità e subordinazione secondo la costituzione della Chiesa, che esige una stretta obbedienza e affidabilità dal basso verso l’alto, mentre la responsabilità morale è solo dall’alto verso il basso.” Reisinger (2022, p.11) Altro fattore preso in analisi riguarda la crescente importanza delle questioni riproduttive dall’inizio del XX secolo. In sintesi i vari documenti definiscono che solo coniugi eterosessuali sono autorizzati ad avere rapporti sessuali. Tali atti devono essere almeno aperti se non finalizzati alla trasmissione di nuova vita. Peccato grave sono l’atto sessuale fuori dal matrimonio, l’uso di anticoncezionali artificiali e sopratutto l’aborto. Stando così le cose l’abuso riproduttivo dovrebbe essere severamente punito ma così non è, cito Reisenger: “In parte perché i concetti stessi di autonomia riproduttiva e abuso riproduttivo sono estranei alla logica di questi documenti. In parte perché la tanto invocata dignità delle 41 madri e la sacralità della vita non ancora nata, così come presentate nella dottrina cattolica, non si traducono in diritti canonici garantiti e applicabili per madri e bambini. Non da ultimo, le decisioni su se e chi debba essere perseguito e punito per una gravidanza illegittima o per un aborto, e chi debba essere assolto e su quali basi, sono riservate in definitiva al clero maschile. Nei casi di abuso riproduttivo, tutti questi fattori lavorano a svantaggio delle vittime, come si può vedere in casi esemplari.” Reisinger (2022, p.11) Ci sono inoltre incentivi che portano i sacerdoti che non vogliono portare il peso del celibato a spostarlo sulle donne e sui figli che hanno generato, spiega infatti la Reisenger: “nella logica del diritto canonico, una violazione del celibato rimane, per il sacerdote, per lo più una questione di coscienza personale finché non diventa uno scandalo pubblico. Perchè se <<l’atto non è noto ad altri (e quindi, ipso facto, non è scandaloso), questi fatti pesano contro l’imposizione di qualsiasi conseguenza canonicamente penale>>.” Reisinger (2022, p.11). Ecco spiegato perché nel caso sopra citato Sharon Roy non ottenne alcun mantenimento fin quando non portò la sua causa di fronte al Child Support Enforcement Administration di Phoenix. Venendo all’analisi di alcune conseguenze più di tipo psicologico degli abusi riproduttivi credo sia utile evidenziare come le vittime credendo di essere in una relazione si sentono responsabili/colpevoli dell’abuso e interiorizzano idee misogine sulle relazioni eterosessuali, inoltre: “non è raro che le adolescenti e le giovani donne percepiscano gli atti sessuali indesiderati e persino la coercizione riproduttiva come qualcosa da dover sopportare 42 quando sono in una relazione eterosessuale. Quando a Lori Haigh è stato chiesto perché non poteva dire ai suoi genitori dell’abuso, ha risposto che <>”. Reisinger (2022, p.13) Proprio come il caso Roy evidenzia la tendenza a colpevolizzare la vittima da parte dei colpevoli e dei superiori, Reisenger cita altri casi in cui è la donna a sedurre il prete e a portare la responsabilità maggiore di essere rimasta in cinta a seguito di un rapporto. I vescovi stessi inquadrano tali circostanze di abusi nella prospettiva di “relazioni” venendo meno ad una visione responsabile dell’asimmetria di ruoli descritta in precedenza tra clero e laico. Accade anche che le vittime non trovino ascolto e accoglienza neanche da parte delle famiglie come nel caso emerso durante il processo penale contro Miguel Luna. Una della sue vittime: “ha ricordato come Luna l’abbia penetrata sessualmente per la prima volta, all’età di 12 anni nel 1993. Dopo, ha detto, si confidò con sua madre. Ma sua madre la guardò solamente e le disse: <>.” Reisinger (2022, p.14). 43

    Capitolo 3 – Analisi delle cause del fenomeno degli abusi

    3.1 Perchè sono realmente un fenomeno particolare gli abusi nella Chiesa Come visto nell’excursus storico la Chiesa ha impiegato tempo per riconoscere la necessità di analizzare strutturalmente il problema degli abusi al suo interno. I vescovi, riguardo ai membri del clero, avevano la prassi di spostare di luogo i responsabili di abuso e dopo il clamore mediatico la linea dei vertici fu quella di ribadire la necessità di condanna e applicazione del diritto canonico. L’approccio era quindi quello di vedere i singoli episodi non nella loro sistematicità all’interno dell’istituzione. Specie nei primi anni del clamore mediatico le testate giornalistiche, oltre che rivelare i risultati delle inchieste, tendevano a dare una lettura dei metodi messi in atto dalla Chiesa come fossero finalizzati allo scopo di insabbiare lo scandalo nell’interesse di anteporre l’istituzione rispetto alle vittime. Anche P. James Martin nel suo intervento nel libro “Atti impuri” concorda su questo punto per il fatto che la Chiesa è storicamente avversa “nei confronti dello scandalo all’interno di essa […]. Un attacco alla Chiesa è spesso interpretato come un attacco alla stessa fede.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.164). Di conseguenza in un triste paradosso, che P. Martin definisce “terribile ironia”, è con l’intenzione di tutelare i suoi figli che vengono coperti scandali per il timore che essi possano turbare o indebolire la fede dei credenti e il loro rispetto nei confronti della Chiesa andando a costituire: “una struttura pronta a preferire il carnefice alla vittima, il clero alla cultura laica, la Chiesa istituzionale alla Chiesa pastorale” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.2). Sul fatto che vescovi e altri capi della Chiesa hanno trattato i casi di abuso come episodi eccezionali una possibile spiegazione secondo il gesuita risiederebbe nel fatto di una mancata comprensione della portata del fenomeno legata ad una cultura, quella degli anni 1970, ancora poco attenta e sviluppata in materia. Parallelamente ad una coscienza critica costruita dal giornalismo laico l’analisi scientifica del fenomeno ha offerto la possibilità di passare gradualmente ad individuare i caratteri e i fattori di rischio oltre che le cause che portano agli abusi. Come afferma Gillian Walker: “le trasgressioni sessuali da parte dei membri del clero cattolico non sono necessariamente più gravi di quelle che hanno luogo in altre istituzioni religiose o secolari, ma incantano gli osservatori laici e non cattolici perché violano l’impegno pubblico del clero cattolico per il rispetto del celibato e la divulgazione di una morale sessuale restrittiva”. Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.251). Nel libro “Atti impuri”, Mary Gail Frawley-O’Dea descrive già nella prefazione il tipico scenario tra il 1960 e il 1990 in cui un ministro spesso carismatico e attento alle attività giovanili, sviluppa col tempo amicizie particolari con ragazzi solitamente di sesso maschile tra gli 11 e i 15 anni. Spesso si trattava di ragazzi cresciuti in famiglie problematiche ma non necessariamente. Fin dalla tenera età tali ragazzi erano stati educati dalle loro famiglie (di ovvia origine credente) alla fiducia e al rispetto delle figure sacerdotali in quanto rappresentanti di Dio e del suo volere. Quando poi l’amicizia si faceva sempre più intima, il sacerdote introduceva il sesso nella relazione col giovane. Fino a qualche anno prima il 2010 a tale situazione poteva proseguire un accusa a cui lo stesso appellante rischiava però di essere accusato di voler “gettare la Chiesa nello scandalo”: “una formula spesso usata 45 per indicare un’offesa considerata da molti ecclesiastici molto più grave di qualunque cosa il prete potesse aver fatto”. Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.XXVI). Con il tempo la Chiesa si rese conto che in tali situazioni si doveva ricorrere ai ripari mandando il tale sacerdote in terapia psicologica mentre prima bastava una promessa di cambiare comportamento. Negli anni sopra descritti caratterizzati da frequenti cause legali e ingenti richieste di risarcimenti furono le vittime stesse a volere che gli abusi e i relativi risarcimenti rimanessero confidenziali. Tale pratica ancora oggi viene rivelata attuale dall’Associazione Rete l’abuso, associazione laica la quale assiste le vittime di abusi del clero in italia, rivelando una prassi di risarcimento che si aggira sui 20.000 euro. Stando sempre al tipico scenario dipinto da FrawleyO’Dea di solito quando e se riassegnato ad una nuova sede, la comunità locale non veniva informata del passato del sacerdote.

    3.2 Le ragioni degli abusi – il ruolo del silenzio Già abbiamo evidenziato come a livello strutturale, essendo un’istituzione che tutela anzitutto se stessa e poi le vittime limitandosi per lo più a risarcire in cambio del segreto, si possano di conseguenza basare le fondamenta di un silenzio che permette la perpetrazione del reato con responsabilità che quindi vanno attribuite sia al singolo che al sistema. Afferma Jordan in “Atti impuri”: “Gli stratagemmi impiegati per mantenere il silenzio spesso prevedono forti denunce del desiderio omosessuale, dichiarazioni enfatiche sulla purezza dei sacerdoti e prediche infuocate contro l’orrore degli abusi sessuali. Questa non è semplice ipocrisia, ammesso che l’ipocrisia all’interno delle istituzioni religiose possa essere 46 semplice. Denunce, dichiarazioni e sermoni servono a distanziare la “Chiesa” dai suoi crimini interni in modo più efficace della pretesa implausibile che il vescovo non sappia ciò di cui legge o scrive. […] I crimini mostruosi, per definizione, non possono nascere dall’interno della Chiesa. Sacerdoti che abusano di ragazzini… questo è assolutamente estraneo alla vita cattolica. Quindi la causa deve essere una qualche influenza esterna, Satana o la degenerazione della cultura circostante.” FrawleyO’Dea e Goldner (2009, p. 275-276). Come concretamente i casi vengono messi a tacere? Continua Jordan: “Le reti del potere clericale sono sistemi per imporre il silenzio. Esse cercano dapprima di mantenere il silenzio nei modi ordinari: nascondendo gli atti e i perpetratori, chiudendo la bocca ai testimoni e negando le accuse. Se queste tattiche falliscono, i membri del clero iniziano ad alzare la voce: si mostrano ansiosi di dissociarsi dal reato specifico, ma cercano anche di impedire che il caso specifico divenga un’occasione per aprire la discussione su questioni più ampie. Essi mirano non solo a proteggere la Chiesa da un possibile scandalo, ma anche a usare lo scandalo per impedire ulteriori discussioni.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 276). Anche la Commisione CIASE si sofferma sul tema del silenzio evidenziando come, specie nel primo periodo preso in analisi quello dal 1950 al 1970: “La gestione della violenza sessuale è rigorosamente interna. L’esistenza stessa della vittima dell’aggressione viene taciuta. In particolare durante il procedimento canonico, viene menzionata solo per assicurarsi che i fatti addotti si siano verificati e che taccia. La prassi è quindi quella di farle giurare sulle Sacre Scritture che non 47 parlerà contro l’istituzione. Questa ingiunzione al silenzio si trova anche all’interno delle famiglie. Rappresentativa di questo contesto è la testimonianza di un parrocchiano che giustifica il silenzio di fronte agli attacchi perpetrati da un sacerdote nella diocesi di Rodez negli anni Sessanta: «Negli anni Sessanta un mio amico confidò ai suoi genitori come se ne occupò l’abate. È stato schiaffeggiato due volte, a letto e senza mangiare.” Report CIASE (2021, p. 125-126). Dal lato della vittima vari fattori determinano il silenzio. Fra le vittime che hanno risposto al questionario di ricerca attivato dalla CIASE il 7% non aveva mai parlato dell’abuso prima dell’occasione del questionario. Le motivazione addotte sono (fra parentesi il numero delle persone): “vergogna (6), dolore (5), richiesta dell’abusante (3) e imbarazzo per la famiglia (3)”. Report CIASE (2021, p.185). Bisogna evidenziare come l’intento alla custodia del segreto non sia un fatto chiuso ad una sorta di casta clericale ma coinvolge anche i laici fino a perfino i genitori dei minori abusati che possono minimizza, negare o comunque preferire altri interessi piuttosto che quello per il proprio figlio. Il dott. Dante Ghezzi, psicologo psicoterapeuta, che lavora per il centro Tiama per i traumi dell’infanzia, dell’adolescenza riguardo maltrattamenti abusi la denuncia, oltre che membro del CISMAI (Coordinamento Italiano Servizi contro il Maltrattamento e Abuso all’Infanzia) per poter aiutare le vittime degli abusi a elaborare il proprio trauma è fondamentale un intervento tempestivo. Il problema del segreto è causa di attivazione nel soggetto abusato di meccanismi relativi alla lungo latenza che portano al misconoscimento non dell’abuso in sé ma della sua pesantezza, profondità, della sua capacità di fare danno. A titolo di esempio cita il caso clinico di un suo paziente venuto al centro Tiama il quale da bambino fu abusato da un prete, raccontò il fatto alla 48 madre che lo invitò a dimenticarsene. Divenuto adulto a distanza di 19 anni circa e dopo aver avuto bambina al secondo genito di sesso maschile, tale evento di gioia diventa per lui attivatore dell’evento da lui subito da bambino chiedendo aiuto ai terapisti perché teme che anche a suo figlio potrà accadere quanto successo a lui. (L’abuso sessuale spiegato dal dott. Dante Ghezzi – VIDEO Rete L’ABUSO – YouTube.). Per Mary Gail Frawley-O’Dea, l’autore di delitti sessuali è straordinariamente capace di entrare con sensibilità e in punta di piedi nella vita delle loro vittime e di rispondere ai loro bisogni emotivi e relazionali: “evocando un senso di rispetto, fiducia e dipendenza molto prima che abbia luogo il primo contatto fisico.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.86). La segretezza è indispensabile per l’abuso sessuale. Le vittime vengono messe in allarme che se dovessero rivelare l’abuso verrebbero messe in orfanotrofio, lontane da casa; altre volte, riportano le autrici, le vittime vengono minacciate di subire del male loro o i membri della famiglia. Talvolta l’abusante incolpa la vittima dicendo di averlo sedotto, scaricando così su di lei la propria vergogna e il proprio disprezzo di sé. “In aggiunta, molti minori abusati restano in silenzio perché sentono chiaramente che nessuno, nel loro ambiente, li aiuterà, se diranno la verità. Per un bambino è più rassicurante tenere in vita la fantasia per cui, se avesse parlato, qualcuno lo avrebbe aiutato, piuttosto che rivelare l’abuso a qualcuno che potrebbe ignorarlo, accusarlo o violarlo di nuovo. Molti bambini adolescenti non rivelano il segreto sull’abuso perché vogliono bene al suo autore. Una crudeltà fondamentale dell’abuso sessuale, infatti, consiste nel modo in cui il suo autore calpesta l’affetto e il rispetto che il giovane gli offre con generosità e fiducia. E’ da questo epicentro di fiducia tradita che origina l’effetto di dissociazione mentale dell’abuso sessuale.” Frawley-O’Dea e Goldner 49 (2009, p.86)

    3.3 Le ragioni degli abusi – il ruolo del clericalismo e il laisser-faire sociale Se il silenzio costituisce un importante e grave fattore di rischio di tipo ambientale, specie in quanto fattore di perpetrazione, ne possiamo individuare altri in un complesso articolato tra potere, dottrine e contesto socio-religioso. Per il rev. Thomas P. Doyle la capacità e le possibilità dei vescovi di mantenere il segreto non sarebbe stata la stessa senza l’acquiescenza della comunità laica che riteneva di dover partecipare alle operazioni di occultamento nell’interesse della Chiesa. “Il clericalismo laico si basa su un’immatura dipendenza dal clero quale intermediario della spiritualità del credente e della relazione con Dio. Nel cattolicesimo, i preti controllano l’accesso del fedele ai sacramenti, e i sacramenti costituiscono per la comunità laica la sorgente del nutrimento e della sicrurezza spirituale. In sostanza, le minacce al blocco di potere gerarchico sono minacce alla sicurezza spirituale personale degli individui.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.185) I cosidetti terzi non direttamente coinvolti nei casi di abusi sono quindi soggetti che per così dire non vogliono vedere. Conclude Doyle: “Molti clericalisti laici, quindi, sono stati più intenti a proteggere le proprie fantasie di una Chiesa istituzionale perfetta e popolata da un’onorata casta clericale che a protendersi verso le vittime. Purtroppo, un numero troppo elevato di quelle vittime, delle loro famiglie e dei loro sostenitori ha subito l’ostracismo, anziché il sostegno, 50 dei fratelli laici.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.187) Reverendo Richards così racconta episodi relativi a tale argomento: “Parte del mio lavoro, una volta che un prete fosse stato accusato di cattiva condotta sessuale e l’indagine fosse proceduta al punto da indicare con certezza che un’infrazione aveva effettivamente avuto luogo, consisteva nel recarmi presso la parrocchia per incontrare i fedeli e spiegare loro cosa stava accadendo e in che modo si stava affrontando il problema. Senza eccezioni, e persino nei casi più drammatici di infrazioni gravi e prolungate, i parrocchiani si rifiutavano di credere che il loro prete avesse trasgredito; reagivano con grande rabbia, e cercavano risolutamente degli alibi o delle giustificazioni per il suo comportamento.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.200). Sette e Tuzza prendono in analisi una ricerca etnografica in materia di abuso perpetrato effettuata in un piccolo paese francese. Il titolo di tale studio “incesto ordinario” era piuttosto eloquente e descriveva come per 28 anni, Nelly fu violentata e torturata dal padre, Lucien. Da tali fatti nacquero 6 bambini, noti a tutti in paese compresi amministratori locali, servizi sociali, ospedali e scuole. Tutti sapevano e tutti ne parlavano. Tale ricerca dimostrò una tipica situazione di “laisser-faire” e per analizzare l’ondata di indignazione collettiva generata solo a seguito della testimonianza pubblica di Nelly. “L’incesto di Lucien su sua figlia diventa un problema per gli abitanti soltanto a causa della mediatizzazione generata dalla denuncia sporta da Nelly e dell’indignazione che ne è seguita. Questo perché la denuncia pubblica di Nelly ha minacciato il corso della vita ordinaria del paese e, quindi, da quel momento in poi, l’incesto era stato nominato e, qualificato giuridicamente come crimine, ritornava ad essere una proibizione sociale e legale. Come in una famiglia in cui la vittima rivela l’incesto e i cui membri restano ancorati all’ordine preesistente e la escludono, gli abitanti di questo paese hanno tentato di ripristinare l’ordine del villaggio scagliandosi contro Nelly”. Sette e Tuzza (2021, 79).

    3.4 Le cause degli abusi – una scarsa selezione e inadeguata formazione del clero al difficile ruolo e alla possibilità-impossibilità di espressione sessuale Lo scarso numero di sacerdoti, l’impropria selezione dei candidati al sacerdozio e la scadente formazione vengono riconosciuti come cause da P. Martin e dal Rev. Richards. Martin fa notare come negli anni Quaranta e Cinquanta (gli anni che hanno ordinato i preti che a distanza di una ventina di anni hanno fatto registrare il picco dei dati statistici fin’ora rivelati dai vari report) per poter aver accesso al suo ordine (quello dei gesuiti), “era sufficiente presentare una lettera di raccomandazione da parte di un altro sacerdote e avere un incontro con il padre provinciale. Se il padre provinciale dava il suo assenso, il candidato era ammesso.” Continua il suo racconto dicendo che invece quando nel 1988 entrò lui nei gesuiti i candidati: “erano sottoposti a una batteria di test psicologici i cui risultati erano contenuti in un rapporto inoltrato all’ordine stesso.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.162). A questo si aggiungevano i soliti colloqui e ritiri spirituali. Si richiedeva poi anche una autobiografia esaustiva, sei lettere di raccomandazione provenienti da amici e colleghi di lavoro oltre che un certificato sanitario. La questione 52 relativa alla formazione, rileva il gesuita, ha invece delle criticità che riguardano non solo l’aspetto psicosessuale ma anche alla capacità di definire i giusti confini tra se stessi e il prossimo. La Rev. Richards fa notare che già il fatto della prassi cattolica, che a differenza di quella episcopale prevede sia un soggetto a presentarsi “per conto proprio” come candidato piuttosto che scelto da una comunità come nella sua Chiesa (a titolo di esempio nel suo caso è stata coinvolta per tre anni nell’elezione alla candidatura), costituisce un potenziale fattore di rischio. L’impulso iniziale all’ordinazione rimane prerogativa dell’individuo che si trova per una prassi millenaria a dover accettare senza altrettanta libertà il celibato. La propensione al sacerdozio viene poi valutata non solo dal punto di vista delle doti necessarie al ministero ma anche alla conformazione verso uno sviluppo psicosessuale che diventa troppo spesso omologante piuttosto che frutto di un percorso di individualizzazione del sé erotico-sessuale. A questo si aggiunga che quella dell’ordinazione “per conto proprio” è una “decisione che spesso viene presa durante l’adolescenza o nelle prime fasi dell’età adulta” e che “ può sostanzialmente isolare, mettere da parte o spegnere la vita emotiva di un uomo, in modi che alla fine si rivelano poco salutari per lui e per l’istituzione.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.194) Anche lei concorda con P. Martin sull’importanza in ambito formativo di sviluppare una capacità di mantenere consapevolmente dei confini che viene definita come: “la capacità di assumere su di sé un ruolo ampiamente pubblico”, quale quello del sacerdote, “sostenendo al contempo una vita interiore che è parte integrante del sè pubblico pur senza essere condivisa pubblicamente” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.210). Se tale percorso 53 formativo non viene intrapreso seriamente, continua, “le tensioni emotive del lavoro sono in genere tali da minacciare, almeno occasionalmente, la capacità di mantenere confini appropriati” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 217) comportando dolore e sofferenza emotiva negli altri: il rischio di invadere la sfera dell’altro è piuttosto vicino. La funzione del ruolo deve essere ben chiara al pastore ed essendo la sua una “professione profondamente eterodiretta” espressione della Richards diventa necessario far spazio ad altre persone affinché riescano a diventare ciò che esse sono veramente. Il sacerdote rappresenta Dio e tutte le energie ad esso associato dalla tradizione religiosa (esempio funzione di produzione del sacro per mezzo dei sacramenti ma anche qualità come la creatività, apertura, autotrascendenza ecc). La cultura non è capace di aiutare le persone a comprendere e assimilare tali energie, così quando una persona laica è in ricerca di elaborazione della propria fede, di crisi personale o mera ricerca spirituale assimila piuttosto la persona che le rappresenta senza capacità di distinzione. Si apre così la possibilità di rendersi vulnerabile ad un altro che può manipolare e abusare colui che diventa vittima. Afferma infatti Richards: “Semplicemente, la figura del prete esercita un enorme potere psichico. Questi si situa sulla soglia tra l’umano e il divino, rappresentando Dio. Gli scritti dei mistici di ogni tradizione religiosa testimoniano che energia spirituale ed energia sessuale sono la stessa energia; e quindi il prete – in virtù della sua vocazione – costituisce un’icona sessuale.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.199) Per di più il rischio maggiore è dato dal fatto che tale energia sessuale fluisce, secondo Richards, “tra i laici e i membri del clero in forme che possono non raggiungere mai un livello cosciente.” (ibid.) Quando tale energia sarebbe gestita male, il prete non è capace o disposto a rispettare le persone laiche come off-limits per lui, agendo come Dio stesso e non come suo funzionario. Vi può essere quindi anche il caso per cui relazioni che nascono dalla violazione di un confine vengano poi risolutamente difese da coloro che sono coinvolti come relazioni d’amore uniche e speciali. 3.5 Le cause degli abusi – il legame tra potere, sesso e controllo sociale Secondo Walker vi è poi una connessione tra i precetti sessuali repressivi della Chiesa e le illecite relazioni di potere al suo interno che sono andate a definire un sistema gerarchico il quale: “ha portato all’erompere dell’abuso sessuale su minori cattolici da parte della casta sacerdotale, mentre la volontà del sistema di preservare il proprio potere è sfociata nel generale occultamento degli abusi.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.251). Richard Sipe si è soffermato su quelle che secondo Walker sono due teorie importanti, le quali hanno definito le “strutture di sesso/potere del celibato”. La prima teoria che spiega questo intreccio è quella Foucaultiana per cui gli usi della sessualità sono legati a meccanismi di potere e controllo, si legge infatti in “No al sesso Re” dell’autore francese: “il sesso ha rappresentato nelle società cristiane, la cosa che bisognava esaminare, sorvegliare, confessare, trasformare in discorso […]. Dal Cristianesimo in poi, l’Occidente non ha smesso di dire <> ”. Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 255). In questo senso la morale sessuale della Chiesa insieme alla sua struttura gerarchica ben rientra secondo Walker in questa visione espressa da Foucault che unisce sesso e potere. La seconda teoria appartiene all’antropologa Douglas e riguarda il modo in cui regole di purezza costruiscono e rafforzano confini socio-religiosi che vengono percepiti come speciali e sacri. Riprendendo Douglas in “I simboli naturali: esplorazioni in cosmologia”, Walker afferma: “un gruppo esposto a pressioni sociali dall’esterno tenderà a enfatizzare l’adesione a rigide norme di autocontrollo fisico come indice di conformità da parte dei propri membri.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.258), un ambiente che risulterebbe quindi gerarchico, disciplinare, basato sul controllo della sessualità. Quali sarebbero i fatti e le conseguenze di queste regole sessuali in particolare del celibato? Per Sipe, psicologo ex sacerdote, dopo aver intervistato 1500 preti dal 1960 al 1995 anno di pubblicazione di “sex, priest and power: anatomy of a crisis”, si tratta di un patto in cui i preti cedono la loro promessa di celibato in cambio di: “una confraternita di impiego garantito, rispettabilità, prestigio e potere […]. Tutti i benefici maturano automaticamente nella misura in cui l’apparenza del celibato è abbracciata pubblicamente o ufficialmente […]. Il potere è conferito e mantenuto, a meno che l’esposizione pubblica non minacci lo scandalo” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.261). Tuzza e Sette prendono in analisi i principali fattori di rischio. Il primo è quello relativo alla cultura istituzionale e organizzativa della Chiesa caratterizzata da fede, fiducia e autorità. Gli studi criminologici hanno evidenziato similarità di comportamenti da parte degli autori abusanti. Gli addescamenti sono basati su una pianificazione a lungo termine: 56 “caratterizzati da un rapporto fiduciario solido, presenza di una posizione di autorità e il rispetto dell’abusante; e sostenuti dalla segretezza, dalla vergogna e dall’isolamento della vittima. […] In altri termini, circostanze nelle quali un adulto ha alti livelli di autorità/fiducia/responsabilità e attività che implicano la cura o il contatto fisico/intimo con la vittima.” Sette e Tuzza (2021, p. 40-41). I rischi aumenta quando i minori in questione sono già stati trascurati o vittime di maltrattamenti o abusi anche da parte di coetanei (si pensi al bullismo). Per gli autori: “il contesto esprime di per sé un fattore per il quale i bambini e i giovani sono intrinsecamente più a rischio di abusi, a causa della loro esposizione in quel dato contesto ad altre forme di maltrattamento infantile.” Sette e Tuzza (2021, 42). Oltre a ciò le culture organizzative influenzano anche il modo in cui le istituzioni reagiscono di fronte ad un evento di abuso. Le vittime possono non essere credute specie quando il colpevole è un membro molto stimato della comunità, lo staff dell’istituzione è reticente a considerare che un collega possa aver agito in modo inappropriato. Nei contesti in cui le figure di tutela e cura appartengono a organizzazioni basati sulla fede-fiducia l’abuso assume un ulteriore connotato per le vittime. Esse sperimentano anche una forma di abuso cosiddetto “spirituale”. Elementi del campo spirituale-religioso possono quindi entrare in gioco per l’addescamento e la perpetrazione dell’abuso. Tali elementi includono narrazioni che esaltano l’ordinazione del clero a compiere l’opera di Dio; l’importanza di obbedire a Dio e quindi al clero; inoltre peccato, pentimento e confessione vengono controllati sempre dal clero stesso. Gli stessi termini “Padre” o “Fratello” indicano un’intimità e una fiducia a cui il credente fa riferimento. Qui si inserisce la necessaria considerazione riguardo al clericalismo. Esso, connaturato al contesto organizzativo della Chiesa, veicola una cultura di dominazione di un gruppo su di un altro e rappresenta la base per comportamenti abusanti, assegnando ai religiosi poteri psicologici e spirituali. L’autorità del singolo si confonde con il potere del singolo. L’autorità infatti appartiene legittimamente all’istituzione ma il clericalismo slitta tale autorità al burocrate che svolge le funzioni dell’istituzione conferendo alla sua persona poteri che propriamente non gli appartengono. Gli abusi sessuali commessi da personale del clero risultano quindi doppiamente abusi di potere e abusi d’autorità. Ancora più perniciosa è la cultura del cosiddetto “gerarchismo”: “un neologismo che individua nello specifico la peculiarità della cultura del potere esclusiva delle alte cariche episcopali, una cultura più problematica e sconosciuta di quella clericale.” Sette e Tuzza (2021, p.46). Allo sbilanciamento di potere dovuto alla funzione sacerdotale e alla cultura clericale si aggiunge quella di genere. “La letteratura socio-criminologica in tema di abusi e di violenze ritiene che la dominazione maschile rappresenti un modello storicamente contingente, ma duraturo, di relazioni di genere. Mentre questo modello è istituzionalizzato attraverso le pratiche collettive dello Stato, del posto di lavoro, della scuola e della famiglia, esso è incarnato dagli uomini nella loro vita quotidiana e vissuto come forza costitutiva nei loro rapporti interpersonali e sessuali.” Sette e Tuzza (2021, p. 47-48) La costruzione della “mascolinità egemonica”: “ ha la funzione di legittimare il dominio della mascolinità associando caratteristiche socialmente apprezzate a uomini e ragazzi, mentre caratteristiche meno apprezzate, o addirittura disprezzate, sono associate alla femminilità.” Sette e Tuzza (2021, p. 48). Tali 58 costruzioni sociali costituiscono dinamiche di potere sbilanciato. Gli autori citando le analisi di Keenan confermano che l’abuso dei religiosi sui bambini è istituzionale e può definirsi l’esito “inevitabile” delle dinamiche di potere e delle strutture della Chiesa. I responsabili degli abusi vengono visti dalla psicoterapeuta e sociologa americana come parte di una istituzione totale di assoluta gerarchia maschile in cui impotenza privata e dominio pubblico incontrollato e incontrastato si incontrano in un mix dagli esiti pericolosi.

    3.6 Le cause degli abusi – fattori religiosi: influenza sacramentale, identità vocazionale, missione caritativa Anche la Commisione CIASE si sofferma su meccanismi di influenza istituzionale. Il primo dei fattori sui quale la Commissione si sofferma è l’influenza sacramentale. Il sacerdote agisce, per usare una espressione teologica, in persona Christi. I sacramenti infatti, ma anche una serie di pratiche parasacramentali come la direzione spirituale della coscienza, possono essere dispensate solo dal clero. Il report cita l’esempio di un bambino che veniva abusato all’età di 8 anni: “Il suo aggressore gli disse che quello che stavano facendo insieme era davvero un peccato, ma che era stato cancellato dal sacramento della penitenza. Da quel momento in poi diede l’assoluzione al bambino dopo ogni sessione di masturbazione.” Report CIASE (2021, p.174). Anche altri riti sacramentali possono agire a vantaggio del clero abusante. Per esempio nel caso in cui l’abusato accetta anche se a malincuore di essere sposato o che i suoi figli vengano battezzati dal sacerdote aggressore. Altro caso può essere quello dell’Ordinazione. Un prete abusato quando era in 59 seminario intervistato dalla Commissione parla di una “sacra confusione” in riferimento al momento in cui il prete aggressore pose le mani sul suo capo per la sua Ordinazione. Tali circostanze vanno a incrementare il senso di vergogna e di impotenza che caratterizza ogni vittima di abusi. Un secondo fattore di influenza attivato dagli aggressori si basa: “Sul principio vocazionale, o elezione, che sta al cuore del discorso spirituale e delle pratiche pastorali cattoliche. Si attiva nell’ambito del dispositivo di chiamata al sacerdozio o alla vita religiosa, per commettere abusi sugli alunni dei seminari minori e sulle pie fanciulle.” Report CIASE (2021, p. 175) Ogni sacerdote o religioso risponde a una elezione che risponde al volere di Dio e a cascata per la vittima, l’essere eletto sessualmente nell’abuso va a rappresentare una partecipazione a quell’elezione sacra che appartiene al sacerdote. La persona scelta dall’aggressore è in qualche modo scelta da Dio stesso e impegnata sull’elezione a sacerdote del suo aggressore. L’isolamento e il sacrificio che agli occhi del laicato apparterrebbe al clero comporta anche un carattere asessuale che dovrebbero contraddistinguere le relazioni tra laici e clero. Quando un abuso sessuale si verifica in tali ambienti risulta più difficile da riconoscere come tale, infatti: “quando ciò accade, sia gli adulti che i bambini faticano a riconoscere la distinzione tra interazione adulto-bambino appropriata e inappropriata. Gli adulti sono spesso mal equipaggiati per gestire i loro desideri sessuali ei bambini le loro eccitazioni sessuali. Di conseguenza, i giovani spesso non sono in grado di resistere alle avances sessuali degli adulti.” Report CIASE (2021, p. 176) 60 Il terzo fattore individuato si basa sul principio della carità. “Se la Chiesa è, come ogni istituzione gerarchica, abitata da un’esigenza di lealtà nei suoi confronti, anche di segretezza, anche la copertura degli abusi e la resistenza alla critica sono favorite da un fattore proprio della Chiesa Cattolica: il potere nella Chiesa è istituito come atto di carità, servizio. Ma questo modo di istituire il potere genera il suo punto cieco: l’impossibilità di pensare al <>, cioè al potere.” Report CIASE (2021, p.179-180). Si è ministri, dal latino servo, anche quando ad esempio un sacerdote si fa finanziatore dei bisogni materiali ed educativi di un minore. In modo emblematico il Rapporto descrive il caso di un intervistato che racconta di essere stato vittima di un sacerdote che risultava pubblicamente un gran benefattore avendolo accolto dopo che l’orfanotrofio in cui viveva fu chiuso. Tale riconoscimento pubblico rendeva ancora più difficile per se stesso e per coloro che vivevano accanto al sacerdote e alla vittima, all’epoca minore povera e bisognosa di aiuto, il riconoscimento dell’abuso. Come puntualizza il Report: “Se la persona aggredita avesse resistito troppo, l’aggressore avrebbe ritirato il suo aiuto finanziario. Resta il fatto che la sua parola non sarebbe creduta, tanto è accecante l’aura caritatevole del suo aggressore per chi lo sostiene, tanto il mondo dei beneficiari e quello dei donatori sono segnati dalla distanza sociale e spaziale.” Report CIASE (2021, p.180) 61 Anche Tuzza e Sette prendono in considerazione gli elementi socio-economici come fattori di rischio degli abusi. La loro è una considerazione sistemica che parte dalle conseguenze dell’ideologia neoliberale. Il riconoscimento delle vittime può essere considerato come un processo politico che si scontra con i limiti delle prospettive sociali, culturali e individuali. L’ideologia neoliberale ha avuto un impatto sulla costruzione della vittima e della vittimizzazione come esperienza individuale, patologizzante del singolo autore mettendo in secondo piano l’attenzione al sistema e causando una riduzione delle prestazioni sociali e dei servizi in favore dei singoli soggetti vulnerabili e delle comunità. “Il rischio è dunque che, avendo incentrato tutta l’attenzione sulle cosiddette “bad apples” e sulla loro punizione severa, si trascurino gli altri bisogni delle vittime e delle comunità; affermando le responsabilità individuali ci si dimentica delle questioni sociali e sistemiche quali la povertà, l’accesso all’istruzione, la classe e tutte le altre macro-variabili delle quali sono portartrici le potenziali vittime.” Sette e Tuzza (2021, p. 54)

    Conclusioni Dai risultati delle ricerche che le commissioni hanno effettuato sullo specifico fenomeno degli abusi sessuali in ambienti ecclesiali si possono evidenziare delle particolarità che li differiscono dagli altri ambienti. L’ambiente ecclesiale rappresenta il primo ambiente di abusi sessuali dopo quello familiare/parentale. Mentre alcuni caratteri si ripetono e rimangono comuni, come fattori di rischio quali la disparità dei ruoli e la gestione del potere che riguarda la Chiesa ma può riguardare qualsiasi altra istituzione, altri costituiscono un eccezione. Il fattore del potere, la gestione dello stesso e il gerarchismo sembrano emergere come i principali fattori che determinano gli abusi anche nell’ambiente ecclesiale. Particolarità del sistema degli abusi ecclesiali è ad esempio la prevalenza di vittime di genere maschile che pare maggiormente a rischio per la maggior facilità di addescamento oltre che per un processo di identificazione da parte del chierico con la propria sessualità repressa negli anni pre-adolescenziali e adolescenziali che porterebbe a replicare il proprio vissuto sugli altri minori. Altri aspetti particolari sono ovviamente relativi al contesto religioso-spirituale che costituisce una base di potere a favore del carnefice a cui segue l’abuso psicologico e sessuale. Tale argomento meriterebbe un approfondimento teologico e spirituale che per ovvi motivi non competevano a questo elaborato. Dal punto di vista più sociologico ciò che si evidenzia è però la necessità di una cultura laica maggiormente emancipata dalla dipendenza dal clericalismo che distorce la visione reale degli eventi e delle relazioni. La questione della gestione del potere che appartiene a tutte le istituzioni si traduce nell’ambiente ecclesiale in 63 una gestione del potere “religioso” che di fatto svolge la funzione sociale di mediazione col divino e di produzione del sacro, elementi che pongono una separazione di casta tra gli aderenti all’ “ekklesia” (chi può produrre e mediare da una parte e dall’altra chi non è dotato di questa possibilità, il genere femminile e i laici). Il problema non si esaurisce però nel rapporto clero-non clero tant’è che le statistiche rilevano un aumento di abusatori laici laddove figure clericali lasciano incarichi educativi come ad esempio il contesto degli istituti. Questo ulteriore aspetto meriterebbe approfondimenti per valutare se c’è una continuità con le cause e la struttura dell’ambiente ecclesiale o se e in che misura tali cause vanno piuttosto ricercate altrove. Gli sforzi dell’istituzione ecclesiale e della società tutta sono aumentati negli ultimi decenni ma per avere dei riscontri sugli effetti di tali interventi è necessario attendere altri decenni, il tempo necessario perché il silenzio sofferente delle vittime possa trovare ascolto in chi li può ascoltare. Per fare questo diventano fondamentali luoghi di ascolto e accoglienza non solo ecclesiali ma anche fuori dall’ambiente che ha costituito luogo di abuso. Ovvio è l’interesse da parte della Chiesa di limitare i fenomeni di abuso al suo interno ma non può essere la sola ad occuparsene. La coscienza sociale tramite il giornalismo ha sollevato e talvolta favorito la sensibilizzazione per la tematica ma la cittadinanza può fare di più sul piano della prevenzione e della cura di minori abusati o a rischio negli ambienti ecclesiali e non solo. 64 Intervista a Francesco Zanardi (vittima di abuso sessuale clericale) Cosa puoi raccontarmi della tua famiglia d’origine riguardo in particolar modo gli anni della tua infanzia? I miei genitori non so chi siano perché sono stato adottato ma non l’ho saputo fino al funerale di mia madre quindi ti devo parlare dei miei genitori adottivi. Era una situazione piuttosto turbata nel senso che mia madre non poteva avere figli e mi adottò a Torino nel 1970 poi dopo l’adozione ebbe immediatamente vergogna di avere un figlio adottato ebbe una pesante crisi psicologica e fu costretta a lasciare Torino e venire ad abitare a Savona, questo perché a Savona nessuna sapeva che il figlio era adottato ed in qualche modo lei riuscì ad accettare di più la cosa. Purtroppo poi io per 24 anni non l’ho mai saputa poi quando mia madre si è suicidata, un parente, cercando di dare una spiegazione del suicidio, mia madre si era ammazzata buttandosi in mare, mi ha detto questa cosa pensando che io sapessi, invece mi è caduto il mondo addosso. Con mio padre, lo stesso, è sempre stato un rapporto che avevo la sensazione come non fossi stato loro figlio. Mi straniva il comportamento dei miei genitori con me e quello dei genitori dei miei amici quando andavo da loro, non coglievo cosa mancava ma mancava qualcosa. Vedevo delle differenze che oggi mi spiego, all’epoca no. Ti ricordi delle manifestazioni d’affetto tra loro o di loro con te? Tra loro come coppia no, era una famiglia assolutamente patriarcale dove mia 65 madre subiva tutto quello che c’era da subire per tutti, mio padre spadroneggiava per casa. Quando si sposarono mia madre, che già sapeva di non poter avere figli faceva l’infermiera, lavorava in ospedale, mio padre la costrinse a lasciare il lavoro perché voleva la moglie a casa; la femmina doveva stare a casa a fare la femmina non doveva lavorare. Affetto nei miei confronti la mia mamma, forse per la situazione che viveva, quello che mi offriva era più una imposizione di affetto diciamo così, inadeguate all’età che avevo che al momento ecc. Mia madre infatti si suicidò a 24 anni pochi giorni prima era venuta a sapere che ero stato abusato dal prete. Fino a quel momento nessuno le aveva detto questo, tuttavia lei andava a fare volontariato in ospedale a curare i malati di HIV con una suora che era di Spotorno. Questa suora uno di questi giorni le dice, sai che mandano via Don Nello perché violentava i bambini? Io credo che in quel momento a mia madre le si sia aperto tutto, abbia capito tutto. Come mai ero cambiato caratterialmente. In infanzia e adolescenza il tema del sesso in famiglia era un tema tabù o in qualche modo se ne parlava? Era un tema assolutamente tabù, i modi di parlare di sesso semmai erano questi, mio padre che faceva le corna a mia madre tranquillamente. Sapevo che lui andava a fare i fanghi ad Aquiterme poi lì aveva le donne, mia madre se lo subiva, non diceva nulla, classica famiglia patriarcale terrificante proprio. Questa cosa l’ho sempre saputa fin da piccolo chiunque lo avrebbe capito era molto evidente. La sera che mia madre si era ammazzata, la stessa sera mio padre aveva l’amante che era scesa da Torino. 66 Quali sono state le prime figure adulte con cui hai affrontato il tema del sesso? Eh guarda paradossalmente nel 2005-2006, un prete, col quale non ho mai fatto sesso e non ho avuto rapporti premetto. Un prete che era parroco che era collega del prete che mi ha violentato. Don Carlo Rebagliati aveva intravisto in me un’omosessualità che però io non avevo ancora visto perché avevo un blocco sessuale. Lui l’aveva già vista. Avevo circa 30 anni, fino a quell’età ho avuto un blocco sessuale totale, mai fatto sesso se non col prete che mi aveva stuprato. Verso i 30 anni uscito dalla droga, mi riconosco anche sessualmente e inizio a stare bene. Inizio a completare la mia esistenza. Prima dei 30 anni non ne parlavi neanche con il gruppo dei coetanei di sesso e sessualità? No. Era un tema di imbarazzo allucinante, quando mi avvicinavo a una ragazza mi vedevi scappare subito, se volevi farmi scappare da una situazione, mi mandavi una ragazza vicino ed era più che sufficiente e tranquillo che io in quella situazione non tornavo più. Venendo al tema della tua famiglia in termini di quanto fosse credente nella religione, tua madre era più credente vero? Sì. Guarda mio padre, ex carabiniere. Mia madre e sua madre, mia nonna, sì. Guarda mia nonna per esempio mi ricordo d’inverno si faceva una volta che 67 gli anziani si portavano a casa per non farli stare da soli, poi mia nonna viveva in campagna non si lasciava, me la ricordo che dormiva in un letto in camera mia che faceva versi strascicati ed era lei che diceva tutto il rosario, finché non lo finiva non si dormiva, lo diceva sottovoce ma io la sentivo lo stesso che rompeva le balle. Mia madre non aveva ruoli in parrocchia ma io fui violentato a causa sua nel senso che lei aveva questo suo lato di amore, secondo lei, e perché io fui violentato, perché io la domenica dovevo andare a fare il chierichetto alla domenica, assolutamente. Lei ci teneva, io non andavo perché credevo, ci teneva lei, e lo faceva in un modo particolare. Diceva che a una delle messe della domenica veniva a vedere. Quindi mi costringeva a fare la messa delle 8 della mattina ecc perché io non sapevo a che ora veniva, sapevo che veniva poi se c’era o no non sapevo, quindi subivo anche tutte le paranoie di una madre che guai se per esempio leggevo sull’altare e sbagliavo qualcosa mi rimproverava. Avevo sensi di colpa per cui andavo lì col terrore. Dall’ altro lato comunque non potevo stare in casa con mio padre perché era un uomo che non voleva fastidi, non voleva nessuno in casa, non mi faceva neanche fare i compleanni perché diceva che i bambini gli davano fastidio. Infatti quando mia madre si è ammazzata mio padre me lo disse chiaramente, tua madre voleva un figlio io no, adesso tua madre non c’è più. Più chiaro di così. Cos’era per te l’ambiente parrocchiale, non ci andavi perché credevi, cosa rappresentava per te? L’ambiente parrocchiale lo frequentavo perché vivevo in un paese di 5 mila abitanti neanche e tutti i ragazzini, in inverno sopratutto si andava in 68 parrocchia. Se non ci vai sei solo. Era un ambiente di socializzazione soprattutto per gente come me che in casa stavano male. Non potevo portare gli amici, non potevo essere libero, non potevo neanche portare un amico a un’amica a studiare perché il papà rompeva le scatole. Capisci che il bambino cerca un luogo alternativo quindi quello era il mio luogo alternativo per un paesino che ha le risorse che ha. All’interno del contesto parrocchiale la figura di Don Nello cosa rappresentava per la tua famiglia e per te? Don Nello, si amicò subito a mio padre, mia madre era più sottomessa quindi non aveva un ruolo di comando in famiglia anche se era la mamma. Don Nella mangiava, gli piaceva mangiare quindi faceva queste cene in cui gli piaceva cucinare a mio padre pure. Quindi veniva a casa da voi? Assolutamente, questo lo fanno tutti. Se guardi le storie generalmente il prete è l’amico di famiglia eh. A parte gli addescamenti a scuola o in parrocchia, ma anche quelli in parrocchia, non c’è una storia in cui il prete non diventa amico di famiglia perché è un autodifesa molto importante. Il ragazzino sa che è l’amico di papà e mamma e vagli a far del male. Lui andava anche da altre famiglie c’era la moglie ad esempio di una coppia, il prete gli stuprava i figli e la moglie invece faceva credere che lei e il prete avessero una relazione, proprio coprire la sessualità del prete. Cioè poi va beh qui siamo a livelli di 69 comportamento da setta la Chiesa non è definita tale ma come ti dovrei classificare. Questi poi sono delinquenti stanno facendo del male manco ad altri ma ai loro stessi figli. Situazioni comunque simili ci sono. Riguardo l’evento non voglio farti domande specifiche, nella biografia parli dello stanzino dove smontavi le radio, racconta se vuoi quello che ti senti. Io mentii alla Procura della Repubblica quando denunciai perché in realtà non ricordai quello stanzino. Io ricordavo il primo abuso, che invece è stato uno degli abusi, in una casa di campagna degli scout e non l’ho mai ricordato quello stanzino. Poi nel 2103, questo ti fa capire quanto la mente copra i pensieri scomodi, nel 2103 faccio quei due famosi servizi con Le Iene. Nel secondo servizio, io sapevo, avevo già ricostruito la situazione del prete che mi abusò e l’anno prima aveva preso i voti e l’anno prima aveva già abusato di un altro ragazzino infatti era stato spostato dove abitavo io per quel motivo. In quella seconda puntata de Le Iene trovarono proprio quel ragazzino che era stato abusato la prima volta a Valleggia. Questo ragazzino mentre racconta dice un particolare insignificante. Bene, in quel momento mi è venuto in mente tutto. Avevo rimosso il particolare dei pantaloni di velluto. Lui mi sedeva sulle gambe, era un rito, ed aveva sempre i pantaloni di velluto, io avevo completamente rimosso poi questa cosa fece tornare la mente a galla. Quindi era un pensiero nascosto, ma non era vero che era nascosto perché in un secondo ha ritirato su tutto, capisci? Ciò è avvenuto prima o dopo il percorso che hai fatto con il CeIS? 70 No, quello l’ho fatto prima dei 30 anni quindi questo è successo dopo. Nella biografia parli anche dei campeggi che facevate da bambini, come erano gestiti, cosa accadeva? Semplicemente riguardo al campeggio si faceva leva su ragazzi appunto poveri, eravamo in 4 generalmente, nell’audio dove Don Nello confessa dice eravate 5 ma io ricordo 4 il quinto non so chi sia e, col senno di poi, noi vivevamo una vita monotona. Eravamo bambini che facevano casa parrocchia, casa parrocchia e scuola e basta. Le nostre famiglie non ci facevano andare in vacanza per esempio io non andavo neanche alle gite scolastiche perché i miei non volevano spendere soldi ecc ecc e insomma non avevamo niente quini era bello quando tutti gli amici venivano portati anche solo sabato e domenica a dormire in tenda. Ovvio all’epoca eravamo undicenni, non conoscevamo il sesso e la sessualità quindi non c’erano mai venute erezioni, ci venivano e eiaculavamo, non lo avevamo mai fatto quindi anche la pedofilia sembrava tutto normale. Cioè anche il fatto che un prete ti toccasse sembrava quasi, essendo ignoranti in materia, che ti aiutasse a crescere, ti facesse da papà, sembrava quasi un lato paterno, ok? Almeno all’epoca, a undici anni, ovvio adesso ha un significato tutto diverso, poco paterno e molto ragionato perché tutte le volte che andavamo in campeggio eravamo in 5, in 5 in effetti perché il quinto era lui, era Don Nello, in macchina si stava in 5 il prete e i 4 ragazzi. Lui portava puntualmente, anche se si aveva le tende grosse dove dormire insieme, ne portava sempre due, una da 3 e una da 2. Poi ho capito ai giorni 71 nostri che era perché così 3 ragazzini dormivano nella tenda e uno dormiva con lui. Poi effettivamente tutti sapevamo cosa succedeva di là, ma non perché sentivamo chissà urla o cosa, ma perché a turno toccava a tutti poi ovvio che manco ne parlavamo tra di noi era il segreto di pulcinella no? Quindi tra di voi non ne parlavate, mentre ad altre persone? Intorno a noi ovviamente c’erano degli adulti no? E vedevano, intuivano, capisci che noi da bambini, quando vedo te, adulto che non dici nulla quando quello mi tocca il pacco, a me sembra una cosa normale a quel punto, avevo 11 anni capisci? Cioè Don Nello queste cose le faceva anche in presenza di altri adulti che vedevano? Assolutamente, lui per esempio chiamava Ceccu, Ceccu era il cane, e lui ripeteva questa parola Ceccu, quando ti dava le manate al pisello e al sedere. Ma lo faceva pubblicamente, sembrava tutti così normale, almeno, ai miei occhi e agli occhi degli altri lo sembrava. Si accreditava, capisci cioè io sono un bambino di 11 anni che vedo te che vedi che Don Nello mi tocca il pisello dicendo Ceccu, ovvio non mi masturbava eh pubblicamente, mi dava una manata sul pisello ma tu da adulto devi capire che non va bene farlo a un bambino. Io da bambino non lo capivo. Vedevo te da adulto che stavi zitto, quindi per me era tutto a posto no? D’altra parte mi svegliavo la mattina eiaculato che non mi era mai successo, che mi venivano le erezioni che non mi 72 erano mai successe, voglio dire: perché mai avrei dovuto notare qualcosa di strano in tutto questo? Quando poi inoltre vedo gli adulti che vengono a fare gli educatori ai campi che avevan fatto delle canzoni addirittura nei campeggi che dicevano “viva via Don Trippa che degli schinci se ne impippa” e gli schinci sono le eiaculazioni eh. Ed erano canzoni che cantavamo intorno al fuoco, canzone che aveva scritto Don Nello sta canzone qui. Questa e poi c’erano altre canzoni veramente molto volgari e molto spinte con le parole. Tuttavia, si cantavano con gli adulti no? Quindi porca miseria dimmi te come avrei potuto trovarci qualcosa di strano. Un’altra cosa che racconti è un meccanismo che Don Nello attivava come per far ingelosire i ragazzi che rifiutavano le sue attenzioni, giusto? Ci tagliava in qualche modo, nel senso non ci dava ascolto, non ci rispondeva. Poi lui sapeva che tutti i ragazzi che eran lì era perché non avevano altro di meglio da fare no? E quindi avevano bisogno di qualcosa. Lui te la dava, ma nel momento in cui ti ritraevi lui te la negava. Quella era l’arma, era lo strumento. Gli abusi sono durati per quanto tempo? Nel mio caso dagli 11 ai 15 quasi 16 anni. Quando poi a quel punto hai lasciato la parrocchia vero? 73 Eh ho lasciato tutto, parrocchia scuola. Adesso lo ricostruisco all’epoca no, ebbi questo istinto di protezione che mi portò ad andare a lavorare e impegnarmi a lavorare tutte le ore in cui una persona sta sveglia. Era il modo per riuscire a compensare il distacco dai miei amici e dalla parrocchia e da tutto. Smisi la scuola addirittura. L’istinto di protezione era quello di togliermi, di fuggire da lì anche perché, il compromesso non c’era no? Nel senso il compromesso era stare lì ancora 15-16 anni e essere molestato. Quindi ecco forse non l’ho mai capito in quel momento no di sicuro, ma qualcosa, l’istinto mi ha fatto scappare ok? La scelta fu drastica perché fu complicata, mia madre figurati come ci teneva che io andassi in parrocchia e facessi il chierichetto, che andassi bene a scuola, facevo già il primo anno delle superiori, e lì mi si pose il problema di mia madre, che io ricordo come una depressa da sempre. Come dirgli che non andavo più a scuola? Lei ci teneva, quindi le dissi, mamma non vado più a scuola ma lavoro, cioè non è che sto lì a non far nulla. Quindi ecco mi posi tutta questa serie di problemi che da ragazzino ovviamente non fu facile. La soluzione che trovai quindi fu anzitutto scappare perché avevo capito a 15 anni che quello che faceva il prete era un abuso e sono scappato. Cioè ora non so in che forma compresi ma sentii di fare questo, di fatto qualcosa non andava e per farla funzionare unica soluzione era andare via punto. Per questo mi toccava lasciare gli amici che andavano in parrocchia. Poi non sei riuscito ad incontrarli diversamente? Quel beneficio che la parrocchia offriva della socializzazione che fine fece? 74 No, li persi completamente, la storia poi è stata un disastro perché si avevo cominciato a lavorare ma avevo cominciato anche a drogarmi proprio perché mi mancavano gli aspetti sociali. I bisogni di socializzazione venivano ripiegati nel lavoro, quindi finché lavoravo stavo bene. Poi ero solo e per superare la solitudine sì vedevo gli amici ma quelli uscivano con le ragazzine, che invece io non riuscivo ad andarci, anzi avevo paura e quindi mi sono dato alla droga perché era l’unica cosa che mi faceva dormire, non mi faceva pensare l’eroina, ti inibisce totalmente la sessualità, no? Diciamo poi 15-20 anni sei nel pieno hai bisogno di fermarti, o ti eviri o non so ecco, cerca di capire. Poi hai fatto il percorso del CeIS quando, a che età? Quello dopo la morte di mia madre, mio padre mi caccia di casa, il famoso prete Don Carlo. Mi recupera perché io dormivo nel magazzino, avevo un’azienda e dormivo nel magazzino, senza bagno, senza doccia ogni tanto chiedevo a qualche amico di far la doccia a casa e don Carlo che non avevo più visto da quando lasciai la parrocchia quindi 16, dopo il suicidio di mia madre mi viene a cercare, mi trova in questo magazzino e mi dice, ma perché non vieni su a Tosse dove sono parroco, la canonica è enorme, ha un sacco di stanze te ne do una e hai la doccia il caldo la cucina, così io andai. In realtà poi me lo disse, questo suo gesto era mosso da un suo forte senso di colpa perché mi raccontò che nel 1981 quando il vescovo mandò Don Nello da Valleggia a Spotorno disse a lui e all’altro parroco don Gianni, tenetelo d’occhio è un pedofilo e in effetti mi ricordo che don Nello all’inizio aveva proprio una 75 stanzetta, malgrado la parrocchia di Spotorno avesse tanti appartamenti, questo prete dormiva in casa di don Carlo in una cameretta. Cioè era costretto, poi ovviamente a noi non ce lo dissero, ma di fatto don Nello era costretto. Poi In seguito don Carlo me lo disse, ma in effetti era strano che in un paesino di cinque mila abitanti ci fossero un parroco, un vice parroco e un terzo prete. Don Carlo quindi per te è stata una figura di rifermento per quanto riguarda la tematica della sessualità. Sì, io quando scoprii la mia sessualità andai da lui, considera che io lo chiamavo popi, lo scrivo nel libro. Tu pensa un po’ alla definizione popi cosa vuol dire, cioè non riconoscevo mio padre perché non era mai stato un padre e riconoscevo lui come il padre. Uno perché non m’ha mai toccato, malgrado fosse gay e due perché mi ha aiutato davvero ad accogliermi e poi in qualche modo a indirizzarmi e fare la comunità per disintossicarmi, quindi è stato davvero come un padre. Riguardo le tue prime esperienze affettive e sessuali c’erano delle cose che ti mettevano più in difficoltà? Magari facevi più fatica? Assolutamente, la mia esperienza a 30 anni mi ha fatto capire poi a 40 perché i preti diventano pedofili. E non ho vergogna a dire, cioè io non ci sono andato vicino ma l’ho vissuta un po’ questa esperienza non da pedofile naturalmente, tuttavia quando io ho iniziato a sperimentare la mia sessualità, sempre maggiorenni, ma ero attratto da persone più giovani di me, e ora mi spiego 76 perché. Perchè in realtà andavo a recuperare, cioè io a 30 anni non avevo l’esperienza sessuale che avevi tu a 30 anni, quindi io avevo vergogna. Una volta liberato nella mia sessualità, si presenta l’ostacolo per cui tu hai l’esperienza e io no quindi, se andiamo insieme io ho paura nei tuoi confronti, vergogna; della serie Leonardo ha fatto sesso con chissà quanta gente, io no. Quindi capisci che sono in un palese stato di inferiorità. Io ho ricostruito un po’ la tesi, che poi tanti psicologi mi hanno confermato, e la mia ricostruzione non è su basi scientifiche tuttavia era corretta, perché l’ho vissuta anche io in qualche modo, in una forma non pedofila. Dovevo quindi recuperare questa cosa e ho subito messo in paragone la vita dei preti. I preti andavano in seminario all’epoca all’età di 11 anni, proprio nell’età dello sviluppo. Il seminario era un ambiente omosessuale, dove le esperienze si facevano solo tra uomini e tuttavia erano penalizzate perché fondamentalmente il sesso non si doveva fare al di là dell’ipocrisia eccetera. Allora io lì ho capito che questi ragazzini spesso 11 anni che venivano intimiditi sugli aspetti sessuali naturali che avevano, poi molti di nascosto sono riusciti a liberarsi a fare esperienze e per quello che nasce una omosessualità malata come quella dei preti. Perché io sono omosessuale ma assolutamente non malato, cioè non mi riconosco come l’omosessualità dei preti che secondo me è malata no, è costretta, mentre la mia è una libera scelta, c’è stata una consapevolezza, la loro è perché vivi solo con uomini, hai voglia di fare sesso e in qualche modo i tuoi istinti li sfoghi punto, quindi è costretta perché non hai alternativa. Il mio fatto che non riuscissi ad avere rapporti con i miei coetanei legata a questa inadeguatezza che io sentivo lo ho un po’ trasferito nel mio ragionamento sulla vita di questi ragazzini che appunto a 11 anni andavano lì, avevano poi di fatto un trauma, 77 perché capisci che tu quando eiaculi come quando accade a tutti i ragazzini spontaneamente mentre dormi, la mattina il prete ti tocca i genitali, ti sente bagnato e ti manda a pregare, tu che rapporto costruisci con la tua sessualità? È una tragedia no? Anche perché parliamo di bambini che la stanno sviluppando la loro sessualità quindi per forza è deviata, assolutamente deviata. Come succede per le suore, colpevolizzate per la vergogna del ciclo mestruale. Ovviamente parliamo di pensieri malati, chiamiamoli così, tuttavia la sensazione che vive questa persona è terribile. Invece le cose che ti riuscivano con maggior facilità nelle prime esperienze? Non ti sono rispondere, non è che non voglio, proprio non saprei che rispondere, non ne ho idea ancora adesso io stesso. Ho sperimentato ecco, se devo dire, ho fatto a 30 anni quello che fa il ragazzino a 12. Altro non ti saprei dire, proprio. Oltre al percorso di terapia del CeIS hai fatto altri percorsi? No, non ho avuto la possibilità economica, come un po’ tutte le vittime quasi. Il fatto di essere vittima ti porta anche ad avere pochi rapporti sociali, interazioni, poi non accedi a questi servizi. Ho fatto poi il reinserimento, dove sono tornato da don Carlo. Lo psicologo del CeIS quando uscii mi disse, Francesco, tu vai da dove ma se vai da don Carlo vai avanti, se vai da tuo padre, tempo 3 mesi e torni a fare il tossico. Mio padre non poteva neanche venire in comunità. Era entrato due volte, avevano visto il personaggio 78 avevano disposto che non poteva più venire a trovare il figlio. Una domanda che ti vorrei fare riguarda un tema che la letteratura talvolta lega all’abuso sessuale ed è il così detto abuso sacramentale. Penso in particolare, riguardo la tua storia, al giorno del funerale di tua madre. C’erano i preti delle parrocchia tra cui don Nello, il quale tra l’altro poi ti si avvicina e ti saluta chiamandoti Ceccu. Eh sì, molto scenografico e di impatto. Fu quasi una scena teatrale. C’era don Carlo, don Gianni che era il parroco e don Nello che era l’ultimo come ruolo nella parrocchia, era tipo l’aiutante. Insomma, la situazione era stranissima, io non avevo ancora realizzato bene gli abusi quindi c’era una situazione di rifiuto di don Nello che capivo mi aveva fatto qualcosa che non andava, che poi capissi perfettamente cosa, questo no. Di fatto fui colpito perché celebrò proprio lui la messa anzi che gli altri due, io mi aspettavo uno degli altri due. Io non so dirti in quel momento non lo vidi come un personaggio scomodo, oggi sì, e quindi questo scese persino dall’altare a darmi la mano. Io non so ancora adesso sta storia come l’ho vissuta perché per me è surreale. Quello che è successo non riesco, forse ha fatto così perché lui si sentiva in colpa, io avevo un età in cui ancora non capivo bene per cui ci sono queste differenze e non so, non voglio dire o esprimere giudizi. Ricordo ancora questa cosa come surreale e ancora oggi non la metto insieme. La sento solo molto offensiva, la sento brutta, cioè brutta ma senza rabbia, sento ancora la bruttezza anche oggi che ho 52 anni. 79 Dici che non ne avevi ancora preso coscienza in quel momento perché ancora non avevi parlato dell’abuso. La prima volta che ne hai parlato è stato con qualcuno? Io non ne ho parlato con nessuno in realtà. Don Carlo poi sapeva, anche perché quel prete glielo avevano mandato là così, quindi lui sapeva. Si era creato un sacco di sensi di colpa, poi ne ho parlato con lui, prima che morisse nel 2013 mi pare, nell’occasione di quando poi io decisi di andare a denunciare nel 2008. Lui cercò di farmi ragionare, cosa vai a denunciare? E quali prove hai? Lui aveva paura in mia tutela, in realtà lui mi raccontò in quelle occasioni, che nel 1980-1981 lo avevano mandato a Spotorno e il vescovo aveva convocato lui e don Gianni che era l’altro parroco dicendogli tenetelo d’occhio perché è un pedofilo. Poi quindi in quell’occasione me ne parlò ma capisci, era il 2008. Quindi se tu pensi ad una persona che ti ha dato accoglienza per la prima volta ascoltando i tuoi racconti, a chi penseresti? Non ne ho idea, guarda per quanto io voglia bene a don Carlo ti dirò che lucidamente oggi penso che don Carlo abbia fatto questo perché si sentiva in colpa. Perché sapeva e basta. Durante il percorso di terapia del CeIS era emerso? No, figurati. No in questo vedi la gravità. Neanche lì era emerso. 80 Poi passa il tempo e fondi Rete l’Abuso, in che anno? E cosa rappresenta per te ad oggi? Eh nel 2010 quando metto insieme tutti i pezzi. Cosa rappresenta, per me è terapeutica. Faccio del bene agli altri, poi sento tante vittime simili a me con la loro esperienza personale, che poi ormai ne ho più di 2 mila, esperienze personali che cambiano i nomi ma più o meno son le stesse, vedo rinascere delle persone che arrivano qui, anche senza fare le vie legali nel senso noi facciamo le vie legali ma è un surplus, l’associazione non nasce per fare avvocatura, nasce per assistere le vittime. Gli stessi psicologi mi chiamano per dirmi sono rinate, io metto semplicemente questa mia esperienza fin dove l’ho capita a disposizione loro, loro si confrontano, si riconoscono puntualmente e da lì iniziano a fare un percorso sicuramente in salita però positivo. Crescono, si ricostruiscono la vita, per me questo son più che i soldi. Partecipiamo ad uno stesso dolore e questo è faticoso anche per me, tuttavia l’aiutarsi ha beneficio. Le vittime riconoscendosi con me, fanno più progressi che con lo psicologo, tant’è che mi chiamano e mi dicono, guardi da quando frequenta la Rete la vittima è più predisposta. La vittima in effetti sa che Zanardi è una vittima e quindi, per carità lo psicologo può essere bravissimo, ma è uno che ha studiato una cosa e non l’ha vissuta e di questo ne ha coscienza tutte le vittime. La vittima prende bene magari lo scemo che è vittima come lui. Poi se questo ti porta nelle sue riflessioni a dire, capista, l’ho vissuto anche io diventa un po’ meno scemo. E comunque la cosa è efficace perché ne escono, gli psicologi me lo hanno addirittura confermato. Ma al di là di questo io stesso lo vedo, persone che arrivano e sono degli stracci e ne escono bene. 81 Progetto educativo di prevenzione agli abusi sessuali in ambienti ecclesiali: “sfatiamo il silenzio” Il presente progetto di intervento educativo è pensato per minori di età compresa tra i 9 e i 12 anni, età in cui secondo le ricerche di Finkelhor si verificano il maggior numero di abusi sessuali nella popolazione generale, dato confermato anche nella popolazione coinvolta negli ambienti ecclesiali. Il nome scelto “sfatiamo il silenzio” gioca sulle parole sfatiamo il tabù (sul sesso) e sul ruolo del silenzio che copre atti criminali (il silenzio sofferente e senza colpa della vittima ed il silenzio responsabile del carnefice e di chi non ha vigilato). La struttura dell’intervento porta concretamente a confronto i minori con gli adulti di riferimento, educatori e genitori. L’intervento infatti prevede il coinvolgimento delle famiglie o caregiver di riferimento del minore e si può prestare a parrocchie, istituti o movimenti. L’intero progetto si svolge in più tappe e in più ambienti, quello parrocchiale o simile e quello familiare. Prima tappa Nella prima tappa partecipano l’equipe educativa con solo gli adulti di riferimento dei minori, nella seconda l’equipe educativa con solo i minori, nella terza non sarà presente l’equipe perché saranno genitori e figli a dover produrre un poster artistico sui temi della sessualità affrontati tra l’equipe e i minori e nell’ultima tappa parteciperanno l’equipe educativa insieme ai genitori e minori che hanno partecipato al progetto. Nello specifico nella prima tappa gli adulti verranno formati tramite la conoscenza dei fattori di rischio di 82 abusi e dei processi criminali ad essi collegati, oltre che ai danni a breve e lungo tempo che causano gli abusi. Oltre ai fattori generici legati alle istituzioni e società in genere (grooming istituzionale, processi di minimizzazione e negazione, laisser-faire sociale, il ruolo del silenzio) verrà data specifica formazione sui fattori di tipo ecclesiale con concetti quali il clericalismo: fattori di rischio specifici degli ambienti ecclesiali (clericalismo, influenza sacramentale, identità vocazionale, missione caritativa). L’obiettivo sarà quello di aumentare l’attenzione e il livello di percezione del fenomeno. Altro obiettivo sarà quello di responsabilizzare, trasmettendo l’importanza del loro essere “sentinelle” e sviluppare capacità di porsi in modo ricettivo nei confronti del bambino (preparazione all’ascolto e sensibilizzazione, osservazione di eventuali cambiamenti comportamentali). Verranno fornite schede di sintesi e riferimenti per eventuali approfondimenti. I genitori saranno alla fine istruiti e invitati a mettere in atto questa loro capacità durante lo svolgersi degli appuntamenti della seconda tappa, in cui dovranno ascoltare i feedback dei loro figli e nella terza tappa, in cui dovranno insieme a loro fare sintesi di tutti gli appuntamenti che hanno coinvolto i minori realizzando un poster. Seconda tappa Nella seconda tappa, strutturata su 3 appuntamenti, saranno presenti gli educatori con i minori. In ciascun appuntamento, dopo un primo momento di accoglienza in cerchio, si eseguiranno le attività educative. I minori in gruppo misto riceveranno informazioni sull’anatomia e fisiologia sessuale e sui 83 principali cambiamenti della loro fascia d’età (eiaculazione e mestruazione), verrà trattato il tema della prima esperienza sessuale, delle emozioni (curiosità, vergogna, paura, innamoramento, gelosia), il tema del piacere e dell’orgasmo. Altro tema riguarderà la relazione (differenza tra amicizia, amore). Nell’ultimo degli appuntamenti si affronterà il tema del SSC, del piacere e sgradevolezza dell’atto sessuale, dell’importanza di mantenere un legame con una figura di riferimento di cui poter parlare di sessualità individuandone effettivamente una concreta. La crescita e sviluppo della sessualità verrà presentato come un percorso d’interesse che non avrà mai fine. Per realizzare ciò si seguiranno le indicazioni del documento OMS riguardo ai contenuti e modalità consultabile in : www.fissonline.it/pdf/STANDARDOMS.PDF. In ciascun appuntamento, terminata la fase di interventi educativi, i minori con gli educatori passeranno alla fase di rielaborazione dove penseranno in gruppo a delle frasi slogan per sintetizzare quanto appreso. Ultima fase di ciascun appuntamento, sarà una fase di rilassamento, di respirazione e suoni rilassanti per ridurre lo stress eventualmente indotto dall’intervento educativo. Concluso l’appuntamento i minori saranno invitati a raccontare ai genitori quanto appreso quel giorno e mantenere scritto un diario con delle frasi slogan che mantengano un legame fra i 3 appuntamenti e che serviranno da riferimento per produrre alla fine della seconda tappa il poster della terza, da realizzare insieme ai genitori. Terza tappa La terza tappa si svolgerà tra genitori e figli in assenza dell’equipe. Tramite disegno, collage o qualsiasi forma artistica, dovranno realizzare un cartellone 84 di sintesi finale dell’intero percorso. I genitori dovranno aiutare i minori nell’espressione artistica di ciò che quest’ultimi vogliono esprimere senza influenzarne i concetti. Quarta tappa – conclusione Nella quarta ed ultima tappa saranno presenti equipe educativa, genitori e minori. Tutti in cerchio faranno vedere al gruppo i loro cartelloni descrivendoli come e quanto desiderano i minori che, nell’esposizione, possono essere aiutati dai genitori. Verranno lasciati contatti social dove i genitori o i minori possono entrare in contatto con l’equipe conosciuta durante il progetto. 85 Il mio percorso nel Master Questi due anni di formazione sono stati significativi per la mia crescita professionale e personale. La mia decisione di iscrivermi era dettata dal desiderio di approfondire questioni che, nella mia pratica di educatore nelle comunità di tutela per minori, si presentano all’attenzione mia e del resto dell’equipe educativa. Inizialmente il mio interesse era relativo agli abusi sessuali suoi minori, situazioni che talvolta mi capitano fra l’utenza presente nella struttura presso cui lavoro ma, nell’approfondire altre tematiche anche e sopratutto di area sanitaria, ho tratto molto vantaggio imparando nozioni e tecniche che, adattate al mio contesto vedo dare il loro frutto. Altro aspetto che colse la mia attenzione al momento della scelta di partecipare al Master fu l’approccio sex positivity. Alcune lezioni in particolare mi sono servite molto per aprire la mente, infrangere taboo e stereotipi che mi limitavano nella comprensione del mondo della sessualità. Di ciò ho sicuramente trovato giovamento non solo dal punto di vista professionale ma anche della mia vita affettiva e sessuale. Sono per questo soddisfatto della scelta fatta. Nell’occasione di scegliere e sviluppare il tema per l’elaborato finale ho avuto motivo di intessere relazioni interessanti con persone che in modo competente e appassionato si dedica da anni ad un particolare fenomeno che vorrei continuare ad approfondire investendo nella formazione e col tempo poter offrire il mio contributo. Ringrazio e dedico la crescita di questi due anni alla mia famiglia d’origine che, a loro modo, mi hanno trasmesso i valori di riferimento che mi portano oggi ad essere la persona che sono. 86 Bibliografia Sette R. e Tuzza S. (2021). Promuovere ambienti educativi sicuri. Prevenire gli abusi nei contesti ecclesiali. Fondazione Apostolicam Actuositatem Frawley-O’Dea M.G. e Goldner V. (2009). Atti impuri. La piaga dell’abuso sessuale nella Chiesa cattolica. Raffaello Cortina Editore Documenti/Report CIASE commissione (2021). Les violences sexuelles dans l’Eglise catholique. France 1950-2020. Rapport de la Commision indépendant sur les abus sexuels dans l’Eglise, Octobre 2021. Congregazione per l’educazione Cattolica (2005). Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri. Francesco papa (2019). Vost estis lux mundi, motu proprio. Francesco papa (2014). Chirografo del Santo Padre Francesco per l’istituzione della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. 87 Giovanni XXIII papa (1962). Crimen sollicitationis. John Jay College of Criminal Justice the city university of New York (2004). The nature and scope of sexual abuse of minors by Catholic priest and deacons in the United States 1950-2002. A research study conducted by the John Jay College of Criminal Justice the city university of New York. Reisinger Doris (2022). L’abuso riproduttivo nel contesto dell’abuso sessuale clericale nella Chiesa Cattolica. Tr. It a cura di Ludovica E. In Adista on line, n° febbraio 2022.

    Sitografia Ghezzi D. (2022). L’abuso sessuale spiegato dal dott. Dante Ghezzi – VIDEO Rete L’ABUSO – YouTube. Disponibile on line: https://www.youtube.com/watch?v=6eMfSW2davE

    Intervista Marie Collins alle dimissioni della commissione per la tutela dei minori, disponibile in: iamata_dal_papa_a_contrastare_il_fenomeno_spiega_perche_ha_deciso_di_la sciare_l_incarico-159557952/ 8

  • Le diocesi cattoliche dichiarano bancarotta. I sopravvissuti agli abusi dicono che è un “modo per metterli a tacere”.

    Le diocesi cattoliche dichiarano bancarotta. I sopravvissuti agli abusi dicono che è un “modo per metterli a tacere”.

    A Oakland, in California , è difficile non notare la cattedrale cattolica romana di Cristo la Luce. Dominando il lago Merritt, nel cuore della città, la sua cupola di vetro modernista riflette il sole dell’East Bay in tutte le direzioni.

    L’edificio, completato nel 2008 e finanziato dalla diocesi cattolica romana di Oakland , è costato 175 milioni di dollari. Ma quel prezzo confonde Joseph Piscitelli.

    Negli anni ’70, Piscitelli frequentò un liceo cattolico nella vicina Richmond, dove, dall’età di 14 anni, subì ripetuti abusi sessuali per mano del suo vice preside, un sacerdote ordinato. Per decenni Piscitelli ha avuto incubi e attacchi di panico. Gli amici che avevano subito abusi si sono rivolti alla droga e all’alcol e molti si sono tolti la vita.

    Nel 2003 Piscitelli fece causa al liceo preparatorio del Collegio Salesiano e all’ordine salesiano, e vinse. Sebbene i casi siano stati decisi a suo favore nel 2006, non avevano ritenuto responsabili i leader ai vertici. Così, nel 2020, ha intentato una nuova causa, questa volta contro la diocesi di Oakland.

    Poi, con sgomento di Piscitelli, la diocesi ha dichiarato bancarotta a maggio. Di conseguenza, il suo caso è stato sospeso a tempo indeterminato.

    “Oakland potrebbe raccogliere abbastanza soldi per costruire una cattedrale da 200 milioni di dollari non molto tempo fa, ma non riesce a mettere insieme i soldi per ripagare le bambine vittime che hanno violentato per decenni”, ha detto Piscitelli. “Sono moralmente ed eticamente in bancarotta, ma non sono finanziariamente in bancarotta”.


    Uno dopo l’altro, vari rami della chiesa cattolica in tutta la California hanno dichiarato bancarotta, citando l’incapacità di risarcire i danni derivanti da un gran numero di cause legali per abusi sessuali. Le diocesi di Santa Rosa e Oakland hanno depositato la domanda in primavera. L’ arcidiocesi di San Francisco ha seguito l’esempio in agosto , e la diocesi di San Diego ha condiviso il suo piano per fare lo stesso a novembre. Le cause legali arrivano in un momento in cui il cattolicesimo in California è in crescita – alimentato in gran parte dall’immigrazione dall’America Latina e dall’Asia – mentre altre parti degli Stati Uniti, compresi gli ex centri cattolici nel nord-est, vedono il loro numero diminuire.

    Le dichiarazioni di fallimento della Chiesa non sono senza precedenti. Da Portland a Milwaukee e da Helena a Rochester, le diocesi dichiarano – e ne escono fuori – bancarotta ai sensi del capitolo 11 da quasi due decenni . E non è solo la Chiesa cattolica a compiere questi passi. Allo stesso modo, i Boy Scouts of America hanno cercato protezione tra migliaia di accuse di abusi sessuali nel 2020.

    L’ondata di cause legali in California è arrivata dopo che la legislazione del 2019 ha aperto una “finestra di riepilogo” di tre anni che consentirebbe ai sopravvissuti ad abusi sessuali infantili di intentare azioni legali basate su vecchie accuse che normalmente sarebbero escluse dai termini di prescrizione. Quando la finestra si è chiusa lo scorso dicembre, più di 2.000 persone in tutto lo Stato avevano intentato cause contro la Chiesa cattolica; Solo la diocesi di Oakland ha fatto causa 330 accusatori.

    “Nessuno si aspettava davvero che questo numero enorme [di casi di abuso] si verificasse nell’ultimo mese”, ha detto Maureen Day, sociologa e professoressa associata di religione e società presso la Franciscan School of Theology . “Improvvisamente le difficoltà finanziarie sono diventate molto più grandi per molte diocesi”.

    Ma dichiarare il capitolo 11 non significa che la Chiesa sia al verde, ha detto Marie Reilly, professoressa di diritto alla Penn State University. Si tratta piuttosto di una strategia legale intrapresa da aziende che affermano di non avere i fondi per pagare un numero elevato di risarcimenti individuali. Conosciute come “riorganizzazione”, queste protezioni dal fallimento consentono alla chiesa di evitare di intraprendere dozzine, se non centinaia o migliaia, di processi individuali costosi raggruppandoli in un unico accordo.

    “Sembrerà più un processo amministrativo”, ha detto Reilly, specializzato in diritto fallimentare e che ha anche creato un database che tiene traccia dei fallimenti diocesani .

    Ma la chiesa sostiene che il fallimento è anche più giusto nei confronti delle vittime, soprattutto perché significa che ogni vittima viene trattata allo stesso modo e tutti i sopravvissuti ricevono un compenso uniforme.

    “Vedete alcuni degli insediamenti che ci sono là fuori. Puoi quasi esaurire tutti i fondi per uno o due risarcimenti, e il resto dei sopravvissuti che hanno legittime preoccupazioni non riceveranno nulla”, ha affermato Peter Marlow, direttore esecutivo delle comunicazioni e delle relazioni con i media dell’arcidiocesi di San Francisco. Nel 2019, l’arcidiocesi di Los Angeles ha pagato 8 milioni di dollari a un singolo sopravvissuto agli abusi . Ad oggi, gli accordi sono costati alla chiesa cattolica della California più di 1 miliardo di dollari .


    To sopravvissuti agli abusi, il procedimento sembra una scappatoia. “È solo un altro modo per metterci a tacere”, dice Dan McNevin, che guida la sezione di Oakland del gruppo di supporto Survivors Network of those Abused by Priests (Snap).

    A differenza dei processi, le procedure fallimentari non comportano un processo di scoperta, il che significa che informazioni chiave su ciò che i leader della chiesa sapevano potrebbero non essere mai rivelate.

    McNevin sa quanto possano essere significative queste rivelazioni. Da bambino, era un chierichetto nella sua parrocchia locale a Fremont, a sud di Oakland, dove dice di essere stato curato e maltrattato dal suo prete. Nel 2003, dopo la prima finestra di riepilogo della California, ha intentato una causa contro la diocesi di Oakland, sostenendo che aveva consapevolmente spostato il suo aggressore da un posto all’altro per mascherare i suoi crimini.

    La diocesi inizialmente negò tali affermazioni, ma durante il processo, i documenti rinvenuti durante la scoperta rivelarono che padre James Clark era stato condannato per abusi sessuali anni prima del suo arrivo a Fremont.

    “Quando abbiamo scoperto che era stato arrestato, il mio caso è stato presentato”, ha detto McNevin. “Probabilmente ha aiutato a risolvere 60 casi.” Ma quei casi furono risolti individualmente, non collettivamente, come sarebbe avvenuto in una procedura fallimentare – una differenza fondamentale per McNevin.

    “Cercheranno di suddividere i sopravvissuti in categorie”, ha detto. “Come pensi di prendere questo tipo di decisioni arbitrarie quando ogni essere umano è diverso?”

    Melanie Sakoda, coordinatrice del supporto ai sopravvissuti presso Snap, afferma che la rimozione del processo di scoperta si traduce in una nuova traumatizzazione della vittima. “Quello che stanno veramente cercando sono informazioni”, ha detto. “Dopo aver aspettato tutti questi anni prima di riunirsi abbastanza per farsi avanti e intentare una causa, è deludente. E fa arrabbiare la gente”.


    “Nella migliore delle ipotesi è ambiguo”, ha detto Piscitelli. “È vantaggioso per la diocesi”.

    McNevin, che ha passato anni a fare ricerche sui possedimenti ecclesiastici e a quantificare i beni diocesani, è d’accordo. Utilizzando la proprietà pubblica e i registri dei titoli, McNevin afferma di aver scoperto che il vescovo di Oakland come società possiede più di 2.000 pezzi di terreno. Alcuni, come le chiese e le scuole, sono centrali per la missione della chiesa e saranno quindi esclusi dalle discussioni per una soluzione. Ma altri sembrano essere appezzamenti di terreno vuoti, proprietà in affitto o centri commerciali, dice.

    “Sono rimasto sbalordito”, ha detto McNevin, che ha condiviso le valutazioni – che secondo Snap ammontano a più di 3 miliardi di dollari – con il vescovo di Oakland, Michael C Barber, e gli avvocati dei querelanti. “Hanno le risorse per pagare alle persone qualunque cosa sia necessaria”, ha affermato McNevin.

    La diocesi di Oakland non ha risposto alle richieste di chiarimenti su come il patrimonio immobiliare giocherà nel procedimento, e non ha voluto confermare o negare che il vescovo di Oakland possieda così tanto patrimonio immobiliare, oltre a dire che possedeva circa 100 parrocchie al suo apice. I documenti del caso affermano che il valore immobiliare della diocesi è “indeterminato” e elencano Furrer Properties, Inc – una società per azioni che possiede e affitta proprietà – come una risorsa.

    L’arcidiocesi di San Francisco nega categoricamente qualsiasi accusa di segretezza o offuscamento. “Chiunque può avere accesso alle informazioni. È disponibile su un sito web gratuito”, ha detto il portavoce Marlow.


    Un altro elemento che la chiesa sottolinea è che il calo dei membri e l’aumento dei costi, in particolare durante la pandemia, hanno ridotto i budget e limitato la capacità della chiesa di svolgere i propri compiti. Di conseguenza, le parrocchie sono state costrette a consolidarsi e chiudere.

    Day, il sociologo, afferma che la potenziale chiusura di chiese è una questione di equità, dal momento che gli immigrati costituiscono una larga parte dei parrocchiani. “Queste sono persone che hanno bisogno di lavoro, hanno bisogno di comunità”, ha detto. “Quindi deluderemo anche questi nuovi migranti”.

    Cercare protezione in caso di fallimento salvaguarda i fedeli, dice la chiesa, perché garantisce che venga citato in giudizio solo il vescovo. “Le parrocchie, le scuole e gli altri ministeri legati all’arcidiocesi non sono inclusi”, ha detto Marlow.

    Tuttavia gli esperti affermano che questi eventi incidono emotivamente e spiritualmente sulla comunità cattolica locale. “C’è molto dolore e sofferenza”, ha detto Day. Reilly ha aggiunto che in passato le accuse di abusi sessuali hanno portato alcuni individui ad abbandonare del tutto la chiesa.

    Tornato a Oakland, Piscitelli trova impossibile credere che le motivazioni della chiesa siano tutt’altro che nefaste.

    “In quanto vittima e sopravvissuta, questa è un’entità che storicamente e abitualmente ha consentito lo stupro di bambini per decenni. Li hanno coperti, li hanno trasferiti, li hanno mescolati e li hanno abilitati. E ora affermano di voler fornire soluzioni compassionevoli ed eque ai sopravvissuti”, ha detto. “Non ci credo nemmeno per un secondo.”

    Piscitelli ha detto di aver sentito diversi altri sopravvissuti che la pensano allo stesso modo. Molti di loro hanno scelto di non intentare causa proprio per questo motivo.

    Quelli che lo hanno fatto, però, hanno pensato di sostenersi a vicenda nella lotta contro la legittimità della sentenza di fallimento per poter avviare i propri processi individuali. Questo è l’unico modo in cui, dice Piscitelli, si possono iniziare a chiudere le ferite del passato.

    “È come guardare le scene su Netflix, ma è reale e dovevi viverla.”

    https://www.theguardian.com/world/2023/nov/12/sex-abuse-catholic-church-bankruptcy-oakland-califonia

  • Vittima del prete pedofilo Vincent Kiss vendicata da un potenziale compenso record da parte della Chiesa cattolica

    Vittima del prete pedofilo Vincent Kiss vendicata da un potenziale compenso record da parte della Chiesa cattolica

    Un sopravvissuto agli abusi che potenzialmente riceverà uno dei più grandi risarcimenti mai avvenuti in Australia da parte della Chiesa cattolica afferma che si tratta di una vittoria “strabiliante” che spera possa dare agli altri sopravvissuti un “senso di speranza”.

    Il verdetto della causa civile emesso venerdì scorso dalla Corte Suprema di Victoria riguardava gli abusi sessuali su minori commessi dal prete pedofilo Vincent Kiss negli anni ’60 e ’70.

    Il caso era stato originariamente intentato contro la diocesi di Wagga Wagga da quattro uomini che  avevano subito abusi da parte di Kiss, all’epoca direttore del settore giovanile.

    Tre degli uomini si sono accordati in via extragiudiziale, con TJ, il cui vero nome non può essere utilizzato per motivi legali, che ha continuato il processo, ottenendo alla fine un pagamento di 3,3 milioni di dollari dalla giuria.

    Ha detto di essere “scioccato” dal risultato.

    “Mi sono certamente sentito vendicato – e ho un totale senso di sollievo”, ha detto.

    L’avvocato di TJ, Kim Price, ha detto che il verdetto potrebbe costituire un precedente per altri sopravvissuti agli abusi.

    “Questo è un verdetto chiaro da parte dei tribunali secondo cui la Chiesa sarà ritenuta responsabile degli abusi e dei danni che centinaia o migliaia di persone hanno subito”, ha affermato.

    Un sacerdote “molto venerato”.

    TJ, che ora ha 65 anni, ha incontrato per la prima volta i Kiss nella cattedrale di San Michele di Wagga Wagga quando aveva 14 anni.

    Era un chierichetto e diceva che Kiss era una presenza carismatica, “un oratore incredibile, potente, molto motivante” e una persona apparentemente affidabile.

    Fu durante un evento cristiano giovanile che i Kiss notarono per la prima volta TJ e dopo alcuni incontri lo invitarono a fare un viaggio a Sydney.

    “Era un prete molto venerato e il fatto che me lo abbia chiesto, probabilmente i miei genitori stavano pensando, che meravigliosa opportunità”, ha detto TJ.

    “Ed è lì che si è verificato il primo reato in un hotel. [Siamo] rimasti lì per alcuni giorni, ed è lì che è iniziato tutto.”

    TJ crede che Kiss abbia visto una vulnerabilità in lui e l’abbia presa di mira.

    “È diventato una vera figura paterna per me… era molto ricco, guidava macchine incredibilmente veloci e mi riempiva di alcol”, ha detto.

    “Mi stava regalando una vita che non avrei mai sognato.”

    Flashback sugli abusi

    Gli abusi sarebbero continuati per i successivi due anni e TJ avrebbe seppellito il segreto per decenni.

    Fu solo quando divenne adulto, sposato e con una carriera da insegnante, che il suo trauma riemerse dopo aver letto le notizie di un insegnante pedofilo in una scuola vicina.

    “Ed è stato allora che ho iniziato ad avere seri flashback… è diventato piuttosto serio e il mio comportamento è cambiato”, ha detto.

    “Stavo diventando chiuso in me, stavo diventando aggressivo, non comunicativo.

    “Fino a quando non l’ho detto a mia moglie, e lei ha detto: ‘Devi fare qualcosa al riguardo. Devi farlo, non è troppo tardi per accusare [Kiss], fallo e basta’.”

    TJ ha sporto denuncia contro Kiss, portando alla sua condanna e incarcerazione.

    Nel 2002, Kiss si è dichiarato colpevole di 13 accuse di violenza sessuale relative a incidenti tra il 1966 e il 1971 contro quattro adolescenti, tra cui TJ.

    Ma fino al 2019 i sopravvissuti non hanno potuto citare in giudizio la chiesa per danni.

    “Assolutamente tortuoso”

    Durante il recente processo civile, gli avvocati della diocesi di Wagga Wagga hanno cercato di minimizzare le sofferenze di TJ, dicendo ai giurati che poiché aveva una famiglia e una carriera, “aveva una bella vita”.

    TJ ha detto che rivivere i suoi abusi durante il processo è stato “assolutamente tortuoso”.

    “Mettere una vittima degli abusi che ho subito sotto questo ragazzo, mettere tutto da parte e dire semplicemente: ‘Stai bene, stai bene’… è stato semplicemente orrendo”, ha detto.

    “È stata la peggiore esperienza della mia vita.”

    Il signor Price, l’avvocato di TJ, ha detto che si trattava di un caso emblematico, poiché era la prima volta che una giuria emetteva un verdetto civile contro la chiesa.

    Il pagamento include 1,3 milioni di dollari per danni esemplari, che secondo Price erano legati alla condotta della chiesa nei confronti di TJ.

    “Si tratta di un tipo di risarcimento dei danni concepito per punire e scoraggiare l’imputato”, ha affermato.

    Venerdì il giudice ascolterà le argomentazioni della chiesa per stabilire se la giuria abbia una base legale per concedere tali danni esemplari.

    In attesa

    TJ e la sua famiglia hanno trascorso gran parte degli anni 2000 vivendo nel Regno Unito, mentre cercava di sfuggire al suo trauma.

    Ora tornato in Australia, spera che l’accordo possa aiutare la sua famiglia a trovare la pace.

    “Finalmente potremo sistemarci e trovare un posto dove poter vivere la nostra vita senza questa scimmia sulla schiena”, ha detto.

    TJ ha detto che lui e gli altri sopravvissuti di Kiss si sentivano dei “pionieri” per aver preso parte a un caso che avrebbe potuto aiutare altri sopravvissuti a farsi avanti.

    “Non riguarda solo noi: vogliamo la rivendicazione, ma vogliamo anche essere in grado di sostenere gli altri”, ha detto.

    Il vescovo cattolico di Wagga Wagga Mark Edwards ha rifiutato di commentare in questa fase.

    https://www.abc.net.au/news/2023-11-13/victim-of-paedophile-priest-vincent-kiss-vindicated-by-payout/103099854

  • Un capo scout e un sacerdote apparsi su ‘Interviú’: cinque accuse di pedofilia che il vescovo di Malaga non vuole chiarire

    Un capo scout e un sacerdote apparsi su ‘Interviú’: cinque accuse di pedofilia che il vescovo di Malaga non vuole chiarire

    Nelle ultime due settimane, il vescovado di Malaga ha dovuto affrontare l’arresto di due preti, uno per abusi sessuali e un altro condannato per molestie per aver infranto un ordine restrittivo, e in entrambi i casi le loro azioni sono state messe in discussione. Nello specifico, nel primo caso, conosceva i fatti ma non ha indagato e si è limitato a trasferire l’imputato. Nella seconda ha affermato di non essere a conoscenza dell’esistenza di un’ordinanza restrittiva . Ma c’è di più. La diocesi di Jesús Catalá conosce da tempo – da 15 a 3 mesi – le accuse contro cinque sacerdoti sotto la sua giurisdizione, denunciate da EL PAÍS nei suoi rapporti sulla pedofilia nel clero.

    Il regolamento del Papa prevede che venga aperta un’indagine, denunciata al Vaticano e chiusa entro tre mesi. Tuttavia il vescovato si rifiuta di dare spiegazioni e di riferire sulle proprie indagini. Prevale il segreto e l’occultamento dell’accaduto ai fedeli. Non è un’eccezione, è una pratica abituale in quasi tutti gli ordini e le diocesi della Chiesa spagnola: non rivelano quello che sanno, spesso non indagano e non risarciscono. Il vescovado si limita a rispondere che “ha attuato in tutti i casi il protocollo che ha la Chiesa cattolica”.

    La gestione del vescovado in questi casi era all’epoca molto dubbia. In tutti questi casi, secondo le testimonianze, la diocesi era a conoscenza dei fatti ma si è limitata a trasferire il sacerdote accusato, oppure non ha fatto nulla. Le vittime non sono mai state prese in considerazione. Tre dei quattro precedenti vescovi della città sono sospettati di insabbiamento: Emilio Benavent, che guidò l’episcopato tra il 1967 e il 1968; Ramón Buxarrais, che ha ricoperto l’incarico fino al 1991 ed è ancora in vita, potrebbe dare delle risposte; e Antonio Dorado, andato in pensione nel 2008.

    Di seguito vengono raccontati uno per uno questi cinque casi, tutti prescritti. Málaga, con 18 casi – oltre a cinque della diocesi, altri 13 sono di ordini religiosi – è, insieme a Siviglia, la provincia andalusa con il maggior numero di casi registrati da EL PAÍS nel suo database, che attualmente registra 1.025 imputati e 2.196 vittime . In Andalusia i casi finora sono 86, consultabili nell’elenco a fine articolo.

    Caso 1: un parroco che è ancora nella sua posizione più di un anno dopo

    Il caso più rilevante, perché è ancora sacerdote in una parrocchia del centro di Malaga e ricopre incarichi nella diocesi, è quello di FCJ – viene citato con le iniziali perché c’è una sola testimonianza e di una persona che non vuole essere identificato. È accusato di abusi tra il 1996 e il 2000 a San Pedro Alcántara, dove era parroco della chiesa omonima con un profilo che si ripete in molti casi: ha fondato un’associazione missionaria giovanile. Organizzò attività estive in uno chalet vicino. Questo giornale ha comunicato al vescovato la testimonianza del fratello di una vittima nel giugno 2022 (in quel momento la vittima non si sentiva in grado di rendere la sua testimonianza), più di un anno fa. Ma in questo momento nei confronti dell’imputato non sono state prese nemmeno misure cautelari, come quella di allontanarlo dai contatti con i minorenni. EL PAÍS ha localizzato il sacerdote la settimana scorsa nella sua parrocchia, dove è tuttora attivo. Negare i fatti. Assicura inoltre che questa è la prima notizia che ha delle accuse e che il vescovado non lo ha informato né ha raccolto da lui dichiarazioni, come è richiesto quando si apre un’indagine. La diocesi, dal canto suo, lo smentisce. Afferma di essere già stato interrogato e che si stanno seguendo i protocolli della Chiesa.

    “È assolutamente inaccettabile”, lamenta con indignazione la vittima, che ha già trovato la forza di parlare direttamente a questo giornale. C’è un altro dettaglio: egli sostiene che quando si verificarono gli abusi lo dissero ai suoi genitori, che a loro volta informarono il vescovado, allora guidato da Antonio Dorado. “Hanno offerto loro dei soldi, ma li hanno rifiutati e hanno promesso loro che li avrebbero trasferiti”. Poco dopo, nel 2001, il sacerdote fu inviato a Roma. Secondo la versione data dal sacerdote si trattava di proseguire gli studi. Ritornò nel 2003 e fu assegnato alle parrocchie di Malaga. “Inoltre ha iniziato a scalare posizioni nella Chiesa”, lamenta il fratello della vittima. Fino ad oggi.

    Caso 2: il prete apparso su ‘Interviú’

    BM era uno studente di 11 o 12 anni della scuola Europa di Malaga, a metà degli anni ’80, quando arrivò un nuovo insegnante di religione, che insegnava anche nella parrocchia accanto, nell’urbanizzazione di Puertosol. Non ricorda il nome, ma ricorda cosa ha fatto: “Dal primo momento ha iniziato a toccare. Lui, come tutte le ragazze della mia classe, mi ha toccato e ferito. Quando ero in classe chiamavo le ragazze ai loro posti, ti facevo sedere sulle mie ginocchia e cominciavo a toccarti ovunque. “Era disgustoso.” Ma un giorno a scuola scoppiò uno scandalo: “Questo mostro è apparso sulla rivista Interviú ., per aver abusato di bambini in una località di Malaga. Da un giorno all’altro è scomparso e la direzione è venuta a dirci che ci era proibito parlare di questo argomento, potevano punirti o espellerti. Ma a noi bambini nessuno ha chiesto nulla, se ci avesse fatto qualcosa”.

    Un altro ex studente di quella classe. L’EPS lo conferma: “Questo prete si sedeva sulle ragazze, andava a cercare quelle più formate, che avevano già il seno, io non attiravo la sua attenzione e avevo anche molto carattere. Un giorno mi ha rimproverato per qualcosa, mi ha afferrato per i capelli e ha iniziato a picchiarmi. Sono corsa fuori e sono andata nell’ufficio del direttore, trasformata in un muffin. Sono tornato a casa, l’ho raccontato e il giorno dopo mio padre è andato a protestare, ma non c’era più. Lo avevano rilasciato. E quattro giorni dopo, che coincidenza, è apparso su Interviú . “

    BM ha denunciato il caso anche alla commissione del Difensore civico che indaga sugli abusi nella Chiesa e si è recata in vescovado a luglio per rilasciare una dichiarazione. Ma dice che non è stata un’esperienza piacevole. Non volevano dargli nessuna informazione. Inoltre non gli hanno parlato della possibilità di un risarcimento e non ha più avuto loro notizie. “Mi hanno trattato con ostilità. Ho chiesto cosa è successo a quest’uomo, perché era lì, dove è stato mandato, quali conseguenze ha avuto. Ma come se fossero sordi. “Non mi hanno detto niente.”

    EL PAÍS ha poi ritrovato quello che potrebbe essere quel numero di Interviú , del maggio 1986, con questo titolo in copertina: “Mijas. “Le foto del prete pedofilo”. Il sacerdote si chiamava Rafael Medina Marín, allora 52enne, che fu arrestato nel febbraio di quell’anno per aver abusato di due fratelli di 8 e 11 anni in questa località di Málaga, Mijas, dove era parroco almeno dal 1975. Aveva stato anche a Cartajima, Parauta e Alcaucín. A volte andava anche con la sua Renault a Malaga, dove aveva un appartamento. Secondo la stampa dell’epoca, citando fonti ufficiali, egli avrebbe confessato i fatti. Ha trascorso un mese in prigione ed è stato rilasciato su cauzione.

    Sia BM che il suo compagno credono di identificarlo nelle foto come il prete della loro scuola, ma il passare degli anni rende i loro ricordi offuscati. È lui quel professore di religione o era un altro prete apparso anche lui sulla rivista in quegli anni? Inoltre se si trattasse di due persone diverse si tratterebbe di due casi di pedofilia, non di uno. Il vescovato si rifiuta di chiarirlo. È lo stesso atteggiamento di quarant’anni fa, quando scoppiò il caso: il vicario generale, Manuel Díez de los Ríos, dichiarò a Interviú di non sapere nulla della questione: “Lui è il nostro prete, ma noi non abbiamo niente a che fare con la questione.” Anche l’attuale preside della scuola, che allora frequentava il liceo al Centro e ricopre l’incarico dal 1997, non vuole dare spiegazioni, assicura solo di non ricordare né di sapere nulla di questi avvenimenti.

    Per quanto riguarda Rafael Medina, il vescovato indica che egli lasciò il sacerdozio l’anno successivo, nel 1987, e il caso giudiziario fu archiviato. “Apparentemente c’è stato un perdono preventivo da parte delle vittime”, spiega la diocesi. Medina, in un libro sugli abusi nel clero pubblicato nel 1994, assicurava invece che si trattava di “una montatura”. Ma racconta un dettaglio interessante: “All’inizio, quando mi hanno arrestato, il vescovato ha reagito in modo strano, ma poi mons. Ramón Buxarrais mi ha offerto se volevo andare in America”.

    C’è un’altra testimonianza molto significativa dell’allora sindaco di Mijas, Antonio Maldonado, del PSOE, che ricorda bene il caso: “Quando lo arrestarono, mi chiamarono dalla canonica del vescovado per convincere la famiglia a ritirare la denuncia, e loro accettò di trasferirlo in un’altra città. Io ho risposto con ironia che se un giorno mi avessero processato avrebbero potuto farmi sindaco di un’altra città e mi hanno impiccato”.

    Caso 3: Fagiano Ligero, per decenni il grande capo scout di Ronda

    Questo giornale ha raccolto quattro testimonianze contro José Moya Fernández, diacono di Ronda che almeno dagli anni Ottanta guidava il gruppo scout del comune, con sede nei locali della chiesa di Santa Cecilia, imparentato con i Salesiani e il cui soprannome all’interno dell’organizzazione era Pheasán Ligero . Era il capo del gruppo scout di Ronda , Fernando I, e presidente dell’Associazione Scout Andalusa (ASA), creata nel 1983 e oggi defunta, che riuniva una ventina di gruppi della regione. Era un’autorità nel mondo scoutAndaluso da decenni, e la sua base era a Ronda e nella sua fattoria La Llana, a Jimena de Libar, una cittadina vicina, dove viveva e organizzava campi, anche nei fine settimana. È lì che dormiva spesso con minorenni e, secondo le testimonianze raccolte, sono avvenuti abusi, toccamenti e Fellazioni. I gruppi con cui ha avuto rapporti sono emersi nelle parrocchie dei comuni andalusi delle province di Málaga, Cadice, Huelva e Siviglia: Lepe, Cartaya, Algeciras, Algodonales, Zahara de la Sierra, Taraguilla, San Roque, Lebrija, Puente Mayorga, Almonte , Palma del Condado, Atajate, Palos de la Frontera, Torrox.

    Tutte le testimonianze indicano che i loro abusi erano vox populi. Le prime notizie raccolte su di loro risalgono alla metà degli anni Ottanta. Nel 1986, un capo di un clan scout di Cadice, che all’epoca aveva 19 anni, racconta di aver scoperto cosa stava succedendo quando almeno cinque bambini, tra i 12 e i 16 anni, si rifiutarono di tornare nel campo di Pheasán Ligero e denunciato abuso. Hanno poi contattato i colleghi di Ronda, i quali hanno confermato che anche loro erano a conoscenza di almeno tre casi e stavano preparando un rapporto da consegnare a un’autorità e agire. Questo ex scout assicura che il vescovado di Malaga è stato informato. In quegli anni c’era anche Ramón Buxarrais.

    Poi c’è stato un incontro molto teso tra Moya e i capi reparto: “Là era come un dio, aveva molto potere ed era molto ben collegato con la Chiesa, con il consiglio comunale. Abbiamo parlato con gli avvocati, ma le famiglie non hanno voluto essere coinvolte nei processi, soprattutto a Ronda, dove aveva molto appoggio. Volevano che lo facessimo a Cadice. Alla fine non è stato fatto nulla. In quell’incontro ci ha minacciato e ha detto che lo stavamo diffamando. Alcuni lo difesero, ma diversi gruppi abbandonarono l’organizzazione. Col tempo, molti altri iniziarono a rendersi conto di ciò che stava accadendo e si separarono da lui. Ci hanno detto: avevi ragione”. Ci fu una scissione e chi se ne andò creò un’altra organizzazione scout .

    Light Pheasant continuò al suo posto. Tre anni dopo, nel 1989, secondo Tomás, nome fittizio di un ex scout che non vuole rivelare la sua identità, abusò di lui. “Era tra il 1989 e il 1992, quando avevo tra gli 11 e i 14 anni. Succedeva sempre nella sua fattoria a La Llana, dove rimanevamo a dormire molte volte”. I suoi genitori lo hanno inserito negli scout “proprio per togliermi dalla strada, per proteggermi, ma come facevano a sapere che avrei trovato questo lì?” Circa 15 anni fa scrisse un racconto sulla sua esperienza, accusando per nome il capo scout , e lo pubblicò su un forum internet. Ha circolato in tutti questi anni e può ancora essere letto. Afferma inoltre di averlo inviato in forma anonima a varie istituzioni, anche se nessuna della Chiesa.

    Un’altra testimonianza è successiva, di Francisco OG, che è stato nei Ronda Scouts dal 1996 al 2001, dall’età di 13 anni: “Penso che fosse un assoluto predatore di bambini. Ci ha sempre provato con me, ma ero un bambino volitivo. Ricordo che una volta mi punì per qualcosa al campo. La punizione era dormire con lui. Una quarta testimonianza degli stessi anni, rimasta nel gruppo fino al 2003, ripete la stessa cosa. “Non mi è mai venuto in mente di toccarmi i capelli. Sapeva molto bene chi e come attaccare. Persone con bisogni affettivi, emotivi, con problemi”.

    Moya, in quanto diacono, era autorizzato a celebrare la Parola, senza dare la comunione. “Era tutto molto settario, molto misogino, perché odiava le ragazze e l’ultraortodossia cattolica”, ricorda questo quarto testimone. “Di notte si vestiva con una specie di tunica, celebrava la parola, faceva l’omelia, non faceva la consacrazione, faceva la comunione consacrata e la distribuiva. “Era un uomo forte della Chiesa di Ronda, conosciuto nei vescovadi”. Ogni anno organizzava viaggi a Roma, racconta il testimone, nei quali dormiva anche con minorenni e attraverso i suoi contatti otteneva un’udienza dal Papa.

    Caso 4: il sacerdote che celebrò la prima messa in basco nel 1959

    Nel 1970, apparve al León un sacerdote molto particolare Disse di essere gesuita, anche se la Compagnia assicura che lasciò l’ordine nel 1953: ”Le ragioni non sono indicate. Ha chiesto le sue dimissioni volontarie e le ha accettate”. Veniva da Bilbao, dove aveva celebrato la prima messa in basco nel 1959, nella chiesa di Arrazola, a Bizkaia. Gestiva anche un residence per minorenni vicino a Bilbao, secondo un riferimento del quotidiano ABC., che parla delle offerte di aiuto ricevute al consolato spagnolo in Marocco dopo il terremoto di Agadir del 1960: “Oggi un sacerdote di rito orientale, padre Ballester Viú, direttore della residenza Santa María de Derio, ha indirizzato una commossa lettera in cui esprime il suo desiderio per accogliere nel suo istituto alcuni bambini rimasti senza casa a causa della catastrofe”. Ballester, 35 anni, ha trascorso del tempo a Gerusalemme e ha vissuto in uno chalet a Derio dove “per anni ha portato due o tre ragazzi arabi a imparare lo spagnolo, studiare o imparare un mestiere”. A quel tempo, secondo il giornale, alloggiavano due giordani, un russo e sei figli di lavoratori di Biscaglia. Il sacerdote fu sempre assegnato alla diocesi di Bilbao, ma per ragioni sconosciute intorno al 1970 si trasferì a Malaga.

    I bambini sono stati attratti dalle messe di rito orientale. “Per noi era qualcosa di molto nuovo, erano cerimonie più colorate, i chierichetti vestiti con vesti colorate e il prete portava un cappello come gli ortodossi, molto incenso”, ricorda Antonio Agudo, uno studente della scuola che, secondo a quello che dice, ha subito molestie. . Lo ha segnalato al difensore civico. Il sacerdote costituì allora un gruppo chiamato Congregazione Mariana de la Inmaculada y San Francisco de Borja, che aveva la sua sede nel quartiere El Palo, in un luogo della chiesa di Angustias. Lì confluivano gli studenti della scuola e del quartiere. Nell’ambiente di questa associazione ci sono almeno altre quattro vittime dei loro abusi, raccontano Agudo e Francisco Barba Cañete, che la frequentavano in quegli anni.

    Ballester, secondo queste testimonianze, approfittava dei viaggi per commettere i suoi abusi. È il caso di Antonio Agudo, in gita scolastica a Madrid. “Con me è nata una grande amicizia, mi ha portato a casa in macchina, al cinema e durante il viaggio di fine anno mi ha proposto di condividere la stanza. Non volevo, ma non sapevo come dire di no. Quando siamo andati a letto, ha suggerito di unire i letti in modo che potessimo parlare tranquillamente. Ha iniziato a fare battute e a toccarmi. Alla fine ci siamo addormentati e all’alba mi sono svegliato perché ho notato che mi accarezzava le natiche. È stato orribile, mi sono sentito malissimo. La notte successiva ho chiuso a chiave la porta e non l’ho lasciato entrare.” Il sacerdote, al ritorno, nel tentativo di avvicinarsi a lui, gli ha sottoposto le domande finali dell’esame.

    Il modus operandi era lo stesso dei casi denunciati da Francisco Barba, di cui venne a conoscenza tramite altri quattro colleghi. Approfittò dei suoi viaggi per celebrare la messa con il rito melchita in diverse parti della Spagna, portando ogni volta un chierichetto diverso. “Uno mi ha detto che la prima cosa che ha fatto in albergo è stata unire i letti e proporre una rissa in mutande. “Poi ho iniziato a giocare.” Alla fine uno dei ragazzi lo ha raccontato a casa, raccontano Agudo e Barba, e i loro genitori sono andati a parlare con il vescovo, sempre Ramón Buxarrais. “Lo trasferirono intorno al 1975, ma a pochi chilometri di distanza, in una parrocchia del quartiere Cruz del Humilladero, dove fondò un’altra congregazione”.

    Un altro membro del gruppo, JCMM, che subì anche lui uno dei loro attacchi, afferma di averlo detto personalmente allo stesso vescovo, Ramón Buxarrais, due anni dopo, intorno al 1977. Era responsabile di una comunità cristiana di base e tenne un incontro con lui. “Abbiamo parlato un po’ di tutto e lui mi ha chiesto della congregazione di Ballester, e io gli ho detto che lì c’era un problema. Mi ha chiesto quale e gli ho detto che il problema era che a questo prete piacevano i bambini. “Mi ha guardato stupito e ha detto che lo avrebbe scoperto.” Ma ha continuato a Malaga. Poco si sa della sorte di questo sacerdote nei tre decenni successivi. Morì a Madrid nel 2006, all’età di 82 anni, ed era ancora sacerdote della diocesi di Bilbao.

    Caso 5: il leader carismatico di un movimento giovanile negli anni Sessanta

    Un altro sacerdote accusato di abusi è il DEWP, una personalità carismatica divenuta famosa come fondatrice di un gruppo cattolico. Fu ordinato sacerdote a Malaga nel 1956 e la sua prima destinazione fu la parrocchia di Santa María de la Amargura, in un quartiere umile della città. «Avevo circa 10 anni quando arrivò questo prete che stava creando una specie di congregazione con bambini e giovani – ricorda JC – Il giovedì pomeriggio ci mostrava dei film. Ha portato a casa anche i bambini. Quell’anno abusò di me in diverse occasioni. La prima volta mi fece spogliare perché voleva sapere se ero un uomo normale o gay. Non capivo cosa stesse succedendo. L’ultimo è stato in sagrestia, dove ha tentato di violentarmi. Non l’ho mai detto a nessuno, anche se ho visto con i miei occhi come ha toccato un altro bambino. Anni dopo l’ho raccontato a un collega di allora e lui mi ha detto che anche lui soffriva la mia stessa cosa”. JC racconta che anni dopo chiese un appuntamento all’allora vescovo di Malaga, Ángel Herrera Oria. “Ma il vicario generale non ha permesso che si svolgesse questo incontro, mi ha detto che mi avrebbero chiamato e non ho più avuto notizie. Il vescovo poi morì”.

    Alla fine, racconta, ha parlato con il prete. “Come unica conseguenza, hanno trasferito questo molestatore in una parrocchia vicina, dove ha continuato la sua opera”, conclude. A quel tempo, nel 1968, il vescovo era Emilio Benavent Escuín, compagno di classe dell’imputato, secondo la vittima. Il sacerdote continuò con il suo gruppo giovanile, che negli anni si espanse in tutta la città e in tutta l’Andalusia. È ancora attivo e si venera il suo fondatore. Il DEWP è morto nel 2005, all’età di 76 anni.

    https://elpais.com/sociedad/2023-10-09/un-jefe-scout-y-un-cura-que-salio-en-interviu-cinco-acusaciones-de-pederastia-que-el-obispo-de-malaga-no-quiere-aclarar.html?ssm=TW_CC