Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il vescovo eletto si dimette dopo la segnalazione di “comportamento inappropriato” nei confronti di un minore

    Il vescovo eletto si dimette dopo la segnalazione di “comportamento inappropriato” nei confronti di un minore

    Un sacerdote polacco nominato vescovo a luglio si è dimesso prima della sua ordinazione episcopale a causa di una segnalazione di un passato “comportamento inappropriato nei confronti di un minore”, è stato annunciato sabato.

    Il vescovo di Radom Marek Solarczyk ha fatto luce il 9 agosto sul motivo per cui padre Krzysztof Dukielski ha chiesto a papa Leone XIV di liberarlo dalla nomina del 12 luglio a vescovo ausiliare di Radom.

    La diocesi situata a sud della capitale Varsavia ha annunciato il 6 agosto che papa Leone aveva accettato la richiesta di Dukielski di farsi da parte, ma non ha fornito alcuna motivazione per tale decisione.

    Ma in un comunicato del 9 agosto , Solarczyk ha affermato di voler chiarire le circostanze delle dimissioni per il bene della Chiesa e per preoccupazione della persona coinvolta.

    Solarczyk ha affermato che è stato solo dopo l’annuncio della nomina di Dukielski che è emersa la segnalazione di comportamenti inappropriati nei confronti di un minore.

    «In conformità con il diritto canonico vigente, dopo aver ricevuto informazioni attendibili, sono stati avviati senza indugio i procedimenti previsti dalle norme», ha affermato il vescovo.

    Ha osservato che a Dukielski erano state imposte “misure preventive appropriate”.

    “Ulteriori decisioni sul suo caso saranno prese in conformità con le pertinenti disposizioni del diritto canonico”, ha affermato.

    Solarczyk ha aggiunto: “Esprimo la mia sincera solidarietà a quanti sono stati colpiti dal comportamento inappropriato del sacerdote. Vi assicuro le mie preghiere e la mia disponibilità a offrire loro sostegno pastorale”.

    “Confermo inoltre la mia determinazione a realizzare tutti i principi di giustizia e a costruire una comunità ecclesiale basata sulla verità, sulla responsabilità e sul rispetto per ogni essere umano”.

    Dukielski non ha commentato pubblicamente le sue dimissioni né la dichiarazione del vescovo.

    Il sacerdote 47enne è stato il 65° vescovo nominato da Leone XIV dopo la sua elezione a maggio e la prima nomina del papa nato negli Stati Uniti a una diocesi di rito latino in Polonia.

    Dukielski è stato ordinato sacerdote nella diocesi di Radom nel 2003. Ha studiato a Roma dal 2004 al 2013, lavorando contemporaneamente in parrocchie italiane. Dal 2014 al 2016 è stato vicedirettore dell’ufficio organizzativo nazionale della Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia.

    Nel 2021 è stato nominato parroco della chiesa di San Giovanni Battista a Magnuszew, una cittadina nella Polonia centro-orientale, un ruolo che ha ricoperto quando è stato nominato vescovo.

    L’11 agosto i media polacchi hanno riferito che don Karol Piłat, ex vicedirettore della Caritas nella diocesi di Radom, aveva sostituito Dukielski come parroco della chiesa di San Giovanni Battista.

    Secondo quanto riferito, Solarczyk dovrebbe nominare formalmente Piłat pastore domenica 17 agosto.

    Dukielski non è il primo vescovo polacco eletto a farsi da parte prima della sua ordinazione episcopale.

    Don Franciszek Ślusarczyk, rettore del Santuario della Divina Misericordia a Cracovia-Łagiewniki, è stato nominato vescovo ausiliare di Cracovia il 3 dicembre 2018 e si è dimesso nove giorni dopo.

    L’arcidiocesi di Cracovia non ha fornito alcuna motivazione per la decisione, che secondo quanto affermato Ślusarczyk è stata presa “dopo riflessione e preghiera”. Ślusarczyk si è scusato con coloro che si sono sentiti delusi dalla sua decisione e ha affermato che intende continuare a servire l’arcidiocesi e la Chiesa.

    Anche in altri Paesi europei i sacerdoti si sono dimessi poco dopo essere stati nominati vescovi.

    Mons. Ivan Brient è stato nominato vescovo ausiliare di Rennes, in Francia, il 7 ottobre 2022, ma il 16 novembre 2022 ha annunciato che il Papa aveva accettato la sua decisione di dimettersi. Il cinquantenne ha citato problemi di salute che ha attribuito al “burnout”.

    Il canonico Christopher Whitehead è stato nominato vescovo di Plymouth, in Inghilterra, il 15 dicembre 2023. Tuttavia, la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles ha annunciato il 1° febbraio 2024 che la sua ordinazione episcopale non avrebbe avuto luogo come previsto a causa dell’apertura di un processo canonico.

    Whitehead ha ripreso le sue funzioni di pastore nella diocesi di Clifton dopo che un’indagine preliminare sulle accuse mosse contro di lui ha concluso che non era giustificata alcuna azione canonica.

    Anche i vescovi eletti negli Stati Uniti e in Argentina si sono dimessi prima di arrivare nelle loro nuove diocesi.

    Il commentatore della Chiesa polacca Tomasz Terlikowski ha sostenuto in un editoriale del 12 agosto che il caso Dukielski dovrebbe indurre a modificare il processo di selezione dei vescovi.

    Ha affermato che invece di annunciare la nomina di un vescovo e poi “aspettare con ansia” se qualcuno presenta un’accusa, sarebbe meglio procedere a consultazioni più ampie di quanto non avvenga attualmente.

    In genere, quando si verifica una vacanza episcopale in Polonia, il nunzio apostolico consulta vescovi, sacerdoti anziani e laici di spicco prima di sottoporre a Roma una lista di tre candidati, nota come terna. Il papa ha libera scelta, ma di solito sceglie uno dei tre nomi.

    “Forse le persone in grado di ottenere informazioni dovrebbero visitare ogni parrocchia in cui il candidato ha lavorato, e forse bisognerebbe condurre un’indagine in ognuna di esse”, ha scritto Terlikowski. “Alcune cose si possono scoprire solo in questo modo”.

    Ha anche suggerito che la terna potrebbe essere resa pubblica, incoraggiando le persone a esprimere commenti sull’idoneità dei candidati.

    Terlikowski ha sostenuto che ciò non significherebbe “democratizzare” la selezione dei vescovi.

    “Significa cambiare le procedure di controllo, il che potrebbe avere un impatto positivo sulla qualità del personale”, ha affermato.

    https://www.pillarcatholic.com/p/bishop-elect-steps-down-after-report

  • Si apre in Ticino il processo a un sacerdote accusato di abusi sessuali

    Si apre in Ticino il processo a un sacerdote accusato di abusi sessuali

    È iniziato giovedì il processo contro un sacerdote 56enne, ex cappellano del collegio Papio di Ascona, arrestato un anno fa con l’accusa di abusi sessuali su minori. L’uomo, già in carcere e in fase di espiazione della pena, è noto nell’ambito ecclesiastico ticinese per aver ricoperto ruoli educativi e spirituali, tra cui quello di assistente della Pastorale giovanile diocesana e docente liceale.

    In aula dovrà rispondere di una ventina di episodi avvenuti tra il 2015 e il 2023, principalmente in contesti legati alla Chiesa. Le vittime sono nove, di cui quattro minorenni. I presunti abusi sarebbero avvenuti durante massaggi definiti “rilassanti”, in alcuni casi con atti più gravi. L’uomo avrebbe ammesso parte dei fatti.

    L’inchiesta è partita da una segnalazione raccolta dall’amministratore apostolico Alain de Raemy e trasmessa alla Commissione per gli abusi sessuali. Non è ancora chiaro se il precedente vescovo Valerio Lazzeri fosse già stato informato. La Curia di Lugano non sarà presente in aula e si esprimerà solo dopo la sentenza, attesa già in giornata. ROLANDO LEO

    https://www.tvsvizzera.it/tvs/qui-svizzera/si-apre-in-ticino-il-processo-a-un-sacerdote-accusato-di-abusi-sessuali/89833892

  • Chiesti cinque anni e mezzo per Don Rolando Leo: «Abusi su un 12enne, tra una preghiera e l’altra»

    Chiesti cinque anni e mezzo per Don Rolando Leo: «Abusi su un 12enne, tra una preghiera e l’altra»

    LUGANO – Cinque anni e mezzo di carcere, più un trattamento terapeutico ambulatoriale e l’interdizione a vita di svolgere attività professionali o extraprofessionali a contatto con minorenni. È questa la pena proposta dalla pubblica accusa per il prete ticinese Don Rolando Leo, accusato di aver abusato sessualmente di nove ragazzi, di cui quattro minorenni.

    «L’imputato ha ridotto a oggetti sessuali tutte le sue vittime. E sapeva e sa quali sono le sue pulsioni sessuali, ma non le riconosce realmente», ha detto la procuratrice pubblica Valentina Tuoni. «In corso di inchiesta ha affermato di aver agito senza consapevolezza e di non sapersi spiegare perché massaggiasse i genitali dei ragazzi con il suo avambraccio. Ha detto persino di voler aspettare i risultati della perizia psichiatrica per capire quale male l’avesse spinto a fare quanto ha fatto».

    «Stesso modus operandi, per anni» – Per la pubblica accusa, dunque, il prete «minimizza i suoi gesti e l’impatto che hanno avuto. E questo nonostante abbia mantenuto, per anni, lo stesso modus operandi. È assurdo».

    Lettere di vicinanza in carcere – La procuratrice ha quindi sottolineato come ci volesse un grande coraggio per denunciare Don Leo. «Sceglieva con cura le sue vittime, creava con loro un rapporto intenso, per poi metterle in situazioni equivoche. Ed era, ed è tuttora, una persona conosciuta, ben voluta e rispettata. In carcere ha ricevuto tante lettere che dimostravano vicinanza, in cui gli veniva detto che lo si perdonava,…quando di regola per questo tipo di reati si assiste a una condanna sociale».

    «C’è chi non ha trovato la forza di parlare» – Questa paura di denunciare, d’altronde, sarebbe emersa anche dalle parole di un genitore di una vittima del sacerdote. «Ha dichiarato che le vittime sarebbero molte di più di quelle emerse, ma che non se la sentono di farsi avanti. Ci sono ragazzi che non hanno trovato la forza di parlare. E le dichiarazioni di chi lo ha fatto sono state sofferte».

    «Abusi su un bambino di 12 anni, nella sua cameretta» – A prendere la parola è poi stato l’avvocato Felice Dafond, rappresentante legale di una delle vittime. «All’epoca il mio assistito aveva 12 anni. Don Leo ha approfittato vergognosamente della vicinanza della sua famiglia, che gli ha aperto le porte di casa. E nella cameretta del bambino, tra una preghiera e l’altra, ha commesso quegli abusi. Con il suo agire, dunque, l’imputato ha tradito non solo la fiducia di questa famiglia, ma anche della Chiesa e della scuola ticinese».

    A esprimersi, nel pomeriggio, sarà la difesa.

    https://www.tio.ch/ticino/cronaca/1860232/chiesti-cinque-anni-e-mezzo-per-don-rolando-leo-abusi-su-un-12enne-tra-una-preghiera-e-l-altra

  • Monsignor Renna e l’invito nella diocesi degli abusi. L’appello della vittima: «La Chiesa scelga da che parte stare»

    Monsignor Renna e l’invito nella diocesi degli abusi. L’appello della vittima: «La Chiesa scelga da che parte stare»

    Parole «forti, determinate e senza ambiguità». Sono quelle che Antonio Messina, vittima riconosciuta di abusi da parte del sacerdote Giuseppe Rugolo, chiede di pronunciare a monsignor Luigi Renna, arcivescovo di Catania. Chiamato a presiedere il Pontificale nella Basilica Cattedrale il prossimo 15 agosto, a Piazza Armerina, in occasione della festa di Maria Santissima delle Vittorie. Insieme a lui ci sarà Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, e imputato per falsa testimonianza, con l’accusa di aver protetto Rugolo – oggi dimesso dallo stato clericale dopo la condanna – e di aver costruito un sistema di insabbiamento. Un’ombra pesante che incombe sull’appuntamento liturgico, che Messina – vittima riconosciuta del sacerdote condannato in primo e secondo grado per violenza sessuale su minori – chiede di diradare con una lettera aperta, lunga e dettagliata, diretta a monsignor Renna. Il cuore della richiesta è semplice, ma politicamente e pastoralmente delicato: che l’arcivescovo usi la sua presenza pubblica non come un atto di cortesia istituzionale, ma come un’occasione per dire parole chiare e inequivocabili di condanna verso ogni forma di abuso e di copertura.

    La lettera non risparmia nomi e accuse. Le accuse di insabbiamento rivolte al vescovo di Piazza Armerina Gisana, scrive Messina, trovano riscontro nelle intercettazioni telefoniche e nelle registrazioni agli atti del processo. Non solo: il vescovo, sempre secondo la vittima, avrebbe ridicolizzato e minimizzato le sue denunce, definendo la vicenda «una storia tra omosessuali» e liquidando il dolore con stereotipi e frasi offensive. Un passaggio su cui Messina, oggi, richiama a Renna le sue stesse parole, affidate in passato al quotidiano La Repubblica: «Non ci devono essere dubbi. I vescovi non proteggono nessuno, bisogna denunciare e stare dalla parte delle vittime, la cui sofferenza va presa molto sul serio». Parole che, sottolinea la vittima, dovrebbero ora tradursi in coerenza e azione concreta. Non un gesto simbolico, ma un atto pubblico e inequivocabile che allinei la prassi alla dottrina, l’azione alla predicazione.

    Il rischio, scrive Messina, è che il 15 agosto si trasformi, anche involontariamente, in un segnale di sostegno verso chi è accusato di proteggere i colpevoli. Per questo chiede all’arcivescovo di pronunciare parole chiare di condanna oppure di declinare l’invito, per non compromettere la propria posizione in una vicenda che «macchia la diocesi e offende la dignità dei fedeli». In filigrana, dietro le righe della lettera, emerge una generale e più ampia accusa: quella al silenzio e all’indifferenza come forme di complicità. «Il cambiamento – scrive Messina – è affidato anche a chi nella Chiesa ha un ruolo di guida e non occupa semplicemente un posto di preminenza». Un appello che non è solo una richiesta personale, ma un atto di denuncia pubblica, un banco di prova per la credibilità di un’istituzione che, di fronte agli scandali, è chiamata a scegliere da che parte stare: «Mi aiuti a fare sì che non si perpetri ancora l’abuso – si congeda Messina nella lettera – che si attua anche con il silenzio, l’indifferenza e la commissione. Preghi per me, per la mia famiglia e per quelle vittime che non hanno voce».

    Monsignor Renna e l’invito nella diocesi degli abusi. L’appello della vittima: «La Chiesa scelga da che parte stare»

  • Conferenza episcopale francese: il vescovo di Toulouse ritiri la nomina del prete condannato per abusi su minore

    Conferenza episcopale francese: il vescovo di Toulouse ritiri la nomina del prete condannato per abusi su minore

    TOULOUSE-ADISTA. Non si spegne, in Francia, la polemica intorno al caso del prete Dominique Spina che, riconosciuto colpevole di abusi sessuali su un adolescente per un periodo di due anni, pur non avendo mai mostrato, durante il processo, un reale pentimento e avendo cercato di screditare la sua vittima, nominato parroco nel 2009, due anni dopo la sua uscita di prigione, e rimasto in carica fino al 2016, quando si è dimesso sotto la pressione mediatica, oggi viene scelto dal vescoovo mons. Guy de Kerimel per il delicatissimo ruolo di gran cancelliere, con responsabilità, quindi, sugli archivi diocesani. Da sottolineare che il codice di diritto canonico richiede una reputazione intatta per certi incarichi, il che rende problematica la sua nomina.

    Il 10 agosto, a rompere un imbarazzante silenzio rotto solo dalla voce isolata di protesta del vescovo di Viviers, mons. Hervé Jean Robert Giraud – che ha reagito pubblicamente prima sui social e poi in un’intervista, proponendo che il prete svolga “un lavoro ordinario come qualsiasi cittadino” – un comunicato della Conferenza episcopale francese, affronta in un paragrafo proprio tema di Toulouse, invitando de Kerimel a tornare sui suoi passi. “In Francia, le ultime settimane hanno visto un periodo ecclesiastico intenso”, esordisce il comunicato firmato dal card. Jean-Marc Aveline di Marsiglia, presidente dei vescovi, e dai due vicepresidenti mons. Vincent Jordy di Tours, e mons. Benoit Bertrand, vescovo di Pontoise. “Vorremmo sottolineare che la nostra Chiesa, da diversi anni, ha coraggiosamente imboccato la via della verità nella dolorosa questione degli abusi commessi al suo interno. È molto importante continuare questo lavoro in tutti i settori della vita ecclesiale. A poco a poco, abbiamo imparato a guardare questi fatti innanzitutto dal punto di vista delle persone che ne sono state vittime e che ne subiscono le conseguenze per il resto della loro vita. Questo cambiamento di prospettiva, l’ascolto commovente della loro angoscia e del loro dolore, l’accoglienza del loro invito a percorrere umilmente con loro un cammino di verità, hanno avviato, per la nostra istituzione ecclesiale, un lungo e impegnativo lavoro di conversione, che siamo determinati a proseguire”. In questo spirito, il vertice della Conferenza episcopale ha “avviato un dialogo costruttivo con Mons. Guy de Kerimel, arcivescovo di Tolosa, invitandolo a riconsiderare la decisione presa in merito alla nomina del Cancelliere della sua diocesi. In effetti, una tale nomina a un incarico così importante, canonicamente e simbolicamente, non può che ravvivare ferite, risvegliare sospetti e sconcertare il popolo di Dio”.

    Del resto non si contano le reazioni di protesta da parte della base cattolica. In un articolo sul quotidiano La Croix (7/8/2025), la presidente dell’associazione di sopravvissuti ad abusi Fraternité Victimes Mélanie Debrabant pone la questione centrale: che fare dei preti condannati che hanno scontato la pena? “Questo caso – scrive su La Croix – mette in evidenza quanto sia delicata la questione del destino dei preti autori di violenze sessuali, in particolare quando non vengono ridotti allo stato laicale. Non è un tema nuovo: la commissione Christnacht se ne occupa dal 2016.

    Nel 2021, la prima raccomandazione della Ciase era di “assicurarsi che le persone riconosciute colpevoli di aggressione o abuso sessuale su minore o persona vulnerabile siano oggetto, nel tempo, di un percorso di presa in carico da parte di professionisti della salute”. Il primo problema è trovare questi operatori sanitari qualificati e formati”.

    E poi: “chi decide la fine di un percorso di cura? Cosa fare quando l’interessato interrompe il suo seguito senza concertazione? Il rapporto della Ciase chiedeva anche di ‘garantire che qualsiasi persona coinvolta in un caso di aggressione o abuso sessuale su minore o persona vulnerabile non possa avere accesso a bambini, adolescenti o persone vulnerabili nell’ambito di una missione ecclesiale’”. Insomma, si chiede Debrabant: l’obiettivo di proteggere possibili vittime è realistico? Il tasso di recidiva dei pedocriminali è elevato: dal 10 al 40%, secondo uno studio del marzo 2025.

    Che compito affidare a questi uomini? Padre Patrick Goujon, gesuita, a sua volta vittima di abusi, ha recentemente testimoniato su La Croix di essere stato aggredito negli anni ’80 proprio dall’archivista della sua diocesi, che era stato nominato a quel posto proprio in seguito a denunce. Come è emerso dai lavori della commissione Ciase, molti archivi contenenti dati e notizie su casi di pedofilia sono stati distrutti. Altri preti vengono nominati cappellani di comunità religiose femminili, ma anche in quel caso un rischio c’è, dal momento che tali comunità sono spesso luoghi di ritiro e di passaggio. E poi, “queste donne che hanno consacrato la loro vita non meritano forse di meglio?”.

    Debrabant pone poi un altro interrogativo: “Se ammettiamo che questi preti debbano stare lontani da possibili vittime, chi li sorveglierà? Possiamo chiedere a un parroco di spiare il suo viceparroco? L’istituzione ecclesiale ha i mezzi per farlo, quando persino lo Stato, dotato di polizia e gendarmeria, non ci riesce?”.

    Non si può far credere, afferma la presidente di Fraternité victimes, “che la questione del reinserimento dei preti aggressori si riduca a questa sola alternativa: cancelliere o morte sociale”. “Non si può parlare di reinserimento degli aggressori – prosegue Debrabant – senza aver prima fatto di tutto per la riparazione delle vittime. Questi preti sono ospitati, stipendiati, accompagnati, sostenuti per le spese legali e mediche. Come accettare che un prete aggressore, anche se ha scontato la pena, possa essere trattato meglio di una vittima, che ne pagherà il prezzo per tutta la vita?”.

    Se negli ultimi anni qualche passo è stato fatto per le vittime, “la nostra esperienza a fianco delle persone vittime testimonia ancora numerose insufficienze e incompetenze. Oggi, molte vittime sono maltrattate, ignorate e ridotte al silenzio. Devono interagire con diversi interlocutori e ripetere ogni volta la loro storia, il che può metterle in pericolo. La loro sofferenza è trascurata, persino derisa da alcuni responsabili. Persone vulnerabili che contattano un centro di ascolto per raccontare i crimini subiti non ricevono consiglio legale. Nessuno le richiama per sapere come stanno”. E poi, “malgrado il motu proprio Vos estis lux mundi di papa Francesco, non conosciamo nessuno che abbia beneficiato di un aiuto finanziario per le spese psicologiche.

    Non esiste una consulenza specializzata in psicotraumatologia, dedicata e finanziata dall’istituzione. Le vittime sono lasciate sole: tocca a loro trovare operatori competenti e disponibili e pagare la propria terapia”. Senza dire che “Le procedure canoniche restano opache, lasciando regolarmente la vittima nell’ignoranza del processo, delle sue conclusioni e delle eventuali sanzioni”. Oggi, ad aiutare le vittime sono per lo più le associazioni. “Non sarebbe finalmente ora che l’istituzione prendesse risolutamente il partito della Misericordia: quella che si inginocchia davanti a queste vite spezzate e fa tutto il possibile per riparare?”.

    https://www.adista.it/articolo/74324

  • Marcial Maciel: Il lupo di Dio | Trailer ufficiale | HBO Max

    Marcial Maciel: Il lupo di Dio | Trailer ufficiale | HBO Max

    Marcial Maciel: The Wolf of God, la nuova serie di documentari originali di Max, espone e approfondisce le molteplici dimensioni di una delle figure più controverse della Chiesa cattolica.

    Disponibile dal 14 agosto su HBO Max. HBO Max è una piattaforma di streaming premium dove troverai i tuoi programmi e film preferiti di Warner Bros., DC, Cartoon Network, TNT, Adult Swim, HBO, Max Originals e Discovery.

    Tutto in un unico posto, così puoi guardarlo quando, dove e con chi vuoi. Ecco alcuni link utili per rimanere in contatto: 👀: Sito web: https://www.max.com/

  • Un giudice blocca la legge di Washington che cancella il segreto confessionale

    Un giudice blocca la legge di Washington che cancella il segreto confessionale

    Un giudice distrettuale ha bloccato la legge con cui lo stato di Washington vorrebbe obbligare i sacerdoti cattolici a infrangere il segreto confessionale nel caso in cui nel corso della confessione emergano notizie di abusi su minori. Il giudice David Estudillo, nominato al suo posto sotto la presidenza Biden nel 2021, ha sentenziato che la legge viola verosimilmente la garanzia del libero esercizio della religione sancita dal Primo Emendamento, poiché nega ai sacerdoti la riservatezza estesa ad altre professioni.

    Il doppio standard della legge di Washington sul segreto confessionale

    Il dispositivo della sentenza fa propri due punti decisivi del ricorso da parte di tre vescovi cattolici di altrettante diocesi dello stato di Washington (Seattle, Spokane e Yakima), e cioè che la legge firmata nel maggio scorso dal governatore Bob Ferguson applica un doppio standard, in quanto proprio nello stesso periodo in cui veniva approvata la legge contro il segreto confessionale lo stato di Washington approvava un altro provvedimento che esentava una categoria di avvocati dal denunciare fatti di pedofilia appresi dai loro clienti, e che dietro alla legge SB 5375 , che doveva entrare in vigore il 27 luglio, c’è la volontà del potere politico di modificare la dottrina religiosa di una Chiesa, atto direttamente contrario alla separazione fra Stato e Chiesa, sancita dalla Costituzione degli Stati Uniti.

    La legge fortemente voluta dal governatore democratico ed ex procuratore generale Ferguson è anche sotto inchiesta federale da parte del Dipartimento di Giustizia per violazione dei diritti civili perché, come ha dichiarato il vice procuratore generale della Divisione diritti civili del Dipartimento di Giustizia Harmeet K. Dhillon, «la legge SB 5375 richiede che i sacerdoti cattolici violino la loro convinzione di fede per obbedire alla legge, e questa è una violazione della Costituzione e del libero esercizio della religione che non può essere permessa nel nostro sistema costituzionale di governo».

    La legge di Washington e la lotta alla pedofilia

    La legge è stata presentata come un indispensabile presidio nella lotta contro la pedofilia. La relatrice democratica Noel Frame, vittima lei stessa nell’infanzia di abuso sessuale ma non in ambito religioso, ha spiegato che «noi nello Stato di Washington abbiamo l’obiettivo di una legge secolare per proteggere i bambini da abusi e negligenza, e se le comunità religiose scelgono, attraverso le loro regole, di non proteggere i bambini da abusi e negligenza, noi, lo Stato, scegliamo di non essere complici di tale scelta, attraverso le nostre regole. Ricordo che il diritto canonico è cambiato molte volte nel corso degli anni in ambito cattolico, e non c’è nulla che impedisca loro di modificare le proprie regole per consentire la segnalazione in tempo reale di abusi e negligenze sui minori. È in loro potere cambiare questo aspetto e penso che dovrebbero farlo».

    A questo genere di argomentazioni hanno replicato esponenti del laicato, i vescovi e singole persone passate attraverso l’esperienza dell’abuso quando erano minori, anzitutto ricordando che già ora le diocesi cattoliche dello stato di Washington esigono dai sacerdoti che riferiscano alle autorità casi di abusi sui minori di cui vengano a conoscenza, con la sola eccezione delle notizie apprese attraverso il sacramento della confessione. Eliminare questa eccezione non aumenterebbe la protezione dei minori, ma produrrebbe esattamente l’effetto contrario.

    «Ma così non si ottiene più onestà»

    «Nelle situazioni reali questo disegno di legge si rivelerebbe efficacissimo nell’allontanare sia le persone che compiono abusi che quelle che li subiscono dal proposito di parlarne con chiunque», dice Jean Hill, presidente della Washington State Catholic Conference. «Non si ottiene più onestà, si ottiene piuttosto che le persone continuino a restare nella clandestinità e non dicano a nessuno cosa sta succedendo». «Se una persona confessa un crimine come l’abuso su minore», spiega mons. Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester, «qualsiasi sacerdote che si rispetti incoraggerà quella persona a rivolgersi alle autorità. Ma una legge che viola il segreto confessionale potrebbe scoraggiare potenziali vittime e abusatori dal ricorrere al sacramento, eliminando la possibilità di un simile incontro».

    La testimonianza di Cecilia Cicone

    Chiarissima la testimonianza di Cecilia Cicone, vittima di abuso nella sua infanzia, apparsa su Catholic Review: «Quando mi sono recata per la prima volta da un medico per chiedere aiuto per le conseguenze degli abusi subiti, mi sono seduta in una sala d’attesa piena di cartelli che mi informavano che qualsiasi cosa avessi rivelato in merito agli abusi, anche in passato, sarebbe stata denunciata come previsto dalla legge. Avevo una paura folle dei miei aggressori, e la sola idea di una denuncia e di un’indagine era sufficiente a farmi rifiutare di essere onesta con il mio medico su quanto era accaduto. Questo ha ritardato la mia guarigione e non ha contribuito ad assicurare alla giustizia i miei aggressori (…)».

    «Un bambino che subisce abusi o un adulto che ha subito abusi rischiano di essere sopraffatti da un senso di colpa e vergogna, aggrappandosi a un segreto che non dovrebbe gravare su di loro. Il peso di questa vergogna, la sensazione che l’abuso renda qualcuno “cattivo”, o la paura della violenza o delle ripercussioni sono spesso ciò che impedisce alle vittime di parlare di ciò che sta accadendo loro o di ciò che è accaduto. Costoro meritano un luogo dove possano ritrovare la certezza del loro valore e dell’amore di Dio per loro, senza essere sopraffatti dalla paura dei loro aggressori. Senza questo spazio sacro, molti non avrebbero nessuno a cui rivolgersi».

    Conclusione: «I bambini e tutti coloro che sono vulnerabili meritano leggi che li proteggano davvero, e la società ha bisogno di leggi che prevengano i danni e facciano giustizia quando vengono violate. Obbligare i sacerdoti a rompere il segreto sacramentale del confessionale non favorisce questi obiettivi».

    Gli altri stati in cui c’è una legge simile

    Stabilire l’obbligo per i sacerdoti di violare il segreto confessionale non aiuta a prevenire i crimini di pedofilia, anzi crea le condizioni per un loro più profondo occultamento. Eppure già cinque stati negli Usa hanno introdotto leggi che prevedono ciò: New Hampshire, North Carolina, Oklahoma, Texas e West Virginia. Almeno altri quattro (Delaware, Hawaii, Utah e Vermont) hanno visto la presentazione di progetti di legge dello stesso tenore, che però non sono stati approvati.

    L’arcivescovo di Seattle Paul Dennis Etienne allude al vero motivo che sta dietro a queste iniziative: stabilire la supremazia dello Stato sulla Chiesa nella stessa materia dottrinale religiosa. «Una volta che lo Stato afferma il suo diritto di normare le pratiche religiose, come  imporre l’accesso alle informazioni ottenute tramite questo sacramento, cioè la soppressione della comunicazione privilegiata, dov’è il confine tra Chiesa e Stato?».

    Il giudice Estudillo ha individuato questa volontà del legislatore di usurpare l’autonomia dottrinale della Chiesa nelle dichiarazioni della senatrice Frame secondo cui spettava alla Chiesa modificare le proprie norme per renderle coerenti con quelle dello Stato. La volontà di un legislatore di abrogare una norma religiosa negli Stati Uniti non è ammissibile: «Come ha recentemente osservato il Nono Circuito, “le azioni governative abbinate a espressioni ufficiali di ostilità alla religione (…) sono incoerenti con quanto richiesto dalla Clausola sul Libero Esercizio (contenuta nel Primo Emendamento – ndt) e devono essere annullate”».

    Chi è il governatore Ferguson

    A ciò si aggiunge il doppio standard dello stato di Washington, che consente agli avvocati ciò che non vuole consentire ai sacerdoti cattolici: «In definitiva, l’incapacità di Washington di dimostrare perché abbia un interesse di altissimo livello nel negare un’esenzione al clero, pur rendendola disponibile ad altri professionisti che lavorano con bambini svantaggiati – come discusso sopra – è verosimilmente fatale per la SB 5375».

    Il governatore Ferguson, che ha promosso e firmato la legge ora bloccata, è cattolico; quando era procuratore generale dello stato aveva promosso un’inchiesta contro le diocesi di Seattle, Spokane e Yakima accusandole di avere indebitamente utilizzato donazioni alla Chiesa per comprare il silenzio di vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti. La Corte superiore della contea di King aveva di fatto bocciato l’inchiesta dando ragione alle diocesi, che si erano rifiutate di esaudire le ampie richieste di documentazione avanzate dall’allora procuratore Ferguson.

    Un giudice blocca la legge di Washington che cancella il segreto confessionale

  • Un prete condannato è tornato al lavoro. I difensori dei diritti dei minori chiedono a Papa Leone di intervenire.

    Un prete condannato è tornato al lavoro. I difensori dei diritti dei minori chiedono a Papa Leone di intervenire.

    CITTÀ DEL VATICANO — Era la personificazione della vergogna in Vaticano, l’unico prigioniero nel carcere a tre celle del più piccolo stato sovrano del mondo. Ora, il reverendo Carlo Alberto Capella – condannato per possesso e distribuzione di una “grande quantità” di materiale pedopornografico mentre prestava servizio come diplomatico vaticano a Washington – sta presentando a Papa Leone XIV, il nuovo pontefice americano , una delle prime sfide del suo pontificato.

    Capella, un sacerdote italiano di 58 anni, è stato indagato dalle autorità statunitensi e canadesi per quasi due anni per aver raccolto e condiviso materiale pedopornografico mentre era diplomatico di alto rango presso l’ambasciata della Santa Sede a Washington. Nel 2017, il Dipartimento di Stato americano ha chiesto al Vaticano di revocare la sua immunità diplomatica, richiesta respinta. Capella è stato invece richiamato a Roma, dove ha ammesso di aver rintracciato immagini “ripugnanti” e, in un raro processo penale in Vaticano un anno dopo, è stato dichiarato colpevole e condannato a cinque anni di carcere.

    Nelle ultime settimane, sui blog cattolici sono emerse notizie del suo rilascio previsto per il 2022 e del suo ritorno silenzioso al lavoro presso la Segreteria di Stato della Santa Sede. Il suo ritorno al potente dicastero ha indignato i sostenitori delle vittime di abusi da parte di ecclesiastici cattolici. Insistono sul fatto che, sebbene non sia mai stato accusato di abusi sessuali, un sacerdote condannato per aver consumato materiale pedopornografico non ha posto in un importante ufficio vaticano.

    “Perché non dargli un lavoro come lavapavimenti o bagni in Vaticano?”, ha detto Peter Isely, membro della Survivors Network of Those Abused by Priests, nota come SNAP. “Perché è ancora un membro ufficiale del Dipartimento di Stato? È sbagliato sotto ogni aspetto”.

    Mentre papa Leone si trova ad affrontare richieste di intervento, diventa il quarto pontefice dagli anni Novanta ad affrontare un esame approfondito, e potenzialmente un giudizio, sul modo in cui gestisce i casi ancora emergenti di crimini sessuali commessi da ecclesiastici.

    Papa Giovanni Paolo II affrontò critiche sia contemporanee che postume per la sua gestione dei casi di abuso. La questione perseguitò ancora di più Benedetto XVI, con un coro di lamentele viste come uno dei diversi fattori che contribuirono alla sua storica decisione di ritirarsi. Papa Francesco attuò riforme volte ad affrontare gli scandali, eppure le associazioni di vittime lo rimproveravano sistematicamente per non aver adottato una politica di tolleranza zero, che prevedeva anche la denuncia obbligatoria alle autorità civili.

    Ora, i gruppi di pressione si aspettano che Leo tracci una rotta diversa e addirittura faccia cambiare idea a Francis sul caso Capella.

    L’avvocato di Capella, Roberto Borgogno, ha dichiarato in un’intervista che il suo cliente è stato rilasciato con un anno di anticipo, nella prima parte del 2022, per “buona condotta” e ha ripreso a lavorare presso la segreteria nel gennaio 2023. Papa Francesco, ha affermato Borgogno, ha approvato il ritorno di Capella e ha avuto almeno un colloquio diretto con lui dopo il rilascio in merito al suo pentimento.

    “Si tratta certamente di decisioni prese in modo logico e razionale dal pontefice in quel momento”, ha affermato Borgogno.

    Il coinvolgimento diretto di Francis e i dettagli specifici della sistemazione abitativa e del monitoraggio di Capella non sono stati precedentemente resi noti.

    Capella, il cui lavoro si limita al controllo delle traduzioni e al lavoro d’archivio, ora vive appena fuori dal Vaticano, in un centro per diplomatici in pensione, ha detto il suo avvocato. Il suo computer di lavoro è monitorato da funzionari vaticani, sebbene abbia un cellulare personale non monitorato.

    Borgogno ha osservato che, sebbene Capella non fosse stato ridotto allo stato laicale, le autorità vaticane lo avevano privato del suo elevato titolo di monsignore. Sebbene fosse tornato in Segreteria nel 2023, Capella era considerato “in prova” e solo di recente era comparso nel registro ufficiale del personale della Santa Sede.

    “Si tratta semplicemente di un lavoro d’ufficio”, ha detto Borgogno. “Non svolgerà attività pastorale; non avrà contatti con persone esterne”.

    Tramite Borgogno, Capella ha rifiutato una richiesta di intervista.

    La rinnovata attenzione su Capella giunge mentre l’arcivescovo Guy de Kerimel di Tolosa, in Francia, è oggetto di critiche per aver nominato un sacerdote, condannato per aver violentato un ragazzo di 16 anni nel 1993, alla carica di cancelliere arcidiocesano, citando l’imperativo morale del perdono. Le associazioni di vittime chiedono ora a Leo di intervenire in entrambi i casi.

    “Questo è un test”, ha affermato Anne Barrett Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org , un gruppo di controllo che monitora i casi di abusi nella Chiesa cattolica. “Per me, solleva interrogativi più ampi sul continuo rifiuto del Vaticano della tolleranza zero per i molestatori sessuali. Credo che queste due cose insieme abbiano davvero attirato l’attenzione di tutti su Papa Leone. Ci chiediamo tutti se sarà più duro con gli abusatori sessuali di quanto lo sia stato Papa Francesco “.

    La Segreteria di Stato non ha risposto a una richiesta di commento dettagliata. Un alto funzionario vaticano, che ha parlato in condizione di anonimato per discutere di una questione delicata, ha affermato di non sapere se Leo fosse stato informato sui casi o se intendesse intraprendere azioni specifiche.

    Non è raro che un papa annulli la decisione di un predecessore: Francesco, ad esempio, ha limitato l’uso della messa tradizionale in latino dopo che papa Benedetto XVI ne aveva allentato le restrizioni.

    “Il Papa ha chiaramente giurisdizione sulla questione… tutto dipenderà da lui”, ha affermato Giovanni Maria Vian, ex direttore del quotidiano vaticano L’Osservatore Romano e storico del cristianesimo primitivo. “Probabilmente è a conoscenza del caso [Capella]. Non sarebbe insolito se prendesse provvedimenti”.

    Il funzionario ha descritto il lavoro di Capella come un lavoro in cui ha un contatto minimo con il pubblico e può “guadagnarsi da vivere”. Il suo ritorno al lavoro è un’opportunità per Capella di “redimere”, ha detto il funzionario, sostenendo che nessuna punizione per tali sacerdoti sarà mai “sufficiente” per alcuni difensori delle vittime.

    Se tutti coloro che sbagliano “venissero emarginati”, ha affermato il funzionario, “pochi di noi rimarrebbero in piedi”.

    Nel 2021 il Washington Post ha riferito che a Capella era stato permesso di partecipare a un programma di rilascio dal lavoro, durante il quale trascorreva le mattine nel piccolo ufficio del Vaticano che vende certificati di benedizione papale per occasioni personali.

    Ora, il caso di Capella sottolinea ancora una volta come la Santa Sede affronti sistematicamente le malefatte commesse dal clero, dal punto di vista religioso della misericordia e dello spirito di espiazione cattolica. Questa visione si è scontrata con quella dei difensori delle vittime, che vedono il ritorno di Capella al Segretariato, a qualsiasi titolo, così come la nomina di un alto funzionario di uno stupratore condannato in Francia, come prova di un approccio eccessivamente indulgente .

    Le richieste di intervento hanno sollevato interrogativi su come il nuovo papa gestirà forse la questione più spinosa che affligge la fede da lui guidata: i sacerdoti corrotti.

    Sotto la guida di Francesco, il Vaticano ha cercato di affrontare le diffuse accuse di complicità della Chiesa. Nel 2019, ha convocato un vertice senza precedenti sugli abusi sessuali del clero , imponendo in seguito una legge radicale che impone ai funzionari ecclesiastici di segnalare ai propri superiori le accuse di abusi o insabbiamenti ufficiali.

    Ma la legge non richiedeva che le accuse fossero segnalate alle autorità civili, e le associazioni di vittime hanno indicato scandali più recenti in Svizzera e altrove come prova del fatto che la situazione non è cambiata abbastanza. Sostengono che Leo dovrebbe rimuovere Capella dalla segreteria e annullare la recente nomina francese per dimostrare il suo impegno per la tolleranza zero.

    Leo ha un curriculum altalenante nella gestione dei casi di abuso .

    Come vescovo in Perù, ad esempio, è stato elogiato per aver preso posizione contro il Sodalitium Christianae Vitae, un gruppo cattolico segreto e ultraconservatore che si è diffuso da Lima a diversi paesi ed è stato accusato di sistematici abusi sessuali e psicologici. Allo stesso tempo, è stato accusato di scarsa supervisione nella gestione delle denunce di abusi da parte di tre donne nella sua diocesi di Chiclayo.

    Il mese scorso, in una nota in onore di un giornalista peruviano il cui lavoro ha contribuito a denunciare gli abusi sessuali all’interno del gruppo Sodalitium, Leo ha chiesto un cambiamento culturale all’interno della chiesa.

    È necessario instillare «in tutta la Chiesa una cultura della prevenzione che non tolleri alcuna forma di abuso: abuso di potere o di autorità, di coscienza o di spiritualità, abuso sessuale», ha scritto.

    https://www.washingtonpost.com/world/2025/07/31/pope-leo-priest-convicted-vatican/

  • «Una voce contro il silenzio»: Francesco Zanardi ospite della diciassettesima puntata di 30 minuti con…

    «Una voce contro il silenzio»: Francesco Zanardi ospite della diciassettesima puntata di 30 minuti con…

    Si è conclusa con una puntata dirompente la prima stagione di “30 minuti con…”, il format indipendente trasmesso sui canali social di WordNews.it e condotto da Paolo De Chiara, giornalista e direttore della testata. Un finale di stagione senza sconti, che ha dato voce a uno dei protagonisti più scomodi della denuncia contro gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica: Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso.

    Insieme a De Chiara, anche il collaboratore Antonino Schilirò e il vicedirettore Alessio Di Florio, per un confronto serrato, lucido, documentato.

    Una puntata necessaria

    «Una voce che rompe il silenzio, denuncia l’omertà, pretende giustizia», così Paolo De Chiara ha presentato Zanardi, sopravvissuto agli abusi da parte di un sacerdote e oggi attivista instancabile. Zanardi ha ricostruito la sua vicenda personale, il trauma, la denuncia arrivata dopo decenni, e la nascita di un’associazione che raccoglie testimonianze, dati, denunce, costruendo il più aggiornato database italiano sugli abusi ecclesiastici.

    Il quadro emerso è drammatico: oltre 1.200 offender censiti in Italia, più di 4.600 vittime, con una percentuale di sommerso che sfiora l’80%. In Molise 16 preti risultano coinvolti, in Sicilia 99, in Calabria 50. Numeri agghiaccianti. Ma ancora più inquietante è il dato sul sommerso: in molte regioni, la maggior parte degli autori è nota ma non è mai stata processata o condannata.

    Leggi assenti, omertà presente

    Zanardi ha puntato il dito su un sistema che “non vuole vedere”: lo Stato italiano, che non obbliga alla denuncia, che esclude le attività di volontariato – comprese le parrocchie – dal certificato antipedofilia, che non ha mai istituito una commissione indipendente sugli abusi come avvenuto in Francia o negli Stati Uniti.

    E ha ricordato che Papa Francesco ha parlato molto, ma ha fatto ben poco. La CEI, ha sottolineato Zanardi, continua a non trasmettere alla magistratura le denunce ricevute, trincerandosi dietro al fatto che la legge italiana non lo impone. La Chiesa “rispetta la legge”, ha detto amaramente, “ma una legge che tutela i carnefici e abbandona le vittime”.

    Nel corso della puntata è stato evidenziato un altro punto critico: l’assenza di una narrazione giornalistica organica sugli abusi. «In Italia non si è mai fatta una vera inchiesta giornalistica di sistema. I casi vengono raccontati come eccezioni, le vittime isolate, i colpevoli nascosti dietro lo schermo dell’istituzione».

    Zanardi ha confermato: «Non esistono giornalisti italiani nelle grandi testate che si siano occupati sistematicamente del fenomeno. Le voci che ci hanno seguito sono pochissime, spesso freelance e fuori dal circuito mainstream».

    Dalle mancanze legislative alla complicità informativa, passando per la passività dei fedeli e la sistematica promozione ecclesiastica di chi è coinvolto in casi di abusi: la fotografia scattata durante la puntata è quella di un’Italia senza anticorpi, incapace di difendere i più fragili. «I cattolici italiani non protestano – ha detto Zanardi – neppure davanti all’evidenza.».

    «Serve una coscienza collettiva, un’educazione civile che ci faccia sentire corresponsabili, anche quando il problema non ci tocca direttamente».

    Verso la seconda stagione

    La puntata ha chiuso la prima stagione del format. «Abbiamo raccontato storie di mafia, di stragi di Stato, di sanità pubblica smantellata, di testimoni di giustizia dimenticati – ha ricordato Paolo De Chiara –. E ora anche questa pagina, sporca, che pochi vogliono leggere. Ma noi non spegneremo i riflettori».

    «Una voce contro il silenzio»: Francesco Zanardi ospite della diciassettesima puntata di 30 minuti con…

  • Un libro analizza il plagio nelle “nuove comunità” cattoliche

    Un libro analizza il plagio nelle “nuove comunità” cattoliche

    Negli ultimi anni numerose sono le cosiddette “nuove comunità”, salutate come “primavera della Chiesa” soprattutto durante il pontificato di papa Wojtyla, cadute sotto i colpi di abusi di potere, spirituali e spesso anche sessuali. Qualcuna è stata dissolta, come – per non citare che le più recenti – Sodalitium Christianae Vitae, la comunità Loyola, Verbe de Vie. Altre sono state sottoposte a un tentativo di riforma, per lo più fallimentare. Ne è un esempio la Fraternité monastique de Bethléem, fondata nel 1951 da soeur Marie (al secolo Odile Dupont) come fraternità monastica domenicana, poi distaccatasi e confluita, con una svolta pseudo-certosina, nella galassia delle comunità fondate dal religioso, abusatore seriale, Marie-Dominique Philippe. È la comunità denunciata nel libro, appena uscito presso l’editrice Queriniana, dell’ex membro per ventiquattro anni ed ex vicepriore Fabio Barbero (Undicesimo: non pensare. Anatomia di un plagio nel mondo cattolico, v. sotto). Oggi, a dieci anni dall’avvio di riforme, l’associazione che riunisce le vittime degli abusi avvenuti all’interno denunciano, con un comunicato pubblicato il 25 luglio, che nulla è cambiato.

    Dieci anni di operazioni cosmetiche

    Nel 2015, a seguito di denunce di abusi, viene fondata l’ACSEMB (Accueil et Soutien aux Ex Membres de Bethléem) che offre sostegno a coloro che decidono di uscire dalla comunità. Una visita canonica imposta dalla Santa Sede nel maggio 2015 ne svela la realtà settaria e, nel novembre 2021, la comunità riconosce la presenza al suo interno di disfunzioni nell’esercizio dell’autorità che hanno originato abusi spirituali e annuncia la volontà di avviare un processo di riforma. L’unità di ascolto creata per le persone abusate psicologicamente, spiritualmente o moralmente, però, «cooptata dai responsabili di Betlemme per svolgere quest’opera di verità in cui era in definitiva giudice e parte in causa, e privata di qualsiasi supervisione da parte di un’autorità ecclesiastica, non ha portato i frutti sperati», si legge nel comunicato. Perplessità ha anche suscitato l’ultimo Capitolo generale dell’ottobre 2024, in cui «la comunità ha affermato di continuare il suo cammino di conversione, in particolare attraverso una rilettura oggettiva di alcune tappe della sua storia e del ruolo svolto dalla sua fondatrice, suor Marie, una revisione delle sue Costituzioni, l’istituzione di corsi di formazione permanente per i suoi membri». Sull’«effettiva realizzazione di questi passi è lecito interrogarsi», si legge nel comunicato, dal momento che l’ACSEMB continua a ricevere «preoccupanti testimonianze, dirette e indirette, di monache sofferenti e prive della loro libertà all’interno della Famiglia di Betlemme».

    Di fronte a questa situazione, l’associazione si pone domande che possono essere applicate anche ad altre comunità in analoga situazione (come la Famiglia di Maria su cui Adista conduce da tempo un’inchiesta, avviata oggi alla normalizzazione, ma mai realmente posta di fronte agli abusi subiti). «Le fondamenta sono davvero rimesse in discussione? C’è stata davvero un’analisi critica dei testi fondatori, attraverso i quali la fondatrice ha espresso le sue idee teologiche e spirituali, in particolare il “Libro di Vita”, ancora in uso nei monasteri di Betlemme? Sono stati messi adeguatamente in luce gli errori dottrinali e spirituali e le loro conseguenze deleterie sulle persone, in particolare la sua teologia mariana, che spalanca le porte a gravi abusi psicologici, spirituali e morali? Quali frutti possono recare le formazioni esterne proposte dalla Famiglia di Betlemme vista la profonda confusione che ancora regna nelle menti e nei cuori, alimentata da errori fin dalle origini della comunità? Quale riconoscimento e quale riparazione sono stati realmente messi in atto per coloro che la comunità riconosce essere stati feriti?». Nessun dialogo concreto è stato infatti ancora avviato o proposto dalla comunità con le persone interessate. «Di quale monitoraggio usufruiranno le comunità dopo questi anni di accompagnamento e di tutorato ecclesiale, visto che il lavoro di riforma non è stato né completato né stabilizzato? Quali garanzie sono state messe in atto per assicurare che il processo di riforma prosegua fino alla sua conclusione e che venga mantenuto uno sguardo esterno indipendente?». Operazioni cosmetiche, insomma, che non intaccano nemmeno la superficie.

    Undicesimo: non pensare: il libro-denuncia di Fabio Barbero

    Fabio Barbero, che in questa comunità, come detto, ha passato ventiquattro anni, racconta l’esperienza del plagio vissuto in un libro che, tuttavia, è molto più di una autobiografia. La narrazione diretta e personale mostra come si sviluppa il “plagio”, ossia l’annullamento progressivo della capacità critica di una persona all’interno di un contesto chiuso e carismatico come quello della Fraternité de Bethlèem.

    Barbero parte dal caso giudiziario di Roberta Repetto, donna ligure morta in circostanze drammatiche in un centro olistico, che ha reso evidente la difficoltà della giustizia in Italia (dove un reato di plagio non esiste più dal 1981) nel riconoscere giuridicamente la manipolazione mentale. L’autore si riconosce, in qualche misura, nei meccanismi subdoli e sottili che hanno portato Roberta a perdere il controllo della propria vita, e sulla scia di questa vicenda illustra dall’interno le dinamiche del plagio, mettendo in scena la lenta e progressiva perdita dell’autonomia psichica, con l’obiettivo di dare voce alla sua esperienza e di allertare altri su come riconoscere i segnali della manipolazione mentale.

    L’“arco” del plagio

    È così che Barbero ne descrive plasticamente lo sviluppo come un “arco” che conosce una prima fase ascendente: la naturale vulnerabilità personale (dolore, delusioni, ma anche semplicemente la ricerca di senso tipica dell’età adolescenziale e la disponibilità a fare esperienze) è una porta che può aprire all’incontro con un “carismatico” o una comunità che offre risposte radicali; il progressivo assorbimento delle idee della comunità è accompagnato dalla sospensione dello spirito critico e dall’assunzione dell’obbedienza come valore assoluto; si arriva così all’identificazione progressiva con il gruppo e i suoi dogmi, che offrono una reinterpretazione della realtà, una realtà parallela ma apparentemente normale.

    È a questo punto che inizia, quando inizia, la fase discendente dell’arco, con la crisi portata da piccoli eventi che aprono crepe nella struttura mentale costruita, rendendo visibili le contraddizioni celate. È il primo passo verso la liberazione, ma si tratta di un processo lungo e doloroso, che passa attraverso la perdita di ogni punto di riferimento, interno ed esterno. Solo dopo aver guadato questo passaggio arriva la rinascita personale, con il recupero del senso critico, ma con sentimenti ambivalenti: c’è sollievo per la libertà riconquistata ma anche un senso di profonda vergogna per la cecità che si è vissuta. La persona recupera una forma di integrità, ma non è più quella di prima: è cambiata, e si porta dietro quella cicatrice per tutta la vita.

    Questo fenomeno, come è ormai noto, non riguarda solo le sètte esoteriche, ma anche comunità ufficialmente riconosciute dalla Chiesa cattolica. In Francia, dove Barbero vive, la manipolazione mentale è reato. In Italia, dopo l’abolizione dell’art. 603 del Codice Penale nel 1981, esiste un vuoto giuridico che certamente favorisce i manipolatori. Nella Chiesa, però, il plagio è abuso spirituale, frutto di un abuso di potere e di autorità. Il messaggio di Barbero è molto chiaro: non è necessario essere deboli o non essere sufficientemente formati per essere plagiati: basta essere fragili e in quel momento incontrare chi sa sfruttare quella condizione, protetto dall’istituzione.

    https://www.adista.it/articolo/74247