Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Prete arrestato per abusi a Reggio, Marziale: “Inaccettabile trasferimento anziché sospensione”

    Prete arrestato per abusi a Reggio, Marziale: “Inaccettabile trasferimento anziché sospensione”

    “Partiamo dal concetto, che qualsiasi persona indiziata di reato ha il diritto alla presunzione di innocenza. Ma, almeno la si allontanasse da attività a contatto con bambini e adolescenti, se il sospetto è di abusi su minori”: è quanto dichiara il Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Calabria, Antonio Marziale, in relazione all’arresto di un sacerdote a Reggio Calabria per presunti abusi su un minorenne.

    “Papa Francesco ha definito “omicidio psicologico” gli abusi sui minori – evidenzia Marziale – ed ha abolito il segreto pontificio sui reati di pedofilia, per debellare gli insabbiamenti. “Chi copre sarà punito”: ha aggiunto il compianto pontefice. Ma, a fronte di un’articolata attività inquirente della Procura della Repubblica reggina, apprendiamo che è stato trasferito di sede e lasciato esercitare il ministero a contatto con minori. Inaccettabile”.

    Per il Garante: “Secondo i più recenti dati raccolti nel database “Spotlight on Italian Survivors” della Rete l’Abuso, attualmente il 3,2% dei preti italiani è accusato di abusi sessuali su minori, e così letti sembrano pochi. Ma la percentuale corrisponde a circa 1.031 sacerdoti, che avrebbero prodotto 4.262 vittime. E ci limitiamo a prendere in considerazione soltanto il dato italiano”.

    “Papa Leone XIV, il 5 giugno scorso, incontrando la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori ha parlato “dell’impegno incrollabile della Chiesa per la salvaguardia dei bambini e delle persone vulnerabili” – fa notare Marziale – e adesso tocca verificare nei fatti se la tutela “incrollabile” attecchisce o rimane impegno vuoto, come tale è rimasto alla fine di ogni pontificato precedente, al netto delle belle parole”.

    “Vorrei non fosse vero – conclude il Garante – e che l’accusa risultasse infondata, ma al cospetto di riscontri testimoniali, acquisizioni documentali ed attività tecniche svolte dagli inquirenti, temo, al netto della ribadita presunzione d’innocenza dovuta all’indagato, che non ci sia molto da aggiungere, se non che al trasferimento a Cosenza sarebbe stata auspicabile la sospensione”. Luigi Grisi

    https://www.lanuovacalabria.it/prete-arrestato-per-abusi-a-reggio-marziale-inaccettabile-trasferimento-anziche-sospensione

  • Luis Badilla – Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

    Luis Badilla – Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

    Padre Carlo Alberto Capella, in queste settimane, ha finito di scontare i cinque anni di galera in Vaticano perché colpevole di possesso e traffico di materiale pedopornografico. Senza più il titolo di monsignore, è tornato a lavorare presso la Seconda Sessione della Segreteria di Stato dove anni fa aveva cominciato la sua carriera ecclesiastica nell’ambito dell’apparato internazionale della Sede Apostolica. In realtà, Capella quando era agli arresti in una stanza della caserma della Gendarmeria vaticana lavorava già presso gli Uffici dell’Elemosiniere del Santo Padre.

    Ora, pagato il debito con la giustizia, il presbitero nato a Carpi nel 1967, ordinato a Milano nel 1993 da dove per consiglio del card. Carlo Maria Martini sbarcò nella Segreteria di Stato, è stato reintegrato tra i dipendenti della Sede Apostolica con l’obbligo di rispettare severamente alcune restrizioni legate alla natura dei suoi delitti.

    La condanna

    Capella, accusato “di pedopornografia nelle particolari fattispecie previste e punite dagli articoli 10 e 11 della legge n. VIII del 2013 (detenzione e scambio di materiale pedopornografico con l’aggravante dell’ingente quantità)”, fu rinviato a giudizio il 9 giugno 2018. La prima udienza si tenne presso il Tribunale Vaticano il 22 giugno. Il giorno dopo, Capella venne condannato a 5 anni di carcere più 5mila euro di multa. (Comunicato vaticano)

    Allora, dopo la sentenza, Vatican News riferiva: “Prima della sentenza è intervenuto  anche mons. Capella. Come aveva fatto già nella fase istruttoria, ha ammesso di aver compiuto “atti compulsivi di consultazione impropria di internet”. Gli errori commessi – ha affermato – sono evidenti. Ha aggiunto di essere dispiaciuto per quanto questo periodo di debolezza abbia inciso nella vita della diocesi, della Chiesa e della Santa Sede. Sono pentito e rammaricato e sono addolorato – ha poi detto mons. Capella – per la mia famiglia. Spero che questa situazione – ha proseguito – possa essere considerata un incidente di percorso nella mia vita sacerdotale, che amo ancora di più. Voglio proseguire – ha concluso – nel cammino riabilitativo.”

    La notizia sette anni fa.

    Il 7 aprile 2018 la Sala stampa vaticana pubblicò a sorpresa questo comunicato che causò gran rumore mediatico: “Questa mattina, su proposta del Promotore di Giustizia, il Giudice Istruttore del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di Mons. Carlo Alberto Capella. Il provvedimento è stato eseguito dalla Gendarmeria Vaticana. L’imputato è detenuto in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’arresto giunge al termine di un’indagine del Promotore di Giustizia. Il Giudice Istruttore ha ordinato il provvedimento sulla base dell’articolo 10, commi 3 e 5, della legge VIII del 2013”.

    Il nome di Capella nell’Annuario pontificio 2025

    Le redazioni di pubblicazioni cattoliche, in queste settimane, hanno pubblicato alcuni articoli che sostanzialmente, seppure con linguaggio morbido, contestano il fatto che mons. Capella – che ha subìto anche un processo canonico – sia stato riammesso negli uffici della Segreteria di Stato. Queste analisi riportano numerose frasi di critica, perplessità e rifiuto, ma sempre attribuite a fonti anonime identificate al massimo con le diciture “persone vicine al dossier o fonti vicine alla Segreteria di Stato”. The Pillar che si è occupato della vicenda scrive: “Una fonte a conoscenza diretta della situazione ha ricordato che Capella fu portato nell’ufficio della Segreteria di Stato dall’arcivescovo Paul Gallagher, capo della seconda sezione e ministro degli esteri del Vaticano”. Il ritorno in Segreteria “è stato chiaramente presentato come un atto di misericordia”, ha detto il funzionario. “L’intenzione era che quest’uomo, che non era stato ridotto allo stato laicale ma che chiaramente non poteva tornare nella sua diocesi o prestare servizio in una parrocchia, potesse collaborare all’ufficio e rimanere in Vaticano, dove è di fatto isolato, ma senza un ufficio formale”.

    Le due fonti di The Pillar affermano “che l’intesa iniziale prevedeva che Capella avrebbe lavorato come speechwriter e avrebbe contribuito alla stesura di relazioni senza una designazione ufficiale, un incarico o un grado. Ma qualcosa sembra essere cambiato di recente, con l’edizione del 2025 dell’Annuario Pontificio che elenca formalmente il sacerdote tra i funzionari della sezione diplomatica. Capella è classificato tra i minutanti ovvero gli impiegati senior, e il suo nome compare accanto a quello di diversi capi sezione del dipartimento.”

    Sempre The Pillar, con riferimento alla comparsa del nome di Capella nell’Annuario Pontificio 2025, conclude: “Tutti quelli che conoscono la vicenda credono che questo sia oltre il limite, nessuno capisce come sia stata presa questa decisione”, ha detto il funzionario. “Questo è l’opposto di quello che avrebbe dovuto essere lo scopo, ovvero che potesse rendere un servizio utile pur vivendo una vita appartata, senza dare scandalo”.

    Ontario. Natale 2016

    Le allora presunte attività illegale di Carlo Alberto Capella sono state individuate nel 2016 dalla rete di collaborazione tra la Polizia statunitense e quella canadese specializzata nella lotta contro la pedopornografia digitale. Da subito il caso richiamò l’attenzione prioritaria sia negli Usa sia in Canada. In particolare i sospetti più pesanti contro le attività dell’allora Monsignore Capella in rete sorsero a Windsor (Ontario, Canada) durante il periodo natalizio del 2016. A partire da quel momento il pedinamento digitale e il monitoraggio del dipendente vaticano della Nunziatura a Washington divenne costante e le Polizie statunitense e canadese strinsero un coordinamento ferreo, da subito in contatto con la Santa Sede, con il Nunzio Christophe Pierre (in carica dall’aprile 2016).

    Accordi con il Vaticano

    La situazione si era molto complicata. Il Canada voleva e chiedeva l’arresto e l’estradizione di Capella che ormai era rientrato a Washington. Gli Stati Uniti volevano arrestarlo ma senza crear frizioni con la Santa Sede. L’arresto o l’estradizione complicavano moltissimo i rapporti tra Vaticano, il Canada e la Casa Bianca, dove il 16 gennaio si insediava il Presidente Trump.

    Mons. Capella era un diplomatico vaticano, cosa non trascurabile perché godeva dell’l’immunità, ma era imputato con numerosissime prove di reati gravissimi in qualsiasi codice penale, accuse anche pesanti moralmente per un sacerdote della Chiesa Cattolica impegnata dal Papa stesso nella lotta contro la pedofilia tra i membri del clero.

    In questo contesto è nata la possibilità di spedire mons. Capella in Vaticano, discretamente, in virtù di accordi politici e diplomatici, sorpassando le leggi locali, e quindi lasciando al Papa in persona ulteriori decisioni.

    Il processo fu una formalità necessaria. In realtà da subito era tutto chiaro e così Capella fu portato in Vaticano con la condanna scritta in tasca. Era l’accordo con il Vaticano.

    Da ricordare che allora, gennaio 2017, la Casa Bianca aveva da poche settimane un nuovo inquilino: Donald Trump.

    Nota. Capella era stato assegnato alla nunziatura pontificia in India nel 2003 e alla nunziatura a Hong Kong nel 2007. Nel 2008 venne creato Cappellano di Sua Santità, decisione che gli ha conferito quindi il titolo di monsignore. Nel 2011 è stato trasferito in Vaticano per prestare servizio presso la Segreteria di Stato. Poi, nel 2016 è stato assegnato alla nunziatura pontificia negli Stati Uniti. Non molto tempo dopo, nel 2017, Capella fu richiamato in Vaticano senza apparente causa e senza che venissero precisati eventuali nuovi compiti. Nel frattempo, con estremo riserbo gli Stati Uniti, avevano informato la Santa Sede che mons. Capella era sotto inchiesta per possesso e condivisione di materiale pedopornografico. Il Canada emise addirittura un mandato di arresto nei suoi confronti, sostenendo che durante una visita in Canada nel dicembre 2016 aveva posseduto e condiviso materiale pedopornografico.

    Luis Badilla. Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

  • Caso Umbers e una verità ancora da scrivere

    Caso Umbers e una verità ancora da scrivere

    Sta sollevando un polverone mediatico il caso che vede coinvolto monsignor Richard Umbers, vescovo ausiliare di Sydney, recentemente raggiunto da una denuncia civile per presunto abuso storico. 

    Ma tra dichiarazioni ufficiali, comunicati pubblicati in sordina e titoli sensazionalistici, la vicenda rischia di trasformarsi in un processo sommario fuori dalle aule competenti.

    Secondo quanto riportato dall’Arcidiocesi di Sydney, il vescovo Umbers ha deciso di mettersi temporaneamente da parte dal suo ministero pubblico, “in conformità con i protocolli diocesani per la gestione delle denunce e le normative vigenti”, per permettere che l’accusa venga trattata con la dovuta serietà. In una breve ma chiara nota, la diocesi ha affermato di aver notificato le autorità competenti e ha specificato che, allo stato attuale, “non esiste alcuna indagine attiva da parte della NSW Police”.

    Fin qui, una gestione prudente e rispettosa, sia nei confronti della vittima – di cui si tutelano anonimo e integrità – sia nei confronti dell’accusato, la cui presunzione d’innocenza è un principio fondante di qualsiasi sistema democratico.

    Eppure, nelle ultime ore, alcuni organi di stampa hanno insinuato che la Chiesa non avrebbe in realtà contattato la polizia. Un dettaglio che, se confermato, solleva dubbi – ma che non dovrebbe automaticamente delegittimare l’intero operato dell’Arcidiocesi, né trasformare Umbers in un colpevole prima ancora che i fatti vengano esaminati nelle sedi appropriate.

    Monsignor Umbers, 54 anni, figura nota per la sua attività pastorale nelle scuole e nei centri educativi del NSW, è anche il primo membro australiano dell’Opus Dei ad essere stato ordinato vescovo. Un uomo la cui vita è sempre stata improntata a una disciplina rigorosa, a un impegno costante con i giovani ea una fede vissuta con coerenza.

    La sua biografia parla di anni trascorsi a fianco di studenti, famiglie e comunità religiose. La sua adesione all’Opus Dei – spesso descritta in modo distorto da certa stampa – è in realtà un segno di dedizione, di servizio silenzioso e di profonda spiritualità.

    Di fronte a un’accusa che lui stesso ha “fermamente respinto”, Umbers ha scelto il silenzio e la compostezza, lasciando che siano le autorità civili a fare chiarezza. È giusto pretendere trasparenza da parte della Chiesa, ma è altrettanto doveroso non scambiare un comunicato per una sentenza, né una denuncia per una colpa certa.

    È il momento della responsabilità. Lasciamo che la verità venga a galla senza clamore né pregiudizi. E ricordiamoci che i fatti si commentano sui giornali ma la giustizia si amministra nei tribunali.

    Caso Umbers e una verità ancora da scrivere

  • Il defunto leader mondiale gesuita non ha impedito a un noto molestatore di bambini di diventare prete – documenti del tribunale

    Il defunto leader mondiale gesuita non ha impedito a un noto molestatore di bambini di diventare prete – documenti del tribunale

    Pedro Arrupe, il defunto ex leader mondiale dell’ordine religioso dei Gesuiti e candidato alla santità cattolica , ha ammesso nei documenti prodotti come parte di un processo a New Orleans di essere stato avvisato di come uno degli aspiranti sacerdoti del gruppo fosse stato accusato di aver molestato sessualmente due minorenni e avesse ammesso di aver fatto delle avances sessuali a una terza.

    L’uomo fu infine ordinato sacerdote e non vi è alcuna indicazione negli atti del caso presso il tribunale statale della Louisiana che Arrupe – che coniò lo slogan dei gesuiti ” uomini per gli altri ” – abbia preso provvedimenti per impedirgli di diventare sacerdote. L’uomo fu in seguito accusato di aver molestato altri minori incontrati durante il suo ministero.

    Il coinvolgimento di Arrupe nel caso di Donald Barkley Dickerson – morto nel 2016 e due anni dopo confermato dai gesuiti come uno delle centinaia di loro membri accusati di gravi molestie su minori – iniziò verso la fine degli anni ’70. Ma è stato nuovamente messo in luce da una causa che accusa Dickerson di aver violentato una studentessa diciassettenne in un’università gestita dai gesuiti a New Orleans.

    Il caso presso il tribunale distrettuale civile di New Orleans solleva interrogativi sul fatto che Arrupe, una figura amata il cui nome è presente su numerosi premi prestigiosi e su edifici di istituzioni gesuite in tutto il mondo, abbia fatto tutto il possibile per proteggere coloro che riponevano fiducia nel suo ordine.

    Nel 2019, i funzionari ecclesiastici di Roma hanno avviato il processo di canonizzazione di Arrupe, noto per aver assistito i sopravvissuti al bombardamento atomico statunitense di Hiroshima alla fine della seconda guerra mondiale. La prima fase di questo processo ha portato Arrupe un passo più vicino a diventare santo, come lo hanno definito gli stessi gesuiti .

    Le nuove preoccupazioni riguardo ad Arrupe giungono in un momento in cui la Chiesa cattolica mondiale, nel suo complesso, invia segnali contrastanti sull’urgenza di affrontare lo scandalo degli abusi del clero che la tormenta da decenni. A giugno , Papa Leone XIV ha affermato che la Chiesa “non deve tollerare alcun… abuso”, sessuale o di altro tipo, e all’inizio di luglio il pontefice ha nominato il vescovo francese Thibault Verny a capo della Commissione consultiva vaticana per la protezione dell’infanzia.

    Tuttavia, sempre a giugno, ma in un’altra parte della Francia, l’arcidiocesi di Tolosa ha conferito l’incarico di alto rango di cancelliere a un sacerdote che era stato imprigionato dopo essere stato condannato per lo stupro di un ragazzo di 16 anni nel 1993. E a un ex diplomatico vaticano, condannato per possesso e distribuzione di immagini di abusi su minori, sarebbe stato permesso di continuare a lavorare come uno dei tanti impiegati presso la Segreteria di Stato vaticana.

    Almeno un funzionario gesuita che ha testimoniato sotto giuramento nell’ambito della causa che accusava Dickerson di aver violentato una minorenne nel campus della Loyola University di New Orleans ha affermato di essere rimasto inorridito dal modo in cui l’ordine ha ammesso il presunto pederasta tra i suoi ranghi clericali.

    “Penso che tutta la faccenda sia spaventosa”, ha affermato John Armstrong, un sacerdote che si è descritto come segretario della provincia centrale e meridionale degli Stati Uniti dei gesuiti, che comprende New Orleans, mentre un avvocato del querelante lo interrogava all’inizio di giugno.

    Nel frattempo, una dichiarazione degli avvocati che rappresentano la querelante, che racconta di essere sopravvissuta allo stupro di Dickerson in un dormitorio della Loyola, ha dichiarato che Arrupe “non dovrebbe… essere canonizzato”. Il suo nome “dovrebbe essere rimosso da ogni edificio, onorificenza o qualsiasi altra cosa che attualmente onori”, si legge nella dichiarazione degli avvocati Richard Trahant, John Denenea e Soren Gisleson, tutti avvocati di numerose persone che hanno denunciato abusi sessuali da parte di membri del clero assegnati a istituzioni cattoliche a New Orleans, la seconda diocesi più antica della Chiesa negli Stati Uniti.

    Un portavoce della provincia gesuita centrale e meridionale ha rifiutato di commentare, citando una politica che vieta la discussione di contenziosi pendenti. Né la Loyola né la diocesi di Shreveport, nella Louisiana nord-occidentale , dove Dickerson era stata assegnata durante il presunto stupro nel campus, hanno risposto immediatamente alle richieste di commento.

    “Un rischio scarso per l’ordinazione”

    Arrupe fu superiore generale dei gesuiti per 18 anni a partire dal 1965. Il 20 dicembre 1977 gli fu inviata una lettera in cui esprimeva le sue preoccupazioni riguardo a parte del passato violento di Dickerson, circa quattro anni dopo che gli era stato attribuito il merito di aver concepito il mantra duraturo dell’ordine “uomini per gli altri” – che riassumeva lo zelo dei gesuiti per il servizio alla comunità – durante un discorso ai membri nella sua nativa Spagna.

    La lettera di Thomas Stahel, confratello gesuita di Arrupe e all’epoca alto funzionario – o provinciale – della regione, che comprendeva New Orleans, racconta come Dickerson fosse appena partito per un ritiro spirituale durante il quale “fece delle avances sessuali a un ragazzo di 14 anni”. Il ragazzo, studente della scuola preparatoria del Brebeuf College, gestito dai gesuiti, a Indianapolis, lo raccontò ai suoi genitori, che a loro volta segnalarono Dickerson a Stahel.

    La lettera di Stahel chiariva di credere al ragazzo perché era almeno il terzo bambino su cui Dickerson era stato accusato di aver inflitto abusi. A quel punto, Dickerson aveva accumulato una storia di “rapporti omosessuali palesi con due ragazzi del liceo, che aveva masturbato”, si leggeva nella lettera di Stahel.

    Quando il loro cliente intentò una causa contro i gesuiti decenni dopo, Trahant, Gisleson e Denenea ottennero documenti dagli archivi regionali dell’ordine tramite accertamenti legali, che dimostravano che Dickerson aveva ammesso abusi avvenuti mentre studiava per diventare sacerdote ed era stato assegnato alla scuola superiore dell’ordine a New Orleans.

    I gesuiti lo sottoposero a cure psichiatriche da febbraio a giugno del 1975 senza denunciarlo alle autorità civili per essere indagato come molestatore di minori. Questa era la consuetudine della Chiesa cattolica all’epoca, sebbene abbia riconosciuto che tale pratica era errata e abbia cercato di riformare i propri protocolli in casi simili, anche esortando i propri leader a essere trasparenti e a denunciare i trasgressori alle forze dell’ordine.

    Dickerson completò il trattamento e ottenne la raccomandazione di un gesuita di nome Louis Lambert per essere ordinato sacerdote. Come disse Stahel, Lambert giustificò Dickerson, accusandolo di comportarsi in modo offensivo solo quando “si innervosiva”.

    Tuttavia, dopo aver appreso di un terzo episodio di abusi attribuito a Dickerson al momento in cui scrisse la sua lettera, Stahel implorò Arrupe di rinviare almeno l’ordinazione, che era prevista per due giorni dopo Natale di quell’anno.

    “Dickerson mi sembra un rischio basso per l’ordinazione”, disse ad Arrupe Stahel, noto anche per essere stato a lungo direttore della rivista America dei Gesuiti. “Non credo che possiamo, in coscienza, presentare Dickerson… come pronto per l’ordinazione”.

    Successivamente i gesuiti rinviarono l’ordinazione di Dickerson – “fino a ulteriori accertamenti sulla sua idoneità”, con l’approvazione di Arrupe, secondo la lettera di Stahel del dicembre 1977 – e lo sottoposero nuovamente a cure psichiatriche nel 1978. Nel settembre 1978, Arrupe scrisse a Lambert, dicendo di aver ricevuto la perizia psichiatrica su Dickerson.

    “Aspetterò ulteriori informazioni sul caso da parte di padre Stahel”, scrisse Arrupe.

    Arrupe non compare in nessun altro documento finora esaminato dal Guardian e dalla WWL Louisiana.

    Nel giugno 1979 e nel gennaio 1980, Stahel scrisse un paio di promemoria che descrivevano le conversazioni con Dickerson, che era stato un frate dell’ordine del Sacro Cuore prima di entrare nei gesuiti, secondo il sito web Bishop-Accountability.org . Nella prima conversazione, Dickerson affermò che “l’incidente del dicembre 1977” era stato “relativamente insignificante” e che il medico che lo aveva curato era d’accordo, scrisse Stahel.

    Nella seconda conversazione, Dickerson affermò nuovamente di ritenere che lo stesso incidente fosse “relativamente insignificante”, scrisse Stahel. Ma, continuò Stahel, Dickerson capì che “tali incidenti hanno conseguenze di vasta portata, possono causare scandalo e, in breve, devono essere considerati gravi”.

    Secondo le informazioni pubblicate dai gesuiti, Dickerson fu ordinato sacerdote nel 1980.

    Solo nel 1983 Arrupe si dimise dall’incarico di superiore generale della Compagnia di Gesù, come è formalmente conosciuto l’ordine. Aveva subito un ictus debilitante nel 1981.

    Dopo l’ordinazione, Dickerson venne assegnato alla scuola superiore preparatoria all’università dell’ordine a Dallas.

    Secondo il Dallas Morning News , i funzionari gesuiti non informarono i dirigenti del campus della loro conoscenza del fatto che Dickerson fosse un molestatore di minori. Il giornale attribuì tale circostanza a una deposizione resa da Philip Postell, un funzionario responsabile delle scuole della regione, nel contesto di un contenzioso per abusi del clero avviato molti anni dopo.

    Nel luglio 1981, Stahel ricevette una lettera da Postell che lo informava che Dickerson era stato espulso dalla scuola preparatoria del college gesuita di Dallas. I genitori di un bambino avevano denunciato un’accusa contro Dickerson alla scuola, il cui preside aveva scoperto i vari episodi di abuso precedenti, come riportato dal Dallas Morning News.

    L’accusa dei genitori era solo una delle numerose denunce di abusi su minori mosse contro Dickerson durante la sua permanenza a scuola. Postell, che è stato presidente della scuola preparatoria del college gesuita di Dallas dal 1992 al 2011, ha infine ammesso sotto giuramento che avrebbe dovuto denunciare Dickerson alle forze dell’ordine a quel punto, secondo il Morning News. Ma i leader gesuiti hanno semplicemente trasferito Dickerson circa 320 chilometri a est, nella Cattedrale di San Giovanni Berchmans a Shreveport, in Louisiana.

    Durante il suo incarico alla St. John, Dickerson visitava spesso la Loyola di New Orleans, dove aveva frequentato gli studi universitari e post-universitari, come avrebbe poi affermato in tribunale l’attore rappresentato da Trahant, Gisleson e Denenea. L’attore ha raccontato di essere stato ammesso anticipatamente alla Loyola nell’agosto del 1984 all’età di 17 anni e di aver incontrato Dickerson poco dopo l’inizio del suo primo anno.

    Dickerson iniziò presto a invitare il querelante a cena ogni settimana, insieme ad altri preti. La situazione presumibilmente degenerò in palpeggiamenti e stupri orali, anche dietro una sacrestia. Il querelante avrebbe poi dichiarato nella sua causa di essere stato infine violentato da Dickerson in una stanza del dormitorio.

    I gesuiti si liberarono finalmente di Dickerson dopo che la chiesa di Shreveport a cui era assegnato ricevette una lettera nel 1986 da una famiglia che lo denunciava per aver “toccato e palpato” il figlio in modo inappropriato, come riportato dal Dallas Morning News. Era ormai almeno la settima accusa documentata contro Dickerson, senza contare lo studente minorenne della Loyola New Orleans, che si fece avanti dopo molti anni.

    Un funzionario gesuita che si occupava della settima denuncia nota contro Dickerson redasse un promemoria per i colleghi in cui insisteva sul fatto che il sacerdote accusato meritava “di ricevere il beneficio del dubbio”.

    “Dovremmo procedere con molta cautela su un caso del genere”, ha scritto il funzionario, Edmundo Rodriguez, nel promemoria. “Per quanto riguarda la possibilità di una messa in scena, per quanto remota”, ha aggiunto il promemoria, la discussione su Dickerson dovrebbe essere limitata solo a “questo caso particolare”. Nulla dovrebbe essere discusso pubblicamente, data “la delicatezza del materiale”, ha aggiunto Rodriguez.

    Rodriguez suggerì inoltre ai gesuiti di fornire a Dickerson 10.000 dollari per le spese di sostentamento nel corso dell’anno successivo, soprattutto finché la questione era in sospeso.

    Dickerson, da parte sua, si dimise meno di una settimana dopo, affermando che lo faceva per “la sua pace e il bene della Compagnia di Gesù”.

    “Sono grato alla società per ciò che ha fatto per cercare di aiutarmi”, incluso l’invio a “terapia psicologica intensiva” presso la Foundation House di Jemez Spring, nel New Mexico, ha scritto Dickerson nelle sue dimissioni. “Ora è chiaro che queste misure non sono state sufficienti a impedirmi di cadere in problemi che diventano di pubblico dominio e rischiano di danneggiare seriamente la Compagnia di Gesù e la Chiesa.

    “Apprezzo la vostra disponibilità a sospendere il giudizio sulla questione della colpevolezza morale e a riconoscere i miei sinceri sforzi per superare le mie tendenze.”

    ‘Spaventoso’

    I gesuiti hanno rivelato nel dicembre 2018 che Dickerson era accusato in modo credibile di molestie sessuali su minori. Quell’anno, lo hanno incluso in una lista pubblicata di oltre 40 sacerdoti e altri membri dell’ordine che erano stati oggetto di accuse di molestie su minori ritenute credibili mentre lavoravano in quella che oggi è considerata la provincia centrale e meridionale dell’ordine negli Stati Uniti.

    I funzionari gesuiti pubblicarono quell’elenco pochi mesi dopo che un rapporto della giuria popolare della Pennsylvania aveva stabilito che gli abusi da parte del clero cattolico in quello stato erano più diffusi di quanto si pensasse inizialmente, creando pressioni su gruppi come i gesuiti affinché fossero trasparenti riguardo ai molestatori al loro servizio.

    Dickerson – che, secondo i registri pubblici, aveva trascorso un periodo in Nebraska dopo la sua carriera gesuita – è morto all’età di 80 anni nell’agosto 2016, circa 25 anni dopo la morte di Arrupe.

    Nel giugno 2024, l’ex studente della Loyola di New Orleans, presumibilmente abusato da Dickerson, fece causa all’università, ai gesuiti e alla diocesi cattolica di Shreveport per danni. Lo fece quasi subito dopo che la Corte Suprema della Louisiana aveva confermato temporaneamente una legge che consentiva ai cittadini dello Stato di intentare causa per ottenere un risarcimento per abusi sessuali, indipendentemente da quanto tempo prima fossero avvenuti.

    La causa era irrisolta fino a giovedì, con gli imputati che cercavano in generale di contestare la validità della legge che consentiva all’attore di presentare un’istanza di risarcimento danni contro di loro. Hanno anche sostenuto che le accuse contro Dickerson esulavano dall’ambito e dall’attività del suo ministero.

    Ciononostante, almeno un gesuita ha chiarito di non essere orgoglioso di come l’ordine ha gestito Dickerson. Quel funzionario è John Armstrong, segretario aggiunto della provincia centrale e meridionale dei gesuiti, che ha rivelato che Dickerson era un predatore di bambini.

    Armstrong raccontò di aver partecipato a una riunione su Dickerson nel 1976, dopo che l’ordine si era reso conto che rappresentava un problema. Raccontò di aver poi dovuto lavorare nelle vicinanze di Dickerson a New Orleans a metà degli anni ’80 e di aver detestato quell’esperienza, anche se, per quanto ricordava, avevano interagito solo una volta.

    Sotto giuramento, Armstrong ha confermato che i gesuiti non avrebbero avuto bisogno di permettere a Dickerson di essere presente in nessuna delle loro istituzioni, come la Loyola, dove Dickerson avrebbe abusato del querelante, se lo avessero estromesso o consegnato alle forze dell’ordine.

    Riferendosi al modo in cui i gesuiti trattarono Dickerson nel corso della sua carriera, Armstrong disse di ritenere che fosse “spaventoso che la cosa fosse gestita in quel modo”.

    “È stato spaventoso che sia successo”, ha detto Armstrong. “Mi dispiace molto per le persone che sono state vittime di [Dickerson], e non riesco a capire come, dopo quel primo incidente… gli sia stato permesso di andare oltre”.

    https://www.theguardian.com/us-news/2025/jul/24/pedro-arrupe-jesuit-leader-donald-dickerson-child-abuser

  • Sacerdote condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico lavora ancora in Vaticano

    Sacerdote condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico lavora ancora in Vaticano

    (OSV News) — Mons. Carlo Alberto Capella , ex diplomatico vaticano condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico, è stato reintegrato in Vaticano, secondo quanto riportato da un articolo spagnolo. L’”Annuario Pontificio” conferma che il sacerdote caduto in disgrazia lavora per la Segreteria di Stato. 

    OSV News ha contattato la sala stampa vaticana il 14 luglio per un commento sulla prosecuzione del rapporto di lavoro del monsignore italiano e ha anche chiesto un commento alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. OSV News è in attesa di una risposta, poiché nessuna delle due ha rilasciato dichiarazioni. 

    La notizia del mantenimento in curia di mons. Capella, condannato a cinque anni di carcere nel 2018, è stata riportata per la prima volta dal sito di informazione conservatore spagnolo InfoVaticana il 12 luglio.

    Secondo l’Annuario Pontificio 2025, mons. Capella è elencato come “minutante”, ovvero impiegato o assistente senior, presso la Sezione vaticana per i rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali. 

    Il difensore delle vittime di abusi: “Decisione irresponsabile e arrogante”

    “La decisione del segretariato di riassumere un sacerdote condannato per la distribuzione e il possesso di immagini di abusi sessuali su minori è stata irresponsabile e arrogante”, ha dichiarato in un’e-mail del 17 luglio a OSV News Anne Barret Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, un gruppo di controllo che monitora i casi di abusi nella Chiesa cattolica.

    Nel 2021, il Washington Post riportò che, durante la sua pena detentiva, a mons. Capella era stato permesso di lavorare di giorno nell’ufficio che vende i certificati di benedizione papale; tuttavia, gli era stato impedito di lasciare la Città del Vaticano. Presumibilmente sarebbe stato rilasciato nel 2023.

    Barrett Doyle ha affermato che il continuo impiego di mons. Capella negli uffici diplomatici del Vaticano dimostra che la Curia romana “continua a ridurre al minimo i crimini sessuali contro i bambini”.

    “Assumerlo non è un atto di misericordia, è un atto di incoscienza e implica disprezzo per l’appello dei sopravvissuti e dei cattolici affinché la Chiesa mostri tolleranza zero nei confronti dei molestatori sessuali”, ha affermato.

    Processo di alto profilo in Vaticano

    Nato a Carpi, città del nord Italia, Mons. Capella è stato ordinato sacerdote nel 1993 per l’arcidiocesi di Milano. Dopo aver studiato all’Accademia diplomatica vaticana di Roma, è entrato nel servizio diplomatico vaticano nel 2004. Ha lavorato presso la nunziatura vaticana a Washington dall’estate del 2016.

    Nell’agosto 2017, il Dipartimento di Stato americano ha notificato alla Santa Sede la possibile violazione da parte di mons. Capella delle leggi relative alle immagini pedopornografiche, e successivamente è stato richiamato in Vaticano.

    Nel settembre dello stesso anno, la polizia canadese emise un mandato di arresto a livello nazionale nei confronti di mons. Capella, con l’accusa di accesso, possesso e distribuzione di materiale pedopornografico.

    «La Santa Sede, seguendo la prassi degli Stati sovrani, ha richiamato il sacerdote in questione, che si trova attualmente nella Città del Vaticano», aveva affermato all’epoca il Vaticano.

    A seguito di un’indagine della Procura vaticana, nel 2018 si tenne un processo. Durante il processo, Gianluca Gauzzi, l’esperto informatico della Gendarmeria Vaticana che analizzò il telefono e i computer del sacerdote italiano, testimoniò di aver trovato disegni, foto e video che mostravano “rapporti sessuali di ogni tipo tra adulti e bambini prepuberi”, tra i 13 e i 17 anni.

    Tra i video, ha detto, ce n’è anche uno di “un bambino molto piccolo impegnato in atti espliciti”.

    Mons. Capella si è rivolto alla corte, affermando che “gli errori che ho commesso sono evidenti, così come questo periodo di debolezza. Mi dispiace che la mia debolezza abbia danneggiato la Chiesa, la Santa Sede e la mia diocesi. Ho ferito anche la mia famiglia e sono pentito”.

    Definendo il possesso e la distribuzione di materiale pedopornografico “un ostacolo sulla mia strada di sacerdote”, l’ex diplomatico vaticano ha affermato di voler continuare a ricevere “sostegno psicologico”.

    Appello a “rimuovere immediatamente” Mons. Capella

    Roberto Borgogno, avvocato di mons. Capella, ha chiesto al tribunale di ridurre la pena per il monsignore, definendo i crimini del suo cliente “un problema” che richiedeva una terapia intensa e non una pena pesante.

    Ciononostante, il giudice Giuseppe Della Torre, presidente del tribunale dello Stato della Città del Vaticano, ha condannato mons. Capella a cinque anni di carcere e a una multa di 5.833 dollari.

    Dopo la condanna, l’ufficio stampa del Vaticano ha dichiarato che sconterà la pena in una cella vaticana situata nell’edificio del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano, come è formalmente nota la forza di polizia vaticana.

    Barrett Doyle ha dichiarato a OSV News che, sebbene potrebbero esserci valide ragioni per tenere il sacerdote italiano in Vaticano anziché ridurlo allo stato laicale e renderlo pubblico, la Curia romana “dovrebbe pagare affinché Capella venga attentamente monitorato per il resto della sua vita”.

    Ciononostante, ha espresso la speranza che Papa Leone XIV renda “la tolleranza zero una realtà, e potrebbe iniziare con il caso di Mons. Capella”.

    “Esortiamo Papa Leone a ordinare immediatamente a Capella di rimuovere Capella dal suo incarico. Dovrebbe anche punire i funzionari della segreteria che hanno approvato l’assunzione di Capella”, ha dichiarato a OSV News.

    Junno Arocho Esteves scrive per OSV News da Malmö, Svezia.

    Priest convicted of distributing, possessing child pornography said to still work at Vatican

  • Ex sacerdote condannato in via definitiva per violenza sessuale arrestato a Lentini

    Ex sacerdote condannato in via definitiva per violenza sessuale arrestato a Lentini

    Agenti del commissariato di polizia di Lentini hanno arrestato un ex sacerdote condannato definitivamente a sette anni e sei mesi e alla sospensione dall’esercizio della professione di ministro del culto per violenza sessuale aggravata dall’uso di armi. Nei suoi confronti è stato eseguito un provvedimento emesso dalla Procura di Siracusa. L’uomo è stato rintracciato nella sua dimora estiva e successivamente condotto in carcere.

    Si tratta dell’ex sacerdote lentinese Antonio Maria Rosario Sapienza, 55 anni, ritenuto responsabile di violenza sessuale su un minorenne. I fatti risalgono ad alcuni anni fa. Secondo l’accusa, il religioso, già parroco di una chiesa della diocesi di Catania, avrebbe violentato un ragazzino suo parrocchiano, che all’epoca dei fatti aveva quindici anni, costringendolo a subire atti sessuali sotto la minaccia di un coltello.

    Svolte dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della procura di Siracusa, con il coordinamento del procuratore aggiunto Fabio Scavone e dell’allora sostituto Vincenzo Nitti, le indagini ebbero origine da una dettagliata denuncia presentata all’epoca dalla madre del ragazzo vittima delle violenze, poi ascoltato dagli inquirenti con il supporto di una psicologa.

    I militari dell’Arma accertarono che il sacerdote aveva attirato il minore nella propria abitazione con una scusa grazie alla complicità di un comune amico venticinquenne. Per costringere poi il quindicenne ad avere rapporti sessuali, il religioso – sempre secondo l’accusa – gli aveva puntato nella schiena un coltello da cucina, poi sequestrato dai carabinieri.

    Le indagini, inoltre, consentirono di accertare che il sacerdote lentinese, abituale frequentatore di chat e social network come confermato dalle verifiche informatiche eseguite dagli specialisti del nucleo investigativo telematico della procura, grazie all’aiuto di un amico parroco continuava a celebrare la Messa e a frequentare una vasta platea di parrocchiani nonostante la sospensione dalle attività pastorali disposta dalla curia catanese. Anche per questa ragione, ovvero per scongiurare il rischio della reiterazione del reato, all’inizio di agosto del 2016 la procura di Siracusa notificò al religioso un provvedimento cautelare di obbligo di dimora nella sua casa di Lentini.

    https://www.lasicilia.it/cronaca/ex-sacerdote-condannato-in-via-definitiva-per-violenza-sessuale-arrestato-a-lentini-2568545/

  • Tenta il suicidio ai Ponti della Valle, l’annuncio sui social dopo la denuncia del prete

    Tenta il suicidio ai Ponti della Valle, l’annuncio sui social dopo la denuncia del prete

    CASERTA/VALLE DI MADDALONI – Aveva postato un video ed un messaggio in cui annunciava la sua volontà di togliersi la vita, il ragazzo di circa 30 anni di Bellona, che ha tentato il suicidio prima tagliandosi le vene e poi tentando di lanciarsi dai Ponti della Valle.

    L’annuncio sui social

    Nel post in questione il giovane spiegava il motivo di questa drammatica decisione: “Questa mattina, mi è arrivata una nuova denuncia da parte del sacerdote, con l’intento di zittirmi e chiedermi soldi. Io sto vivendo questo inferno da 7 anni e sono davvero stanco. Voglio giustizia per tutto ciò che ho subito e voglio che questo soggetto nell’interesse pubblico non faccia male ad altre persone. Sono disposto anche a sacrificarmi per questo con un gesto estremo, purché esso non sia vano”.

    La nota della Diocesi

    Sulla vicenda è intervenuta anche la Diocesi di Caserta con una nota: “La Chiesa di Caserta, mentre esprime il suo dolore per quanti vivono situazioni di scoraggiamento e solitudine, respinge con fermezza ogni accusa di omertà ascritta al Vescovo, e precisa quanto segue:

    1. il Vescovo di Caserta è sempre stato pronto ad accogliere e ascoltare chiunque volesse segnalare situazioni incresciose;

    2. anche in riferimento alle questioni esposte dal signor S., il Vescovo, accogliendo la sua richiesta di un colloquio, in data 6 marzo 2021, nei locali della Curia di Caserta lo ascoltò alla presenza del Vicario Generale;

    3. il signor S. è stato ascoltato anche in altre sedi ecclesiastiche competenti;

    4. il Vescovo ha già assunto le determinazioni del caso e auspica che al più presto si faccia pienamente luce, giungendo alla verità dei fatti.

    La Chiesa di Caserta esprime la massima fiducia nella giustizia ecclesiastica e il suo Vescovo rinnova la disponibilità a mettersi in ascolto di quanti volessero collaborare al perseguimento della verità”.

    https://www.ecaserta.com/news/361498054150/tenta-il-suicidio-ai-ponti-della-valle-l-annuncio-sui-social-dopo-la-denuncia-del-prete

  • Una spycam nei bagni della Basilica di Sant’Antonino a Sorrento: indagano i carabinieri

    Una spycam nei bagni della Basilica di Sant’Antonino a Sorrento: indagano i carabinieri

    A cura di Giuseppe Cozzolino – Un piccolo “occhio elettronico”, ritrovato nei bagni della Basilica Pontificia di Sant’Antonino a Sorrento, in provincia di Napoli. Sulla vicenda, accertamenti in corso da parte dei carabinieri del posto, come appreso da Fanpage.it da fonti investigative.

    Sembrerebbe infatti che a scoprire il tutto siano state due donne, madre e figlia, che avrebbero poi subito avvertito i militari dell’Arma: accertamenti che ora dovranno svelare se la piccola telecamera trasmettesse in tempo reale oppure se registrasse il tutto per una visione “postuma”. E soprattutto, chi e perché avesse piazzato un occhio elettronica nei bagni della Basilica Pontificia.

    La Procura di Torre Annunziata ha aperto un fascicolo contro ignoti, per il reato di violazione della privacy ed interferenze illecite nella vita privata. Ma inevitabilmente la piega potrebbe essere differente una volta che sarà stata fatta luce sulla vicenda.

    Fondamentale anche capire da quanto tempo si trovasse là prima di essere scoperta. Al momento nessuna pista viene esclusa: si indaga tra i frequentatori abituali della chiesa, principalmente gente del posto, ma in realtà a piazzare la microcamera potrebbe essere stato chiunque. I carabinieri per ora indagano nel massimo riserbo. Non è escluso che nelle prossime ore, la Procura di Torre Annunziata possa far partire ulteriori accertamenti per le indagini.

    https://www.fanpage.it/napoli/una-spycam-nei-bagni-della-basilica-di-santantonino-a-sorrento-indagano-i-carabinieri/

  • Oltre gli altari di gomma: dopo Antonio Messina, la nuova sfida della giustizia al silenzio della Chiesa sugli abusi

    Oltre gli altari di gomma: dopo Antonio Messina, la nuova sfida della giustizia al silenzio della Chiesa sugli abusi

    Non è solo la fine di una carriera clericale. È il crollo di un muro di omertà. Giuseppe Rugolo, ex sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, è stato ufficialmente ridotto allo stato laicale. La Chiesa ha spezzato ogni legame con lui dopo averlo riconosciuto colpevole di abusi su minori. Un atto raro e probabilmente tardivo, ma che arriva grazie alla denuncia coraggiosa di Antonio Messina, il giovane archeologo che ha avuto la forza di parlare per primo. È la sua voce, solitaria e determinata, ad aver aperto la breccia con una denuncia che ha aperto alla crisi. Perché Rugolo non è solo un carnefice da isolare: è il volto scoperto di una sistema che per anni ha scelto di proteggere se stesso. E che, stavolta, non ha comminato all’ex sacerdote solo una sanzione canonica, ma dato un segnale forte. Una crepa nel muro di gomma.

    La svolta (fuori dalla Sicilia)

    Il processo canonico – celebrato fuori dai confini siciliani – ha dichiarato Rugolo colpevole di abusi su minori. Il verdetto ha tagliato ogni legame tra l’ex prete e la Chiesa, sancendo la sua dimissione dallo stato clericale, ora in attesa solo della ratifica formale dal dicastero per la Dottrina della fede. Ma quel che colpisce è la modalità: il procedimento è stato affidato a una commissione composta da membri non siciliani, riuniti in un albergo per garantire indipendenza e protezione da qualunque condizionamento locale. Una scelta non casuale, secondo Alessandro Camedda, avvocato rotale e consulente della parte offesa: «Se il Vaticano avesse voluto coinvolgere la diocesi, avrebbe utilizzato il tribunale ecclesiastico locale. Invece ha escluso Piazza Armerina. È stata una decisione netta, significativa».

    Il coraggio che ha fatto crollare il muro

    Ma questo atto di giustizia ecclesiastica nasce da un fatto molto più umano e scomodo: la denuncia pubblica e personale di Antonio Messina, che ha avuto la forza di portare alla luce non solo la propria storia, ma anche quella di altri ragazzi coinvolti, ancora minorenni all’epoca dei fatti. Nel processo penale, Rugolo è stato condannato in primo grado a quattro anni e mezzo, pena poi ridotta in appello a tre anni per la «tenuità del fatto» in relazione agli altri due giovani. Una definizione che ancora oggi lascia sgomento chi conosce i dettagli della vicenda. Ma non intacca la forza di Messina nel rompere il silenzio, affrontando lo stigma, l’isolamento e il peso della denuncia.

    Il sistema che resta (e che va smontato)

    La riduzione allo stato laicale di Rugolo non è la fine. È un inizio di resa dei conti, non solo contro il singolo sacerdote, ma contro un sistema che ha per anni protetto, coperto, silenziato. Lo dimostra il fatto che, mentre Rugolo viene formalmente allontanato, la diocesi di Piazza Armerina è chiamata in causa in un altro processo. Il vescovo Rosario Gisana e il parroco del Duomo di Enna don Vincenzo Murgano sono imputati per falsa testimonianza: secondo gli inquirenti, avrebbero mentito durante il primo procedimento contro Rugolo. La prima udienza è fissata per l’autunno e mira a ricostruire anche la rete di verità collaterali, tra possibili omissioni, reticenze e apparenti dimenticanze. Per evitare che la giustizia si esaurisca con un singolo mostro da isolare. Senza scardinare le impalcature e le responsabilità – anche morali e istituzionali – che hanno reso possibile questa e altre vicende. Una sfida anche per la Chiesa, a cui adesso tocca guardarsi dentro e scegliere.

    Oltre gli altari di gomma: dopo Antonio Messina, la nuova sfida della giustizia al silenzio della Chiesa sugli abusi

  • Tolosa: arcivescovo nomina sacerdote condannato per stupro

    Tolosa: arcivescovo nomina sacerdote condannato per stupro

    Si tratta di Dominique Spina, riconosciuto colpevole di aver violentato un sedicenne nel 2006. Il sacerdote è stato condannato a cinque anni di carcere per il crimine.

    Nomina controversa a giugno

    L’arcivescovo Guy de Kerimel ha scatenato la polemica a giugno nominando Spina cancelliere diocesano. La nuova posizione affida al sacerdote la responsabilità degli archivi della diocesi.

    Il codice canonico stabilisce criteri precisi per questa carica. Il cancelliere deve essere “di onesta reputazione e al di sopra di ogni sospetto”.

    Difesa dell’arcivescovo

    Kerimel ha affermato di aver agito per “misericordia” nel procedere alla nomina. L’arcivescovo sostiene di non avere “nulla da rimproverare” al sacerdote per una “funzione amministrativa”.

    In una dichiarazione rilasciata giovedì, Kerimel ha riconosciuto l’”incomprensione” e le “domande” tra i cattolici. Ha ribadito che senza “misericordia” Spina rischiava una “morte sociale”.

    Precisazioni sul crimine

    “Non si tratta in alcun modo di minimizzare un crimine”, ha dichiarato l’arcivescovo. Ha aggiunto che la vittima deve essere “riconosciuta e aiutata”.

    Le crescenti proteste hanno costretto Kerimel a fornire ulteriori spiegazioni pubbliche. Il caso riaccende il dibattito sulla gestione degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica.

    (AGI/AFP) www.agi.it Nota: Questo articolo è stato modificato con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale.