Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Sospensione a divinis per padre Adamo. Rimozione da parroco già a ottobre

    Sospensione a divinis per padre Adamo. Rimozione da parroco già a ottobre

    La rimozione da parroco c’era già stata e risale al primo ottobre scorso quando la guida della chiesa di San Giuseppe, ad Alcamo, venne affidata ad interim a don Franco Finazzo, vicario zonale e anche parroco del Gesù Cristo Redentore.

    Il provvedimento disciplinare canonico emesso adesso dal vescovo di Trapani nei confronti del sacerdote Sebastiano Adamo, 45enne calatafimese, non riguarda quindi la rimozione da parroco come erroneamente riportato anche da importanti testate nazionali ma la suspicio a divinis, provvedimento previsto dall’articolo 1333 del codice di diritto canonico.

    La sanzione quindi per padre Adamo vieta lo svolgimento delle funzioni ministeriali sacre (preghiere, celebrazione della messa, confessioni, distribuzione dell’eucarestia e altri sacramenti). Un provvedimento comminato dal vescovo di Trapani, Petro Maria Fragnelli, a causa di gravi violazioni commesse dal sacerdote e che, a suo tempo, vennero segnalate da alcuni fedeli della parrocchia alcamese.

    Adesso la sospensione dovrà essere discussa ed eventualmente approvata dal dipartimento del Vaticano. E proprio la nota della diocesi di Trapani ha causato un tam tam mediatico contenente anche errori nell’informazione.

    L’obiettivo del vescovo di Trapani era invece stato proprio il contrario: divulgare il provvedimento, in attesa dell’approvazione dal Vaticano, per garantire la serenità di tutte le parti coinvolte e la ricerca della verità dei fatti per il maggior bene di tutti. Il risultato, forse, non è andato proprio in quel senso.

    Fra l’altro padre Sebastiano Adamo, allora giovane parroco 30enne, fu al centro di alcune polemiche quando improvvisamente venne sospeso dalla guida della parrocchia del Santissimo Salvatore di Trapani.

    Sospensione a divinis per padre Adamo. Rimozione da parroco già a ottobre

  • Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

    Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

    Il Tribunale di Prima Istanza, Sezione II del Distretto Giudiziario di Orán ha confermato la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione per Mons. Gustavo Zanchetta, Vescovo Emerito di Orán (Argentina), per abuso sessuale aggravato.

    La sentenza originale, emessa nel marzo 2022 dal Tribunale di Giudizio di Orán, è così diventata definitiva, dopo il rigetto del ricorso presentato dalla difesa.

    Nel loro verdetto, i giudici hanno sottolineato l’importanza della testimonianza delle vittime, due seminaristi della diocesi, e la corretta valutazione delle prove. Inoltre, hanno ribadito la validità della sentenza del 2022, ritenendo che le critiche sollevate dalla difesa non siano sufficienti per ribaltare la condanna.

    “La sentenza impugnata è valida e non presenta vizi di arbitrarietà né difetti nei processi di formazione della convinzione, poiché gli elementi probatori più rilevanti sono stati valutati secondo le regole della logica. La critica avanzata nel ricorso per cassazione si limita a un’analisi parziale e decontestualizzata delle prove e non è sufficiente per annullare la condanna”, ha dichiarato il Tribunale di Impugnazione.


    Dal Vaticano alla condanna

    Mons. Zanchetta aveva rassegnato le dimissioni dalla diocesi nel 2017, adducendo motivi di salute. Tuttavia, pochi mesi dopo, nel dicembre dello stesso anno, venne nominato consigliere dell’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) in Vaticano, come riportato da AICA.

    Nel 2019, quando le accuse a suo carico divennero pubbliche, fu sospeso dall’incarico e sottoposto a un’indagine preliminare condotta dall’Arcivescovo di Tucumán, Mons. Carlos Alberto Sánchez. Lo confermò il direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, in una nota del 4 gennaio di quell’anno.

    “Durante l’indagine preliminare, Mons. Zanchetta si asterrà da qualsiasi incarico”, precisò Gisotti.

    Nel 2020, tuttavia, tornò in Vaticano per riprendere il suo ruolo presso l’APSA. Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, dichiarò allora a CNA (agenzia in inglese del gruppo ACI) che questo “non interferisce in alcun modo con le indagini”.

    Quando nel 2022 la giustizia civile argentina condannò Mons. Zanchetta, la Conferenza Episcopale Argentina espresse vicinanza alle vittime e un “forte e sincero” appello di perdono.


    Prigionia e concessione della detenzione domiciliare

    Pochi mesi dopo la condanna, ottenne il beneficio della detenzione domiciliare, che scontò in una casa per sacerdoti anziani nel Monastero Nostra Signora della Valle di Nueva Orán, appartenente all’Ordine delle Concezioniste Francescane.

    L’alloggio in una struttura ecclesiastica sollevò polemiche, ma il Vescovo locale, Mons. Luis Antonio Scozzina, difese la decisione, affermando che doveva essere vista come “un atto di carità”.

    “Al di là della condanna civile, nella Chiesa la responsabilità è anche quella di prendersi cura della persona condannata, non di espellerla”, spiegò Mons. Scozzina.

    Alla fine del 2024, la stampa argentina ha riferito che la giustizia gli avrebbe concesso il permesso di recarsi a Roma per cure mediche, senza poi fare ritorno a Orán. Tuttavia, ACI Prensa non ha potuto confermare questa informazione.


    Papa Francesco sul caso Zanchetta

    Papa Francesco si pronunciò sulla vicenda in un’intervista del 2019 con la giornalista messicana di Televisa, Valentina Alazraki.

    Rispondendo alle critiche sulla gestione del caso, il Papa spiegò che prima delle dimissioni di Zanchetta da Orán, vi erano state accuse riguardanti immagini intime inviate dal suo telefono cellulare. L’allora vescovo si era difeso affermando di essere stato hackerato.

    “Si difese bene. Allora, di fronte all’evidenza e a una buona difesa, resta il dubbio. E in dubio pro reo (in caso di dubbio, a favore dell’imputato)”, disse il Papa.

    Le accuse nei confronti di Zanchetta riguardavano anche cattiva gestione economica e maltrattamenti al clero.

    “Quando emersero queste denunce, lo feci venire e gli chiesi di dimettersi. Chiarissimo. Lo mandai in Spagna per una valutazione psichiatrica”, raccontò Francesco.

    Su consiglio dei medici, Zanchetta avrebbe dovuto recarsi a Madrid una volta al mese per proseguire il trattamento, quindi “non conveniva che tornasse in Argentina”, e per questo rimase in Vaticano come consulente.

    Quando Mons. Scozzina divenne il nuovo vescovo di Orán, Papa Francesco ordinò un’indagine previa sulle accuse e affidò l’incarico all’Arcivescovo di Tucumán.

    “Quando ricevetti i risultati, ritenni necessario un processo. Così trasmisi il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Non sono rimasto fermo un solo momento di fronte a questa vicenda”, concluse il Papa.

    Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

  • Alcamo e il segreto di Pulcinella, tutti sapevano chi era il prete sospeso

    Alcamo e il segreto di Pulcinella, tutti sapevano chi era il prete sospeso

    Era il segreto di Pulcinella. Tutti, soprattutto ad Alcamo, infatti, sapevano che il prete, prima rimosso e poi oggetto di un provvedimento disciplinare canonico, era don Sebastiano Adamo, 45 anni, originario di Calatafimi – Segesta, in servizio prima a Trapani e successivamente nella parrocchia di San Giuseppe di Alcamo.

    Ieri la nota evasiva della Diocesi di Trapani. Un comunicato di poche righe in cui è stato reso ufficiale il provvedimento a firma del vescovo, adottato nei confronti del sacerdote, senza che, però, venisse indicato il nome dall’interessato e tanto meno il motivo della misura adottata nei confronti del prete.

    Ad Alcamo però già da tempo le voci tra i fedeli si rincorrevano. Del prete, infatti, già da qualche mese, non c’era più nemmeno l’ombra: scomparso misteriosamente. Qualcuno diceva per malattia, qualcuno per motivi familiari. Ma soltanto due giorni fa, a quanto pare, il vescovo avrebbe informato la comunità di San Giuseppe sulla sua decisione di sospendere don Sebastiano. I motivi però sono ancora oscuri.

    Nella nota, la Diocesi limita a dire che la decisione «si è resa necessaria per garantire la serenità di tutte le parti coinvolte e la ricerca della verità dei fatti per il maggior bene di tutti, soprattutto delle persone fragili».

    Don Sebastiano, dopo una breve esperienza a Santissimo Salvatore a Trapani, era subentrato allo storico parroco di San Giuseppe ad Alcamo, don Francesco Mistretta.

    Pochi mesi fa, poi, era stato rimosso dal suo incarico dopo una segnalazione e sostituito, pro – tempore, da don Franco Finazzo, attualmente parroco della chiesa alcamese. La disposizione restrittiva nei confronti di Adamo è stata presa a seguito di un’indagine canonica avviata dal vescovo di Trapani, Pietro Maria Fragnelli, attraverso un suo delegato esterno alla Diocesi.

    Adesso la parola passa al Vaticano che valuterà, nelle prossime settimane, cosa ne sarà del prete rimosso. Qualcuno, però, ad Alcamo si definisce liberato e contento che la notizia, adesso, sia pubblica.

  • Vescovi-abusi: mi avete resa invisibile

    Vescovi-abusi: mi avete resa invisibile

    Eccellenze reverendissime, cari vescovi italiani,

    credo che perdonerete l’ardire di questa mia lettera, ma rappresenta il mio estremo tentativo di farmi sentire da voi, di farmi quantomeno vedere, perché in tutti questi anni – e sono tanti – siete riusciti a rendermi sempre invisibile.

    L’avete fatto quando, trent’anni fa, appena maggiorenne, ho scritto al vescovo della mia diocesi per raccontargli che quel prete giovane e brillante, così amato e stimato, aveva incominciato ad abusare di me quando ancora avevo dodici anni.

    Quello che (non) avete fatto

    Trent’anni fa io non sapevo cosa fare, ma pensavo che voi l’avreste saputo, che ve ne sareste fatti carico. Invece l’avete spostato, facendo stizzire moltissimi parrocchiani. Alcuni di loro sapevano, ma hanno taciuto, proprio come voi.

    Da un giorno all’altro, io mi sono trovata senza nessuno, gli amici di un tempo in qualche modo convinti che fossi io il problema. Ci ho messo alcuni anni, ma piano piano mi sono ripresa la mia vita, ho fatto nuove amicizie. Non ho smesso di credere nel Signore, ma non posso nascondervi che il mio amore per la Chiesa ha subito un colpo micidiale.

    Sono stata invisibile anche nei venticinque anni successivi, mentre lui continuava ad agire indisturbato e a me giungevano, talvolta, notizie preoccupanti: particolari, indizi, mezze frasi riportate da persone che gravitavano attorno a lui.

    So per certo che le stesse notizie sono giunte anche a voi, immagino si possano trovare in qualche vecchio archivio. Non avete mai pensato di richiamarmi: ero trasparente.

    Il mio nome sepolto negli archivi

    Dopo venticinque anni un’altra persona come me ha avuto la forza di denunciare e questa volta qualcosa si è mosso. Improvvisamente sono riapparsa anch’io; o, meglio, avete recuperato il mio nome tra le carte di qualche archivio, quegli stessi archivi che custodite gelosamente e che vi rifiutate di consegnare, come è successo in altri paesi, a persone che possano leggervi la verità delle nostre storie.

    Mi avete inviato una raccomandata, mi avete convocato davanti a un giudice per capire se la ragazzina appena maggiorenne, diventata ormai donna, avrebbe avuto materiale utile per risolvere una causa penale.

    Non vi nascondo di averci sperato, di aver creduto, almeno per un attimo, che mi avreste vista; il giudice ha avuto molto tatto, mi ha concesso un lungo tempo di ascolto, mentre qualcuno prendeva appunti. Nel silenzio assoluto, il processo è proseguito per molti mesi: insieme a me, una dopo l’altra, hanno deposto alcune vittime.

    Solo alcune, ovviamente: quelle che siete riusciti a raggiungere. Altri amici e amiche non sono mai usciti dal loro silenzio. Un giorno, poi, le circostanze sono cambiate, il processo si è fermato e siamo tutti tornati invisibili.

    Allora ho capito che anche durante le mie deposizioni in tribunale mi si voleva invisibile: mi è stato chiesto di firmare un foglio in cui mi impegnavo a non dire nulla al di fuori del processo. Io non l’ho firmato, quel foglio, ma ho capito benissimo l’invito.

    Il coraggio della verità

    C’è da dire che, in ogni caso, per voi ero invisibile anche in quei mesi: ho incontrato solo giudici, avvocati e burocrati, di vescovi nemmeno l’ombra. A parte uno (sono stata fortunata, perché molte vittime non hanno avuto nemmeno questa possibilità). Sapete cosa mi ha detto? Mi ha detto che lui, quel prete, non l’aveva mai conosciuto personalmente e quindi non sapeva cosa dirmi. Insomma, ha detto «io non c’entro».

    Ecco allora, cari vescovi, che provo ancora una volta – ma non temete, non sarà certo l’ultima – a farmi vedere. Ho letto tempo fa una pagina in cui don Lorenzo Milani diceva che bisogna rimproverare i vescovi quando sbagliano, perché, se non lo facciamo, sarà chiesto conto a noi della loro fede.

    Ho deciso di farlo ora perché qualche giorno fa ho letto su un giornale (uno dei pochissimi che hanno dato un po’ di spazio alla notizia) che in Italia c’è una diocesi, quella di Bolzano-Bressanone, che ha deciso che le vittime non dovessero essere invisibili. Hanno preso i loro archivi impolverati, li hanno portati a Monaco e li hanno consegnati a delle persone terze (avvocati investigativi, sociologi, psicologi) perché provassero, almeno loro, a trarci fuori dall’ombra.

    Il rapporto degli esperti – sono seicento pagine – è stato pubblicato, è disponibile per tutti, anche per me. Vi si legge, tra l’altro: «totale è stato il disinteresse mostrato dai responsabili ecclesiastici per la situazione delle persone direttamente coinvolte negli abusi»1. È il secondo report che leggo, in questi anni: un po’ di anni fa mi ero già imbattuta nel voluminoso rapporto CIASE, commissionato dai vescovi francesi.

    Le vittime e il loro dolore

    Sapete cosa ho scoperto, leggendo questi testi? Che decine, centinaia di altre persone avevano vissuto lo stesso mio dolore, proprio allo stesso modo. Decine, centinaia di vittime sono state ostracizzate dalle comunità, sono diventate invisibili, sono state spinte a dire «sono responsabile» quando non avrebbero dovuto dirlo; decine, centinaia di persone sono state lasciate da sole, in tante diocesi diverse, in tanti paesi diversi del mondo. A portare un peso che non avrebbero dovuto portare. Poi, qualche giorno fa, ho ascoltato le parole del vescovo di Bolzano-Bressanone, gli ho sentito dire una cosa che a me nessuno ha mai detto: «sono responsabile».

    «Sono responsabile», cari vescovi. So che è una frase difficile da pronunciare ma, vedete, io l’ho portata per la prima volta quando ero una bambina, quando quel prete così carismatico, che insieme al male mi ha dato anche anche tante cose buone, mi ha convinto che in fondo era quello che volevo.

    Lui era un prete, un uomo di Dio, che predicava il Vangelo a centinaia di persone. Ci ho messo anni, grazie ai miei genitori prima, ad alcuni amici e, finalmente, a mio marito, a capire che quel senso di colpa è stato l’abuso più grande che ho subìto. Siccome ci sono dovuta passare persino io, per questo «sono responsabile», penso che ora tocchi a voi.

    Siete responsabili

    Fa molta paura, di fronte a un crimine che nessuno di voi, ne sono sicura, si è mai lontanamente sognato di commettere, fa molta paura dire questa parola. Ma io, e con me molte altre vittime, l’abbiamo portata da sola, mentre voi, fino all’ultimo, ripetevate «non lo conosciamo bene, quel prete».

    Fatemi questo favore, cari vescovi: portatela un po’ voi, ora, questa parola. Lo so bene che non siete responsabili dei crimini di questi preti, ma siete stati responsabili della loro formazione, siete stati responsabili dei loro incarichi, dei loro trasferimenti.

    E, lasciatemelo dire, sebbene sia un’affermazione pesante da portare: siete responsabili di tutte le vittime che sono venute dopo di me, perché, se lo aveste fermato, il mio dolore non sarebbe stato vano.

    Portatela un po’ voi, ora, questa parola. Perché io che non faccio parte del clero, io che sono una donna laica che frequenta la messa domenicale, persino io in questi anni ho sentito storie di altri preti così, storie che voi state gestendo proprio mentre io scrivo.

    E, purtroppo, so che le gestite ancora come avete sempre fatto: con una coltre di silenzio che – davvero non so come facciate – neppure i giornali più laici riescono a scalfire.

    Chiedete al vescovo Muser

    Cari vescovi italiani, forse, se mi aveste ascoltata prima, se non mi aveste lasciata sola, se non aveste lasciati soli anche i (pochi) preti che hanno aiutato me e le altre persone coinvolte a denunciare i fatti, forse oggi non vi scriverei. Se aveste detto voi «siamo responsabili», trent’anni fa, le cose sarebbero andate diversamente.

    Quando vi incontrate, allora, provate a chiedere al vescovo Muser come si sente, dopo aver detto «mi assumo la responsabilità per gli errori che sono stati commessi durante il mio mandato e da me».

    Parlate un po’ con lui: certo, deve essere stato difficile farlo, ma non è stato impossibile. Non conosco la diocesi, ma mi piace pensare che anche gli altri, quelli che non hanno visto e quelli che non hanno voluto vedere, avranno ripetuto: «anche noi siamo responsabili».

    E che, finalmente, qualcuno avrà preso sulle sue spalle un peso che, fino ad ora, abbiamo portato solo noi: gli unici che non avrebbero dovuto.

    https://www.settimananews.it/vescovi/vescovi-abusi-mi-avete-resa-invisibile/

  • La diocesi di Brooklyn citata in giudizio per abusi sessuali da parte di sacerdoti

    La diocesi di Brooklyn citata in giudizio per abusi sessuali da parte di sacerdoti

    La diocesi cattolica romana di Brooklyn, è stata citata in giudizio da quattro persone che hanno dichiarato di essere state abusate sessualmente da alcuni sacerdoti durante la loro infanzia, tra gli anni ’60 e ’80.

    Le cause legali, depositate la scorsa settimana, sostengono che i religiosi avrebbero sfruttato le loro posizioni di fiducia all’interno della Chiesa per abusi, in un luogo che avrebbe dovuto essere sicuro. I querelanti, ritengono l’Istituzione rea di non averli protetti, e di non aver portato alla luce le azioni commesse dai suoi rappresentanti.

    Questi nuovi casi si aggiungono a un numero crescente di accuse contro la Chiesa cattolica, sia a livello locale che nazionale. Le denunce sono state presentate in base al Gender-Motivation Violence Act di New York City, che consente alle presunte vittime di citare in giudizio individui e istituzioni che le hanno danneggiate a causa del loro genere. La legge, che negli ultimi due anni ha permesso a molti abusati di intentare causa oltre la scadenza della prescrizione, si avvia a chiudersi e offre un’ultima opportunità a coloro che non erano pronti a chiedere giustizia in passato.

    Gli avvocati della parte lesa hanno sottolineato che la diocesi di Brooklyn non solo non ha protetto i bambini, ma ha anche consapevolmente ignorato la sicurezza dei minori a favore della protezione dei soprusi. Tracey Cowan, uno dei legali che rappresenta i denuncianti, ha dichiarato che i sacerdoti coinvolti avevano un’influenza smisurata sui giovani, e che la comunità religiosa ha favorito il silenzio e l’occultamento dei reati anziché fare giustizia.

    Parallelamente, le autorità civili e legali hanno continuato ad esaminare le politiche della congregazione, spingendo verso l’adozione di misure più rigorose a protezione dei ragazzi e di altri gruppi vulnerabili. L’accordo con la diocesi prevede ora l’introduzione di un osservatore del clero con esperienza nelle forze dell’ordine e nella consulenza per garantire che vengano rispettate le politiche preventive contro gli abusi sessuali.

    La diocesi di Brooklyn citata in giudizio per abusi sessuali da parte di sacerdoti

  • Card. David ai fedeli: ‘Non esitate a denunciare i preti colpevoli di abusi sessuali’

    Card. David ai fedeli: ‘Non esitate a denunciare i preti colpevoli di abusi sessuali’

    Manila (AsiaNews) – “Contro i membri del clero che si rendono colpevoli di abusi, non esitate a presentare denunce sia in ambito civile che ecclesiastico”. È l’appello che il card. Pablo Virgilio David, vescovo di Kalookan e presidente della Conferenza episcopale delle Filippine, ha lanciato oggi intervenendo sul clamore suscitato dalla diffusione il 29 gennaio da parte dell’osservatorio americano BishopAccountability.org di un elenco di 82 sacerdoti e religiosi pubblicamente accusati di abusi sessuali contro minori ma contro i quali non sarebbero stati presi adeguati provvedimenti. Si tratta sia di sacerdoti filippini accusati di abusi nelle Filippine o all’estero, sia clero straniero che ha prestato servizio nel Paese.

    In una nota diffusa dalla Conferenza episcopale di Manila, il card. David ricorda che “la responsabilità è un aspetto importante dell’appello di Papa Francesco per una maggiore sinodalità nella Chiesa. Si aspetta che i vescovi si assicurino che tutte le nostre istituzioni ecclesiastiche siano spazi sicuri, specialmente per i minori e gli adulti vulnerabili”.
    “Accogliamo con favore le iniziative volte a responsabilizzare le persone in qualsiasi forma di autorità, compresa la Chiesa – aggiunge ancora il porporato -. Questo fa parte dell’appello del Papa per una Chiesa più sinodale. La Chiesa, essendo un’istituzione umana, non è esente dal peccato e dalla corruzione. Ed è vero che la mancanza di responsabilità compromette la nostra autorità morale e spirituale”.

    Il presidente della Conferenza episcopale filippina ricorda che – dopo gli scandali sugli abusi emersi in Europa e in America – la Chiesa universale si è impegnata “per affrontare il problema in modo organico e creare strutture che garantiscano che le nostre istituzioni siano mantenute come spazi sicuri per i minori e gli adulti vulnerabili. Papa Francesco – ricorda – è stato più deciso nell’imporre azioni disciplinari a noi vescovi se trova prove che non stiamo nemmeno muovendo un dito per imporre sanzioni disciplinari ai nostri sacerdoti che sbagliano. Naturalmente – aggiunge – non sempre riusciamo in questo intento e abbiamo bisogno dell’aiuto e della partecipazione dei nostri laici, compresi i giornalisti che sono nostri alleati nella ricerca della verità, nel fact-checking e nella lotta contro la disinformazione. Teniamo i ponti aperti tra di noi”.

    Il card. David riconosce infine uno dei problemi specifici sollevati dal rapporto di BishopAccountability.org: “In un certo senso – scrive – è vero che non sappiamo come comportarci con gli ecclesiastici accusati di reati negli Stati Uniti che potrebbero nascondersi nelle Filippine. È importante che i vescovi delle diocesi in cui sono stati incardinati negli Stati Uniti informino noi vescovi delle Filippine di questi casi, in modo da poter prendere provvedimenti adeguati se si nascondono nelle nostre diocesi o se tentano di esercitare il ministero nelle Filippine anche se sono stati sospesi negli Stati Uniti”.

    ‘Non-esitate-a-denunciare-i-preti-colpevoli-di-abusi-sessuali’-62402.html

  • John Perumbalath, il vescovo di Liverpool si dimette per abusi: tsunami nella Chiesa Anglicana (ancora in cerca di un capo)

    John Perumbalath, il vescovo di Liverpool si dimette per abusi: tsunami nella Chiesa Anglicana (ancora in cerca di un capo)

    Lo tsunami sollevato dagli abusi del clero continua a scuotere la Chiesa Anglicana che dalla sua fondazione non è mai stata tanto messa in discussione come ora. Dopo le dimissioni di Justin Welby, arcivescovo di Canterbury, costretto a lasciare per avere insabbiato un caso di pedofilia, oggi un’altra dimissione eccellente getta altro fango sull’istituzione. Si tratta del vescovo di Liverpool, John Perumbalath che ha annunciato un passo indietro per una brutta storia di aggressione e molestie. Perumbalath inizialmente ha negato le accuse ma la pressione dell’opinione pubblica era tale da non poter più essere arginata.

    Perumbalath, primo presule convertito d’origine indiana a seguito di un’inchiesta giornalistica di Channel 4 è stato tirato in ballo per una presunta vicenda di molestie e aggressione sessuale risalente ad alcuni anni fa.

    Accuse che Perumbalath nega, richiamandosi a indagini già condotte dalla polizia e conclusesi a suo tempo con un’archiviazione, ma di fronte alle quali ha comunque gettato in queste ore la spugna: dicendosi vittima di «un processo mediatico» che rende la sua posizione «insostenibile».

    L’arcivescovo 69enne Justin Welby aveva già annunciato le sue dimissioni a novembre dopo che lo scandalo era venuto alla luce, lasciando le redini della Chiesa anglicana all’arcivescovo di York, Stephen Cottrell, che ha assunto temporaneamente i doveri di Welby. Per il successore potrebbero volerci ancora mesi. Il processo di selezione è nelle mani della Crown Nominations Commission, un comitato composto da 16 membri votanti. Selezionerà un candidato e una riserva. A far parte della commissione anche Jonathan Douglas Evans, ex capo del servizio di intelligence nazionale britannico MI5.

    Welby quando ha lasciato l’incarico ha ammesso pubblicamente di avere la responsabilità personale e istituzionale per gli errori commessi negli ultimi anni. In pratica era a conoscenza di decenni di abusi da parte di un aiutante nei campi scout il 2013. Tuttavia, non è stato fatto nulla per aiutare a chiarire la questione.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/john_perumbalath_vescovo_liverpool_abusi_chiesa_anglicana_molestie_sessuali_pedofilia-8626096.html

  • Abusi sui bambini nella parrocchia di Bolzano la confessione del vescovo | Tutti sapevano

    Abusi sui bambini nella parrocchia di Bolzano la confessione del vescovo | Tutti sapevano

    Dal 1963 al 2023, nelle parrocchie della diocesi di Bolzano, sono stati commessi almeno 67 abusi sessuali su minori da parte di preti e di religiosi. Si tratta di numeri verificati che, al momento, riguardano 59 vittime identificate, tutte di età compresa tra gli 8 e i 14 anni al momento degli abusi e per la maggior parte di sesso femminile (51%). A rivelare lo scandalo il rapporto sugli abusi commissionato dalla Diocesi di Bolzano-Bressanone stessa allo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl di Monaco di Bavera: cos’ha detto il vescovo di Bolzano, a proposito.

    Quella di cui stiamo parlando oggi è in assoluto la prima indagine indipendente realizzata in una diocesi italiana, nella quale senza reticenze e limitazioni sono stati messi a disposizione degli investigatori tutti i fascicoli degli ultimi 60 anni presenti negli archivi della diocesi. Le oltre 600 pagine di rapporto sono disponibili, in italiano e in tedesco, sul sito della diocesi di Bolzano-Bressanone: ecco cos’ha detto il vescovo a proposito di questa vicenda.

    Abusi nelle parrocchie di Bolzano: parla il vescovo

    La scelta della diocesi di Bolzano-Bressanone di avviare un’indagine indipendente sul tema e di concedere interamente i fascicoli degli ultimi 60 anni presenti negli archivi è sicuramente coraggiosa e potrebbe fare da esempio per altri vescovi e cardinali. “La nostra speranza è che questo lavoro possa essere una scintilla per un’attività d’inchiesta da estendere anche al resto d’Italia“ hanno commentato, a tal proposito, gli avvocati dello studio di Monaco di Baviera ai quali è stata affidata l’inchiesta.

    A parlarne, però, è stato anche Ivo Muser, il vescovo di Bolzan e Bressanone. Nel corso di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha usato parole chiare e nette: “Tutti dobbiamo fare dei passi per un cambio di mentalità: tanti sapevano e tacevano, questo è il nodo vero” ha detto, con la stessa convinzione che l’ha portato a favorire la prima indagine indipendente sul tema degli abusi su minori mai realizzata in una diocesi italiana.

    Sarà fondamentale la prevenzione

    Secondo Ivo Muser, il tema degli abusi su minori all’interno della chiesa cattolica non è un problema italiano o tedesco, ma che coinvolge tutto il mondo e che, per questo, va sradicato alla radice. “D’ora in poi sarà fondamentale la prevenzione. Purtroppo il passato non si può cancellare, ma non dobbiamo fare altri errori come quelli per i quali anche io mi sono assunto le mie responsabilità chiedendo scusa” prosegue il vescovo, sottolineando come anche Papa Francesco abbia più volte spiegato che non si tratta di un problema isolato.

    Parlando con le vittime dei 67 abusi confermati dalle indagini, la cosa che più ha straziato Ivo Muser è che tutte loro hanno avuto la sensazione di non venire creduti, quando confessavano quanto subivano anche all’interno dell’ambito famigliare: qualcosa, quindi, deve cambiare.

    https://www.cityrumors.it/cronaca/abusi-sui-bambini-nella-parrocchia-di-bolzano-la-confessione-del-vescovo-tutti-sapevano.html

  • Il vescovo di Bolzano e la pedofilia nella Chiesa: «Tutti sapevano e tacevano»

    Il vescovo di Bolzano e la pedofilia nella Chiesa: «Tutti sapevano e tacevano»

    «Tutti dobbiamo fare dei passi per un cambio di mentalità: tanti sapevano e tacevano, questo è il nodo vero». Lo spiega, in un’intervista al Corriere della Sera, il vescovo di Bolzano e Bressanone Ivo Muser, che una settimana fa ha reso pubblico il rapporto su 67 casi di abusi sessuali avvenuti tra il 1964 e il 2023.

    «Non sono stato criticato da nessuno. Questa non è una ferita della Chiesa italiana o tedesca, ma un morbo presente in tutto il mondo. Per questo non vedo contrapposizioni. Parlando con le vittime la cosa che più mi ha straziato è sentir dire: ‘Non siamo stati creduti’; ‘Siamo stati lasciati da soli, anche all’interno delle nostre famiglie’».

    Il vescovo di Bolzano e Bressanone sottolinea che «tutta la chiesa italiana negli ultimi anni è in cammino su questo tema. Non ha senso fare una contrapposizione tra noi e il resto d’Italia perché siamo tutti sulla stessa barca. Anche il Papa ha più volte detto che non si può parlare di un fenomeno isolato».

    E infine: «D’ora in poi sarà fondamentale la prevenzione. Purtroppo il passato non si può cancellare, ma non dobbiamo fare altri errori come quelli per i quali anche io mi sono assunto le mie responsabilità chiedendo scusa», conclude.

    https://www.open.online/2025/01/28/ivo-muser-vescovo-bolzano-pedofilia-chiesa/

  • La criminalità minorile nella Chiesa: cosa rivela il primo rapporto indipendente presentato in Italia

    La criminalità minorile nella Chiesa: cosa rivela il primo rapporto indipendente presentato in Italia

    Mai prima d’ora era stata effettuata un’indagine di questo tipo all’interno della Chiesa cattolica italiana. Lunedì 20 gennaio 2025, un rapporto indipendente commissionato dalla diocesi di Bolzano e Bressanone, in Alto Adige (Nord), ha evidenziato casi di violenza sessuale commessi al suo interno. Risultato: 41 sacerdoti sono stati accusati di aver abusato di 75 persone, soprattutto minorenni, tra il 1964 e il 2023.

    L’indagine è stata condotta dalla società tedesca Westpfahl Spilker Wastl, autrice del rapporto di Monaco del 2022, in cui l’ex papa Benedetto XVI era implicato per la sua inerzia nei confronti dei preti pedofili quando era arcivescovo.

    “Errori” e “negligenze”

    Per produrre questo file di 631 pagine, gli autori hanno passato al setaccio gli archivi diocesani. È stato inoltre lanciato un invito a presentare testimonianze. «Al di là del numero delle vittime e dei sacerdoti accusati, quest’opera presenta le dinamiche e gli aspetti strutturali che hanno contribuito a questi abusi», spiega don Gottfried Ugolini, responsabile del servizio di prevenzione della diocesi. Questa dimensione “sistemica” è stata rivelata nel rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) presentato ai vescovi francesi il 5 ottobre 2021.

    Gli autori descrivono nel dettaglio una ventina di casi evidenziando “errori” e “negligenze” da parte dei funzionari diocesani. Come il caso di questo sacerdote trasferito di parrocchia in parrocchia, da quasi cinquant’anni, nonostante le denunce di abusi su bambine. «Mi assumo la responsabilità degli errori commessi durante il mio episcopato», ha reagito venerdì Ivo Muser, vescovo della diocesi di Bolzano dal 2011, venuto a conoscenza dei risultati del rapporto al momento della sua pubblicazione, quattro giorni prima. Il vescovo ha chiesto “perdono alle persone coinvolte, alle comunità parrocchiali e ai fedeli”. Prima di annunciare nuove misure in arrivo, tra cui l’istituzione di “procedure più chiare”, una maggiore presenza di donne in posizioni dirigenziali, o anche un sistema di “monitoraggio e controllo”, per prevenire la recidiva in caso di sospetto abuso.

    Una diocesi in prima linea

    Da diversi anni la diocesi di Bolzano e Bressanone – culturalmente vicina alla Germania – è in prima linea nella lotta alla pedofilia nella Chiesa in Italia. Nel 2010 è stato il primo ad aprire un centro di ascolto per le vittime di preti abusivi.

    Il sondaggio pubblicato è “un’esperienza che consideriamo positivamente e che studieremo”, ha commentato mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza episcopale italiana (CEI). Finora la Chiesa cattolica italiana si è rifiutata di affidare il dossier sugli abusi sessuali a una commissione indipendente, come in Francia. In questa fase sono stati prodotti due rapporti esclusivamente sulla base dei casi denunciati alle autorità ecclesiastiche tra il 2020 e il 2022. Un altro è previsto, alla fine del 2025, sui fatti denunciati alle diocesi tra il 2001 e il 2021.

    “Un risultato parziale”

    Ancor prima della sua pubblicazione, Francesco Zanardi parla già di “farsa”.  «Questo rapporto non sarà completo perché la Cei non tiene conto dei dati della magistratura», lamenta il presidente dell’associazione Rete l’abuso, che elenca i casi di abusi sessuali nella Chiesa italiana. Ricorda inoltre che il clero, ancora potente nel Paese, non è obbligato a denunciare queste violenze ai tribunali. Un privilegio previsto dal Concordato, adottato nel 1929 e modificato nel 1984, che definisce i rapporti tra il Vaticano e l’Italia.

    Quanto all’inchiesta della diocesi di Bolzano, Francesco Zanardi non si mostra più entusiasta. “Dove furono messi i preti violenti? Cosa è stato fatto alle vittime? », chiede. Certamente l’indagine è stata condotta da uno studio legale indipendente, “ma i dati restano quelli della diocesi. Non possono essere imparziali ”, sottolinea con scetticismo. Inoltre, questo rapporto non tiene conto né dei casi giudicati nei tribunali né di quelli denunciati negli istituti religiosi. “È un risultato parziale”, ammette Don Gottfried Ugolini. Sappiamo che questa è solo la punta dell’iceberg”.