Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PRETI PEDOFILI: CHIESA BELGA SOSPENDE 22 DI 134 COINVOLTI – 12.01.11 – 12:00

    PRETI PEDOFILI: CHIESA BELGA SOSPENDE 22 DI 134 COINVOLTI – 12.01.11 – 12:00

    (AGI) – Bruxelles, 12 gen. – La Chiesa belga ha sospeso 22 dei 134 preti coinvolti in presunti casi di pedofilia. La lista dei 134 e’ stata stilata dalla Conferenza episcopale del Paese. Dei 134, 90 sono ancora vivi. A questi andranno aggiunti una cinquantina di nomi, secondo le denunce presentate dalla presunte vittime negli ultimi mesi. .

    www.blitzquotidiano.it/italia/agi/p…nvolti-1285260/

    Belgio: solo un prete pedofilo su sei viene allontanato dalla Chiesa

    BRUXELLES – Un rapporto ufficiale pubblicato dalla Chiesa Cattolica belga ha annunciato che solo un prete per ogni sei sacerdoti responsabili di abusi sessuali contro i minorenni sono stati puniti con l’allontanamento dalla Chiesa. Il documento diffuso dalla Chiesa belga alla fine di dicembre, ha rivelato dettagliatamente i 134 casi di abusi e maltrattamenti sessuali commessi dai sacerdoti pedofili nel corso dei diversi decenni.
    Stando al documento, riportato martedì dal quotidiano belga Le Soir, nel 70 per cento dei casi delle violenze sessuali, la chiesa o la magistratura belga ha ricevuto le denunce da parte delle vittime tuttavia solamente un prete ogni sei ha ricevuto la pena massima ovvero la sospensione definitiva dalle funzioni. Il drammatico rapporto giunge poco dopo le rivelazioni fatte sui nuovi casi degli scandali sessuali scoppiati largamente in un paese a grande maggioranza cattolica. A partire dal nuovo anno cristiano, la Chiesa Cattolica in Belgio è nuovamente stata sottoposta alle accuse di abusi sessuali questa volta avvenuta nell’istituto scolastico “Stella Maris”, gestito da suore. Un gruppo di suore sono state accusate di aver abusato di molti minori in un collegio del sudovest del Paese, nella cittadina di Courtrai. Secondo i media del paese, gli avvenimenti risalirebbero ai decenni fra il 1960 ed il 1990.

     

  • ‘A Malta preti pedofili protetti dalla Chiesa’ I preti pedofili sono ancora tra noi

    ‘A Malta preti pedofili protetti dalla Chiesa’ I preti pedofili sono ancora tra noi

    08 gennaio 2011 — pagina 1 – 17 sezione: PRIMA PAGINA
    LA LETTERA l’ hanno scritta nell’ italiano pidgin, contaminato dall’ inglese, che tuttora si parla a Malta. Ma il messaggio, indirizzato al Papa, è chiarissimo: «Noi ci ritroviamo molto dispiaciuti perché questi preti da oggi girano per le strade vestiti ancora da preti». LE VITTIME degli abusi con le quali Benedetto XVI pregò ad aprile durante la sua visita pastorale nell’ arcipelago al centro del Mediterraneo si riferiscono ai responsabili delle violenze: nonostante le scuse e le lacrime di Ratzinger, i religiosi sono ancora al loro posto. «Perché la Chiesa di Malta protegge ancora questi scandali? Perché i preti hanno ammesso nel 2003 e tutto va avanti come se non fosse successo niente?». Tutto è rimasto come prima, dicono gli ex ragazzi dell’ orfanotrofio di Santa Venera, costretti un tempo a vestirsi da donna o ad assecondare, di notte, le perversioni sessuali dei sacerdoti. Della fermezza del Papa – che il 20 dicembre, parlando alla Curia romana, si è di nuovo scagliato contro gli abusi commessi dai sacerdoti, che «sotto il manto del sacro feriscono profondamente la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per tutta la vita» – oltre il canale di Sicilia non arrivano che flebili echi. Il processo penale contro i sacerdoti, dopo sette anni, non siè ancora concluso. E proprio in questi giorni l’ avvocato che assiste i sacerdoti sotto accusa, Gianella Caruana Curran, ha depositato un’ istanza alla Corte costituzionale maltese contestando la “sovraesposizione mediatica” dei loro assistiti, non ancora giudicati: un artificio legale, a istruttoria conclusa, per prendere tempo in vista della sentenza. Dopo la visita del Papa, infatti, i sacerdoti hanno continuato in aula a proclamarsi innocenti, nonostante nei primi interrogatori avessero ammesso tutto alla polizia. Non è neppure cominciato, invece, il processo ecclesiastico. Eppure la “investigatio previa”, l’ indagine interna condotta dal “Response team” della Curia maltese che segue i casi di pedofilia, si è già conclusa, come hanno spiegato con una lettera spedita alle vittime a ottobre, i missionari di San Paolo, l’ ordine a cui appartengono i preti accusati, Charles Pulis, Conrad Sciberras (trasferito poi in Italia, ad Albano Laziale) e Joe Bonnet. Nella missiva si spiega che si è presa la precauzione di non far entrare i sacerdoti a contatto con bambini. Quanto alle accuse «risultano fondate, per questo abbiamo trasmesso gli atti a Roma». Ma le vittime degli abusi non contestano Benedetto XVI. Al contrario, tornano a ringraziarlo per il tempo che ha dedicato loro durante la visita nell’ isola. E lo implorano: «Stiamo ancora soffrendo e siamo senza giustizia dopo sette anni. Per favore, ci aiuti Lei, la preghiamo molto». Il timore di Lawrence Grech, uno dei sei firmatari dell’ appello, è che alla fine il loro caso finisca per essere insabbiato. «A Malta Chiesa, potere politico e magistratura sono una cosa sola – dice – Tant’ è vero che un ministro è venuto in aula a testimoniare a favore dei sacerdoti. Pochi, anche nell’ opposizione, vogliono difenderci: la gente è molto religiosa e ha paura di toccare i preti. Ma noi non riusciamo a dimenticare. E neppure a parlarne con i nostri figli». La loro lettera è arrivata anche nelle mani di monsignor Charles Scicluna, il promotore di giustizia della congregazione per la dottrina della fede cattolica delegato da Ratzinger di occuparsi dei casi di pedofilia. Scicluna, anche lui maltese, preferisce però astenersi da commenti. Ma a stento riescea nascondere la «mortificazione» per i tempi estenuanti con cui la vicenda è stata trattata dalle autorità e dalla Curia della sua nazione. Una lentezza che rischia di vanificare tutti gli sforzi di Benedetto XVI di far pulizia all’ interno della Chiesa, alimentando le frustrazioni delle vittime. – DAVIDE CARLUCCI

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/ar…lla-chiesa.html

  • WOJTYLA: GUARDIAN, SU BEATIFICAZIONE PESA CASO PEDOFILO MARCIAL MACIEL

    WOJTYLA: GUARDIAN, SU BEATIFICAZIONE PESA CASO PEDOFILO MARCIAL MACIEL

    (ASCA) – Roma, 7 gen – Il quotidiano britannico The Guardian critica la prevista beatificazione di papa Giovanni Paolo II, annunciata come imminente in un articolo firmato nei giorni scorsi sul Giornale dal vaticanista Andrea Tornielli.

    Con il titolo ”Una fretta mai vista e poco saggia per canonizzare Giovanni Paolo II”, il giornale pubblica oggi un articolo in cui il pontificato di Karol Wojtyla viene messo in discussione a causa dei suoi legami con padre Marcial Maciel Degollado, il sacerdote messicano fondatore della Congregazione dei Legionari di Cristo e del movimento Regnum Christi e coinvolto in gravi casi di abusi sessuali sui minori.

    Il Guardian riconosce che Giovanni Paolo II ”ha un posto assicurato nella storia, grazie al suo ruolo nella caduta del comunismo, ai suoi notevoli sforzi per migliorare le relazioni fra Chiesa cattolica ed ebrei, per la sua presenza scenica, i giri del mondo e la sua abilita’ nel chiedere scusa per gli errori papali del passato”, ma aggiunge che il caso di padre Maciel rappresenta una ”macchia gigantesca” sul suo papato che ”alimenta in molti, anche i cattolici, dubbi sulla sua santita”’.

    Secondo il quotidiano, ”per anni si sono susseguite le accuse di abusi sessuali” nei confronti del prete, ”ma Maciel ha mantenuto una posizione di potere nel cuore della Chiesa cattolica, accompagnando Giovanni Paolo II in occasione di tre visite in Messico”.

    ”La saga di Maciel – conclud l’articolo – e’ uno sgradevole scenario di sfondo per una canonizzazione che potrebbe diventare un altro autogol per le pubbliche relazioni del Vaticano”.

  • Una suora per aguzzino. Ancora scandali nella Chiesa

    Una suora per aguzzino. Ancora scandali nella Chiesa

    Una suora per aguzzino. Ancora scandali nella Chiesa
    05/01/2011 – 14:30

    Federico Tulli
    BELGIO. Denunciati nuovi casi di pedofilia in un istituto religioso, avvenuti tra il 1965 e gli anni Novanta. Nel Paese una commissione d’inchiesta ha già visionato oltre mille dossier sugli abusi.

    Violentato dall’età di 5 anni fino all’adolescenza dalle suore dell’istituto scolastico che frequentava. Il nuovo capitolo della storia di abusi compiuti in ambienti clericali, in Belgio, si è aperto lunedì scorso con la denuncia di un cinquantenne (la cui identità è ancora ignota) che aveva vissuto durante gli anni Sessanta nell’istituto religioso Stella Maris di Courtrai. L’anonima testimonianza è stata rilanciata da due emittenti locali (Eén e Radio2 Fiandres). L’uomo ha raccontato di aver subito abusi per circa 10 anni da due suore e dalla madre superiora. Il tribunale di Courtrai ha annunciato l’apertura di un’inchiesta che riguarderà anche altri presunti casi di violenze compiute in 30 anni, tra il 1965 e gli anni Novanta, ai danni di bambini di quell’istituto.

    «Si tratta di storie vecchie ma verranno tutte prese in considerazione dal cda dello Stella Maris», ha osservato l’avvocato Jan Leysen che rappresenta l’istituto, invitando le altre «eventuali vittime» a testimoniare in tribunale. Con inquietante regolarità non passa settimana senza che il Belgio non sia scosso dall’emergere di casi di pedofilia verificatisi dal secondo dopoguerra in poi. Il lungo silenzio su gran parte di queste vicende si è rotto a metà 2010 quando la magistratura di Bruxelles ha scoperto 475 dossier su altrettante vittime, chiusi negli archivi della commissione indipendente “Adriaenssens” (dal nome del presidente) che dai primi anni Duemila agiva in stretta collaborazione con i vescovi locali. È nell’ambito di questa stessa indagine che ad aprile scorso si era dimesso il vescovo di Bruges, Roger Vangheluwe, accusato di aver violentato una giovane.

    L’ultimo clamoroso caso è deflagrato il 28 dicembre con la confessione del teologo Francois Houtart, fondatore della Ong Centro tricontinentale di Lovanio e veterano del forum sociale mondiale. Il “papa altermondista” ha infatti ammesso di avere abusato nel 1960 di uno dei suoi cugini che allora aveva otto anni, chiedendo ai suoi fan di ritirare la richiesta di candidatura per il Nobel della Pace. Tutto questo accade nel pieno dei lavori della commissione speciale d’inchiesta parlamentare che si occupa di ricostruire la storia dei crimini pedofili compiuti nell’ambito della Chiesa belga. Un lavoro certamente non facile, specie per l’atteggiamento delle autorità ecclesiastiche. È nel corso di una delle ultime sedute dell’anno appena concluso che il primate del Belgio, monsignor Andrè-Joseph Leonard, aveva scioccato gli auditori dichiarando che le vittime degli abusi sessuali commessi da preti potrebbero essere risarcite come quelle che patiscono i danni causati da un’inondazione.

    «La Chiesa cattolica – aveva detto convinto Leonard, comparando le vittime di catastrofi naturali a quelle dei violentatori – potrebbe, liberamente, partecipare con altre parti della società, a costituire un fondo di solidarietà, non perché sia tenuta giuridicamente a farlo, ma perché c’è un dovere di solidarietà con tutte le vittime, di inondazioni, di epidemie, ma anche di abusi sessuali». Quale sia il numero esatto degli abusi ancora non è chiaro. Per ora ci sono i 475 dossier della commissione Adriaenssens, a cui vanno sommate le 103 denunce raccolte in autunno dalla procura federale belga e le 427 denunce raccolte dal 1992 al 2010 dall’associazione dei Diritti dell’uomo nella Chiesa presieduta da Rik Devillè. L’uomo, che è un ex sacerdote, il 22 novembre fu il primo testimone davanti ai parlamentari di Bruxelles, dimostrando come la Chiesa cattolica abbia spesso imposto la legge del silenzio alle vittime.

    http://www.terranews.it/news/2011/01/una-s…li-nella-chiesa

  • La leggenda del prete scopatore diventa un libro

    La leggenda del prete scopatore diventa un libro

    La leggenda del prete scopatore diventa un libro
    Dario Ferri
    4 gennaio 2011

    Padre Alberto Cutiè, idolo dei cattolici americani, racconta per la prima volta in pubblico il suo dilemma di sacerdote ed amante

    Il prete che ha sconvolto i cattolici americani ha deciso di raccontare la sua storia in un libro. Padre Alberto Cutiè, figlio di esuli cubani, era diventato negli anni 2000 uno dei personaggi più popolari della comunità cattolica che si trova in Florida. Giovane, di bell’aspetto, era conduttore di un programma televisivo religioso di buon successo. L’anno scorso era stato scovato dai paparazzi sulle spiagge di Miami abbracciato alla sua amante, e lo scandalo susseguente aveva portato il sacerdote ad abbandonare la Chiesa cattolica per diventare ministro in quella Episcopale. Ora in un libro Padre Cutiè rivela la sua storia e prende posizioni contro il celibato imposto ai preti, pubblicando le foto della sua prima figlia

    Il PRETE FIGO – Una rivista messicana era arrivata a definire il sacerdote di origine cubana l’Oprah della televisione latina statunitense. Il suo soprannome era il Padre bello, carino, con un gioco di parole tra il suo cognome e la parola cute. Altri lo chiamavano Padre ma che peccato, visto il fascino esplosivo del sacerdote sulle donne, e l’impossibilità per le fedeli di poter uscire con lui. Un soprannome però non molto calzante, visto che nel suo libro “Dilemma: la lotta di un prete tra la fede e l’amore” il sacerdote della Florida racconta la sua doppia vita. In pubblico prete di battaglia, poi diventato celebre grazie alle sue apparizioni in televisione. In privato amante generoso, costretto dal suo mestiere a nascondere una relazione che gli aveva fatto scoprire definitivamente l’amore. Una bugia tollerata però dai fedeli, che non vedevano un grande problema nella vita sentimentale del sacerdote, che aveva una relazione con una persona adulta consenziente, a differenza di altri preti coinvolti in disgustosi abusi sui minori.

    DILEMMA MORALE – Padre Cutiè racconta nel suo libro del suo iniziale entusiasmo verso gli ideali cattolici, rappresentanti da personaggi come Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II. L’amore verso il prossimo e la dedizione completa verso i bisognosi erano i suoi punti di riferimento, ma già durante il seminario il sacerdote cubano americano aveva scoperto che l’istituzione Chiesa non gli piaceva. Cresciuto in una famiglia anti castrista e abituato a mettere in dubbio l’autoritarismo presente nella società, padre Alberto si chiedeva se davvero il suo posto era “ in un’organizzazione senza pietà, inflessibile e dittatoriale.” Un dilemma generato dallo sconvolgente rapporto con i suoi superiori, interessati solo al business per rafforzare la Chiesa e che si disinteressavano dei numerosi casi di abusi sui minori che vedevano protagonisti i sacerdoti nelle parrocchie. Lo stesso padre Alberto era stato mandato a mettere a posto vicende che poi venivano silenziate dai vescovi della Florida, troppo preoccupati per i potenziali danni di immagine che le molestie dei preti avrebbero potuto provocare.

    ABBANDONO DELLA CHIESA – Il successo televisivo della scorsa decade ha regalato fama e notorietà al prete bello della Florida, ma lo ha anche responsabilizzato maggiormente di fronte ai numerosissimi fedeli che vedevano in lui un punto di riferimento. Padre Cutiè è diventato famoso per il suo stile di ascolto lontano dalla rigidità morale di un confessore, e la sua popolarità ha messo in difficoltà il sacerdote rispetto alla doppia vita che aveva iniziato. Innamoratosi di una sua fedele – “non riuscivo a staccare gli occhi da lei mentre dicevo Messa”, racconta – poi diventata la sua fidanzata, per quanto nascosta, il sacerdote sentiva in sé il conflitto della sua immagine pubblica e della sua vita privata. Le foto che hanno reso pubblica la sua relazione hanno consigliato al sacerdote il cambio di fede, visto che il “suo amore era così bello che poteva provenire direttamente da Dio”, e non trovava nessun peccato nella sua relazione. La freddezza dei vertici cattolici ha sconvolto padre Alberto, che non ha trovato equo il suo trattamento rispetto alla copertura fornita a preti che si sono comportati in modo criminale ma sono stati tenuti all’interno della Chiesa. Da un anno il sacerdote è diventato ministro della Chiesa Episcopale, dove si è potuto sposare, avere una bambina e vivere una vita finalmente trasparente, senza più coperture.

    http://www.giornalettismo.com/archives/108…venta-un-libro/

  • “Don Usai arrestato dai Carabinieri e già assolto da Rai Regione!”.

    “Don Usai arrestato dai Carabinieri e già assolto da Rai Regione!”.

    L’arresto di don Usai, animatore da anni della comunità “Il Samaritano”, scuote le coscienze di molti. E’ un caso delicato che andrebbe trattato con grande prudenza e fiducia nella magistratura e nelle forze dell’ordine. I quotidiani sono stati finora molto cauti, dando la notizia con grande risalto ma senza sposare alcuna tesi, innocentista o colpevolista. Cosa che invece non ha fatto il tg3 regionale. Questa lettera è stata inviata dalla nostra lettrice Maria Chiara Esposito alla redazione di viale Bonaria. La trovo assolutamente condivisibile.

    Ciao Vito, mando al tuo blog la mail che ho inviato poco alla redazione del tg3 regionale con il provocatorio oggetto “don Usai e il privilegio di essere inquisito”. Da giorni la Rai dedica un servizio quotidiano all’assoluzione preventiva del direttore della comunità il Samaritano, un prete accusato di gravissimi reati. Dopo l’ennesimo sermone, oggi ho deciso di scrivere a qualcuno della redazione, con la sensazione che non gli sarà del tutto indifferente sentirsi rimproverare un po’. Mi piacerebbe avere un parere tuo e dei lettori del blog su un caso secondo me grave di uso a fini parzialissimi dell’informazione pubblica. Tra l’altro con una sfacciataggine inaudita.

    Ti ringrazio per l’attenzione e auguro buon anno a te e a tutto il blog.

    Maria Chiara Esposito

    Gentile Direttore e gentile Redazione,

    ormai da qualche giorno il vostro telegiornale riserva quotidianamente un servizio all’inchiesta che coinvolge don Usai della comunità Il Samaritano nell’accusa di sfruttamento della prostituzione e violenza sessuale.

    Si è, in base alla Costituzione, innocenti sino a prova contraria.

    Spero che quel sacerdote lo sia, come lo spero di altri accusati di reati. Ovviamente l’auspicio è che le indagini e soprattutto i processi portino all’accertamento della “verità”, o almeno di una versione dei fatti quanto più possibile corrispondente alla realtà.

    Avrei potuto, però, omettere queste prime righe e iniziare la mia mail direttamente così: come è possibile che il servizio pubblico conceda, e uso questo verbo non a caso, tanto spazio per affermare, addirittura per voce dello stesso giornalista autore del pezzo, l’innocenza di un cittadino indagato?

    Come è possibile mandare in onda servizi che iniziano con la lettura della parabola del buon Samaritano (!?) e terminano con le note di una musica commovente sopra l’immagine al rallenty del prete che cammina da solo, quasi a suggerire l’idea di una figura eroica, di un uomo solo nella cattiva sorte, di una vittima?

    Capisco che l’attività di quella comunità e del suo direttore ha un rilievo sociale primario, nel territorio in cui si trova e non solo, e quindi la notizia dell’inchiesta ha un interesse pubblico notevole, ma se ad essere accusato di simili reati fosse una persona qualunque (magari uno dei tanti Mohammed, Mustafa, Ibrahim arrestati quotidianamente per reati minori) e non un prete, sarebbe solamente pensabile una tale opera di difesa da parte di un telegiornale?

    Mi sembra ingiustificabile, ingiusto e intollerabile.

    E se don Usai fosse colpevole? E se ci fosse davvero qualche vittima di un reato da lui commesso?

    Tralascio le considerazioni sul fatto che il tg3 regionale appartiene al servizio pubblico. Aggiungo solo che mi è capitato per caso di guardare il telegiornale in questi giorni, dato che da anni a casa mia non ho un televisore. E questa vicenda mi conferma nella mia scelta.

    Vorrei una risposta a questa mail, perché nella Costituzione oltre al principio del diritto di difesa (che si esercita nelle sedi competenti) stanno anche quello di eguaglianza (se fossi accusata di un reato così grave, vorrei anche io avere la possibilità o il privilegio offerto a don Usai dalla Rai) e della libertà di informazione, che implica anche la libertà di chi l’informazione la riceve e il diritto ad un minimo di dignità della notizia.

    Cordialmente

    Maria Chiara Esposito

    http://vitobiolchini.wordpress.com/2011/01…che-ne-pensate/

    giovedì, 6 gennaio, 2011
    L’arcivescovo: «Stiamo vicino a don Usai»

    Oristano, monsignor Sanna ha incontrato il sarcerdote accusato di abusi sessuali. Colloquio nel convento dei frati Cappuccini, dove il fondatore della comunità «Il Samaritano» è agli arresti domiciliari

    ORISTANO. Si sono guardati negli occhi. Hanno parlato per diversi minuti, ma nessuno, se non i due protagonisti, conosce esattamente le parole che si sono scambiati. L’arcivescovo della diocesi oristanese, monsignor Ignazio Sanna, ha varcato ieri mattina attorno alle dieci la porta del convento dei frati Cappuccini, dove dal 28 dicembre è ai domiciliari il sacerdote don Giovanni Usai. Il fondatore della comunità per detenuti “Il Samaritano” di Arborea è accusato di abuso sessuale e di favoreggiamento della prostituzione, assieme a due cittadini nigeriani.
    È stato il primo incontro tra il massimo esponente delle gerarchie ecclesiastiche locali e don Giovanni Usai. Un colloqui atteso prima della fine di dicembre, ma arrivato solamente ieri dopo l’autorizzazione del magistrato.
    Al termine dell’incontro, è stata la stessa Curia a divulgarne parte del contenuto sia sul proprio sito ufficiale www.diocesioristano.it che su youtube, con un video girato dal sacerdote Ignazio Serra. Lo ha fatto attraverso una breve dichiarazione dell’arcivescovo, in cui monsignor Ignazio Sanna ha affermato di essersi comportato secondo «Il dovere di un padre verso il proprio figlio in difficoltà e in un momento di sofferenza. Bisogna stargli vicino – afferma l’arcivescovo -, io gli ho manifestato la mia solidarietà e la mia vicinanza». Poi un accenno alle condizioni spirituali di don Giovanni Usai: «È provato, ma ha fiducia e spirito di fede. Nel convento può concelebrare la messa assistito dai confratelli. Può vivere serenamente questa prova forte che il Signore gli ha dato».
    Poi il riferimento alla diocesi e l’appello rivolto ai confratelli: «Ci dobbiamo sentire come una famiglia – prosegue l’arcivescovo -, dove si condividono gioie e sofferenze». Quindi ha ribadito «vicinanza e solidarietà» a don Giovanni Usai, ricordando che «è importante nutrire questo sentimento di solidarietà». Parole di conforto che, in una giornata importante anche dal punto di vista giudiziario, fanno il paio con la mossa degli avvocati difensori, Anna Maria Uras e Francesco Pilloni. Mentre don Ignazio Sanna incontrava don Giovanni Usai, è stata depositata in cancelleria a Cagliari la richiesta di riesame della misura di custodia cautelare.
    La difesa, che aveva annunciato nei giorni scorsi di voler ricorrere contro il provvedimento degli arresti domiciliari, firmato dal giudice per le indagini preliminari Mauro Pusceddu su richiesta del pubblico ministero Diana Lecca che coordina l’inchiesta, ha fatto così la seconda mossa. La prima era stata compiuta il 31 dicembre con la lunga deposizione che don Giovanni aveva rilasciato allo stesso giudice. E la sostanza della richiesta di riesame ricalca e amplia la tesi che il sacerdote aveva evidenziato nell’interrogatorio di garanzia. Quella cioé di essere vittima di una sorta di complotto ordito ai suoi danni, probabilmente da chi non gradisce la presenza del Samaritano e le sue battaglie in favore dei più deboli. Entro 10 giorni, nuovi giudici dovranno dare una risposta. E dire se i testimoni sono affidabili oppure no.

    Da La Nuova Sardegna

    www.mosinforma.org/2011/l%E2%80%99a…don-usai%C2%BB/

    La chiesa difende don Usai.

    Di greg (del 10/01/2011

    La chiesa arborense difende don Giovanni Usai, e polemizza per “…il modo in cui è stato condotto a termine e reso pubblico l’arresto domiciliare” del sacerdote, responsabile della Comunità per il recupero di detenuti “Il Samaritano” di Arborea, accusato di violenza sessuale e favoreggiamento della prostituzione. L’ufficio stampa della diocesi ha reso noto un documento, diffuso dal Consiglio Presbiterale Arborense, l’organismo rappresentativo di tutti i sacerdoti della diocesi di Oristano, dove si esprime “…perplessità circa le modalità dell’arresto di don Usai, fermato all’aeroporto di Cagliari, al rientro dalla penisola, operazione resa nota in una conferenza stampa dal Comando provinciale dei carabinieri”. Nel comunicato, il Consiglio Presbiteriale fa presente che “…don Giovanni ha speso gran parte della sua vita e delle sue sostanze per testimoniare il suo indiscusso e concreto amore per i poveri e gli emarginati, manifestando un coraggio non comune nell’aver scelto di vivere in un ambiente quanto mai difficile, carico di rischi e di pericoli, noncurante delle critiche e delle denunce cui poteva andare incontro”. Il Consiglio Presbiteriale, inoltre, sottolinea che “…una grande carità cristiana e sacerdotale ha spinto don Usai ad essere un nuovo samaritano, seguendo le orme di Cristo, e a prendersi cura di innumerevoli fratelli e sorelle rifiutati e abbandonati ai bordi della nostra società, ospitati in una moderna struttura d’accoglienza, alternativa al carcere, sempre valutata positivamente e con ammirazione”. Quindi l’augurio perchè “…don Giovanni Usai possa veder riconosciuta la sua innocenza, possa superare questo momento doloroso attraverso la preghiera, possa veder restituita la libertà e riprendere, con rinnovato coraggio ed impegno, la sua attività pastorale”. Il Consiglio Presbiteriale Arborense, inoltre, “…esprime fiducia negli organismi della giustizia ed auspica che possano accertare, nel più breve tempo possibile, la veridicità sull’intera vicenda”.

    www.angeloporcheddu.it/dblog/storico.asp

    Gen11
    12011. CONSIGLIO PASTORALE MANIFESTA SOLIDARIETà A DON GIOVANNI USAI

    Il Consiglio Pastorale Diocesano esprime vicinanza e solidarietà a don Giovanni Usai in questo momento di grande sofferenza. Ne riconosce doti di coraggio, abnegazione e grande carità, poste senza risparmio a servizio dei più deboli ed emarginati. Questi hanno trovato sostegno nel cammino di recupero della propria dignità nella comunità guidata dal sacerdote del presbiterio oristanese. Il Consiglio Pastorale Diocesano auspica che in tempi brevi la magistratura possa far luce sulla vicenda che ha coinvolto don Usai e le attività da lui sostenute.

  • Arborea, via vai sospetto di ragazze, una nigeriana accusa don Usai

    Arborea, via vai sospetto di ragazze, una nigeriana accusa don Usai

    di Enrico Carta

    ARBOREA. Lo accusa una ragazza nigeriana. È lei che don Giovanni Usai, il sacerdote che gestisce la casa di accoglienza per ex detenuti “Il Samaritano”, avrebbe ricattato costringendola a una prestazione sessuale. In cambio avrebbe offerto un posto di lavoro a tempo indeterminato: in Italia è molto più che pane per un cittadino extracomunitario. E così, di fronte a quella che viene considerata una minaccia, la ragazza non avrebbe avuto scelta.

    Tra l’espulsione certa e una vita migliore avrebbe scelto la seconda, accontentando però il sacerdote. Sono le accuse, non le sole, che hanno portato alla misura cautelare – il prete è ai domiciliari in un edificio della Curia – emessa nei giorni scorsi dal giudice per le indagini preliminari Mauro Pusceddu su richiesta del sostituto procuratore Diana Lecca.

    Sono le accuse che convincono i carabinieri, che spiegano di aver fatto un accuratissimo lavoro di indagine. Sono le accuse che lasciano più che sgomento il mondo che ruota attorno a don Giovanni Usai. È incredula la Chiesa, sono increduli coloro che sino a due giorni fa lavoravano fianco a fianco con lui nelle campagne di Arborea.

    Sono increduli i tanti amici e conoscenti che il sacerdote di 67 anni di Assolo ha in tutta l’isola e che l’hanno conosciuto per la sua instancabile attività in favore dei più deboli.

    Eppure da queste accuse – oltre quella di abuso sessuale c’è anche quella di aver permesso che il centro Il Samaritano si trasformasse in una sorta di casa d’appuntamento -, don Giovanni Usai deve difendersi. Lo farà già questa mattina, assieme al cittadino nigeriano Alphonsus Eze (35 anni, arrestato martedì) accusato a sua volta di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, mentre un terzo nigeriano coinvolto nell’inchiesta e la cui identità non viene rivelata è al momento ricercato, perché su di lui pende un ordine di arresto del tribunale di Oristano.

    Alle dieci, i primi due saranno in tribunale per l’interrogatorio di garanzia, durante il quale è possibile che don Giovanni Usai risponda alle domande del giudice, anche perché i carabinieri che martedì mattina sono andati a prelevarlo all’aeroporto di Elmas, dove era appena sbarcato, hanno detto che si è dimostrato immediatamente collaborativo.

    E le domande e le spiegazioni da fornire saranno tante. I carabinieri del reparto operativo e quelli della stazione di Arborea hanno infatti avuto tempo e modo di raccogliere quelli che definiscono «elementi certi». È infatti dalle prime settimane dell’anno che controllano i movimenti all’interno del centro Il Samaritano, dove il via vai esagerato di persone ha destato più di un sospetto e dato fiato ad una serie di voci alle quali però in pochi davano credito.

    E allora sono stati intensificati i controlli e sono stati fatte numerose attività di indagine, sulle quali il colonnello Giuseppe Palma comandante provinciale dei carabinieri e il tenente Claudio Mauti, non hanno fornito particolari dettagli, probabilmente per non scoprire le carte dell’inchiesta. Intercettazioni, appostamenti, probabilmente anche qualche deposizione. Tutto alla fine avrebbe combaciato, sino alla decisione della magistratura di intervenire.

    C’era da fermare l’attività di prostituzione che ancora sarebbe andata avanti e che vedrebbe coinvolte sei ragazze nigeriane, ospiti della comunità.

    Hanno tra i venti e trent’anni e proprio nelle stanze del Samaritano, nel giardino della struttura e nelle campagne circostanti avrebbero venduto il loro corpo.

    «Don Giovanni Usai sapeva e avrebbe lasciato fare. In ogni caso è responsabile anche dal punto di vista penale di quel che accade all’interno della struttura, dove è bene ricordare che ci sono ex detenuti», sostengono i carabinieri. Che hanno anche riportato indietro le lancette e fatto risalire l’origine dei reati al 2005. In tutti questi anni il sacerdote avrebbe taciuto e chiuso tutti e due gli occhi per consentire agli altri due indagati di continuare a pretendere dalle ragazze i soldi pagati dai clienti.

    (30 dicembre 2010)

  • Vita, truffe e galere di Don Gelmini, il prete di Silvio accusato di pedofilia

    Vita, truffe e galere di Don Gelmini, il prete di Silvio accusato di pedofilia

    Di Massimo Mele – 29 Dicembre 2010

    Ieri l’ultima delle telefonate alla comunità incontro del discusso sacerdote. Da Roma al Vietnam, guai giudiziari di ogni genere, prima della tegola definitiva: rinvio a giudizio per abusi a minori.

    L’ultima occasione pubblica è stata ieri. A Natale, si sa, siamo tutti più buoni. E anche il premier, Silvio Berlusconi, per sentirsi migliore non esita a dedicare il suo natale a chi ha più bisogno: luogo prediletto per un saluto di vicinanza e di beneficienza è, da anni, la comunità Incontro di Don Piero Gelmini, ad Amelia, in Umbria. Se non di persona, almeno telefonicamente il presidente del Consiglio non rinuncia mai ad elogiare pubblicamente il lavoro dell’amico Piero.

    SIMILITUDINI – Ieri, per la seconda volta in due anni consecutivi, il Cavaliere ha scelto la comunicazione telefonica alla festa di Natale dell’associazione terapeutica che accoglie tossicodipendenti e sieropositivi nella campagna Umbria del paesino in provincia di Terni.

    Nel corso della telefonata Berlusconi non manca di divagare sul piano personale. Soprattutto, sugli attacchi che gli vengono rivolti in continuazione. «Cerco di imitarti — dice a don Gelmini — come tieni botta tu, tengo botta io. Se c’è qualcuno che è oggetto di diffamazione quotidiana sono io, mi hanno accusato di tutto, dalle stragi alla mafia». Ma è un motivo in più per non ritirarsi: «Non dobbiamo avere dubbi nell’andare avanti perchè deluderemmo tutti i nostri sostenitori, tutte le persone che hanno fiducia in noi».

    Così le parole della telefonata su Repubblica, e un parallelo davvero azzeccato: Berlusconi, come don Gelmini, “terrebbe botta” davanti ai reiterati attacchi di chi gli vorrebbe male. Di chi non avrebbe intenzione di lasciarlo in pace. E davvero, da Don Gelmini potrà trovare conforto, Berlusconi: se non altro perchè il sacerdote ha alle spalle una lunga sequela di guai con la giustizia, lunga quasi quanto quella del Premier. E’ fin dagli anni ‘70 il prete che svolge la meritoria attività di accogliere, indistintamente ed in tutto il mondo, diseredati, tossicodipendenti, sieropositivi, galeotti, ex-carcerati, per offrirgli l’occasione di una redenzione, di una nuova vita in comunità, un luogo in cui poter parlare liberamente dei propri problemi senza la paura di essere giudicati; ma accanto a tutto questo, don Gelmini è un cliente affezionato delle procure italiane. Un uomo in cui, come nell’abito talare, il bianco ed il nero si mischiano un po’.

    PADRE JAGUAR
     – E’ un vecchio articolo della Stampa, ripreso in tutte le salse dalla rete, a raccontarci l’identikit di don Piero Gelmini. Si era nei favolosi anni ‘70, ma la vita pubblica del sacerdote, allora, era appena iniziata.

    C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa. E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico. Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino. Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».

    Così Francesco Grignetti sul quotidiano torinese ripercorre i primi anni della vita di “Padre Jaguar”. Fratello, come abbiamo visto, di un altro sacerdote, quel padre Eligio che lo accompagnerà anche in alcune vicende giudiziarie ma che, come si apprende, era di casa nel jet-set del pallone italiano. Dalla sua casa di viale Vaticano, in cui abitava in quanto segretario di un alto cardinale, dopo l’incontro con questo tale Alfredo Nunzi, si trasferisce nella periferia residenziale di Roma, all’Infernetto.

    Mise, quindi, progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituirono l’ossatura e un’iniziale struttura organizzativa della Comunità Incontro. Si passava, così, dalla semplice attenzione al singolo all’elaborazione di un programma comunitario. Con l’apertura del Centro di Mulino Silla, il 27 settembre 1979, nasceva la prima realtà che darà l’impronta a tutti i Centri successivi. Attualmente, sono circa 200 le comunità presenti in tutte le regioni d’Italia e all’estero (Spagna, Thailandia, Canada, Bolivia, Costa Rica, Francia, Svizzera, Slovenia, Brasile, Stati Uniti).

    Così, riassuntivamente, la sua pagina di Wikipedia.

    GIRI POCO CHIARI – Ma mentre la sua attività umanitaria prendeva le prime mosse, continuava con ben altra caratura la vita pubblica e politica. Agganci importanti, referenti istituzionali, amicizie con politici e col bel mondo dei palazzi romani, affari, soldi che girano: dopo la scoperta di una Sudamerica-connection, le accuse della magistratura non tarderanno ad arrivare.

    All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita. I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura. Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione.

    Via di corsa dunque: destinazione, il sud-est asiatico, dove si poteva dare una mano a diseredati dalla guerra vietnamita e, quando avanzava tempo, anche truffare la famiglia presidenziale.

    Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».

    IN GALERA – Gelmini dunque, non riesce a stare fermo, e ovunque va finisce sulle prime pagine dei giornali per cause non sempre limpidissime. Fallita l’esperienza vietnamita, capisce che forse il gioco non vale la candela e che il suo paese lo chiama. Torna in Italia e affronta le conseguenze delle sue azioni precedenti all’espatrio.

    Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie. Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.

    Insomma, fin dalla carcerazione all’inizio degli anni ‘70 si iniziano a manifestare pubblicamente alcune sue tendenze: diciamo che il prelato avrebbe avuto difficoltà a restare dentro i ranghi del voto di continenza sessuale. Il direttore del carcere, imbarazzato, ogni tanto disponeva a suo danno l’isolamento. Tornato in libertà, e scontata anche la pena ecclesiale, don Gelmini finisce di nuovo in carcere insieme al fratello, questa volta, per una storia di traffico di beni alimentari con l’Africa che poi risultò infondata. Ma il nome di Gelmini era ormai di dominio pubblico, e per il prete pensò che forse era il caso di tornare a dedicarsi all’attività umanitaria.

    INCONTRO – E’ la creazione della comunità Incontro

    Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera». Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità.

    Fondata la comunità, le polemiche intorno a padre Gelmini si arrestano? Neanche per sogno: nonostante la concessione quarantennale da parte del Comune, la comunità Incontro inizia ad espandersi in maniera incontrollata e non sempre legale. Abusi edilizi, la nuova grana in cui Gelmini si infila, tanto che finisce in contenzioso addirittura col comune della cittadina umbra. Il decreto che disponeva l’invio degli atti alla procura venne firmato dall’allora sindaco della cittadina umbra: Luciano Lama, il grande segretario della CGIL del 1977. Si era, al tempo dell’illecito urbanistico, all’inizio degli anni 90.

    Per una buona mezz’ ora Luciano Lama, senatore della Quercia, rinuncia al conforto della pipa. E parla senza pause. Parla e spiega come, da sindaco di Amelia, poltrona che ricopre da tre anni, sia balzato in sella a una mini-crociata “mani pulite” con la determinazione militante di un vecchio leone che non depone le armi. Lo scenario è da Peppone e don Camillo, ma stavolta, nella disfida, non tira aria di ricomposizione pacifica. Dall’ altra parte della barricata, c’ è don Pierino Gelmini, che governa una specie di città dentro la città, quella che ospita ben otto comunità per tossicodipendenti nel solo comune umbro di Amelia (targate Gelmini, sono 150 in Italia, qualche decina nel mondo). Lama ha denunciato il prete per abuso edilizio e ha scelto di firmare personalmente l’ atto d’ accusa, che poteva essere siglato da un semplice funzionario. “Quell’ uomo – sentenzia – gode di tali protezioni che non ho voluto consegnare ad altri la responsabilità di spedire gli atti in procura”, dice. La vicenda, la racconta lui stesso. “A seguito di un’ indagine dell’ ufficio tecnico, abbiamo scoperto che don Gelmini ha realizzato alcune opere senza licenza edilizia: un campo sportivo, una mensa, l’ allargamento di una strada con abbattimento di alberi, lo spostamento di alcuni muri di sostegno. Il tutto in un podere, quello di Cenciolello, che tredici anni fa il comune gli affidò in comodato, quindi gratis. Poi abbiamo deciso di vendere, e si sono spulciate le carte che prima non si era tenuti a verificare. Risultato: quelle licenze potevano benissimo essere autorizzate, però il prete se n’ è ben guardato di chiederle con prassi regolare. E sa perché? Perché si sente onnipotente e intoccabile”. La denuncia era obbligatoria. Ma è stata lo show down di anni di frizioni tra Amelia e il suo “scomodo” ospite. I quasi mille ex drogati, il 70 per cento dei quali sieropositivi o già ammalati di Aids, sfiorano infatti il dieci per cento della popolazione del comune e suscitano reazioni di rigetto da parte della gente infastidita di vederli circolare liberamente. L’ anno scorso, duecento genitori insorsero perché due bambini sieropositivi furono iscritti alla scuola pubblica. Alcune famiglie minacciarono di ritirare i propri figli. “Ma la gente si irrita soprattutto per l’ invadenza del personaggio e per la sua ‘ disinvoltura’ affaristica – nota Lama, col fervore di un paladino dei deboli contro un potente che non ha mai nascosto le sue simpatie craxiane -. Don Gelmini ha soldi in quantità. Lo Stato e la Regione lo foraggiano, e ci sono i cospicui lasciti dei privati. Così apre cantieri che il bilancio del comune neppure si sogna. Prenda Silla, alle porte di Amelia. Una città “gelminiana”. Lì sorgerà il centro internazionale delle comunità ‘ Incontro’ . Un investimento immobiliare imponente. Si dice anche che il prete abbia messo gli occhi sul vecchio carcere in disuso, proprio di fronte al municipio, dove andranno i drogati col trattamento di semilibertà previsto dalla legge. E appena dieci giorni fa ha acquistato il monastero di Santa Monica (700 milioni) dove ha fatto sapere che abiteranno dieci suore. In realtà, sembra che ci finiranno alcuni suoi ex ospiti che continuano a collaborare come istruttori della comunità. Un specie di albergo di lusso. Le altre comunità, come ‘ Abele’ , funzionano benissimo senza questa frenesia del mattone. Ad Amelia rischia invece di incrinarsi la pace sociale davanti a un signore che fa quel che gli pare. E, badi, non c’ è nessuna intenzione persecutoria da parte nostra. Tant’ è che abbiamo già dato via libera a 60 mila metri quadri di cemento.

    Così raccontava la storia la Repubblica.

    LA POLITICA – Le amicizie con la politica, dunque, per la prima volta saltano fuori nel discorso pubblico che riguarda don Gelmini da Amelia. E ricordiamocele, perchè ci torneranno utili fra pochissimo: salteranno di nuovo fuori nel luogo più inimmaginabile. Intanto la segnalazione di illecito urbanistico cammina, e don Gelmini finisce sotto l’inchiesta formale che la procura apre.

    Il fondatore della comunità “Incontro” è finito sotto inchiesta perchè è vicepresidente della cooperativa “Terra nostra”, una delle tante create dai suoi ragazzi impegnati anche in varie attività per uscire dal tunnel della droga. Analogo provvedimento è stato preso anche nei confronti del presidente della società Claudio Legramante. La cooperativa, secondo la denuncia presentata dal Comune, avrebbe realizzato abusivamente un campo di calcio, un forno, costruzioni ad uso abitativo, scale e viali lastricati, una rimessa per attrezzi agricoli, alcuni muretti e, sempre in località Cenciolello, risulterebbe non in regola l’ installazione di alcuni prefabbricati destinati a cucine e refettori. Don Pierino Gelmini per queste costruzioni aveva a suo tempo presentato tutte le richieste di autorizzazione necessarie. Ma in Comune furono respinte. Venerdì il magistrato compirà un primo sopralluogo nella zona delle costruzioni abusive.

    Ma forse erano stati i ragazzi ad essersi allargati un po’ troppo, e Gelmini era responsabile solo in veste strettamente formale. D’altronde, la comunità Incontro era diventata ormai un’istituzione che accoglieva centinaia di uomini e donne in difficoltà, gli spazi iniziavano a servire, e qualcuno evidentemente per gettare il cemento non aveva aspettato tutte le autorizzazioni necessarie. Ma insomma, fosse stato solo questo il problema: le questioni serie, e serie davvero, stavano per arrivare.

    ABUSI SESSUALI – Don Gelmini è stato di recente rinviato a giudizio per casi di pedofilia e abusi sessuali all’interno della comunità Incontro. Sono oltre 12 le persone che lo accusano, alcune delle quali minorenni al tempo del fatto: secondo chi si pretende vittima, il prete avrebbe abusato del proprio carisma e della propria autorità per costringere gli ospiti della sua struttura a tribiutargli le attenzioni che lui chiedeva. Nel corso delle indagini preliminari, oltre 10 persone accettano di sottoporsi all’incidente probatorio, in modo che la loro deposizione possa essere cristallizzata e utilizzata come prova indiscutibile.

    Una decina di ragazzi sarebbero stati costretti a subire le sue attenzioni, obbligati a soddisfare i suoi desideri particolari. Tra loro, anche due giovani che all’epoca dei fatti erano minorenni. La Procura di Terni chiede il rinvio a giudizio di don Pierino Gelmini. Un anno dopo l’avvio degli accertamenti sul suo conto, sollecita il processo per il fondatore della comunità Incontro per violenza sessuale. I magistrati ritengono dunque attendibili i racconti di quegli ospiti della struttura di Amelia, in Umbria, che cercavano di uscire dalla tossicodipendenza e hanno affermato di essere stati «molestati, palpeggiati, costretti ad atti sessuali». E chiedono che vengano giudicati anche i collaboratori più stretti, Giampaolo Nicolasi e Pierluigi La Rocca. Li accusano di favoreggiamento per aver tentato di convincere i testimoni a ritrattare. «Pressioni in cambio di soldi », dice l’accusa. E per sostenere la fondatezza di questa circostanza elenca i viaggi e i contatti con le presunte parti lese. Ma chiede anche il processo per Patrizia Guarino, la madre di uno dei ragazzi che avrebbe subito le violenze. La donna avrebbe avvertito don Gelmini delle indagini in corso e avrebbe poi accettato denaro per condizionare il figlio. In particolare è stata trovata traccia di un vaglia online di 500 euro. A mettere nei guai il sacerdote sono state le testimonianze di oltre trenta persone che hanno raccontato come don Gelmini li chiamasse nella sua stanza e poi li inducesse a partecipare a giochi erotici. Ma poi si è deciso di inserire nel capo di imputazione soltanto gli episodi che, secondo l’accusa, «erano certamente provati».

    Piccoli favori, pochi spiccioli in denaro, storie ovattate di comunità di recupero, tu dai a me, io do a te: dai, su, che sarà mai.

    AIUTATI CHE DIO T’AIUTA – E invece qualcuno si risente. Anche perchè don Gelmini, per convincere i suoi ospiti a concedersi a lui, metteva sul banco da vendita utilità di ogni genere: e vista l’eterogeneità dei suoi ospiti, qualche piatto ricco che poteva convincerli c’era sempre. Come la promessa, fatta magari a qualche detenuto in attesa di giudizio affidato alla sua comunità, o qualche arrestato ai domiciliari presso Incontro, di oliare le rotelle giuste per favorirlo.

    Nelle carte depositate al termine delle indagini c’è il verbale di Michele Iacobbi, 34 anni, il principale accusatore di don Pierino, che all’epoca era agli arresti domiciliari presso la comunità. È stato lui a presentare la prima denuncia. E ha accusato il sacerdote di aver sfruttato anche le sue amicizie politiche per convincere lui e gli altri giovani tossicodipendenti a soddisfare le proprie esigenze. «Mi disse — ha messo a verbale Iacobbi — che siccome io ero accusato di mafia lui poteva parlare con Berlusconi, con Taviani e anche con l’ex senatore Imposimato per farmi avere una pena più lieve». La sua testimonianza è stata ritenuta pienamente attendibile e nel capo di imputazione a don Gelmini viene contestato di aver violentato i ragazzi «minacciando di avvalersi della sua autorità e della conoscenza di numerosi personaggi politici influenti e promettendo favori tramite dette conoscenze». Una tesi che il difensore Filippo Dinacci ha contestato nella sua memoria sottolineando la «completa infondatezza delle denunce presentate».

    Il processo per don Gelmini, rinviato a giudizio dalla procura che ha giudicato queste prove sufficienti per aprire una vicenda processuale, comincerà nel marzo prossimo. Il prete incassa la solidarietà di Silvio Berlusconi, che, assimilandolo a lui, lo considera un perseguitato dalle toghe rosse “che lo accusano di tutto”. Ad accusarlo, in verità, sono gli ospiti della sua comunità che si affermano vittime delle sue attenzioni illecite. Ma difendere un compagno di politica, per il centrodestra italiano, sembra essere prioritario.

    Al sacerdote è giunto il sostegno del centrodestra, schieramento per il quale era da tempo un punto di riferimento. “In Italia e in ogni parte del mondo centinaia di migliaia di ragazzi e di famiglie ritrovano la vita e il sorriso grazie all’opera infaticabile di don Pierino Gelmini”, ha detto il deputato di An Maurizio Gasparri, la cui “devozione nei confronti di uno dei pochi eroi civili del nostro tempo è convinta e totale”. L’Udc Luca Volontè ha parlato di “furore anticattolico” e ha invitato il ministro della Giustizia Mastella a inviare degli ispettori nella procura di Terni. Vladimir Luxuria, deputata di Rifondazione Comunista, ha invece chiesto di “non fare assoluzioni preventive” e di non “assolvere una persona indagata per reati così gravi solo perché è un sacerdote”.

    Così le dichiarazioni degli esponenti politici al tempo dell’apertura delle indagini su Gelmini. Maurizio Gasparri era stato il presidente del comitato dei festeggiamenti per gli 80 anni del sacerdote. Silvio Berlusconi, lo abbiamo visto, lo chiama ogni anno per dargli solidarietà. Alle sue vittime, forse, penseranno i giudici, prima di essere investiti dall’ennesima accusa di essere toghe politicizzate che usano le loro funzioni per colpire gli avversari politici. L’assoluzione politica per il prete che ammoniva contro l’invasione dell’Islam ai danni dell’Europa nei convegni di Alleanza Nazionale è invece già stata assicurata.

    Da Giornalettismo.com

  • Pedofilia/ “Canonico rosso” belga Houtart ammette abusi su minore

    Pedofilia/ “Canonico rosso” belga Houtart ammette abusi su minore

    16:46 – ESTERI- 29 DIC 2010

    Confessione su quotidiano Le Soir: Commessi 40 anni fa su cugino
    Bruxelles, 29 dic. (TMNews) – Francois Houtart, considerato il “papa” belga della sinistra, fautore dell’altermondialismo, ha confessato di aver abusato, 40 anni fa, di un cugino minorenne. Lo rivela lo stesso sacerdote, in una lettera inviata al quotidiano belga “Le Soir” e pubblicata oggi. Il teologo e sociologo 85enne, fondatore dell’organizzazione non governativa Centro Tricontinental, ha ammesso di essere uno dei sacerdoti descritti in una delle 475 testimonianze di abusi raccolti nella primavera scorsa dalla commissione Adriaenssens, istituita per fare luce sui casi di pedofilia nella chiesa belga. Nell’ottobre scorso, dopo che migliaia di sostenitori di Houtart in 74 Paesi aveva avanzato la sua candidatura per il premio Noble per la pace 2011, la sorella della vittima del canonico, ha inviato una lettera all’organizzazione denunciando gli abusi commessi 40 anni prima dal sacerdote, ha riferito Bernard Duterme, direttore del Cetri. Houtart ha dichiarato a “Le Soir” di essere “personalmente turbato” dall’incidente “dal momento che ero consapevole della contraddizione che rappresentava con la mia fede cristiana e con la mia funzione di prete”. Il canonico ha detto di essere pronto a “rinunciare al sacerdozio” e ad assumersi tutte le conseguenze delle sue azioni. Il sacerdote ha anche chiesto la sospensione della campagna a favore della sua candidatura al premio Nobel.

  • Berlusconi chiama l’ex prete Gelmini, sotto accusa per pedofilia

    Berlusconi chiama l’ex prete Gelmini, sotto accusa per pedofilia

    Berlusconi chiama l’ex prete Gelmini, sotto accusa per pedofilia
    di Redazione

    Berlusconi e Pierino Gelmini Silvio Berlusconi telefona a (ex don) Pierino Gelmini annunciando polemiche politiche di varia natura. Tutti i media ne parlano. Non tutti i media raccontano che Pierino Gelmini è stato costretto a spretarsi. Che è stato rinviato a giudizio per molestie sessuali nei confronti di minori. Che è uno di quei preti tanto discussi accusati di pedofilia. Che a breve si capirà se sarà condannato dalla magistratura italiana. Nel frattempo il premier, il Tg1, i sodali di Mediaset occultano i fatti. Noi speriamo invece che la rete faccia girare la verità, la diffonda, non la occulti. (ex don) Pierino Gelmini è un personaggio a cui (se confermate le prime risultanze processuali) non affideremmo i nostri figli. Berlusconi vi si affida invece per lanciare messaggi agli italiani. Evidentemente per Silvio la molestia sessuale non è il più grave dei crimini possibili.

    Perché la Chiesa – dei gerarchi e di base – tace? Perché non suggerisce a Berlusconi di cercarsi preti meno chiacchierati a cui telefonare? Forse perché le comunità di Gelmini sono un luogo di raccolta di denaro e di politici di prim’ordine?

    (26 dicembre 2010)