Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: chiesa

  • Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

    Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

    41794 ROMA-ADISTA. Una «riproduzione quasi in scala 1:1 del meccanismo di copertura che la Chiesa offre ai sacerdoti che sbagliano»; un filo che risale da un prete a un vescovo fino al papa: è il contenuto di “La confessione”, un podcast su Spotify in sette puntate prodotto da tre giornalisti: Stefano Feltri, già direttore di Domani, Giorgio Meletti (anch’egli in passato a Domani) e Federica Tourn, che sulla stessa testata ha raccontato diverse vicende legate al tema degli abusi nella Chiesa cattolica. Un podcast che è stato presentato a Roma alla sede della Federazione nazionale della stampa italiana a pochi giorni dalla sentenza del processo in primo grado contro il prete di Enna don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione per tentata violenza sessuale e violenza su minori di 16 anni, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado (v. Adista Notizie n. 10/24). Ma che ora, paradossalmente, è stato autorizzato dal Tribunale di Enna a rientrare in città, tra i “suoi” ragazzi e le sue vittime, da Ferrara, dove ha scontato gli arresti domiciliari, perché, «fatta salva la gravità dei fatti contestati, l’esaurimento dell’attività istruttoria ha fatto venire meno le esigenze cautelari alla base dell’adozione del divieto di dimora nel Comune di Enna e non si ravvisano, allo stato, ragioni idonee a giustificare il prolungarsi della restrizione della libertà di movimento dell’imputato».

    A partecipare alla presentazione del podcast, oltre ai giornalisti, Antonio Messina, sopravvissuto agli abusi di don Rugolo, la sua avvocata Eleanna Parasiliti Molica e la giornalista, corrispondente da Enna dell’Ansa, Pierelisa Rizzo, che ha seguito tutta la vicenda. Presente moralmente anche la Rete L’Abuso, unica associazione che con il suo presidente Francesco Zanardi si era costituita parte civile nel processo, «senza il cui lavoro – ha sottolineato Tourn – non avremmo mai conosciuto i casi di abuso», e alla quale è stato riconosciuto parte del risarcimento cui è stata condannata in solido la diocesi.

    Allo scoperto il sistema di copertura dell’abuso

    La confessione cui fa riferimento il titolo del podcast è quella di mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina (sotto cui ricade Enna), coprotagonista della vicenda, che nel corso di una conversazione telefonica con Rugolo, intercettata e messa agli atti, ammette di aver «insabbiato la storia». Un elemento che consente di fare un corposo passo avanti nel lavoro giornalistico di denuncia del sistema, che oggi consente di rispondere «alla domanda sul perché in Italia non scoppia uno scandalo sugli abusi nella Chiesa», introduce Feltri. Il fatto è che, «a fronte di tante cose che già sappiamo, nessuno unisce i puntini». Qui invece, per la prima volta, «abbiamo non solo le parole della vittima che coraggiosamente ha denunciato e ci ha messo dieci anni a farsi dare ragione», ma anche, grazie agli audio messi agli atti e ora nella disponibilità delle parti, «il sistema di copertura degli abusi raccontato da loro, dai preti, dal vescovo»: un vescovo in carica che riconosce di aver insabbiato, che dice di poter contare su un appoggio di papa Francesco in virtù di un misterioso favore fattogli, amici preti di don Rugolo che fanno quadrato intorno a lui, un prete a Ferrara (dove Rugolo, secondo il classico schema di autoprotezione della Chiesa dagli scandali, viene trasferito) che dice ai parrocchiani di non parlare coi giornalisti, gli abusi derubricati da Gisana a atti goliardici: «È una cultura aziendale», afferma Feltri, «la strategia messa in atto quando si vuole mascherare lo scandalo e si imbroglia sui conti».

    Oltre alle intercettazioni telefoniche ci sono audio registrati dalle parti per proteggersi (anche da don Rugolo, in un lungo dialogo con il vescovo), finiti agli atti. Ma c’è anche il saluto del papa a una delegazione di Gela il giorno prima della requisitoria del pm, a novembre scorso, in cui Francesco difende pubblicamente il vescovo Gisana: cose che succedevano, commenta Feltri, «quando c’era Berlusconi in politica e si muovevano le cose a ridosso dei suoi processi e tutti noi facevamo due più due». «Il papa – prosegue Feltri – non trova il tempo per rispondere alla lettera che gli ha scritto Antonio, ma per difendere il vescovo».

    «Una stupidata da ragazzotto»

    Gli audio ora a disposizione delle parti, materia del podcast, permettono di cogliere gravi disfunzioni, collusioni, omertà, distorsione della realtà da parte della Chiesa istituzionale. Gisana giustifica Rugolo definendone gli abusi «una stupidata da ragazzotto», dice di aver coperto le spese di Rugolo con i soldi dell’otto per mille, parla di «impeto demoniaco» riferendosi a Antonio e alla sua famiglia. Con i genitori di Antonio, il vescovo vanta un “credito” con il papa. I giornalisti hanno ricostruito la vicenda: nel 2017 Gisana aveva presieduto una commissione speciale ad hoc sul cappuccino Giovanni Salonia, accusato di abuso sessuale da due suore in sede civile all’indomani della propria nomina a vescovo ausiliare di Palermo. La sua consacrazione viene annullata sotto la parvenza di una rinuncia volontaria a fronte di “calunnie”, e Gisana, incaricato dal papa, nella veste di giudice-inquirente per un «supplemento di indagine», proscioglie Salonia dalle accuse. Tutto a posto, dunque, tanto che il 6 novembre 2023 il papa dice pubblicamente di Gisana a una delegazione di Gela: «Bravo questo vescovo, molto bravo, è un vescovo giusto. In tanti l’hanno calunniato, ma lui sempre giusto, sempre retto». Un intervento recepito molto negativamente: «Abbiamo compreso – ha detto Parasiliti – di essere entrati una cosa che era molto più grande di noi, perché era un intervento del pontefice che aveva tutte le sembianze di una dichiarazione tesa a condizionare l’esito di un processo».

    Il secondo abuso

    Antonio racconta come ha vissuto tutta la vicenda: «C’è stato un altro abuso, quello che ho ricevuto dal vescovo dalla diocesi per non essere creduto». E racconta la sua delusione e la sua sfiducia: «All’inizio ero convinto che si potesse ottenere giustizia nella Chiesa, ma quando Gisana disse che in questo caso c’erano poche vittime, come se la gravità si misurasse sulla quantità degli abusi perpetrati, compresi che non c’era più alcuna strada da percorrere. Sino a quando addirittura arrivammo a discutere solo di faccende di natura economica», con «l’offerta di 25mila euro in contanti con clausola di riservatezza, per mettermi a tacere e permettere al sacerdote di rientrare nella sua comunità parrocchiale, cosa che io chiaramente non ho mai accettato». Anche la sua lettera a papa Francesco non ha avuto mai risposta. Quanto al piano politico, «non so se le istituzioni sono ancora pronte ad affrontare tematiche di questo genere – dice – soprattutto in realtà territoriali come queste dove le istituzioni sono profondamente legate alla presenza radicata nel territorio della chiesa. E in Parlamento non mi risulta che queste tematiche vengano attenzionate».

    Il processo è stato una via crucis anche per la giornalista dell’Ansa Pierelisa Rizzo, che ha avuto tre denunce per diffamazione. «Ho affrontato questo processo da sola. Ho seguito fuori dall’aula del tribunale di Enna ventidue udienze. È partito come processo a porte chiuse (come si fa per i processi per violenza sessuale, per proteggere Antonio) e nemmeno in seguito siamo più riusciti a fare aprire quella porta. Sono diventata facile bersaglio», fino a essere «controllata in chiesa dalla polizia durante la festa della patrona», dove era insieme all’avvocata Parasiliti e ad Antonio «perché temevano un atto dimostrativo». «Sono certa che, se non l’avessimo raccontato, questa storia avrebbe avuto un altro esito. Quindi la stampa tutela anche chi lavora, chi ha denunciato e chi ha avuto il coraggio di metterci la faccia».

    Conviene con Rizzo l’avvocata Parasiliti: «Questa attenzione è stata per me una forma di protezione. In questi anni noi abbiamo temuto per noi e per le nostre famiglie, perché il clima di ostilità che abbiamo registrato è senza precedenti. Non è stato un processo normale, perché non è normale attaccare l’avvocato che svolge una professione e che in aula svolge un ruolo che attiene alla tutela della giurisdizione». «Questa è una sentenza importante – ha aggiunto – perché scrive finalmente la parola condanna su un sistema abusante». «Il tentativo di minimizzare e banalizzare è stato presente durante tutto il corso del processo, abbiamo sentito più volte ripetere la parola “goliardia”, paragonando l’abuso al gesto goliardico sdoganato da Roberto Benigni che lo aveva praticato nei confronti di Pippo Baudo durante un Festival di Sanremo. Ora bisogna andare avanti, fino in fondo, anche con l’ipotesi della detenzione di materiale pedopornografico».

    «Questo è un sistema, non una vicenda individuale», ha continuato: «Lo dice anche la sentenza che ha condannato la diocesi in solido a essere responsabile per la parte civile. Non è la mela marcia ma il cestino di mele marce».

    Qual è l’atteggiamento della Chiesa italiana? «Il card. Zuppi mi ha detto che non ha mai seguito il caso, che non ne sapeva niente», afferma Tourn, ma questo «non è vero», aggiunge Feltri: «Quando ho intervistato Zuppi un anno fa alla festa di Domani ha detto che avevamo scritto cose false sul caso Rugolo». Non è un caso che nel primo report della Cei sugli abusi mancassero i dati della diocesi di Piazza Armerina: «Il card. Zuppi sa perfettamente di cosa parliamo».

    Nella vicenda, insomma c’è più di un vulnus. Tecnicamente, per quanto incredibile, se c’è un prete abusatore il problema è del vescovo, ma se il vescovo copre l’abuso, non è un problema della Cei perché i vescovi, sugli abusi, rispondono al papa. E poi la pena accessoria è sospesa fino al passaggio in giudicato della sentenza, ma l’interdizione opererà esclusivamente per quanto attiene agli incarichi conferiti da autorità dello Stato italiano. Se non c’è un provvedimento interdittivo da parte dell’autorità ecclesiastica Rugolo potrebbe continuare a avere contatti con minori nell’ambito di istituzioni che non sono regolate dalla legge dello Stato italiano».

    https://www.adista.it/articolo/71587

  • Denunciano che il segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori ha coperto un prete colombiano

    Denunciano che il segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori ha coperto un prete colombiano

    Luis Manuel Alí , il nuovo segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha coperto un sacerdote colombiano. Lo ha ammesso in una comunicazione con questo corrispondente il 15 settembre 2023, riconoscendo di non aver mai informato la Procura Generale del caso di José de Jesús Amaya León , superiore generale dei Missionari Eudisti.

  • Enna, il giovane che ha denunciato gli abusi del prete è stato aggredito dal socio di una confraternita

    Enna, il giovane che ha denunciato gli abusi del prete è stato aggredito dal socio di una confraternita

    Il giovane archeologo che ha denunciato gli abusi subiti da don Giuseppe Rugolo a Enna è stato attaccato e insultato sulla scalinata della chiesa Madre. Ad aggredirlo sarebbe stato un sedicente appartenente alla confraternita della Maria Santissima della visitazione. L’episodio è avvenuto mentre il ragazzo stava rilasciando una intervista davanti a una troupe giornalistica.

    Stando a quanto è stato ricostruito, l’uomo si sarebbe avvicinato al giovane e avrebbe iniziato a inveire contro di lui. A bloccarlo e farlo allontanare sarebbero stati il giornalista Jerry Italia, che stava intervistando l’archeologo, e anche un passante. L’aggressione che è avvenuta all’indomani della notizia della revoca della misura cautelare che impediva a Rugolo – già condannato in primo grado a quattro anni e sei mesi per violenza sessuale aggravata ai danni di minori – di rientrare ad Enna decisa dal tribunale. Da anni, il sacerdote è stato trasferito a Ferrara (in Emilia-Romagna), dove risiedono i suoi familiari.

    «I nostri timori – dice l’avvocata Eleanna Parasiliti Molica che assiste la vittima e che si era opposta alla richiesta di revoca della misura cautelare avanzata dai difensori del prete – erano fondati. Il rientro di Rugolo a Enna sta facendo crescere la tensione. Temiamo per la vittima – aggiunge la legale – ma anche per tutte le persone che si sono occupate di questo caso». Il 30enne, per questo episodio che è stato anche ripreso dalle telecamere, presenterà una segnalazione alla polizia. Il ragazzo era anche stato denunciato per diffamazione dal sacerdote insieme a quattro giornalisti e al presidente di Rete l’Abuso Francesco Zanardi. Tutte le querele sono state ritenute infondate da tutte le procure, ma i legali del sacerdote hanno presentato opposizione. Il 19 e il 21 marzo a comparire davanti al giudice per le indagini preliminari sarà la giornalista Pierelisa Rizzo.

    Enna, il giovane che ha denunciato gli abusi del prete è stato aggredito dal socio di una confraternita

  • Il Papa scambia i leader alla commissione abusi, mesi dopo i rapporti sui rapporti finanziari del prete

    Il Papa scambia i leader alla commissione abusi, mesi dopo i rapporti sui rapporti finanziari del prete

    Papa Francesco il 15 marzo ha nominato una nuova leadership alla sua commissione papale sugli abusi sessuali del clero, nominando un prelato colombiano e un ex funzionario della conferenza episcopale degli Stati Uniti per gestire le operazioni quotidiane del gruppo.

    Il cambio di leadership segue le dimissioni di uno dei membri più importanti della commissione e arriva mesi dopo che i rapporti sui precedenti rapporti finanziari del segretario uscente hanno sollevato dubbi sulla sua idoneità a guidare un gruppo incaricato di promuovere le migliori pratiche per prevenire comportamenti scorretti e abusi.

    Oblato p. Andrew Small, con doppia cittadinanza britannica e statunitense, dal 2021 prestava servizio ad interim come funzionario n. 2 presso la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Gli succederà mons. Luis Manuel Alí Herrera, attualmente vescovo ausiliare di Bogotá , Colombia, che Francesco ha nominato nuovo segretario del gruppo.

    Alí, uno psicologo, è già stato membro della commissione. Dal 2022 è segretario generale della Conferenza episcopale colombiana. 

    Al fianco di Herrera ci sarà Teresa Kettelkamp, ​​ex funzionaria delle forze dell’ordine statunitensi che in precedenza ha guidato l’ufficio per la protezione dell’infanzia e della gioventù per i vescovi statunitensi. Kettelkamp, ​​che Francis ha nominato segretario aggiunto, è membro della commissione dal 2018. 

    Il cardinale di Boston Sean O’Malley, che è stato presidente della commissione sin dalla sua creazione da parte di Francesco nel 2014 , rimane in quel ruolo. Il suo mandato dovrebbe concludersi a giugno, quando O’Malley raggiungerà gli 80 anni, l’età pensionabile obbligatoria per i vescovi cattolici.

    In una dichiarazione, O’Malley ha affermato che Ali è attualmente il membro più longevo della commissione e che Kettelkamp aveva precedentemente guidato uno dei più grandi uffici di tutela nazionale nella chiesa statunitense. 

    “Come membri della Commissione da molti anni, riflettono una forte attenzione alla continuità del lavoro e dell’agenda della Commissione sin dalla sua espansione nel 2022”, ha affermato O’Malley. “Sono ben conosciuti nella comunità dei professionisti della tutela e sono fiducioso che porteranno un approccio basato sul lavoro di squadra al nostro lavoro comune.”

    Il cardinale ha anche elogiato quella che ha definito “visione e tenacia” di Small nel suo lavoro per la commissione.

    Le domande hanno turbinato sul futuro di Small per quasi un anno, dopo che un’indagine dell’Associated Press nel maggio 2023 ha rivelato dettagli di operazioni finanziarie da lui intraprese nel suo precedente ruolo di direttore nazionale di un’organizzazione cattolica negli Stati Uniti incaricata di indirizzare denaro verso le missioni della chiesa in paesi in via di sviluppo.

    Il rapporto descrive in dettaglio il trasferimento di almeno 17 milioni di dollari dalle Pontificie Opere Missionarie a un’operazione di investimento ad impatto creata da Small. Inizialmente il sacerdote aveva continuato a dirigere quell’operazione mentre prestava servizio in Vaticano.

    Small ha negato qualsiasi illecito finanziario e non ha risposto alle richieste di commenti di NCR lo scorso anno in merito al rapporto.

    La situazione della commissione ha suscitato indignazione da parte di numerosi importanti sopravvissuti agli abusi e dei loro sostenitori, inclusi ex membri della commissione vaticana sugli abusi. Almeno uno di questi membri ha chiesto un’indagine interna sui rapporti finanziari di Small.

    Tre giorni dopo la pubblicazione del rapporto iniziale dell’AP su Small, Francesco è uscito dal copione parlando a un raduno di raccoglitori di fondi missionari del Vaticano per mettere in guardia dal rischio di corruzione tra i loro ranghi.

    «Se manca la spiritualità ed è solo una questione di imprenditorialità, arriva subito la corruzione», disse allora il papa. “E lo abbiamo visto anche oggi: sui giornali si vedono tante storie di presunta corruzione in nome della natura missionaria della Chiesa”.

    NCR ha successivamente confermato che il Papa ha fatto riferimento direttamente all’articolo di AP in un incontro con i giornalisti spagnoli quello stesso giorno.

    Oltre alle Pontificie Opere Missionarie, Small aveva precedentemente lavorato anche come consigliere di politica estera presso la Conferenza episcopale statunitense.

    Mentre Small è stato elogiato per la sua abilità nella raccolta fondi – inclusa la supervisione del trasferimento della commissione in un nuovo ufficio in uno storico palazzo del XVI secolo nel centro di Roma – gli ex membri della commissione hanno ripetutamente sollevato dubbi sulla sua leadership. Hanno anche sollevato dubbi sull’indipendenza del gruppo dalle strutture vaticane, a seguito di una revisione dei suoi membri e delle sue operazioni prevista nel 2022. 

    Nel marzo 2023, il gesuita p. Hans Zollner, consigliere di lunga data del papa sugli abusi del clero, si è dimesso dalla commissione dopo aver sollevato pubblicamente seri dubbi sulla sua leadership. All’epoca, O’Malley difese l’efficacia dell’organismo, impegnandosi ad affrontare le preoccupazioni sollevate da Zollner. 

    Alla luce dello sconvolgimento, l’ex membro della commissione e sopravvissuta irlandese agli abusi Marie Collins, insieme all’ex presidente irlandese Mary McAleese, hanno scritto una lettera al papa nel maggio 2023 sostenendo che la commissione aveva subito “danni esistenziali” e chiedendo a Francesco di farlo. intervenire per salvare il gruppo. 

    Nel corso dei mesi successivi, continuarono ad emergere domande sull’idoneità di Small per il ruolo. 

    Un post del 25 dicembre 2022 di Small in cui lui tiene in braccio un cucciolo di 3 mesi, descrivendosi come “si sente felice nella Città del Vaticano” e con il testo “Buon Natale da me e Mancia. Ha 3 mesi. Tenendo il minorenni al sicuro!” è stato ampiamente diffuso sia tra i funzionari vaticani che tra i sopravvissuti agli abusi. Ciò ha suscitato preoccupazioni per il suo utilizzo dei social media, dove apparentemente scherzava sulla questione della protezione dei minori.

    All’inizio di questo mese, la commissione si è riunita a Roma per la sua riunione plenaria regolarmente programmata e ha annunciato che presto pubblicherà il suo “rapporto annuale pilota” sulle politiche di salvaguardia su richiesta del papa.

    Il rapporto, atteso per giugno, offrirà “raccomandazioni su come andare avanti nel raggiungimento degli obiettivi di verità, giustizia, riparazione” e su come prevenire gli abusi sessuali sui minori nella Chiesa, ha affermato la commissione.

    https://www.ncronline.org/vatican/vatican-news/pope-swaps-leaders-abuse-commission-months-after-reports-priests-financial

  • Quasi 500 vittime di abusi sessuali della chiesa in Francia hanno ricevuto un risarcimento finanziario

    Quasi 500 vittime di abusi sessuali della chiesa in Francia hanno ricevuto un risarcimento finanziario

    NIZZA, Francia – Centinaia di vittime di abusi sessuali su minori da parte di preti o rappresentanti della chiesa hanno ricevuto finora un risarcimento finanziario dalla Chiesa cattolica francese nell’ambito di un ampio programma di riparazione, ha detto giovedì un organismo indipendente incaricato del processo.

    Un rapporto annuale dell’Autorità nazionale indipendente per il riconoscimento e la riparazione afferma che 1.351 vittime si sono fatte avanti per chiedere un risarcimento e cercare supporto psicologico nel tentativo di riprendersi dal trauma infantile.

    L’età media delle vittime che si sono manifestate è di 61 anni, ha dichiarato giovedì Marie Derain de Vaucresson, capo dell’organismo, in una conferenza stampa.

    Di questi, il 66% sono uomini e il 34% donne, ha detto. Il processo di reclamo è iniziato nel 2022.

    Finora l’autorità per le riparazioni ha approvato le richieste di risarcimento di 489 vittime, si legge nel rapporto. Di questi, a 88 persone è stato concesso il massimo di 60.000 euro (65.000 dollari). L’anno scorso sono state approvate 358 richieste di risarcimento delle vittime, per ciascuna delle quali è stato concesso un importo medio di 35.310 euro, si legge nel rapporto.

    La Conferenza episcopale francese ha accettato di fornire risarcimenti dopo che un rapporto del 2021 ha stimato che circa 330.000 bambini hanno subito abusi sessuali per oltre 70 anni da parte di preti o altre figure legate alla chiesa in Francia.

    Le stime si basavano su una ricerca più ampia condotta dall’Istituto nazionale francese di sanità e ricerca medica sugli abusi sessuali sui bambini.

    Il rapporto descrive un insabbiamento “sistemico” da parte dei funzionari ecclesiastici e esorta la Chiesa cattolica francese a rispettare lo stato di diritto in Francia.

    Una volta che l’autorità per le riparazioni approva la compensazione finanziaria, ogni caso viene inviato a un fondo speciale finanziato dalla chiesa per il pagamento.

    La maggior parte di coloro che si sono rivolti alle autorità nel 2023 hanno denunciato crimini “molto gravi”, afferma il rapporto, incluso lo stupro ripetuto.

    Secondo il rapporto, nel 39% dei casi gli abusi sono continuati per più di un anno e nel 12% dei casi l’aggressore ha manipolato psicologicamente la vittima fino a cinque anni dopo l’ultima aggressione fisica.

    Le vittime avevano tra i 6 e i 15 anni quando hanno subito gli abusi, afferma il rapporto.

    Le riparazioni includono anche sostegno non finanziario, come l’aiuto alle vittime per scrivere le loro storie, incontri con rappresentanti della chiesa locale o l’installazione di una targa in memoria delle vittime. Attualmente le autorità assistono circa 780 vittime.

    L’assistenza include l’aiuto a scrivere una lettera a un abusatore deceduto da tempo o a ricucire i rapporti interrotti con i figli adulti, i coniugi e altri membri della famiglia delle vittime.

    Molto spesso si tratta semplicemente di ascoltare le vittime – che ora hanno 60, 70 o addirittura 80 anni – parlare finalmente dopo essere state messe a tacere per così tanto tempo.

  • Denuncia gli abusi del cappellano militare, il giovane racconta: «Stavo male, ma non avevo scelta»

    Denuncia gli abusi del cappellano militare, il giovane racconta: «Stavo male, ma non avevo scelta»

    «Mi ha fatto male dover raccontare la mia vita che non mi piace». Quasi dieci dei suoi 23 anni, il giovane di Francofonte ha dovuto ripercorrerli in un’aula del tribunale di Siracusa anche davanti all’ex cappellano militare Salvatore Cunsolo, il 67enne che ha denunciato per le violenze sessuali subite da quando aveva nove anni fino al compimento della maggiore età. Un incidente probatorio che è durato più di quattro ore e, durante il quale, «non sono mancati momenti molto toccanti», come racconta a MeridioNews l’avvocata Eleanna Parasiliti Molica che assiste la vittima. La stessa legale che è al fianco anche del giovane archeologo che ha denunciato le violenze sessuali subite a Enna quando era minorenne da Giuseppe Rugolo, il sacerdote che è stato condannato la scorsa settimana. Nel 2021, era stato proprio l’emergere di questa storia, per molti tratti simili alla propria, a spingere il giovane a presentare una querela nei confronti di Cunsolo. Il cappellano militare che oggi, per altro, è difeso dallo stesso avvocato di Rugolo, Antonino Lizio, che con i due preti condivide un lungo passato in abito talare.

    Rimasto orfano del padre e con la madre che si era trasferita a vivere fuori dalla Sicilia, dai nove anni in poi, il giovane cresce con la nonna anziana e malata che deve prendersi cura anche di un fratello disabile. Come molti bambini della sua età, comincia a frequentare le attività della parrocchia del paese del Siracusano. Ed è lì che si sarebbe legato alla figura di Cunsolo. Secondo quanto la stessa vittima ha raccontato nel corso dell’incidente probatorio, il prete lo avrebbe avvicinato la prima volta un giorno mentre era di ritorno dal cimitero dove era andato a portare un fiore sulla tomba del padre. «La prima volta che don Salvatore ha abusato di me avevo nove anni ed è successo a casa sua». Abusi che poi sarebbero andati avanti per quasi dieci anni. «Mi faceva male sia fisicamente che moralmente ma – ha aggiunto il giovane – capivo che non avevo altra scelta». Non una costrizione nei fatti, ma anche dovuta a circostanze di un contesto familiare complesso che avrebbe portato la vittima, fin da bambino, a trascorrere molto tempo a casa del sacerdote.

    Venuto a conoscenza della vicenda dell’archeologo ennese, il giovane si decide ad andare a raccontare tutto alla squadra mobile. Ad accompagnarlo a presentare la querela è Francesco Lomanto in persona. Il vescovo della diocesi di Siracusa che, contemporaneamente, aveva anche già avviato il processo canonico e informato il Dicastero della dottrina della fede di Roma. Anche con le indagini in corso il prete – adesso in pensione – avrebbe continuato, comunque, per un periodo, a celebrare la messa dall’altare maggiore della chiesa madre di Francofonte pur senza alcun incarico ufficiale. Era stato poi il vescovo di Piana degli Albanesi a sospenderlo dallo stato clericale.

    Catania, San Berillo al buio: «Ci possono uccidere e nessuno vedrebbe nulla. È una strategia delle istituzioni?»

  • La confessione episodio 1 – La strada per la santità

    La confessione episodio 1 – La strada per la santità

    Per Papa Francesco la santità è un gioioso stato d’animo donato da Dio. Per il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana la santità è il premio che spetta al sacerdote accusato di violenza sessuale al termine del suo calvario. Non importa se colpevole o innocente. Una specie di scatto di carriera.

    Monsignor Rosario Gisana, vescovo in carica di una tra le diocesi più importanti della Sicilia, sta parlando con Giuseppe Rugolo, un prete di Enna accusato di violenza sessuale su minori.

    Rugolo è il protagonista della storia esemplare che vi raccontiamo nel podcast La Confessione.

    Delle accuse contro di lui monsignor Gisana è informato da tempo. Quello che Gisana non sa è che don Rugolo ha attivato il registratore del suo smartphone e così tutte le parole del vescovo vengono conservate.

    In questo modo scopriamo l’incredibile tesi del vescovo di piazza Armerina: la pedofilia sarebbe non un crimine tra i più spregevoli, ma una prova offerta dal Signore, addirittura una tappa verso la santità.

    Queste parole fanno di Gisana il coprotagonista della nostra storia. Perché è lo stesso Gisana che il 6 novembre 2023, proprio mentre il processo a Rugolo entra nel vivo, viene elogiato da papa Francesco con queste parole: “Bravo, questo vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto”.

    Forse senza rendersene conto, o forse sì, il Papa conferma che, come vi racconteremo, il processo allo sconosciuto prete di Enna accusato di violenze sessuali su minori chiama in causa tutta la Chiesa.

    In questo primo episodio impariamo a conoscere i protagonisti della nostra storia: don Giuseppe Rugolo, monsignor Rosario Gisana e soprattutto Antonio Messina, il coraggioso ragazzo che subisce gli abusi di Rugolo e trova il coraggio di denunciare.

    Grazie alla sua denuncia abbiamo potuto capire come funziona davvero il sistema interno alla Chiesa italiana per gestire i casi di abusi, cioè per proteggere l’accusato e silenziare la vittima.

    Episodio uno di sette.

    La Confessione

    è un podcast di giornalismo investigativo in 7 puntate disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme

    Autori:

    Stefano Feltri

    Giorgio Meletti

    Federica Tourn

    Con la collaborazione di Carmelo Rosa

    Consulenza musicale e sonora: Stefano Tumiati

    Produzione:

    Il podcast La Confessione è possibile grazie al sostegno degli abbonati

  • A cosa servì davvero l’Inquisizione

    A cosa servì davvero l’Inquisizione

    di Federico Tulli – Nel 1517 iniziò a circolare per l’Europa la Taxa camarae, un documento che porta in calce la firma di papa Leone X. Si tratta di un elenco di indulgenze messe in vendita in cambio dell’assoluzione sacramentale dai peccati gravi commessi da religiosi. Omicidio, rapina, furto, truffa. Per il pontefice figlio di Lorenzo de’ Medici, in crisi di liquidità a causa degli spropositati costi di costruzione della basilica di San Pietro, tutto aveva un prezzo.

    Tutto poteva essere perdonato. Anche gli stupri di donne e bambini. «Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi», cita il punto 2 del documento. Oggi è oramai opinione diffusa tra gli storici che la Taxa camarae sia un falso, messo in circolazione all’epoca dai seguaci di Lutero che intendevano in questo modo denunciare il degrado morale in cui versava la Chiesa di Roma.

    Se quelle tariffe erano un bluff, ciò non può dirsi dei crimini che vennero commessi da sacerdoti di ogni ordine e grado al tempo e nei secoli successivi, sapientemente sottratti dal segreto dell’Inquisizione al pubblico dominio. Vi fa venire in mente qualcosa? Riscontrate per caso delle analogie con il modo in cui la Chiesa, soprattutto quella italiana, affronta il fenomeno criminale della pedofilia ai giorni nostri?

    Ecco cosa scrive lo storico Adriano Prosperi, uno dei massimi esperti di storia del Sant’uffizio.

    “E dunque guardiamo in faccia la verità: che è quella di una turpitudine storica e non solo episodica, giuridica e non solo morale. Questa vicenda è cominciata secoli fa: la inaugurò papa Paolo IV Carafa quando nel 1559 stabilì che i preti e i frati colpevoli di reati di natura sessuale nati nel contesto della confessione sacramentale dovessero essere sottoposti al Sant’Uffizio dell’Inquisizione. Era una misura in apparenza radicale, dura, minacciosa per i colpevoli: in realtà era la via d’uscita per chiudere la conoscenza di episodi scandalosi nello spazio giuridico di un tribunale ecclesiastico segretissimo. La ragione della scelta era ovvia: Lutero aveva bruciato non solo la bolla di scomunica ma anche l’intero corpus del diritto canonico, giudicato da lui una delle muraglie con cui il clero si era alzato al di sopra del popolo cristiano.

    La Chiesa cattolica ribadì la superiorità sacrale del clero, mantenne il diritto canonico e il privilegio del foro per i chierici e, nel confermare l’obbligo del celibato ecclesiastico, preparò un comodo rifugio per chi lo infrangeva e per chi infangava il sacramento del perdono dei peccati attentando ai minori e alle donne che si affacciavano al confessionale. Da allora e per secoli i processi per i casi di «sollicitatio» sono stati nascosti dal segreto impenetrabile del Sant’Uffizio mentre i colpevoli venivano semplicemente trasferiti di sede per difendere il buon nome del clero: fino a oggi”.

  • Teaser: Come la chiesa italiana insabbia i casi di abusi

    Teaser: Come la chiesa italiana insabbia i casi di abusi

    Il 5 marzo 2024 don Giuseppe Rugolo è stato condannato a 4 anni e 6 mesi in primo grado, dal tribunale di Enna. Da quasi due anni, con i miei colleghi Giorgio Meletti e Federica Tourn, seguiamo questa storia solo all’apprenza periferica.

    La consideriamo così importante da averci dedicato un podcast in sette puntate, La Confessione, di cui qui potete sentire un teaser, che inquadra la vicenda e presenta i fatti.

    Perché quella singola vicenda è come un frattale, replica in piccolo tutto il sistema di coperture e insabbiamenti che ha finora impedito che in Italia scoppiasse lo scandalo degli abusi nella Chiesa.

    Perché soltanto in Italia non è ancora scoppiato il caso degli abusi nella Chiesa cattolica? Perché il sistema di copertura degli abusatori è ancora in piedi ed efficace, coinvolge decine e decine di preti e vescovi ed è tacitamente approvato da papa Francesco.

    Il podcast La Confessione ricostruisce come la Chiesa italiana silenzia le denunce delle vittime, copre i preti sotto accusa e nasconde lo scandalo. E sono loro, i preti, a raccontarlo.

    “Ho insabbiato questa storia”, dice il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, intercettato al telefono mentre parla con don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale in primo grado a Enna martedì 5 marzo.

    Per la prima volta possiamo ascoltare direttamente i protagonisti di una vicenda di abusi spiegare come funziona il sistema per insabbiare e depistare, come si usano le risorse della Chiesa per tacitare le vittime e lasciare gli abusatori impuniti. Secondo Gisana, le accuse di violenza sessuale per Rugolo sono un dono di Dio, “per diventare santo”.

    Antonio Messina è un ragazzo di Enna che per anni è stato abusato da don Rugolo, fin da quando era minorenne. Nel 2014 inizia a chiedere giustizia alle strutture ecclesiastiche, dieci anni dopo arriva la sentenza della magistratura ordinaria.

    Grazie alla sua denuncia, sono emersi i documenti audio su cui si basa questo podcast: intercettazioni telefoniche e dialoghi registrati dai protagonisti all’insaputa l’uno dell’altro.

    Sulla newsletter Appunti troverete approfondimenti e commenti ai temi trattati nel podcast.

    La Confessione

    è un podcast di giornalismo investigativo in 7 puntate disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme

    Autori:

    Stefano Feltri

    Giorgio Meletti

    Federica Tourn

    Con la collaborazione di  Carmelo Rosa

    Consulenza musicale e sonora: Stefano Tumiati

    Produzione:

    Il podcast La Confessione è possibile grazie al sostegno degli abbonati alla newsletter Appunti

  • “Io, suora violentata, quando ho denunciato hanno chiuso gli occhi. La Chiesa si scuota”

    “Io, suora violentata, quando ho denunciato hanno chiuso gli occhi. La Chiesa si scuota”

    La madre lo temeva, che quella figlia buona e carina sarebbe stata assaltata da qualche prete. Ma per una famiglia della provincia italiana, entrambi i genitori costretti a lavorare lontani da casa, entrare in convento era una soluzione ragionevole. Solo dopo decenni di angherie e abusi suor Giusi — il nome è di fantasia — è riuscita a ribellarsi. E oggi vuole raccontare la sua esperienza, che è quella di molte altre che tacciono. «Quando me ne sono andata mia sorella mi ha detto: finalmente ti sei decisa a uscire da questo inferno», racconta questa donna di 73 anni che preferisce, comunque, rimanere anonima. Lo sguardo aperto, la voce tranquilla di chi sa di aver fatto la cosa giusta, è un fiume in piena di ricordi dolorosi che iniziano appena varcata la soglia del convento a dodici anni.

    Angherie e privazioni

    È il 1963, le bambine sono costrette a lavorare: lavano a mano, asciugano e piegano la biancheria di 160 tra preti e seminaristi di un’abbazia della zona. «Avevo le mani rovinate, non potevamo mettere il reggiseno perché era vanità», ricorda l’ex religiosa: «L’abate poteva regalarci una lavatrice, no?». Niente scuola, niente contatti con la famiglia in nome di un santo distacco, niente acqua fuori dai pasti, pranzo in silenzio ascoltando le vite delle sante: «Ci inculcavano l’idea che dovevamo soffrire per diventare sante — dice — Ma chi l’aveva chiesto di diventare santa?».

    Le punizioni si susseguono, gratuite e crudeli. «Una volta stavo canticchiando e la superiora mi trattò come se fossi una prostituta», racconta Giusi. Il castigo classico è baciare 50 volte il pavimento, ma si può finire al tavolo della penitenza a mangiare in ginocchio o in piedi davanti all’altare a braccia allargate come in croce. Una compagnuccia viene sorpresa a inviare un biglietto a un compagno di giochi tramite la biancheria pulita, viene costretta in ginocchio a ripetere «Pregate per me che sono una civetta». Il cibo non va mai rifiutato, Giusi mangia anche il gorgonzola che non sopporta, e quando la superiora si accorge di una smorfia le infila nel piatto un’altra fettona di gorgonzola che la bambina è costretta a ingurgitare: «Sono stata male tutto il giorno, senza poterlo dire». Assonnata alla messa in latino dell’alba, ogni tanto rischia di addormentarsi: viene spostata nel banco davanti alla suora superiora che da dietro la sveglia con pugni alla schiena. Più che un convento una prigione, l’ascesi somiglia a una tortura. Ma pensi che le cose vadano così. «A quell’età non capisci: capisci che quella è cattiveria ma niente di più». E rimani.

    Lo stupro e il terrore
    Fin dall’inizio Giusi vuole andare in missione in Africa, dovrà aspettare 25 anni per realizzare il sogno. Una superiora clemente la invia a Roma per recuperare le scuole medie, poi studia all’ospedale Santo Spirito, lavora per 12 anni da caposala, e nel 1988 infine riesce a partire per il Congo, dove rimane tre anni. E qui avviene la prima violenza.

    Nell’ospedale dove lavora finiscono i farmaci, suor Giusi, ormai 38enne, fa un viaggio di tre giorni attraverso foreste e villaggi per andare a recuperarli. Pernotta in una casa del suo ordine religioso dove vive un gruppo di preti e seminaristi. In piena notte le piomba in camera un sacerdote e la violenta. Lei è vergine. «Ricordo il dolore fisico, il dolore morale, il dolore di tutto», racconta oggi con voce asciutta, «e poi ero terrorizzata di essere rimasta incinta». Da quella notte suor Giusi di notte chiude sempre a chiave la porta della sua camera da letto. Non denuncia lo stupro. «Non ho parlato con nessuno, non conoscevo nessuno in Africa», spiega. E il sacerdote? «Oggi è parroco in Belgio».

    Le molestie a Roma
    Le molestie sessuali continuano quando la religiosa rientra in Italia. Torna a lavorare nella clinica romana dove aveva iniziato, una delle più rinomate strutture private della capitale. «Volevo andare in Africa, dai più poveri del mondo, e invece dovevo lavorare con i più ricchi del mondo», commenta. La sua famiglia più volte cerca di convincerla a lasciare la vita religiosa. È caposala, lavora tutti i giorni fino alle 21. Scopre alcuni imbrogli, li denuncia alla superiora. Nella casa generalizia dove risiede viene spesso il padre provinciale. Una sera insiste per darle un passaggio in macchina, ma a un certo punto devia, si accosta in una zona in penombra di Roma e le mette le mani addosso. Lei lo respinge, lui si masturba, poi riprende la guida e la porta in silenzio alla clinica.

    Suor Giusi rimane congelata. Inizialmente non pensa a denunciare: «Non mi avrebbero creduta». Poi matura la decisione: prima scrive una lettera anonima, poi va dal padre generale. Dopo un po’ il sacerdote viene trasferito in una parrocchia, poi lo riportano a Roma. La suora nel corso del tempo scopre che molte altre donne erano state assaltate e molestate dal prete. Alcune avevano i lividi, sono state buttate a terra, hanno dovuto combattere per resistergli. Lui anni dopo è morto nel suo letto, i confratelli gli hanno fatto un bel funerale, per lui parole di encomio. «Non mi do pace — dice suor Giusi — io l’ho denunciato, altre donne lo hanno denunciato, i padri sapevano… e non hanno fatto niente».

    “Sappiamo, sappiamo”
    E poi c’è quell’altro sacerdote importante, rettore di un’università cattolica, amico di ministri e cardinali, a cui un giorno lei porta un lavoro accademico. Lui la fa entrare, le si avvicina, le prende la mano e gliela appoggia sul suo pene in erezione. «Sono rimasta paralizzata». Lo ha denunciato? «Ma a chi lo andavo a dire?». Anni dopo, però, lo denuncia ai superiori. Più tardi incontra un confratello della stessa congregazione di quel prete: «Gli dissi che avevo un brutto ricordo di quel sacerdote, e quello cosa mi rispose? “Sappiamo, sappiamo…”. Quelle parole, “sappiamo, sappiamo”, ce le ho ancora oggi nel cervello. Lo sapevano, perché non lo ha fatto solo con me».

    E non hanno fatto niente. Anche lui muore tranquillo nel suo letto. Era potente, Giusi è convinta che molte non abbiano denunciato per paura di ritorsioni sul lavoro. «Se con me, che ero già affermata, ha osato tanto, non posso pensare cosa avrà fatto ad esempio alle novizie appena arrivate dall’India o dall’Africa a cui faceva da padre spirituale». Una di loro anni fa si è suicidata buttandosi dalla finestra: «Ho sempre pensato che l’avesse violentata».

    Una lettera di accuse false

    Nel 2000 suor Giusi se ne va. Ha un grave problema in famiglia, ha bisogno di ospitare una persona, si deve assentare per assistere i genitori malati, ma il suo ordine religioso le nega tutto. Non le versa neppure i contributi dovuti. «Dopo 36 anni in convento, 12 ore al giorno di lavoro, avevano i miliardi e non mi hanno dato neanche un euro per comprarmi il primo vestito da laica a cinquant’anni», racconta. Lei scrive a Giovanni Paolo II, le superiore fabbricano una lettera di accuse false che inviano al Papa. Il Vaticano non la aiuta. La misura è colma, suor Giusi lascia il velo e torna nella casa di famiglia. «Tutti hanno fatto in modo che io non facessi uno scandalo», racconta oggi. Perché non se n’è andata prima? «Avevo fatto i voti davanti a Dio». Ha perso la fede? «In Dio ci credo. Prego a casa mia. Sento che lui è qui, molto più che da loro», dice l’ex suora. «Mi hanno fatto troppo male».

    https://www.repubblica.it/cronaca/2024/03/10/news/come_sono_stata_abusata_testimonianza_suora-422282421/?ref=RHLF-BG-P8-S1-T1