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  • La Chiesa cattolica e la discriminazione di genere

    La Chiesa cattolica e la discriminazione di genere

    Paola Lazzarini 16/12/2023, 10:41 – Tratto da: Adista Documenti n° 44 del 23/12/2023

    Gli obiettivi di sviluppo posti dall’Agenda 2030 per quanto riguarda la lotta alla discriminazione di genere e l’empowerment di donne e ragazze rappresentano qualcosa in più di semplici auspici, sono impegni precisi che tutti gli Stati del mondo – indipendentemente dal proprio livello di sviluppo – devono integrare, finanziare e rendicontare. Lo Stato del Vaticano non fa parte delle Nazioni Unite, rappresenta l’anomalia di essere “invitato permanente” senza diritto di voto, ma con la facoltà di partecipare ai dibattiti, presentare documenti e contribuire alle discussioni. Di fatto la sua voce è molto influente in questioni etiche, morali e sociali, in questo senso l’atteggiamento della Chiesa Cattolica sull’Agenda acquista un significato che va ben oltre ciò che avviene all’interno delle mura vaticane.

    Ma in che modo un’istituzione che strutturalmente discrimina le donne impedendo loro l’accesso all’ordinazione può concorrere al raggiungimento della parità di genere? Potrebbe essere utile considerare alcuni tra i singoli traguardi previsti dall’obiettivo 5 e come questi trovano posto – o non lo trovano – nell’azione della Chiesa e quali contraddizioni aprano.

    Il punto 5.2 traccia l’urgenza di eliminare ogni forma di violenza nei confronti di donne e bambine, compreso il traffico di donne e lo sfruttamento sessuale e di ogni altro tipo. Per quanto riguarda la lotta al dramma della tratta è importante ricordare come nella Chiesa cattolica agiscano forze importanti, citiamo la rete Talitha Kum, creata nel 2009 per coordinare le tante azioni e organizzazioni di suore che operano nel mondo, grazie al pluridecennale impegno delle religiose contro la schiavitù e la tratta delle persone. Il fatto che le suore siano in prima linea contro lo sfruttamento sessuale delle donne non stupisce, ma è un fatto che andrebbe accostato a un altro, di segno opposto, ovvero lo sfruttamento sessuale delle suore da parte dei preti (come Adista più di qualsiasi altro giornale ha raccontato). Quindi se da un lato le suore aiutano le donne a uscire dallo sfruttamento, dall’altra non si riesce ancora a superare una condizione di sfruttamento economico e sessuale da parte del clero maschile su di loro. La ragione di questo paradosso è la condizione di subalternità nella quale le religiose sono relegate a fronte di una casta sacerdotale maschile sacralizzata.

    Per quanto riguarda l’eliminazione di ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato e il fenomeno delle spose bambine (5.3), occorre dare conto dell’impegno della fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che Soffre” in favore delle bambine e ragazze vittime di sequestri e matrimoni forzati, in particolare in Pakistan. La dottrina cattolica sul matrimonio, che mette al centro la libera scelta degli sposi, è un appiglio importante contro questo genere di pratiche e, inoltre, le mutilazioni genitali femminili che questo punto ricorda riguardano altre tradizioni religiose, rendendo di fatto più semplice per la Chiesa cattolica assumere una posizione chiaramente contraria.

    Venendo a questioni che toccano la nostra esperienza quotidiana: la Chiesa cattolica è certamente incline a valorizzare la cura e il lavoro domestico non retribuito (5.4), a favorire la protezione sociale delle donne, ma quando si tratta di «promozione di responsabilità condivise all’interno delle famiglie»? L’attenzione è certamente posta più sulla differenza tra i ruoli dei due coniugi che sul loro pari dovere nella cura dei figli. C’è una sostanziale ambiguità nel messaggio cattolico riguardo all’impegno delle madri; anche recentemente papa Francesco ha detto: «Bisognerebbe comprendere di più la lotta quotidiana delle madri per essere efficienti al lavoro e attente e affettuose in famiglia; bisognerebbe capire meglio a che cosa esse aspirano per esprimere i frutti migliori e autentici della loro emancipazione». In questi messaggi apparentemente (e forse nelle intenzioni) solidali con le donne si manca sempre di chiamare in causa gli uomini, di richiamarli a una vera corresponsabilità, per cui alla fine prevale l’immagine infantile e rassicurante della mamma stanchissima, ma felice, in un quadro nel quale il padre è in un altrove imprecisato.

    Il punto 5.6 riguarda l’accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti in ambito riproduttivo, come già concordato dalla Conferenza di Pechino. Questo è il punto sul quale le strade tra Chiesa cattolica e ONU si divaricano più apertamente, perché la Chiesa ha sempre rifiutato l’approccio al tema scelto dall’ONU. Nel 2019, in occasione del Summit internazionale di Nairobi la Santa Sede comunicò che non avrebbe partecipato e che: «È deplorevole la decisione degli organizzatori di incentrare la Conferenza su alcuni temi controversi e divisivi che non godono di consenso internazionale e non riflettono accuratamente la più ampia agenda per la popolazione e lo sviluppo delineata dalla Conferenza internazionale. Questa e il suo vasto Programma di azione… non dovrebbero essere ridotti ai cosiddetti “diritti e salute sessuali e riproduttivi” e a una “esauriente educazione alla sessualità”. C’è al contrario l’urgente necessità di concentrarsi su aspetti critici del Programma di azione, come le donne e i bambini che vivono in stato di povertà estrema, le migrazioni, le strategie per lo sviluppo, l’alfabetizzazione e l’educazione…». Queste parole riflettono una precisa strategia di negazione dell’evidenza che povertà e diritti sessuali e riproduttivi sono inseparabili nella vita delle donne. Il 99% di tutti i decessi materni in gravidanza e parto si verificano tra le donne più povere del mondo, e ci sono prove chiare che il modo più efficace per ridurre l’aborto è dare loro accesso a una contraccezione efficace. Non ci sono segnali che la Chiesa cambi strategia e inizi a riconoscere il diritto delle donne alla salute sessuale e riproduttiva, ma se lo facesse le ricadute sarebbero immense. Basti pensare che oggi, nel continente africano, la Chiesa cattolica gestisce «circa 1.200 ospedali, 5.400 dispensari…, 1.700 consultori matrimoniali, 2.900 centri di educazione sanitaria…»: se questi iniziassero ad occuparsi di educazione sessuale e contraccezione, la vita e la salute di milioni di donne potrebbe cambiare.

    Tra tutti i traguardi di sviluppo previsti dall’Agenda, i più controversi per la Chiesa sono quelli che riguardano direttamente la piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership a ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica. Per fortuna sono lontani i tempi in cui il papa (Giovanni Paolo II) incontrando la presidente dell’Irlanda Mary McAleese, la ignorò andando a stringere la mano di suo marito prima della sua dicendo: «Non preferirebbe essere lei il presidente dell’Irlanda invece di sua moglie?». Eppure ancora oggi non ci sono segni di una sensibilità cattolica alla crescita di una leadership femminile in politica, economia e vita pubblica, ma – soprattutto – non c’è cenno di una reale crescita della leadership femminile all’interno della Chiesa stessa. È vero, papa Francesco ha portato alcuni cambiamenti: dal 2022 per la prima volta nella storia il Governatorato della Città del Vaticano ha una donna come Segretario Generale, due donne sono state nominate all’interno del Congregazione per i Vescovi, senza dimenticare suor Nathalie Becquart, vice segretaria del Sinodo dei vescovi. Si tratta di passi significativi, ma non può sfuggire la natura simbolica e arbitraria di queste nomine: le donne non hanno alcun diritto a partecipare ai processi decisionali ecclesiali (non essendo preti, vescovi o cardinali), possono farlo solo a condizione che questo venga loro graziosamente concesso. Se la Chiesa critica i governi e le nazioni per i fallimenti in materia di diritti umani, non ha però consapevolezza o comunque sceglie di ignorare la propria negligenza quando si tratta di parità e giustizia. Anche le nomine eccellenti operate da papa Francesco negli ultimi anni non hanno modificato in maniera sostanziale la mappa dei poteri e soprattutto non hanno prodotto un sistema di pesi e contrappesi per quanto concerne il governo della Chiesa. Come ebbe a dire la stessa McAleese in una conferenza a Roma nel 2018: «La mancata inclusione delle donne come pari ha privato la Chiesa di un discernimento fresco e innovativo; l’ha consegnata a un pensiero riciclato tra un’élite clericale maschile ermeticamente chiusa, lusingata e raramente sfidata da coloro che sono stati scelti per i lavori in processi segreti e chiusi. Ha tenuto fuori Cristo e dentro il bigottismo. Ha lasciato la Chiesa a sbattere goffamente su un’ala sola, quando Dio gliene aveva date due».

    In sintesi possiamo dire che la Chiesa cattolica continua a mantenere un rapporto ambiguo e opaco con la modernità e le sue acquisizioni: da un lato è agente attivo nella lotta alla violenza, alla tratta, alle pratiche dei matrimoni forzati, ma dall’altro rifiuta di guardare le violenze e prevaricazioni al proprio interno. Invita il mondo a valorizzare le donne, ma contemporaneamente le tiene ai margini della propria organizzazione; attribuisce valore sacro alla maternità, ma non ha a cuore la salute riproduttiva delle donne e la loro possibilità di scegliere che sono requisiti imprescindibili per una maternità consapevole, gioiosa o almeno sostenibile. In questa discrasia tra ciò che si chiede al mondo e ciò che si è disposti a fare al proprio interno sta uno degli elementi di debolezza della Chiesa in questo tempo: il Re è nudo e sono le donne a doverlo dire ad alta voce.

    Paola Lazzarini è sociologa e giornalista, impegnata sui temi delle diseguaglianze tra donne e uomini nella Chiesa cattolica. Già presidente dell’associazione “Donne per la Chiesa” e consulente di “Voices of Faith”.

    *Foto presa da Unsplash, immagine orginale e licenza 

    https://www.adista.it/articolo/71102

  • LETTERA APERTA / COMUNICATO STAMPA – Noi siamo Chiesa

    LETTERA APERTA / COMUNICATO STAMPA – Noi siamo Chiesa

    A Sua Eminenza Cardinale

    Matteo Maria Zuppi

    Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

    Ai Rev.mi membri tutti della C.E.I.

    Affrontare il tema degli abusi sui minori e le persone vulnerabili è dirimente per poter parlare degnamente di sinodalità e riforma della Chiesa.

    Prima di “PROTEGGERE, PREVENIRE, FORMARE” è necessario ricercare VERITA’, FARE GIUSTIZIA, ASSICURARE RISARCIMENTI MORALI ED ECONOMICI alle vittime/sopravvissuti.

    Chiediamo di passare dalle parole ai fatti

    I dati rassegnati con la Vostra “ SECONDA RILEVAZIONE” ci appaiono contrastanti e insufficienti per approccio, consistenza ed effettivi contenuti, peraltro privi di riscontri esterni alla realtà ecclesiale.

    Cosa significa “ …chiunque denuncia anche a distanza di anni viene ascoltato, e comunque noi facciamo un procedimento interno. E’ difficile che oggi un vescovo insabbi. Semmai il rischio è quasi il contrario: che per prudenza si avviino procedimenti giuridici anche soltanto per verificare i fatti.”

    Il sistema giudiziario del nostro Paese non è degno di fare verità e rendere giustizia alle numerosissime vittime nascoste e sofferenti ?

    In merito ai vescovi insabbiatori, abbiamo dettagliata conoscenza di casi esistenti che contraddicono tale affermazione.

    Ancora una volta, come parte del Coordinamento ITALYCHURCHTOO contro gli abusi nella Chiesa Cattolica,

    CHIEDIAMO

    LA COSTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE INDIPENDENTE ED ESTERNA

    TOTALE MESSA A DISPOSIZIONE DEGLI ARCHIVI DIOCESANI E DI OGNI ISTITUZIONE DELLA CHIESA E DEGLI ISTITUTI RELIGIOSI

     INDIVIDUAZIONE ED ALLONTANMENTO IMMEDIATO DI CHI HA OMESSO E COPERTO

    DENUNCIA ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA DEI PRESUNTI COLPEVOLI

    Ci pare evidente che nel modo in cui si sta procedendo non si va da alcuna parte.

    Improponibile fare prevenzione senza prima fare verità e giustizia.

    Quale credibilità potrà avere la Chiesa italiana se non pone in essere misure coraggiose al pari di quanto già deciso e posto in essere da altre conferenze episcopali in Europa (tra queste in Germania, Francia, Spagna,Portogallo, Svizzera, Irlanda)

    L’ ASSEMBLEA NAZIONALE DI “NOI SIAMO CHIESA”

    Sezione italiana del movimento internazionale We are Church per la riforma della Chiesa Cattolica.

    Milano, 2 dicembre 2023 Lettera aperta Comunicato Stampa

  • Abusi, la Santa Sede scioglie una comunità di suore fondata da Rupnik

    Abusi, la Santa Sede scioglie una comunità di suore fondata da Rupnik

    L’ennesima visita apostolica che si conclude con un decreto di scioglimento. Il dicastero per gli istituti di vita consacrata ha emesso un decreto di scioglimento per la Comunità di Loyola che dovrà essere attuato entro un anno. Lo ha comunicato la diocesi di Lubiana, territorio canonico dove la comunità era eretta. Era stato proprio l’arcivescovo locale, monsignor Stanislav Zore ad ordinare una visita nel 2019. Nel comunicato si parla di “gravi problemi riguardanti l’esercizio dell’autorità e della convivenza comunitaria” dietro la decisione della Santa Sede. Il riferimento è presumibilmente all’influenza esercitata sulle consorelle dalla fondatrice Ivanka Hosta. Ma questa storia si intreccia ad uno dei più recenti e clamorosi scandali che hanno coinvolto la Chiesa: il caso di padre Marko Ivan Rupnik, teologo e artista sloveno conosciuto in tutto il mondo. Accusato di abusi da più donne, l’uomo era stato scomunicato nel 2020 dalla congregazione per la dottrina della fede per aver assolto in confessione una complice nel peccato contro il sesto comandamento. Subito dopo, però, quella scomunica era stata revocata: ancora oggi, un anno dopo l’emersione dello scandalo, non si sa da chi.

    L’indagine per abusi

    La Comunità di Loyola, infatti, è stata fondata nella metà degli anni ’80 proprio da Rupnik e da suor Ivanka Hosta. Ed è proprio dalle ex suore di questa comunità che sono partite le prime denunce nei confronti dell’artista sloveno, all’epoca cappelano. Secondo le testimonianze di alcune sopravvissute, le prime denunce di abusi psicologici e sessuali commessi dal religioso vennero fatte internamente alla madre superiora già nel 1993. Rupnik ruppe con suor Hosta, fu allontanato dall’arcivescovo dell’epoca Alojzij Suàtar e si trasferì a Roma per fondare il Centro Aletti. La seconda indagine dell’ex congregazione per la dottrina della fede sulle presunte violenze dell’artista nacque proprio nell’ambito della visita in corso nella Comunità di Loyola a seguito delle segnalazioni fatte da alcune consacrate. Ad inizio 2022 la Compagnia di Gesù concluse la sua indagine interna raccomandando al dicastero per la dottrina della fede di istruire un processo penale a carico di Rupnik dopo aver constatato “l’effettiva consistenza delle accuse”. Ma l’ex congregazione per la dottrina della fede non istruì il processo perché subentrarono i termini di prescrizione e, pur potendolo fare, non vi rinunciò.

    Lo scandalo

    Rupnik, che nel 2020 venne invitato a tenere gli esercizi spirituali di Quaresima alla Curia Romana, è stato nel frattempo destinatario di nuove accuse, molto pesanti da parte di presunte vittime che contemplavano anche racconti di abusi sessuali a sfondo sacrilego. Lo scorso giugno la Compagnia di Gesù ha dimesso Rupnik ritenendo il “grado di credibilità di quanto denunciato o testimoniato come molto alto”. Nonostante ciò, la sua parabola nella Chiesa non è finita perché pur essendo un ex gesuita, non è stato ridotto allo stato laicale. Così, ad ottobre, l’artista è riuscito a trovare una diocesi che lo incardinasse a Capodistria, in Slovenia. Tutto questo un mese dopo essere stato difeso pubblicamente in una nota del Vicariato di Roma a conclusione di una visita nel Centro Aletti e che si concludeva a proposito della condotta di Rupnik sostenendo di aver “segnalato procedure gravemente anomale il cui esame ha generato fondati dubbi anche sulla stessa richiesta di scomunica”. Un anomalo ed inedito giudizio del Vicariato di Roma sull’operato del dicastero più importante della Curia.

    L’accoglienza di Rupnik a Capodistria ha suscitato moltissime polemiche ed amareggiato le presunte vittime che da tempo denunciano di non essere prese sul serio dalle autorità ecclesiastiche competenti in Vaticano e nelle diocesi interessate. Ci ha dovuto pensare la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori che su iniziativa del presidente cardinale Sean Patrick O’Malley ha segnalato al Papa l’esistenza di “gravi problemi nella gestione del caso di P. Marko Rupnik e la mancanza di vicinanza alle vittime”. Dopo questa mossa e dopo le critiche delle ex suore sopravvissute, dal Papa è arrivata la richiesta al dicastero per la dottrina della fede di esaminare il caso e la deroga alla prescrizione per consentire lo svolgimento di un processo sulle denunce relative agli anni della Comunità di Loyola.

    https://www.ilgiornale.it/news/vaticano/abusi-santa-sede-scioglie-comunit-suore-fondata-rupnik-2256645.html

  • Svizzera romanda: sono 91 le vittime di abusi in ambito ecclesiale annunciatesi dopo il 12 settembre

    Svizzera romanda: sono 91 le vittime di abusi in ambito ecclesiale annunciatesi dopo il 12 settembre

    Dal 12 settembre, data della pubblicazione del rapporto di Zurigo sugli abusi commessi nella Chiesa in Svizzera, come comunica in queste ore cath.ch, sono 91 le vittime di abusi sessuali annunciatesi nella Svizzera romanda presso il SAPEC, associazione di aiuto alle persone abusate in ambito ecclesiale, o presso la Commissione di Ascolto, Conciliazione e Arbitraggio (CECAR) e anche presso differenti commissioni diocesane. Di queste, 40 sono donne e 51 gli uomini. Si tratta di casi verificatisi tempo fa e caduti in prescrizione.

    «Dal 13 settembre in poi il telefono ha squillato ogni dieci minuti», racconta Marie-Jo Aeby, vice presidente del gruppo SAPEC. A sua volta Brigitte Ansermet, segretaria e amministratrice del CECAR, sottolinea che dal 13 settembre le domande sono fortemente aumentate. I comitati preposti all’ascolto e all’accoglienza delle vittime si sono così dovuti suddividere, per essere più operativi.

    Ma al di là delle cifre, si gioca un elemento altrettanto importante, che è quello del coraggio di uomini e donne di osare a parlare davanti a delle istanze ufficiali dopo decenni di silenzio. «Le vittime di abusi sessuali non parlano mai dall’oggi al domani», spiega Aeby. Spesso la chiamata che fanno o l’email che mandano è frutto di un lungo cammino. Magari sono stati consigliati da qualcuno che è loro vicino, precisa la vice presidente del SAPEC, «e non potete nemmeno immaginare l’energia che ci voglia per un passo simile!».

    «Delle volte può convincere una persona a parlare anche un caso citato nei media». Subito dopo i casi emersi all’abbazia di S. Maurice, si sono ad esempio annunciate tre persone al SAPEC, ma solo una era legata direttamente all’abbazia, indica Aeby. Ugualmente dopo la pubblicazione, in Francia, del rapporto sugli abusi nella Chiesa francese, due persone si sono annunciate presso la Commissione per gli abusi sessuali in contesto ecclesiale (CASCE) della diocesi di Losanna, Ginevra e Friborgo, come indica la collaboratrice Rita Menoud.

    Segnalazioni via email

    Ogni caso è però unico e ognuno si annuncia a suo modo. Il CASCE ad esempio riceve la maggior parte delle segnalazioni per email, più raramente per posta o per telefono. «Può trattarsi di una email contenente alcuni dettagli, senza che però il nome dell’autore dei fatti sia menzionato. È un modo per le persone per raccontare ciò che hanno vissuto», sottolinea Rita Menoud, che aggiunge che alcune delle vittime indicano anche di non voler essere ricontattate. «In ogni caso diamo conferma di ricezione e rispondiamo indicando le strutture alle quali indirizzarsi se la vittima desidera essere presa in carico da un’istanza indipendente, il SAPEC, il CECAR o i centri LAVI (Legge d’aiuto alle vittime di infrazione)».

    Rita Menoud aggiunge che «spesso le vittime non hanno conoscenza delle organizzazioni preposte alla raccolta delle loro testimonianze, né dei risarcimenti che possono ottenere, né dei passi che potrebbero compiere». Aeby a sua volta accoglie soprattutto le vittime e le orienta. «Se vogliono testimoniare e raccontare cosa è successo loro in vista di un riconoscimento ufficiale dei fatti presso la Chiesa o di un risarcimento, le indirizzo verso il CECAR o i centri LAVI, allo scopo che non debbano continuamente ripetere le loro storie. Ripetere di continuo ciò che hanno subito è molto doloroso».

    Essere ascoltati e capiti

    «Le persone che si annunciano non vogliono a priori un incontro. Vogliono piuttosto che prima di tutto siano ascoltate e soprattutto che siano credute», aggiunge Aeby. Lo conferma anche Rita Menoud: «Annunciandosi, hanno paura di esser mal ricevute e che non le si creda». E cita il caso di una donna di 70 anni, che aveva denunciato il caso di un prete abusatore durante un campo di vacanza, abusi subiti all’età di otto anni, ma che non erano stati creduti dai genitori e che per questo lei non aveva mai più raccontato. «Tanto la figura di un prete era allora sacra…», commenta Brigitte Ansermet della CECAR.

    I contatti sono dunque fragili, certe vittime parlano per la prima volta, «ma bisogna anche avere il coraggio di porre loro delle domande precise per ottenere quei dettagli che possono rilevarsi importanti per il futuro e per stabilire lo stato emozionale della vittima. Così come è importante dimostrare loro del rispetto», precisa Rita Menoud, che ha anche lavorato presso la polizia giudiziaria di Friborgo. «Può anche accadere che anche anni dopo le vittime siano ancora in contatto con il loro aggressore, alcune dimostrandogli anche ossequio».

    La necessità di comprendere

    La maggior parte delle vittime sente il bisogno di testimoniare cosa è loro successo. «Hanno anche un forte bisogno di comprendere come questo possa essere accaduto», spiega Brigitte Ansermet. Chiedono anche, quasi sempre, l’accesso al dossier del prete abusatore per vedere se ci siano state altre vittime. «Essere ascoltate ufficilamente le consola», aggiunge Rita Menoud, «e si sentono meno sole quando scoprono che le vittime dello stesso abusatore sono più di una; capiscono che la loro testimonianza può avere un peso. Da qui la necessità di essere comprese».

    Non sono però i risarcimenti monetari lo scopo di chi si annuncia presso le diverse istanze. «Nell’80 per centro dei casi, le persone vogliono anzitutto essere capite e conosciute come vittime. La domanda di risarcimento può avvenire in un secondo momento», riferisce Rita Menoud. Si tratta di soldi spesi, molto spesso, in cure psicologiche e psichiatriche. «Ma delle vittime chiedono anche che i soldi siano versati ad opere caritative», conclude Brigitte Ansermet. Vi si aggiunge l’incontro con il vescovo della diocesi in cui era incardinato l’abusatore e l’accesso al suo dossier. Proprio nell’incontro con il vescovo, aggiunge la segretaria del CECAR, le vittime molto spesso vogliono essere acocmpagnate.

    La trasmissione dei dati a Zurigo

    Il SAPEC trasmette sistematicamente i casi all’équipe di ricerca dell’Università di Zurigo. Il CASCE mette invece a disposizione i casi degli storici che volessero approfondirli consultando i loro archivi per proseguire nella ricerca. Quanto ad eventuali casi di calunnia, Aeby cita un solo caso in 14 anni di attività: «La persona non voleva essere identificata, ha donato un indirizzo di posta elettronica di fantasia ed era molto virulenta nell’accusa, molto di più dei casi di cui sentiamo raccontare di solito». Presso il CECAR questo accade ancora più di rado: «Entriamo in materia solo su dei casi prescritti. Le persone devono inoltre identificarsi e le riceviamo personalmente per sapere se vogliono ricevere un risarcimento», sottolinea Ansermet. «Ascoltarle è a volte difficile, ma sapere che ciò contribuisce ad aiutarle, mi aiuta a tenere la giusta prospettiva».

    cath.ch/adattamento red

    https://www.catt.ch/newsi/svizzera-romanda-sono-91-le-vittime-di-abusi-in-ambito-ecclesiale-annunciatesi-dopo-il-12-settembre/

  • Il dato del New Sun amplia l’elenco delle persone accusate di abusi sulla Chiesa cattolica oltre l’arcidiocesi di Baltimora

    Il dato del New Sun amplia l’elenco delle persone accusate di abusi sulla Chiesa cattolica oltre l’arcidiocesi di Baltimora

    Kurt Rupprecht era euforico la scorsa primavera quando l’ufficio del procuratore generale del Maryland ha reso pubblico il suo rapporto sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Ma ha lasciato l’avvocato delle vittime della contea di Harford, sopravvissuto alla violenza sessuale infantile, a desiderare di più.

    Il “Rapporto del procuratore generale sugli abusi sessuali su minori nell’arcidiocesi di Baltimora” era proprio questo: sebbene elencasse 156 membri del clero e del personale che hanno abusato di più di 600 bambini nel corso di ottant’anni, copriva solo la giurisdizione della chiesa di Baltimora, la più grande delle tre in lo stato. Non si rivolgeva all’arcidiocesi di Washington, un territorio che comprende i sobborghi della capitale della nazione e al Maryland meridionale, o alla diocesi di Wilmington, nel Delaware, che comprende le contee della costa orientale del Maryland.

    “Le persone che non seguono da vicino questa storia potrebbero pensare al rapporto del procuratore generale come al ‘Rapporto Maryland’. Ma non lo è”, dice Rupprecht, 53 anni, che ha subito abusi nel 1979 a Salisbury, che fa parte della diocesi di Wilmington. “È fondamentale per la comunità dei sopravvissuti che le persone siano in grado di comprendere la portata della tragedia a livello statale”.

    Il Baltimore Sun ha creato il più grande e unico database consultabile nello stato, pubblicando venerdì un elenco di 309 persone con legami con la chiesa accusate di abusi sessuali su minori o cattiva condotta e ha vissuto o lavorato ovunque nel Maryland, indipendentemente da dove si sono verificati i presunti atti. Aggiunge 107 nomi, ricercati dai giornalisti del Sun, alle persone elencate nel rapporto del procuratore generale pubblicato ad aprile.

    È lo sguardo più ampio a livello statale allo scandalo cattolico globale, che comprende decenni di insabbiamenti. Esistono due database nazionali: uno di ProPublica, aggiornato l’ultima volta nel 2021 e l’altro di BishopAccountability.org, l’ultimo dei quali mostra 187 individui del Maryland.

    Da quando la crisi è emersa all’opinione pubblica più di 20 anni fa, i funzionari e le autorità della chiesa hanno stabilito politiche per indagare meglio e ritenere responsabili i trasgressori. Ma tra gli sforzi per guarire, la chiesa continua a essere scossa da nuove rivelazioni anche se persistono lacune nella trasparenza, alcune derivanti dai criteri della chiesa e delle forze dell’ordine su come affrontare le informazioni sulle accuse.

    Sopravvissuti, molti dei quali non raccontano a nessuno degli abusi se non più tardi nella vita, hanno affermato che il riconoscimento pubblico delle denunce è importante. Dicono che aiuta altre vittime a stabilire collegamenti sui loro casi e mostra la portata del problema. Hanno anche sottolineato che può essere una conferma per le persone che non sono state prese sul serio riguardo a ciò che hanno sofferto da bambini per mano di un’istituzione mondiale consapevole dei problemi diffusi al suo interno.

    Tra i nomi appena aggiunti dal Sun ci sono quelli di 41 persone che hanno vissuto o lavorato nella parte del Maryland dell’arcidiocesi di Washington. Altri 41 vivevano o lavoravano nell’arcidiocesi di Baltimora e 24 vivevano o lavoravano sulla costa orientale. Un altro prete aveva legami sia con Washington che con Baltimora. Tra i nomi figurano quelli di sacerdoti, religiosi, insegnanti e allenatori i cui presunti reati sono avvenuti a partire dagli anni Quaranta.

    Il Sun ha iniziato a sviluppare l’elenco sette mesi fa dopo essere stato contattato da Frank Dingle, un difensore e ricercatore delle vittime che ha cercato di comprendere la portata della crisi degli abusi nel Maryland cercando rapporti di accuse che coinvolgevano persone con qualsiasi legame con lo stato.

    Dingle, 82 anni, ex studente del 1957 della Calvert Hall High School di Towson, ha una visione onnicomprensiva, ritenendo che anche un prete dell’arcidiocesi di Washington che è stato formato nel Distretto di Columbia o assegnato a una parrocchia della Virginia settentrionale potrebbe, se accusato di abuso, hanno commesso reati anche nel Maryland durante una visita o un incarico temporaneo, breve o altrimenti non registrato. Con questo in mente, ha setacciato gli elenchi dell’arcidiocesi di Washington, della diocesi di Wilmington, della diocesi dei servizi militari, nonché BishopAccountability.org e articoli di notizie.

    Dingle, che non ha subito abusi, ha detto di essersi indignato quando ha saputo del crescente scandalo mondiale più di 20 anni fa.

    “Sono stato cresciuto credendo che questi fossero uomini santi, ma ovviamente molti di loro si sono rivelati qualcos’altro”, ha detto Dingle.

    Il Sun si è concentrato sul personale della chiesa e della scuola parrocchiale, sugli allenatori e sui volontari che hanno lavorato o vissuto nel Maryland. I giornalisti hanno tentato di raggiungere le 52 persone vive appena elencate. Alcuni non sono stati raggiunti per un commento, mentre le persone che hanno risposto al telefono per altri hanno affermato di essere ormai troppo vecchie e inferme per parlare.

    L’ex sacerdote Wayne Wigglesworth, 83 anni, ha rifiutato di parlare del periodo trascorso come prete a Baltimora tra il 1967 e il 1982 prima di essere condannato per aver abusato di ragazzi in Indiana.

    “Non posso rispondere a una cosa del genere”, ha detto. “Ho paura. Sto facendo del mio meglio e lo faccio già da un po’ di tempo”.

    Brenda Jones, direttrice esecutiva di Families Advocating Intelligent Registries con sede nel Maryland, ha contattato The Sun dopo aver appreso degli sforzi di un giornalista per raggiungere gli accusati per un commento. Ha detto che il suo gruppo si oppone ai registri degli autori di reati sessuali, compresi gli elenchi ufficiali gestiti dagli stati, in quanto inutile vergogna pubblica di persone che cercano di ricostruire la propria vita, in genere anni dopo essere stati puniti per “il loro momento peggiore”.

    “Causa molto più male che bene”, ha detto.

    Sono emerse diverse tendenze nel database del Sun, proprio come nel rapporto del procuratore generale. Una manciata di località della costa orientale, ad esempio, hanno ospitato un numero sproporzionato di presunti molestatori.

    Nove sono stati assegnati alla chiesa cattolica di San Francesco di Sales a Salisbury, dove Rupprecht ha subito abusi all’età di 8 anni. Il sacerdote nel suo caso, Joseph McGovern, è elencato dalla diocesi come accusato credibilmente. Il Sun non è riuscito a contattarlo per un commento.

    Altri sei vivevano o lavoravano presso le Suore Oblate di San Francesco di Sales nella contea di Cecil, dove si trovava una casa di riposo. Sei lavoravano presso la chiesa di St. Mary Refuge of Sinners a Cambridge e cinque erano affiliati alla Chiesa del Buon Pastore a Perryville.

    Rupprecht ritiene che negli anni ’60 e ’70 la diocesi di Wilmington abbia inviato in bicicletta i “sacerdoti problematici” nella sua parte del Maryland per tenerli lontani dal suo quartier generale.

    Un portavoce della diocesi, Robert Krebs, ha suggerito una causa meno sinistra.

    “I sacerdoti più giovani, in particolare, verrebbero spostati tra le parrocchie (a Cambridge, Salisbury e Dover) per dare loro esperienza nel servizio a diversi dati demografici e aree geografiche della diocesi prima del loro incarico iniziale come pastore”, ha scritto in una e-mail a Il Sole.

    La diocesi di Wilmington comprende 76 parrocchie e missioni, tra cui San Francesco di Sales a Salisbury. La diocesi ha dichiarato bancarotta nel 2009 a causa delle crescenti denunce di abusi sessuali risalenti a più di 50 anni fa. Il procedimento ha portato a un accordo da 77 milioni di dollari che richiedeva l’aggiunta dei nomi dei religiosi implicati al proprio sito web. La diocesi mantiene un elenco pubblico dal 2006.

    L’arcidiocesi di Baltimora ha dichiarato bancarotta a settembre, poco prima che il nuovo Child Victims Act del Maryland revocasse i termini di prescrizione per le cause legali per abusi sessuali su minori. Mentre il caso di fallimento implica che le rivendicazioni contro l’arcidiocesi di Baltimora verranno avanzate davanti al tribunale fallimentare federale, nuove azioni legali sono state intentate presso il tribunale statale contro scuole, agenzie statali e l’arcidiocesi di Washington. Quest’ultimo mette in discussione la costituzionalità della nuova legge.

    L’ufficio del procuratore generale del Maryland ha affermato di aver iniziato a esaminare gli abusi nelle altre due diocesi dello stato nello stesso momento in cui ha iniziato a indagare sull’arcidiocesi di Baltimora nel 2018. Aleitheia Warmack, portavoce del procuratore generale democratico Anthony Brown, ha affermato che l’ufficio sta ancora indagando su Washington e Wilmington. Ha rifiutato ulteriori commenti perché le indagini sono in corso.

    Lo stato del Maryland ad agosto ha concesso all’ufficio di Brown più di 560.000 dollari per aggiungere quattro membri alla squadra investigativa. Uno è stato assunto, ha detto Warmack, e altri tre dovrebbero essere a bordo entro la fine di dicembre.

    In una e-mail al Sun, Patricia Zapor, portavoce dell’arcidiocesi di Washington, non ha risposto alle domande dei giornalisti su coloro che figurano nell’elenco del giornale. Ha pubblicizzato le politiche che la diocesi ha da tempo in atto per combattere gli abusi sessuali, inclusa una politica scritta sulla protezione dei minori che risale a quasi 40 anni fa e che viene “rivista e aggiornata regolarmente”. Ha aggiunto di aver collaborato con le indagini del procuratore generale del Maryland.

    Christian Kendzierski, portavoce dell’arcidiocesi di Baltimora, ha affermato che la più antica diocesi cattolica della nazione – che comprende la città di Baltimora e nove contee nel Maryland centrale e occidentale – concentra la propria lista su sacerdoti e fratelli “che hanno effettivamente prestato servizio nell’arcidiocesi di Baltimora”. Avvisa i parrocchiani di altri delinquenti credibilmente accusati tramite comunicati stampa e contattando le parrocchie, le scuole e le comunità interessate. Ha detto che “elenchi più ampi che includono individui che non hanno prestato servizio nell’arcidiocesi di Baltimora sono gestiti da altri”, compreso il registro statale degli autori di reati sessuali.

    “L’arcidiocesi di Baltimora sostiene tutti gli sforzi volti a sradicare la piaga degli abusi sessuali sui minori”, ha scritto in una e-mail.

    Un nome nell’elenco appena ampliato è quello di Timothy Slevin, un prete che ha molestato un ragazzo di nome Buddy Robson in una chiesa nella contea di Prince George, nell’arcidiocesi di Washington. Slevin si dichiarò colpevole di sodomia nel 1986, ammettendo di aver abusato di almeno sei ragazzi e di aver scontato due anni in una prigione federale. Ha rifiutato il 5 dicembre per parlare con un giornalista.

    Il Sun in genere non nomina le persone che affermano di essere vittime di violenza sessuale, ma Robson e Rupprecht hanno accettato di pubblicare i loro nomi.

    Come molti sopravvissuti, Robson, 68 anni, non ha denunciato l’orrore fino ai 60 anni.

    “Quando subisci abusi da bambino, la cosa che fai è tenerlo segreto”, dice. “Pensi di essere l’unico… Mantieni tutte quelle emozioni sepolte. Non guarisci mai completamente.

    Questo, dice, è uno dei motivi per cui rivelare i nomi dei predatori credibilmente accusati in tutto il Maryland è utile: può aiutare coloro che potrebbero ancora tenere segreti i loro abusi a portarli alla luce.

    È anche uno dei motivi per cui Rupprecht, che vive a Forest Hill, definisce “meraviglioso” che l’elenco degli accusati di abusi si sia appena ampliato.

    “All’interno della comunità dei sopravvissuti, siamo tutti uno”, ha detto. “Siamo una confraternita e una confraternita uniche, una confraternita e una sorellanza, che attraversa diocesi, confini statali e confini internazionali”.

    Il Maryland Crime Victims’ Resource Center, un’organizzazione di sopravvissuti che offre servizi di patrocinio, assistenza legale e altro supporto alle vittime di crimini, può essere contattato al numero 301-952-0063. La rete dei sopravvissuti agli abusi da parte dei preti elenca i suoi capitoli locali su https://www.snapnetwork.org.

  • Don Mauro Galli, concluso anche il processo canonico

    Don Mauro Galli, concluso anche il processo canonico

    Il Tribunale ecclesiastico incaricato dal Dicastero per la Dottrina della Fede per la definizione del giudizio di appello per la causa canonica concernente il sacerdote ambrosiano don Mauro Galli, accusato del delitto di abuso su minore, ha recentemente comunicato all’imputato di essere giunto a sentenza.

    Il disposto, in risposta al quesito posto dal Promotore di Giustizia del Dicastero, relativamente alla decisione se riformare o meno la sentenza di primo grado, è nei termini seguenti: «Rispondiamo negativamente in quanto la sentenza di primo grado non è da ritenersi giuridicamente infondata, e quindi che non consta della colpevolezza dell’imputato Rev. Mauro Galli per il delitto di cui è accusato», ritenendo altresì «proporzionato confermare le disposizioni a carattere cautelare (sebbene in parte già giunte a scadenza a motivo del tempo nel frattempo trascorso) stabilite nell’appellata sentenza di primo grado».

    Pertanto «passa in giudicato e non è ulteriormente impugnabile con mezzi ordinari» la sentenza del Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo, del 24 giugno 2019 che, pur stabilendo che non consta della colpevolezza dell’imputato relativamente al delitto di cui è accusato, giudica il sacerdote «responsabile di comportamento non idoneo e gravemente inopportuno nei confronti del minore, atteggiamento che ha creato turbamento al minore stesso, alla sua famiglia e alla Chiesa di Milano» e chiede dunque l’adozione di alcune cautele, di carattere non penale.

    Nell’ambito del giudizio dei fatti in sede statale, come riportato più ampiamente in un precedente articolo, il 26 settembre 2023, la sentenza definitiva della Corte d’Appello di Milano, Sezione Seconda Penale, ha accolto il concordato della difesa e del procuratore generale per una riqualificazione del reato attribuito a don Mauro Galli, in quanto «non potendosi ritenere credibile il racconto della persona offesa sul tentativo di penetrazione» il rimando all’art. 609 bis è inteso con riferimento all’ultimo comma dello stesso, concernente i «casi di minore gravità». La pena è stata pertanto ridotta rispetto a quanto previsto dal precedente giudizio d’Appello (annullato dalla Cassazione) a tre anni di reclusione, con detenzione domiciliare e possibilità di svolgere un’attività professionale.

    L’Ordinario diocesano, a seguito di quanto disposto in sede statale e in adempimento di quanto stabilito dal Tribunale operante su incarico del Dicastero per la Dottrina della Fede, mentre prende atto che in forza del diritto sono venute meno le misure cautelari sinora vigenti a carico di don Mauro Galli (sospeso dall’esercizio pubblico del ministero dal 7 maggio 2015), ha disposto il prosieguo della limitazione all’esercizio del ministero e delle facoltà di celebrare in pubblico per i prossimi tre anni: il sacerdote pertanto continuerà in questo periodo di tempo a svolgere la sua attività professionale non ecclesiastica e a vivere di essa.

    «Si conclude una lunga vicenda umana e giudiziaria che ha segnato pesantemente la vita e le relazioni di persone, di famiglie e di comunità ecclesiali – dichiara il Vicario generale della Diocesi, monsignor Franco Agnesi -. Non si conclude tuttavia il cammino di queste persone, famiglie e comunità. Il male compiuto e sofferto può essere consolato se si apre a riconoscere la sofferenza dell’altra persona e conduce tutti a prendersi cura del bene degli altri e del bene di tutti. E ci conduce tutti ad essere più umili e puri di cuore».

    Don Mauro Galli, concluso anche il processo canonico

  • Il potere e la colpa

    Il potere e la colpa

    di Federico Tullli – Cose che difficilmente vedrete accadere in Italia. Nel pieno del primo scandalo che travolse nel 2010 la Chiesa cattolica tedesca il primo canale televisivo pubblico ARD propose per diverse volte dei faccia a faccia tra vittime di una violenza e sacerdoti anche di alto rango. Uno dei più noti “duelli” avvenne nel corso di un programma dal titolo “I preti e il sesso. Quanta verità accetta la Chiesa (cattolica)?  Il quesito dava anche il titolo a un’inchiesta giornalistica. E anche qui a parte rarissimi casi in Italia raramente ne sono state proposte di simili.

    Abbiamo chiesto un commento alla psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg, presidente di Netforp-Network europeo per la psichiatria psicodinamica: ”Trasmissioni come quelle di ARD hanno avuto il pregio di dimostrare come la Chiesa cattolica si arroghi il diritto di costruire uno Stato nello Stato. Ed è un discorso che ovviamente vale in Germania come altrove. Da psichiatra dico subito che si è vista la patologia della Chiesa, il suo cinismo, l’ipocrisia. E l’incompatibilità dell’impianto giuridico della Chiesa con uno Stato di diritto, per le modalità di gestione sia degli scandali, sia dei rapporti con le vittime. Oltre alla distruzione che il violentatore provoca nella vita delle vittime, e che una di queste seppur segnata profondamente è riuscita a denunciare pubblicamente con estrema lucidità, c’è la violenza e l’assoluta mancanza di senso civico dei vescovi che li hanno “coperti”.

    Approfittando del fatto che le vittime, dato che vengono dall’ambiente cattolico, si rivolgono spesso prima a loro che alle autorità civili”. Così il crimine viene immediatamente insabbiato, col pretesto che si devono fare delle indagini interne, diciamo noi.  «Ma ovunque nel mondo la pedofilia è un reato che deve essere perseguito dalle autorità preposte», osserva dal canto suo la dottoressa Homberg. E non da compiacenti vescovi, come quello apparso in un’altra trasmissione di ARD, che continuava a sostenere che il suo prete, scaricando materiale pedo-pornografico da Internet, era «caduto in una trappola», come se vi fosse stato spinto da quei bambini violentati. Commenta la psichiatra: “Allora il “male” sarebbe nei ragazzini? La pedofilia è “colpa” loro? Temo che questo sia un pensiero non tanto latente in seno alla Chiesa. Psichiatricamente un pensiero interessante però non è un pensiero tanto sano”.

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 15 del 16 dicembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 15 del 16 dicembre

    • Francesco Zanardi – L’UE risponde all’istanza della Rete L’ABUSO. La comunicazione ai Membri

    Petizione n. 0354/2023 – Le osservazioni della Commissione Petizioni

    La Commissione è impegnata a combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori. Il 24 luglio 2020, la Commissione ha pubblicato una strategia globale dell’UE per una lotta più efficace contro l’abuso sessuale di minori.

    La strategia definisce otto iniziative concrete per combattere questi crimini online e offline, utilizzando tutti gli strumenti disponibili a livello UE, legislativi e non legislativi, come finanziamenti. In particolare, un’iniziativa chiave della strategia è garantire la completa attuazione della normativa vigente.

    La Direttiva 2011/93/UE2 stabilisce norme minime relative alla definizione penale di reati e sanzioni in materia di abuso e sfruttamento sessuale di bambini, materiale di abuso sessuale e adescamento di minori a fini sessuali. Richiede agli Stati membri adottare una serie di misure per prevenire gli abusi sessuali sui minori, come programmi di intervento per gli autori di reato, campagne di educazione e sensibilizzazione. La Direttiva stabilisce inoltre degli standard e obblighi per gli Stati membri in relazione ai procedimenti giudiziari e all’assistenza e misure di supporto per i minori vittime. Gli Stati membri sono tenuti a recepire la direttiva nei propri sistemi legislativi nazionali.

    Quanto alla denuncia dei reati, l’art. 16 rimuove gli ostacoli che potrebbero impedire la segnalazione, ma lo fa senza imporre un obbligo. Le regole di riservatezza imposte dalla legislazione nazionale su alcuni i professionisti il ​​cui compito principale è lavorare con i bambini non devono costituire un ostacolo alla possibilità, per tali professionisti, di segnalare qualsiasi situazione ai servizi competenti dove hanno fondati motivi per ritenere che un minore sia vittima di reati commessi dalla direttiva. Inoltre, impone agli Stati membri di adottare le misure necessarie per incoraggiare chiunque sia a conoscenza o sospetti che siano stati commessi reati previsti dalla Direttiva, a segnalare l’accaduto ai servizi competenti.

    Un obbligo potrebbe essere considerato nell’imminente revisione della Direttiva.

    Per quanto riguarda il certificato, per contrastare i rischi che i delinquenti possano riottenere l’accesso ai minori attraverso attività di lavoro o di volontariato, l’art. 10 della Direttiva attribuisce questo diritto ai datori di lavoro e reclutamento per attività professionali e di volontariato che comportano uno stretto contatto con i bambini a richiedere i precedenti penali delle persone da assumere. Obbliga inoltre gli Stati membri a fornire il casellario giudiziale quanto più completo possibile in risposta a tali richieste, ricorrendo al sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari, ove opportuno, e a qualsiasi altra fonte adeguata di informazioni.

    Per garantire il rispetto degli obblighi sopra menzionati, la Commissione monitora attentamente l’attuazione della Direttiva 2011/93/UE negli Stati membri, compresa l’Italia, continua ad avvalersi dei poteri conferiti loro dai trattati nella misura necessaria per garantire una piena e completa implementazione.

    La Commissione sta preparando una revisione della direttiva. In questo contesto si sta valutando una possibile inclusione dell’obbligo per gli Stati membri di introdurre un obbligo, almeno per professionisti che lavorano a stretto contatto con i bambini nei settori dell’istruzione, dell’assistenza all’infanzia e della sanità, a segnalare alle autorità competenti se hanno fondati motivi di ritenere che è stato commesso o rischia di essere commesso un reato ai sensi della presente direttiva.

    Un altra un’eventuale modifica potrebbe mirare a rendere obbligatoria la richiesta del casellario giudiziale a datori di lavoro che reclutano per attività professionali e di volontariato che comportano uno stretto contatto con bambini.

    • Conclusione

    Si raccomanda di informare il ricorrente che, pur non sussistendo ancora alcun obbligo derivante dalla legislazione dell’UE impone ai singoli individui di denunciare gli abusi sessuali su minori alle autorità competenti, creando un obbligo legale, almeno per le persone che hanno contatti regolari con i bambini in virtù della loro professione, è attualmente allo studio.

    Inoltre, la Commissione sta anche valutando controlli obbligatori dei precedenti personali per le persone assunte per attività professionali e volontarie attività che comportano un contatto stretto e regolare con i bambini.


    • Federica Tourn – Un vescovo svizzero accusato di abusi sessuali

    Non si ferma l’onda lunga delle denunce di abusi sessuali nella Chiesa cattolica svizzera. L’ultimo episodio in ordine cronologico è arrivato a toccare i vertici della gerarchia ecclesiastica. L’attuale vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, Charles Morerod, ha dichiarato che in base ad una testimonianza, il suo predecessore Bernard Genoud – deceduto nel 2010 – avrebbe abusato sessualmente di una 19enne. La violenza si sarebbe ripetuta più volte, nel periodo in cui Genoud insegnava filosofia al Collège du Sud di Bulle (Friburgo). È il primo caso a coinvolgere una personalità di tale rango.

    Morerod ha specificato che la presunta vittima, che verserebbe in uno stato di “grande sofferenza”, ha chiesto di rimanere anonima e per questo la Chiesa non indica il periodo in cui si sarebbero verificati gli episodi. La donna ha contattato l’attuale vescovo alcuni mesi fa. Già vittima di abusi in passato in altre circostanze, la donna si era rivolta a Genoud – che era amico dei suoi genitori –  proprio per confidarsi sulle violenze, ma questi avrebbe abusato della situazione. Parlando con Morerod – lui stesso un ex allievo di Bernard Genoud – la donna avrebbe detto di “essersi liberata di un peso, anche se il percorso è doloroso da intraprendere”.

    L’attuale vescovo ha dunque lanciato un appello a testimoniare, perché la lunga carriera da insegnante del suo predecessore potrebbe celare ulteriori vittime. Ordinato prete nel 1968, Bernard Genoud ha insegnato al Collège du Sud dal 1976 al 1994, ma ha lavorato come docente anche in altre scuole fra gli anni Settanta e Novanta. È stato vescovo dal 1999 fino al suo decesso nel 2010. L’obiettivo, ha detto Morerod, è “liberare la verità”. Perché “è compito della Chiesa non lasciare senza risposta la sofferenza di vittime schiacciate dal peso di un silenzio insopportabile”.

    La Chiesa cattolica svizzera continua così a essere travolta da una bufera di rivelazioni sconcertanti. Dopo la pubblicazione, nello scorso settembre, del primo studio scientifico sulla materia, realizzato dall’Università di Zurigo, si sono infatti succeduti gli annunci di nuovi casi.

    A novembre Felix Gmür, vescovo di Basilea e presidente della Conferenza dei Vescovi svizzeri (CVS), e Joseph Maria Bonnemain, vescovo di Coira, sono stati ricevuti in Vaticano da Papa Francesco. L’incontro è stato l’occasione per presentare al pontefice un insieme di iniziative prese dai vertici della Chiesa cattolica svizzera per affrontare l’attuale situazione e per prevenire che casi analoghi possano verificarsi in futuro.

    Fonte:

    https://www.tvsvizzera.it


    • Pierelisa Rizzo – «Le chat non sono manipolate»: la conferma del perito nel processo al prete per violenze sessuali su minori a Enna

    Non ci sarebbe stata alcuna manipolazione, nessuna modifica e nessuna alterazione negli  screenshot della chat, che era stata ammessa dal tribunale di Enna nel processo per violenza sessuale aggravata a danni di minori in cui è imputato il sacerdote Giuseppe Rugolo. Lo ha certificato in aula un perito che ne ha confermato la corrispondenza con l’originale. La chat riguarda una conversazione tra l’archeologo Antonio Messina, che ha denunciato il prete per gli abusi subiti quando era minorenne, e che da ultimo è stato, a sua volta,  querelato dal sacerdote per diffamazione, e una sua amica. Un dialogo che proverebbe, all’epoca dei fatti, le violenze subite dalla vittima. Ancora una volta, come era già successo nel corso della scorsa udienza,  di un processo che si celebra a porte chiuse per «esigenze di riservatezza», è saltata la requisitoria della pm Stefania Leonte. Un ulteriore rinvio che, in questo caso, si è reso necessario per via dell’assenza,  giustificata per malattia ,  di uno dei giudici che compongono il collegio per cui la requisitoria è slittata alla prossima udienza che è già stata fissata per mercoledì 10 gennaio. In quella stessa data ci saranno le conclusioni degli avvocati delle parti civili. Appuntamento successivo per martedì 13 febbraio con i legali dei responsabili civili,  la diocesi di Piazza Armerina  e la parrocchia di San Giovanni Battista di Enna. e gli avvocati difensori dell’imputato. La sentenza, con le eventuali repliche,  è prevista per martedì 5 marzo.

    Fonte (meridionews.it)


    • Alessio Di Florio – Un anno fa la pubblicazione “Vatican Shock: le radici oscure del caso Orlandi”

    Il 9 dicembre 2022 sul canale youtube del blog d’inchiesta giornalistica Notte Criminale è stato pubblicato da Alessandro Ambrosini e Marco Milioni il video “Vatican Shock: le radici oscure del caso Orlandi” con l’audio di alcune dichiarazioni nel 2009 di Marcello Neroni. La scomparsa di Emanuela Orlandi «trova una nuova chiave di lettura attraverso le parole di un insider della Banda della Magliana» si legge nella presentazione del video.

    Dodici mesi dopo Ambrosini su facebook ha pubblicato un riassunto di quanto accaduto dopo la pubblicazione. «Dodici mesi fa, io e Marco Milioni, pubblicammo l’audio che “rubai” a Marcello Neroni. La “spia alla francese” della Banda della Magliana. Una registrazione sul “caso di Emanuela Orlandi”che costrinse il Vaticano ad aprire un’inchiesta, dopo 40 anni. Indignò il Papa, a tal punto da parlarne nell’Angelus domenicale. Spinse la Procura di Roma a riaprire un fascicolo chiuso alcuni anni prima, moralmente impegnò il Parlamento a istituire una commissione d’inchiesta per indagare sulla sparizione della giovane cittadina vaticana. Vero o falso, quel documento che ho trattenuto nei miei cassetti per 13 anni, ha svolto il suo ruolo. In questi dodici mesi, il Vaticano ha giocato a silenziare questa particolare registrazione. Ha nascosto l’argomento e il personaggio registrato, “sotto il tappeto”. Ha “secretato” l’intera inchiesta, dando pubblicamente esito solo di testimonianze inutili. Gettando fumo sugli occhi. Non si scorda niente».

    «E purtroppo non è finita – ha commentato Pietro Orlandi – La commissione è passata anche al Senato, è diventata legge, bene. Manca solo che tutti i partiti consegnino i nominativi ai presidenti di camera e senato. Dopo un mese ancora nulla. Chiedo, entro quanto tempo dal voto al Senato devono presentare i nomi? Mi rispondono che questa clausola non è inserita e quindi i partiti non hanno un limite di tempo. Quindi se qualcuno vuole ancora rallentare per non far partire questa commissione basta che ritarda ad oltranza la presentazione dei nominativi del proprio partito. Spero che il mio sia solo un cattivo pensiero».


    • Federico Tulli – Il potere e la colpa

    Cose che difficilmente vedrete accadere in Italia. Nel pieno del primo scandalo che travolse nel 2010 la Chiesa cattolica tedesca il primo canale televisivo pubblico ARD propose per diverse volte dei faccia a faccia tra vittime di una violenza e sacerdoti anche di alto rango. Uno dei più noti “duelli” avvenne nel corso di un programma dal titolo “I preti e il sesso. Quanta verità accetta la Chiesa (cattolica)?  Il quesito dava anche il titolo a un’inchiesta giornalistica. E anche qui a parte rarissimi casi in Italia raramente ne sono state proposte di simili.

    Abbiamo chiesto un commento alla psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg, presidente di Netforp-Network europeo per la psichiatria psicodinamica: ”Trasmissioni come quelle di ARD hanno avuto il pregio di dimostrare come la Chiesa cattolica si arroghi il diritto di costruire uno Stato nello Stato. Ed è un discorso che ovviamente vale in Germania come altrove. Da psichiatra dico subito che si è vista la patologia della Chiesa, il suo cinismo, l’ipocrisia. E l’incompatibilità dell’impianto giuridico della Chiesa con uno Stato di diritto, per le modalità di gestione sia degli scandali, sia dei rapporti con le vittime. Oltre alla distruzione che il violentatore provoca nella vita delle vittime, e che una di queste seppur segnata profondamente è riuscita a denunciare pubblicamente con estrema lucidità, c’è la violenza e l’assoluta mancanza di senso civico dei vescovi che li hanno “coperti”. Approfittando del fatto che le vittime, dato che vengono dall’ambiente cattolico, si rivolgono spesso prima a loro che alle autorità civili”. Così il crimine viene immediatamente insabbiato, col pretesto che si devono fare delle indagini interne, diciamo noi.  «Ma ovunque nel mondo la pedofilia è un reato che deve essere perseguito dalle autorità preposte», osserva dal canto suo la dottoressa Homberg. E non da compiacenti vescovi, come quello apparso in un’altra trasmissione di ARD, che continuava a sostenere che il suo prete, scaricando materiale pedo-pornografico da Internet, era «caduto in una trappola», come se vi fosse stato spinto da quei bambini violentati. Commenta la psichiatra: “Allora il “male” sarebbe nei ragazzini? La pedofilia è “colpa” loro? Temo che questo sia un pensiero non tanto latente in seno alla Chiesa. Psichiatricamente un pensiero interessante però non è un pensiero tanto sano”.

  • «Le chat non sono manipolate»: la conferma del perito nel processo al prete per violenze sessuali su minori a Enna

    «Le chat non sono manipolate»: la conferma del perito nel processo al prete per violenze sessuali su minori a Enna

    Nessuna manipolazione, nessuna modifica e nessuna alterazione. Gli screenshot della chat, che era stata ammessa dal tribunale di Enna nel processo per violenza sessuale aggravata a danni di minori in cui è imputato il sacerdote Giuseppe Rugolo, sono stati analizzati da un perito che ne ha confermato la corrispondenza con l’originale. Si tratta di una conversazione tra l’archeologo Antonio Messina che ha denunciato il prete per gli abusi subiti quando era minorenne (e che, a sua volta, è stato querelato dal sacerdote per diffamazione) e una sua amica. Un dialogo – uno dei tanti finiti all’interno di questo processo – che proverebbe le confidenza sulle violenze alla vittima.

    Ancora una volta, come era già successo nel corso della scorsa udienza – di un processo che si celebra a porte chiuse per «esigenze di riservatezza» – è saltata la requisitoria della pm Stefania Leonte. Un ulteriore rinvio che, in questo caso, si è reso necessario per via dell’assenza – giustificata per malattia – del giudice titolare del collegio, ovvero la persona che poi dovrebbe essere incaricata proprio a scrivere la sentenza del processo. Insomma, una mancanza non da poco per cui si è ritenuto di posticipare la requisitoria alla prossima udienza che è già stata fissata per mercoledì 10 gennaio. La stessa occasione in cui la parola andrà anche agli avvocati delle parti civili per le conclusioni. Appuntamento successivo per martedì 13 febbraio con i legali dei responsabili civili (la diocesi di Piazza Armerina e la parrocchia di San Giovanni Battista di Enna) e gli avvocati difensori dell’imputato. La sentenza, con le eventuali repliche, è prevista per martedì 5 marzo.

    Una vicenda che è iniziata con la denuncia della giovane vittima, minorenne all’epoca dei fatti e oggi 28enne. I suoi genitori avevano poi denunciato di avere ricevuto dalla diocesi di Piazza Armerina un’offerta di 25mila euro della Caritas in cambio di una clausola di riservatezza e di silenzio. Il vescovo Rosario Gisana ha sempre sostenuto, invece, sarebbero stati proprio i genitori ad avanzare una richiesta di denaro. Lo stesso vescovo che nel corso di una conversazione, che non sapeva essere intercettata, avrebbe detto al sacerdote imputato: «Caro Giuseppe, per te ci sono tutti i presupposti per diventare Santo». E lo stesso vescovo che, di recente, è stato perfino elogiato da Papa Francesco. Intanto, nell’ultimo periodo sono emerse diverse denunce presentate da don Rugolo nei confronti, non solo della vittima che lo ha denunciato, ma anche dei giornalisti che si sono occupati della vicenda e di Francesco Zanardi, il presidente di Rete l’Abuso. L’unica associazione italiana di vittime di abusi da parte di esponenti della chiesa. Al momento, tutte le querele sono state ritenute prive di fondamento.

    «Le chat non sono manipolate»: la conferma del perito nel processo al prete per violenze sessuali su minori a Enna

  • LA CHIESA CATTOLICA BELGA AVREBBE VENDUTO CIRCA 30 MILA BAMBINI ALL’INSAPUTA DELLE LORO MADRI

    LA CHIESA CATTOLICA BELGA AVREBBE VENDUTO CIRCA 30 MILA BAMBINI ALL’INSAPUTA DELLE LORO MADRI

    (ANSA)  – La Chiesa cattolica avrebbe venduto circa 30mila bambini all’insaputa delle loro madri. È quanto rivelato nel podcast ‘Kinderen van de Kerk’ della testata belga Het Laatste Nieuws, in cui madri e bambini adottati parlano per la prima volta di questi eventi svoltisi in un arco temporale che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Ottanta. Le donne incinte e non sposate, a quanto riporta la testata, venivano collocate in istituti cattolici, dove subivano umiliazioni e persino abusi sessuali.

    Durante il parto, alcune donne sono state sottoposte ad anestesia generale, mentre altre hanno dovuto indossare una maschera: tutti modi per impedire alle madri di vedere il proprio figlio, che veniva immediatamente separato dopo la nascita. Alcune donne sarebbero state addirittura sterilizzate. Altre sono state costrette a firmare un documento in cui rinunciavano al figlio o gli veniva detto che era nato morto. I bambini venivano poi venduti per ingenti somme – tra i 10.000 e i 30.000 franchi belgi (all’incirca tra i 250 e i 750 euro), a volte molto di più – a famiglie adottive.

    I documenti non conservati o distrutti rendono oggi estremamente difficile il processo di ricongiungimento, afferma Debby Mattys (57 anni), che è stata data in adozione dalle suore e ha trascorso oltre 20 anni alla ricerca della sua madre naturale. “Mia madre aveva 18 anni quando ha avuto una gravidanza indesiderata”, ha dichiarato a Het Laaste Nieuws.

    Nel 2015 la Conferenza episcopale si è scusata con le vittime di adozioni forzate in istituti cattolici presso il Parlamento fiammingo. In risposta alle recenti testimonianze, i vescovi hanno espresso la loro compassione per il dolore e il trauma delle vittime, nota il Brussels Times. La Chiesa chiede un’indagine indipendente sulle condizioni descritte dalle donne coinvolte.