Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: comunione e liberazione

  • «Io e gli abusi subiti dal parroco di CL. Mai più in silenzio»

    «Io e gli abusi subiti dal parroco di CL. Mai più in silenzio»

    «Sono stato vittima di violenze e abusi sessuali da parte dell’allora don Mauro Inzoli, nel gruppo cattolico di Comunione e Liberazione, dai miei 14 ai 18 anni, dal 2001 al 2005. Abusi che si ripetevano ogni volta che ne avesse loccasione: a ogni viaggio di gruppo, a ogni colloquio privato».
    A parlare a Domani è Matteo Scarabelli, 39 anni, professionista nel settore farmaceutico, originario di Crema e oggi residente tra Parigi e Bruxelles.
    Per più di vent’anni, non ha raccontato quello che ha subito.
    Inzoli è l’ex parroco della Santissima Trinità di Crema, presidente per oltre dieci anni del Banco Alimentare, referente di Gioventù Studentesca e presidente del Cda della Fondazione Fides et Ratio. Confessore personale di Roberto Formigoni, frequentava il Meeting di Rimini e gli ambienti della Compagnia delle Opere. Lo chiamavano «don Mercedes», per la passione per le auto
    di lusso.
    Quella sua aura, racconta Scarabelli, rendeva impossibile riconoscere la violenza.
    «La prima volta mi sono ritrovato sdraiato sul letto. All’inizio parlavamo, sembrava normale. Poi ha iniziato a toccarmi.
    Non capivo cosa stesse succedendo, ero paralizzato. Dentro pensavo solo:
    devo far finta che vada bene».
    La prima condanna arriva nel 2016.
    Il gup Letizia Platé riconosce cinque vittime, tra i 12 e i 16 anni, e la forte «sottomissione psicologica» esercitata da Inzoli.
    La vicenda arriva fino alla condanna definitiva a quattro anni, sette mesi e dieci giorni per violenza sessuale su minori, aggravata dall’abuso di autorità. Nell’aprile 2018, Inzoli entra nel carcere di Bollate, dal quale esce due anni dopo con l’affidamento in prova ai servizi sociali. Nel 2017, papa Francesco lo aveva dimesso dallo stato clericale.
    Scarabelli ha testimoniato anche davanti alla Commissione abusi di CL, ma non figura tra le vittime riconosciute nei procedimenti penali perché non denunciò.
    «Quando gli abusi di Inzoli furono confermati da un tribunale, per un pugno di episodi emersi dal coraggio di alcuni ragazzi poco più che ventenni pensai che a me non servisse denunciare. Cercavo di proteggere me stesso dalla vergogna e i miei genitori dal senso di colpa. Non immaginavo le conseguenze che tutto questo avrebbe avuto dentro di me».
    La rimozione, per Matteo, ha la forma di vent’anni di vita.
    «Il mio corpo e la mia mente hanno rifiutato per anni di diventare adulti».
    La condanna e la dimissione dallo stato clericale non hanno coinciso con l’uscita di Inzoli dalla Fraternità di Comunione e Liberazione. Negli anni successivi è rimasto nella Fraternità, partecipando a incontri,
    momenti di condivisione e viaggi in Terra Santa con famiglie e ragazzi.
    A Crema, una parte della comunità ha continuato a essergli vicina, nella convinzione che avesse ormai «pagato».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/io-e-gli-abusi-subiti-dal-parroco-di-cl-mai-piu-in-silenzio-va3lvazj

  • Leone XIV insabbiò o pure no? La verità tra media che ignorano e propaganda – L’intervista a Francesco Zanardi

    Leone XIV insabbiò o pure no? La verità tra media che ignorano e propaganda – L’intervista a Francesco Zanardi

    Un cardinale o un vescovo che denunciano abusi sessuali fuori dalla chiesa sono pessimi gerarchi cattolici perché non hanno rispettato le leggi della chiesa, DENUNCIARE INTERNAMENTE.

    E qui che chiesa ci va a nozze tra chi appunto ignora e chi spera in un Papa santo e giusto.

    Il cardinale Robert Prevost insabbiò di fatto i casi del Perù perché si limitò a denunciarli alla chiesa, ma omise in virtù della giustizia per le vittime, la denuncia all’autorità civile dello stato peruviano.

    Qui va ricordato che per la legge dello Stato, in questo caso il Perù, la prescrizione per questi reati fino al 2018 era di 8 anni, dopo invece il reato è diventato imprescrittibile.

    Va anche considerato che quella gestita da Robert Prevost (oggi Papa Leone XIV) fu una mossa politica del Vaticano in quanto il Sodalitium stava sottraendo fedeli e risorse alla chiesa cattolica, per questo motivo papa Francesco commissario, come fece per i movimenti ecclesiali e congregazioni di diritto pontificio come i Focolarini, l’Opus Dei, Comunione e liberazione ecc. .

    Di fondo quindi non c’è proprio nulla di onorabile ma solo un mero interesse politico volto al potere, per questo le vittime, in questo caso vennero comode alla chiesa che le “accudì”.

    Tuttavia nessuna di loro fu mai risarcita, come da manuale, i responsabili di fatto protetti dalla chiesa e strumentalizzati dal Sodalitium contro la chiesa.

  • Predazione sessuale, silenzio della Chiesa, e poi?

    Predazione sessuale, silenzio della Chiesa, e poi?

    Qui l’introduzione a questo testo.

    Pascal Hubert (PH): Ci ritroviamo per un nuovo scambio di opinioni, stavolta sul caso Rupnik. Prima di affrontare l’argomento, vorrei che tu dicessi in poche parole qual è la ragione della tua presenza qui oggi.

    Renata Patti (RP): Ho risposto due settimane fa a un’intervista apparsa il 21 febbraio sul giornale Dimanche. In questa intervista, che è stata molto importante per me, Christophe Henning mi ha posto domande molto precise, sapendo che avevo partecipato alla redazione del libro Dall’abuso alla libertà. Ero molto contenta di poter usare la parola emprise, in francese, perché in italiano non c’è traduzione. L’emprise non è l’abuso: succede prima. E parlando del Movimento dei Focolari, dal quale io provengo, abbiamo parlato degli abusi spirituali, di coscienza, psicologici, finanziari e sessuali.

    L’ultima domanda era: «Ha qualcosa da aggiungere?». Ho risposto: «Sì». Perché per il fatto di aver testimoniato in questo libro, non da sola logicamente, Renata Patti era ritrovabile sia con un numero di telefono, sia con un indirizzo mail su Internet. E altre vittime, questa volta di don Marko Ivan Rupnik e della ex suora – perché la Comunità Loyola è stata sciolta e le religiose laicizzate – Ivanka Hosta, hanno preso contatto con me. La domanda mi ha dato l’occasione di parlare di questi contatti. Importante per me sottolineare che dialogando con queste vittime abbiamo trovato il denominatore comune di tutti i fondatori e le fondatrici. Loro, uomini fondatori e donne fondatrici, hanno voluto prendere il posto di Dio e penetrare nella coscienza di noi vittime, che cercavamo Dio con sincerità. Il fatto che quello stesso 21 febbraio ci fosse a Roma la conferenza stampa di due vittime di Rupnik che conoscevo è stata per me una coincidenza sconvolgente. Non so se in Belgio, in Francia, questa notizia ha veramente spaccato. Fatto sta che non ho parole per definire questo evento.

    PH: Parleremo infatti di questa conferenza stampa del 21 febbraio 2024. Magari prima torniamo brevemente sugli antecedenti di questo fatto. Ricordiamo che inizialmente, in un’altra vicenda, Rupnik è stato accusato di aver avuto rapporti sessuali con una donna prima di darle l’assoluzione. Dopodiché, nel 2020, Rupnik è stato scomunicato dal Vaticano per un breve periodo di tempo, cosa che di fatto rappresenta la sanzione più grave sul piano canonico, ma lui, si dice, ha riconosciuto i fatti, si è pentito e la sanzione è stata revocata. In seguito, a giugno 2023, l’Ordine dei gesuiti, dal quale proviene anche papa Francesco, ha espulso Rupnik. Il Vaticano aveva invocato la prescrizione dei fatti per chiudere il caso nel 2022 senza indagini.

    Altro evento di estrema importanza in questa vicenda è che due giorni dopo l’incontro del 15 settembre 2023 tra il papa e la direttrice del Centro Aletti, la diocesi capitolina parla di vita comunitaria sana e senza problemi particolari. È evidente che purtroppo le donne maltrattate sono completamente assenti da questo dibattito. Quindi forse per questo motivo a un certo punto i principali interessati, cioè le vittime di Rupnik, decidono di prendere la parola ed ecco che arriviamo, Renata, a questa famosa conferenza stampa del 21 febbraio 2024, durante la quale Gloria Branciani, ex membro della Comunità Loyola, si mostra stavolta a viso aperto e parla a lungo degli abusi subiti per mano dell’ex gesuita. Stessa cosa per l’altra vittima di cui parleremo, ossia Mirjam Kovac. Puoi illustrarci come si sono svolti i fatti durante questa conferenza stampa? Cosa è stato detto esattamente?

    RP: Allora, io spero che le persone interessate possano leggere un articolo, che è quello che mi sembra aver colto ciò che occorre oggi denunciare. Allora, detto che in Italia il Corriere della Sera ha pubblicato e subito dopo The Guardian, giornale che è mondialmente considerato come uno dei più obiettivi, anche altri giornali hanno pubblicato, ma, alla conferenza stampa, di italiani ce n’erano ben pochi. Su circa 35 o 40 giornalisti, 4 o 5 erano italiani, il resto stranieri. L’articolo italiano che io tengo a sottolineare è quello della Bussola Quotidiana di Luisella Scrosati, la quale, dato atto della presenza di un avvocato, e dell’introduzione in inglese fatta dall’organizzatrice, Anne Barrett Doyle, copresidente di BishopAccountability, ha sottolineato che Mirjam Kovac (che era la segretaria personale della fatidica Ivanka Hosta, prima sorella, alla quale ancora molte sono legate), era lì garante di ciò che Gloria Branciani raccontava nei dettagli. Ci sono stati dettagli commoventi in almeno tre momenti: Mirjam è garante del fatto che Gloria è fuggita dalla comunità e ha tentato il suicidio. Mirjam ha lasciato la comunità tre anni dopo. Il percorso spirituale di Gloria è il suo personale e lei ha tenuto a dire questo travaglio. Era presente l’avvocatessa Laura Sgrò, che è colei che porta anche avanti l’inchiesta su Emanuela Orlandi come legale della famiglia. Ma a parte questo, per il percorso fatto Gloria ha tenuto a dire: «Io ho perdonato me stessa, ho perdonato anche Rupnik. Cerco la verità e attendo la giustizia». Questa frase, che per Gloria è essenziale, perché dice quello che lei sta vivendo, è stata presa da Vatican News, testata ufficiosa del Vaticano, come unico punto di citazione virgolettata di questa enorme conferenza stampa, durata quasi due ore. Come ha sottolineato con il suo humour Luisella Scrosati, guarda caso Vatican News si è svegliato proprio quel giorno, perché era stato in silenzio dal momento in cui il Santo Padre, papa Francesco, aveva tolto la prescrizione per questi reati, delitti, e non peccati.

    Perché dico questa cosa del peccato? Perché in Italia, non so in Francia o in Belgio o in altri parti, è apparso un titolo: “Le vittime si devono vergognare”. Un gesuita sloveno di nome Roblek, che è stato il maestro dei novizi al tempo di Rupnik, ha accusato le vittime non solo di avere peccato con don Marko Ivan Rupnik dicendo che si dovevano vergognare per questo, ma che peccavano la seconda volta e ancor più mettendo in pubblico tutto ciò che hanno raccontato.

    Allora: da una parte c’è un’avvocatessa, Laura Sgrò, che porta due vittime a denunciare dei reati. Sono delitti, non sono peccati. Dall’altra, un gesuita che si permette, pur con l’età e tutte le scusanti che si potrebbero trovare, di essere una mina vagante e colpire queste creature. Basta! Io non posso più permettere, in quanto vittima di abuso spirituale e a conoscenza di tutto ciò che è ormai pubblico, che non ci sia una reazione pubblica dei gesuiti, il gesuita provinciale sloveno o anche il generale dei gesuiti. Per favore, fatevi sentire!

    PH: Di certo, alla Chiesa non piace quando le vittime si esprimono, perché preferisce che gli abusi siano per così dire risolti al suo interno, è una questione di reputazione da tutelare. Il problema qui è che Gloria aveva già denunciato le violenze che aveva subito da parte di Rupnik nel 1993 alla sua superiora Ivanka, e all’epoca ovviamente non è stato fatto niente.

    RP: Certo, è così.

    PH: Oggi Rupnik, all’età di 69 anni, è accusato di aver perpetrato violenze sessuali e psicologiche su almeno una ventina di donne, per un periodo di 30 anni, soprattutto all’interno della comunità di cui era mentore, che è stata sciolta. Ora, è chiaro che se le vittime non prendono la parola in prima persona, all’interno della Chiesa non succede niente. Vorrei un po’ parlare, Renata, dei fatti di cui Rupnik si sarebbe reso colpevole, perché non sono fatti di poca importanza, tutt’altro, sono fatti estremamente gravi. In particolare, Gloria ha fatto questa dichiarazione alla conferenza stampa del 21 febbraio 2024: «Mi portava nei cinema pornografici per aiutarmi a crescere spiritualmente. Diceva che non sarei potuta crescere spiritualmente se non avessi soddisfatto i suoi bisogni sessuali. E per raggiungere i suoi scopi, padre Rupnik invocava la Trinità per obbligare le religiose ad avere rapporti sessuali a tre con lui». Dal canto suo, Mirjam Kovac, che ha abbandonato la Comunità Loyola nel 1996, ha dichiarato durante questa stessa conferenza: «Eravamo giovani, ma i nostri ideali sono stati sfruttati medianti abusi di coscienza, di potere, spirituali, fisici e spesso sessuali». Questo è per capire anche l’impatto estremamente profondo sulla vita di queste religiose che hanno dovuto subire abusi sessuali con il silenzio complice del Vaticano. Cosa evoca in te questo genere di episodi che arriva adesso a conoscenza del grande pubblico? Perché da un lato si dice alle vittime: “Avreste dovuto tacere”, e allo stesso tempo sappiamo che il fatto di tacere può sfociare, come hai detto tu, in tentativi di suicidio o in suicidi.

    RP: Comunicando tra noi c’è un dialogo, ciascuna di noi arriva da esperienze diverse. Anche per esempio con Fabrizia Raguso, che forse un mese fa, ha risposto a delle domande fatte proprio attraverso di te. Ciò che noi rimarchiamo e che io voglio sottolineare stasera per fare la mia parte è che questo abuso di potere ecclesiale diventa abuso spirituale di coscienza e piano piano, non sempre come nel mio caso, arriva all’abuso sessuale. Non dimentichiamo che in questo momento in cui tutte queste cose vengono alla luce, Ivanka Hosta conduce la sua vita placidamente a Braga, in Portogallo, come se niente fosse. Ci sono una parte di ex sorelle che sono talmente fuse con la fondatrice che non riescono nemmeno a capire che la Chiesa ha pronunciato un giudizio. Le si vede in prima o seconda fila in cattedrale ogni domenica e ricevono la comunione dal vescovo. Questo con anche i saluti – o prima o dopo, come funziona quando si va alla messa la domenica – dei gesuiti e tutti le conoscono. Allora, queste si aggrappano alla fondatrice; altre sono disperate. Perché? Perché hanno un anno per reinserirsi nella vita diciamo “normale” con l’aiuto di tre persone a loro presentate come gli aiuti psicologici, morali, eccetera. Ma quelle sono 45, queste sono 3. Ciascuna di quelle 45 ex sorelle avrebbe bisogno di una psicoterapia, a volte psichiatrica. Voglio specificare che non sto parlando a vanvera, perché anche noi, ex focolarini e focolarine (ormai esiste l’Oref, organizzazione di ex focolari, anche se io non ne faccio parte), ci siamo trovati in un disequilibrio quando siamo usciti dal focolare. Faccio un esempio. Ero in Belgio, a Bruxelles, Nunziatura Apostolica. Non ci sono più religiose, perché sono state ritirate dalla loro congregazione e il nunzio attende delle nuove religiose di un’altra congregazione. Ne arrivano quattro dalla Polonia, non conoscono né il francese, né il fiammingo, né il tedesco. La prima cosa di cui il nunzio ha bisogno è: «Andate a fare la spesa, abbiamo bisogno di riempire il frigorifero». Queste religiose si sono ritrovate dalla Polonia in un supermercato di Bruxelles incapaci di fare la spesa. Perché? Troppa scelta, troppa scelta. Non sapevano scegliere. Quattro tipi di mele! Panico! Cosa scegliamo?

    PH: È un altro mondo.

    RP: Esattamente. Dunque le sorelle che si sono trovate malgrado loro in questo… come chiamarlo? mulino di pietra, macinate, durante tutti questi anni, perché non hanno mai dovuto fare nulla per conto loro, era tutto dettato dalla religiosa superiora. Ecco, adesso, la Comunità Loyola non esiste più: viva la libertà, no?

    PH: Per concludere, Renata, un’ultima domanda. Sappiamo che anche nel Movimento dei Focolari si sono verificati abusi sessuali. C’è stata una relazione implacabile che ha denunciato l’inerzia dei dirigenti. Parlavamo della scomunica di Rupnik nel 2020. Qui, per quanto riguarda i Focolari, nell’ottobre del 2020, più o meno nello stesso periodo, il più alto responsabile francese si dimette in seguito alla rivelazione di abusi sessuali perpetrati all’interno del movimento da uno dei membri più carismatici. Qui non si parla di religiose, ma di una trentina di bambini e adolescenti che sarebbero state vittime di aggressioni sessuali da parte di Jean-Michel Merlin, figura di spicco dei Focolari. Riprendo un articolo di Christophe Henning pubblicato su La Croix. Quindi è evidente, come dicevo prima, che se la presa di coscienza non proviene dall’esterno della Chiesa, non si mette in moto niente. Quindi ti voglio fare questa domanda, Renata: le vittime della Chiesa, di una comunità o di un movimento ecclesiale, cosa devono aspettarsi dalla Chiesa per quanto riguarda la denuncia, dal momento che la Chiesa stessa non fa assolutamente niente?

    RP: Niente. Niente. Le vittime che hanno veramente capito questo devono andare dalla polizia, alla questura, dalla magistratura. Allora, c’è una cosa che è uscita in questi giorni ed è proprio una francese che l’ha postato su Facebook, MarieJo Thiel, per quanto riguarda il cardinale canadese Lacroix, del Quebec, che fa parte del C9, cioè il circolo ristretto di papa Francesco. Sembrerebbe che il papa abbia firmato che l’indagine su questo cardinale, accusato di abusi, deve essere fatta da un giudice esterno al Vaticano. Se veramente papa Francesco ha capito che non si muove nulla negli ingranaggi vaticani, noi attendiamo che ci si muova attraverso anche una firma sua autorevole, che solo lui può mettere e che mette da parte tutte le amicizie, tutti i ricordi che riguardano persone che hanno commesso delitti. Se il padre Roblek, sloveno, ha questa affinità di affetto con Rupnik (d’altra parte metà dei gesuiti in Slovenia è dalla parte di Rupnik e l’altra metà è contro di lui), per lui la Chiesa e il Vaticano non esistono! Siamo arrivati al punto di dirci, noi che veniamo dalla Chiesa cattolica, che resta la nostra coscienza.

    Ricordo perfettamente un gesuita, p. Jean-Marie Hennaux, che ha avuto qualche cosa da dire fin dall’inizio del mio risveglio, per così dire, alla verità, e ha messo nero su bianco, ha scritto l’accusa contro Chiara Lubich. Lui ha detto a una mia amica che ho condotto da lui, ex Opus Dei, «L’importante è la fedeltà alla propria coscienza, se lo ricordi, la fedeltà alla propria coscienza».

    PH: Sono belle parole, certo, ma se fosse realtà non saremmo qui a denunciare abusi che vanno avanti da oltre 30 anni. Vorrei citare brevemente qualche frase di un articolo pubblicato sulla rivista Golias del 13 gennaio 2023. E del resto anche questa rivista è stata aspramente criticata all’epoca, accusata di complotti, mentre avrebbe dovuto tacere come tutti gli altri. In questo caso penso si possa dire che la coscienza ha avuto la meglio sul silenzio. L’articolo si intitola: “Caso Rupnik: scandalo al livello più alto”. E tra le altre cose, l’articolo dice: «Quello che emerge adesso è terribile. Marko Rupnik è un predatore sessuale che opera tra le religiose da più di 30 anni. È gesuita e tutto lascia credere che a questo titolo abbia beneficiato di una protezione totale». Penso che sia chiaro che in questo caso la coscienza non si sa bene dove potremmo ritrovarla.

    RP: Sai, Pascal, quello a cui padre Hennaux si riferiva, è che questa persona aveva già deciso di abbandonare la Chiesa, perché diceva: la stessa deriva settaria che trovo nell’Opus Dei, nei Focolari, nei Legionari è palese nella struttura ecclesiale. Con una differenza… Cioè: i Focolari, Opus Dei, Comunione e Liberazione dicono: siamo i migliori, guardate a noi! E la Chiesa cosa fa? Parla ma non agisce secondo le parole che dice. Proprio l’altro giorno, il Vangelo diceva: fate quello che dicono, ma non quello che fanno. Io non mi posso mettere al posto di Gesù, ma queste sono le sue parole!

    PH: Beh, di certo, in generale si chiede alle persone di essere fedeli alla propria parola e non viceversa, è una questione di credibilità!

    RP: Certamente, è così. Questo però è importante: che le vittime parlino e denuncino e non attendano giustizia e verità dalla Chiesa. Occorre andare alla polizia! In ogni Paese c’è qualcuno che ha una divisa! Quando è stato rilanciato un appello della polizia di Nanterre che chiedeva alle vittime di Jean-Michel Merlin di farsi avanti, perché il rapporto di GCPS Consulting non era soddisfacente, mi sono sentita spinta in quattro e quattr’otto a fare una mail; due minuti dopo, esattamente due minuti dopo la spedizione di questa mail, il telefono è suonato e avevo al telefono il questore, che si occupava del caso, che non aveva capito bene la mia mail e voleva delle spiegazioni. Questa è stata la più bella telefonata di 40 minuti che io ho potuto avere per dire ciò che sapevo, ciò che pensavo ed esprimere le derive settarie del Movimento dei Focolari non all’interno della Chiesa, ma alla polizia. Pensate un po’: sono loro che mi hanno telefonato! Quindi la situazione è la seguente: questa è la Francia, Golias è in Francia, ci sono dei libri – come La Trahison des Pères di Céline Hoyeau – che, portati in Italia, grazie a Dio (Il tradimento dei padri), fanno riflettere. Guardate: siete partiti voi francesi, eh! La Francia è avanti mille miglia!

    PH: Certo, l’Italia è un’altra storia rispetto alla Francia.

    RP: Proprio così, è veramente tutta un’altra triste storia.

    PH: Volendo quindi concludere magari con una nota di speranza, Renata, la morale di questa storia, se possiamo ricavarne una da quello che è stato detto brevemente sul caso Rupnik, è che le vittime non devono aspettarsi niente dalla Chiesa e che dovrebbero comportarsi come qualsiasi altra vittima in un caso civile classico. Quindi, da un lato osare far sentire la propria voce senza più sentirsi in colpa, e poi in secondo luogo denunciare i fatti sapendo che saranno ascoltate e che devono andare fino in fondo con una denuncia che sarà poi oggetto di una vera e propria sentenza in sede di tribunale.

    https://www.adista.it/articolo/71742

  • Papa Francesco e l’Opus Dei

    Papa Francesco e l’Opus Dei

    Il 15 agosto un’importante rivista cattolica statunitense, Crisis Magazine, ha pubblicato un articolo intitolato: «Cos’ha il papa contro l’Opus Dei?». Con la riforma della curia romana del marzo 2022, con la lettera apostolica motu proprio, cioè una specie di decreto papale, intitolata Ad charisma tuendum di qualche mese dopo e con un nuovo motu proprio dello scorso 8 agosto, il papa ha modificato il quadro giuridico che regola le prelature personali, ovvero quelle istituzioni religiose che all’interno della Chiesa cattolica hanno un’ampia autonomia. Poiché l’Opus Dei è l’unica prelatura personale, i provvedimenti del papa riguardano direttamente l’Opus Dei: di fatto, ne limitano l’indipendenza e ne circoscrivono il potere, facendo perdere all’organizzazione lo status esclusivo ed eccezionale di cui fino ad ora aveva goduto.

    L’Opus Dei, in breve
    La Prelatura della Santa Croce e Opus Dei, più conosciuta nella forma abbreviata Opus Dei (che letteralmente significa “Opera di Dio”) o come Opera, è una delle organizzazioni più influenti e conservatrici della Chiesa cattolica. Venne fondata nel 1928 in Spagna dal sacerdote Jose María Escrivá de Balaguer. La dottrina dell’Opus Dei si basa in maniera piuttosto netta sui concetti di gerarchia, autorità e famiglia, oltre che sull’essere «santi in mezzo al mondo» e sull’onorare Dio tramite gli sforzi nel proprio lavoro quotidiano.

    L’Opus Dei, secondo quanto consentito da un decreto del Concilio Vaticano II, ricevette lo status di prelatura personale nel 1982 da papa Giovanni Paolo II. La prelatura personale è una struttura istituzionale e gerarchica simile a una diocesi, una circoscrizione territoriale posta normalmente sotto la giurisdizione di un vescovo. Ma a differenza della diocesi, la prelatura personale non è delimitata da un territorio e possono dunque aderirvi persone da tutto il mondo che appartengono a varie diocesi. Trasformando in prelatura personale l’Opus Dei, spiega il sito Adista, papa Wojtyla «aveva dunque svincolato il movimento da qualsiasi legame con i vescovi delle diocesi dove operava, rendendolo direttamente dipendente dal papa e concedendo al prelato a capo dell’Opera il titolo di vescovo e prerogative proprie di chi guida una circoscrizione ecclesiastica». Nessun’altra istituzione dentro la Chiesa aveva questo privilegio, al quale, nel 1982, molti vescovi si opposero.

    Chiunque aderisca all’Opus Dei dipende dal prelato per tutto ciò che riguarda direttamente la sua vita spirituale e sociale. E al prelato, che non è sottomesso al potere di alcun vescovo e che è anzi lui stesso un vescovo, sono riconosciuti alcuni poteri: ha potestà propria, ha giurisdizione sui sacerdoti incardinati nella prelatura e sui laici che ne fanno parte. La prelatura è dunque definita “personale” perché il “popolo” che ne fa parte è circoscritto mediante un legame personale al prelato, anziché attraverso un criterio di territorialità.

    In questa istituzione possono essere incardinati i chierici (possono cioè essere assegnati alla prelatura dei sacerdoti e dei diaconi) e hanno un ruolo fondamentale i laici, che possono collaborare anche in modo significativo all’interno degli organi di governo. I membri laici dell’Opus Dei sono divisi in varie categorie: ci sono i numerari, donne e uomini che sono laureati e vivono all’interno delle strutture del gruppo anche se hanno lavori normali; ci sono le numerarie ausiliari, che dedicano la propria attività alla cura dei centri dell’Opus Dei, cioè fanno le domestiche e vivono nei centri dell’organizzazione; e ci sono infine gli aggregati e i soprannumerari, uomini e donne che vivono con le loro famiglie. Numerari, uomini e donne, numerarie ausiliari, aggregati e aggregate «vivono il celibato come dono di Dio e per motivi apostolici», dice l’Opus Dei.

    Quando il fondatore Jose María Escrivá de Balaguer morì nel 1975, al suo posto fu eletto il suo più stretto collaboratore, lo spagnolo Álvaro del Portillo, che dopo la concessione di prelatura personale all’organizzazione, nel 1982, venne nominato prelato, e nel 1991 venne consacrato anche vescovo. Alla sua morte, nel 1994, Giovanni Paolo II nominò prelato lo spagnolo Javier Echevarría Rodríguez, anch’egli tra i più stretti collaboratori di Escrivá de Balaguer, e nel 1995 lo consacrò vescovo. Dal 2017 il prelato dell’Opus Dei è Fernando Ocáriz, che però papa Francesco non ha nominato vescovo.

    Dalla Spagna l’Opus Dei si è progressivamente diffusa soprattutto in Europa e in America ed è oggi presente in almeno 68 paesi: è composta da circa 93.600 membri laici (57 per cento donne e 43 per cento uomini) e da 2.095 sacerdoti, secondo i dati della stessa prelatura, impossibili però da verificare.

    Una multinazionale religiosa 
    L’Opus Dei è stata definita dal País una «multinazionale religiosa». Tra le numerosissime opere che dirige e promuove direttamente o tramite i suoi membri ci sono chiese, centri pastorali, mense, istituzioni educative e di formazione professionale, tra cui la IESE spagnola, considerata una delle migliori facoltà economiche d’Europa, la Pontificia Università della Santa Croce o l’Università Campus Bio-Medico di Roma. Queste scuole «hanno reso l’Opus Dei una fucina di talenti che sono andati a occupare posizioni di potere», ha scritto in un articolo di qualche tempo fa il New York Times.

    Fin dai suoi primi anni l’Opus Dei ha attirato su di sé molte critiche e sospetti. Anzitutto per la sua vicinanza al regime spagnolo di Francisco Franco («Ci hanno fatti ministri», fu la famosa frase attribuita a Escrivá de Balaguer quando apprese che alcuni dei suoi erano stati scelti come ministri del dittatore spagnolo). E poi per l’influenza dell’organizzazione che si estende ad ambiti che vanno ben oltre le sue chiese. L’Opus Dei, ha scritto il País, «è una delle istituzioni ecclesiastiche più conservatrici, opache e ricche della Chiesa»: è spesso stata definita una setta, una lobby o una «massoneria bianca».

    “Leggi anche: Che cos’è la massoneria “

    Il patrimonio e i dati economici dell’Opus Dei sono difficili da calcolare e quantificare  proprio perché la sua struttura è completamente decentralizzata e perché la maggior parte delle scuole, delle università, degli ospedali o degli immobili è intestata a fondazioni o a società presiedute o dirette da suoi membri. Nel 2005 John L. Allen, vaticanista della rivista National Catholic Reporter, aveva comunque calcolato che il patrimonio totale dell’Opus Dei ammontasse a circa 2.800 milioni di dollari (circa 2.590 milioni di euro).

    Uno dei momenti più contestati nella storia dell’istituzione fu la beatificazione di Escrivá de Balaguer, avvenuta nel 1992, e poi la sua canonizzazione del 2002 voluta da Giovanni Paolo II, avvenuta attraverso un procedimento che era stato definito da molti insolitamente rapido. La teologa, giornalista e scrittrice Adriana Zarri, morta nel 2010 e spesso vicina alle istanze del femminismo, scrisse ad esempio:

    «Si sta avvicinando la data in cui il beato Escrivà de Balaguer (il discusso fondatore della più discussa Opus Dei) verrà proclamato santo. Di questo papa è stato detto che soffre di una incontinenza canonizzatrice: definizione invero impertinente ma ben giustificata. In effetti il numero dei beati e di santi proclamati da papa Wojtyla supera il numero delle canonizzazioni decretate da tutti i suoi predecessori messi insieme: un fatto anomalo, nella storia della chiesa, e non certo positivo, anche perché la quantità è spesso a discapito della qualità».

    Ricordando l’amicizia di Escrivà de Balaguer con il governo del dittatore Franco, Zarri scrisse anche che l’Opus Dei aveva sempre sostenuto e continuava a sostenere «i regimi di destra contro gli interessi del popolo e dei poveri».

    Nel tempo molte critiche all’Opus Dei sono arrivate anche da persone che ne avevano fatto parte.

    Una delle più celebri è contenuta nel libro Tras el umbral: una vida en el Opus Dei pubblicato nel 1992 e tradotto in italiano con Oltre la soglia. Una vita nell’Opus Dei. Un viaggio nel fanatismo. È stato scritto da Maria del Carmen Tapia, che era entrata nell’Opus Dei nel 1948 ricoprendo ruoli dirigenziali. Aveva conosciuto molto bene il fondatore ed era uscita dall’organizzazione nel 1966.

    Nel libro, a partire dalla propria esperienza personale, Maria del Carmen Tapia denunciava il sistema chiuso dell’Opus Dei, l’obbedienza a ogni costo, la pratica della delazione e dell’indottrinamento, i gravi sacrifici economici richiesti ai suoi membri, l’umiliazione, la mortificazione e la disistima esaltate come mezzo di santificazione, la strumentalizzazione delle amicizie per scopi apostolici o proselitistici, la repressione della sessualità e, in generale, il controllo e l’esercizio di autorità su ogni sfera della vita dei membri:

    «La casa di Roma è una sorta di fortezza medievale a cominciare dalla porta principale che è blindata e non ha serratura esterna, aprendosi unicamente dall’interno. Per aprirla bisogna dare cinque mandate e la chiave deve essere annessa alla cintola della persona incaricata della portineria. Chi vuole uscire deve suonare un campanello posto accanto alla porta e attendere che la portinaia venga ad aprirgli. Quando qualcuno suona per entrare ad aprire vanno due persone. L’accompagnatrice rimane indietro di un passo e la portinaia apre. Quello che voglio sottolineare è che nessuno, assolutamente nessuno, a Roma, può aprire direttamente una porta e uscire sulla strada».

    Nel suo libro Maria del Carmen Tapia aveva parlato di microfoni piazzati in diversi punti della sede dell’Opus Dei a Roma, tutti collegati con la stanza del fondatore, e di armadi con documenti segreti in cui si prescriveva di tenere della benzina per poter bruciare le carte in caso di emergenza. Aveva raccontato inoltre di quello che era successo dopo che lei aveva preso le distanze dalle posizioni dell’Opus Dei, tra le altre cose venendo rinchiusa in una stanza senza possibilità di contatti con l’esterno: «Ero talmente terrorizzata che mi venne un tremito continuo. Avevo paura che mi chiudessero in manicomio, come avevano fatto con altre persone». Maria del Carmen Tapia riuscì ad andarsene grazie all’intervento di un amico:

    «Mi dissero di recarmi nella sala delle riunioni. Monsignor Escrivà cominciò a camminare su e giù agitato, rosso, furioso, dicendomi: “non parlare con nessuno né dell’Opus Dei né di Roma perché se vengo a sapere che parli male dell’Opus, io Josè Maria Escrivà de Balaguer, che ho in mano la stampa mondiale, ti disonoro pubblicamente”. E guardandomi negli occhi con una furia spaventosa, agitando le braccia, come se volesse picchiarmi, urlò: “puttana porca”»

    Quella di Maria del Carmen Tapia non è l’unica testimonianza di come sia stato molto difficile restare e poi uscire dall’organizzazione: «La via d’uscita che alcuni scelgono è sempre più complessa e traumatica. E molte volte hanno bisogno di aiuto psicologico», ha raccontato ad esempio Antonio Moya Somolinos, un ex numerario che ha trascorso più di quarant’anni nell’organizzazione e che oggi guida il più grande fronte critico dell’Opera.

    Nel 2021, in Argentina, 43 numerarie ausiliari denunciarono la prelatura dell’Opus Dei davanti al Vaticano e alla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi di potere e di coscienza con sottomissione delle vittime a situazioni di sfruttamento personale. Altri membri ancora hanno parlato di «lavaggi del cervello», di pratiche autopunitive o del fatto che erano stati obbligati a cedere i propri beni all’organizzazione, a devolvere lo stipendio e a fare testamento in suo favore. Sul País un responsabile della comunicazione dell’Opus Dei ha detto che queste cessioni sono sempre volontarie, ma ex membri che vivevano nei centri dell’Opus Dei hanno testimoniato che si tratta invece di una prassi, particolarmente problematica nel caso delle categorie di laici e laiche che vivono nei centri e delle numerarie ausiliari: se riescono a uscire dall’organizzazione si ritrovano senza nulla.

    Poche settimane fa un gruppo di ex membri guidati da Antonio Moya Somolinos ha presentato alla Santa Sede una denuncia per frode normativa e abuso di potere contro l’Opus Dei chiedendone la soppressione nella sua forma attuale. L’accusa è che l’organizzazione, come un’associazione segreta, si basi su una serie di regole vincolanti per chi ne fa parte, che sono state tenute nascoste alla Santa Sede e che prevedono pratiche che violano sistematicamente la coscienza dei membri «attraverso abusi di potere, di coscienza e spirituali».

    Il papa gesuita e l’Opus Dei
    La critica più diretta all’Opus Dei venne fatta fin dai suoi primi anni di vita dall’allora Superiore Generale dei gesuiti Wlodimir Ledóchowski, che definì l’organizzazione una specie di «massoneria cristiana» e un «pericolo per la Chiesa di Spagna».

    All’interno della Chiesa è piuttosto nota la storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei, entrambi di origine spagnola, e semplificando portatori di due visioni differenti del mondo e della Chiesa. Dopo il Concilio Vaticano II, ha spiegato lo storico del cristianesimo Massimo Faggioli, l’Opus Dei è diventato il simbolo «del mantenimento dello status quo politico, economico e sociale dominato da un certo tipo di élite», mentre i gesuiti, soprattutto in Sud America, sono diventati il simbolo della lotta «per una Chiesa di popolo, per la giustizia sociale». Papa Francesco proviene dall’ordine dei gesuiti.

    Nel 2017 il papa non ha ordinato vescovo il nuovo prelato dell’Opus Dei, Fernando Ocáriz, dando un segnale di discontinuità con i pontificati precedenti. Nel marzo del 2022 con l’atto Praedicate evangelium che riformava la curia romana (il complesso di organi e autorità che costituiscono l’apparato amministrativo della Santa Sede), poi con il motu proprio Ad charisma tuendum e con quello dello scorso 8 agosto, il papa ha infine ridimensionato l’autonomia e il potere dell’Opus Dei. Ha modificato la specificità giuridica della prelatura personale ponendola al livello di altri istituti interni alla Chiesa, e ha riformulato il suo rapporto con il Vaticano spostandola dalle dipendenze della Congregazione per i Vescovi al Dicastero per il clero, l’organismo che vigila sui sacerdoti nel mondo.

    Sarà a questo dicastero, e non più direttamente al papa, che il prelato dovrà riferire «sullo stato della prelatura e sullo svolgimento del suo lavoro apostolico», dando dunque ogni anno e non più ogni cinque anni spiegazioni sulla gestione dei suoi centri educativi, ad esempio, o sul modo in cui forma i propri sacerdoti o risponde alle accuse degli ex membri.

    Il papa ha poi deciso che il prelato dell’Opus Dei non possa diventare vescovo e che non possa dunque ordinare altri sacerdoti. E per quanto riguarda la partecipazione dei fedeli all’istituzione, l’Opus Dei sarà più controllato. I laici che vi appartengono potranno continuare a dedicarsi alla prelatura personale, ma ricordando che i fedeli laici hanno un proprio parroco e un proprio vescovo a seconda dell’indirizzo in cui risiedono, il papa ha stabilito che «il modo di questa organica cooperazione ed i principali doveri e diritti ad essa connessi saranno opportunamente determinati».

    Su Repubblica don Giancarlo Rocca, esperto di storia e diritto canonico, ha detto che con queste riforme l’Opus Dei sarà «privato dei laici, che costituivano la sua forza», i quali non potranno più essere considerati dei «membri» che si riferivano a un loro vescovo, il prelato: saranno soggetti alla giurisdizione del proprio parroco o del proprio vescovo locale.

    L’affermazione dell’autorità del vescovo locale ha già avuto delle conseguenze concrete. Dal primo settembre il santuario di Torreciudad, in Spagna, che era stato costruito negli anni Sessanta per volontà del fondatore dell’Opus Dei e che era gestito da sacerdoti dell’Opera, sarà amministrato da un prete nominato dal vescovo locale.

    Le decisioni del papa sull’Opus Dei sono state interpretate in diversi modi. Sono state criticate dagli ambienti cattolici più ostili all’attuale pontificato e più conservatori che hanno parlato di una volontà accentratrice del papa. Crisis Magazine ha fatto riferimento ad esempio a «un’offensiva canonica» del papa contro l’Opus Dei e ha spiegato come questo papa non si sia dimostrato affatto «timido riguardo al suo potere sia di legiferare che di imporre l’obbedienza»: «Sta usando il potere istituzionale per imporre la sua visione carismatica».

    “Leggi anche: Chi sono i Gesuiti “

    Altri hanno visto i provvedimenti del papa come una continuazione della storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei e tra le loro rispettive e divergenti visioni della Chiesa. Giovanni Maria Vian, storico e ex direttore dell’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, ha detto che la tensione tra gesuiti e Opus Dei potrebbe aver avuto un ruolo nelle decisioni del papa («anche se sarebbe completamente sbagliato pensare che tutti i gesuiti siano progressisti, o che tutti i membri dell’Opus Dei siano conservatori, nonostante questo sia effettivamente il loro tratto identitario»).

    Per Vian, le modifiche giuridiche all’Opus Dei sono un «tentativo di controllo» e di «normalizzazione canonica e di potere» che il papa ha fatto intervenendo nella vita anche di altri movimenti, come Comunione e Liberazione, o di altri ordini religiosi in conventi e monasteri.

    Alfonso Botti, storico, ispanista e professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, vede nel provvedimento del papa «il riverbero della linea caratterizzante l’attuale pontificato» contro il clericalismo che, come ribadito dal papa in una lettera al clero romano del 5 agosto scorso, può essere alimentato «vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri». Per Alfonso Botti, dunque, i provvedimenti del papa sono «un ammonimento» a tutti quei movimenti e gruppi che sono stati particolarmente sostenuti da Giovanni Paolo II, «promotore di un cattolicesimo identitario e trionfale poco compatibile con la Chiesa ‘ospedale da campo’ e punto di riferimento dell’umanità spaesata, del papa argentino».

    – Leggi anche: L’inchiesta di una tv polacca su papa Giovanni Paolo II

    Nel frattempo, il prelato dell’Opus Dei Fernando Ocáriz ha commentato le disposizioni del papa assicurando che l’Opus Dei le accoglierà «con sincera obbedienza filiale», chiedendo anche ai membri dell’Opera «di rimanere, anche in questo, tutti molto uniti».

    https://www.ilpost.it/2023/09/01/papa-francesco-opus-dei

  • Educatore 52enne di Comunione e liberazione arrestato per violenza sessuale su una ragazza di 14 anni: abusi anche durante un ritiro

    Educatore 52enne di Comunione e liberazione arrestato per violenza sessuale su una ragazza di 14 anni: abusi anche durante un ritiro

    Un educatore 52enne di Comunione e liberazione è stato arrestato per violenza sessuale su una ragazza di 14 anni. L’uomo è responsabile provinciale di Gioventù Studentesca “Don Giussani” a Reggio Emilia e, secondo quanto riferito dal Corriere della sera, è un professore delle scuole superiori. A firmare l’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stato il gip del Tribunale di Rimini, Vinicio Cantarini: la violenza denunciata risale infatti a un ritiro spirituale avvenuto ad aprile scorso nella città romagnola e in preparazione alla Pasqua. L’uomo, riferisce il Corriere, è accusato di aver abusato più volte della giovane: la ragazzina, al rientro dal ritiro, ha raccontato ai genitori di aver avuto un rapporto sessuale non protetto con l’educatore. Sono poi emersi altri episodi a Reggio Emilia, durante i quali ci sono state altre violenze: l’uomo prima di riaccompagnare a casa la ragazza dopo i momenti di preghiera, approfittava di lei in macchina. Secondo la Stampa, a scoprire tutto è stata la mamma dopo aver letto i messaggi sul cellulare tra i due. Per il momento non risultano altre vittime, ma le indagini sono in corso.

    I carabinieri di Rimini e Castelnuovo monti (Re) gli hanno notificato l’ordinanza questa mattina, mentre si trovava a casa dei genitori a a Caorle, Venezia. Gioventù Studentesca è il ramo giovanile del movimento cattolico Comunione e Liberazione, il cui meeting è previsto proprio a Rimini tra il 20 e il 25 agosto. L’organizzazione ha diffuso una nota in cui esprime “dispiacere e costernazione per quanto emerge dall’indagine in corso da parte della magistratura a carico di una persona coinvolta nell’attività educativa del movimento”. I vertici di Cl hanno inoltre fatto sapere che l’uomo “è già stato sospeso”. “In ottemperanza alla normativa per la tutela dei minori adottata dalla Fraternità di Comunione e Liberazione, la persona indagata è stata sospesa da ogni incarico educativo all’interno di CL già alcune settimane fa, non appena è stata segnalata l’eventualità di possibili abusi e contestualmente all’aver ricevuto l’informazione che tale segnalazione era già stata rivolta anche alla autorità giudiziaria competente”. E continuano: “Siamo in contatto con la famiglia della minore coinvolta per fornire ogni possibile supporto e aiuto, accompagnandoli anche nella preghiera in questa dolorosa vicenda”.

    L’indagato è anche membro dei Memores Domini, un’associazione laicale cattolica i cui membri vivono i precetti di povertà, castità e obbedienza. L’avvocato difensore dell’educatore Liborio Cataliotti si è limitato a dire che, qualche settimana fa, aveva presentato “un’istanza per conoscere se a suo carico vi fossero delle indagini pendenti perché aleggiava questa ipotesi. Poi è arrivata l’ordinanza di custodia cautelare”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/08/19/educatore-52enne-di-comunione-e-liberazione-arrestato-per-violenza-sessuale-su-una-ragazza-di-14-anni/7265587/

  • “Ai media cattolici il 36% dei 72 milioni di fondi per il pluralismo informativo, doping religioso sulla stampa”: il dossier dell’Unione atei

    “Ai media cattolici il 36% dei 72 milioni di fondi per il pluralismo informativo, doping religioso sulla stampa”: il dossier dell’Unione atei

    È lo Stato a finanziare i giornali della Chiesa cattolica. Quasi un media su due che ha come editore il Vaticano è pagato con denaro del contribuente. A sostenerlo è L’unione degli atei e degli agnostici razionalisti che ha pubblicato un dossier con l’elenco delle 55 testate e riviste di chiara matrice cattolica che ricevono migliaia di euro dallo Stato.

    Su 72,3 milioni di euro, 55 beneficiari che hanno come editore diocesi o associazioni come Comunione e Liberazione o i Focolarini, incassano 25,9 milioni di euro, cioè il 35,84% del totale.

    Sul podio della classifica – elaborata dallo Uaar sulla base dell’elenco pubblicato dallo Stato dei beneficiari del contributo saldato nel 2023 per le imprese editrici di quotidiani e periodici editi e diffusi in Italia – ci sono il settimanale Famiglia cristiana (6 milioni) della congregazione dei Paolini; il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Avvenire (5,6 milioni) e Il cittadino (1.424.000 euro), una testata diocesana del Lodigiano e del sud di Milano.

    Con cifre minori seguono i giornali La Guida (763.445,85 euro) della diocesi di Cuneo; L’eco del Chisone (715.508,85 euro) edito da una cooperativa culturale che fa capo al Vescovo di Pinerolo; Il Biellese (565.870,08 euro) di proprietà della Chiesa locale; Toscana oggi (418.803,32 euro) della diocesi di Arezzo.

    Quanto ai movimenti che pubblicano le loro testate grazie ai soldi dei cittadini cattolici e non: Comunione e Liberazione riceve 408.370,33 euro per pubblicare Litterae communionis tracce e il più noto Tempi (211.883,40 euro); la congregazione di Chiara Lubich edita Città nuova grazie a 361.005,88 euro che arrivano dallo Stato. Ci sono poi i soldi che vanno alle congregazioni: 332.335,31 euro per L’eco di San Gabriele dell’omonimo santuario a Teramo; 287.619,29 euro per La civiltà cattolica della Compagnia dei gesuiti e 158.929,04 euro per Il Regno dei Dehoniani.

    “È la prima volta – spiega a ilfattoquotidiano.it il segretario dello Uaar, Roberto Grendene – che andiamo così in dettaglio in questa operazione. La presenza di organi di stampa controllati dalla Chiesa e finanziati dallo Stato è massiccia. C’è un iper finanziamento non certo in veste pluralista di Avvenire, dove la Cei già riceve l’otto per mille. Da notare, inoltre, che spesso i giornali pubblicati dalle diocesi hanno dei nomi non riconducibili al cattolicesimo, vedi ad esempio Il Cittadino o La voce del popolo di Brescia. Tra i 117 giornali e periodici che si dividono la fetta più grossa della torta dei contributi pubblici all’editoria, ben 55 (pari al 47,01%) sono testate e riviste di chiara matrice cattolica”.

    Grendene parla di “doping religioso”: “È impressionante che a far man bassa di contributi pubblici sia per l’ennesima volta il mondo cattolico. Ben il 36% dei 72 milioni che in teoria dovrebbero essere destinati a sostenere il pluralismo dell’informazione vanno infatti a finire in tasca alla stampa controllata da diocesi, congregazioni religiose e gruppi ultra cattolici come Comunione e liberazione”.

    Non solo. Federico Tulli, su Nessun dogma, la rivista dello Uaar, ha dedicato un approfondimento al tema: “Il quotidiano dei vescovi detiene un discutibile record: l’85% delle copie – cartacee e digitali – è costituito da copie gratis, iperscontate o acquistate da non specificati terzi (con tutta probabilità parrocchie: in un circolo vizioso per cui le vendite lievitano e con esse anche i fondi ricevuti). In pratica con i milioni dei contribuenti può permettersi di circolare gratuitamente o a prezzi di estremo favore, rappresentando così il giornale proporzionalmente meno scelto (rispetto ai fondi ricevuti) da chi vuole spendere qualcosa per leggersene uno”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/08/01/ai-media-cattolici-il-36-dei-72-milioni-di-fondi-per-il-pluralismo-informativo-doping-religioso-sulla-stampa-il-dossier-dellunione-atei/7246006/
  • Cei, Zuppi e Lojudice favoriti dopo Bassetti: pedofilia primo test

    Cei, Zuppi e Lojudice favoriti dopo Bassetti: pedofilia primo test

    Città del Vaticano, 18 mag. (askanews) – La Conferenza episcopale italiana deciderà il proprio presidente, nel corso dell’assemblea generale in programma a Roma da lunedì a venerdì prossimi, 23-27 maggio, che succederà al cardinale Gualtiero Bassetti e dovrà affrontare, quale primo impegno, la questione di un’indagine storica sugli abusi sessuali su minori avvenuti nella Chiesa italiana.

    A restringere il novero dei candidati più probabili è stato papa Francesco, che in un recente colloquio con il Corriere della sera, ha affermato: ‘Adesso la prossima assemblea dovrà scegliere il nuovo presidente della Cei, io cerco di trovarne uno che voglia fare un bel cambiamento. Preferisco che sia un cardinale, che sia autorevole. E che abbia la possibilità di scegliere il segretario, che possa dire: voglio lavorare con questa persona’.

    Sono solo cinque, attualmente, i cardinali italiani con meno di 75 anni: l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori (75 anni), l’arcivescovo de L’Aquila, Giuseppe Petrocchi (73 anni), il vicario per la diocesi di Roma, Angelo De Donatis (68 anni), l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi (66 anni), e l’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Paolo Lojudice (57 anni).

    Questi ultimi due, in particolare, entrambi ex vescovi ausiliari di Roma, entrambi ‘preti di strada’, molto impegnato nella pastorale con rom e migranti Lojudice, un passato nella comunità di Sant’Egidio e una spiccata sensibilità per i temi della pace, dell’ecumenismo e della giustizia sociale Zuppi, sembrano particolarmente in sintonia con Bergoglio, oltre ad aver dato buona prova di governo nelle loro diocesi.

    Qualità particolarmente indicate per quel ‘rinnovamento della Chiesa italiana’ che, auspicato già da tempo da Francesco, il cardinal Bassetti, evidentemente, non ha realizzato.

    ‘Spesso ho trovato una mentalità preconciliare che si travestiva da conciliare’, ha detto Bergoglio sempre nell’intervista al Corriere. ‘In continenti come l’America latina e l’Africa è stato più facile. In Italia forse è più difficile. Ma ci sono bravi preti, bravi parroci, brave suore, bravi laici. Per esempio una delle cose che tento di fare per rinnovare la Chiesa italiana è non cambiare troppo i vescovi. Il cardinale Gantin diceva che il vescovo è lo sposo della Chiesa, ogni vescovo è lo sposo della Chiesa per tutta la vita. Quando c’è l’abitudine, è bene. Per questo cerco di nominare i preti, come è accaduto a Genova, a Torino, in Calabria. Credo che questo sia il rinnovamento della Chiesa italiana’.

    L’indicazione del papa, peraltro, corregge, almeno parzialmente, la dinamica, avviata dallo stesso Bergoglio, di responsabilizzare i vescovi italiani. Tradizionalmente, infatti, quella italiana era l’unica conferenza episcopale nazionale che non eleggeva il proprio presidente, come avviene in tutti gli altri paesi, perché era il papa, che è anche primate d’Italia, che lo sceglieva. Anni fa Jorge Mario Bergoglio ha chiesto all’episcopato italiano di eleggersi il presidente, ma i vescovi hanno fatto resistenza, e alla fine è stato sancito un compromesso: l’assemblea dei vescovi elegge una terna – ciò che dovrebbe avvenire all’inizio della prossima settimana – e tra i tre nomi prescelti il papa sceglie, liberamente, il presidente.

    Così è avvenuta, cinque anni fa, l’elezione del cardinale Gualtiero Bassetti, verso il quale già nel febbraio 2014 Francesco aveva mostrato una predilizione elevandolo, lui pastore di diocesi secondaria, a dignità cardinalizia: eletto dall’assemblea dei vescovi in una terna, assieme a Franco Giulio Brambilla e al cardinale Francesco Montenegro, fu nominato dal pontefice presidente della Cei il 24 maggio 2017.

    Scelta che rispecchiava un iniziale sintonia tra il vescovo di Roma e l’arcivescovo di Perugia e Città della Pieve. L’elezione dell’arcivescovo di Buenos Aires al Conclave del 2013, di certo, fu percepito da molti vescovi italiani come unadoccia fredda. Per errore, subito corretto, la Cei, peraltro, aveva diramato, pochi minuti dopo la fumata bianca, un messaggio di congratulazioni per l’elezione al soglio pontificio di… Angelo Scola, allora arcivescovo di Milano, un radicato passato in Comunione e liberazione, e candidato ideale di diversi porporati conservatori. L’incontro decennale dei vescovi a Firenze, nel 2015, quando presidente della Cei era ancora il cardinale arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, ufficializzò una notevole distonia tra il pontefice argentino e l’episcopato italiano: ‘Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro’, tuonò a Firenze Bergoglio. Su quello sfondo, l’arrivo di Bassetti alla guida della Cei, due anni dopo, si immaginava segnasse una correzione di rotta verso una maggiore sintonia col papa. Cosa effettivamente avvenuta – se si pensa, in particolare, alla distanza dai toni battaglieri dell’era del cardinale Camillo Ruini sui cosiddetti ‘valori non negoziabili’ – ma solo parzialmente.

    Nel corso degli anni, infatti, il rapporto tra Bergoglio e Bassetti si è raffreddato, e non per motivi personali. Più volte, proprio facendo riferimento all’incontro di Firenze, il papa ha lamentato la mancanza di reazioni dell’episcopato italiano alle proprie indicazioni, in particolare a quelle esposte nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Il pontefice ha dovuto insistere ripetutamente, privatamente e pubblicamente, perché finalmente la Cei decidesse, come le Chiese di altri paesi, di lanciare un percorso sinodale nazionale.

    Quando è arrivata la pandemia, poi, i toni aspri adottati dalla Conferenza episcopale italiana nei confronti del governo Conte in merito alle restrizioni sanitarie sono state pubblicamente sconfessate dal papa, preoccupato sì di tenere le chiese aprte, ma d’accordo a limitare la partecipazione alle funzioni religiose, e soprattutto attento a non guastare la collaborazione tra Chiesa e Stato.

    L’ultimo incidente è avvenuto nuovamente a Firenze: lungamente preparato, lo scorso febbraio la Cei ha organizzato, insieme al comune di Firenze, un incontro sul Mediterraneo nel nome di Giorgio La Pira. Il papa avrebbe dovuto partecipare, ma ha annullato pochi giorni prima: un male al ginocchio, ha spiegato la sala stampa vaticana. Ma, a quanto si è appreso, c’era anche dell’altro. In particolare, la presenza di Marco Minniti, ex ministro dell’Interno all’epoca degli accordi con la Libia, criticata anche all’interno della stessa curia fiorentina, avrebbe indotto il pontefice non solo a dare forfait ma a non citare neppure, durante i saluti all’Angelus di quella domenica, il convengo di Firenze. Un’assenza vissuta in Cei come uno schiaffo in faccia.

    Ora il prossimo presidente della Cei dovrà ‘fare un bel cambiamento’, nelle parole di papa Francesco. A partire dalla questione degli abusi sui minori. I vescovi ‘intendono promuovere una migliore conoscenza del fenomeno per valutare e rendere più efficaci le misure di protezione e prevenzione’, recitava il comunicato dell’ultimo consiglio permanente, a marzo, nel quale, peraltro, la Cei rivendicava i servizi diocesani per la tutela dei minori e i 140 centri d’ascolto già costituiti.

    Negli anni passati gli episcopati di diversi paesi (Stati Uniti, Germania, Francia, da ultimo Portogallo, Svizzera e Spagna) hanno commssionato inchieste indipendenti, altrattanto hanno fatto singole diocesi, come Monaco di Baviera, e in altri paesi sono stati i governi (Irlanda, Australia) a svolgerne, per indagare sugli abusi sessuali su minori avvenuti negli ultimi decenni nella Chiesa. Ipotesi che, però, all’interno della Conferenza episcopale italiana trova alcuni a favore, altri contrari. ‘La giustizia non è giustizialismo’, ha avuto a dire il cardinale Bassetti, ‘e non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri’. Ma ‘la gente, come abbiamo visto in tante parti del mondo, non si fida più della giustizia all’interno della Chiesa, non accetta più numeri che sono stati rivisti e ricavati da processi o persone controllate dalla Chiesa perché vogliono sapere da fonti indipendenti e ogettive quello che viene fuori e quindi in questo senso prima o poi questa esigenza arriverà’, ha detto da parte sua padre Hans Zollner, gesuita e psicologo, grande esperto vaticano della materia: ‘O la Chiesa decide di farlo per conto suo e ordinare a persone indipendenti come successo in Germania, in Francia, come adesso anche la Conferenza episcopale portoghese sta facendo oppure a un certo punto sarà costretta perchè lo Stato, o chi per lo Stato, adirà a sè questo tipo di processi’.

    Il nodo sarà capire se un’indagine verrà avviata o meno, chi sarà a svolgerla (se un’istanza terza e indipendente o la stessa Conferenza episcopale) e quale sarà l’oggetto di studio (se i soli abusi avvenuti nell’ambito della Chiesa o la pedofilia nella società più ampia). L’ormai ex segretario della Cei, mons. Stefano Russo, da poco nominato dal papa vescovo di Civitavecchia, ha partecipato all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia minorile che si è svolto a inizio maggio alla presenza della ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti.

    Negli ultimi mesi, intanto, è nato un Coordinamento italiano contro gli abusi nella chiesa cattolica, con hastag #ItalyChurchToo, che sta monitorando, in accordo con l’associazione Rete l’abuso, i casi noti in Italia, e fa pressione sulla Cei in vista dell’assemblea della prossima settimana. L’associazione chiederà, in una lettera ai vescovi pubblicata lunedì prossimo, ‘precise misure necessarie e improrogabili nell’ambito della lotta agli abusi nella Chiesa cattolica, che allineino l’operato della Chiesa italiana a quello di altre Conferenze episcopali e dissolvano i dubbi relativi alle reticenze e alle resistenze dell’episcopato italiano riguardo all’emersione della reale portata del fenomeno in Italia’. Per il prossimo presidente, chinunque egli sarà, sarà il primo banco di prova.

    https://www.askanews.it/esteri/2022/05/18/cei-zuppi-e-lojudice-favoriti-dopo-bassetti-pedofilia-primo-test-pn_20220518_00176/

  • La pedofilia dei preti italiani che i vescovi vogliono tenere nascosta

    La pedofilia dei preti italiani che i vescovi vogliono tenere nascosta

    Lo chiamavano don Mercedes. A Crema era un pezzo grosso di Comunione e Liberazione il parroco Mauro Inzoli; gli piacevano il lusso e le belle macchine, lo si vedeva spesso nei ristoranti alla moda, un sigaro cubano all’angolo della bocca.

    Aveva amicizie politiche importanti e poco senso del pudore: nel gennaio 2015 applaudiva insieme a Roberto Formigoni al convegno sulla famiglia tradizionale organizzato dalla Regione Lombardia, eppure già da anni molestava i ragazzini, come conferma la condanna definitiva per pedofilia del 2018. Li toccava persino durante la confessione, per rinnovare l’alleanza fra Abramo e Isacco descritta nell’Antico Testamento, diceva. La più piccola delle sue vittime aveva 12 anni.

    Una storia non certo unica. Secondo i dati raccolti dalla Rete L’Abuso, che monitora i casi di violenza sessuale nella Chiesa cattolica, nel nostro paese negli ultimi 15 anni si contano 325 sacerdoti denunciati per pedofilia, di cui 161 condannati in via definitiva.

    Questi numeri rappresentano solo piccola parte di un fenomeno sommerso e pervasivo, eppure non sembrano scuotere le istituzioni e la stampa. Ed è questa la ragione per cui chiediamo ai lettori di sostenere la grande inchiesta su “La violenza nella Chiesa italiana”.

    Nel paese che ospita il Vaticano, infatti, né il Parlamento né la Chiesa prendono iniziative per andare a fondo del problema. Il presidente della Conferenza episcopale Gualtiero Bassetti butta acqua sul fuoco assicurando che in Italia gli strumenti messi in campo a tutela dei minori funzionano bene e che presto sugli abusi sarà condotta un’indagine ma, sia chiaro, «gestita dall’interno della Chiesa».

    La società civile, però, non ha più voglia di aspettare: di fronte al silenzio ecclesiastico si è costituito Italy Church Too, un coordinamento di associazioni contro gli abusi nella Chiesa, che chiede subito una commissione d’inchiesta indipendente, come quelle che si sono appena formate in Spagna e in Portogallo.

    L’iniziativa nasce da donne impegnate in ambito cattolico e laico, determinate a rompere anche nel nostro paese il muro di omertà e a ottenere giustizia e risarcimenti per le vittime: sono scesi in campo l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, le Comunità cristiane di base e i periodici Adista, Tempi di Fraternità e Left. Tra loro anche Erik Zattoni, figlio di un prete (anche) pedofilo mai ridotto allo stato laicale nonostante l’esame del dna e le sue ammissioni.

    GLI SCANDALI DEGLI ULTIMI ANNI

    L’idea ha preso vigore dallo scandalo che all’inizio dell’anno ha coinvolto persino il papa emerito Benedetto XVI: un report dalla Baviera ha infatti rivelato che nella sola diocesi di Monaco e Frisinga, nell’arco di 74 anni sarebbero stati abusati 500 bambini e bambine fra gli 8 e i 14 anni e che Joseph Ratzinger, da cardinale, ne sarebbe stato al corrente.

    I dati di Monaco seguono quelli, talmente eclatanti da suscitare dubbi, del rapporto della commissione indipendente sugli abusi nella chiesa francese: dal 1950 si conterebbero 216 mila minori vittime di tremila preti, a cui si aggiungono altri 114 mila abusati da laici all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. In Nuova Zelanda la pedofilia riguarderebbe addirittura il 14 per cento del clero.

    Dallo scoop del Boston Globe, celebrato nel 2015 dal film Il caso Spotlight, che nel 2002 ha inchiodato la chiesa americana alle sue responsabilità, fino al Rapporto Ryan in Irlanda, che ha individuato ben 30 mila minori abusati negli oltre cento istituti cattolici nel paese, sono almeno vent’anni che la pentola è stata scoperchiata. L’Italia però rimane un buco nero. Le denunce vengono ignorate dalla Chiesa e le vittime finiscono inghiottite dal silenzio.

    Una storia simbolo è quella dell’Istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona: nel 2010 67 ex ospiti accusano numerosi sacerdoti della congregazione di averli sottoposti a molestie e violenze quando erano bambini, a partire dagli anni ’50.

    Tra i fatti denunciati c’è la dichiarazione di Gianni Bisoli, che afferma di essere stato abusato tra i 9 e i 15 anni da ben 16 fra preti e fratelli laici; sostiene anche di essere stato lasciato “a disposizione” di monsignor Giuseppe Carraro, all’epoca vescovo di Verona, e per il quale, a 32 anni dalla morte, è in corso il processo di beatificazione, dopo che nel 2015 è stato dichiarato “venerabile per l’eroicità della sua virtù” dalla Congregazione per le cause dei santi.

    Una commissione conoscitiva promossa dal Vaticano nello stesso 2010 non rileva (quasi) nulla dei reati denunciati, ormai comunque prescritti. Ma il responsabile dell’Istituto, don Nicola Corradi, trasferito nella sede argentina del Provolo, nel 2019 verrà condannato laggiù a 42 anni «per gravi e ripetuti abusi» di minori.

    MELE MARCE O SISTEMA CHE COPRE GLI ABUSI?

    I pedofili nella chiesa non sono “mele marce” come dicono le gerarchie ecclesiastiche. Quando si mettono insieme i tasselli del mosaico, dispersi nelle cronache locali e poi dimenticati, emerge un quadro di violenza endemica che riguarda ogni ambito della vita della Chiesa.

    Troviamo preti che approfittano del loro potere per allungare le mani sui ragazzini in sacrestia, durante le lezioni di catechismo o le prove del coro, in campeggio o nei centri estivi; alcuni sono guru di comunità di recupero e centri di ascolto, altri guidano scuole cattoliche.

    Molti sono i molestatori seriali in attesa di giudizio per induzione alla prostituzione minorile e violenza privata: sacerdoti che promettono cocaina in cambio di prestazioni sessuali e offrono pochi spiccioli e una ricarica del telefono in cambio di una marchetta o di un video hard. Con i cassetti o i pc pieni di materiale pedopornografico, circuiscono ragazzini non ancora adolescenti, meglio se con problemi psichici o provenienti da famiglie disagiate perché più indifesi: fanno loro credere che la mano che li fruga è una mano benedetta, che l’amore di Dio si esprime con lo spirito e con il corpo, che sono dei privilegiati.

    Gli stupri non di rado si protraggono per anni, a volte anche per decenni, lasciando segni indelebili nelle vittime, costrette spesso a fare i conti con le conseguenze fisiche e psicologiche delle violenza per il resto della vita.

    E la Chiesa istituzionale come reagisce? Cura, sostiene, protegge. Non le vittime ma i preti. La prassi consolidata quando viene segnalato un caso di pedofilia è sempre la stessa: non denunciare alle autorità ma evitare lo scandalo spostando il prete in un’altra parrocchia o ricoverandolo per un periodo in una delle inavvicinabili strutture per la riabilitazione dei preti sparse per l’Italia. Le autorità ecclesiastiche non hanno l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, tantomeno devono rendere conto degli esiti dei processi interni, così si trincerano dietro al silenzio.

    C’è addirittura chi, dopo una denuncia per pedofilia, riprende a fare il parroco sotto falso nome in un altro posto, come don Silverio Mura, prete della diocesi di Napoli, diventato don Saverio Aversano a Montù Beccaria, in provincia di Pavia.

    Lo denuncia la Rete L’Abuso nell’esposto in cui spiega che il sacerdote viene trasferito dopo una querela per pedofilia e che, grazie alla complicità della curia, continua a occuparsi di bambini e a ricevere la posta al nuovo indirizzo.

    La stessa associazione sottolinea che sono almeno 29 i vescovi coinvolti nell’occultamento dei reati: nel caso di don Giuseppe Rugolo, per esempio, dalle intercettazioni emerge che il vescovo di piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe provato a comprare il silenzio della famiglia della vittima con i soldi della Caritas. Ancora: monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, informato delle attenzioni che uno dei suoi parroci, don Mauro Galli, riserva a un ragazzo di 15 anni, ammette in interrogatorio di essersi limitato a spostarlo di sede per ben due volte.

    Il prete di Rozzano è stato condannato l’anno scorso dalla Corte d’Appello di Milano a cinque anni e sei mesi; il suo caso è stato anche posto all’esame della Congregazione per la dottrina della fede, dopo che il processo di primo grado al Tribunale ecclesiastico regionale si era risolto con un nulla di fatto per insufficienza di prove ma a oggi nulla si sa dell’esito. Scontato il debito con la giustizia dello Stato, don Galli potrebbe quindi tornare in parrocchia.

    NON SOLO PEDOFILIA

    Non ci sono soltanto gli abusi sui minori ma anche quelli sulle religiose. Già a metà degli anni Novanta due suore di ritorno dall’Africa inviano al Vaticano rapporti in cui sostengono che molte suore vengono stuprate da sacerdoti timorosi di prendere l’Aids dalle donne indigene; e se restano incinte vengono costrette ad abortire.

    Raccontano anche di un prete che officia il funerale di una donna morta in seguito all’aborto che lui stesso le ha procurato. Nel documento si sottolinea che la violenza sulle religiose non è soltanto una questione africana ma riguarda ben 23 paesi, fra cui l’Italia.

    In anni più recenti, la teologa Doris Wagner ha accusato il capo ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede padre Hermann Geissler (poi assolto dal Tribunale della Segnatura apostolica, il supremo tribunale di diritto canonico della Santa Sede) di averla violentata quando era suora dell’Opus Spiritualis Familia a Roma: «Ero giovane, credente e idealista: ero la vittima ideale per un prete», ricorda oggi. Dipendenti economicamente dalla congregazione a cui appartengono, costrette a tagliare i ponti con la famiglia, le suore sono schiacciate da un sistema clericale fondato sull’omertà; in Italia, chi prova a denunciare non ottiene nulla se non di essere discriminata o addirittura allontanata dalla comunità. Ancora una volta, in caso di una segnalazione di abuso, a venire protetto è il prete.

    La Chiesa italiana, che è riuscita fino ad oggi a non reagire alla crisi che la minaccia dall’interno, rimanendo fedele a una casta maschile sorda ai richiami sulle discriminazioni di genere e restia a cedere parte del suo potere, come risponderà alla richiesta di istituire finalmente un’indagine indipendente sugli abusi?

    A fine maggio si terrà l’assemblea generale della Cei per il rinnovo dei vertici, e il cardinale Bassetti pare avere tutte le intenzioni di passare la patata bollente al suo successore.

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  • “Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio” (2017) e i silenzi di Francesco. Nega di aver ignorato gli abusi di preti a Buenos Aires e di aver tentato di influenzare la giustizia argentina

    “Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio” (2017) e i silenzi di Francesco. Nega di aver ignorato gli abusi di preti a Buenos Aires e di aver tentato di influenzare la giustizia argentina

    TRATTO DA http://www.korazym.org di Vik van Brantegem

    Ieri, 19 gennaio 2020 abbiamo letto un’affermazione che – per amore di verità e per dovere di cronaca – non possiamo lasciare inosservato (senza entrare in cose laterali, che meriterebbero una parola, il minimo è osservare che l’autore del docufilm del 2017 non si chiama Boudat, ma Boudot, errore copiato da Domina TV Multilingual, che l’ha copiato da Complicit Clergy).

    Nel suo blog su Libero Quotidiano, sotto il titolo Il documentario sulla tedesca ZDF: papa Francesco ignorò gli abusati e difese il pedofilo. Bergoglio nega, ma “carta canta” Andrea Cionci scrive: «Nel 2018, la tv di stato tedesca ZDF ha mandato in onda uno sconvolgente documentario di Martin Boudat intitolato “Il Codice del Silenzio”, mai arrivato in Italia. Ora, il canale Youtube Domina Tv Multilingual ha provveduto a sottotitolarlo in italiano e ve lo proponiamo in esclusiva. Il video afferma che Bergoglio, da Arcivescovo di Buenos Aires, non solo abbia del tutto ignorato e rifiutato di ricevere sette persone abusate da preti, ma abbia anche promosso – tentando di orientare il giudizio della Corte d’Appello argentina – una potente difesa del prete pedofilo Julio Caesar Grassi, condannato a 15 anni di reclusione per abusi su minori dai 9 ai 17 anni di età. Grassi è tuttora recluso in Argentina. Fino ad oggi, nonostante il documentario e una petizione, Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente».

    Vero è, che Domina Tv Multilingual ha pubblicato (l’8 gennaio 2022) sul proprio canale YouTube (con 388 iscritti) una parte del video nella versione inglese con sottotitoli (per vedere i sottotitoli in italiano, attivare la funzione):

    Estratto dal documentario del 2017 “Sex Abuse in the Church: The Code of Silence” (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) di Martin Boudot.
    «Questo segmento afferma che Papa Francesco, in qualità di Arcivescovo di Buenos Aires, ha ignorato le richieste di giustizia delle vittime di abusi nella sua diocesi. Pervertire il corso della giustizia è reato consistente in qualsiasi condotta diretta ad impedire che venga resa giustizia all’autore del reato o ad altra persona. Si tratta di un reato grave che prevede la reclusione fino a 25 anni».

    Ricordiamo che di questa storia abbiamo scritto in modo esaustivo già 10 mesi fa, il 22 marzo 2021 [Si dimette il Vescovo argentino Cuenca Revuelta, complice di abusi. Caso Grassi e caso Zanchetta. Il codice del silenzio del Cardinale Bergoglio. Le presunte bugie e le protezioni di Papa Francesco], offrendo anche il link all’estratto dal docufilm francese di Martin Boudot Abusi Sessuali nella Chiesa: Il Codice del Silenzio, pubblicato il 5 settembre 2018 da Complicit Clergy sul proprio canale YouTube (con 61.500 iscritti):

    Estratto dal documentario del 2017 “Sex Abuse in the Church: The Code of Silence” (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) di Martin Boudot.
    «Questo segmento afferma che Papa Francesco, come Arcivescovo di Buenos Aires, ha ignorato le richieste di giustizia delle vittime di abusi nella sua diocesi».

    Inoltre, già 6 mesi prima, il 23 settembre 2018, l’amico e collega Aldo Maria Valli aveva diffuso lo spezzone (sempre da Complicit Clerty) sul suo blog Duc in altum, all’interno di un articolo, che di seguito riportiamo. Valli parte da una lunga inchiesta dedicato al papato di Francesco del settimanale tedesco Der Spiegel, che riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”. Gli inviati di Der Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. Secondo Der Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. “Nel 2006 – riferisce Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.

    Anche se va riconosciuto il merito a Cionci di aver rispolverato il caso, dove sta l’esclusiva non abbiamo capito. Sostanzialmente lo spezzone video che riporta è stato diffuso l’8 gennaio 2022 da Domina Tv Multilingual (15’56”) nella versione inglese con aggiunto di sottotitoli ed è lo stesso di quello diffuso il 5 settembre 2018 da Complicit Clercy (11’56”, escluso l’intervista con Padre Hans Zollner all’inizio, non attinente al quanto segue nello spezzone), sempre nella versione inglese.

    Questo docufilm, rilasciato il 21 marzo 2017 in Francia, diretto da Martin Boudot e prodotto da Premières Lignes Télévision, con la distribuzione mondiale di JAVA Films, nella versione originale (inglese e francese) è lungo 52’ [QUI].

    La presentazione ufficiale
    di Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio
    21 marzo 2017
    Regia di Martin Boudot

    Nonostante la sua diffusa esposizione negli ultimi anni, il flagello della pedofilia nella Chiesa Cattolica Romana continua. La gerarchia della Chiesa è esperta nel mascherare i casi di abuso e nel proteggere i colpevoli attraverso il trasferimento. Sex Abuse in the Church: The Code of Silence esplora questi insabbiamenti sistemici.

    L’indagine conduce i realizzatori attraverso Camerun, Argentina, Italia e Stati Uniti. Scoprono una cospirazione del silenzio e dell’ingiustizia che è pienamente sanzionata da coloro che sono considerati protettori. I membri del clero che sono stati accusati di abusi sessuali su minori vengono troppo spesso trasferiti in altre Chiese in tutto il mondo e il loro accesso ai bambini rimane costante.

    La portata dell’epidemia è chiarita nei primi momenti del film. I realizzatori partecipano a un incontro annuale di vittime di abusi chiamato SNAP-Survivors Network of those Abused by Priests(Rete dei sopravvissuti di coloro che sono stati abusati dai sacerdoti). Lì incontrano molte centinaia di adulti che convergono nell’attivismo contro le strutture che da giovani permettevano i loro abusi. I partecipanti viaggiano da luoghi come il Cile, le Filippine e la Germania.

    In Francia, la troupe del documentario rintraccia un prete accusato, ricercato dalle forze dell’ordine canadesi da quasi due decenni. È uno degli innumerevoli sacerdoti che sono stati protetti dalla Chiesa e nascosti dalla giustizia per i loro crimini.

    La cospirazione porta al vertice della struttura del potere all’interno della Chiesa. L’indagine coinvolge Papa Francesco esponendo il ruolo cruciale che ha svolto nella protezione di un molestatore sessuale duranti il suo ministero come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires.

    Il docufilm presenta anche interviste con informatori la cui lealtà alla Chiesa è stata corrosa dallo scoppio di questi scandali di abusi sessuali e funzionari che sono stati assegnati a commissioni progettate per frenare gli episodi di abusi nella Chiesa.

    Generazioni di vittime si sono fatte avanti per descrivere i loro anni di abusi e traumi persistenti per mano di sacerdoti che conoscevano e di cui si fidavano. La speranza era che la Chiesa Cattolica Romana imponesse una serie di norme che mettessero effettivamente fine a questi orrori. Il docufilm Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio dimostra che c’è ancora molta strada da fare.

    Trailer del docufilm Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio (2’ 19“).

    Abbiamo pubblicato nostro articolo sul caso il 22 marzo 2021, due giorni dopo che la Sala Stampa della Santa Sede aveva reso noto che Papa Francesco aveva accettato la rinuncia del Vescovo di Alto Valle del Río Negro in Argentina, Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta, il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa (condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore) e che ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, condannato per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori, sostenendo che era innocente.

    Riportiamo di seguito quanto abbiamo scritto il 22 marzo 2021 sul caso Cuenca-Bergliaffa-Grassi (con una nota sul caso Zanchetta) e sul documentario Sex Abuse in the Church: The Code of Silence (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) prodotto da Martin Boudot nel 2017 e diffuso nel 2018 (i link contenuto nell’articolo si trovano nell’originale [QUI]).

    * * *

    Estratto da Si dimette il Vescovo argentino Cuenca Revuelta, complice di abusi. Caso Grassi e caso Zanchetta. Il codice del silenzio del Cardinale Bergoglio. Le presunte bugie e le protezioni di Papa Francesco – 22 marzo 2021

    Poi, il 20 marzo 2021 è arrivata la notizia dall’Argentina, comunicata dal Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede N. 170: “Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Alto Valle del Río Negro (Argentina), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta”. Nel 2020, a causa del levarsi delle proteste all’interno della Diocesi di Alto Valle del Rio Negro, in Argentina, il Vaticano aveva deciso una visita apostolica per verificare i fatti. L’esito di quella ispezione è arrivato il 20 marzo 2021.

    Mons. Cuenca è il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa, condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore.

    Mons. Cuenca ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, sostenendo che era innocente, un giorno dopo che una sentenza della Corte suprema di Buenos Aires ha ratificato la sua condanna per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori.

    Mons. Cuenca ha rifiutato di dare la benedizione alla famiglia di Lucas Muñoz, l’ufficiale di 29 anni assassinato a Bariloche a metà del 2016, la cui morte ha portato alla decapitazione del vertice della polizia locale a causa del forte sospetto della sua partecipazione al fatto. La denuncia della morte violenta di Muñoz ha portato alla luce un patto di silenzio e una catena di insabbiamenti, conferma il giudice Marcelo Barrutia.

    Il salesiano Julio César Grassi (Lomas de Zamora, 14 agosto 1956), fondatore della Fondazione Felices los Niños, che gestisce case per bambini adottivi e mense per i poveri, è stato condannato dalla giustizia argentina il 10 giugno 2009 a 15 anni di carcere, per abusi sessuali aggravati su minori e corruzione di minori.

    Era noto per essere un prete dei media che appariva spesso in programmi televisivi per raccogliere fondi per la Fondazione. Il primo caso per abuso sessuale è stato presentato nel 1991 presso il Tribunale per i minorenni di Mercedes, ma solo dopo 22 anni, dopo molti andirivieni con Grassi libero, l’accusa ha disposto la sua reclusione. Minacce, intimidazioni, percosse e attacchi fisici e verbali sia contro i querelanti che contro i testimoni erano una costante in questo caso. Quattro anni dopo la sua condanna, quando finalmente è stato carcerato, la Diocesi di Morón ha dichiarato che stava per iniziare un processo canonico. sebbene sembra che nulla di tutto ciò sia accaduto finora.

    Inoltre, Grassi è stato condannato ad altri due anni di reclusione per il delitto di appropriazione indebita di fondi della Fondazione e per deviazione di donazioni a proprio vantaggio. Nel luglio 2014 il Direttore delle case della Fondazione Felices los Niños, Juan Manuel Casolati, lo ha denunciato alla Procura di Morón, per il furto del cibo dei bambini e le donazioni della Fondazione, che gli venivano inviate settimanalmente. Invece di andare alla Fondazione Grassi si permetteva una vita di “lusso”, mentre i bambini ne avevano un disperato bisogno.

    Grassi fu messo agli arresti domiciliari il 7 marzo 2012 e ha riacquistato la sua libertà il 31 maggio successivo. Infine, la giustizia argentina ha ordinato la sua detenzione definitiva in settembre 2013. Da allora, sta scontando la pena nel padiglione 6 dell’Unità Penitenziaria N. 41 a Campana, in provincia di Buenos Aires. Un tribunale penale ha stabilito che il profilo DNA di Grassi fosse incorporato nel Registro nazionale dei dati genetici legato ai reati di natura sessuale. Il registro, che dipende dal Ministero della Giustizia Nazionale, è stato creato nel luglio 2013 e incorpora tutti i dati personali di persone condannate per reati sessuali.

    Il 21 marzo 2017 la Corte Suprema della Repubblica Argentina, all’unanimità, ha respinto i ricorsi presentati dalla difesa e ha confermato la sentenza che aveva condannato Grassi a 15 anni di reclusione “per abusi sessuali aggravati dall’essere sacerdote, incaricato dell’educazione e della cura del vittima minore, ha ribadito, due fatti, in reale concorrenza tra loro, che a loro volta concorrono formalmente alla corruzione aggravata dei minori”.

    Papa Francesco è stato accusato in un documentario francese del 2017 di aver ignorato e coperto gli abusi sacerdotali mentre era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires. Il docufilm sostiene questa e altre tesi, come il fatto che Papa Francesco abbia provato (senza successo) a difendere il prete pedofilo Grassi, che è stato poi condannato con la sentenza emessa nel 2009 in primo grado, confermata in secondo grado dalla Cassazione, e poi anche in terzo grado dalla Corte Suprema nel 2017. Un segmento di questo documentario – Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio – indaga sull’affermazione di Bergoglio, che gli abusi sessuali non sono mai avvenuti nella sua arcidiocesi.

    Il giornalista investigativo Martin Boudot si è recato a Buenos Aires per scoprire se il Papa diceva la verità. Contraddicendo l’affermazione del Papa, un gruppo di vittime ha affermato di aver subito abusi sessuali mentre il Cardinale Bergoglio, ora Papa Francesco, era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires e hanno detto a Boudot che le loro grida di giustizia erano state ignorate. “Riguardo ai preti pedofili, nel suo libro Papa Francesco dice che non ci sono stati casi nella sua diocesi”, ha detto Boudot, suscitando risate derisorie dal gruppo. “Vuole che la gente lo creda, ma è una bugia”, ha detto una delle vittime. Hanno detto che tutti hanno cercato di contattare l’Arcivescovo dopo aver subito abusi, ma le loro grida sono cadute nel vuoto. “Ha ricevuto tutte le celebrità, come Leonardo DiCaprio”, ha detto una delle donne. “E per noi, nemmeno una breve lettera per dire che era dispiaciuto”.

    Ancora peggio, Bergoglio ha cercato di influenzare il sistema giudiziario argentino nel tentativo di proteggere Julio Grassi.

    Il documentario diretto da Martin Boudot nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia. Il lavoro di Boudot si concentra sui molti preti accusati di abusi su minori coperti da una cappa di compiacenza e silenzio all’interno delle diocesi: invece che essere sospesi o radiati, spesso i vescovi decidevano di trasferirli, per evitar loro di poter essere incriminati. La seconda parte del docufilm è tutta concentrata sulla figura del Cardinale Jorge Maria Bergoglio.

    Boudot parte da una frase contenuta nel libro Il cielo e la terra, scritto a quattro mani dal futuro Papa con il Rabbino Abraham Skorka. Nel volume Bergoglio afferma che nella sua diocesi non c’erano preti pedofili (citazione che si trova a pagina 50 della versione inglese). “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”. E a un vescovo che si era trovato a dover gestire un prete pedofilo, Bergoglio avrebbe consigliato di “non permettergli di esercitare il ministero”.

    Peccato che, una volta diventato Papa, secondo il documentario, Bergoglio avrebbe ignorato proprio quel suo consiglio. Come nel caso di Don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, condannato per abusi, rimosso da Papa Benedetto XVI e che dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto Papa Francesco.

    Ma Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua Arcidiocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio della Fondazione Felices los Niños, che dirigeva. Almeno sei delle vittime di Grassi, che ora sta scontando una pena di 15 anni, si sarebbero rivolte al futuro Papa Francesco, che non avrebbe mai risposto alle loro richieste d’aiuto.

    Ma nel documentario c’è un’accusa ancora più pesante: qualcuno infatti sostiene che Bergoglio abbia provato a deviare il corso della giustizia. “La Chiesa argentina ha fatto tutto quello che era in suo potere per scagionarlo”. Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime, la Conferenza Episcopale Argentina nel 2010 ha commissionato uno studio a un professore di diritto penale. L’inchiesta – un dossier in 4 volumi e 2.000 pagine – concludeva che Grassi era innocente, che le sue vittime mentirono e che il caso non avrebbe dovuto andare a processo.

    Come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires, il Cardinale Bergoglio non aveva alcuna responsabilità diretta per Grassi, perché era sotto giurisdizione del Vescovo di Morón. Ma il Cardinale Bergoglio era Presidente della Conferenza Episcopale Argentina, che aveva commissionato lo studio, e ha spedito il dossier ai giudici subito prima degli interrogatori di Grassi. Carlos Mahiques, oggi giudice della Corte Suprema, che ha trovato il dossier sulla sua scrivania: “Hanno provato a esercitare una sottile forma di pressione sui giudici”.

    Nel 2006, il futuro Papa è stato citato dalla rivista argentina Veintitres nell’affermare che le accuse contro Grassi erano “cattiveria contro di lui, una condanna da parte dei media”. Nonostante la sentenza del tribunale civile, non si ha notizia che Grassi sia stato dimesso dallo stato clericale.

    Un’altra delle vittime che parla con Boudot lascia intendere che Grassi aveva la protezione dell’Arcivescovo metropolita di Buenos Aires: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”.

    Lo staff di Boudot ha provato per 8 mesi a ottenere un’intervista con il Pontefice. Senza risultato. Poi, si sono presentati anche in piazza San Pietro durante un’Udienza generale. Nel filmato si vede il Pontefice regnante che risponde a una domanda precisa sul caso Grassi e nega di aver mai commissionato una contro-inchiesta sul caso. Élise Lucet, giornalista d’inchiesta per Cash Investigation domanda: “Santità, durante il caso Grassi lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il Pontefice si è fermato, e si è fatto ripetere la domanda. Poi ha risposto: “No”. La giornalista incalza: “Allora perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. Al che Papa Francesco, con un gesto eloquente della mano, ha replicato: “Non l’ho mai fatto”, e si è allontanato. Questo è tutto. Il Papa, né la Santa Sede hanno mai commentato sul caso Grassi.

    Mentre il summit di Papa Francesco sugli abusi sessuali in febbraio 2019 era in corso nella Città del Vaticano, in Argentina continuavano a svilupparsi due casi di cattiva condotta sessuale da parte di sacerdoti a lui vicini: il caso del salesiano Julio César Grassi (di cui abbiamo riferito già) e il caso del Vescovo Gustavo Óscar Zanchetta.

    Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Gustavo Óscar Zanchetta, Vescovo emerito di Orán, abita alla Domus Sanctae Marthae. Tutte le mattine si reca a piedi al Palazzo Apostolico e sempre a piedi fa rientro alla Domus per l’ora del pranzo. Zanchetta cammina a testa alta sotto la luce del sole, come per altro abbiamo già scritto in passato, il 21 novembre 2020: «Il “Mastro Titta dei giorni nostri” – non si serve più d’er boia, opera in proprio – esegue processi sommari, dove la presunzione d’innocenza esiste solo per tipi come il suo amico Gustavo Zanchetta, già condannato in Argentina, ma libero in Vaticano di mostrare il suo bel faccione sorridente ogni giorno dalla Domus Sanctae Marthae fino al Palazzo Apostolico andata e ritorno, come nulla fosse, esponendo alla luce del sole una croce pettorale da vescovo che tutti i dipendenti dello Stato della Città del Vaticano possono ammirare, come la sua faccia di bronzo (per rimanere signorili) sorridente».

    I silenzi di Francesco
    di Aldo Maria Valli
    Duc in altum, 23 settembre 2018

    In Vaticano “regna un clima di paura e di incertezza”. “Francesco è molto bravo nel mettere in moto le cose, ma alla fine ci sono solo oscillazioni”. “Fin dall’inizio non ho mai creduto a una sua parola”.

    Voci uscite dal Vaticano. Voci anonime. Sappiamo solo che tra esse c’è anche quella di un cardinale. Il giornale che le pubblica è il tedesco Der Spiegel, che dedica al papato di Francesco una lunga inchiesta.

    Dunque, stando a queste testimonianze, in Vaticano il clima sarebbe di paura ma anche di incertezza. Paura perché chi è critico si sente sotto controllo, non libero di esprimere le proprie valutazioni. Incertezza perché spesso, come nel caso della comunione per i coniugi protestanti dei cattolici (questione molto avvertita in Germania), non c’è una linea chiara.

    Il quadro che emerge dall’inchiesta contrasta con l’immagine pubblica del papa argentino e del suo pontificato. A dispetto delle richieste, più volte avanzate da Francesco, di parresia, ossia di libertà e coraggio nell’esprimere le proprie idee, anche in contrasto con quelle del papa, nei sacri palazzi dominerebbe non la trasparenza, ma il sospetto. Il giornale riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della commissione vaticana per la tutela dei minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”.
    Der Spiegel non è certamente noto per la pacatezza dei suoi giudizi. Tempo fa, per esempio, l’ambasciata d’Italia in Germania fu costretta a protestare per un articolo nel quale il giornale tedesco lanciava un durissimo attacco al nuovo governo italiano (“promette agli italiani il paradiso in terra ma vuol far pagare il conto ai vicini”, l’Italia è un “paese di scrocconi”), tuttavia i risultati dell’inchiesta coincidono con le valutazioni che, sia pure a mezza bocca e sempre dietro rigoroso anonimato, arrivano sempre più spesso dai sacri palazzi.

    Uno dei problemi di maggiore portata, riferisce il giornale, è il silenzio dietro al quale il papa si trincera davanti a questioni che non possono essere ignorate. Ha taciuto di fronte alle critiche mosse dai quattro cardinali con i dubia, ha taciuto di fronte al memoriale dell’arcivescovo Viganò, ha taciuto di fronte alla petizione di migliaia di donne cattoliche che gli hanno scritto chiedendogli di rispondere chiaramente alle osservazioni dell’ex nunzio negli Usa. “Il papa – si chiede dunque il giornale – è ancora padrone della situazione?”.

    Gli inviati dello Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. L’abuso avvenne in una tenda, durante un campeggio di bambini, approfittando del sacramento della confessione.

    Julieta, originaria di La Plata, non lontano da Buenos Aires, solo in seguito ha scoperto che padre Giménez era già stato trasferito a causa di precedenti accuse di abuso su minori.

    Nel 2013, qualche mese dopo l’elezione di Bergoglio, Julieta e altre tredici vittime di padre Giménez decisero di scrivere una lettera al papa. Descrivevano i fatti, spiegavano quanto forte fosse ancora la loro sofferenza, raccontavano che alcuni soffrivano di depressione (fino al tentato suicidio) e che altri erano caduti nella tossicodipendenza, mentre il prete abusatore continuava a celebrare la messa ed a stare a contatto con bambini e giovani.

    La lettera fu inviata a Francesco, per posta raccomandata, nel dicembre 2013. Tre settimane dopo, racconta Julieta, dall’Italia arrivò un avviso di ricevimento, ma dal papa solo silenzio. “Non abbiamo saputo più nulla”. E don Giménez nel frattempo è stato ancora trasferito: ora presta servizio in una casa di cura per anziani.

    Secondo lo Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. Julieta Añazco e altre vittime ora chiedono che contro i loro violentatori si arrivi a un processo da parte delle autorità argentine. Ben sessantadue, riferisce il giornale, sarebbero i processi di questo tipo in corso nel paese sudamericano.

    Tuttavia, dice Julieta, “la situazione per noi resta difficile, perché nessuno ci crede; vorremmo raggiungere il papa, ma non è interessato a noi”.

    Un altro testimone che parla senza rifugiarsi dietro l’anonimato è Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi, il quale arriva addirittura a sostenere che “Francesco è ora in esilio a Roma: lì, per così dire, ha trovato rifugio”.

    Particolarmente scottante è la vicenda di padre Julio César Grassi, arrestato e chiuso in carcere per aver abusato di ragazzi nella fascia di età compresa tra undici e diciassette anni. Secondo Gallego, Bergoglio fu il confessore di Grassi e ordinò a uno studio legale un corposo rapporto, di 2.600 pagine, per difendere Grassi dalle accuse.

    “Nel 2006 – riferisce Gallego – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.

    Di recente, all’interno di un documentario intitolato Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio si vede una giornalista che, all’inizio di un’udienza in piazza San Pietro, pone al papa, a gran voce e in spagnolo, una domanda specifica sul caso Grassi: “Santità, circa il caso Grassi, lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il papa, che in un primo tempo sembra non cogliere la domanda, a un certo punto si ferma e guarda la giornalista con l’aria di chi non ha capito bene. Allora l’inviata ripete la domanda in modo ancora più chiaro, scandendo le parole, al che il papa, scuotendo la testa, e con un’espressione che è un misto di stupore e disprezzo, risponde: “Nada”. La giornalista tuttavia non demorde e chiede: “Perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. E il papa, di nuovo, accompagnando le parole con un gesto della mano, risponde: “Non l’ho mai fatto”.

    Nel documentario, realizzato dal giornalista Martin Boudot, si ricorda che Bergoglio nel libro Il cielo e la terra, scritto dal futuro papa con il rabbino Abraham Skorka, a proposito di abusi sessuali commessi da preti dice: “Non è mai accaduto nella mia diocesi” (siamo a pagina 55 dell’edizione italiana, Mondadori), ma le testimonianze raccolte da Boudot vanno in senso contrario a questa affermazione.

    Circa il caso Grassi, risulta che effettivamente nel 2010 la Conferenza episcopale argentina commissionò una contro-inchiesta tesa a screditare le vittime, accusate di “falsità, menzogne, inganno e invenzione”. Scopo del documento era ribaltare il giudizio del tribunale di primo grado, che aveva condannato il prete a quindici anni di carcere. “Una sottile pressione sui giudici” la definì uno dei giudici della commissione d’appello.

    Avvicinato da Boudot, un giovane, una delle vittime di Grassi, ha raccontato della sua paura di ritorsioni. Ha detto di aver ricevuto minacce e che qualcuno è entrato in casa sua per rubare materiale relativo al processo: “Alla fine il tribunale mi ha inserito in un programma di protezione dei testimoni. Non dimenticherò mai quello che padre Grassi continuava a ripetere durante il processo: Bergoglio, diceva, non ha mai lasciato la mia mano”.

    Boudot ha chiesto di poter intervistare il pontefice, ma gli è stato negato.

    “Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio” (2017) e i silenzi di Francesco. Nega di aver ignorato gli abusi di preti a Buenos Aires e di aver tentato di influenzare la giustizia argentina

  • Focolarini, la svolta di Karram: «Chiediamo perdono alle vittime di abusi, pronti a seguire Francesco»

    Focolarini, la svolta di Karram: «Chiediamo perdono alle vittime di abusi, pronti a seguire Francesco»

    di Ferruccio Pinotti

    Margaret Karram dal gennaio 2021 è la nuova presidentessa del Movimento dei Focolari, presente in 182 Paesi del mondo e con oltre 2 milioni di membri. Il Papa nell’udienza col Movimento del 5 febbraio ha invitato i Focolari a «Guardarsi dal ripiegamento su sé stessi, che induce a difendere sempre l’istituzione a scapito delle persone, e che può portare anche a giustificare o a coprire forme di abuso». Un riferimento allo scandalo emerso nella branca francese dell’Opera di Maria, a causa delle violenze sessuali da parte di un consacrato, Jean-Michel Merlin, accusato da una trentina di vittime dagli anni ’70 agli anni ’90. Anche nell’incontro del 16 settembre organizzato da Pontificio Consiglio dei Laici il Papa incontrando i Focolari e altri movimenti ecclesiali ha parlato di «abusi di potere», di «indebolimento del carisma della fondazione», di «rischio di vivere in un mondo parallelo», di «organizzazioni della vita interna che si sono rivelate inadeguate o addirittura dannose». In questa intervista esclusiva al Corriere Karram affronta a viso aperto tutti questi temi.

    Presidente Karram, Francesco ha usato parole molto severe con i Focolari: come risponde all’appello del Papa?
    «È possibile che il pensiero di Chiara Lubich in passato sia stato interpretato male, l’esperienza del Paradiso del ‘49’ è un’esperienza mistica e va capita nel modo giusto e noi stessi come Movimento a volte l’abbiamo interpretata male e abbiamo agito in un modo che non era quello corretto…è possibile che siano state effettuate delle deformazioni del pensiero di Chiara Lubich ed in questo senso è giusto compiere una autocritica e porgere le nostre scuse alle vittime, se ci sono stati dei comportamenti inappropriati. Lo sta facendo anche la Chiesa. A volte è stato interpretato e applicato male il pensiero di Chiara: l’essere nulla di cui Chiara parlava non vuol dire oppressione della libertà, annullamento e svuotamento psicologico, ma significa non essere pieni di sé stessi. Nell’unità, se non c’è liberta e carità, si vive in un inferno. Vivere il nulla significa fare spazio a quello che il prossimo ti chiede: come fai a costruire un rapporto se sei pieno di te stesso? Ci rendiamo conto che l’interpretazione errata di Chiara ha causato delle esperienze traumatiche all’interno del Movimento. Questo ci addolora moltissimo e chiediamo perdono, dal profondo del nostro cuore. Chiediamo perdono alle persone che hanno subito dei torti».

    Francesco ha chiesto ai Focolari di promuovere «la sinodalità» perché tutti i membri siano «corresponsabili e partecipi della vita dell’Opera di Maria e dei suoi fini specifici». Ha poi detto: «Ci sono quattro cose che Dio non può conoscere: cosa pensano i gesuiti, quanti soldi hanno i salesiani, quante congregazioni di suore ci sono, e di che cosa sorridono i focolarini». A molti è sembrato un monito forte: o cambiate o sarò costretto a prendere misure più forti. Come valuta le parole del Papa?
    «Esprimo piena adesione al discorso di papa Francesco. L’abbiamo sentito non tanto come un monito, non era un rimprovero, ma un modo per proteggerci, uno sguardo paterno, un invito molto forte ad aprire gli occhi sulla realtà. E a correggersi. Lo stiamo mettendo in pratica».

    Il Papa, quanto alle «crisi spirituali delle persone, che coinvolgono l’intimità del singolo e la sfera della coscienza», ha detto ai Focolari che «la commistione tra ambito di governo e ambito della coscienza dà luogo agli abusi di potere e altri abusi dei quali siamo stati testimoni, quando si è scoperta la pentola di questi problemi brutti». Come si può rispondere in maniera non formale al dolore di queste persone? Cosa pensa di fare su questo piano per fare veramente la differenza?
    «C’è piena coscienza degli abusi, sessuali e non solo, avvenuti all’interno del Movimento. Per questo abbiamo dato impulso alla Commissione per gli abusi, la Cobetu (Commissione per la Promozione del Benessere e la Tutela dei Minori e delle Persone vulnerabili, ndr), abbiamo anche avviato una Commissione interna di studio sui nostri Statuti per vedere se essi rispondono alla situazione giuridica attuale (leggi l’intervista al co-presidente Moràn: «Il 60% del mio tempo oggi è dedicato alle vittime degli abusi). Una società esterna inglese, la Gcps Consulting, sta poi svolgendo indagini indipendenti sugli abusi: i risultati saranno resi noti a dicembre. Abbiamo infine avviato una Commissione di studi sul nodo della distinzione tra Foro interno e Foro esterno. Le parole del Papa ci stanno a cuore. Ho detto: meno male che il Papa ci sta dicendo queste cose, che dobbiamo cambiare e migliorare. La nostra è una tripla fedeltà: alla Chiesa, alla coscienza e al carisma, bisogna vedere cosa negli Statuti è veramente carismatico. In base al nuovo decreto del Dicastero del Pontificio Consiglio per i Laici cambieremo molte cose».

    Cosa le ha detto in privato il Papa, terminata l’udienza generale col Movimento?
    «Al termine dell’incontro pubblico con i Focolarini il Papa mi ha preso da parte, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto: ”Coraggio!” e “Avanti!” Come volesse dirci che le crisi possono essere una benedizione. Io gli ho portato una pianta di Ulivo simbolo della pace e della mia Terra, ma anche una busta con una cospicua offerta per i poveri, come gesto di ascolto al grido di dolore dell’umanità. Francesco usando una metafora mi ha detto “Questa pianta va innaffiata, ma anche potata”, un riferimento chiaro al calo delle vocazioni focolarine che va accettato, puntando di più sulla qualità e meno sulla quantità. Stiamo vivendo un momento di potatura. Il calo delle vocazioni, l’avanzare dell’età dei dirigenti, pochi che si mettono in questo cammino, le strutture da riformare, gli abusi… »

    Lei, dopo Chiara Lubich e Maria Voce, è la prima leader internazionale del Movimento, è araba-palestinese di famiglia cattolica, ma ha passaporto israeliano e una laurea in ebraismo: come ha vissuto questa Sua identità?
    «Si, la famiglia del papà è originaria di Nazareth, mentre i genitori di mamma erano di Haifa. Tutte e due le famiglie avevano profonde radici cristiane, hanno vissuto lì tutta la vita. Siamo quindi palestinesi di origine ma abbiamo vissuto sempre in Israele. Questo mi ha portato a essere molto vicina a chi affronta esperienze di sofferenza, di fuga e di ricerca di una nuova vita fuori dal proprio paese».

    Ha vissuto momenti difficili, come bambina araba e cristiana in un contesto fortemente ebraico?
    «Sì, a quel tempo vivevamo al Monte Carmelo, eravamo l’unica famiglia cristiana, tutti i vicini erano ebrei. Quando uscivamo a giocare, i bambini ebrei — sapendo che io e i miei fratelli eravamo arabi — era usuale che ci offendessero e insultassero, una cosa che ho fatto molta fatica ad accettare. Io, bambina quale ero di 4/5 anni, volevo reagire a questi atteggiamenti. Ma mia mamma allora mi ha detto: “Tu ora ti asciughi le lacrime, vai fuori e inviti questi bambini a casa nostra”. Io mi ricordo ancora la fatica interna che dovetti superare per far contenta mia madre. Lei, che stava preparando il pane arabo, ha dato a ognuno di loro del pane da portare a casa loro. Questa è stata la lezione più grande della mia vita, un gesto così semplice come quello di donare un pezzo di pane era un modo per superare l’odio, che si risolve con gesti di amore, perdono e vicinanza».

    Come vede il futuro del Movimento? Su quali fronti vi impegnerete di più?
    «Sicuramente investiremo nel dialogo che è il nostro tratto specifico. Continueremo a cercare il dialogo con altri movimenti e carismi vecchi e nuovi, cercando un cammino comune tra questi movimenti come Comunione e liberazione (Cl), Neococatecumenali, Opus Dei, Rinnovamento nello Spirito Santo, la Comunità di Sant’Egidio. Ci sta molto a cuore il dialogo interreligioso, collaborare con altre fedi non per fare proseliti o per convertire, ma per creare un mondo più fraterno, dialogando anche con persone che non hanno alcun riferimento religioso. Siamo attratti dai luoghi da dove proviene un grido di dolore, come la Siria. Vogliamo poi creare una casa del Dialogo sul Monte Sion in cui cristiani, mussulmani ed ebrei possano incontrarsi, amarsi e costruire la pace. C’è già un progetto operativo. Ci sono poi i progetti di accoglienza. Ci hanno chiesto un nuovo Centro in Marocco, così come di continuare la presenza in Algeria dove sono presenti — ormai da 50 anni — dei Focolari tutti mussulmani. Vorrei fare un viaggio in Cina. Anche lì siamo attivi a Pechino, Shangai, Canton e Hong Kong, la nostra presenza in Asia è forte, mentre in Africa stiamo costruendo ospedali e scuole in Congo. C’è poi l’Economia di Comunione e le aziende che aiutano la sussistenza delle persone. Anche nelle Americhe e in Brasile in particolare il nostro impegno proseguirà».

    Le donne sono coloro che hanno sempre portato il peso maggiore nella Chiesa e il Vostro è un movimento a guida esclusivamente femminile. Cosa può dire in merito alla promozione della donna, un tema fortemente sentito da Francesco?
    «La complementarietà tra uomo e donna resta sempre importante, ma le donne hanno un senso della sopportazione e della sofferenza che l’uomo non ha. Papa Francesco sta dando molti ruoli importanti alle donne nella governance della Chiesa. Le donne vanno promosse e aiutate a crescere, sia nella Chiesa che nella società civile. Credo anche che le donne debbano avere più coraggio ed impegnarsi di più in politica. Porteranno un grande cambiamento».

    https://www.corriere.it/cronache/21_settembre_22/focolarini-svolta-karram-chiediamo-perdono-vittime-abusi-pronti-seguire-francesco-638a15fe-1aeb-11ec-8604-8b77798ec285.shtml