Osservatorio della Rete L'ABUSO

«Io e gli abusi subiti dal parroco di CL. Mai più in silenzio»

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«Sono stato vittima di violenze e abusi sessuali da parte dell’allora don Mauro Inzoli, nel gruppo cattolico di Comunione e Liberazione, dai miei 14 ai 18 anni, dal 2001 al 2005. Abusi che si ripetevano ogni volta che ne avesse loccasione: a ogni viaggio di gruppo, a ogni colloquio privato».
A parlare a Domani è Matteo Scarabelli, 39 anni, professionista nel settore farmaceutico, originario di Crema e oggi residente tra Parigi e Bruxelles.
Per più di vent’anni, non ha raccontato quello che ha subito.
Inzoli è l’ex parroco della Santissima Trinità di Crema, presidente per oltre dieci anni del Banco Alimentare, referente di Gioventù Studentesca e presidente del Cda della Fondazione Fides et Ratio. Confessore personale di Roberto Formigoni, frequentava il Meeting di Rimini e gli ambienti della Compagnia delle Opere. Lo chiamavano «don Mercedes», per la passione per le auto
di lusso.
Quella sua aura, racconta Scarabelli, rendeva impossibile riconoscere la violenza.
«La prima volta mi sono ritrovato sdraiato sul letto. All’inizio parlavamo, sembrava normale. Poi ha iniziato a toccarmi.
Non capivo cosa stesse succedendo, ero paralizzato. Dentro pensavo solo:
devo far finta che vada bene».
La prima condanna arriva nel 2016.
Il gup Letizia Platé riconosce cinque vittime, tra i 12 e i 16 anni, e la forte «sottomissione psicologica» esercitata da Inzoli.
La vicenda arriva fino alla condanna definitiva a quattro anni, sette mesi e dieci giorni per violenza sessuale su minori, aggravata dall’abuso di autorità. Nell’aprile 2018, Inzoli entra nel carcere di Bollate, dal quale esce due anni dopo con l’affidamento in prova ai servizi sociali. Nel 2017, papa Francesco lo aveva dimesso dallo stato clericale.
Scarabelli ha testimoniato anche davanti alla Commissione abusi di CL, ma non figura tra le vittime riconosciute nei procedimenti penali perché non denunciò.
«Quando gli abusi di Inzoli furono confermati da un tribunale, per un pugno di episodi emersi dal coraggio di alcuni ragazzi poco più che ventenni pensai che a me non servisse denunciare. Cercavo di proteggere me stesso dalla vergogna e i miei genitori dal senso di colpa. Non immaginavo le conseguenze che tutto questo avrebbe avuto dentro di me».
La rimozione, per Matteo, ha la forma di vent’anni di vita.
«Il mio corpo e la mia mente hanno rifiutato per anni di diventare adulti».
La condanna e la dimissione dallo stato clericale non hanno coinciso con l’uscita di Inzoli dalla Fraternità di Comunione e Liberazione. Negli anni successivi è rimasto nella Fraternità, partecipando a incontri,
momenti di condivisione e viaggi in Terra Santa con famiglie e ragazzi.
A Crema, una parte della comunità ha continuato a essergli vicina, nella convinzione che avesse ormai «pagato».

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