Quando i poliziotti della Squadra mobile di Bari sabato mattina si sono presentati a casa sua, non hanno trovato nessuno. È per questo che don Vito Martinelli, 56 anni, è stato arrestato a scuola, direttamente dall’aula dell’istituto Oriani-Tandoi dove stava facendo lezione di religione.
L’ordinanza del gip Domenico Zeno gli contesta un’accusa pesantissima, soprattutto per un sacerdote molto amato dalla comunità e dagli studenti che da trent’anni insegna nelle scuole superiori: violenza sessuale nei confronti di un giovane parrocchiano di cui don Vito era la guida spirituale. Un ragazzo profondamente devoto, che stava iniziando il lungo percorso verso l’ordinazione sacerdotale.
Sconcerto e stupore sono infatti i sentimenti più comuni in chi conosce Martinelli, a suo agio sui social e davanti alle telecamere quanto in classe. Ma le indagini condotte dal pm Francesco Chiechi della Procura di Trani, partite dalla denuncia della vittima, hanno ricostruito un quadro estremamente problematico che ha convinto il gip Zeno a ravvisare il rischio di reiterazione e dunque a disporre i domiciliari (non è ancora chiara quale sia stata la richiesta della Procura). Anche perché, questo è il sospetto, potrebbero esserci altre vittime di quella che viene definita una «conclamata concupiscenza» da parte dell’ex parroco: l’accusa fa riferimento a una serie di episodi avvenuti tra il 2024 e l’inizio del 2025. Si tratta di «approcci» (non rapporti completi) che l’uomo avrebbe messo in atto durante gli incontri organizzati nell’ ambito del percorso spirituale della vittima. Episodi confermati, nel corso delle indagini, attraverso le chat e i messaggi forniti dalla stessa vittima, ma anche da alcuni testimoni ascoltati dai poliziotti: proprio da qui parte il sospetto che potrebbero esserci altri casi.
Don Vito si proclama assolutamente innocente. Alle spalle ha una lunga esperienza di pastore e di educatore, due lauree (una terza in arrivo), l’iscrizione come giornalista professionista, ed è noto anche al di fuori della sua città per via delle trasmissioni condotte su tv locali. Nel suo percorso professionale e spirituale, dice chi lo difende, non c’è mai stata alcuna ombra. Anche se qualcosa potrebbe essere cambiata a partire dallo scorso anno.
La vittima delle attenzioni del sacerdote ha denunciato a fine 2025, ma non prima di aver esposto i fatti alle gerarchie della Chiesa arrivando direttamente al vescovo di Trani, Leonardo D’Ascenzo. Nell’estate dello scorso anno don Martinelli, per quasi un decennio parroco del Sacro Cuore di Corato, su disposizione del vescovo è stato trasferito a Santa Maria Maggiore, il duomo di Corato, con l’incarico di «collaboratore» del parroco. Una posizione che lo ha isolato dalla titolarità diretta delle attività pastorali. «I vescovi pugliesi – ha spiegato lui su Facebook salutando i parrocchiani del Sacro cuore – hanno stabilito che coloro che insegnano, in qualità di docenti in ruolo, come me, non possano più essere parroci». Qualche mese più tardi è stato raggiunto dai poliziotti per sottoscrivere un verbale di identificazione, primo atto dell’indagine.
Nel fascicolo sono finite quindi le testimonianze di alcune altre persone che frequentavano la parrocchia. Ma anche alcune intercettazioni che sembrerebbero confermare l’esistenza di un interesse «malato» nei confronti della vittima, da cui la contestazione dell’aggravante dell’abuso di autorità, tipica del rapporto tra docente e discente. Don Vito è descritto come un uomo «dal forte ascendente», che avrebbe sfruttato le vulnerabilità della vittima anche grazie a una «notevole capacità manipolatoria». L’interrogatorio di garanzia non è ancora stato fissato: dopo la lettura degli atti, la difesa valuterà come procedere. [m.sc.]
«Sono stato vittima di violenze e abusi sessuali da parte dell’allora don Mauro Inzoli, nel gruppo cattolico di Comunione e Liberazione, dai miei 14 ai 18 anni, dal 2001 al 2005. Abusi che si ripetevano ogni volta che ne avesse loccasione: a ogni viaggio di gruppo, a ogni colloquio privato».
A parlare a Domani è Matteo Scarabelli, 39 anni, professionista nel settore farmaceutico, originario di Crema e oggi residente tra Parigi e Bruxelles.
Per più di vent’anni, non ha raccontato quello che ha subito.
Inzoli è l’ex parroco della Santissima Trinità di Crema, presidente per oltre dieci anni del Banco Alimentare, referente di Gioventù Studentesca e presidente del Cda della Fondazione Fides et Ratio. Confessore personale di Roberto Formigoni, frequentava il Meeting di Rimini e gli ambienti della Compagnia delle Opere. Lo chiamavano «don Mercedes», per la passione per le auto
di lusso.
Quella sua aura, racconta Scarabelli, rendeva impossibile riconoscere la violenza.
«La prima volta mi sono ritrovato sdraiato sul letto. All’inizio parlavamo, sembrava normale. Poi ha iniziato a toccarmi.
Non capivo cosa stesse succedendo, ero paralizzato. Dentro pensavo solo:
devo far finta che vada bene».
La prima condanna arriva nel 2016.
Il gup Letizia Platé riconosce cinque vittime, tra i 12 e i 16 anni, e la forte «sottomissione psicologica» esercitata da Inzoli.
La vicenda arriva fino alla condanna definitiva a quattro anni, sette mesi e dieci giorni per violenza sessuale su minori, aggravata dall’abuso di autorità. Nell’aprile 2018, Inzoli entra nel carcere di Bollate, dal quale esce due anni dopo con l’affidamento in prova ai servizi sociali. Nel 2017, papa Francesco lo aveva dimesso dallo stato clericale.
Scarabelli ha testimoniato anche davanti alla Commissione abusi di CL, ma non figura tra le vittime riconosciute nei procedimenti penali perché non denunciò.
«Quando gli abusi di Inzoli furono confermati da un tribunale, per un pugno di episodi emersi dal coraggio di alcuni ragazzi poco più che ventenni pensai che a me non servisse denunciare. Cercavo di proteggere me stesso dalla vergogna e i miei genitori dal senso di colpa. Non immaginavo le conseguenze che tutto questo avrebbe avuto dentro di me».
La rimozione, per Matteo, ha la forma di vent’anni di vita.
«Il mio corpo e la mia mente hanno rifiutato per anni di diventare adulti».
La condanna e la dimissione dallo stato clericale non hanno coinciso con l’uscita di Inzoli dalla Fraternità di Comunione e Liberazione. Negli anni successivi è rimasto nella Fraternità, partecipando a incontri,
momenti di condivisione e viaggi in Terra Santa con famiglie e ragazzi.
A Crema, una parte della comunità ha continuato a essergli vicina, nella convinzione che avesse ormai «pagato».
BOGOTÁ (HaciaElUmbral). Jesús Aníbal Ramírez Duque , sacerdote colombiano della congregazione dei Missionari della Divina Redenzione, è stato recentemente denunciato alla Procura Generale per abusi sessuali su minori.
Secondo Francesco Zanardi, rappresentante dell’associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero, il sacerdote risiede attualmente a Torre Annunziata, un comune vicino a Napoli.
Questa nuova denuncia si aggiunge a quella presentata nel 2019 alla stessa congregazione religiosa, che coinvolgeva anche i sacerdoti Ilde de Jesús Muñoz e Jesús Antonio Ramírez Giraldo . Secondo i Missionari della Divina Redenzione, la denuncia del 2019 è stata archiviata dal Dicastero per la Dottrina della Fede durante il pontificato di Francesco perché, a quanto pare, “non sono state trovate prove sufficienti per procedere”.
“La mia vita missionaria”
La lunga carriera dell’accusato comprende periodi di servizio in diversi paesi: oltre a Colombia e Italia, Messico, Perù e Repubblica Democratica del Congo.
Tra il 2003 e il 2006, Ramírez ha lavorato come “educatore legato al governo”, responsabile dell’”erogazione di educazione religiosa, etica e valoriale in tutti gli istituti scolastici della Guainía”, secondo le informazioni ufficiali della sua congregazione religiosa.
Dal 2012 in poi, ha risieduto in Italia. Il suo ultimo incarico noto è stato quello di viceparroco presso la chiesa di San Michelel Arcangelo a Torre Annunziata, nella giurisdizione della diocesi italiana di Nola.
Questa testata giornalistica ha contattato il vescovo Francesco Marino , ma non ha ricevuto risposta.
La traccia digitale:
negli ultimi anni, Ramírez è stato attivo sui social media, con account su Instagram, Facebook e YouTube.
Un video del 2017 lo mostra vestito da clown, e una fotografia del 2024 lo ritrae mentre tiene in braccio un bambino. Un’altra foto, dello stesso anno, è un selfie che lo mostra con una bambina che sembra non avere più di dodici anni.
Il sacerdote colombiano promuove la sua autobiografia, “La mia vita missionaria: Incontri tra culture diverse”, su varie piattaforme. Il libro afferma che è nato nel 1960 nel comune di Carmen de Viboral, in Antioquia.
Il suo ultimo post su Facebook risale a sei giorni fa. Si tratta di un estratto della sua opera illustrato con un’immagine creata con l’intelligenza artificiale: “Ogni giorno è un dono di Dio. Godetevelo, amate, servite e siate felici”.
“Tradimento della propria fede”,
ha dichiarato l’attivista Francesco Zanardi in risposta a questo caso. “L’Italia è un paese eccellente per nascondere i preti pedofili. In primo luogo, perché il Vaticano ha molta influenza sulla polizia e sulle autorità giudiziarie. In secondo luogo, perché le leggi europee sono molto deboli in Italia. È difficile ottenere l’intervento della polizia italiana in casi che coinvolgono atti commessi in Colombia”. “È grave che la Chiesa trasferisca i sacerdoti, nascondendoli e mettendo a rischio la salute di altri bambini che senza dubbio diventeranno vittime di questi pedofili. Questo è il peggior crimine che la Chiesa possa commettere, tradendo la propria fede e le persone che dipendono da essa”.
Attualmente, i protocolli della Chiesa prevedono che qualsiasi sacerdote accusato di presunti abusi sessuali su minori venga temporaneamente sospeso e allontanato dal contatto con bambini e adolescenti, mentre i suoi superiori conducono le indagini. Il documento vaticano “
Vos estis lux mundi” , che spiega come un vescovo debba procedere di fronte a una denuncia penale che coinvolga un suo subordinato, fa riferimento anche alla necessaria collaborazione con le autorità civili.
Questo è ciò che ci si aspetta da Francesco Marino, vescovo di Nola, alla luce della denuncia contro Ramírez attualmente pendente presso la Procura Generale colombiana.
di Andrej Werth – Deve essere stata una bella festa. Tre settimane fa, nel Duomo di Ratisbona, 21 nuovi “Familiaren” (familiari o marianisti) sono stati solennemente investiti dal Gran Maestro Frank Bayard. Nel contesto dell’Ordine Teutonico, “investire” significa accogliere formalmente i laici che sostengono l’ordine nelle sue attività, pur senza essere frati o suore. Si tratta di una rete esclusiva divisa in baliati e commende; in Alto Adige, che costituisce il baliato “An der Etsch und im Gebirge” (All’Adige e nei Monti), si contano 77 familiari, tutti uomini, sebbene l’investitura sia aperta anche alle donne. Tra i presenti a Ratisbona c’era anche Christian Stuefer, dal 2024 priore della provincia d’Austria-Italia dell’ordine, con sede a Lana. Quella tra l’Ordine Teutonico e l’Alto Adige è una storia lunga.
Fondata con il nome completo di Ordine dei Fratelli della Casa di Santa Maria in Gerusalemme, la comunità si stabilì a Bolzano nel 1202. Ancora oggi, i frati e le suore gestiscono parrocchie e case di accoglienza, sotto il motto “Aiutare, Difendere, Guarire”. Si tratta di un ordine con ingenti proprietà e rappresenta la più grande comunità religiosa maschile in Alto Adige. È tuttavia anche la comunità che registra il maggior numero di segnalazioni di abusi.
Tra il 2018 e il 2025 – con Maria Sparber che assume il ruolo di ombudsperson (difensore civico) della Diocesi di Bolzano-Bressanone (altro…)
Una pena di due anni di reclusione, sospesa a condizione che segua un percorso di recupero in una struttura specializzata nella prevenzione dei reati sessuali. Si è concluso con un patteggiamento davanti al Tribunale di Verbania il procedimento a carico di un sacerdote quarantenne, già viceparroco in una comunità dell’Aronese, sul Lago Maggiore.
La vicenda risale al 2023 e riguarda la relazione avuta dal religioso con una ragazza di 14 anni che frequentava l’oratorio. L’inchiesta era cominciata dopo la denuncia presentata dai familiari della minorenne, ai quali la giovane aveva raccontato quanto sarebbe accaduto. La ragazza si era confidata anche con un istruttore, riferendo l’esistenza del rapporto con il sacerdote.
Dopo le prime dichiarazioni, però, la quattordicenne aveva cambiato versione, arrivando a negare quanto raccontato in precedenza. Una ritrattazione che aveva reso più difficile il lavoro degli inquirenti, chiamati a verificare un’accusa delicata senza poter contare su una testimonianza rimasta lineare nel corso del procedimento.
Nel frattempo, quando i sospetti erano emersi all’interno della famiglia, il sacerdote aveva lasciato il proprio incarico nella comunità. La Diocesi di Novara aveva comunicato che il religioso avrebbe trascorso un periodo di riposo, studio e ricerca spirituale, senza entrare nei dettagli dell’indagine penale.
La svolta è arrivata dall’esame del fascicolo compiuto dal giudice per le indagini preliminari di Verbania. Il Gip ha analizzato le chat scambiate tra il sacerdote e la minorenne, individuando conversazioni considerate compatibili con l’esistenza di incontri di natura intima.
I messaggi hanno assunto un peso decisivo proprio a causa della ritrattazione della ragazza. Di fronte ai riscontri digitali, il giudice ha disposto l’imputazione coatta per atti sessuali con minore di sedici anni, ritenendo che gli elementi raccolti dovessero essere sottoposti alla valutazione di un tribunale.
La difesa ha quindi scelto la strada del patteggiamento. La pena è stata concordata in due anni, con il riconoscimento dell’attenuante della minore gravità. Il giudice ha concesso la sospensione, subordinandola però all’obbligo di seguire un trattamento terapeutico presso un ente specializzato.
Il patteggiamento chiude il procedimento senza arrivare a un dibattimento pubblico nel quale ricostruire testimonianza dopo testimonianza l’intera vicenda. Non rappresenta formalmente una confessione, ma comporta l’applicazione di una pena concordata tra difesa e Procura e successivamente valutata dal giudice.
Il caso riporta l’attenzione sulla protezione dei ragazzi negli ambienti educativi e religiosi. Un oratorio è un luogo fondato sulla fiducia delle famiglie e sul rapporto diretto tra adulti e minorenni. Quando quella fiducia viene messa in discussione, la questione non riguarda soltanto la responsabilità individuale, ma anche la capacità delle istituzioni di riconoscere i segnali di rischio e intervenire tempestivamente.
Particolarmente delicato è il tema della ritrattazione. Nei procedimenti che coinvolgono minorenni, un cambiamento nel racconto non può essere interpretato automaticamente né come prova della falsità dell’accusa né come conferma dei fatti. Paura, vergogna, legami affettivi, pressione dell’ambiente e timore delle conseguenze possono incidere sulle dichiarazioni di una ragazza adolescente. Per questo gli investigatori devono cercare riscontri esterni e indipendenti.
Nel procedimento di Verbania quei riscontri sono stati individuati nelle comunicazioni digitali. Telefoni, applicazioni di messaggistica e social network possono conservare appuntamenti, richieste, fotografie e frammenti di conversazioni capaci di ricostruire rapporti che, altrimenti, resterebbero affidati soltanto alle versioni contrapposte delle persone coinvolte.
Non è la prima volta che un’inchiesta riguardante un sacerdote e un minorenne raggiunge le aule giudiziarie piemontesi. Negli anni sono stati aperti procedimenti anche nel Torinese, nel Vercellese e nel Cuneese, con vicende ed esiti differenti. Alcuni si sono conclusi con condanne o patteggiamenti, altri con assoluzioni o archiviazioni. Ogni caso deve essere valutato separatamente, sulla base delle prove e nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.
Resta però un punto che va oltre il singolo fascicolo: nelle comunità in cui un adulto esercita autorità morale, educativa o religiosa, la tutela dei minorenni non può essere affidata soltanto alla fiducia personale. Servono regole chiare, formazione degli educatori, canali di segnalazione accessibili e interventi immediati quando emergono comportamenti sospetti.
Nella vicenda dell’Aronese, il primo racconto della ragazza sembrava essersi indebolito con la successiva ritrattazione. A cambiare il corso dell’indagine sono state le parole rimaste archiviate nei telefoni. La testimonianza era cambiata. Le chat, invece, erano ancora lì. Samuele Pizzolato
Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa. Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.
Giorgio Meletti con Federica Tourn
Come un altro grande americano, Buster Keaton, Papa Leone XIV sembra nascondere dietro un volto perennemente inespressivo il suo genio comico. Non c’è altra possibile spiegazione per l’incredibile frase che ha pronunciato sabato 6 giugno 2026 sul volo papale per Madrid che ha segnato l’inizio del viaggio apostolico in Spagna.
Incalzato (come nessun giornalista italiano ha mai osato fare) sul tema degli abusi sessuali dei preti cattolici dal vaticanista del País Inigo Domìnguez, che gli ha ricordato quante vittime spagnole di violenza sessuale avrebbero voluto incontrarlo, Robert Prevost se n’è uscito con questa risposta: “Come è stato annunciato incontrerò alcune vittime, purtroppo mi è impossibile ricevere tutte quelle che lo chiedono”.
Anni di duro lavoro di papi, cardinali e vescovi – tesi a nascondere o minimizzare il fatto che l’abuso sessuale sui ragazzini e sulle ragazzine a loro affidati è una delle attività principali di alcuni sacerdoti – sono stati vanificati da tre secondi di folgorante verità pontificia.
Il disastro spagnolo
El País è il più importante quotidiano spagnolo. Da otto anni conduce una serrata inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa e ha accumulato uno spaventoso archivio con fatti, date, nomi di vittime e carnefici e soprattutto una accurata documentazione del certosino lavoro con cui da anni i vescovi spagnoli cercano di occultare i crimini dei loro sacerdoti.
E in questi giorni ha documentato come per Leone XIV il viaggio in Spagna sia stato un disastro, proprio per colpa degli abusi sessuali.
Papa Francesco è stato un affidabile complice dei confratelli spagnoli: in dodici anni di pontificato non ha mai speso una parola sul problema.
Il Papa argentino aveva una sua particolare abilità nella comunicazione: alternava le sparate alzo zero contro i preti pedofili in generale ai silenzi (talvolta anche spudorate menzogne) su casi specifici, soprattutto se riguardanti suoi amici, come per esempio l’abusatore seriale Marko Rupnik o il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, che resta tuttora al suo posto, intoccabile, benché imputato in un processo per falsa testimonianza commessa, secondo l’accusa, per proteggere il suo parroco Giuseppe Rugolo, condannato in Cassazione per violenza sessuale su ragazzi a lui affidati eppure ancora presente nelle liste dei sacerdoti a cui la Cei paga regolarmente lo stipendio.
Fatto sta che Jorge Bergoglio, grazie alla formula vacua della “tolleranza zero”, ha lasciato dietro di sé la convinzione diffusa di essere stato un inflessibile giustiziere.
Robert Prevost è invece un pessimo comunicatore e i vaticanisti italiani sono costretti ad acrobazie logiche a volte addirittura umilianti per sostenere il contrario.
La Spagna lo aspettava al varco per parlare di abusi sessuali e lui ha arringato il parlamento su eutanasia e aborto. Credendo che un Papa che tuona contro l’aborto faccia ancora paura a qualcuno, Il Foglio ha scritto che El País, dedicando il suo titolo d’apertura al tema della pedofilia, “ha parlato d’altro”, come se davvero la questione critica fosse l’aborto.
Ma qual era il tema di questa visita chiunque può capirlo, basta che non legga i giornali italiani. I quali credono di avere ancora il potere di tenere nascoste le cose, mentre i loro lettori a decine di migliaia al mese li abbandonano perché sanno le lingue e vanno su internet, dove apprendono che cosa accade nel mondo.
Solo così hanno potuto sapere che nell’ultimo viaggio apostolico di Francesco, nel cattolicissimo Belgio a settembre del 2024, la rituale intemerata contro l’aborto finì con il nunzio apostolico convocato dal governo belga per trasmettere al Papa l’intimazione di non permettersi mai più di parlare male delle leggi belghe sull’aborto e di chiamare sicari i medici belgi che praticavano gli aborti e le loro pazienti.
Ma la cosa più imbarazzante fu la vera e propria umiliazione subita da Bergoglio stesso.
Il Papa raccontò di aver incontrato delle vittime di abusi come se si fosse trattato di un abbraccio fraterno e solidale, ma la sera stessa il telegiornale belga principale intervistò le stesse persone, ed erano inferocite, dissero che Bergoglio li aveva presi in giro rifiutando ogni assunzione di responsabilità della Chiesa per le imprese erotiche dei suoi sacerdoti sui bambini belgi.
Uno di loro, Jean-Marc Turine, addirittura ha fatto il verso a Bergoglio, ritraendolo (in prima serata) come un imbroglione nemmeno tanto lucido. Intanto il premier belga Alexander De Croo diceva al Papa, a brutto muso, “le parole non bastano più, vogliamo fatti concreti, le vittime hanno bisogno di essere ascoltate e hanno diritto alla verità, non possiamo più accettare gli insabbiamenti e le coperture [dei preti pedofili]”.
Immaginate un capo di governo italiano o il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che solo immagina di parlare così al Papa. Eppure il dramma dei preti pedofili in Italia non è meno grave che in Belgio o in Spagna.
Bene, in Spagna non il premier Pedro Sánchez, che sarà un mangiapreti o addirittura un laicista, come si ama dire, ma il mite e cattolicissimo re Felipe ha detto al Papa, in estrema sintesi, che la cattolicissima Spagna ne ha le scatole piene.
I fatti
Ecco che cosa è esattamente accaduto in Spagna.
Il 5 giugno, il giorno prima della partenza di Leone XIV per la Spagna, El País scrive che, indagando su 1.622 (milleseicentoventidue) casi di abuso sessuale emersi finora in Spagna, ha scoperto che “negli ultimi decenni 94 alti prelati della Chiesa hanno insabbiato denunce, protetto il clero o messo a tacere le vittime. Di questi, 7 sono cardinali, 61 vescovi e 26 superiori di ordini religiosi”.
Gli abusi coinvolgono 70 diocesi e 141 ordini religiosi. I sette cardinali sotto accusa sono: Vicente Enrique y Tarancón, Antonio María Rouco, Narcís Jubany, Ricard Maria Carles, Lluís Martínez i Sistach, Carlos Osoro e Juan José Omella.
El País racconta che in Vaticano stanno addirittura beatificando “José María García Lahiguera, arcivescovo di Valencia negli anni Settanta, implicato nell’insabbiamento di uno dei più gravi casi di pedofilia nella Chiesa spagnola, tenuto nascosto durante il regime franchista: quello di padre José Prat, che nel 1971 violentò e uccise un bambino di nove anni, colpendolo 47 volte a Puerto de Sagunto. Il sacerdote fu condannato a 17 anni di carcere, che non scontò, e questo arcivescovo lo trasferì a Lleida, dove prestò servizio come vicario”.
Il benvenuto del País al Papa è, per così dire, impreziosito da una notizia che, il 4 giugno, due giorni prima dell’arrivo di Prevost a Madrid, gli fa capire che aria troverà in Spagna.
Negli anni Novanta una bambina è stata abusata sessualmente dai 6 ai 12 anni da padre Álvaro Martín Fuente, sacerdote agostiniano della scuola Buen Consejo di Madrid. Lei lo ha denunciato alla polizia nel 2010, appena compiuti 18 anni, e in quel momento il Priore generale degli agostiniani era Robert Prevost.
Fuente fu anche arrestato ma la prescrizione lo salvò. Per sedici anni gli agostiniani, che sapevano tutto, hanno coperto il sacerdote pedofilo, che ha potuto anche fare il direttore della scuola. Lo hanno allontanato solo due mesi fa, dopo l’ennesima denuncia della ragazza oggi poco più che trentenne.
Una fonte degli agostiniani ha detto al País che Prevost non fu mai informato di niente perché non era stata avviata ufficialmente un’inchiesta interna, “per negligenza”, ammette la stessa fonte, spiegando che “in quegli anni non esistevano i protocolli”.
Notate bene, stiamo parlando del 2010, non del 1810: un sacerdote violenta una bambina di sei anni e i suoi confratelli agostiniani fischiettano perché non hanno i protocolli. Viene arrestato con l’accusa di aver violentato una bambina di sei anni e il Priore generale degli agostiniani, che sono meno di tremila in tutto il mondo, non lo viene neppure a sapere.
Essendo gli agostiniani nel mondo meno degli abitanti di una media parrocchia italiana, come fa il Priore generale a non venire mai a sapere niente? Eppure Prevost è talmente rinomato per il suo acume che alla fine lo eleggono Papa.
Parlare d’altro
La Chiesa cattolica funziona così, stando ai racconti della gerarchia ecclesiastica. Secondo El País, gli agostiniani hanno solo in Spagna 30 sacerdoti accusati e 77 vittime, ma ne ammettono rispettivamente 20 e 34.
Quindi – per loro stessa ammissione – gli agostiniani colpevoli di violenza sessuale su minori sono in Spagna poco meno del 10 per cento del totale. Ma non risulta che Prevost ne abbia parlato durante l’incontro a Madrid con 220 agostiniani iberici.
Lo stile dell’uomo d’altra parte è questo. E dunque Leone XIV parte per la Spagna con l’idea di fare come Bergoglio, cioè niente. E di parlare come se niente fosse di guerra e pace, intelligenza artificiale, aborto ed eutanasia oltre che di quanta cattiveria c’è nel mondo (argomenti sui quali la sua capacità di incidere risulta trascurabile).
Le vittime degli abusi sessuali dei preti si infuriano. Giudicano una provocazione, per esempio, la decisione di andare in visita mercoledì 10 giugno all’abbazia di Montserrat, vicino a Barcellona.
Gli ultimi tre abati del monastero prima dell’attuale hanno insabbiato gli abusi per decenni. Le giovani vittime sono almeno 15, solo per una di loro risulta accordato un risarcimento, eppure l’abbazia stessa già nel 2019 si è scusata pubblicamente, ammettendo lo scempio che è avvenuto al suo interno per decenni.
Ovviamente l’attuale abate Manel Gasch Hurios non ha detto una parola nel suo discorso di benvenuto al Papa, il quale educatamente si è ben guardato dallo sfiorare il fastidioso argomento.
Leone XIV, anche per non irritare la suscettibilità dei vescovi spagnoli, che sulla piaga degli abusi sono irriducibili, è partito da Roma deciso a non fiatare sull’argomento abusi e a ignorare le associazioni delle vittime che chiedevano di incontrarlo.
Ma quando ha capito che l’onda della protesta stava diventando oceanica ha incaricato il portavoce Matteo Bruni, alle nove di sera del 5 giugno (undici ore prima del decollo dell’aereo papale per Madrid), di fare una dichiarazione meritevole di essere letta integralmente:
“In merito ad alcune notizie di stampa, posso confermare che durante il prossimo viaggio apostolico, il Santo Padre incontrerà alcune vittime di abusi da parte del clero in Spagna. L’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola. Ulteriori informazioni saranno fornite dopo l’incontro, nel rispetto delle vittime, dei loro desideri e della loro privacy”.
Che significa “l’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola”? Una presa di distanze? Certo è che la Chiesa spagnola, un sistema dominato dai 94 prelati accusati di aver insabbiato i casi di abuso sessuale, farà poi sapere di aver scelto, a sua discrezione, sei vittime che si sono incontrate con il Papa ma che nessuno ha visto e nessuno sa chi sono. C’è la privacy.
Quello che si sarebbero detti con il Papa lo ha fatto sapere la Santa Sede con una formula che suona beffarda: “Il Papa ha ascoltato con affetto e attenzione, assicurando loro la sua vicinanza e quella dell’intera comunità ecclesiale”.
L’inviato di Vatican News, cioè l’inviato del Papa al seguito del Papa, ci assicura che “le vittime hanno sentito che il Papa si è fatto carico del loro dolore”, senza però rivelarci come ne è venuto a conoscenza.
La cupola dell’omertà
Il vero capolavoro è stato l’incontro con la Conferenza episcopale spagnola, la cupola dell’omertà. Ecco come Prevost è riuscito a parlare ai vescovi spagnoli degli abusi sessuali senza nominare gli abusi sessuali:
“Il nostro cammino è fatto di incontri: uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione”.
Il presidente della Conferenza episcopale spagnola, Luis Javier Argüello García,è stato più netto: non ha detto una parola sugli abusi, limitandosi a ringraziare il Papa perché la sua visita in Spagna aiuterà la Chiesa spagnola “ad alzare lo sguardo verso Gesù Cristo e a rinnovare la gioia di essere discepoli amati e ferventi missionari della misericordia di Dio”.
Tutto pur di non parlare del recente accordo con lo Stato spagnolo, subito dai vescovi, che dà alle vittime di abuso la possibilità di chiedere i danni anche attraverso lo Stato e fissa per la Chiesa l’obbligo di pagare per le malefatte dei suoi sacerdoti.
Una svolta che terrorizza i vescovi di altri Paesi, per esempio la Conferenza episcopale italiana, la più omertosa di tutte.
Ed è per questo che il Papa non ne parla: il rischio è che la Chiesa, che già non se la passa bene quanto a soldi, sia travolta finanziariamente dall’ondata dei risarcimenti.
Basti pensare che poche settimane fa negli Stati Uniti, dove lo Stato non ha paura dei preti, la diocesi di New York ha dovuto firmare l’accordo per pagare 800 milioni di dollari a 1300 vittime di abusi, mediamente circa 600 mila dollari a testa. Notizie che i vaticanisti italiani censurano sistematicamente.
Alla fine a chi è toccato l’ingrato compito di dire a Prevost, in sostanza, che non poteva pretendere di prendere in giro in modo così smaccato un’intera nazione, sia pure cattolicissima? All’unico che poteva e doveva, il re, Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia, in breve Filippo VI.
Soltanto il re osa
Conoscendo gli spagnoli meglio del Papa, il re gli ha fatto sapere che non poteva prestarsi alla farsa del fare finta di niente, e i rispettivi sherpa hanno concordato che – visto che Prevost non intendeva arretrare di un millimetro dalla linea del silenzio – sarebbe toccato al re mettere, come suol dirsi, i piedi nel piatto con un testo concordato dalle diplomazie.
Nel discorso di benvenuto al palazzo reale, Felipe ha prima espresso il plauso per “l’enorme opera sociale della Chiesa cattolica in Spagna” per poi dire l’indicibile:
“Non può esserci contrasto maggiore a tutto ciò del dolore causato dai casi di abuso, che non sono rappresentativi né possono essere rappresentativi della vasta comunità ecclesiale.
La vostra chiarezza e fermezza, che desidero anch’io riconoscere, sono essenziali nel processo di guarigione e nella riparazione del danno inflitto: sono essenziali per le vittime, per i fedeli, per la Chiesa e per la società nel suo complesso”.
Un saggio da scuola di retorica, accusare fingendo di elogiare.
Secondo El País si è trattato “di un paragrafo estremamente delicato e attentamente formulato, ma sufficiente a portare alla ribalta gli oltre tremila casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica [spagnola]”.
Insomma Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa.
Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.
Il maestro del coro è il Papa, l’uomo che potrebbe con un tratto di penna cacciare chi vuole in modo inappellabile, un potere assoluto che non può negare di avere perché, quando gli fa comodo, lo usa.
Solo in Italia c’è ancora qualcuno che pensa che il tema centrale della Chiesa sia l’aborto.
Durante la sua visita apostolica in Spagna, papa Leone XIV ha incontrato sei vittime di abusi sessuali su minori commessi da rappresentanti della Chiesa cattolica spagnola. Pochi giorni prima, sul volo che lo portava da Roma a Madrid, il corrispondente del quotidiano spagnolo El País Íñigo Domínguez gli aveva consegnato una chiavetta USB contenente sei dossier, realizzati negli anni dal giornale con un eccezionale lavoro d’inchiesta su oltre 3mila casi di abusi in Spagna.
El País in Spagna ha avuto un ruolo centrale nello svelare, catalogare e raccogliere questo genere di casi. Lo ha fatto con un’inchiesta iniziata nel 2018 e che continua tuttora. Ha permesso di creare un database enorme e dettagliato, e soprattutto di superare la negazione e il silenzio della gerarchia clericale spagnola, durate decenni.
Mentre in altri paesi commissioni indipendenti e indagini interne alla Chiesa avevano individuato migliaia di casi, fino all’ottobre del 2018 la gerarchia ecclesiastica spagnola ne aveva riconosciuti quattro. Quando il quotidiano avviò l’inchiesta, la Conferenza episcopale sosteneva che la Spagna fosse «un’eccezione fra i paesi cattolici».
Julio Núñez è il giornalista delPaís a cui l’allora direttrice del giornale Soledad Gallego-Díaz affidò l’inchiesta, insieme a Domínguez. Il modello era quello del team Spotlight del Boston Globe, che nel 2002 indagò sui casi di pedofilia nella Chiesa statunitense e sulle coperture garantite dalle autorità ecclesiastiche.
Dice Núñez: «La Chiesa spagnola allora sosteneva che in Spagna e in Italia le cose fossero diverse per i costumi mediterranei, per la differenza nello stile di vita». Racconta che cominciarono facendo richieste ufficiali alle diocesi riguardo ai casi trattati dal diritto canonico (le inchieste e i processi interni alla Chiesa, svolti in modo discutibile), ma non ebbero alcuna risposta.
In Spagna c’erano 23mila parrocchie e 18mila sacerdoti, ma non esisteva alcuna statistica ufficiale sui casi di violenza sessuale sui minori da parte del clero o di laici in istituzioni religiose. Domínguez, Núñez e alcuni colleghi iniziarono a raccoglierli con un lavoro d’archivio, facendo riferimento a sentenze giudiziarie digitalizzate a partire dagli anni Ottanta, e nella prima inchiesta ne trovarono 34. Pubblicandola, aggiunsero anche un indirizzo email a cui inviare testimonianze e segnalazioni: iniziarono subito ad arrivarne centinaia, e questo cambiò tutto.
Nel corso degli anni El País ha svelato circa un migliaio di nuovi casi, raccolti in sei successivi dossier, da più di 1.800 pagine e con 800 diverse testimonianze.
Núñez dice che «quando arriva una segnalazione, la prima cosa è contattare la persona. La prima telefonata può durare anche due o tre ore, a volte è la prima volta che quella persona racconta la sua storia». Dopo il racconto i giornalisti chiedono se esiste un qualche tipo di documentazione, se ci sono dei familiari che conoscono i fatti, se sono state salvate mail o messaggi che possono essere prove degli abusi o di eventuali coperture da parte della Chiesa.
Núñez dice che il lavoro di verifica e indagine su un caso può proseguire per mesi: «Alcuni vogliono solo raccontare, ma poi non vogliono che la storia sia pubblicata, altri non compaiono col nome intero, ma solo con le iniziali. In generale non più di un terzo delle storie arriva a essere pubblicato». Dal 2018 un gruppo variabile di 6-10 giornalisti si è occupato dei casi, a volte in modo continuativo, altre più saltuario.
Negli anni il lavoro si è esteso al Sudamerica, di cui El Paìs si occupa estesamente. Sono state individuate, rivelate e raccontate altre centinaia di casi, fra cui quello di un gesuita spagnolo che abusò di almeno 85 minori in Bolivia, registrando tutto in una specie di diario. Il caso ha avuto grande rilevanza internazionale ed è stato raccontato anche in un libro.
Il lavoro del Paìs ha avuto conseguenze importanti, a partire dall’aver aperto infine un dibattito sugli abusi del clero spagnolo. Nel dicembre del 2021 un primo dossier con 250 casi inediti venne consegnato a mano a papa Francesco, e poi alla Conferenza episcopale spagnola, causando l’apertura di un’indagine interna alla Chiesa spagnola. Nel 2022 la questione assunse una grande rilevanza all’interno del dibattito pubblico spagnolo e il parlamento incaricò il difensore civico nazionale Ángel Gabilondo di fare un’indagine indipendente, che partì dai materiali messi a disposizione da El País. Il difensore civico si occupa di tutelare gli interessi dei cittadini, in molti paesi è chiamato ombudsman, in Italia esistono figure simili a livello regionale.
Le conclusioni arrivarono dopo un anno e 80 incontri con rappresentanti episcopali e religiosi, con oltre 8mila interviste e 480 testimonianze di vittime raccolte direttamente. Furono conclusioni notevoli: il difensore civico stimò che l’1,13 per cento della popolazione spagnola avesse subìto abusi sessuali in ambito religioso, una cifra che corrisponde a oltre 440mila persone.
Lo scorso gennaio la Chiesa spagnola ha firmato un accordo di collaborazione con lo Stato in cui si impegna a risarcire le persone che da minorenni hanno subìto abusi sessuali, ma che non possono più ricevere risarcimenti attraverso una causa in tribunale perché il reato è prescritto o perché la persona che ha commesso gli abusi è morta. L’entità di questi risarcimenti e la resistenza a concederle varia da caso a caso: può accadere che per lo stesso tipo di delitto, in situazioni simili, i risarcimenti varino molto da diocesi a diocesi.
(ANSA) – ROMA – L’importanza della “responsabilizzazione” dei colpevoli e della “richiesta di perdono e di riconciliazione” poichè “il perdono realizza la vera giustizia” che però “non è un modo per eludere le conseguenze anche giudiziarie delle proprie azioni”.
Sono i punti fondamentali delle Linee guida sulla Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili richiamati oggi dal segretario della Cei, mons. Giuseppe Baturi nel Secondo incontro nazionale Servizi Territoriali Tutela Minori in corso al Carpegna Palace-Domus Mariae.
Un evento a porte chiuse, cui ieri lo stesso Papa Leone tramite il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, aveva fatto pervenire anche lui un richiamo invitando la Chiesa italiana a non “minimizzare il male” e a non chiudersi per “paura dello scandalo”.
Ma la risposta della Chiesa italiana è ancora del tutto “insufficiente” per le vittime con il portavoce della Rete L’Abuso Francesco Zanardi che parla di Chiesa “disonesta”. “Come si evince ancora una volta nelle dichiarazioni di mons. Giuseppe Baturi – ha spiegato in una nota – c’è una disonestà totale da parte della Chiesa italiana” che “auto acclama quello che a suo avviso sarebbero i successi in materia di abusi sessuali su minori e persone vulnerabili. Dichiarazioni tanto disoneste che non si può non contestare riga per riga. Dichiarazioni che forse si possono dare a bere all’opinione pubblica, non certo a noi vittime sopravvissute che purtroppo abbiamo ben chiaro quello che la chiesa italiana non sta affatto facendo”.
Nel suo intervento Baturi ha sottolineato l’importanza della “riparazione” anche con “la decisione di un cammino di cura psicologica e sostegno spirituale”, questione che “riguarda relazioni proiettate fondamentalmente verso il futuro e con un forte orientamento alla prevenzione”. Inoltre, ha ammonito affinché la Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguardi “l’intera comunità ecclesiale” con il ruolo del vescovo che “collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta”. Ancora, “i Servizi regionali e diocesani – ha evidenziato – , ormai presenti in tutte le diocesi” “sono chiamati non a sostituire gli ordinari nelle loro responsabilità ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”.
“Va ricordato anche – fa sapere Zanardi – che il 28 maggio 2022 fu proprio il cardinale Presidente della Cei Matteo Zuppi a dichiarare pubblicamente al sottoscritto, che in quella e in questa sede rappresenta le vittime italiane del clero, una collaborazione ventilando l’ipotesi che l’associazione dei sopravvissuti Rete L’Abuso fornisse alla Cei i nominativi dei preti pedofili in nostro possesso, ipotesi che malgrado i vari incontri con il Presidente Zuppi svanì immediatamente, come svanì l’annunciata commissione d’inchiesta e i 613 casi italiani dal 2010 al 2022 che il cardinale Zuppi dichiarò già in possesso della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero)”.
Insomma, per le vittime si dovrebbe agire in Italia come fatto in altri Paesi del mondo come Francia, Spagna, Portogallo, Svizzera, Belgio, Polonia, Repubblica Ceca, Germania, e Irlanda che “hanno avviato percorsi concreti che rendono giustizia e in molti casi risarcimenti alle vittime dei preti pedofili”.
(di Nina Fabrizio) (ANSA).
Leggiamo l’articolo di Chiesa Cattolica dal titolo L’impegno della Chiesa in Italia nella tutela dei minori e le dichiarazioni di mons. Giuseppe Baturi che auto acclama quello che a suo avviso sarebbero i successi della chiesa italiana in materia di abusi sessuali su minori e persone vulnerabili.
Dichiarazioni tanto disoneste che non si può non contestare riga per riga. Dichiarazioni che forse si possono dare a bere all’opinione pubblica, non certo a noi vittime sopravvissute che purtroppo abbiamo ben chiaro quello che la chiesa italiana non sta affatto facendo. Dichiarazioni che ci offendono in quanto dopo gli abusi ci tocca sopportare di essere oggetto di una propaganda falsa e per nulla riparativa, che ai nostri occhi scredita la chiesa più di quanto già la sia.
Tralasciando il deplorevole caso sardo che vede tra i protagonisti proprio mons. Baturi e tra le “vittime”, oltre noi sopravvissuti anche la Garante dell’infanzia sarda Carla Pugligheddu, caso che abbiamo già commentato senza ottenere da parte della CES e del Consiglio regionale sardo alcuna risposta, ma un silenzio che di per se è già tristemente indicativo del dialogo che, al contrario di quello che Baturi afferma, la chiesa non ha e non vuole avere con i sopravvissuti.
Va ricordato anche che il 28 maggio 2022 fu proprio il card. Presidente della Cei Matteo Zuppi a dichiarare pubblicamente al sottoscritto, che in quella e in questa sede rappresenta le vittime italiane del clero, una collaborazione ventilando l’ipotesi che l’associazione dei sopravvissuti Rete L’ABUSO fornisse alla CEI i nominativi dei preti pedofili in nostro possesso (vedi contributo video), ipotesi che malgrado i vari incontri con il Presidente Zuppi svanì immediatamente, come svanì l’annunciata commissione d’inchiesta e i 613 casi italiani dal 2010 al 2022 che il cardinale Zuppi dichiarò già in possesso della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero).
In tutti questi anni, malgrado gli appelli puntualmente mancati, le vittime e la stessa associazione hanno tuttavia tentato un dialogo nella speranza che in Italia, come nel resto dell’Unione Europea, la chiesa potesse intraprendere in coscienza e onestamente, una strada di riparazione civile ed adeguata agli appelli che la CEI puntuale rivolge all’opinione pubblica.
Invece, come si evince ancora una volta nelle dichiarazioni di mons. Baturi c’è una disonestà totale da parte della chiesa italiana.
Ma voglio essere concreto esponendo un caso dei tanti, commentandolo soprattutto sotto l’aspetto canonico, che nel Motu proprio vos estis lux mundi è chiarissimo, forse meno chiaro per mons. Baturi e per la stessa CEI.
Questa mail è una delle tante che i sopravvissuti italiani ricevono dalle diocesi o dagli sportelli diocesani. Metto proprio questa perché è la stessa che senza cancellazioni di dati sensibili è stata inviata al card. Matteo Zuppi poche settimane fa, proprio per denunciare le omissioni che emergono puntuali nelle diocesi italiane. Mail che lo stesso Zuppi ha verificato ma malgrado ciò ne lui ne altri sono intervenuti a riguardo.
Un caso grave, uno dei tanti e puntuali in Italia. La prova che mons. Baturi o non è informato su cosa accade, o ancor peggio mente nelle sue dichiarazioni.
Parliamo della risposta recentissima data ad una vittima dal vescovo della diocesi interessata. Vescovo che dichiara che il prete accusato ha ammesso i suoi crimini, confermati anche dal predecessore del vescovo che sta scrivendo. Il tutto è tanto credibile che lo stesso vescovo ritiene inutile interpellare altri testimoni in quanto non porterebbero ad ulteriori elementi.
Direi quindi sia tutto molto chiaro per la chiesa e non solo, il prete è indubbiamente colpevole, lo dichiara lui stesso.
È qui che adesso chiedo a monsignor Baturi perché malgrado la indubbia chiarezza del caso, il prete non sia ad oggi stato sanzionato, perchè non sia mai stato rimosso e lasciato a contatto con minori, perché in virtù del Motu proprio i vescovi, ovvero il predecessore di quello che scrive e lo scrivente, indubbiamente informati ed inadempienti di fronte al motu proprio, non sono stati sanzionati come previsto?
Perché nel caso analogo di monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, oggi a processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver addirittura mentito ai magistrati italiani nel tentativo di insabbiare il caso di don Giuseppe Rugolo, la chiesa, come nel caso citato in precedenza non ha mai preso provvedimenti?
Ecco perchè la CEI, il suo Presidente e il suo Segretario non possono essere minimamente credibili tanto da affermare che dichiarano falsità, offendendo noi sopravvissuti e non certo vengono in nostro soccorso come dichiarano. Ancor meno stanno facendo prevenzione. Il fatto che poi tutto venga accresciuto in un contesto falso e non credibile, dichiarare che la chiesa faccia formazione ai propri educatori, è ancora peggio.
Che senso ha formare delle persone senza rimuovere il problema.
Gradiremmo una risposta dalla CEI a queste domande, forse dopo potremmo offenderci meno di fronte a spergiuri come la dichiarazione oggetto di questa contestazione.
Forse, e dico forse, potremmo anche vedere un filo di umanità in quella chiesa che oggi mente anche all’opinione pubblica dando a bere che vada tutto bene.
“La segretezza è il terreno fertile per la pedofilia nella Chiesa”. L’affermazione di Miguel Hurtado è inequivocabile. Sa di cosa parla. A 16 anni, questo giovane ha subito abusi sessuali da parte di Germá Andreu, il fondatore degli Scout dell’Abbazia di Montserrat.
Nel Manuale del silenzio (Planeta), Hurtado racconta la sua esperienza, ma anche il suo lavoro di attivista per cambiare le leggi affinché gli abusi non cessino di esistere e affinché la Chiesa si assuma le proprie responsabilità in una crisi che, a suo avviso, «è la più grave che abbia sofferto dalla Riforma di Lutero».
La Chiesa è un nido di insabbiamenti?
Esiste una cultura che ha permesso ai preti pedofili di agire in totale impunità in decine di paesi nei cinque continenti per decenni. Quando partecipavo a incontri con vittime provenienti da tutto il mondo, mi rendevo conto che eravamo molto diversi, ma raccontavamo la stessa storia. E scherzavamo: “Sembra che i vescovi leggano lo stesso manuale”. E poi ho scoperto che avevamo ragione: che il Vaticano aveva progettato, implementato e perpetuato un manuale del silenzio per coprire questo tipo di crimini, e lo aveva mantenuto per un secolo sotto sette papi.
Quali sono gli obiettivi della loro lotta?
Mi piace molto il modello sostenuto dalle Nazioni Unite. Quando si verificano gravi violazioni dei diritti umani – violenza sessuale nella Chiesa, crimini commessi sotto la dittatura di Franco, Cuba o Pinochet – il modello da applicare è quello di garantire alle vittime l’accesso alla giustizia, alla verità, alla riparazione e alle garanzie di non recidiva. Questo è il modello che ho in mente. E ciò implica la riforma dei termini di prescrizione, il rafforzamento dei meccanismi investigativi indipendenti, l’istituzione di meccanismi di risarcimento e la riforma della legge sull’insabbiamento, in modo che la protezione dei pedofili sia un reato.
Misure che riguardano non solo le vittime della pedofilia nella Chiesa, ma tutte le vittime…
Siamo spesso accusati di criticare la Chiesa solo quando gli abusi si verificano in altri ambienti e istituzioni, ma chi ci critica non fa nulla per cambiare le leggi. Dopo quattro anni, il governo afferma che apporterà una riforma minima e le vittime avranno altri 12 anni per denunciare gli abusi. Questo non sarebbe stato possibile senza le nostre denunce, e ne beneficiano tutte le vittime: nelle famiglie, nelle chiese, nelle scuole, nelle associazioni sportive…
Perché si pone così tanta attenzione sulla Chiesa e non sulle altre istituzioni?
C’è mancanza di coerenza morale e ipocrisia, ma anche un altro elemento importante. Poche istituzioni al mondo hanno tanti strumenti per proteggere i pedofili quanto la Chiesa cattolica, per una semplice ragione: non li hanno semplicemente trasferiti da una parrocchia all’altra, ma da un Paese all’altro. La Spagna è uno dei maggiori esportatori mondiali di preti pedofili; abbiamo inviato migliaia di preti pedofili in America Latina, dove hanno commesso atti veramente barbari. Quale altra istituzione può fare altrettanto? Ho un dipendente pedofilo e posso mandarlo in Cile, in Perù, in Ecuador…
Cosa sta facendo la Chiesa per contrastare questo flagello?
Stanno apportando i cambiamenti minimi necessari per alleviare la pressione mediatica, politica e delle vittime. Inoltre, la gerarchia reagisce a questi scandali negandoli, minimizzandoli e parlando di campagne contro la Chiesa, il tutto perpetuando la segretezza. E la segretezza è il terreno fertile per la pedofilia all’interno della Chiesa. Se non avessero difeso con fermezza il segreto pontificio per decenni, se non avessero adottato una posizione così oscurantista, questi pedofili sarebbero stati scoperti prima, incarcerati e avremmo salvato migliaia di vittime. La cosa più triste è che hanno adottato la segretezza per proteggere la Chiesa, e non hanno protetto né la Chiesa né le vittime.
È passato un anno dal vertice anti-pedofilia. Qual è il tuo bilancio?
È un’altra occasione persa, perché non basta creare protocolli; bisogna seguirli. E la cultura deve cambiare. Deve esserci una cultura della trasparenza, del pieno rispetto della legge e della responsabilità. Ma il Papa, a tutt’oggi, non ha ancora istituito un meccanismo snello ed efficace per garantire che chi copre le irregolarità perda il lavoro.
È colpa del Papa, è colpa del sistema? Chi è il colpevole?
Si possono cercare diverse spiegazioni. Credo che i colpevoli del fatto che questo fenomeno non sia stato sradicato – e questo può sembrare un po’ duro – siano i cattolici.
Perché?
Perché non chiedono riforme profonde nella loro Chiesa. Il fatto è che, in nome di Dio, i loro vescovi hanno protetto i predatori sessuali che hanno abusato dei loro figli. E quello che sta succedendo è che i cattolici, invece di indignarsi e chiedere riforme profonde, o cercano complotti esterni o vogliono credere di nuovo alle favole, che c’è un Papa buono che dice cose belle e che d’ora in poi tutto può andare bene.
E c’è qualche possibilità che tutto vada bene?
Credo che il sistema attuale sia insostenibile. È solo questione di tempo prima che crolli. Hanno rovinato la vita di così tante persone che questa situazione non può finire bene.