Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Sacerdote di Innsbruck denuncia abusi subiti 40 anni fa a Lana

    Sacerdote di Innsbruck denuncia abusi subiti 40 anni fa a Lana

    Un sacerdote della Diocesi di Innsbruck ha reso pubblica una denuncia per abusi subiti oltre quarant’anni fa durante un periodo di permanenza presso l’Ordine Teutonico a Lana, in Alto Adige. All’epoca dei fatti, il religioso – oggi sessantenne – aveva 19 anni ed era agli inizi del proprio cammino verso il sacerdozio.

    In un’intervista all’emittente pubblica ORF, ha spiegato di essere “il primo sacerdote in Austria ad avere il coraggio di compiere questo passo”, aggiungendo di essere certo di “non essere l’unico”. Secondo il suo racconto, l’autore dell’abuso sarebbe stato un superiore dell’ordine religioso, oggi deceduto. L’episodio sarebbe avvenuto nella stanza del giovane seminarista, con un comportamento che il sacerdote descrive come “mirato”.

    Una volta rientrato a casa, il futuro prete avrebbe confidato l’accaduto a un confratello, ma la reazione di quest’ultimo – che lo avrebbe ritenuto responsabile e avrebbe sostenuto che le tendenze dell’aggressore fossero note – avrebbe causato una seconda ferita, inducendolo al silenzio per decenni. La decisione di parlare pubblicamente oggi, spiega, nasce dal desiderio di “dare coraggio ad altri” che potrebbero aver vissuto esperienze simili. In un comunicato ufficiale, la Diocesi di Innsbruck ha espresso al sacerdote “rispetto e riconoscenza” per la sua scelta, definendola “un forte segno di apertura e responsabilità”.

    L’istituzione ha inoltre assicurato il proprio sostegno e accompagnamento. Secondo i dati citati da ORF, la Commissione Indipendente austriaca per la tutela delle vittime ha ricevuto dal 2010 a oggi circa 3.600 segnalazioni di presunti abusi riconducibili all’ambiente ecclesiale nel Paese.

    Intanto a fine anno don Gottfried Ugolini, sacerdote e psicologo, lascerà l’incarico di referente per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, oltre al posto nel gruppo direttivo del progetto “Il coraggio di guardare”, da cui è nato il Rapporto indipendente sugli abusi nella diocesi, affidato allo studio legale tedesco Westpfahl Spilker Wastl.

    Su mandato del vescovo Ivo Muser, don Ugolini assumerà ora la responsabilità della pastorale per i sopravvissuti ad abusi e violenze, offrendo sostegno diretto a chi ha subito – o è stato indirettamente coinvolto in – situazioni di abuso sessualizzato. “Sarò disponibile per colloqui e percorsi di accompagnamento”, ha spiegato, precisando che manterrà anche gli attuali incarichi nella pastorale giovanile e nel supporto al personale ecclesiale. Dopo quindici anni di attività ritenuta pionieristica nel campo della prevenzione, Ugolini parla di un “passaggio di consegne necessario”.

    Il progetto “Il coraggio di guardare” proseguirà fino al 2026, garantito dal gruppo direttivo che definirà nuovi obiettivi una volta nominata la nuova presidenza. Il sacerdote continuerà inoltre a collaborare nella formazione sui temi della prevenzione. Obiettivo del suo nuovo ruolo, sottolinea, sarà “sostenere chi porta sulle spalle il peso di traumi e violenze”, attraverso incontri, consulenze e momenti di ascolto dedicati.

    https://altoadigetv.it/news/sacerdote-di-innsbruck-denuncia-abusi-subiti-40-anni-fa-a-lana-4409

  • Prete dei migranti accusato di abusi sessuali: il missionario dei poveri che avrebbe violentato chi cercava salvezza

    Prete dei migranti accusato di abusi sessuali: il missionario dei poveri che avrebbe violentato chi cercava salvezza

    La sera del 30 ottobre, in una strada secondaria di Casablanca, un ragazzo guineano di diciassette anni — cappuccio tirato su, sguardo basso — si rifiuta di parlare. È il più giovane tra i sei migranti che, secondo un’inchiesta giornalistica locale, sarebbero stati vittime di abusi sessuali mentre cercavano rifugio in un servizio ecclesiale della città. Al centro delle accuse non c’è un uomo qualunque, ma Padre Antoine Exelmans, sacerdote francese noto per l’impegno a favore di migranti e richiedenti asilo, premiato nel 2020 per il suo lavoro umanitario. Oggi, quel nome è legato a un presunto “sistema di sfruttamento sessuale” durato “almeno quattro anni”. Il contrasto è feroce e costringe a guardare in faccia il dolore, le falle dei meccanismi di tutela e il linguaggio con cui la Chiesa racconta — o attenua — ciò che accade ai più vulnerabili.

    Secondo quanto ricostruito da Le Monde, Exelmans, che tra il 2021 e il 2024 ha diretto il servizio di accoglienza per migranti presso la parrocchia di Notre-Dame-de-Lourdes a Casablanca, è oggi sospettato di “violenze sessuali” su giovani esuli. L’aspetto più delicato è che, secondo il diocèse de Rennes, di cui dipende, il sacerdote avrebbe “riconosciuto abusi sessuali” durante un’indagine canonica avviata dall’arcidiocesi di Rabat, le cui conclusioni sono già state inviate a Roma. Nel frattempo, le autorità marocchine hanno raccolto elementi dell’inchiesta giornalistica e ascoltato alcune delle presunte vittime.

    Le versioni divergono sul numero dei ragazzi coinvolti. Il quotidiano marocchino Enass parla di sei giovani — cinque guineani e un camerunese — tutti minorenni all’epoca dei fatti. Il diocèse de Rennes, invece, ne riconosce uno solo, più quattro adulti che si sarebbero rivolti all’arcidiocesi di Rabat. Due narrazioni ancora lontane, che impongono prudenza ma non attenuano la gravità del quadro.

    L’inchiesta di Enass, pubblicata il 3 novembre 2025, è un documento dettagliato, costruito su testimonianze dirette e ricostruzioni ambientali. Parla di un “sistema” che avrebbe preso di mira minori fragili, isolati, spesso ospitati nel presbiterio per un “accompagnamento personalizzato” poi degenerato in coercizioni e abusi. Secondo la testata, almeno tre di loro sarebbero già stati ascoltati dalla Brigata nazionale della polizia giudiziaria su delega della procura di Casablanca, e sono stati disposti accertamenti medici.

    Un capitolo oscuro riguarda i presunti “trattamenti psichiatrici” imposti o suggeriti dal sacerdote. Enass riferisce che Exelmans avrebbe richiesto sistematicamente prescrizioni di psicofarmaci, prima in ospedale, poi da una psichiatra del terzo settore. Se confermato, questo aspetto aprirebbe interrogativi inquietanti: fino a che punto la farmacologia può essere stata usata per indebolire la volontà o la lucidità delle vittime? Domande da tribunale, che richiederanno perizie e contraddittorio, ma che bastano a mettere a nudo la questione centrale: la protezione dei minori in contesti dove il potere spirituale e materiale è concentrato nelle mani di un solo uomo.

    In un comunicato, l’arcidiocesi di Rabat ha dichiarato di aver “collaborato pienamente con le autorità civili” non appena ricevute le prime segnalazioni, e di aver trasmesso a Roma i risultati dell’indagine interna. Il documento elenca anche misure cautelari: divieto per il sacerdote di avere contatti con minori se non in presenza di un altro adulto e obbligo di accompagnamento psicologico. L’arcivescovo Cristóbal López Romero ha aggiunto che “la sola vittima minorenne conosciuta” dalla diocesi è oggi seguita dalla Chiesa.

    Dalla Francia, la diocesi di Rennes conferma che Exelmans avrebbe ammesso “abusi sessuali” in sede canonica, e invita eventuali testimoni a farsi avanti. La cronologia è chiara: segnalazioni in Marocco, rientro in Francia nel giugno 2024, avvio dell’inchiesta canonica, trasmissione degli atti a Roma. Ovunque, la parola d’ordine è “cooperazione”, ma resta il dubbio su quanto sia stata tempestiva.

    Chi è, in fondo, Padre Antoine Exelmans? Sacerdote del diocèse de Rennes, in missione in Marocco come Fidei donum dal 2016, ex vicario generale a Rabat, punto di riferimento per le organizzazioni umanitarie e i migranti del Maghreb. Nel 2020 riceve il Prix d’Aix-la-Chapelle pour la paix, destinato a chi combatte “le ingiustizie” nel mondo. È lo stesso periodo in cui promuove una riorganizzazione dei servizi ecclesiali per migranti, smantellando strutture professionali e privilegiando la gestione “volontaria” e “spirituale” dell’accoglienza. Una riforma che oggi si interroga: la semplificazione amministrativa ha eliminato anche le garanzie di controllo?

    Se le accuse fossero confermate, questo caso mostrerebbe come un rapporto asimmetrico — adulto contro minore, europeo contro migrante, pastore contro gregge — possa trasformarsi in abuso. I racconti parlano di isolamento, di sostegno psicologico trasformato in dipendenza, di spazi ecclesiali privi di supervisione. È proprio in questi vuoti che dovrebbero esistere regole chiare: niente incontri prolungati in solitudine con minori, monitoraggio esterno, protocolli sull’uso di psicofarmaci, formazione obbligatoria per sacerdoti e volontari. Non sono burocrazie, ma barriere che salvano vite.

    I comunicati ufficiali hanno scelto formule come “abusi su persone fragili”, un eufemismo che offusca la realtà. La cautela è legittima, la presunzione d’innocenza sacrosanta. Ma quando emergono minori, le parole contano. Dire “abusi” non basta: serve trasparenza, tempi certi, decisioni pubbliche. L’ammissione di colpe in sede canonica, confermata da Rennes, impone un dovere: chiarire dove si trovi oggi Exelmans, quali restrizioni subisca, chi vigili sulla loro applicazione.

    Le indagini corrono su due binari: quella canonica, avviata a Rabat e trasmessa a Roma, e quella giudiziaria marocchina, con accertamenti clinici e audizioni. In parallelo, le autorità francesi hanno ascoltato il sacerdote. Un’inchiesta transnazionale che dovrà coordinare prove, referti, registri parrocchiali, scambi di email e chat. Senza un raccordo forte, la tutela dei minori rischia di perdersi nei confini.

    Il caso Exelmans non nasce dal nulla. È figlio di un sistema che, nonostante le riforme post–Commissione Sauvé, continua a produrre zone d’ombra. E il contesto marocchino — fatto di migranti senza documenti, minori soli, vulnerabilità estrema — amplifica ogni rischio. Quando l’aiuto diventa dipendenza, quando la fiducia diventa arma, l’abuso è dietro l’angolo. Da qui le richieste, rilanciate da media e associazioni, di un audit indipendente sui servizi ecclesiali per migranti in Marocco.

    La credibilità di un’istituzione non si misura dai comunicati, ma dalle scelte. E qui la domanda è semplice: quei sei ragazzi sono stati protetti o abbandonati? La giustizia farà il suo corso, ma la prevenzione non può attendere i verdetti. Va costruita ora, con regole verificabili, pubbliche, condivise. Solo così Notre-Dame-de-Lourdes potrà tornare a essere un rifugio, e non un simbolo di promessa tradita.

    Resta un’immagine che non si dimentica: un ragazzo di diciassette anni che rifiuta l’aiuto psicologico perché “blasé”, come se la speranza si fosse consumata prima di nascere. È da lì che tutto dovrebbe ripartire: dalla fiducia che nessun minore debba mai più scegliere tra il silenzio e la sopravvivenza.

    Cronologia essenziale dei fatti (nota di servizio al lettore)

    • Maggio 2024: viene riferito il deposito di una prima denuncia presso la procura della Corte d’appello di Casablanca.
    • Giugno 2024: il sacerdote lascia il Marocco e rientra in Francia. La narrativa ecclesiale parla di “esaurimento/burn-out”; attivisti e fonti associative parlano invece di “fuga/exfiltration”. Due letture contrapposte, da verificare.
    • 5 luglio 2024: comunicazione ufficiale dell’arcidiocesi di Rabat sui “segnali” riguardanti Exelmans e sull’apertura di un’indagine canonica.
    • 3 novembre 2025: l’inchiesta di Enass con nomi di paese, profili delle presunte vittime e dettagli sul “sistema” ipotizzato.
    • 4-5 novembre 2025: testate marocchine e internazionali rilanciano; l’arcidiocesi di Rabat dichiara la piena cooperazione e ribadisce misure restrittive nei confronti del sacerdote.
    • 5 novembre 2025: Le Monde riferisce le ammissioni rese in sede canonica e la divergenza sui numeri delle vittime.

    https://www.giornalelavoce.it/news/attualita/646245/prete-dei-migranti-accusato-di-abusi-sessuali-il-missionario-dei-poveri-che-avrebbe-violentato-chi-cercava-salvezza.html

  • Delitto di Garlasco, per Savu c’è un collegamento tra la morte di Chiara Poggi e il Santuario della Bozzola

    Delitto di Garlasco, per Savu c’è un collegamento tra la morte di Chiara Poggi e il Santuario della Bozzola

    Flavius Savu rilancia la tesi del collegamento tra il Santuario della Bozzola e l’omicidio di Chiara Poggi. Il cittadino romeno, rientrato recentemente in Italia dopo l’arresto con mandato internazionale per estorsione aggravata ai danni dell’ex rettore don Gregorio Vitali, è tornato a parlare del presunto legame tra il delitto di Garlasco e le vicende di abusi sessuali e pedofilia nella chiesa della cittadina pavese.

    Il presunto legame tra il Santuario della Bozzola e Chiara Poggi

    Nel carcere di Pavia dal 16 ottobre, Savu si è detto disposto a collaborare con i magistrati fornendo elementi sull’omicidio di Chiara Poggi. Secondo l’ex latitante, la giovane potrebbe essere stata uccisa perché a conoscenza di informazioni su un presunto giro di prostituzione e violenze sessuali, anche su minori, all’interno del Santuario della Madonna della Bozzola.

    Il 41enne è stato condannato a 5 anni di carcere per aver estorto decine di migliaia di euro all’ex rettore del santuario di Garlasco, don Vitali. Insieme al connazionale Florin Tanasie, lo aveva ricattato con presunti video di incontri sessuali che si sarebbero consumati nei locali della chiesa.

    La tesi di Flavius Savu

    Al possibile coinvolgimento della “massoneria bianca” nella morte di Chiara Poggi aveva già fatto riferimento l’avvocato Massimo Lovati, ex legale di Andrea Sempio. Gli inquirenti, tuttavia, non hanno mai trovato riscontri concreti a questa pista.

    Le parole del legale

    Il legale è tornato a riferire le parole di Savu nel corso della trasmissione di La7, Ignoto X.

    “Ha ribadito a più riprese e anche recentemente, non una frase ma un concetto che mi ha sempre espresso – ha detto Grittini – che vi fosse un collegamento tra la morte di Chiara Poggi e quanto lei avrebbe saputo di ciò che accadeva all’interno e nel contesto del Santuario della Bozzola”

    Al conduttore Pino Rinaldi, il legale ha spiegato che secondo Savu, Alberto Stasi sarebbe estraneo all’omicidio di Chiara Poggi.

    https://www.virgilio.it/notizie/delitto-di-garlasco-per-savu-c-e-un-collegamento-tra-la-morte-di-chiara-poggi-e-il-santuario-della-bozzola-1712828

  • Pedofilia, Vaticano contro Cei maglia nera nella lotta agli abusi, il tema in Italia è tabù e non si parla di risarcire le vittime

    Pedofilia, Vaticano contro Cei maglia nera nella lotta agli abusi, il tema in Italia è tabù e non si parla di risarcire le vittime

    Alla Chiesa italiana va la maglia nera per la lotta contro gli abusi. Qualche passo in avanti per punire i preti pedofili e tutelare le vittime i vescovi italiani lo hanno pure fatto, ma nel complesso il giudizio della Commissione vaticana sugli abusi resta negativo specie se comparato a quello che hanno fatto e stanno facendo altre conferenze episcopali. Il fatto è che in Italia il tema pedofilia resta un tabù perenne, pura nitroglicerina, una materia da affrontare con il solito metodo della polvere da nascondere sotto il tappeto.

    La parte dedicata all’Italia occupa uno dei primi corposi capitoli dell’annuale report dell’organismo voluto dal Papa che si occupa di prevenzione a tempo pieno, girando il mondo per istruire e sensibilizzare sacerdoti, comunità e vescovi. A fare le pulci all’Italia sono stati giuristi, sociologi, sacerdoti, psicologi di dicerse nazionalità che hanno esaminato la documentazione a disposizione, inviato sondaggi e questionari articolati (ai quali hanno risposto solo 81 diocesi su 226, e già questo dice tutto).

    Tanto per cominciare la Cei ancora non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni, denunce e analisi, in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni, al fine di promuovere lo sviluppo uniforme ed efficace di servizi inerenti alle denunce. Inoltre la Commissione vaticano ha rilevato «una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi. I tabù culturali possono rendere difficile per le vittime parlare delle proprie esperienze e denunciarle alle autorità». Non solo.

    Pur riconoscendo sforzi tesi a sviluppare strumenti e politiche, sono affiorate nelle diocesi italiane defaillance varie, tra cui il mancato accesso agli archivi diocesani vecchi, antecedenti agli anni duemila, ancora sotto chiave e non oggetto di alcuno studio («La Commissione riconosce l’importanza di proseguire in Italia lo studio di casi specifici, passati e presenti, a mezzo di un approccio consistente») e di sviluppare il dialogo con le vittime anche sugli aspetti riparativi, ovvero i risarcimenti, altra tematica sulla quale i vescovi italiani hanno innalzato un muro.

    Ancora oggi ci sono diocesi (non vengono però menzionate nominalmente) che non solo non hanno risposto a nessun questionario ma non hanno nemmeno richiesto incontri con la Commissione che gira il mondo invitata dalle varie conferenze episcopali per fare formazione e per sensibilizzare.

    Senza una totale trasparenza sul tema degli abusi la reputazione e l’immagine della Chiesa ne risentiranno fortemente in futuro. Una ulteriore raccomandazione ha a che fare con la collaborazione con polizia e magistrati: «I protocolli locali dovrebbero garantire che le vittime/sopravvissuti-e siano informati del fatto di poter presentare denuncia alle autorità civili e che la Chiesa locale è disposta a facilitare tale denuncia. È buona norma includere una nota di conferma di tale comunicazione nella documentazione relativa alla denuncia».

    Tra le regioni più problematiche, in base alle raccomandazioni raccolte, la maglia nera va alla Sicilia. All’elenco delle ombre, vengono tuttavia sottolineate anche le luci, ovvero i passi in avanti finora fatti. «La Commissione riconosce il lavoro dedicato dalla Cei alla creazione di un sistema multilivello (nazionale, regionale, diocesano e interdiocesano) di coordinamento, formazione e supervisione che supporta le Chiese locali fornendo loro personale professionale e ben formato, con l’esistenza di 16 Servizi per la Tutela regionali, 226 Servizi per la Tutela diocesani e interdiocesani e 108 centri di ascolto» si legge nel report.

    Attualmente il numero di persone formate in materia di tutela nella Chiesa in Italia va aumentando, passando da 7.706 nel 2020 a 22.755 nel 2024. Inoltre dal 2021 è stata istituita la Giornata nazionale di Preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Infine una nota di demerito alle suore italiane. Se gli ordini maschili hanno sottoscritto le linee guida nazionali,  l’Unione Superiore Maggiori d’Italia non l’ha ancora fatto. «Ciononostante, la Commissione prende atto della buona volontà espressa dall’Unione Superiore Maggiori d’Italia nel perseguireuna futura collaborazione».

    CONTESTAZIONE

    Poche ore dopo la Cei è scesa in campo furente per contestare il rapporto della Pontificia Commissione Vaticana sostenendo, in buona sostanza, di essere un faro esemplare nella lotta agli abusi, quando invece i vescovi italiani anche in passato sono stati oggetto già di altre rampogne vaticane. In una nota la Cei definisce i dati esibiti dall’organismo vaticano «parziali» poichè frutto di «incontri facoltativi» e di conseguenza non affatto esaustivi. Il cardinale Zuppi, a nome di tutti i vescovi, ribatte che 184 diocesi (il 94,2% del totale) si sono dotate di un Servizio per la tutela, così da svolgere un servizio di presidio e di formazione capillarmente distribuito. «Di tutto questo lavoro il Rapporto non rende conto».

    Tra le collaborazioni avviate a livello nazionale viene citata poi la partecipazione all’Osservatorio contro la pedofilia e pedopornografia così come la partecipazione a tavoli presso le istituzioni civili (non ben precisati). Il tema della denuncia alle autorità civili – polizia e procure – resta naturalmente un tabù e nemmeno viene menzionata da Zuppi, così come viene eluso il grande tema della giustizia riparativa, ovvero i risarcimenti economici che la Chiesa dovrebbe alle vittime. Papa Francesco, l’anno scorso, tornando dal Belgio aveva quantificato almeno 50 mila euro per ogni vittima. Infine resta terreno totalmente minato degli archivi diocesani (totalmente top secret) per gli anni anteriori al duemila. Il loro studio  permettererebbe una analisi articolata e completa sulla pedofilia tra il clero, proprio come hanno già fatto quasi tutte le conferenze episcopali europee, mentre la Cei si è trincerata dietro un muro di gomma e si ostina a volersi concentrare solo sugli ultimi 20 anni benchè gli stessi esperti (anche all’interno della Pontificia Commissione sugli Abusi) ripetono che per fare una ricerca completa occorre un periodo non inferiore ai 50 anni.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_italia_chiesa_pedofilia_minori_risarcimenti_cei_vescovi_preti_cei_leone_xiv-9130649.html

  • Il Vaticano accusa l’assemblea dei vescovi di gestire male gli abusi sui minori

    Il Vaticano accusa l’assemblea dei vescovi di gestire male gli abusi sui minori

    La Conferenza episcopale italiana (CEI), l’assemblea dei vescovi della Chiesa cattolica, ha criticato i risultati di un rapporto presentato in Vaticano giovedì dalla Commissione per la tutela dei minori, l’organo del Vaticano che si occupa di prevenire casi di abusi su minori e persone vulnerabili.

    I toni del rapporto sono piuttosto severi: tra le altre cose, la Commissione ha criticato la CEI per non aver creato un ufficio centrale per raccogliere segnalazioni e denunce, citando una «notevole resistenza culturale» nell’affrontare gli abusi. La CEI ha invece definito i dati diffusi dalla Commissione «del tutto parziali» e «non esaustivi», perché basati in gran parte su incontri facoltativi avvenuti durante la visita ad limina (cioè la visita periodica dei vescovi a Roma per riferire al papa sulla situazione delle loro diocesi) del 2024.

    Un altro punto contestato riguarda le risposte delle diocesi italiane al cosiddetto questionario quinquennale, uno strumento usato per la raccolta di informazioni che la Commissione invia ogni cinque anni a tutte le diocesi del mondo per verificare l’attuazione delle norme sulla tutela dei minori e delle persone vulnerabili nella Chiesa. Secondo la Commissione, la collaborazione della CEI è stata molto limitata: soltanto 81 delle 226 diocesi italiane hanno risposto al questionario.

    Ma la Conferenza episcopale ha accusato la Commissione di parzialità anche in questo caso, sostenendo che il 94 per cento delle diocesi abbia invece risposto a un’indagine condotta internamente dalla stessa CEI. Ha anche evidenziato che il rapporto non ha tenuto conto della riorganizzazione avviata negli ultimi anni, con cui tutte le regioni e le diocesi italiane si sono dotate di un servizio interno per la tutela dagli abusi.

    Non è la prima volta che la CEI viene criticata per la scarsa incisività delle misure adottate per prevenire, denunciare e affrontare gli abusi. Tra il 2022 e il 2023 aveva diffuso un rapporto che aveva generato polemiche per la sua parzialità e per la limitatezza dei dati raccolti. È notevole però che questa volta le critiche vengano da una commissione messa in piedi dal Vaticano.

    La Commissione ha segnalato comunque anche dei «progressi significativi», riferendosi in particolare al rapporto sugli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili commessi da sacerdoti pubblicato dalla diocesi di Bolzano-Bressanone lo scorso gennaio. È l’indagine indipendente più approfondita promossa finora dalla Chiesa cattolica italiana, copre un periodo di tempo lungo – 60 anni – e tratta il problema degli abusi in modo dettagliato, parlando tra le altre cose della dimensione sistemica delle violenze.

    https://www.ilpost.it/2025/10/17/cei-vaticano-rapporto-abusi

  • Sei giovani “cacciatori di pedofili” in manette

    Sei giovani “cacciatori di pedofili” in manette

    WINTERTHUR – Alla fine di novembre un presunto pedofilo è stato vittima di un violento pestaggio, riconducibile a un’azione di giustizia privata. Le indagini hanno portato all’arresto di sei minorenni.

    La Polizia cantonale di Zurigo ha infatti identificato e fermato sei ragazzi tra i 15 e i 17 anni, sospettati di aver partecipato all’aggressione. Attualmente si trovano in custodia cautelare e il caso è seguito dalla Magistratura dei minorenni.

    Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il 30 novembre 2024 un uomo svizzero di 22 anni era stato attirato a Winterthur con il pretesto di incontrare una ragazza minorenne. Giunto sul posto, non ha trovato alcuna ragazza: ad attenderlo c’era invece un gruppo di giovani che lo ha aggredito con calci e pugni, filmando la scena e lasciandolo ferito e umiliato.

    L’inchiesta, condotta dalla Polizia cantonale di Zurigo in collaborazione con la Procura dei minorenni di Winterthur, ha permesso di risalire ai sei presunti autori dell’attacco. Già tra febbraio e aprile 2025 le stesse autorità avevano chiarito altri episodi di violenza nella zona di Winterthur, identificando diversi sospettati di età compresa tra i 16 e i 19 anni, provenienti da Svizzera, Italia, Libano e Pakistan.

    Il modus operandi era simile: i giovani contattavano online persone che sospettavano avessero inclinazioni pedofile e le attiravano in trappola con finti incontri, per poi aggredirle.

    Le autorità hanno condannato con fermezza queste azioni di “vigilanza privata”. Pur comprendendo l’intento dichiarato dei ragazzi, che si considererebbero “cacciatori di pedofili”, simili iniziative rischiano di compromettere le indagini ufficiali e di generare ulteriore violenza.

    https://www.tio.ch/svizzera/cronaca/1866862/giovani-pedofili-cacciatori-zurigo-sospettati

  • Pedopornografia online: a Torino arrestato un medico di 40 anni

    Pedopornografia online: a Torino arrestato un medico di 40 anni

    Gli esperti del Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia online (Cncpo) del Servizio Polizia postale di Roma, con la collaborazione dei poliziotti del Centro operativo per la sicurezza cibernetica di Torino, hanno arrestato un medico torinese di 40 anni per produzione di contenuti multimediali realizzati mediante sfruttamento di minori e detenzione di ingente quantitativo di materiale pedopornografico scaricato in rete.

    Le contestazioni sono arrivate alla fine di un’indagine durata più di due anni, nel corso della quale gli investigatori hanno scoperto le responsabilità dell’indagato in un arco temporale di ben 12 anni.

    L’arrestato frequentava ed era molto attivo all’interno delle comunità pedofile del dark web, in forza della presunta garanzia di anonimato fornita dal protocollo di navigazione Tor (The onion routing).

    Attraverso un’attività sotto copertura gli specialisti del Cncpo hanno sfruttato ogni traccia informatica utile ad associare agli pseudonimi un’identità certa, ottenendo dall’Autorità giudiziaria, in una prima fase dell’operazione, un decreto di perquisizione locale, personale e informatica a carico del 40enne.

    Tramite l’analisi dei dispositivi informatici sequestrati, è stato possibile circostanziare le singole attività dell’indagato, in particolare la partecipazione alle comunità illecite nel web sommerso e la produzione di materiale in chat con minorenni con i quali intratteneva rapporti e incontri.

    Nel corso delle investigazioni è emerso che il quarantenne, impegnato nel tempo libero ad attività sportive con minori in età adolescenziale, aveva stretto legami con altre persone interessate all’incessante scambio di materiale pedopornografico, oltre che nel dark web anche in ambienti di chat peer to peer.

    Tra i vari contatti dell’uomo vi era anche un sacerdote della provincia di Brescia, arrestato dagli agenti della Polizia postale nello scorso mese di maggio, con il quale aveva ideato un gruppo a sfondo pedopornografico esclusivamente italiano, aperto al reclutamento di altre persone dedite alla produzione di materiale con nuovi contenuti.

    https://www.poliziadistato.it/articolo/1530688dc69124832030610210

  • Falsi profili social per ottenere foto intime dai ragazzini: catechista in custodia cautelare

    Falsi profili social per ottenere foto intime dai ragazzini: catechista in custodia cautelare

    Un uomo di 56 anni, William Mark Camilleri, è stato posto in custodia cautelare dopo essersi dichiarato non colpevole di varie e pesantissime accuse tra cui abusi e molestie sessuali online ai danni di un ragazzino di tredici anni, oltre che di possesso di materiale pedopornografico. L’uomo, catechista e tecnico di laboratorio, è comparso in tribunale lunedì mattina, dove è stato incriminato per una serie di reati legati all’uso di falsi profili su Facebook con l’obiettivo di adescare minorenni (si parla di almeno ottanta ragazzini) e ottenere foto a luci rosse, e forse anche degli incontri “reali”.

    Le indagini sono partite dopo una segnalazione presentata alla polizia dai genitori del tredicenne, preoccupati per una conversazione sospetta del figlio con una certa “Tanya Borg” su Facebook. Secondo quanto riferito in aula, questo profilo falso avrebbe indotto il minorenne a inviare foto che lo ritraevano nudo e a compiere atti indecenti, oltre a condividere dettagli sensibili come l’indirizzo di casa e la scuola frequentata.

    Attraverso il tracciamento dell’indirizzo IP associato al profilo, le autorità hanno localizzato un’abitazione a Tarxien, dove è stato eseguito un mandato di perquisizione che ha portato all’arresto di Camilleri. Durante l’operazione, è stato sequestrato un computer dal quale, secondo l’analisi preliminare della polizia, erano state gestite almeno ottanta conversazioni con altrettanti ragazzini nell’arco di un anno. In almeno otto casi, le vittime sarebbero state convinte a inviare al 56enne materiale fotografico sessualmente esplicito.

    Oltre a “Tanya Borg”, l’imputato avrebbe utilizzato un secondo profilo social falso, con il nome “Kevin Kevinu”, sempre per adescare ragazzini e bambini online, e le indagini sono tuttora in corso per verificare l’esistenza di altri alias digitali riconducibili all’uomo.

    Camilleri è accusato non solo di abusi e molestie sessuali, ma anche di aver proposto al tredicenne un incontro reale con finalità illecite. In aula, la difesa ha presentato richiesta di libertà provvisoria, motivata dallo stato di salute del 56enne, affetto da una patologia che necessita cure regolari. Il tribunale ha però respinto la richiesta, accogliendo le obiezioni della Procura, che ha espresso timori per la possibile manomissione delle prove e ha assicurato che ogni trattamento medico necessario all’individuo sarà garantito presso il Corradino, dove Camilleri resterà in custodia cautelare.

    Il magistrato ha inoltre emesso un ordine di protezione nei confronti della vittima e dei suoi genitori, vietando la pubblicazione del nome del giovane. È invece stata autorizzata la condivisione pubblica dei nomi dei falsi profili social, per agevolare eventuali nuove segnalazioni da parte di altre potenziali vittime.

  • La sentenza della Cassazione: “Il sacerdote abusò di lei”. Dondoli, condanna definitiva

    La sentenza della Cassazione: “Il sacerdote abusò di lei”. Dondoli, condanna definitiva

    di Stefano BrogioniFIRENZEE’ una condanna definitiva quella di don Emanuele Dondoli, l’ex parroco di Pietramala, nel territorio di Firenzuola, accusato di aver abusato di una giovane parrocchiana. Lo ha stabilito la Cassazione, che ieri ha rigettato il ricorso del difensore dell’ex sacerdote (nel frattempo ridotto alla stato laicale dopo un’istruttoria ecclesiastica e la successiva decisione di Papa Francesco) e confermato quindi la pena a tre anni e otto mesi inflitta dai giudici della corte d’appello fiorentina nel dicembre dell’anno scorso.

    Ma l’esito, auspicato dalle parti civili (la persona offesa, rappresentata dall’avvocato Elisabetta Renieri e l’Arcidiocesi di Firenze, con l’avvocato Paolo Ghetti) non era così scontato, alla luce anche della posizione assunta dal procuratore generale, che aveva infatti concluso per l’accoglimento di alcuni punti del ricorso presentato dal difensore dell’ex prete, l’avvocato Francesco Stefani.

    La difesa dell’imputato, infatti, aveva tentato di escludere l’Arcidiocesi dalla posizione di parte civile per ricollocarla nel ruolo di responsabile civile (ovvero della figura che provvede materialmente ai risarcimenti) e di mettere in luce alcune contraddizioni della sentenza di condanna riguardo in particolare alla perizia psichiatrica effettuata sulla vittima degli abusi del prete, giudicata capace di testimoniare in aula ma contemporaneamente in una palese situazione di inferiorità psichica che l’aveva portata a subire passivamente le attenzioni sessuali di Dondoli mascherate da “benedizioni“. Infine, la difesa Dondoli aveva chiesto una riduzione della pena che avrebbe dovuto essere ricalcolata in un eventuale appello bis. Appello bis che non ci sarà perché la Terza sezione della Suprema Corte ha invece aderito alla linea dei legali di parte civile. “Mi preme sottolineare – dichiara Ghetti, legale dell’Arcidiocesi – come ancora una volta non è passato il tentativo di considerare la diocesi come possibile terminale risarcitorio per i reati compiuti da religiosi o chierici”.

    Si chiude dunque qui una vicenda dolorosissima, iniziata nel 2019 quando la ragazza, 25 anni all’epoca, sporse denuncia contro il religioso a cui si era rivolta per superare un momento di grande difficoltà personale. Gli incontri che avrebbero dovuto aiutarla a ritrovarsi, si tramutarono in approcci di naturale sessuale. La ragazza veniva infatti invitata a spogliarsi per essere cosparsa di olio “santo“ e toccata dappertutto.

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  • Due fascicoli, di cui uno inedito, potrebbero far luce sul caso Emanuela Orlandi. L’annuncio del fratello Pietro

    Due fascicoli, di cui uno inedito, potrebbero far luce sul caso Emanuela Orlandi. L’annuncio del fratello Pietro

    Due fascicoli, di cui uno totalmente inedito, potrebbero far luce sulla vicenda di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana scomparsa 42 anni fa proprio in questi giorni all’età di 15 anni. Lo ha rivelato il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, ospite del cartellone dei talk show di villa Bertelli a Forte dei Marmi in un appuntamento che ha fatto registrare il tutto esaurito, con oltre 200 persone presenti.

    Rispondendo alle domande del giornalista Enrico Salvadori che conduce gli incontri, Pietro Orlandi ha parlato di un fascicolo intitolato “Emanuela Orlandi” che sarebbe giacente nell’archivio riservato dello Ior, la banca vaticana. “Ad averlo confidato e poi confermato – ha detto Pietro Orlandi – ci sono un prelato e un laico che non si conoscono e quindi non possono aver concordato una versione comune. Il documento è depositato in una zona zona dell’archivio a cui hanno accesso pochissimi autorizzati”.

    L’altro fascicolo, più datato ma comunque fondamentale, è quello che dal 2013 è stato per un periodo sulla scrivania dell’allora Papa Ratzinger di cui era a conoscenza anche Paolo Gabriele, il maggiordomo di Benedetto XVI poi deceduto. “Di questo fascicolo era a conoscenza anche l’allora comandante della gendarmeria vaticana Domenico Giani che aveva informato anche Alessandro Diddi, promotore di Giustizia del Vaticano.

    “Giani era terrorizzato che circolassero copie di questo fascicolo e – ha spiegato ancora Pietro Orlandi – non si fidava di Paolo Gabriele pensando che lui potesse aver fatto delle fotocopie del documento. A Diddi e anche a me – ha spiegato Orlandi – Giani disse che se gli organi di informazione fossero venuti in possesso di quel documento sarebbe stata una catastrofe”.

    L’incontro di villa Bertelli si è chiuso con un appello di Pietro Orlandi: “Ho già richiesto più volte un incontro con il nuovo Papa Prevost e spero che Leone XIV mi riceva e mi ascolti perché un suo intervento potrebbe essere decisivo per arrivare alla definitiva verità e avere giustizia. Papa Francesco come il suo predecessore Ratzinger non hanno mai voluto parlare del nostro dramma e neanche dare un fondamentale contributo per svelare tutti i misteri. Io continuo a sostenere che in questa drammatica vicenda Emanuela è stata usata per ricattare qualcuno molto in alto, probabilmente del Vaticano”.

    Due fascicoli, di cui uno inedito, potrebbero far luce sul caso Emanuela Orlandi. L’annuncio del fratello Pietro