Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • «Io e gli abusi subiti dal parroco di CL. Mai più in silenzio»

    «Io e gli abusi subiti dal parroco di CL. Mai più in silenzio»

    «Sono stato vittima di violenze e abusi sessuali da parte dell’allora don Mauro Inzoli, nel gruppo cattolico di Comunione e Liberazione, dai miei 14 ai 18 anni, dal 2001 al 2005. Abusi che si ripetevano ogni volta che ne avesse loccasione: a ogni viaggio di gruppo, a ogni colloquio privato».
    A parlare a Domani è Matteo Scarabelli, 39 anni, professionista nel settore farmaceutico, originario di Crema e oggi residente tra Parigi e Bruxelles.
    Per più di vent’anni, non ha raccontato quello che ha subito.
    Inzoli è l’ex parroco della Santissima Trinità di Crema, presidente per oltre dieci anni del Banco Alimentare, referente di Gioventù Studentesca e presidente del Cda della Fondazione Fides et Ratio. Confessore personale di Roberto Formigoni, frequentava il Meeting di Rimini e gli ambienti della Compagnia delle Opere. Lo chiamavano «don Mercedes», per la passione per le auto
    di lusso.
    Quella sua aura, racconta Scarabelli, rendeva impossibile riconoscere la violenza.
    «La prima volta mi sono ritrovato sdraiato sul letto. All’inizio parlavamo, sembrava normale. Poi ha iniziato a toccarmi.
    Non capivo cosa stesse succedendo, ero paralizzato. Dentro pensavo solo:
    devo far finta che vada bene».
    La prima condanna arriva nel 2016.
    Il gup Letizia Platé riconosce cinque vittime, tra i 12 e i 16 anni, e la forte «sottomissione psicologica» esercitata da Inzoli.
    La vicenda arriva fino alla condanna definitiva a quattro anni, sette mesi e dieci giorni per violenza sessuale su minori, aggravata dall’abuso di autorità. Nell’aprile 2018, Inzoli entra nel carcere di Bollate, dal quale esce due anni dopo con l’affidamento in prova ai servizi sociali. Nel 2017, papa Francesco lo aveva dimesso dallo stato clericale.
    Scarabelli ha testimoniato anche davanti alla Commissione abusi di CL, ma non figura tra le vittime riconosciute nei procedimenti penali perché non denunciò.
    «Quando gli abusi di Inzoli furono confermati da un tribunale, per un pugno di episodi emersi dal coraggio di alcuni ragazzi poco più che ventenni pensai che a me non servisse denunciare. Cercavo di proteggere me stesso dalla vergogna e i miei genitori dal senso di colpa. Non immaginavo le conseguenze che tutto questo avrebbe avuto dentro di me».
    La rimozione, per Matteo, ha la forma di vent’anni di vita.
    «Il mio corpo e la mia mente hanno rifiutato per anni di diventare adulti».
    La condanna e la dimissione dallo stato clericale non hanno coinciso con l’uscita di Inzoli dalla Fraternità di Comunione e Liberazione. Negli anni successivi è rimasto nella Fraternità, partecipando a incontri,
    momenti di condivisione e viaggi in Terra Santa con famiglie e ragazzi.
    A Crema, una parte della comunità ha continuato a essergli vicina, nella convinzione che avesse ormai «pagato».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/io-e-gli-abusi-subiti-dal-parroco-di-cl-mai-piu-in-silenzio-va3lvazj

  • Il segretario personale di Leone XIV è stato discepolo di Lute, il parroco di Chiclayo accusato di abuso sessuale che Roma non vuole indagare

    Il segretario personale di Leone XIV è stato discepolo di Lute, il parroco di Chiclayo accusato di abuso sessuale che Roma non vuole indagare

    Edgard Rimaycuna, segretario personale di Leone XIV, è discepolo di padre Eleuterio Vásquez, «Lute», il sacerdote di Chiclayo accusato di aver abusato di minori impuberi di 9 e 11 anni. Il dato, finora inedito, non è fornito da un mezzo critico verso il Pontefice: lo raccoglie El pastor y los lobos, il libro di Santiago Roncagliolo elaborato con fonti dell’ambiente papale e apertamente elogioso verso Leone XIV. La rivelazione colloca il collaboratore più vicino al Papa nel cerchio del sacerdote il cui caso —istruito sotto l’allora vescovo Robert Prevost mediante un’indagine che la stessa Chiesa definisce «presa in giro»— resta ancora irrisolto, dopo che una dispensa dallo stato clericale ha cercato di porre fine al processo canonico.

    Lo scrittore peruviano Santiago Roncagliolo ha appena pubblicato El pastor y los lobos (Seix Barral, Grupo Planeta), una cronaca dell’ascesa di Robert Prevost fino al pontificato che lo stesso autore presenta come la storia di un vescovo che ha affrontato gli abusi nella Chiesa peruviana. Non è un libro ostile al Papa: Roncagliolo riconosce che una delle sue fonti principali è la giornalista Paola Ugaz, stretta collaboratrice di Prevost nell’indagine sul Sodalicio e, insieme a Pedro Salinas, una delle voci che difende pubblicamente con maggiore energia la gestione del Pontefice.

    Proprio per questo risulta tanto sorprendente il dato che il libro lascia cadere, quasi di sfuggita, e che finora non era pubblico: Edgard Rimaycuna, il segretario personale di Leone XIV, è discepolo di padre Eleuterio Vásquez González, «Lute», il sacerdote di Chiclayo accusato di aver abusato di minori impuberi, nel caso la cui istruzione sotto l’autorità dell’allora vescovo Prevost la stessa Chiesa ammette sia stata «una presa in giro». Un caso ancora aperto e che la Chiesa si impegna a non risolvere.

    Cosa dice il libro

    Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute —all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten—, Roncagliolo scrive:

    «Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Già come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna».

    Il passo è doppiamente rilevante. Primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute —«padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva», «il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi»— negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost, nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale.

    Il prete che fabbricava vocazioni

    Per capire la portata della parola «discepolo» bisogna capire chi era Lute nella diocesi di Chiclayo. Non era un parroco qualsiasi: era, di gran lunga, il sacerdote più carismatico e popolare di Lambayeque. Il «Padre del Niño», l’uomo che riempiva templi, che mobilitava folle dietro il Divino Niño del Milagro, che metteva in funzione mense e santuari, che raccoglieva ventimila testimonianze di fede. Un prete dal tratto diretto e travolgente, sempre circondato da bambini e giovani, a cui le famiglie aprivano le porte di casa senza alcuna riserva.

    Ed è vero —lo riconosce tutto l’ambiente diocesano— che quel carisma diede frutti vocazionali: Lute spinse molti ragazzi delle sue parrocchie verso il seminario. Lo faceva come faceva tutto: interponendosi in modo molto diretto con le famiglie, parlando con i genitori, accompagnando personalmente il discernimento dei ragazzi che emergevano nei suoi gruppi parrocchiali. Era, esattamente, ciò che il libro descrive: l’uomo con la cui popolarità «contava» Prevost «per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali». In quel contesto va letta la filiazione di Rimaycuna: insieme ad altri giovani dello stesso profilo —applicati, devoti, cresciuti nelle parrocchie dove Lute esercitava il suo magistero informale—, molto probabilmente fu incoraggiato e spinto verso il seminario in quegli anni dal sacerdote oggi accusato.

    Quella forma di intermediazione diretta con le famiglie ha, inoltre, un rovescio sinistro accertato nel fascicolo stesso: era lo stesso meccanismo di fiducia che, secondo le denunce, permetteva a Lute di portare bambine impuberi in montagna. Come raccontò Ana María Quispe a Canal N, padre Lute «era molto amico della sua famiglia» e la sua condizione religiosa «gli permise di convincere i genitori» affinché la bambina lo accompagnasse in una missione a cinque ore da Chiclayo. Lo stesso ascendente sulle famiglie che apriva le porte del seminario a qualcuno, apriva ad altre la strada di Cueva Blanca.

    Chi è Edgard Rimaycuna

    Edgard Iván Rimaycuna Inga (Chiclayo, 1989) è segretario personale di Leone XIV dal 8 maggio 2025, il giorno successivo all’elezione. Ordinato sacerdote a Chiclayo nel novembre 2014, celebra la sua prima messa nella parrocchia San José Obrero de La Victoria, lo stesso ambiente parrocchiale in cui le vittime collocano parte dei fatti denunciati e in cui lo stesso Lute aveva esercitato come parroco. Nel novembre 2025 il Papa lo nomina Cappellano di Sua Santità, incorporandolo alla Famiglia Pontificia. Accompagna Leone XIV nel recente viaggio apostolico in Spagna e questo stesso mese di agosto è ricevuto in odore di folla a Chiclayo, dove trascorre le vacanze. È, in sintesi, la persona di maggiore vicinanza quotidiana al Papa all’interno della Santa Sede.

    Il discepolo come testimone

    La rivelazione del libro non imputa nulla a Rimaycuna. Ma lo colloca dove finora nessuno lo aveva collocato: nel cerchio intimo di un sacerdote la cui vita pastorale quotidiana —quella che un discepolo condivide per definizione— è precisamente ciò che il processo canonico non è mai riuscito a ricostruire.

    Perché quelle pratiche non erano clandestine. Secondo le denunce, Lute portava bambine impuberi —tra i nove e gli undici anni— in villaggi della montagna di Lambayeque, a ore dalle loro case, e pernottava da solo con loro in una piccola stanza di Cueva Blanca, con autisti, catechisti e fedeli come testimoni dei trasferimenti. Le vittime descrivono con precisione uno di quei testimoni: l’autista che portava il sacerdote in quei viaggi, un collaboratore della parrocchia di San José —facilmente identificabile— che dormiva in macchina mentre il prete pernottava con le bambine nella stanza dove si producevano i gravissimi abusi denunciati. Tanto superficiale fu l’indagine istruita sotto Prevost che non si tentò nemmeno di cercare e identificare quella persona, un adempimento che le vittime reclamano espressamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, che fino ad oggi le ignora con una passività inusitata. Ana María Quispe Díaz, la vittima che si espone pubblicamente, denuncia inoltre che «esistono testimoni che hanno dichiarato pubblicamente ai media che portava frequentemente altri bambini nella stessa stanza» dove si produssero gli abusi denunciati, affermazione supportata anche in testimonianze televisive. I viaggi «missionari» del prete più popolare della diocesi, con minori e con pernottamento, erano visibili al suo cerchio parrocchiale.

    È in quell’ambiente che il libro colloca Rimaycuna. Nessuno può affermare cosa vide o non vide un seminarista di quegli anni, e questo giornale non lo farà. Ciò che si può constatare è più semplice: chi è cresciuto pastoralmente e vocazionalmente accanto a Lute conosce quel mondo dall’interno, ed è quindi uno dei testimoni meglio posizionati per aiutare a ricostruire ciò che l’indagine ecclesiastica non ha mai ricostruito. In un tempo in cui tante istituzioni religiose pagano il prezzo di non aver saputo vedere in tempo ciò che accadeva intorno alle loro figure carismatiche, quella memoria di prima mano avrebbe oggi un valore enorme per le vittime. Sarebbe un gesto che onorerebbe il segretario del Papa —e lo stesso Pontefice— metterla al servizio del chiarimento di un caso che Roma preferisce attribuire a cospirazioni.

    Un caso aperto che la Chiesa non risolve

    Le vittime denunciano a Prevost, nell’aprile 2022, gli abusi subiti da bambine per mano di padre Lute. L’istruttoria di quella denuncia è disautorizzata dalla stessa Chiesa: il delegato ecclesiastico del caso, il canonista Giampiero Gambaro, ammette alle vittime il 23 aprile 2025 che l’indagine condotta sotto la responsabilità di Prevost è «una presa in giro», «molto mal fatta», con «molti errori» e «molta superficialità», e che all’accusato «praticamente non è stato chiesto nulla». Il Dicastero per la Dottrina della Fede arriva ad archiviare il fascicolo adducendo la prescrizione civile peruviana, un argomento che lo stesso Gambaro definisce «stranissimo».

    Il processo, tuttavia, non arriva a essere sanato: Lute chiede la dispensa dallo stato clericale e Leone XIV gliela concede il 15 settembre 2025, una decisione con cui si pretende di dare per concluso il processo penale canonico che doveva chiarire i fatti. Pretesa che, secondo alte fonti giudiziarie vaticane consultate da InfoVaticana, è priva di fondamento: la dispensa non estingue il processo. A prescindere dal fatto che il reo passi allo stato laicale, nulla impedisce —e tutto consiglia— che l’indagine prosegua in vista del chiarimento dei fatti e della riparazione delle vittime. È esattamente ciò che queste continuano a reclamare, con scritti e procedimenti persistenti, ad autorità ecclesiastiche che, per il momento, non si muovono. Le vittime denunciano che la decisione le lascia «disamparate», reclamano al Dicastero per la Dottrina della Fede le più elementari adempimenti che non furono mai praticati e annunciano azioni canoniche contro i responsabili delle negligenze, cominciando dal «primo responsabile del caso, il vescovo Robert Prevost». A oggi, né la verità è chiarita, né la riparazione promessa si compie.

    Le domande che lascia il libro

    La rivelazione di Roncagliolo —insistiamo, un autore favorevole al Papa e nutrito da fonti della sua massima fiducia— obbliga a formulare domande scomode. Se lo stesso ambiente del Pontefice assume con naturalezza che il suo segretario personale sia discepolo di Lute, in che misura pesa quella vicinanza personale e affettiva del cerchio papale con il sacerdote denunciato nella gestione del caso? Ha relazione con il fatto che Prevost non abbia mai sospeso l’accusato dalla celebrazione pubblica della Messa, e con le carenze dell’istruttoria che la stessa Chiesa riconosce?

    Il libro ritrae un Prevost «orgoglioso» dei successi di Lute, che porta in Vaticano ventimila testimonianze della sua devozione e che «contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali». Una di quelle vocazioni nate all’ombra del prete di Eten lavora oggi nell’ufficio accanto a quello del Papa, mentre il caso delle sue vittime continua senza verità, senza giustizia e senza riparazione. Nulla di tutto questo era stato raccontato finora. Lo racconta, paradossalmente, un libro scritto per rivendicare Leone XIV come il pastore che ha affrontato i lupi.

    https://infovaticana.com/it/2026/09/02/il-segretario-personale-di-leone-xiv-e-stato-discepolo-di-lute-il-parroco-di-chiclayo-accusato-di-abuso-sessuale-che-roma-non-vuole-indagare/

  • Veladiano: «Abusi nella Chiesa, per uno che agisce dieci vedono o sospettano e tacciono»

    Veladiano: «Abusi nella Chiesa, per uno che agisce dieci vedono o sospettano e tacciono»

    Parlare di pedofilia nella Chiesa rimane difficile e complesso. Lo è anche quando a farlo è una scrittrice e teologa che conosce all’interno quel mondo, ne condivide la dimensione spirituale e decide di affrontarlo non con pamphlet, ma attraverso la letteratura. Mariapia Veladiano lo ha sperimentato presentando in questi mesi “Dio della polvere” (Guanda editore).

    Ormai è trascorso un anno dalla sua uscita: s’immaginava che sarebbe stato così complicato parlare di pedofilia, nelle parrocchie, nelle librerie, soprattutto al Sud dove non è mai stata invitata?

    Lo sospettavo sì, ma speravo di no perché oggi il tema della violenza del clero sui minori è fondamentale per la credibilità della chiesa. Ci sono teologi come Massimo Faggioli e Hans Zollner convinti che la risposta della chiesa cattolica alla pedofilia dei suoi preti rappresenti un punto di svolta decisivo in questo momento. Nel mondo sono state realizzate indagini indipendenti, sono state adottate procedure di giustizia e verità nei confronti delle vittime di violenza del clero. In Italia ancora no e non è consapevolezza comune quanto tutto questo sia grave. Ma la storia della pedofilia nella chiesa è una storia di potere e abuso che deve convertirsi in storia d’amore per le vittime e lo si può fare se davvero si passa attraverso la giustizia, cioè il riconoscimento dei fatti e la condanna del colpevole.
    In alcuni video denuncia il cortocircuito che si è venuto a creare: la signora che la insulta pesantemente, che dice che vuole stare tranquilla quando manda i nipoti a catechismo.

    Come se non si volesse parlare di quest’argomento. Oppure il libraio che le ha detto che con romanzi così si va solo in mezzo a grane…

    Non so se sia un insulto, ma la signora ha detto, in pubblico, che mi chiamo Mariapia ma di pio non ho niente e che raccontando storie così distruggo la chiesa che lei vuole pensare sicura. Ha concentrato una serie di osservazioni che poi ho incontrato spesso: meglio non sapere; bisogna preservare la chiesa; chi parla di pedofilia del clero oscura il bene che la chiesa fa. Non ci sono le vittime nei pensieri di queste persone e ci si chiede come sia possibile. Ma le vittime sono vite distrutte, famiglie che quando scoprono di non aver saputo proteggere un figlio implodono, si consumano nei sensi di colpa.

    Alcuni sacerdoti hanno sostenuto di essere loro le vittime perché se cercano di essere affettuosi con un bambino vengono subito additati come possibili pedofili. Insomma tanta confusione, giusto?

    Sì. Anche questo è capitato pubblicamente. È una bella capriola logica, vero? I fatti sono preti che usano violenza ai bambini e alle bambine e questa interpretazione ecclesiastica dice invece che le vittime sono i preti buoni. Un altro tipo di autocommiserazione è uscito quando un prete ha detto: ce l’hanno tutti con noi, mancava anche il fuoco amico. Sono posture vittimistiche che non vedono il dolore delle persone ferite. Vien da dire che manca proprio amore. In realtà non c’è innocenza se si fa parte di un sistema che è colpevole di silenzi, coperture e omissioni. Lo mostrano le indagini, ad esempio quella recente realizzata in Francia proprio dalla Conferenza episcopale francese, il Rapporto CIASE. Lo si può leggere online. Il problema non è che ci sono preti pedofili, purtroppo il male esiste ovunque. È che la chiesa li sposta di parrocchia in parrocchia. In Italia, al contrario di quanto accade in Francia, non c’è obbligo di denuncia del prete pedofilo da parte del vescovo. Ma la chiesa avrebbe strumenti giuridici interni per esercitare una forma di giustizia.

    Perché ancora oggi la parola pedofilia associata alla Chiesa suscita reazioni così forti, fino al rifiuto stesso di parlarne?

    Per il clericalismo, che Papa Francesco diceva il grande male della chiesa. Clericalismo vuol dire pensare che i preti per il fatto di essere preti sono superiori rispetto ai laici. C’è la dottrina dell’elezione, che alimenta questo pensiero e atteggiamento. E del resto, una decina di canoni del codice di diritto canonico ci definisce “sudditi”, dei Vescovi. C’è da dire che a volte i laici sono più clericali dei preti. Perché sono stati educati così. Il buon cattolico come persona moderata, accomodante, che non denuncia per il bene della chiesa.

    Ha incontrato resistenze anche in ambienti in cui non si aspettava accadesse e, al contrario, qualcuno o qualcosa l’ha sorpresa per la capacità di ascolto?

    Fra i primi inviti c’è stato quello con la Diocesi di Bolzano-Bressanone dove il vescovo Ivo Muser ha commissionato, unico in Italia, un’indagine scientifica sui casi di abuso e violenza dall’anno della fondazione della Diocesi. Un’indagine esemplare. Poi c’è stata Senigallia e ancora Pinerolo, con il vescovo Derio Olivero che ha voluto dialogare in prima persona. Uno splendido incontro. Resistenze? Sì. Tanti silenzi inattesi.

    Dove finisce la responsabilità individuale di chi commette un abuso e dove inizia quella di un’istituzione che per anni può averlo taciuto e minimizzato?

    La violenza o l’abuso sono sempre opera di una persona e questa è la responsabile. Ma le indagini mostrano che per uno che fa, dieci vedono, o sospettano e tacciono. L’istituzione è responsabile se non lo ferma una volta che i fatti vengono alla luce, se favorisce un clima che non incoraggia la denuncia. A fine 2025 il Pontificio servizio tutela dei minori – che si occupa di abusi in tutto il mondo – ha scritto nel suo rapporto che «in Italia c’è una notevole resistenza culturale nell’affrontare gli abusi». Questa è una responsabilità dell’istituzione chiesa.

    Quanto pesa ancora oggi il pregiudizio quando si parla di abusi nella Chiesa e quanto rischia paradossalmente di impedire una discussione seria?

    Il teologo Zollner ha scritto che è tutto molto difficile nelle culture che coltivano “il fare bella figura” come valore, potremmo dire le apparenze. E l’Italia così è.

    Sostiene che ci può essere un futuro per la Chiesa se smette di insabbiare e nascondere. Se permette indagini indipendenti. Nessuna istituzione può riformarsi da sola. Ci sono stati cambiamenti al riguardo?

    In Italia? A parte l’iniziativa del vescovo Muser, no. So che si alzeranno persone a dire che esiste nelle diocesi il Servizio tutela minori per l’ascolto delle vittime e la prevenzione, ma prima di tutto deve venire la giustizia per chi ha subito violenza. Il mio è un romanzo e sono andata soprattutto nelle librerie dove in questi mesi ho incontrato alle presentazioni tante vittime e altrettante mi hanno scritto usando il sito dopo aver letto il libro. Quanto dolore. Non hanno ottenuto giustizia e questo non dà pace alle loro vite. Sempre chiedo alla fine: dov’è il prete colpevole? Le risposte si ripetono: in un’altra parrocchia, in missione nel sud del mondo.

    Affronta quest’argomento anche nell’ultimo libro del Post di Luca Sofri che verrà pubblicato a settembre,dedicato alla Chiesa dove lei parlerà di pedofilia. Servirà per raggiungere un pubblico più ampio e per affrontare un tema non solo in termini letterari ma saggistici e giornalistici di approfondimento?

    Sì. Il libro fa parte della collana “Cose spiegate bene”. Il titolo è “La più grande organizzazione del mondo”. Il saggio sulla pedofilia è parte di un’indagine molto più ampia che mette a tema le caratteristiche di struttura, potere e servizio della chiesa cattolica.

    https://www.ilgiornaledivicenza.it/argomenti/cultura/cultura/veladiano-abusi-nella-chiesa-per-uno-che-agisce-dieci-vedono-o-sospettano-e-tacciono-1.13109765

  • Bozano Bressanone – SILENTIUM

    Bozano Bressanone – SILENTIUM

    di Andrej Werth – Deve essere stata una bella festa. Tre settimane fa, nel Duomo di Ratisbona, 21 nuovi “Familiaren” (familiari o marianisti) sono stati solennemente investiti dal Gran Maestro Frank Bayard. Nel contesto dell’Ordine Teutonico, “investire” significa accogliere formalmente i laici che sostengono l’ordine nelle sue attività, pur senza essere frati o suore. Si tratta di una rete esclusiva divisa in baliati e commende; in Alto Adige, che costituisce il baliato “An der Etsch und im Gebirge” (All’Adige e nei Monti), si contano 77 familiari, tutti uomini, sebbene l’investitura sia aperta anche alle donne. Tra i presenti a Ratisbona c’era anche Christian Stuefer, dal 2024 priore della provincia d’Austria-Italia dell’ordine, con sede a Lana. Quella tra l’Ordine Teutonico e l’Alto Adige è una storia lunga.

    Fondata con il nome completo di Ordine dei Fratelli della Casa di Santa Maria in Gerusalemme, la comunità si stabilì a Bolzano nel 1202. Ancora oggi, i frati e le suore gestiscono parrocchie e case di accoglienza, sotto il motto “Aiutare, Difendere, Guarire”. Si tratta di un ordine con ingenti proprietà e rappresenta la più grande comunità religiosa maschile in Alto Adige. È tuttavia anche la comunità che registra il maggior numero di segnalazioni di abusi.

    Tra il 2018 e il 2025 – con Maria Sparber che assume il ruolo di ombudsperson (difensore civico) della Diocesi di Bolzano-Bressanone (altro…)

  • Relazione con una quattordicenne dell’oratorio, sacerdote patteggia due anni

    Relazione con una quattordicenne dell’oratorio, sacerdote patteggia due anni

    Una pena di due anni di reclusione, sospesa a condizione che segua un percorso di recupero in una struttura specializzata nella prevenzione dei reati sessuali. Si è concluso con un patteggiamento davanti al Tribunale di Verbania il procedimento a carico di un sacerdote quarantenne, già viceparroco in una comunità dell’Aronese, sul Lago Maggiore.

    La vicenda risale al 2023 e riguarda la relazione avuta dal religioso con una ragazza di 14 anni che frequentava l’oratorio. L’inchiesta era cominciata dopo la denuncia presentata dai familiari della minorenne, ai quali la giovane aveva raccontato quanto sarebbe accaduto. La ragazza si era confidata anche con un istruttore, riferendo l’esistenza del rapporto con il sacerdote.

    Dopo le prime dichiarazioni, però, la quattordicenne aveva cambiato versione, arrivando a negare quanto raccontato in precedenza. Una ritrattazione che aveva reso più difficile il lavoro degli inquirenti, chiamati a verificare un’accusa delicata senza poter contare su una testimonianza rimasta lineare nel corso del procedimento.

    Nel frattempo, quando i sospetti erano emersi all’interno della famiglia, il sacerdote aveva lasciato il proprio incarico nella comunità. La Diocesi di Novara aveva comunicato che il religioso avrebbe trascorso un periodo di riposo, studio e ricerca spirituale, senza entrare nei dettagli dell’indagine penale.

    La svolta è arrivata dall’esame del fascicolo compiuto dal giudice per le indagini preliminari di Verbania. Il Gip ha analizzato le chat scambiate tra il sacerdote e la minorenne, individuando conversazioni considerate compatibili con l’esistenza di incontri di natura intima.

    I messaggi hanno assunto un peso decisivo proprio a causa della ritrattazione della ragazza. Di fronte ai riscontri digitali, il giudice ha disposto l’imputazione coatta per atti sessuali con minore di sedici anni, ritenendo che gli elementi raccolti dovessero essere sottoposti alla valutazione di un tribunale.

    La difesa ha quindi scelto la strada del patteggiamento. La pena è stata concordata in due anni, con il riconoscimento dell’attenuante della minore gravità. Il giudice ha concesso la sospensione, subordinandola però all’obbligo di seguire un trattamento terapeutico presso un ente specializzato.

    Il patteggiamento chiude il procedimento senza arrivare a un dibattimento pubblico nel quale ricostruire testimonianza dopo testimonianza l’intera vicenda. Non rappresenta formalmente una confessione, ma comporta l’applicazione di una pena concordata tra difesa e Procura e successivamente valutata dal giudice.

    Il caso riporta l’attenzione sulla protezione dei ragazzi negli ambienti educativi e religiosi. Un oratorio è un luogo fondato sulla fiducia delle famiglie e sul rapporto diretto tra adulti e minorenni. Quando quella fiducia viene messa in discussione, la questione non riguarda soltanto la responsabilità individuale, ma anche la capacità delle istituzioni di riconoscere i segnali di rischio e intervenire tempestivamente.

    Particolarmente delicato è il tema della ritrattazione. Nei procedimenti che coinvolgono minorenni, un cambiamento nel racconto non può essere interpretato automaticamente né come prova della falsità dell’accusa né come conferma dei fatti. Paura, vergogna, legami affettivi, pressione dell’ambiente e timore delle conseguenze possono incidere sulle dichiarazioni di una ragazza adolescente. Per questo gli investigatori devono cercare riscontri esterni e indipendenti.

    Nel procedimento di Verbania quei riscontri sono stati individuati nelle comunicazioni digitali. Telefoni, applicazioni di messaggistica e social network possono conservare appuntamenti, richieste, fotografie e frammenti di conversazioni capaci di ricostruire rapporti che, altrimenti, resterebbero affidati soltanto alle versioni contrapposte delle persone coinvolte.

    Non è la prima volta che un’inchiesta riguardante un sacerdote e un minorenne raggiunge le aule giudiziarie piemontesi. Negli anni sono stati aperti procedimenti anche nel Torinese, nel Vercellese e nel Cuneese, con vicende ed esiti differenti. Alcuni si sono conclusi con condanne o patteggiamenti, altri con assoluzioni o archiviazioni. Ogni caso deve essere valutato separatamente, sulla base delle prove e nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.

    Resta però un punto che va oltre il singolo fascicolo: nelle comunità in cui un adulto esercita autorità morale, educativa o religiosa, la tutela dei minorenni non può essere affidata soltanto alla fiducia personale. Servono regole chiare, formazione degli educatori, canali di segnalazione accessibili e interventi immediati quando emergono comportamenti sospetti.

    Nella vicenda dell’Aronese, il primo racconto della ragazza sembrava essersi indebolito con la successiva ritrattazione. A cambiare il corso dell’indagine sono state le parole rimaste archiviate nei telefoni. La testimonianza era cambiata. Le chat, invece, erano ancora lì. Samuele Pizzolato

    https://www.giornalelavoce.it/news/cronaca/723013/relazione-con-una-quattordicenne-delloratorio-sacerdote-patteggia-due-anni.html

  • Il catechista era un orco 9 anni per abusi su minori

    Il catechista era un orco 9 anni per abusi su minori

    Valguarnera. Incassata la condanna a 9 anni e 4 mesi per gli abusi sessuali subiti dalle loro figlie da un catechista, le famiglie delle due vittime, hanno trasmesso gli atti alla curia vescovile di Piazza Armerina chiedendo che si adottino le misure necessarie a impedirgli ogni contatto con minori.

    L’uomo, è stato condannato con pena superiore alla richiesta del pubblico ministero che era di 6 anni e 8 mesi, al termine del processo celebrato con rito abbreviato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Enna, Ornella Zelia Futura Maimone, per violenza sessuale aggravata e corruzione di minorenni avrebbe continuato a frequentare quei luoghi.

    Parti civili le famiglie assistite dagli avvocati del foro di Agrigento Arnaldo Faro e Concetta Maria Rosa Bonanno.

    Per l’ accusa l’uomo, un catechista, avrebbe adescato le bambine all’epoca minori di 14 anni in ambienti ecclesiastici. Una sarebbe stata costretta a subire atti sessuali in più occasioni, tra novembre e dicembre 2021, mentre sull’altra, gli abusi sarebbero avvenuti  il 5 gennaio 2022, mentre la bambina era nella sua abitazione e gli era stata affidata.

    Contestato anche  il reato di corruzione di minore: dal gennaio 2022 fino all’aprile 2023, periodo in cui avrebbe compiuto ripetuti atti sessuali in presenza di una delle vittime, costringendola ad assistere attraverso videochiamate su whatsApp, per coinvolgerla e ottenerne apprezzamenti a sfondo sessuale.

    Disposta in sentenza l’interdizione perpetua da qualsiasi incarico legato alla tutela e alla cura di minori, la perdita del diritto agli alimenti, l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e la sospensione dall’esercizio di professioni o arti. Nel corso del procedimento la difesa aveva chiesto l’accesso ai programmi di giustizia riparativa, ma il giudice ha respinto la richiesta a tutela delle minori.

    Francesco Zanardi presidente di Rete l’Abuso ha cosi commentato  “è sconcertante che, dopo una condanna, le famiglie debbano ancora chiedere alla diocesi di impedire che si possa fare ancora altro male a minori in ambienti ecclesiastici  e che quella persona ancora li frequente.

    È devastante per le coscienze di tutti, non solo a fronte di quanto la Chiesa cattolica dice di volere a parole fare a contrasto della pedofilia ma anche pensando all’impatto che il caso Rugolo avrebbe dovuto generare.

    Ancora una volta le famiglie devono chiedere tutela mentre dovrebbe essere un dovere delle diocesi  a monte garantirlo”.

    Tiziana Tavella

  • L’Italia disconosce fino a un chiarimento i rappresentanti di ECA Global

    L’Italia disconosce fino a un chiarimento i rappresentanti di ECA Global

    Seppure l’associazione ECA Global non fornisca in alcun modo servizi o supporto ai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, veicolandosi nei paesi grazie al lavoro delle realtà locali, la Rete L’ABUSO, nel 2019 aveva da subito aderito entusiasta al progetto di ECA che aveva come obbiettivo quello di unire le realtà associative dei vari paesi, creando così una forza rappresentativa a livello globale.

    All’epoca il manifesto di ECA Global recitava “Ending Clergy Abuse (ECA): Rete mondiale di attivisti e vittime che si batte per tutelare i minori e costringere la Chiesa a porre fine agli abusi clericali“.

    Da oggi però l’Italia congela temporaneamente qualunque rappresentanza ECA, fino a che questa non renderà conto del grave episodio accaduto lo scorso 16 giugno che aveva costretto l’unica associazione che in Italia rappresenta i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, a prendere le doverose distanze da una iniziativa inopportuna e peraltro mai comunicata, che ha di fatto offeso i sopravvissuti italiani, già provati da una situazione impari rispetto all’Europa e al mondo che al momento, malgrado le nostre molteplici richieste, ECA Global,  malgrado ammetta l’imperdonabile errore, non sembra tuttavia in grado di saper fornire alcuna giustificazione.

    Nel tardo pomeriggio di martedì 16 giugno, alcune testate giornalistiche che avevano invano cercato di contattare ECA, si sono rivolte direttamente alla Rete L’ABUSO chiedendo informazioni su un incontro che sarebbe avvenuto a Roma nei giorni di lunedì 15 e martedì 16 c.m. di cui la Rete L’ABUSO non è mai stata informata trovandosi indebitamente coinvolta.

    Scopriamo così,  attraverso un comunicato stampa ufficiale e congiunto che porta i loghi di ECA Global e della Pontificia Commissione tutela minori (Tutela Minorum ECA Statement on Rome Dialogues) che l’associazione americana lodando l’incontro con la Pontificia Commissione tutela minori dal quale ha escluso i rappresentanti italiani, lodava un dialogo e il rafforzamento che la chiesa a detta di ECA avrebbe apportato in materia di abusi sessuali a danno di minori.

    Notizia totalmente falsa e inopportuna per quanto riguarda l’Italia, che ad oggi, vede la stessa Commissione Pontificia rifiutare addirittura di riconoscere i sopravvissuti nel Paese.

    L’Italia infatti, non solo è l’unico Paese in Europa che attualmente, malgrado gli impegni assunti, lamenta la totale assenza del Governo italiano, al quale, già nel 2019 il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, lamentava la mancata applicazione della Convenzione per i diritti dell’infanzia e che nel marzo di quest’anno torna per la seconda volta, a chiedere conto al Governo italiano, il quale dovrà rispondere della disapplicazione della Convenzione entro il 2027.

    Italia che vede la stessa chiesa attualmente totalmente disimpegnata sul territorio nell’applicazione delle sue stesse direttive a contrasto della pedofilia nel clero.

    I molteplici casi noti a tutti nella penisola partono da quello vescovo di Enna Rosario Gisana e del suo vicario giudiziale Vincenzo Murgaro, oggi entrambi sotto processo da parte della giustizia per avere mentito ai giudici italiani nel tentativo di coprire don Giuseppe Rugolo, condannato in via definitiva per abusi sessuali a danno di tre minori. Caso che malgrado la conclamata situazione vede la chiesa italiana disapplicare totalmente le proprie norme in tutela dei minori e di coloro che insabbiano, di fatto lasciando i due prelati tutt’ora al loro posto.

    Situazione che oltre a suscitare le ire di Antonio Messina, vittima di don Rugolo che ECA ben conosce e che più volte ha chiesto giustizia a Papa Leone, sempre nella stessa diocesi, pochi giorni fa la condanna di un catechista a 9 anni, mai rimosso, mentre le famiglie delle vittime chiedono invano conto e interventi alla chiesa che però tace.

    Tra i molteplici casi arrivati agli onori della cronaca italiana citiamo quello di pochi giorni fa che riguarda Padre Efisio Schirru, accusato di violenza sessuale ai danni di un seminarista, paradossalmente ed in barba allo stesso Motu proprio, è stato rieletto provinciale.

    Sul versante delle vittime e dei mancati soccorsi promessi dalla chiesa, il dato che si rileva sul territorio italiano, a distanza di quattro anni dall’apertura degli sportelli diocesani per le vittime, è catastrofico.

    I casi denunciati all’associazione italiana vedono nel 2025 (dato che l’Osservatorio della Rete L’ABUSO prevede riconfermato nel 2026) raddoppiate le denunce e le vittime che ingenuamente si sono rivolte agli sportelli, ridotte ad un ulteriore trauma, questa volta dovuto alla rivittimizzazione causata dalla riesumazione del trauma prodotta dall’essersi sottoposti agli interrogatori previsti dagli sportelli diocesani e all’inconcludenza della chiesa italiana che, praticamente in quasi tutti i casi, ha lasciato i responsabili degli abusi al loro posto, provocando così ulteriore frustrazione e ulteriore trauma nelle vittime.

    Situazione che ECA global ben conosce e che abbiamo ricordato chiedendo spiegazioni di quanto tristemente accaduto pochi giorni fa, a nostra totale insaputa. Per questi motivi si chiede doverosamente conto a ECA Global dello sciagurato ed inspiegabile gesto, non che delle ridicole dichiarazioni che ECA ha rilasciato congiuntamente alla Pontificia Commissione alla quale invece, avrebbe dovuto chiedere conto di questa grave situazione.

    Il gruppo americano, a sei giorni dall’accaduto, sembra incapace di dare spiegazioni ai sopravvissuti e alla stessa Rete L’ABUSO e comunica che nelle prossime settimane è disposto a riunirsi in un incontro con la Rete, tuttavia al momento non ha ancora fissato una data.

    Per questi motivi Rete L’ABUSO è attualmente costretta non solo a prendere le distanze ma a disconoscere qualunque azione da parte di ECA Global in rappresentanza dell’Italia.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

    e

    Co founder di ECA Global

  • Sportelli diocesani, dopo 4 anni l’esito è devastante; vittime traumatizzate, senza cure e preti impuniti

    Sportelli diocesani, dopo 4 anni l’esito è devastante; vittime traumatizzate, senza cure e preti impuniti

    A distanza di quattro anni dalla loro apertura sono devastanti i dati che sta registrando l’Osservatorio della Rete L’ABUSO grazie alle vittime che vi hanno acceduto .

    Quanto le denunce che pervengono all’associazione sono più che raddoppiate rispetto agli anni precedenti.

    Come registra l’annuario dell’Osservatorio della Rete L’ABUSO il 2025 è al momento l’anno peggiore dal 2000. Parliamo di 51 casi contro una media di 20 registrati nei tre anni precedenti, ovvero da quando gli sportelli sono stati attivati. Dato che se pure non sia affatto basso emerge raddoppiato solo nel 2025 ed è dovuto al fatto che coloro che si erano affidati incautamente alla giustizia della chiesa, sono dovuti restare in attesa delle verifiche che le diocesi hanno dovuto fare al fine di accertare i fatti.

    Fatti che per una serie di molteplici scuse non hanno poi portato a nessun tipo di giustizia e quasi tutti vedono i sacerdoti denunciati ancora al loro posto.

    A fronte di tutto ciò è invece devastante quanto hanno subito a livello psicologico le vittime, a causa della riesumazione del trauma che le ha viste costrette, durante gli interrogatori, a raccontare, riesumando quanto avevano subito durante le violenze. Il tutto aggravato questa volta dalla speranza di una giustizia che non è arrivata.

    L’effetto purtroppo, che prima era circoscritto alla sola vittima, oggi invece si è allargato anche alle famiglie. Genitori, coniugi e figli, oggi costretti a fare fronte a un dramma di cui in molti casi non erano al corrente e che prima, grazie al passare degli annisi si era affievolito in chi lo aveva subito.

    A chiedere aiuto all’Associazione persino alcuni operatori degli stessi sportelli che hanno raccolto le evidenze di coloro che in buona fede credevano di aiutare, ed invece si sono resi conto non solo di aver danneggiato ulteriormente, ma anche che questi siano rimasti poi privi del supporto previsto dalla chiesa.

    A fare da cornice a tutto ciò lo Stato che vede l’Italia oggi, l’unico paese dell’unione compiacente a questo problema endemico, lasciato solo in Italia, totalmente nella gestione della CEI.

    Vittime che come ultima spiaggia, dopo la traumatica delusione degli sportelli, si sono rivolte all’unica associazione italiana in tutela dei sopravvissuti, la Rete L’ABUSO che oggi si trova anch’essa in grosse difficolta a causa dell’enorme mole di vittime che gli sportelli hanno di fatto deluso .

    Come l’Osservatorio ha documentato allarmato già nel suo ultimo report lo scorso ottobre, nulla è stato fatto dalla CEI malgrado quanto il motu proprio Vos estis lux mundi ratificato da Papa Francesco prevedesse.

    Motu proprio che negli altri paesi d’Europa ha invece avuto qualche effetto positivo, dovuto però al fatto che la chiesa non è stata lasciata a gestire come in Italia autonomamente i casi. In tutta Europa i governi sono intervenuti e la chiesa si è quindi trovata costretta a fare, grazie alle pressioni imposte dai vari governi, che la hanno costretta, oltre che a risarcire, anche a soccorrere i sopravvissuti.

    In Italia invece la chiesa è tutt’ora totalmente libera di agire o meno ne confronti dei sopravvissuti e dei loro abusatori, creando così una autonomia, dove paradossalmente vediamo gli stessi vescovi che in precedenza avevano insabbiato i casi per proteggere i preti, ad essere coloro che dovrebbero rendere giustizia alle vittime dei preti che in precedenza avevano coperto, creando così un cortocircuito in favore di se stessi e della chiesa, sfavorendo chi invece ha subito le violenze e chiede loro supporto.

  • Ex insegnante di religione accusato di abusi su minori a Padova, don Cesare Contarini che lo ha ospitato si dimette: «Vi chiedo scusa»

    Ex insegnante di religione accusato di abusi su minori a Padova, don Cesare Contarini che lo ha ospitato si dimette: «Vi chiedo scusa»

    «Ho presentato le dimissioni e fra qualche giorno lascerò San Lorenzo, chiedo scusa per non avervi ascoltato abbastanza, perdono chi mi ha lanciato accuse infondate, questa è una decisione che mi costa moltissimo, ma vi assicuro che non ho coperto nessuno, in tutta questa vicenda ho agito sempre secondo coscienza, non ci sono evidenze che siano stati commessi reati qui a San Lorenzo». Con queste parole durante la messa ieri, 23 maggio, sera don Cesare Contarini ha confermato la decisione di lasciare la parrocchia di Albignasego.

    La protesta dei parrocchiani e l’accusa di abusi

    Il giorno dopo la protesta dei parrocchiani e dei genitori dei bambini che vanno al Nido e alla materna del quartiere, il parroco ufficializza il passo indietro dopo le polemiche legate al caso di Francesco Saviane, l’ex docente del Barbarigo e animatore parrocchiale arrestato con l’accusa di violenze sessuali su minori. A chiedere le dimissioni del parroco, in seguito alla notizia dell’inchiesta nei confronti dell’ex educatore, erano stati numerosi genitori e fedeli, preoccupati dopo aver appreso che Saviane, già allontanato dalla Diocesi nel 2023 dagli incarichi educativi e pastorali, era stato ospitato nella canonica di San Lorenzo e che il parroco aveva dato disponibilità ad accoglierlo anche durante gli arresti domiciliari.

    Famiglie divise

    Sulla vicenda la comunità di Albignasego si è divisa tra chi difende don Cesare e il suo operato e chi, invece, fin da subito ne aveva chiesto le dimissioni. Al centro delle contestazioni non c’è infatti soltanto l’ospitalità concessa a Saviane, ma soprattutto il suo coinvolgimento nell’ambiente scolastico legato alla parrocchia. I genitori chiedono ora anche l’allontanamento di Suor Anna Maria, la direttrice dell’asilo parrocchiale.

    https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/padova/cronaca/26_maggio_24/ex-insegnante-di-religione-accusato-di-abusi-su-minori-a-padova-don-cesare-contarini-che-lo-ha-ospitato-si-dimette-vi-chiedo-scusa-295c6ee8-5858-4492-8a90-8f9d3c4d0xlk.shtml

  • I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    Il 4 marzo 2026, mentre il mondo era ancora sotto shock per le rivelazioni finali dei documenti Epstein, negli Stati Uniti venne pubblicato un altro documento sconvolgente: il rapporto di 284 pagine del procuratore generale del Rhode Island.

    Questo rapporto rappresentava una rivelazione, orchestrata dallo Stato, di quello che un tempo era stato un segreto religioso gelosamente custodito.

    Ciò si allineava con il processo di divulgazione del caso Epstein, poiché l’indagine si è protratta per sei anni, a partire dal 2019. Ha portato alla luce 75 anni di documenti diocesani risalenti al 1950, che la Chiesa aveva definito storia antica.

    Le rivelazioni contenute in questo rapporto chiariscono che, mentre i media spesso trattano il caso Epstein come un’esplosione senza precedenti di segreti “dell’élite”, la Chiesa cattolica ha già vissuto situazioni simili.

    Le analogie sono sorprendenti, sia per ciò che è stato nascosto, sia per come le informazioni sono state infine portate alla luce.

    Per molti aspetti, gli “Epstein Files” del periodo 2024-2026 rappresentano la controparte laica degli Archivi Segreti e dei Rapporti Legali che hanno scosso la Chiesa per decenni.

    Il precedente più diretto per il caso Epstein non è costituito solo dai crimini in sé, che sono l’elemento più evidente, ma anche dalla meticolosa documentazione di tali crimini, dal loro occultamento all’opinione pubblica e dall’imponente operazione di insabbiamento.

    Tenuta sistematica dei registri

    I documenti relativi al caso Epstein, resi pubblici tra il 2024 e il 2026, ammontavano a oltre 3 milioni di pagine, inclusi 2.000 video e 180.000 immagini. Tra questi figuravano registri di volo, “taccuini neri”, e-mail e deposizioni che svelavano un meccanismo di potere in cui l’élite non era solo ospite, ma, in alcuni casi, partecipante attivo o facilitatore strategico.

    Questa documentazione è stata occultata alle forze dell’ordine ed è servita come archivio privato di una rete che operava nell’ombra.

    Analogamente, gli archivi clericali includono l’“Archivio Segreto” (archivum secretum) , che ogni diocesi è tenuta a custodire in base al Canone 489 del Codice di Diritto Canonico. Questi archivi contengono “documenti relativi a procedimenti penali in materia di morale” (Canone 489/2) che devono essere “custoditi con la massima cura” (Canone 489). Solo il vescovo locale ne detiene la chiave (Canone 490).

    Protezione dell’élite

    In entrambe le serie di abusi sessuali, è stata utilizzata una forma specifica di silenzio per proteggere un marchio o una gerarchia.

    Nel 2008, Epstein ottenne una protezione legale estremamente controversa, grazie alla quale potenti conoscenze permisero un accordo segreto che garantiva l’immunità totale non solo a lui, ma anche ai suoi potenziali complici. Di conseguenza, questa rete criminale rimase anonima e impunita per oltre un decennio.

    Nella Chiesa cattolica, questa protezione veniva ottenuta attraverso meccanismi diversi, ma funzionalmente identici:

    a] Accordi globali: Quando una diocesi raggiunge un accordo con un gruppo di vittime, gli accordi spesso includono clausole di “esonero da responsabilità”. Queste clausole non proteggono solo lo specifico aggressore; spesso esonerano la diocesi, il vescovo e tutte le parti coinvolte da future rivendicazioni.

    b] Segreto Pontificio: Fino a quando Papa Francesco non ne ha abolito l’applicazione ai casi di abuso il 17 dicembre 2019, il Segreto Pontificio (Secretum Pontificium) era una norma di riservatezza che spesso impediva alle vittime di conoscere l’esito dei loro casi e impediva alle autorità secolari di accedere ai fascicoli.

    Quando le giurie popolari laiche emettevano mandati di comparizione per la produzione di documenti, la Chiesa invocava spesso il segreto pontificio come fondamento giuridico per rifiutarsi di produrli, sostenendo che i documenti facevano parte di un processo “sovrano” e “sacro” al quale i tribunali civili non avevano diritto di accedere.

    La relazione del Procuratore Generale del Rhode Island è stata possibile solo grazie all’abolizione del segreto pontificio da parte di Papa Francesco. Senza di essa, il Procuratore Generale si sarebbe probabilmente scontrato con un muro di “immunità religiosa”.

    Il Segreto Pontificio non era una semplice norma sulla privacy; era un giuramento vincolante. Chiunque lavorasse all’interno della Curia Romana o fosse coinvolto in un processo canonico era vincolato da questo giuramento (Canone 1455).

    I sacerdoti che violavano questo giuramento potevano essere “deposti dall’ufficio” (Canone 1457), il che comportava la perdita di tutti i diritti, poteri e doveri associati al loro ruolo (ad esempio, come giudice, notaio o promotore di giustizia). Questa perdita dell’ufficio era solitamente permanente perché significava la perdita della credibilità morale e legale necessaria per trattare questioni così delicate.

    Se da un lato questo giuramento tutelava la privacy delle vittime, dall’altro proteggeva anche gli aggressori, poiché i sacerdoti e i vescovi coinvolti nell’indagine non potevano denunciare informazioni compromettenti alla polizia senza tradire il loro giuramento a Dio.

    Questo silenzio istituzionale – in cui i vescovi davano priorità all’evitare scandali rispetto alla sicurezza dei bambini e degli adulti vulnerabili, e a volte ordinavano esplicitamente alle persone di tacere o consigliavano alle donne di rimanere in silenzio “per il loro bene” – era simile all’uso di accordi di non divulgazione (NDA) e patti di non perseguibilità da parte delle figure di spicco di Epstein per insabbiare le accuse.

    A differenza del segreto confessionale, che rimane assoluto e inviolabile, il segreto pontificio era una norma amministrativa. Abolendolo per i casi di abuso, la Chiesa ha finalmente chiarito che questi crimini non sono questioni religiose private, ma sono soggetti alla stessa trasparenza di qualsiasi altro reato.

    c] Manipolazione della legge: Un’altra scappatoia sfruttata dalla Chiesa è la debolezza delle leggi in alcuni paesi. Le operazioni di insabbiamento della Chiesa sono state così meticolose che i sopravvissuti agli abusi subiti da bambini erano troppo grandi per sporgere denuncia quando gli abusi sono venuti alla luce.

    In Pennsylvania, ad esempio, bisognava avere meno di 30 anni per intentare cause civili e meno di 50 per sporgere denuncia penale. Ciò lasciava poche possibilità di ottenere giustizia per molte delle vittime, che avevano tra i 60 e i 70 anni quando testimoniarono davanti al Gran Giurì della Pennsylvania. La vittima più anziana aveva 83 anni.

    I fascicoli degli impiegati

    Il rapporto del Rhode Island ha identificato 75 membri del clero (sacerdoti e diaconi) che avrebbero abusato di oltre 300 vittime nell’arco di settant’anni.

    Il rapporto descriveva uno schema ricorrente di trasferimento di sacerdoti accusati tra le parrocchie per evitare scandali. Quasi 40 sacerdoti furono trasferiti almeno cinque volte ciascuno, e alcuni anche più di dieci.

    Il rapporto criticava inoltre la dipendenza della diocesi da “strutture in stile ritiro spirituale” e centri di cura negli anni ’50 e ’60, dove gli abusi venivano trattati come una debolezza mentale o spirituale piuttosto che come un crimine.

    Ha portato alla luce gli accordi segreti stipulati dalla Chiesa, che ricalcavano l’accordo negoziato dagli avvocati di Epstein nel 2008, tenuto nascosto alle vittime in diretta violazione della legge statunitense.

    In entrambi i casi, l’istituzione (la Chiesa o lo Stato) ha trattato la vittima come un potenziale rischio di contenzioso piuttosto che come una persona con diritti. Hanno usato la segretezza come arma per garantire che, una volta che la vittima avesse compreso l’accaduto, lo scudo della legge fosse già saldamente al suo posto per proteggere il predatore.

    Un altro documento fondamentale è il rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania (2018), frutto di un’indagine durata due anni, che ha dettagliato decenni di presunte irregolarità e insabbiamenti in sei delle otto diocesi cattoliche dello stato.

    Composto da 1.400 pagine e redatto in un linguaggio tagliente, il rapporto descriveva alcuni dei presunti abusi con dettagli inquietanti. Questo documento ha creato un precedente per la desecretazione dei documenti relativi al caso Epstein. È servito da modello per dimostrare come un governo possa utilizzare il proprio potere di citazione in giudizio per aggirare le leggi istituzionali e rendere pubblici segreti interni.

    Il rapporto della Pennsylvania del 2018 ha identificato 301 sacerdoti pedofili e oltre 1.000 vittime minorenni, sebbene la Gran Giuria abbia osservato che il numero reale fosse probabilmente nell’ordine delle migliaia, ma non potesse essere accertato a causa della diffusione degli abusi e della meticolosità delle operazioni di insabbiamento.

    La scoperta più famosa del rapporto è stata l’“Archivio Segreto”, menzionato anche nel Rapporto del Rhode Island del 2026. Esso dimostrava che i vescovi custodivano in una cassaforte dei fascicoli “genealogici” che documentavano ogni accusa, valutazione psicologica, avvertimento sul rischio di recidiva degli abusatori, organizzazione del loro trasferimento in nuove parrocchie, accordi extragiudiziali, costi per la cura dei sacerdoti abusatori e ogni centesimo pagato in “tangenti per il silenzio”, mentre allo stesso tempo dichiaravano pubblicamente e alla polizia che tali documenti non esistevano.

    Il rapporto descriveva un modello di abusi mai visto prima “di questa portata”. La condanna nei confronti degli artefici del sistema che ha favorito questi abusi era forte: ” Nonostante alcune riforme istituzionali, i singoli leader della Chiesa sono in gran parte sfuggiti alla responsabilità pubblica. I sacerdoti violentavano bambini e bambine, e gli uomini di Dio responsabili non solo non hanno fatto nulla, ma hanno insabbiato tutto. Per decenni, monsignori, vescovi ausiliari, vescovi, arcivescovi e cardinali sono stati perlopiù protetti; molti, compresi alcuni citati in questo rapporto, sono stati promossi. Finché la situazione non cambierà, riteniamo che sia troppo presto per chiudere il capitolo degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica”.

    È emerso chiaramente che lo schema di abusi, negazioni e insabbiamenti rivelato da questi documenti indicava che il sistema non stava fallendo; al contrario, veniva gestito in modo estremamente efficiente.

    Il manuale per l’occultamento

    Il rapporto della Pennsylvania ha smascherato un manuale statale per l’occultamento istituzionale, simile alla sofisticata e ricorrente strategia utilizzata dalle reti d’élite come quella di Epstein per evitare di essere scoperte.

    Gli stupri e la sodomia venivano registrati nei fascicoli come “contatti inappropriati”, “scherzi” o “problemi di comportamento”. I sacerdoti abusatori venivano trasferiti in nuove parrocchie senza preavviso alle nuove comunità, spesso con lettere di raccomandazione favorevoli.

    Le vittime erano costrette a firmare accordi di riservatezza come condizione per ricevere aiuto con la consulenza psicologica o il rimborso delle spese mediche. Si prestava particolare attenzione a proteggere la “fratellanza”.

    Nel caso Epstein, il traffico sessuale veniva spesso indicato nei registri e nelle email come “massaggi” o “reclutamento”. Epstein, in veste di reclutatore, si spostava tra New York, la Florida e Parigi, spesso portando con sé gli stessi “collaboratori” per facilitare le operazioni.

    L’accordo del 2008 e i successivi accordi extragiudiziali si basavano su patti di riservatezza per impedire alle vittime di parlare con l’FBI. La sua clientela d’élite veniva protetta a tutti i costi.

    Un’altra strategia comune sia al caso Epstein che ai fascicoli del clero era quella di prendere di mira individui vulnerabili. I fascicoli del clero mostrano come le famiglie cattoliche devote fossero prese di mira, meno propense a credere alle vittime all’interno della propria famiglia quando un sacerdote venerato veniva accusato. Nel caso Epstein, le vittime erano ragazze minorenni, svantaggiate dal punto di vista socioeconomico e prive di voce di fronte ai loro potenti aggressori.

    Il rapporto del Rhode Island segna la rottura degli ultimi, più isolati sistemi di “diritto privato” in questo stato insulare, il più cattolico degli Stati Uniti (40%). Offre la prima analisi approfondita dei meccanismi finanziari e psicologici dell’insabbiamento e segna il momento in cui ciò che era “sacro” è diventato “profano” agli occhi della legge.

    Ciò indicava che nessuna quantità di prestigio religioso o influenza storica poteva sostenere un sistema giuridico privato quando i bambini erano il prezzo di tale segretezza.

    Patriarcato: la svalutazione dell’”altro”

    La diffusa crisi degli abusi sessuali e la sua insabbiatura istituzionale non possono essere ridotte a un insieme di “mele marce”. Essa è fondamentalmente resa possibile da un sistema patriarcale che conferisce agli uomini il potere senza che questi ne rispondano.

    Mentre i soci di Epstein erano protetti da ricchezza e influenza che generavano un timore ossequioso, gli uomini citati nei “Clerical Files” sono protetti da un “privilegio sacro” che esige riverenza.

    Entrambi i sistemi insegnano agli uomini che l’autorità è un loro diritto di nascita e che i vulnerabili possono essere sfruttati impunemente.

    In questi sistemi discriminatori di genere, le donne sono spesso considerate esseri umani inferiori. Nel suo libro “Trash: Encounters with Ghislaine Maxwell”, Christina Oxenberg riporta la risposta di Maxwell quando le fu chiesto delle ragazze che reclutava per i “massaggi” di Epstein: “Non sono niente; sono spazzatura”.

    Nella Chiesa, la svalutazione delle donne è più subdola. Il divieto di ordinazione femminile, pur essendo presentato come una questione teologica, in realtà rafforza la loro posizione subordinata, suggerendo che siano create a immagine di un “Dio minore”.

    Sostenendo che le donne siano incapaci di rappresentare Cristo alla mensa eucaristica, la Chiesa le svaluta come persone, rendendole permanentemente subordinate ai sacerdoti e strutturalmente vulnerabili agli abusi.

    Sacerdozio cultuale: patriarcato autocratico

    Nella Chiesa, il potere patriarcale, unito al culto del sacerdozio, conferisce ai sacerdoti un “privilegio sacro” unico. In virtù del loro ufficio, i sacerdoti sono spesso considerati come partecipi dell’autorità assoluta di Cristo.

    Questo potere di governo viene spesso presentato come un mandato divino piuttosto che come un servizio delegato dalla comunità. In questa cornice teocratica, il sacerdote si pone al posto di Dio, creando una gerarchia permanente e intoccabile.

    Pertanto, il sacerdote non solo viene separato, ma anche posto al di sopra del popolo di Dio per governare, insegnare e ammonire senza trasparenza. Questa relazione è codificata nel titolo di “Padre”, che viene spesso strumentalizzato come forma di patriarcato autocratico.

    In questa gerarchia patriarcale, vescovi e sacerdoti spesso agiscono come se fossero al di sopra della legge civile. La storia globale degli insabbiamenti, in cui i tribunali laici sono stati costretti a usare mandati di perquisizione per sequestrare documenti compromettenti dagli Archivi Segreti, fornisce una chiara prova di questa presunta sovranità.

    Questa teologia crea anche una fratellanza di élite religiose e si traduce in un circolo vizioso in cui i sacerdoti rispondono solo ad altri sacerdoti, in modo simile al caso Epstein, in cui la classe dei miliardari credeva di dover rispondere solo ai propri pari, mai al sistema giuridico “comune”.

    Nella Chiesa, i sopravvissuti devono presentare le proprie ragioni agli stessi uomini celibi che fanno la legge, la giudicano e la applicano. Questo elemento da “spogliatoio” fa sì che gli alti funzionari si identifichino più con il “fratello” carnefice – la cui vita temono venga rovinata – che con la vittima, il cui trauma permanente e potenzialmente letale viene liquidato come “gestibile”.

    Questa teologia tossica crea anche una rete di silenzio e complicità. I ​​vescovi si proteggono a vicenda e proteggono il sacerdote abusante perché il loro status è legato alla sua posizione. Se vescovi e sacerdoti cadono in disgrazia, il “corpo” perde il suo prestigio divino; pertanto, il sistema sceglie di sacrificare la vittima dell’abuso per salvare l’istituzione.

    Inoltre, alimenta una cultura clericale tossica che sottende un’immunità implicita. Fondata sull’erronea convinzione che i religiosi possiedano diritti intrinseci al potere e ai privilegi in virtù del loro status di ordinati, questa cultura dà origine a un senso di diritto elitario che crea un vuoto di responsabilità e pone il prestigio dell’istituzione al di sopra del benessere dei fedeli. Ciò fornisce uno “scudo sacro” che rispecchia l’”immunità d’élite” laica emersa nel caso Epstein.

    Cambiamento ontologico: lo scudo della “Persona Christi”.

    Un pilastro fondamentale del clericalismo è la dottrina magisteriale secondo cui l’ordinazione produce un “cambiamento ontologico”, conferendo così all’ordinato il potere di agire nella persona di Cristo (persona Christi). Il sacerdote viene “configurato a Cristo”, diventando quindi, in sostanza, Dio. Non solo agisce e parla per conto di Dio, ma come Dio stesso.

    Questo crea una barriera psicologica per i fedeli, rendendo quasi impossibile per loro credere che un prete sia capace di crimini sessuali. È il motivo per cui spesso non si crede ai bambini e alle donne quando denunciano gli abusi.

    Per la vittima, la “persona Christi” crea un devastante effetto di manipolazione psicologica a livello spirituale: denunciare un crimine equivale a tradire Dio. I sacerdoti predatori manipolano comunemente le credenze religiose, i testi sacri o l’autorità spirituale per indurre la vittima a dubitare della propria realtà, della propria sanità mentale e del proprio rapporto con il Divino.

    Alla vittima viene detto che la sua sofferenza è una “prova di Dio” o una “croce da portare”. Inquadrando un crimine come una sfida spirituale, l’aggressore ridefinisce il naturale desiderio di giustizia della vittima come “mancanza di fede” o “orgoglio spirituale”.

    Come evidenziato nel Rapporto del Rhode Island del 2026, i predatori spesso utilizzavano un linguaggio spirituale durante l’abuso stesso, affermando che l’atto fosse “sacro” o “predestinato”. Questo distorce gravemente la bussola morale della vittima, facendole percepire la denuncia del crimine come un atto sacrilego.

    Peggio ancora, l’istituzione spesso ribalta la situazione, trasformando la vittima in “peccatrice” per aver reagito all’abuso. Se una persona sopravvissuta esprime rabbia, le viene detto che è “incapace di perdonare” o “amareggiata”. All’interno di una struttura clericale, il “perdono” viene spesso strumentalizzato per imporre il “silenzio”.

    Sia nel caso Epstein che in quello del clero, il “sistema” partecipa alla manipolazione psicologica per proteggere se stesso. Proprio come gli avvocati di Epstein dipingevano le vittime come “cacciatrici di dote” o “instabili”, i funzionari della Chiesa spesso etichettano i genitori o le vittime che presentano denunce come “piantagrane” o “persone con disturbi emotivi”.

    Mentre il gaslighting tradizionale ti porta a mettere in discussione ciò che hai visto, il gaslighting spirituale ti porta a dubitare di chi sei agli occhi di Dio. Questo può essere devastante e può persino portare alla perdita della fede, sostituendo l’immagine di un Dio amorevole con quella di un predatore.

    Risoluzione dei reclami: iniziative di Papa Francesco

    Il risarcimento per gli abusi sessuali si compone di molti elementi, ma inizia con l’ascolto empatico e non giudicante della vittima, la fiducia nella sua storia e il riconoscimento del reato.

    Nella Chiesa, Papa Francesco ha compiuto alcuni passi positivi, esprimendo “vergogna e dolore” per gli abusi sessuali al suo interno e scusandosi pubblicamente in diverse occasioni in varie parti del mondo.

    Ha ridotto allo stato laicale il cardinale Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington DC, in seguito ad accuse di abusi sessuali, tra cui uno che coinvolgeva un bambino di 11 anni.

    Nel maggio 2018, tutti i 34 vescovi cileni in carica hanno presentato le proprie dimissioni a Papa Francesco in seguito a un vertice in Vaticano. Il vescovo ha accettato le dimissioni di 9 di loro, ammettendo di aver commesso “gravi errori” nel difendere il vescovo Juan Barros, accusato di essere complice del più noto prete pedofilo del paese, Fernando Karadima. Successivamente, altri due vescovi cileni sono stati ridotti allo stato laicale.

    Nel febbraio 2019, a seguito di un incontro in Vaticano sulla protezione dei minori nella Chiesa, Papa Francesco ha pubblicato la lettera apostolica Vos estis lux mundi, che stabilisce nuove norme procedurali per combattere gli abusi sessuali e garantire la responsabilità delle autorità religiose.

    Prima di allora, non esisteva un percorso chiaro e scritto per le vittime di abusi per denunciare un vescovo. Nel marzo 2023, ha pubblicato una versione aggiornata di questa lettera, rendendo permanenti queste norme. Ora, ogni diocesi deve avere un sistema “pubblico, stabile e facilmente accessibile” per la segnalazione degli abusi.

    Come già accennato, Papa Francesco ha anche decretato che il segreto pontificio non si applica alle accuse, ai processi e alle decisioni relative agli abusi, facilitando così il coordinamento con le forze dell’ordine civili e aprendo canali di comunicazione con le vittime.

    Blocchi stradali

    Nonostante questi sforzi, i sostenitori delle vittime di abusi affermano che ben poco è cambiato.

    I critici delle norme aggiornate hanno contestato l’assenza di un obbligo di notifica alle forze dell’ordine nei casi di abuso. Inoltre, non vi è alcun obbligo di informare il pubblico, compresi i denuncianti e le loro famiglie, del procedimento canonico o del suo esito, il che rende difficile valutare l’efficacia della legge.

    Andrew Small OMI, Segretario emerito della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha ammesso nel 2023 che oltre due terzi delle conferenze episcopali non dispongono delle risorse necessarie per attuare il processo in modo significativo.

    Dopo la morte di Papa Francesco, l’organizzazione Ending Clergy Abuse (ECA) ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che “sotto la sua guida, la Chiesa non è riuscita a ritenere i vescovi responsabili del loro ruolo nel consentire, nascondere e perpetuare gli abusi. Un cambiamento sistemico è rimasto irraggiungibile”.

    Il documento sottolineava che il rifiuto di Francesco di rimuovere o sanzionare coloro che erano complici degli insabbiamenti tradiva l’obbligo morale della Chiesa di proteggere i più vulnerabili.

    Shaun Dougherty, presidente della Survivors’ Network of those Abused by Priests (SNAP), ha dichiarato: “I vescovi di tutto il mondo… sono collettivamente a conoscenza di migliaia di sacerdoti abusatori che prestano ancora servizio in parrocchie e scuole. Una vera politica di tolleranza zero significherebbe rimuovere immediatamente questi colpevoli e ritenere i vescovi responsabili del fatto che li mantengano in servizio”.

    La Chiesa è disposta ad adottare misure così rigorose?

    La fine del privilegio sacro

    Esaminare onestamente i “fascicoli clericali” in tutta la loro depravazione è parte della trasparenza radicale di cui c’è urgente bisogno per ristabilire la fiducia nella Chiesa. Invece di nascondere le nostre cicatrici, è tempo di smascherare con coraggio i sistemi che le hanno generate.

    La teologia tossica e gli statuti del Codice di Diritto Canonico che promuovono e perpetuano il “privilegio sacro”, che conduce a una Chiesa disfunzionale, devono essere riconosciuti, condannati ed eliminati.

    Smantellando le strutture del clericalismo e del privilegio patriarcale, non stiamo solo cercando giustizia storica; stiamo creando una società in cui nessuno, a prescindere da ricchezza, conoscenze o status sociale, è al di fuori della portata della legge.

    Affinché ciò accada, tuttavia, la testimonianza dei sopravvissuti deve essere posta al centro del dibattito e trattata non come una minaccia per l’istituzione, bensì come l’unico fondamento per ricostruire una Chiesa veramente giusta, compassionevole e sicura.

    The Clerical Files: Exposing the power of holy privilege