Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: famiglie

  • Relazione sessuale con una bambina: arrestato dipendente dell’oratorio

    Relazione sessuale con una bambina: arrestato dipendente dell’oratorio

    Una storia terribile che arriva dalla Bergamasca. Un uomo di 29 anni, residente nella Bassa pianura, è stato arrestato il 7 maggio dai carabinieri in esecuzione di un ordine di carcerazione: dovrà scontare 3 anni e 4 mesi di reclusione e pagare una multa di 12.000 euro per atti sessuali con minorenne e produzione e detenzione di materiale pedopornografico. La sentenza del GUP del Tribunale di Brescia era diventata definitiva l’8 marzo 2026.

    L’oratorio, la fiducia tradita

    La vicenda prende forma nell’ambiente apparentemente più sicuro che si possa immaginare: l’oratorio del paese. È lì che il 29enne — allora 28enne, disoccupato, ma impiegato con lavoro retribuito nelle attività della struttura — aveva conosciuto la bambina. Lei aveva 12 anni. La frequentazione era iniziata nel corso del 2023, in un contesto di fiducia reciproca tra famiglie e comunità. Il rapporto si era progressivamente intensificato nei mesi successivi, fino a includere lo scambio di materiale fotografico con contenuto esplicito.

    La madre scopre tutto

    A far emergere la situazione è stata la madre della bambina. La donna si era accorta che la bimba era turbata (non intuiva però l’orrore che nascondeva dentro di sé), avviando anche un piano terapeutico di supporto psicologico per la figlia. Nel maggio 2024, ha inoltre controllato il suo telefono cellulare: quello che ha trovato – chat e foto – l’ha spinta a presentare subito denuncia ai carabinieri.

    La condanna e il divieto perpetuo

    Le indagini hanno ricostruito l’intera vicenda e portato alla condanna definitiva. Oltre alla pena detentiva, il Tribunale ha disposto nei confronti del 29enne l’interdizione a vita da qualsiasi lavoro in scuole o in luoghi frequentati principalmente da minorenni – una misura che gli chiude per sempre le porte a qualsiasi contesto educativo o ricreativo che coinvolga bambini e ragazzi – e l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Il 7 maggio i carabinieri lo hanno portato in carcere.

    https://www.bresciatoday.it/cronaca/oratorio-bassa-bergamasca-arresto-minore.html

  • L’arcidiocesi di New York pagherà 800 milioni di dollari per chiudere le cause su abusi sessuali

    L’arcidiocesi di New York pagherà 800 milioni di dollari per chiudere le cause su abusi sessuali

    L’Arcidiocesi cattolica di New York ha accettato di versare 800 milioni di dollari nell’ambito di un accordo transattivo con 1.300 sopravvissuti ad abusi sessuali, segnando uno dei risarcimenti più ingenti in un’ondata di contenziosi legali riguardanti abusi commessi dal clero negli Stati Uniti.

    L’accordo è secondo solo all’intesa da 880 milioni di dollari raggiunta dall’Arcidiocesi di Los Angeles nel 2024. La Chiesa cattolica ha erogato miliardi di dollari in risarcimenti in tutti gli Stati Uniti negli ultimi anni, dopo che New York e altri stati hanno promulgato leggi che hanno temporaneamente consentito alle vittime di abusi sessuali su minori di intentare cause per reati risalenti a decenni fa.

    Jeff Anderson e Mike Finnegan, legali che rappresentano 300 sopravvissuti con rivendicazioni contro l’arcidiocesi, hanno definito l’accordo un trionfo che porrà fine a quasi sei anni di battaglie legali con la Chiesa e i suoi assicuratori. La proposta di transazione è soggetta alla documentazione finale e al pieno consenso dei sopravvissuti prima di essere perfezionata, ha dichiarato Anderson.

    L’Arcivescovo Ronald Hicks ha affermato in una lettera ai parrocchiani venerdì di essere ‘cautamente ottimista’ sul fatto che tutti i ricorrenti sosterranno l’accordo. Hicks, divenuto arcivescovo di New York a febbraio, ha spiegato che la Chiesa ha ridotto le spese per il personale e i costi operativi per finanziare il risarcimento.

    ‘È stato un processo doloroso, soprattutto per le vittime e le loro famiglie che hanno sofferto, nella maggior parte dei casi, per decenni’, ha dichiarato Hicks.

    Oltre al pagamento di 800 milioni di dollari, l’Arcidiocesi ha accettato di rendere pubblici i documenti relativi ai responsabili di reati sessuali all’interno della Chiesa.

    ‘Siamo lontani da una piena resa dei conti, ma è una forma di assunzione di responsabilità’, ha affermato Anderson in una nota diffusa venerdì.

    L’accordo consentirà ai sopravvissuti di proseguire il contenzioso contro gli assicuratori della Chiesa per ottenere ulteriori indennizzi.

    La transazione permette inoltre all’arcidiocesi di evitare il fallimento. Il Child Victims Act di New York, approvato nel 2019, e leggi analoghe in altri stati hanno spinto molte grandi organizzazioni cattoliche negli Stati Uniti a richiedere la protezione dalle procedure concorsuali.

    Nello stato di New York, ogni diocesi, ad eccezione dell’arcidiocesi di New York e della diocesi di Brooklyn, ha presentato istanza di fallimento per finalizzare accordi simili relativi a cause per abusi sessuali.

    Finnegan, che ha rappresentato i sopravvissuti anche nel caso di Los Angeles, ha sottolineato che risolvere la questione al di fuori delle procedure fallimentari sia preferibile sia per le vittime che per le diocesi cattoliche.

    ‘È stato meglio per entrambe le parti raggiungere una risoluzione in tempi brevi, piuttosto che affrontare un lungo e costoso fallimento’, ha dichiarato Finnegan.

    L’arcidiocesi di New York e i sopravvissuti hanno avviato la mediazione a dicembre dinanzi al giudice in pensione della Corte Superiore della Contea di Los Angeles, Daniel Buckley, che aveva già mediato l’accordo di Los Angeles. In una dichiarazione dell’epoca, il Cardinale Timothy Dolan aveva riconosciuto che l’abuso sessuale su minori ha rappresentato un capitolo vergognoso nel passato della Chiesa.

    https://it.marketscreener.com/notizie/l-arcidiocesi-di-new-york-paghera-800-milioni-di-dollari-per-chiudere-le-cause-su-abusi-sessuali-ce7f58d9df89f026

  • Inghilterra, sacerdote abusa di minori in parrocchia per anni: la conferma dopo il suicidio

    Inghilterra, sacerdote abusa di minori in parrocchia per anni: la conferma dopo il suicidio

    Per anni aveva molestato e abusato delle ragazzine del gruppo giovanile della sua parrocchia riuscendo a evitare ogni conseguenza ma quando la vicenda è venuta alla luce, non ha retto e ha deciso di togliersi la vita, è la terribile storia del Sacerdote anglicano Kesh Govan che nel novembre scorso si è tolto la vita dopo che le pesanti accuse di abusi sessuali sui minori.

    Come stabilito ora da una inchiesta indipendente commissionata dalla Chiesa anglicana del Queensland meridionale, dove il 50enne si era trasferito ed esercitava il suo ministero al momento del decesso, Kesh Govan ha abusato sessualmente di alcune ragazze in un centro giovanile che lui gestiva all’epoca dei fatti durante il suo ministero nella diocesi di Lichfield, nel Regno Unito.

    In Inghilterra, la diocesi di Lichfield ha confermato che l’indagine australiana ha rivelato “gravi informazioni sulla tutela dei minori” relative al defunto reverendo Kesh Govan e ha esortato chiunque sia stato coinvolto a farsi avanti e a contattare il team di tutela o servizi di supporto indipendenti. “Notizie di questo tipo sono profondamente angoscianti, soprattutto per coloro che hanno subito abusi, ma anche per le famiglie, gli amici e le comunità. Invitiamo chiunque sia stato colpito da questa notizia a contattare in via confidenziale il nostro team di tutela” recita un avviso della diocesi britannica.

    L’inchiesta era scattata in Australia dopo le voci di abusi da parte del sacerdote nel Paese dove esercitava già da anni ma l’indagine non ha trovato alcuna prova di reati commessi durante il suo ministero nel Paese.  L’indagine ha concluso che gli abusi si erano verificati anni prima, quando era pastore nella diocesi di Lichfield, prima del suo trasferimento in Australia dove ha esercitato come parroco nel Nuovo Galles del Sud, nella diocesi di Newcastle, e nel Queensland meridionale, dove divenne noto localmente come il “vicario canterino”.

    https://www.fanpage.it/esteri/inghilterra-sacerdote-abusa-di-minori-in-parrocchia-per-anni-la-conferma-dopo-il-suicidio/

  • Il sistema Orbán collassa su un caso di pedofilia

    Il sistema Orbán collassa su un caso di pedofilia

    János Vásárhelyi, l’uomo che ha fatto assaggiare a Viktor Orbán l’aspro sapore della sconfitta, uscirà di prigione a breve, forse già domani, dopo aver scontato una condanna a otto anni per aver abusato sessualmente di almeno dieci ragazzi minorenni tra il 2004 e il 2016. Il tribunale di Budapest ha confermato che la sua scarcerazione è prevista infatti per la seconda metà di aprile.

    Ironia della sorte, a pochi giorni dalla disfatta di Fidesz alle elezioni torna dunque in libertà l’ex direttore dell’orfanotrofio Kossuth Zsuzsa di Bicske che ne ha provocato l’inarrestabile caduta. Anche Orbán, infatti, è scivolato fatalmente su un caso di abusi sessuali, trascinandosi dietro il suo partito e tutta la retorica da “padre della patria” che aveva costruito in vent’anni di governo del paese.

    Il caso di Vásárhelyi è al centro dello scandalo della grazia (kegyelmi ügy in ungherese) che nel febbraio 2024 ha sorpreso alcuni fedelissimi di Orbán nell’atto di aiutarsi a vicenda dopo aver coperto un pedofilo. Fra questi, tre nomi di assoluto rilievo: l’allora presidente della repubblica Katalin Novák, pupilla di Orbán, che l’aveva spinta a candidarsi alla presidenza nel 2022; la ministra della giustizia Judit Varga, ex moglie dell’attuale premier ungherese Peter Magyar; e il vescovo della Chiesa riformata ungherese Zoltàn Balog, figura chiave di questa vicenda e dell’intero periodo orbaniano.

    Ma andiamo con ordine. Il 2 febbraio 2024 è emerso che il 27 aprile 2023, il giorno antecedente la visita apostolica in Ungheria di papa Francesco, la presidente della Repubblica Katalin Novák aveva concesso la grazia a 25 persone, fra cui Endre Kònya, ex vicedirettore dell’orfanotrofio Kossuth Zsuzsa di Bicske, una cittadina a una trentina di chilometri dalla capitale. Kònya era stato condannato a tre anni e quattro mesi di reclusione per aver aiutato a coprire le violenze sessuali compiute dal suo superiore Vàsarhely: aveva tentato infatti di persuadere uno dei bambini abusati a non raccontare quello che aveva subito dal direttore e a non testimoniare contro di lui. Un atto di complicità gravissimo, che unisce l’insabbiamento di un pedofilo alla manipolazione di un bambino vittima di abuso, ma che non aveva dissuaso la presidente della Repubblica dal concedergli la grazia (quando peraltro Kònya era già ai domiciliari e non gli restavano da scontare che pochi mesi). Cosa ancora più grave, Novák nell’occasione aveva anche revocato all’ex vicedirettore il divieto di esercitare la sua professione. Via libera, quindi, come se non fosse successo nulla.

    E nulla avremmo saputo, se non fosse stato per un’intervista pubblicata su HVG, uno dei principali giornali economici del paese, in cui un avvocato rivela come è arrivato a ricostruire l’intera vicenda. L’indignazione popolare in reazione alla notizia è fortissima e in pochi giorni costringe alle dimissioni la presidente della Repubblica Novák e l’ex ministra della giustizia Judit Varga, che aveva controfirmato la grazia, annuncia il suo completo ritiro dalla vita politica. Fidesz sacrifica le sue due politiche più note ma non è sufficiente a placare la furia dei cittadini contro il sistema Orban di corruzione e favoritismi: il 16 febbraio decine di migliaia di manifestanti si riuniscono in piazza degli Eroi a Budapest per chiedere al premier, fino a quel momento intoccabile, di farsi da parte. È l’inizio del declino dell’impero ventennale di Orbán.

    Katalin Novák l’ho sentita con le mie orecchie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona del 2019, quando era ministra della famiglia, attaccare con veemenza la cosiddetta “ideologia gender”, che minava a suo dire il diritto dei bambini ad avere un padre e una madre. Raccoglieva gli applausi di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini, oltre ovviamente alle ovazioni della truppa dei pasdaràn di Pro Vita, quando si ergeva a paladina dei più piccoli: «Sono madre di tre bambini, partorire è un privilegio – diceva – la vita è sacra e va protetta sin dal concepimento». Passano pochi anni, meno delle dita di una mano, e il suo slancio verso l’infanzia da proteggere si attenua fino a portarla, una volta diventata presidente, a concedere la grazia addirittura a un protettore di pedofili.

    Come ministra Novák ha preso misure ostili alla comunità Lgbtq, che spesso definisce una minaccia alla sicurezza dei bambini ungheresi ed è in questo clima che, nel giugno 2021, il Parlamento approva con 157 voti a favore e un solo contrario una legge che vieta la condivisione con i minori di qualsiasi contenuto che ritragga o promuova l’omosessualità o il cambio di sesso. Nato come provvedimento “anti pedofilia”, la norma è chiaramente discriminatoria delle persone omosessuali.

    Novák, nonostante sostenga le lobby ultracattoliche antiabortiste del Congresso mondiale delle famiglie, è protestante convinta: dal settembre 2021 è anche ambasciatrice di buona volontà dell’Associazione Ungherese di Aiuto alla Chiesa Riformata (HRCA). In un’intervista a Reformatus, il sito della Chiesa riformata ungherese, definisce la sua identità con una formula che non ci è nuova:

    «Io sono una cristiana ungherese riformata, una figlia, una madre, una moglie, una sorella».

    Chissà se si è fatta ispirare da Meloni proprio durante i giorni veronesi della comune lotta in difesa della famiglia naturale. Quel che è certo è che i suoi tre figli frequentano una scuola confessionale e lei stessa non manca un culto domenicale:

    «Sono una persona che cerca costantemente di approfondire la propria fede. La mia famiglia appartiene alla congregazione di via Hold a Budapest (la congregazione riformata di lingua tedesca), dove frequento anche un gruppo che si riunisce ogni due settimane con l’obiettivo di approfondire la fede».

    Ma resta una domanda: perché la presidente della Repubblica si dà tanta (deleteria) premura per un insegnante di provincia responsabile di un reato così orribile? Chi è Endre Kònya?

    Secondo quanto rivela Valasz, la famiglia Kónya è un’antica famiglia protestante molto nota nella zona di Bickse, tanto che la palestra della città porta il nome del padre di Endre. Sia lui che il padre erano presbiteri, cioè anziani di chiesa, membri laici che partecipano al governo della comunità riformata locale. La grazia ricevuta si inserisce in una prassi di favori da clan, nell’ambito della gestione del potere di una casta di intoccabili:

    «La decisione della grazia ha offerto uno spaccato delle profondità morali non solo del regime di Orbán, ma anche della leadership della Chiesa riformata. Il fatto che entrambi gli attori siano stati coinvolti in uno scandalo non è una coincidenza. Il governo lavora da quindici anni per trasformare le chiese in armi politiche. Questo obiettivo viene perseguito attraverso la pseudo-ideologia cristiana con cui giustifica ogni provvedimento, nonché attraverso l’opaco e malsano intreccio
    finanziario e istituzionale che caratterizza il rapporto tra lo Stato e le chiese cattolica e riformata (…). Questo è dimostrato dall’aumento dei sussidi statali, generalmente assegnati caso per caso tramite decisioni individuali, dal significativo patrimonio immobiliare trasferito alle chiese, dall’importanza della chiesa nell’istruzione (la percentuale di studenti delle scuole primarie che frequentano scuole gestite dalla chiesa è aumentata dal 7,4 al 17,3% tra il 2010 e il 2022, e la percentuale di studenti delle scuole secondarie dal 6,7 al 17,5% ).

    Naturalmente, anche prima del cambio di regime, le chiese venivano strumentalizzate a fini politici, e ciò avveniva attraverso il reclutamento di figure ecclesiastiche nel partito-stato. Il mezzo utilizzato era la minaccia di rivelare relazioni sessuali. Visti gli scandali ecclesiastici venuti alla luce di recente, è lecito supporre che la situazione non sia diversa sotto il regime di Orbán. Fidesz ha adottato i precedenti metodi del partito-stato e li sta applicando con successo, dal punto di vista della propria logica di potere».

    E non è tutto. Sentite ancora quel che riporta Valasz:

    “János Vásárhelyi, il direttore che ha violentato i bambini, è difeso dall’avvocato della famiglia Orbán nel processo di Bicskei. In precedenza aveva ricevuto numerosi riconoscimenti statali ed era stato candidato per un’organizzazione sostenuta da Fidesz alle elezioni amministrative del 2002, per la quale Viktor Orbán aveva personalmente fatto campagna elettorale”.

    Tutti protestanti e tutti di Fidesz. E qui dobbiamo presentare un altro personaggio chiave di questa storia e dell’intero periodo orbaniano, potentissimo ma poco noto ai giornali italiani. Si tratta di Zoltán Balog, vescovo della Chiesa riformata ungherese e pastore della stessa famiglia dell’ex premier. Dal 2012 al 2018 Balog è stato l’influente ministro delle Risorse umane dei governi Orbán, un “super ministero” il cui portafoglio copriva istruzione, cultura, sanità, politica familiare e integrazione dei rom. A capo per quasi due decenni della fondazione di Fidesz, la Polgari Magyarorszagert Alapitvany (Fondazione per un’Ungheria civica), ha contribuito a cementare l’alleanza fra chiesa riformata e governo. Nel 2020, lasciati gli incarichi di governo, diventa vescovo della diocesi di Dunamelléki (Budapest) e un anno dopo viene eletto presidente del Sinodo della Chiesa riformata.

    Amico intimo di Orban, Balog, che a Budapest è stato a lungo pastore della comunità di lingua tedesca, è anche il mentore politico e religioso di Katalin Novák ed è proprio lui che la convince a concedere la grazia allo scomodo fratello in fede Endre Kónya. Il cerchio si chiude: siamo in un contesto protestante in cui i vertici politici e religiosi del paese si sostengono a vicenda, anche a costo di chiudere gli occhi di fronte a un crimine di pedofilia.

    Stretto confidente di Viktor Orban sin dagli anni ‘80, Balog non è mai diventato membro di Fidesz ma questo non gli ha impedito di giocare un ruolo determinante nel consolidare la nuova immagine conservatrice del partito al potere, basato su un uso strumentale della religione. Sebbene la Chiesa riformata abbia a lungo goduto di uno stretto rapporto con Fidesz, sotto l’influenza di Balog ha goduto di privilegi e finanziamenti pubblici mai visti prima: in cambio, ovviamente, della completa adesione alla politica reazionaria, omofoba, antidemocratica e razzista di Orbán.

    Balog non si è mai scusato con le vittime di Vásárhelyi ma alla fine è stato costretto anche lui a dimettersi dalla guida della chiesa riformata ungherese a causa dello scandalo della grazia. Secondo molti osservatori, è stata però più che altro un’operazione di facciata: infatti, non solo non ha lasciato l’incarico di vescovo di Dunamelléki (nonostante le proteste anche all’interno della chiesa riformata) ma ha fatto anche ampiamente capire ai fedeli che dal suo ruolo dipendeva l’afflusso di denaro alla chiesa. Ora però il vento è cambiato ed è probabile che Peter Magyar voglia fare piazza pulita del cerchio magico che sosteneva il suo predecessore. Tanto più che Magyar, cattolico educato dai Padri Scolopi a Budapest, non è sensibile all’ambiente riformato di Orbán. In campagna elettorale ha già detto che continuerà a finanziare le chiese con fondi statali ma tutto il sistema andrà comunque riformato nell’interesse di una maggiore (e necessaria) trasparenza. Non sarà in ogni caso un’impresa facile, come sottolinea Péter Techet dell’Institut für den Donauraum und Mitteleuropa di Vienna, citato da The Tablet:

    «mentre il cambiamento dalla posizione nazionalista cristiana di Fidesz potrebbe essere relativamente rapido a livello istituzionale, quello della scietà civile è più complicato, perché la popolazione è stata “bombardata per anni dalla propaganda nazionalista cristiana, xenofoba, antieuropea e antioccidentale”. In questo contesto, secondo Techet, potrebbe essere necessario un lavoro di rieducazione, probabilmente della durata di decenni».

    (foto Giacomo Dalmas)

  • Lettera aperta delle madri e dei padri delle vittime del clero a Papa Leone

    Lettera aperta delle madri e dei padri delle vittime del clero a Papa Leone

    Caro Papa misericordioso
    Siamo le mamme delle vittime di suor Mariangela Farè, don Francesco Caramia, don Giuseppe Rugolo, don Carlo Botero, don Luigi Gabbriellini, don Vincenzo Calà, don Livio Graziano, don Nello Giraudo, don Luciano Massaferro e di tanti altri. Con noi c’è anche Erik, figlio del prete pedofilo don Pietro Tosi e alcune ex suore stuprate dai Suoi preti.

    Lei parla di misericordia per i preti pedofili e stupratori e ci perdoni la domanda; perché già che c’è non aggiungere ai Suoi pedofili anche i pedofili di Epstein. D’altra parte escono anche nel suo caso i tanti contatti che aveva con la Sua Città, il Vaticano.

    Ci spieghi però; perché noi dovremmo avere misericordia per coloro che hanno ucciso l’anima e l’innocenza dei nostri figli?

    Lei anche se è Papa non si rende conto delle Sue parole. Noi come madri e padri ci sentiamo offesi da Lei e da tempo anche dalla Sua chiesa che dopo la denuncia ci ha abbandonati.

    Lei sa bene che i Suoi misericordiosi pedofili hanno distrutto la vita di tante bambine e bambini tanti dei quali hanno trovato come unica via d’uscita la morte. I più fortunati invece hanno trovato Il dolore, la sofferenza, la paura, la disperazione alla quale sopravvivono … ma non vivono più.

    Noi genitori siamo morti insieme a loro, perché i Suoi misericordiosi preti pedofili per soddisfare la loro sporca devianza sessuale, come Lei stesso sa bene, non distruggono solo la vittima, no caro Papa distruggono insieme ai nostri figli le loro famiglie.

    Perché caro Papa non spende una sola parola concretizzando aiuti veri per le vittime di abusi sessuali da parte del clero, perché?

    Lo sa che per colpa dei Suoi misericordiosi pedofili si distrugge anche il credo e la fede delle famiglie?
    Si, siamo cresciuti con la fede, l’abbiamo trasmessa ai nostri figli, subendo in cambio un dolore atroce, un tradimento da coloro in cui avevamo riposto la nostra fede smisurata.

    Secondo lei DIO approverebbe tutto ciò?

    Una domanda io fossi al Suo posto me la farei.

    Nel vangelo di Matteo 18:6 Dio dice che “chi scandalizza anche un solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”.
    Questo è il valore che Gesù dava ai bambini, il valore del Regno dei Cieli che chiede rispetto e una protezione assoluta per loro.

    I Suoi misericordiosi preti pedofili, hanno rispettato la parola di Gesù?
    E Lei? Rispetta la giustizia che Gesù avrebbe reso a questi bambini?
    NO NO e poi NO!

    Quindi come può Lei caro Papa chiedere misericordia per i soli preti pedofili? La deve chiedere anche per Lei stesso e per chi l’ha preceduta.

    Pensi a seguire le parole di nostro Signore e protegga le vittime. Solo allora noi, semplici mamme e papà riavremo fiducia nella chiesa e non ci sentiremo più discriminati e abbandonati come ci sentiamo ora.
    I nostri saluti.

    Le mamme e i papà del Coordinamento famiglie

  • CAGLIARI – Il silenzio di Comandini e del Consiglio regionale sardo ai sopravvissuti che gli scrivono

    CAGLIARI – Il silenzio di Comandini e del Consiglio regionale sardo ai sopravvissuti che gli scrivono

    Vale più una sottana da prete che la salute di bambine e bambini. Questo è quanto sembra emergere ancora una volta dalla triste vicenda sarda che ha coinvolto la Garante dell’infanzia Carla Pugligheddu, di fatto defenestrata dal Consiglio regionale sardo e dalla Conferenza episcopale sarda per aver fatto il suo lavoro.

    Una vicenda istituzionale diffusa che racconta con tristezza l’arretratezza italiana e spiega con i silenzi perché l’Italia sia l’unico Stato dell’UE incapace di tutelare la salute psico fisica dei minori. Un paese che in materia è stato piò volte ripreso e spronato ad intervenire anche dagli organi sovrannazionali come il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, al quale, malgrado le preoccupazioni espresse più volte, non ha mai risposto e che pochi giorni fa ha nuovamente sollecitato l’Italia affinchè intervenga di fronte alle gravi infrazioni che non riguardano solo il tema degli abusi.

    Nei giorni scorsi la Rete L’ABUSO, tendendo la mano ha scritto con spirito collaborativo, al presidente del Consiglio regionale sardo, l’Onorevole Giampiero Comandini. Ma nulla da fare, a quanto pare sembrano prioritari i rapporti con la chiesa, anziché la salute di minori e delle persone vulnerabili tanto che la Regione, intervenuta in difesa della chiesa, fa per la seconda volta scena muta, anche di fronte ai cittadini.

    Da presidente di questa ONG provo rammarico nel vedere tanta irresponsabilità di fronte agli elettori e all’intera società. Sconcertante anche il silenzio dei colleghi Garanti che anziché indignarsi di fronte a un episodio di ingerenza tanto grave, lascino invece sola la Garante Pugligheddu.

    Da sopravvissuto resto invece mortificato vedendo questo scenario istituzionale crudele nella sua indifferenza verso i più piccini, verso i loro stessi figli e nipoti e mi chiedo come è possibile che le istituzioni, la stessa chiesa non provino almeno un po’ di vergogna nel lasciare abbandonati i cittadini rimasti vittime di tali atrocità, costretti a cercare giustizia da soli.

    E mentre la società civile si stringe attorno alla Garante Carla Pugligheddu con messaggi di solidarietà e stima, anche la Garante nazionale sembra essersi “persa nel bosco”, impossibilitata ad interviene su un tema tanto grave, che la riguarda in prima persona.

    Di seguito la lettera inviata dalla Rete L’ABUSO al Presidente del Consiglio regionale sardo.

    Gent.mo On. Dott. Giampiero Comandini,

    Le scrivo in qualità di presidente di Rete L’abuso in relazione alla controversia tra la Garante dell’Infanzia e Adolescenza della Regione Sardegna dott.ssa Carla Puligheddu e il Consiglio regionale che Lei presiede, sulla questione degli abusi clericali e non solo.

    È evidente che, all’interno di tale circostanza, l’accusa rivolta alla dott.ssa Puligheddu in merito alla modalità della comunicazione e alla credibilità dei dati da lei utilizzati tocca anche l’Associazione che presiedo, in quanto fonte di tali informazioni.

    In primo luogo, tuttavia, vorrei esprimere il rammarico per la nuova vittimizzazione dei sopravvissuti e dei loro famigliari che inevitabilmente sono rimasti coinvolti in questo “scontro”. Sono stati infatti ulteriormente feriti e delegittimati dal disconoscimento, di fatto, della loro esistenza e del loro vissuto traumatico: e questo non solo da parte della Chiesa, ma anche delle istituzioni vocate a tutelarle, che sembrano invece averle abbandonate.

    Nella convinzione della assoluta necessità di un dialogo sereno e costruttivo con le istituzioni dello Stato, nella direzione di un impegno condiviso che miri alla costruzione di buone pratiche, e sottolineando l’attenzione prioritaria di cui la Regione deve farsi portatrice nei confronti delle famiglie delle vittime di pedofilia, per trasformare questa vicenda in un momento costruttivo e restituire ai sopravvissuti il riconoscimento del loro status trovando un’intesa programmatica nel loro interesse, con la presente La invito a un incontro con il sottoscritto, senza clamori e senza l’intervento mediatico, in un clima di franchezza come è nello spirito di questa mia missiva che auguro possa essere accolta.

    Restando in attesa di un Suo cordiale riscontro, un cordiale saluto.

    Francesco Zanardi

    Savona, 12/3/2026

  • Sopravvissuti abusi a Consiglio regionale sardo, ‘vittime ignorate’

    Sopravvissuti abusi a Consiglio regionale sardo, ‘vittime ignorate’

    (ANSA) – ROMA, 10 MAR – “Non basta realizzare sportelli diocesani per pensare di aver tutelato le vittime, queste vanno soccorse e risarcite, soprattutto alla luce della recente indagine svolta dall’Associazione La Rete L’Abuso proprio sugli sportelli che mette in luce gli scarsi risultati ottenuti dalle iniziative diocesane. Come non è una garanzia avvalersi di ‘professionalità formate e competenti’, quando poi i preti denunciati agli sportelli o condannati dalla giustizia italiana, non vengono rimossi ma addirittura reintegrati dopo il carcere, tornando inevitabilmente a contatto con minori. Casi che registriamo anche in Sardegna”.

    E’ quanto scrive in una lettera aperta al Consiglio regionale della Sardegna, il portavoce dell’Associazione di vittime del clero, Francesco Zanardi.
    Zanardi, tra l’altro, è proprio il ‘rappresentante’ delle vittime italiane che ha mediato il primo incontro tra vittime del clero in Italia e Conferenza episcopale italiana, svoltosi nella sede della Cei a Roma con il cardinale Matteo Zuppi nel maggio del 2023.

    “Prendo spunto dall’importante vicenda che ha recentemente coinvolto la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Carla Puligheddu, il Presidente del Consiglio Regionale Sardo, Piero Comandini, e la Conferenza episcopale sarda, rappresentata dal presidente monsignor Antonello Mura – scrive Zanardi – , al fine di condividere con i destinatari della lettera alcune considerazioni. Nel mese di gennaio scorso, la Garante ha formalmente invitato la Ces a collaborare attivamente con la magistratura italiana per garantire la tutela delle vittime di abusi sessuali commessi da membri del Clero. Dopo quarantotto giorni, la Ces ha replicato contestando l’accuratezza dei dati, ritenendoli infondati. Tuttavia, i dati citati dalla Garante provengono dalle rilevazioni effettuate dalla mia associazione nel corso degli anni e pubblicati online il 24 ottobre 2025”.

    Zanardi quindi entra nel merito della realtà sarda: “Ho inoltre informato la Garante di due casi di abuso avvenuti in Sardegna sui quali, al momento, non è stato possibile intervenire: in un caso la vittima non si sente ancora pronta a presentare denuncia alla magistratura, mentre nell’altro il reato risulta prescritto secondo la legge italiana. Di fronte a situazioni concrete come queste, ci si chiede quale azione di tutela consiglierebbero i ‘professionisti formati e competenti’.

    È evidente che la posizione presa dal Consiglio Regionale sardo, in linea con le critiche espresse dalla Ces, nei confronti dei sopravvissuti sardi, delle loro famiglie e della stessa Garante, abbia gravemente ignorato la realtà dei fatti e dei numeri, impedendo alle istituzioni (civili ed ecclesiastiche) di favorire interventi adeguati di tutela”. (ANSA).
    NFA
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  • Ringraziamenti della Garante Carla Pugligheddu al Coordinamento familiari vittime abusi

    Ringraziamenti della Garante Carla Pugligheddu al Coordinamento familiari vittime abusi

    Al Coordinamento delle famiglie dei sopravvissuti
    agli abusi da parte del clero italiano
    Ringraziamenti Coordinamento familiari vittime abusi PDF

    Gent.mi e carissimi familiari, le vostre parole mi commuovono per la potenza emotiva che esprimono e di questo prezioso supporto vi sono grata dal profondo del cuore.

    La vostra lettera, a seguito della bufera che le istituzioni ecclesiastiche sarde hanno scatenato contro di me, screditandomi, danno conforto rispetto alla purezza delle mie intenzioni: proporre un dialogo per intervenire con chiarezza sull’increscioso fenomeno che i dati della Rete l’Abuso hanno reso noti.

    Averli divulgati da una Garante regionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza non è piaciuto e con questa reticenza avevo immaginato di dover fare i conti, così come sta accadendo.

    Sappiate che gli insulti non mi spaventano e che vi starò accanto, ogni volta che avrò l’occasione per farlo, anche dopo questo mandato che si sta chiudendo.

    Con affetto vi abbraccio

    Cagliari, 9 marzo 2026

    Lettera di sostegno alla Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Sardegna, Carla Puligheddu

  • Lettera di sostegno alla Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Sardegna, Carla Puligheddu

    Lettera di sostegno alla Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Sardegna, Carla Puligheddu

    Il Coordinamento delle famiglie dei sopravvissuti agli abusi da parte del clero italiano esprime il proprio pieno e convinto sostegno alla Dott.ssa Carla Puligheddu, Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza della Sardegna.

    Le dichiarazioni con cui le autorità ecclesiastiche sarde hanno reagito alle parole della Garante non possono lasciarci indifferenti. I toni utilizzati per delegittimare il suo lavoro e per screditare i dati sugli abusi risultano profondamente offensive non solo nei confronti della Dott.ssa Puligheddu, ma soprattutto nei confronti delle vittime e delle loro famiglie.

    Nel comunicato diffuso dai vescovi si parla infatti di «superficialità e disinvoltura con la quale sono state esposte dalla stessa Garante numeri e dati senza nessun reale fondamento» e si definiscono le informazioni dell’Osservatorio come «notizie destituite da qualsiasi fondamento».

    Parole di questo tipo non colpiscono soltanto chi ha svolto il proprio dovere istituzionale portando all’attenzione pubblica un problema grave. Colpiscono soprattutto le vittime che hanno trovato il coraggio di parlare e le famiglie che da anni chiedono verità e giustizia.

    In qualità di genitori di figli abusati, sappiamo bene cosa significhi vedere la sofferenza dei propri figli trasformata in numeri o statistiche. Ma dietro quei numeri ci sono volti, storie, vite segnate per sempre. Ci sono bambini e adolescenti che hanno subito violenze fisiche e psicologiche proprio da parte di persone alle quali noi genitori avevamo affidato i nostri figli con fiducia.

    Per questo riteniamo particolarmente grave che, di fronte a denunce così dolorose, la prima reazione sia stata quella di mettere in dubbio i dati e attaccare chi li ha resi pubblici, invece di interrogarsi sulle responsabilità e sulla sofferenza delle vittime.

    Vorremmo ricordare alle autorità ecclesiastiche sarde una verità semplice: i nostri figli non sono “dati”. Sono esseri umani. Sono bambini che hanno subito violazioni profonde della loro integrità e della loro fiducia nel mondo degli adulti.

    Se oggi molti casi restano ancora invisibili, non è perché non esistano. È perché per troppo tempo si è preferito non vedere, non ascoltare, non intervenire. Il vero scandalo non è che qualcuno raccolga e renda pubblici i dati sugli abusi. Il vero scandalo è che ancora oggi si reagisca cercando di delegittimare chi svolge il proprio dovere nel difendere i minori.

    Per questo esprimiamo la nostra piena solidarietà e il nostro sostegno alla Dott.ssa Carla Puligheddu per il lavoro svolto e per il coraggio dimostrato nel portare alla luce una realtà che riguarda la tutela dei bambini.

    Le vittime non sono numeri da contestare.

    Sono bambini che chiedono verità, giustizia e rispetto.

    E finché queste tre parole non diventeranno realtà, nessuna istituzione potrà dirsi davvero dalla parte dei minori.

    Coordinamento delle famiglie dei sopravvissuti agli abusi da parte del clero italiano

  • ABUSI CLERICALI IN SARDEGNA: LA GARANTE DENUNCIA, I VESCOVI L’ATTACCANO

    ABUSI CLERICALI IN SARDEGNA: LA GARANTE DENUNCIA, I VESCOVI L’ATTACCANO

    SASSARI-ADISTA. Mentre l’unica – di fatto – associazione italiana di vittime di abusi sessuali clericali, Rete L’Abuso, rende pubblico il suo ultimo lavoro di analisi con un report che illustra l’indagine, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime (ne parleremo prossimamente), in Sardegna prende corpo la rappresentazione plastica di quanto nel nostro Paese le persone abusate continuino a essere sullo sfondo e di quanto la Chiesa metta in primo piano il salvataggio dell’immagine dell’istituzione.

    Il 14 gennaio scorso, la Garante regionale per l’Infanzia e l’adolescenza della Sardegna Carla Puligheddu (FI), sulla scorta dei dati sortiti dal Report sugli abusi dell’Osservatorio di Rete L’Abuso, invia una lettera a mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari nonché segretario della Cei, e alla Conferenza episcopale sarda (CES), per denunciare la gravità della situazione e cercare un dialogo con la Chiesa isolana in merito alla realtà degli abusi. Di questa lettera dà notizia la stampa sarda, riportando la denuncia della Garante, preoccupata soprattutto che su 37 casi pervenuti (2000-2025), 30 appartengono al sommerso. A fronte di quasi 200 vittime note, ci sono appena 5 condanne definitive. Questo significa che la quasi totalità delle persone abusate non ha ottenuto giustizia, né in sede civile né in quella canonica». E aggiunge: «Per 35 casi su 37 non risulta nemmeno avviato un procedimento nella Chiesa».

    Alla lettera seguono 48 giorni di silenzio assoluto. Il primo marzo, un’intervista a Puligheddu realizzata e mandata in onda dalla RAI, in vista dello scadere del suo mandato, focalizza l’attenzione proprio sul tema degli abusi. Solo a quel punto il tenace silenzio delle gerarchie si interrompe. Il 3 marzo, in un comunicato dai toni aspri affidato all’Ansa, i vescovi sardi esprimono «sconcerto e rammarico» per le dichiarazioni della garante, «non per la gravità dell’argomento che riguarda l’intera società, e che vede la Chiesa – in Sardegna, in Italia e nel mondo – contrastare il fenomeno con la sensibilizzazione e la formazione, ma per la superficialità e la disinvoltura con la quale sono state esposte dalla stessa Garante numeri e dati senza nessun reale fondamento, nonché per la gratuità di riferimenti e di accuse di rilevanza penale che i vescovi respingono con determinazione e sdegno». I dati dell’Osservatorio di Rete l’Abuso, insomma, non sarebbero che «notizie destituite da qualsiasi fondamento», che espongono «un’istituzione del Consiglio regionale a una comunicazione senza nessun dato credibile». «Si conferma – proseguono i vescovi sardi – che tutte le Diocesi si sono dotate di un Servizio diocesano o inter-diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, avvalendosi di professionalità formate e competenti, che animano i centri di ascolto territoriali. In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino imprescindibile e inarrestabile, da percorrere con coraggio e con spirito di collaborazione tra tutti i soggetti in causa». Uno spirito di collaborazione che, tuttavia, non pare essere stato messo in campo dalla Chiesa sarda, che invece di cercare un’interlocuzione con la Garante o con Rete L’Abuso si difende attaccando.

    Puligheddu, però, non si lascia intimorire. «Io non ho fatto altro che il mio dovere di garante», dichiara al quotidiano Unione sarda (3/3); «Ho divulgato dei dati che riguardano fatti che vedono dei minori come vittime. Fuori dalla Chiesa, soprattutto, perché i numeri peggiori arrivano dalle famiglie. Ma anche al suo interno». I vescovi, rilancia, «si guardassero in casa, anziché rilasciare note che definirei “velate minacce”. E se scoprono abusi mandino gli atti al tribunale ordinario, anziché procedere con trasferimenti di chi viene coinvolto». E «contestino l’Osservatorio, non me», afferma in merito all’accusa della Cei sulla non attendibilità dei dati utilizzati.

    Il Consiglio regionale «si dissocia»

    La ciliegina sulla torta nella vicenda è arrivata a stretto giro, lo stesso 3 marzo, con un comunicato del Consiglio regionale della Sardegna. Il presidente Piero Comandini (PD), vi si legge, «interviene a seguito della nota inviata oggi dalla Conferenza Episcopale Sarda, ricordando che la legge che ha istituito il Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, prescrive che svolga la propria attività in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e valutazione, senza essere sottoposto ad alcuna forma di controllo gerarchico e funzionale». E fin qui, tutto bene. Poi, però, afferma testualmente il presidente Comandini, «Pur nel rispetto della norma e della piena autonomia dell’attuale Garante, come rappresentanti del Consiglio regionale prendiamo le distanze dalle dichiarazioni rese alla stampa sul tema degli abusi ai danni di minori da parte di appartenenti al clero. Riteniamo che temi così importanti e delicati debbano essere affrontati con estrema attenzione, rispetto e autorevolezza. La generalizzazione e il sensazionalismo non favoriscono né aiutano la ricerca della verità e il difficile percorso avviato da tempo dalla stessa Chiesa». Quasi una difesa d’ufficio della CEI.

    «Pessimi segnali»

    Quanto è avvenuto è grave e triste – ci ha detto Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete l’Abuso – È un brutto segnale della pessima politica che abbiamo in Italia perché il Consiglio regionale della Sardegna si è dissociato dalle affermazioni della Garante Puligheddu. Ed è triste l’invadenza della Chiesa nella politica: hanno attaccato lei, non Rete L’Abuso. Questo dà un altro segnale:  che è inutile che dicano che agiscano in favore delle vittime. In realtà le vittime non le vogliono tra i piedi. Il fatto che si continui ostinatamente a non considerare l’attività della Rete – che è delle vittime – è un segnale tristissimo. In ogni caso, quel report è già davanti al Governo italiano. L’Onu, la settimana scorsa, ne ha chiesto conto al Governo italiano».

    Grande amarezza anche da parte della garante Puligheddu, che per la sua controreplica ha dovuto contattare personalmente i giornalisti delle testate sarde, stante l’imbarazzo dell’ufficio stampa del Consiglio regionale nel diffondere il suo comunicato, che parla del «silenzio» e delle dichiarazioni miranti a prendere «distanza dalla posizione dell’Autorità di garanzia che da tre anni opera all’interno del Consiglio regionale, quasi fosse un corpo estraneo, un elemento di disturbo del quale liberarsi al più presto». «Prima di ogni altra considerazione – dichiara – parla la mia testimonianza di fedele cattolica praticante, la mia vita specchiata e rispettosa delle Istituzioni civili e religiose, la mia integrità morale nell’esercizio di un ruolo che indiscutibilmente è sempre stato dalla parte dei bambini»; «La mia posizione è netta e trasparente, non arretra di un millimetro. Anzi. Non mi risulta che la Conferenza Episcopale Sarda abbia avviato azioni legali per contrastare i dati dell’Osservatorio permanente sull’abuso ma auspico lo faccia quanto prima. Le procure dei tribunali avranno modo di verificare le contestazioni, e contestualmente le diffamazioni al momento rivolte contro l’unica figura di garanzia che agisce a tutela dei bambini non degli adulti». «Ciò che stride – afferma, secondo quanto si legge su La Nuova Sardegna – , è il silenzio omertoso da parte delle istituzioni politiche e religiose in questi 48 giorni, durante i quali anziché discutere all’interno delle loro Aule nell’ottica della tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno preferito eludere nel merito la grave “questione” stigmatizzata dalla Garante».

    Nel frattempo, Puligheddu, che abbiamo contattato, ha annunciato a Adista la sua intenzione di inviare il dossier all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. A sostenerla, in primo luogo Rete l’Abuso: «l’impegno di Carla Puligheddu nella tutela dei minori – si legge sul sito dell’Associazione – è sempre stato più che lodevole. Tra i venti garanti per i diritti dell’infanzia che “manteniamo” in Italia, solo due risposero al nostro report, Puligheddu è una di queste». «Meno lodevole, e misogina a nostro avviso, la modalità con cui la Chiesa si è rivolta alla garante contestando un dato che evidentemente poco importava, tanto che se ne accorgono mesi dopo». «La garante non mente, i dati coincidono con il dato fornito da Cei» conclude Zanardi.

    E poi, il sostegno di numerosi preti della regione. «C’è solo tristezza e vergogna. E desiderio di chiarezza, giustizia e verità», ha scritto su Facebook il 15 gennaio il salesiano sassarese don Gaetano Galia. «Il silenzio è complicità e non voglio essere complice di questi reati. Abusare di un bambino è come ucciderlo». (ludovica eugenio)