Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Mauro Inzoli

  • «Io e gli abusi subiti dal parroco di CL. Mai più in silenzio»

    «Io e gli abusi subiti dal parroco di CL. Mai più in silenzio»

    «Sono stato vittima di violenze e abusi sessuali da parte dell’allora don Mauro Inzoli, nel gruppo cattolico di Comunione e Liberazione, dai miei 14 ai 18 anni, dal 2001 al 2005. Abusi che si ripetevano ogni volta che ne avesse loccasione: a ogni viaggio di gruppo, a ogni colloquio privato».
    A parlare a Domani è Matteo Scarabelli, 39 anni, professionista nel settore farmaceutico, originario di Crema e oggi residente tra Parigi e Bruxelles.
    Per più di vent’anni, non ha raccontato quello che ha subito.
    Inzoli è l’ex parroco della Santissima Trinità di Crema, presidente per oltre dieci anni del Banco Alimentare, referente di Gioventù Studentesca e presidente del Cda della Fondazione Fides et Ratio. Confessore personale di Roberto Formigoni, frequentava il Meeting di Rimini e gli ambienti della Compagnia delle Opere. Lo chiamavano «don Mercedes», per la passione per le auto
    di lusso.
    Quella sua aura, racconta Scarabelli, rendeva impossibile riconoscere la violenza.
    «La prima volta mi sono ritrovato sdraiato sul letto. All’inizio parlavamo, sembrava normale. Poi ha iniziato a toccarmi.
    Non capivo cosa stesse succedendo, ero paralizzato. Dentro pensavo solo:
    devo far finta che vada bene».
    La prima condanna arriva nel 2016.
    Il gup Letizia Platé riconosce cinque vittime, tra i 12 e i 16 anni, e la forte «sottomissione psicologica» esercitata da Inzoli.
    La vicenda arriva fino alla condanna definitiva a quattro anni, sette mesi e dieci giorni per violenza sessuale su minori, aggravata dall’abuso di autorità. Nell’aprile 2018, Inzoli entra nel carcere di Bollate, dal quale esce due anni dopo con l’affidamento in prova ai servizi sociali. Nel 2017, papa Francesco lo aveva dimesso dallo stato clericale.
    Scarabelli ha testimoniato anche davanti alla Commissione abusi di CL, ma non figura tra le vittime riconosciute nei procedimenti penali perché non denunciò.
    «Quando gli abusi di Inzoli furono confermati da un tribunale, per un pugno di episodi emersi dal coraggio di alcuni ragazzi poco più che ventenni pensai che a me non servisse denunciare. Cercavo di proteggere me stesso dalla vergogna e i miei genitori dal senso di colpa. Non immaginavo le conseguenze che tutto questo avrebbe avuto dentro di me».
    La rimozione, per Matteo, ha la forma di vent’anni di vita.
    «Il mio corpo e la mia mente hanno rifiutato per anni di diventare adulti».
    La condanna e la dimissione dallo stato clericale non hanno coinciso con l’uscita di Inzoli dalla Fraternità di Comunione e Liberazione. Negli anni successivi è rimasto nella Fraternità, partecipando a incontri,
    momenti di condivisione e viaggi in Terra Santa con famiglie e ragazzi.
    A Crema, una parte della comunità ha continuato a essergli vicina, nella convinzione che avesse ormai «pagato».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/io-e-gli-abusi-subiti-dal-parroco-di-cl-mai-piu-in-silenzio-va3lvazj

  • Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    È stato presentato giovedì scorso a Roma il rapporto “Proteggere, prevenire, formare” della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in sostanza la prima parte di una indagine che è stata dichiarata “indipendente” e “finora mai realizzata”, commissionata dalla Chiesa italiana sugli abusi sessuali commessi dal clero e da esponenti di movimenti ecclesiali e di parrocchie su minori. Non tutto, tuttavia, è andato per il meglio. Diversi quotidiani italiani ed anche di altri Paesi hanno infatti rimarcato “le luci” ma anche “le ombre” presenti nel rapporto stesso. Vediamo perché.

    Solo due anni

    Anzitutto il rapporto considera solo alcuni casi avvenuti fra il 2020 e il 2021, un lasso di tempo, perciò assai limitato e parziale. Il presidente della CEI, Matteo Zuppi, aveva annunciato che il rapporto avrebbe coperto gli ultimi venti anni ma non è stato così, e sul perché non lo sia stato non sono state date spiegazioni.

    Nel 2020-2021 sono state 86 le persone che si sono rivolte ai Centri di ascolto messi in piedi nelle diocesi italiane (sul lavoro di questi Centri si basa il rapporto) per segnalare casi di abuso. Ma secondo molti osservatori questo biennio non può fare testo, perché si era in piena emergenza da Covid e verosimilmente molte persone non sono potute uscire da casa per andare a denunciare.Il rapporto, inoltre, esclude i casi che singole persone hanno denunciato direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e non si capisce perché non si parla di questi casi.

    “Mai una Commissione esterna”

    Il rapporto è stato redatto da esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In sostanza è stato redatto da un gruppo di esperti “interno” all’apparato ecclesiastico e non, come avvenuto altrove, da Commissioni indipendenti esterne. In merito monsignor Lorenzo Ghizzoni, referente CEI della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha confermato a un convengo della diocesi di Roma di pochi giorni fa la sfiducia della stessa Chiesa italiana per le Commissioni esterne: “Non faremo mai una Commissione con enti che non capiscono niente della Chiesa, definiti indipendenti solo perché esterni”, ha detto.

    Le sue parole confermano come la CEI ritenga le Commissioni esterne inadatte ad indagare. Mentre in molti altri Paesi, ad esempio in Francia, si è visto come solo il lavoro di Commissioni esterne ha potuto garantire la trasparenza e soprattutto ha potuto permettere di scardinare quanto ancora non andava: in Francia, in seguito al lavoro di una Commissione esterna, si è arrivati all’ammissione da parte del cardinale Jean-Pierre Ricard, ex arcivescovo di Bordeaux ed ex presidente della Conferenza episcopale francese, di avere abusato di una ragazzina14enne trentacinque anni fa. Ricard si è messo così a disposizione dell’autorità giudiziaria. Tutto questo in Italia purtroppo non sta avvenendo.

    La risposta ai casi accertati

    In ogni caso, a seguito della trasmissione della segnalazione da parte dei Centri di ascolto, la CEI ha reagito con una indagine sugli stessi casi che ha portato prevalentemente a dei “provvedimenti disciplinari” e dunque ad una trasmissione degli stessi provvedimenti al Vaticano. Quali siano esattamente i provvedimenti non è stato specificato, anche se si presume che tutti i sacerdoti coinvolti, a prescindere dalla gravità dell’accusa, siano stati sospesi dai rispettivi incarichi. Su di essi si aprirà un processo canonico in Vaticano che potrà portare come massima pena, soprattutto nei casi di abusi sessuali, alla dimissione dallo stato clericale. Già in passato alcuni sacerdoti italiani hanno subìto questa pena.

    Fra tutti si ricorda il caso del sacerdote don Mauro Inzoli. Nel maggio del 2017 fu la Dottrina della Fede a comunicare la decisione presa direttamente da Papa Francesco. Inzoli era stato condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque ragazzi, il più piccolo di 12 anni e il più grande di 16 al momento dei fatti.

    In Italia non c’è l’obbligo di denuncia alle autorità civili dei casi. La CEI chiede ai vescovi delle diocesi di spingere le vittime a denunciare, ma non può obbligarle. Le denunce non le fa la CEI in automatico perché alcune vittime non vogliono denunciare. Per questo spesso i processi canonici si aprono senza che una denuncia alle autorità civili sia stata fatta. Infatti, può capitare che un prete dimesso dallo stato clericale per abusi non abbia una sentenza civile a suo carico. E, ovviamente, può anche accadere il contrario, e cioè che prima della pena canonica vi sia una sentenza del tribunale civile già in atto.

    La CEI, in generale, ai sacerdoti accusati propone percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati dal rapporto) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi).

    La distribuzione geografica

    La CEI non ha fornito indicazioni sulla distribuzione geografica dei casi. Nel rapporto, tuttavia si parla di una omogeneità dei casi in tutte le diocesi italiane. E si spiega come i centri di ascolto siano collocati in tutte le diocesi, anche se al Centro Italia corrisponde una percentuale di poco inferiore a quella di Sud e Nord. Dal punto di vista dimensionale, le diocesi con più centri sono soprattutto di medie dimensioni (tra 100 e 250’000 abitanti), seguite dalle diocesi di grandi (oltre 250’000) e piccole dimensioni (fino a 100’000).

    Le resistenze

    Fin dall’inizio dei tentativi, prima di Benedetto XVI poi di Francesco, di mettere in campo un’azione di tolleranza zero sulla pedofilia, la Chiesa italiana si è mostrata molto restia al cambiamento. Ancora oggi ci sono casi di preti accusati di abusi lasciati nel pieno delle loro funzioni. Ancora oggi ci sono vescovi che tendono a coprire. Negli ultimi anni, insieme, alcuni preti italiani sono stati condannati dall’autorità vaticana, ma la macchina della CEI è ancora ben al di là dall’essere oliata.

    Pochi giorni fa, ad esempio, è stata la procura di Siracusa ad aprire un’inchiesta su un prete cappellano militare denunciato di abusi. Ed anche se il vescovo ha dichiarato che al termine di un procedimento canonico, il 31 ottobre, il sacerdote, che dipende dall’Eparchia di Piana degli Albanesi, è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero, sembra invece che ancora celebri Messa. La vittima che lo ha denunciato ha dichiarato: “Nella Chiesa qualcuno lo protegge ancora”. E casi simili ce ne sono stati altri. Recentemente è stata Repubblica a riportare la testimonianza di una vittima di un prete italiana che ha raccontato di abusi subìti per anni: “Il sacerdote è ancora vivo – ha detto – e non è mai stato sanzionato”.

    I numeri

    In ogni caso anche i numeri presentati giovedì, per quanto parziali, dicono di una situazione non sanata. I casi segnalati, infatti, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 61 persone nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”. “Il profilo dei 68 presunti autori di reato – recita il rapporto – evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione”. “Circa la tipologia dei casi segnalati – si legge ancora -, è emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati (24), seguiti da toccamenti (21); molestie sessuali (13); rapporti sessuali (9); esibizione di pornografia (4); adescamento online (3); atti di esibizionismo (2)”. Le segnalazioni “fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%)”. “Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%)”.

    https://www.rsi.ch/news/mondo/Abusi-nella-chiesa-numeri-che-non-convincono-15812386.html

  • Vaticano, documenti top secret sollevano dubbi sulla porpora del neo cardinale di Como, diede protezione a un prete pedofilo

    Vaticano, documenti top secret sollevano dubbi sulla porpora del neo cardinale di Como, diede protezione a un prete pedofilo

    di Franca Giansoldati – Città del Vaticano – Sul web sta girando un imbarazzante documento top secret, fatto uscire dalla Congregazione della Fede, in cui emerge la tendenza di alcuni vescovi a dare copertura ai preti pedofili e cercare di proteggerli per evitare loro la pena massima canonica, la riduzione dallo stato clericale. A rendere ancora più scottante la faccenda è che questi fogli pubblicati interamente su un sito para-vaticano (www.silerenonpossum.it) hanno come protagonista il vescovo di Como, Oscar Cantoni che Papa Francesco ha appena elevato al rango di cardinale all’ultimo concistoro. Mentre in Belgio il vescovo salesiano Van Looy, inserito in un primo momento nella lista dei futuri cardinali, ha dovuto rinunciare alla porpora perchè si è scoperto che in passato aveva insabbiato casi di abusi, per il vescovo di Como la cerimonia di cardinalizia è filata via liscia come l’olio, nonostante la documentazione giacente negli archivi off-limit della Congregazione della Fede.

    Alcuni anni prima il tribunale interno si era dovuto occupare del caso scabroso di un prete lombardo, Mauro Inzoli condannato nel 2016 dal tribunale civile di Cremona a 4 anni e 9 mesi per violenze commesse su cinque ragazzini (il più piccolo aveva 12 anni e il più grande 16). Sentenza poi confermata anche in Cassazione. In Vaticano, si aprì parallelo il processo canonico, e il vescovo Cantoni veniva interpellato perchè si trattava di uno dei preti della sua diocesi e di cui era il diretto responsabile. Nell’istruttoria vaticana furono raccolte denunce per 11 minori maschi e due ragazzine.

    Inzoli davanti al tribunale vaticano ha ammesso i delitti ma Cantoni pochi mesi dopo firmava un decreto che pur condannando Inzoli, si limitava ad una pena di soli 5 anni, invocando presso i suoi fedeli uno spirito ecclesiale per «accompagnare maternamente i suoi figli anche quando sbagliano, piuttosto che far prevalere giudizi di condanna». Di dimissioni dallo stato clericale nemmeno l’ombra.

    Una posizione che la Congregazione della Fede ritenne insufficente tanto da chiedere al vescovo di riformulare il decreto inserendo la dimissione dallo stato clericale. Cosa che Cantoni fece ma don Mauro Inzoli fece appello anche se il tribunale interno del riesame (alla Congregazione) rigettò la richiesta a larghissima maggioranza. A questo punto, dietro le quinte, don Inzoli e Cantoni andarono a perorare la causa direttamente a Papa Francesco che avocò a sé l’incartamento stabilendo che quel prete «in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo» aveva solo l’obbligo di seguire «una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza» escludendo però la pena più grave. Don Inzoli sarebbe rimasto prete.

    Così nel giugno 2014 il Papa dava mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di emettere un decreto con il quale di fatto “salvava” don Inzoli e gli imponeva solo pene temporali. Purtroppo questa decisione in futuro si rivelò un disastro perchè produsse altro male. A causa del provvedimento concesso da Papa Francesco Inzoli potè continuare ad abusare di alcuni minori, come successivamente arrivò alla Congregazione della Fede.

    E’ sarà solo a questo punto che Papa Francesco è costretto ad intervenire nuovamente per dimettere finalmente dallo stato clericale don Inzoli. La sequenza dei fatti, certificata all’interno di un dossier di documenti alto così, non ha impedito al pontefice a dare la berretta cardinalizia a Oscar Cantoni, un vescovo intevenuto per proteggere inizialmente un abusatore assai chiacchierato, chiamato anche ‘don Mercedes’ per la passione per le auto di lusso e per anni direttore del Banco Alimentare.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_cardinale_como_abusi_papa_francesco_concistoro_don_mauro_inzoli-6909794.html?refresh_ce

  • IL CARDINALE CANTONI VOLEVA “SALVARE” IL PEDOFILO INZOLI

    IL CARDINALE CANTONI VOLEVA “SALVARE” IL PEDOFILO INZOLI

    Mentre in Belgio il vescovo salesiano Van Looy ha rinunciato alla nomina cardinalizia, consapevole che sarebbe scoppiato un caso che avrebbe creato non pochi grattacapi al Papa, in Italia Oscar Cantoni è stato celebrato da tutta la stampa locale e nazionale come unico cardinale elettore italiano di questo concistoro. Basta scorrere le pagine dei giornali lombardi per vedere quanto incenso è stato speso per un uomo che, parafrasando il vescovo Delpini, non si è ancora capito per quale motivo sia stato elevato alla dignità cardinalizia. Una risposta pare esserci e assomiglia molto alla vicenda Zanchetta.

    Le medesime “colpe” che potevano essere contestate a Van Looy sono le medesime che troviamo nello scarno curriculum di Oscar Cantoni. Non solo il vescovo di Como ha ordinato sacerdote, don Martinelli, giovane che era conosciuto in tutto lo Stato della Città del Vaticano per i suoi modi ben poco amabili e con pesanti accuse di molestie su un confratello, ma, nella vicenda che vede protagonista don Mauro Inzoli, Cantoni voleva salvarlo dandogli solo 5 anni di “pena medicinale”.

    La vicenda Inzoli

    Il 29 giugno 2016, don Mauro Inzoli, per quindici anni presidente del Banco Alimentare, veniva condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque minorenni. Il più piccolo aveva 12 anni e il più grande 16. In ambito canonico il procedimento nei confronti del sacerdote era partito da un bel pezzo. Ed un ruolo chiave lo ebbe proprio Oscar Cantoni, allora vescovo di Crema, diocesi dove il sacerdote era incardinato.

    La sentenza della Congregazione per la Dottrina della Fede (oggi Dicastero) dice chiaramente “il 21 luglio 2011 questo Dicestero affidò al Vescovo di Crema, quale proprio Delegato, il compito di svolgere un processo penale amministrativo ex can. 1720 CIC nei confronti del chierico”.  A capo della diocesi di Crema c’era proprio Oscar Cantoni, il quale ricevette le denunce nei confronti di don Mauro Inzoli già nel 2010.

    Il Cardinale Muller continua: “nell’istruttoria furono raccolte le denunce di 11 minori maschi, due minori femmine ed emersero gli indizi di possibili abusi su altri sette minori”. Stiamo parlando di venti minorenni! 

    Alle contestazioni Inzoli risponde confessando. “Vista la parziale confessione dei fatti addebitati da parte del reo e la sua impossibilità di presentare elementi a proprio discolpa, nonché considerate la gravità e imputabilità dei delitti, che, manifestando una strategia diuturna e costante, per quanto influenzata dalla struttura psicologica della persona, era chiaramente riferibie a dolo, il Vescovo di Crema – dopo essersi consultato con i propri Assessori – ritenne raggiunta la necessaria certezza morale circa il compimento degli abusi”. Quindi, Inzoli confessa e il Vescovo Oscar Cantoni ritiene che gli abusi sono stati perpetrati. 

    Nonostante questo, Cantoni firma un decreto, il 25 agosto 2012, che condanna Inzoli ad una pena di soli 5 anni. Addirittura si rivolgeva ai fedeli di Crema dicendo: la finalità dello “spirito ecclesiale è sempre di accompagnare maternamente i suoi figli, anche quando sbagliano, piuttosto che far prevalere giudizi di condanna”. 

    Sì, le accuse nei confronti del sacerdote furono ritenute da Cantoni provate ma non pensò di dimetterlo dallo stato clericale. Gli impose di vivere fuori dalla diocesi di crema, gli tolse ogni impegno pastorale e gli impose la celebrazione della Santa Messa in privato. Per soli 5 ANNI.

    Per fortuna gli atti del processo, come prevedeva il Motu Proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela, dovevano essere trasmessi alla Congregazione per la Dottrina della Fede per ottenere conferma del decreto. Il 09 novembre 2012 (regnante il Sommo Pontefice Benedetto XVI) la Congregazione si rivolge al vescovo Oscar Cantoni e dice: “considerata la gravità, la diuturnità e la continuità degli abusi perpetrati” devi riformulare il decreto imponendo la pena della dimissione dallo stato clericale e non le pene temporali che hai dato. 

    Il Cardinale Gerhard Ludwig Müller e il suo Dicastero, sostanzialmente dicevano a Cantoni: se è provato il delitto, se ha confessato, se ha anche reiterato il tutto, per quale assurdo motivo bisognerebbe essere clementi? La domanda quindi è: perchè Cantoni voleva salvare don Mauro Inzoli nonostante avesse la certezza che aveva abusato di minori? 

    Solo dopo che la Congregazione glielo impose, Cantoni emise il decreto di dimissione allo stato laicale di don Mauro Inzoli. Il sacerdote, il 30 gennaio 2013, fece ricorso alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede e i Membri, il 29 maggio 2013, lo rigettarono con 14 voti a favore, 1 astenuto e 1 contrario.

    La richiesta al Papa

    Inzoli non si scoraggiò e grazie anche al suo vescovo, riuscì ad arrivare al Papa. Francesco, eletto da pochissimo, decise di fregarsene altamente di ciò che decise la Congregazione e avocò a sè la causa. Non solo, addirittura decise di concedere ad Inzoli il perdono, proprio come voleva Cantoni, e “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo”, invitava Mons. Inzoli “a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza”. Pertanto, il Pontefice non imponeva la pena più grave ad un prete pedofilo ma, addirittura, lo salvò “dalle grinfie” della Congregazione per la Dottrina della Fede. 

    L’ex Sant’Uffizio rimase sconvolto. Con tutto ciò che stava emergendo in merito agli abusi sessuali commessi dai presbiteri, il Papa appena eletto graziava un sacerdote che aveva abusato una ventina di bambini? “Rimanemmo sbalorditi quando ci arrivò la richiesta, da parte del Papa, di emettere il decreto 665/2010. Evidentemente qualcuno ebbe accesso privilegiato a Santa Marta” riferisce a Silere non possum uno dei quattordici votanti della Congregazione.

    «Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro», diceva così Francesco alla Pontificia Commissione per la Tutela dei minori nel 2017. Eppure il 06 giugno 2014 il Papa dava mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di emettere un decreto con il quale salvava don Inzoli e gli imponeva solo delle pene temporali proprio come gli chiese il Vescovo Oscar Cantoni, oggi promosso cardinale di Santa Romana Chiesa. 

    Quella firma Francesco l’ha messa eccome. Già nel 2014 il Papa si affidava al giudizio degli amici e non di chi, con competenza, tentava di mettere fine agli abusi sui minori commessi da un uomo potente.

    Costretto a tornare sui suoi passi

    A Francesco era stato detto che Mons. Inzoli aveva la passione per il lusso, il suo soprannome era “don Mercedes”, ma decise comunque di salvare quel prete che aveva sulla coscienza la vita di numerosi giovani di cui aveva abusato rovinando la loro vita per sempre. Il giudice italiano scriveva che Inzoli abusava dei minori “approfittando con spregiudicatezza della propria posizione di forza e di prestigio, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso così confondendo ulteriormente i giovani”. 

    Solo dopo che il vescovo Oscar Cantoni uscì di scena, vennero raccolte ulteriori testimonianze ed emerse che Inzoli aveva reiterato gli abusi nonostante le pene che gli erano state comminate (come ha riferito lo stesso Pontefice alla Pontificia commissione per la tutela dei minori nel 2017). Sostanzialmente, proprio grazie ai provvedimenti che Francesco gli concesse, Mons. Inzoli potè continuare ad abusare di alcuni minori. Il nuovo vescovo di Crema, Daniele Gianotti, raccolse le testimonianze e le inviò a Roma. A quel punto il Papa non potè far altro che dimettere dallo stato clericale Mons. Inzoli. Ma sulla coscienza il Papa ha la vita di quei giovani che fra il 2014 e il 2017 si ritrovarono ancora Inzoli fra le coperte.

    Per gli amici non ci son santi in paradiso

    In Cassazione don Mauro Inzoli è stato condannato a 4 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione. In Italia il processo si era ridotto a contestare gli abusi su cinque ragazzi, per via della prescrizione: il più piccolo di 12 anni, il più grande di 16, il tutto avvenuto fra il 2004 e il 2008.

    Nonostante questo episodio, il quale si aggiunge alla vicenda del Preseminario San Pio X, dove Cantoni ha dimostrato completa incompetenza, Francesco ha elevato il vescovo di Como alla dignità cardinalizia. Ancora una volta il Pontefice dimostra che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

    M.P.

  • La pedofilia dei preti italiani che i vescovi vogliono tenere nascosta

    La pedofilia dei preti italiani che i vescovi vogliono tenere nascosta

    Lo chiamavano don Mercedes. A Crema era un pezzo grosso di Comunione e Liberazione il parroco Mauro Inzoli; gli piacevano il lusso e le belle macchine, lo si vedeva spesso nei ristoranti alla moda, un sigaro cubano all’angolo della bocca.

    Aveva amicizie politiche importanti e poco senso del pudore: nel gennaio 2015 applaudiva insieme a Roberto Formigoni al convegno sulla famiglia tradizionale organizzato dalla Regione Lombardia, eppure già da anni molestava i ragazzini, come conferma la condanna definitiva per pedofilia del 2018. Li toccava persino durante la confessione, per rinnovare l’alleanza fra Abramo e Isacco descritta nell’Antico Testamento, diceva. La più piccola delle sue vittime aveva 12 anni.

    Una storia non certo unica. Secondo i dati raccolti dalla Rete L’Abuso, che monitora i casi di violenza sessuale nella Chiesa cattolica, nel nostro paese negli ultimi 15 anni si contano 325 sacerdoti denunciati per pedofilia, di cui 161 condannati in via definitiva.

    Questi numeri rappresentano solo piccola parte di un fenomeno sommerso e pervasivo, eppure non sembrano scuotere le istituzioni e la stampa. Ed è questa la ragione per cui chiediamo ai lettori di sostenere la grande inchiesta su “La violenza nella Chiesa italiana”.

    Nel paese che ospita il Vaticano, infatti, né il Parlamento né la Chiesa prendono iniziative per andare a fondo del problema. Il presidente della Conferenza episcopale Gualtiero Bassetti butta acqua sul fuoco assicurando che in Italia gli strumenti messi in campo a tutela dei minori funzionano bene e che presto sugli abusi sarà condotta un’indagine ma, sia chiaro, «gestita dall’interno della Chiesa».

    La società civile, però, non ha più voglia di aspettare: di fronte al silenzio ecclesiastico si è costituito Italy Church Too, un coordinamento di associazioni contro gli abusi nella Chiesa, che chiede subito una commissione d’inchiesta indipendente, come quelle che si sono appena formate in Spagna e in Portogallo.

    L’iniziativa nasce da donne impegnate in ambito cattolico e laico, determinate a rompere anche nel nostro paese il muro di omertà e a ottenere giustizia e risarcimenti per le vittime: sono scesi in campo l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, le Comunità cristiane di base e i periodici Adista, Tempi di Fraternità e Left. Tra loro anche Erik Zattoni, figlio di un prete (anche) pedofilo mai ridotto allo stato laicale nonostante l’esame del dna e le sue ammissioni.

    GLI SCANDALI DEGLI ULTIMI ANNI

    L’idea ha preso vigore dallo scandalo che all’inizio dell’anno ha coinvolto persino il papa emerito Benedetto XVI: un report dalla Baviera ha infatti rivelato che nella sola diocesi di Monaco e Frisinga, nell’arco di 74 anni sarebbero stati abusati 500 bambini e bambine fra gli 8 e i 14 anni e che Joseph Ratzinger, da cardinale, ne sarebbe stato al corrente.

    I dati di Monaco seguono quelli, talmente eclatanti da suscitare dubbi, del rapporto della commissione indipendente sugli abusi nella chiesa francese: dal 1950 si conterebbero 216 mila minori vittime di tremila preti, a cui si aggiungono altri 114 mila abusati da laici all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. In Nuova Zelanda la pedofilia riguarderebbe addirittura il 14 per cento del clero.

    Dallo scoop del Boston Globe, celebrato nel 2015 dal film Il caso Spotlight, che nel 2002 ha inchiodato la chiesa americana alle sue responsabilità, fino al Rapporto Ryan in Irlanda, che ha individuato ben 30 mila minori abusati negli oltre cento istituti cattolici nel paese, sono almeno vent’anni che la pentola è stata scoperchiata. L’Italia però rimane un buco nero. Le denunce vengono ignorate dalla Chiesa e le vittime finiscono inghiottite dal silenzio.

    Una storia simbolo è quella dell’Istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona: nel 2010 67 ex ospiti accusano numerosi sacerdoti della congregazione di averli sottoposti a molestie e violenze quando erano bambini, a partire dagli anni ’50.

    Tra i fatti denunciati c’è la dichiarazione di Gianni Bisoli, che afferma di essere stato abusato tra i 9 e i 15 anni da ben 16 fra preti e fratelli laici; sostiene anche di essere stato lasciato “a disposizione” di monsignor Giuseppe Carraro, all’epoca vescovo di Verona, e per il quale, a 32 anni dalla morte, è in corso il processo di beatificazione, dopo che nel 2015 è stato dichiarato “venerabile per l’eroicità della sua virtù” dalla Congregazione per le cause dei santi.

    Una commissione conoscitiva promossa dal Vaticano nello stesso 2010 non rileva (quasi) nulla dei reati denunciati, ormai comunque prescritti. Ma il responsabile dell’Istituto, don Nicola Corradi, trasferito nella sede argentina del Provolo, nel 2019 verrà condannato laggiù a 42 anni «per gravi e ripetuti abusi» di minori.

    MELE MARCE O SISTEMA CHE COPRE GLI ABUSI?

    I pedofili nella chiesa non sono “mele marce” come dicono le gerarchie ecclesiastiche. Quando si mettono insieme i tasselli del mosaico, dispersi nelle cronache locali e poi dimenticati, emerge un quadro di violenza endemica che riguarda ogni ambito della vita della Chiesa.

    Troviamo preti che approfittano del loro potere per allungare le mani sui ragazzini in sacrestia, durante le lezioni di catechismo o le prove del coro, in campeggio o nei centri estivi; alcuni sono guru di comunità di recupero e centri di ascolto, altri guidano scuole cattoliche.

    Molti sono i molestatori seriali in attesa di giudizio per induzione alla prostituzione minorile e violenza privata: sacerdoti che promettono cocaina in cambio di prestazioni sessuali e offrono pochi spiccioli e una ricarica del telefono in cambio di una marchetta o di un video hard. Con i cassetti o i pc pieni di materiale pedopornografico, circuiscono ragazzini non ancora adolescenti, meglio se con problemi psichici o provenienti da famiglie disagiate perché più indifesi: fanno loro credere che la mano che li fruga è una mano benedetta, che l’amore di Dio si esprime con lo spirito e con il corpo, che sono dei privilegiati.

    Gli stupri non di rado si protraggono per anni, a volte anche per decenni, lasciando segni indelebili nelle vittime, costrette spesso a fare i conti con le conseguenze fisiche e psicologiche delle violenza per il resto della vita.

    E la Chiesa istituzionale come reagisce? Cura, sostiene, protegge. Non le vittime ma i preti. La prassi consolidata quando viene segnalato un caso di pedofilia è sempre la stessa: non denunciare alle autorità ma evitare lo scandalo spostando il prete in un’altra parrocchia o ricoverandolo per un periodo in una delle inavvicinabili strutture per la riabilitazione dei preti sparse per l’Italia. Le autorità ecclesiastiche non hanno l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, tantomeno devono rendere conto degli esiti dei processi interni, così si trincerano dietro al silenzio.

    C’è addirittura chi, dopo una denuncia per pedofilia, riprende a fare il parroco sotto falso nome in un altro posto, come don Silverio Mura, prete della diocesi di Napoli, diventato don Saverio Aversano a Montù Beccaria, in provincia di Pavia.

    Lo denuncia la Rete L’Abuso nell’esposto in cui spiega che il sacerdote viene trasferito dopo una querela per pedofilia e che, grazie alla complicità della curia, continua a occuparsi di bambini e a ricevere la posta al nuovo indirizzo.

    La stessa associazione sottolinea che sono almeno 29 i vescovi coinvolti nell’occultamento dei reati: nel caso di don Giuseppe Rugolo, per esempio, dalle intercettazioni emerge che il vescovo di piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe provato a comprare il silenzio della famiglia della vittima con i soldi della Caritas. Ancora: monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, informato delle attenzioni che uno dei suoi parroci, don Mauro Galli, riserva a un ragazzo di 15 anni, ammette in interrogatorio di essersi limitato a spostarlo di sede per ben due volte.

    Il prete di Rozzano è stato condannato l’anno scorso dalla Corte d’Appello di Milano a cinque anni e sei mesi; il suo caso è stato anche posto all’esame della Congregazione per la dottrina della fede, dopo che il processo di primo grado al Tribunale ecclesiastico regionale si era risolto con un nulla di fatto per insufficienza di prove ma a oggi nulla si sa dell’esito. Scontato il debito con la giustizia dello Stato, don Galli potrebbe quindi tornare in parrocchia.

    NON SOLO PEDOFILIA

    Non ci sono soltanto gli abusi sui minori ma anche quelli sulle religiose. Già a metà degli anni Novanta due suore di ritorno dall’Africa inviano al Vaticano rapporti in cui sostengono che molte suore vengono stuprate da sacerdoti timorosi di prendere l’Aids dalle donne indigene; e se restano incinte vengono costrette ad abortire.

    Raccontano anche di un prete che officia il funerale di una donna morta in seguito all’aborto che lui stesso le ha procurato. Nel documento si sottolinea che la violenza sulle religiose non è soltanto una questione africana ma riguarda ben 23 paesi, fra cui l’Italia.

    In anni più recenti, la teologa Doris Wagner ha accusato il capo ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede padre Hermann Geissler (poi assolto dal Tribunale della Segnatura apostolica, il supremo tribunale di diritto canonico della Santa Sede) di averla violentata quando era suora dell’Opus Spiritualis Familia a Roma: «Ero giovane, credente e idealista: ero la vittima ideale per un prete», ricorda oggi. Dipendenti economicamente dalla congregazione a cui appartengono, costrette a tagliare i ponti con la famiglia, le suore sono schiacciate da un sistema clericale fondato sull’omertà; in Italia, chi prova a denunciare non ottiene nulla se non di essere discriminata o addirittura allontanata dalla comunità. Ancora una volta, in caso di una segnalazione di abuso, a venire protetto è il prete.

    La Chiesa italiana, che è riuscita fino ad oggi a non reagire alla crisi che la minaccia dall’interno, rimanendo fedele a una casta maschile sorda ai richiami sulle discriminazioni di genere e restia a cedere parte del suo potere, come risponderà alla richiesta di istituire finalmente un’indagine indipendente sugli abusi?

    A fine maggio si terrà l’assemblea generale della Cei per il rinnovo dei vertici, e il cardinale Bassetti pare avere tutte le intenzioni di passare la patata bollente al suo successore.

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  • “Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio” (2017) e i silenzi di Francesco. Nega di aver ignorato gli abusi di preti a Buenos Aires e di aver tentato di influenzare la giustizia argentina

    “Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio” (2017) e i silenzi di Francesco. Nega di aver ignorato gli abusi di preti a Buenos Aires e di aver tentato di influenzare la giustizia argentina

    TRATTO DA http://www.korazym.org di Vik van Brantegem

    Ieri, 19 gennaio 2020 abbiamo letto un’affermazione che – per amore di verità e per dovere di cronaca – non possiamo lasciare inosservato (senza entrare in cose laterali, che meriterebbero una parola, il minimo è osservare che l’autore del docufilm del 2017 non si chiama Boudat, ma Boudot, errore copiato da Domina TV Multilingual, che l’ha copiato da Complicit Clergy).

    Nel suo blog su Libero Quotidiano, sotto il titolo Il documentario sulla tedesca ZDF: papa Francesco ignorò gli abusati e difese il pedofilo. Bergoglio nega, ma “carta canta” Andrea Cionci scrive: «Nel 2018, la tv di stato tedesca ZDF ha mandato in onda uno sconvolgente documentario di Martin Boudat intitolato “Il Codice del Silenzio”, mai arrivato in Italia. Ora, il canale Youtube Domina Tv Multilingual ha provveduto a sottotitolarlo in italiano e ve lo proponiamo in esclusiva. Il video afferma che Bergoglio, da Arcivescovo di Buenos Aires, non solo abbia del tutto ignorato e rifiutato di ricevere sette persone abusate da preti, ma abbia anche promosso – tentando di orientare il giudizio della Corte d’Appello argentina – una potente difesa del prete pedofilo Julio Caesar Grassi, condannato a 15 anni di reclusione per abusi su minori dai 9 ai 17 anni di età. Grassi è tuttora recluso in Argentina. Fino ad oggi, nonostante il documentario e una petizione, Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente».

    Vero è, che Domina Tv Multilingual ha pubblicato (l’8 gennaio 2022) sul proprio canale YouTube (con 388 iscritti) una parte del video nella versione inglese con sottotitoli (per vedere i sottotitoli in italiano, attivare la funzione):

    Estratto dal documentario del 2017 “Sex Abuse in the Church: The Code of Silence” (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) di Martin Boudot.
    «Questo segmento afferma che Papa Francesco, in qualità di Arcivescovo di Buenos Aires, ha ignorato le richieste di giustizia delle vittime di abusi nella sua diocesi. Pervertire il corso della giustizia è reato consistente in qualsiasi condotta diretta ad impedire che venga resa giustizia all’autore del reato o ad altra persona. Si tratta di un reato grave che prevede la reclusione fino a 25 anni».

    Ricordiamo che di questa storia abbiamo scritto in modo esaustivo già 10 mesi fa, il 22 marzo 2021 [Si dimette il Vescovo argentino Cuenca Revuelta, complice di abusi. Caso Grassi e caso Zanchetta. Il codice del silenzio del Cardinale Bergoglio. Le presunte bugie e le protezioni di Papa Francesco], offrendo anche il link all’estratto dal docufilm francese di Martin Boudot Abusi Sessuali nella Chiesa: Il Codice del Silenzio, pubblicato il 5 settembre 2018 da Complicit Clergy sul proprio canale YouTube (con 61.500 iscritti):

    Estratto dal documentario del 2017 “Sex Abuse in the Church: The Code of Silence” (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) di Martin Boudot.
    «Questo segmento afferma che Papa Francesco, come Arcivescovo di Buenos Aires, ha ignorato le richieste di giustizia delle vittime di abusi nella sua diocesi».

    Inoltre, già 6 mesi prima, il 23 settembre 2018, l’amico e collega Aldo Maria Valli aveva diffuso lo spezzone (sempre da Complicit Clerty) sul suo blog Duc in altum, all’interno di un articolo, che di seguito riportiamo. Valli parte da una lunga inchiesta dedicato al papato di Francesco del settimanale tedesco Der Spiegel, che riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”. Gli inviati di Der Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. Secondo Der Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. “Nel 2006 – riferisce Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.

    Anche se va riconosciuto il merito a Cionci di aver rispolverato il caso, dove sta l’esclusiva non abbiamo capito. Sostanzialmente lo spezzone video che riporta è stato diffuso l’8 gennaio 2022 da Domina Tv Multilingual (15’56”) nella versione inglese con aggiunto di sottotitoli ed è lo stesso di quello diffuso il 5 settembre 2018 da Complicit Clercy (11’56”, escluso l’intervista con Padre Hans Zollner all’inizio, non attinente al quanto segue nello spezzone), sempre nella versione inglese.

    Questo docufilm, rilasciato il 21 marzo 2017 in Francia, diretto da Martin Boudot e prodotto da Premières Lignes Télévision, con la distribuzione mondiale di JAVA Films, nella versione originale (inglese e francese) è lungo 52’ [QUI].

    La presentazione ufficiale
    di Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio
    21 marzo 2017
    Regia di Martin Boudot

    Nonostante la sua diffusa esposizione negli ultimi anni, il flagello della pedofilia nella Chiesa Cattolica Romana continua. La gerarchia della Chiesa è esperta nel mascherare i casi di abuso e nel proteggere i colpevoli attraverso il trasferimento. Sex Abuse in the Church: The Code of Silence esplora questi insabbiamenti sistemici.

    L’indagine conduce i realizzatori attraverso Camerun, Argentina, Italia e Stati Uniti. Scoprono una cospirazione del silenzio e dell’ingiustizia che è pienamente sanzionata da coloro che sono considerati protettori. I membri del clero che sono stati accusati di abusi sessuali su minori vengono troppo spesso trasferiti in altre Chiese in tutto il mondo e il loro accesso ai bambini rimane costante.

    La portata dell’epidemia è chiarita nei primi momenti del film. I realizzatori partecipano a un incontro annuale di vittime di abusi chiamato SNAP-Survivors Network of those Abused by Priests(Rete dei sopravvissuti di coloro che sono stati abusati dai sacerdoti). Lì incontrano molte centinaia di adulti che convergono nell’attivismo contro le strutture che da giovani permettevano i loro abusi. I partecipanti viaggiano da luoghi come il Cile, le Filippine e la Germania.

    In Francia, la troupe del documentario rintraccia un prete accusato, ricercato dalle forze dell’ordine canadesi da quasi due decenni. È uno degli innumerevoli sacerdoti che sono stati protetti dalla Chiesa e nascosti dalla giustizia per i loro crimini.

    La cospirazione porta al vertice della struttura del potere all’interno della Chiesa. L’indagine coinvolge Papa Francesco esponendo il ruolo cruciale che ha svolto nella protezione di un molestatore sessuale duranti il suo ministero come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires.

    Il docufilm presenta anche interviste con informatori la cui lealtà alla Chiesa è stata corrosa dallo scoppio di questi scandali di abusi sessuali e funzionari che sono stati assegnati a commissioni progettate per frenare gli episodi di abusi nella Chiesa.

    Generazioni di vittime si sono fatte avanti per descrivere i loro anni di abusi e traumi persistenti per mano di sacerdoti che conoscevano e di cui si fidavano. La speranza era che la Chiesa Cattolica Romana imponesse una serie di norme che mettessero effettivamente fine a questi orrori. Il docufilm Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio dimostra che c’è ancora molta strada da fare.

    Trailer del docufilm Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio (2’ 19“).

    Abbiamo pubblicato nostro articolo sul caso il 22 marzo 2021, due giorni dopo che la Sala Stampa della Santa Sede aveva reso noto che Papa Francesco aveva accettato la rinuncia del Vescovo di Alto Valle del Río Negro in Argentina, Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta, il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa (condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore) e che ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, condannato per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori, sostenendo che era innocente.

    Riportiamo di seguito quanto abbiamo scritto il 22 marzo 2021 sul caso Cuenca-Bergliaffa-Grassi (con una nota sul caso Zanchetta) e sul documentario Sex Abuse in the Church: The Code of Silence (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) prodotto da Martin Boudot nel 2017 e diffuso nel 2018 (i link contenuto nell’articolo si trovano nell’originale [QUI]).

    * * *

    Estratto da Si dimette il Vescovo argentino Cuenca Revuelta, complice di abusi. Caso Grassi e caso Zanchetta. Il codice del silenzio del Cardinale Bergoglio. Le presunte bugie e le protezioni di Papa Francesco – 22 marzo 2021

    Poi, il 20 marzo 2021 è arrivata la notizia dall’Argentina, comunicata dal Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede N. 170: “Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Alto Valle del Río Negro (Argentina), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta”. Nel 2020, a causa del levarsi delle proteste all’interno della Diocesi di Alto Valle del Rio Negro, in Argentina, il Vaticano aveva deciso una visita apostolica per verificare i fatti. L’esito di quella ispezione è arrivato il 20 marzo 2021.

    Mons. Cuenca è il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa, condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore.

    Mons. Cuenca ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, sostenendo che era innocente, un giorno dopo che una sentenza della Corte suprema di Buenos Aires ha ratificato la sua condanna per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori.

    Mons. Cuenca ha rifiutato di dare la benedizione alla famiglia di Lucas Muñoz, l’ufficiale di 29 anni assassinato a Bariloche a metà del 2016, la cui morte ha portato alla decapitazione del vertice della polizia locale a causa del forte sospetto della sua partecipazione al fatto. La denuncia della morte violenta di Muñoz ha portato alla luce un patto di silenzio e una catena di insabbiamenti, conferma il giudice Marcelo Barrutia.

    Il salesiano Julio César Grassi (Lomas de Zamora, 14 agosto 1956), fondatore della Fondazione Felices los Niños, che gestisce case per bambini adottivi e mense per i poveri, è stato condannato dalla giustizia argentina il 10 giugno 2009 a 15 anni di carcere, per abusi sessuali aggravati su minori e corruzione di minori.

    Era noto per essere un prete dei media che appariva spesso in programmi televisivi per raccogliere fondi per la Fondazione. Il primo caso per abuso sessuale è stato presentato nel 1991 presso il Tribunale per i minorenni di Mercedes, ma solo dopo 22 anni, dopo molti andirivieni con Grassi libero, l’accusa ha disposto la sua reclusione. Minacce, intimidazioni, percosse e attacchi fisici e verbali sia contro i querelanti che contro i testimoni erano una costante in questo caso. Quattro anni dopo la sua condanna, quando finalmente è stato carcerato, la Diocesi di Morón ha dichiarato che stava per iniziare un processo canonico. sebbene sembra che nulla di tutto ciò sia accaduto finora.

    Inoltre, Grassi è stato condannato ad altri due anni di reclusione per il delitto di appropriazione indebita di fondi della Fondazione e per deviazione di donazioni a proprio vantaggio. Nel luglio 2014 il Direttore delle case della Fondazione Felices los Niños, Juan Manuel Casolati, lo ha denunciato alla Procura di Morón, per il furto del cibo dei bambini e le donazioni della Fondazione, che gli venivano inviate settimanalmente. Invece di andare alla Fondazione Grassi si permetteva una vita di “lusso”, mentre i bambini ne avevano un disperato bisogno.

    Grassi fu messo agli arresti domiciliari il 7 marzo 2012 e ha riacquistato la sua libertà il 31 maggio successivo. Infine, la giustizia argentina ha ordinato la sua detenzione definitiva in settembre 2013. Da allora, sta scontando la pena nel padiglione 6 dell’Unità Penitenziaria N. 41 a Campana, in provincia di Buenos Aires. Un tribunale penale ha stabilito che il profilo DNA di Grassi fosse incorporato nel Registro nazionale dei dati genetici legato ai reati di natura sessuale. Il registro, che dipende dal Ministero della Giustizia Nazionale, è stato creato nel luglio 2013 e incorpora tutti i dati personali di persone condannate per reati sessuali.

    Il 21 marzo 2017 la Corte Suprema della Repubblica Argentina, all’unanimità, ha respinto i ricorsi presentati dalla difesa e ha confermato la sentenza che aveva condannato Grassi a 15 anni di reclusione “per abusi sessuali aggravati dall’essere sacerdote, incaricato dell’educazione e della cura del vittima minore, ha ribadito, due fatti, in reale concorrenza tra loro, che a loro volta concorrono formalmente alla corruzione aggravata dei minori”.

    Papa Francesco è stato accusato in un documentario francese del 2017 di aver ignorato e coperto gli abusi sacerdotali mentre era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires. Il docufilm sostiene questa e altre tesi, come il fatto che Papa Francesco abbia provato (senza successo) a difendere il prete pedofilo Grassi, che è stato poi condannato con la sentenza emessa nel 2009 in primo grado, confermata in secondo grado dalla Cassazione, e poi anche in terzo grado dalla Corte Suprema nel 2017. Un segmento di questo documentario – Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio – indaga sull’affermazione di Bergoglio, che gli abusi sessuali non sono mai avvenuti nella sua arcidiocesi.

    Il giornalista investigativo Martin Boudot si è recato a Buenos Aires per scoprire se il Papa diceva la verità. Contraddicendo l’affermazione del Papa, un gruppo di vittime ha affermato di aver subito abusi sessuali mentre il Cardinale Bergoglio, ora Papa Francesco, era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires e hanno detto a Boudot che le loro grida di giustizia erano state ignorate. “Riguardo ai preti pedofili, nel suo libro Papa Francesco dice che non ci sono stati casi nella sua diocesi”, ha detto Boudot, suscitando risate derisorie dal gruppo. “Vuole che la gente lo creda, ma è una bugia”, ha detto una delle vittime. Hanno detto che tutti hanno cercato di contattare l’Arcivescovo dopo aver subito abusi, ma le loro grida sono cadute nel vuoto. “Ha ricevuto tutte le celebrità, come Leonardo DiCaprio”, ha detto una delle donne. “E per noi, nemmeno una breve lettera per dire che era dispiaciuto”.

    Ancora peggio, Bergoglio ha cercato di influenzare il sistema giudiziario argentino nel tentativo di proteggere Julio Grassi.

    Il documentario diretto da Martin Boudot nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia. Il lavoro di Boudot si concentra sui molti preti accusati di abusi su minori coperti da una cappa di compiacenza e silenzio all’interno delle diocesi: invece che essere sospesi o radiati, spesso i vescovi decidevano di trasferirli, per evitar loro di poter essere incriminati. La seconda parte del docufilm è tutta concentrata sulla figura del Cardinale Jorge Maria Bergoglio.

    Boudot parte da una frase contenuta nel libro Il cielo e la terra, scritto a quattro mani dal futuro Papa con il Rabbino Abraham Skorka. Nel volume Bergoglio afferma che nella sua diocesi non c’erano preti pedofili (citazione che si trova a pagina 50 della versione inglese). “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”. E a un vescovo che si era trovato a dover gestire un prete pedofilo, Bergoglio avrebbe consigliato di “non permettergli di esercitare il ministero”.

    Peccato che, una volta diventato Papa, secondo il documentario, Bergoglio avrebbe ignorato proprio quel suo consiglio. Come nel caso di Don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, condannato per abusi, rimosso da Papa Benedetto XVI e che dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto Papa Francesco.

    Ma Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua Arcidiocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio della Fondazione Felices los Niños, che dirigeva. Almeno sei delle vittime di Grassi, che ora sta scontando una pena di 15 anni, si sarebbero rivolte al futuro Papa Francesco, che non avrebbe mai risposto alle loro richieste d’aiuto.

    Ma nel documentario c’è un’accusa ancora più pesante: qualcuno infatti sostiene che Bergoglio abbia provato a deviare il corso della giustizia. “La Chiesa argentina ha fatto tutto quello che era in suo potere per scagionarlo”. Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime, la Conferenza Episcopale Argentina nel 2010 ha commissionato uno studio a un professore di diritto penale. L’inchiesta – un dossier in 4 volumi e 2.000 pagine – concludeva che Grassi era innocente, che le sue vittime mentirono e che il caso non avrebbe dovuto andare a processo.

    Come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires, il Cardinale Bergoglio non aveva alcuna responsabilità diretta per Grassi, perché era sotto giurisdizione del Vescovo di Morón. Ma il Cardinale Bergoglio era Presidente della Conferenza Episcopale Argentina, che aveva commissionato lo studio, e ha spedito il dossier ai giudici subito prima degli interrogatori di Grassi. Carlos Mahiques, oggi giudice della Corte Suprema, che ha trovato il dossier sulla sua scrivania: “Hanno provato a esercitare una sottile forma di pressione sui giudici”.

    Nel 2006, il futuro Papa è stato citato dalla rivista argentina Veintitres nell’affermare che le accuse contro Grassi erano “cattiveria contro di lui, una condanna da parte dei media”. Nonostante la sentenza del tribunale civile, non si ha notizia che Grassi sia stato dimesso dallo stato clericale.

    Un’altra delle vittime che parla con Boudot lascia intendere che Grassi aveva la protezione dell’Arcivescovo metropolita di Buenos Aires: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”.

    Lo staff di Boudot ha provato per 8 mesi a ottenere un’intervista con il Pontefice. Senza risultato. Poi, si sono presentati anche in piazza San Pietro durante un’Udienza generale. Nel filmato si vede il Pontefice regnante che risponde a una domanda precisa sul caso Grassi e nega di aver mai commissionato una contro-inchiesta sul caso. Élise Lucet, giornalista d’inchiesta per Cash Investigation domanda: “Santità, durante il caso Grassi lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il Pontefice si è fermato, e si è fatto ripetere la domanda. Poi ha risposto: “No”. La giornalista incalza: “Allora perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. Al che Papa Francesco, con un gesto eloquente della mano, ha replicato: “Non l’ho mai fatto”, e si è allontanato. Questo è tutto. Il Papa, né la Santa Sede hanno mai commentato sul caso Grassi.

    Mentre il summit di Papa Francesco sugli abusi sessuali in febbraio 2019 era in corso nella Città del Vaticano, in Argentina continuavano a svilupparsi due casi di cattiva condotta sessuale da parte di sacerdoti a lui vicini: il caso del salesiano Julio César Grassi (di cui abbiamo riferito già) e il caso del Vescovo Gustavo Óscar Zanchetta.

    Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Gustavo Óscar Zanchetta, Vescovo emerito di Orán, abita alla Domus Sanctae Marthae. Tutte le mattine si reca a piedi al Palazzo Apostolico e sempre a piedi fa rientro alla Domus per l’ora del pranzo. Zanchetta cammina a testa alta sotto la luce del sole, come per altro abbiamo già scritto in passato, il 21 novembre 2020: «Il “Mastro Titta dei giorni nostri” – non si serve più d’er boia, opera in proprio – esegue processi sommari, dove la presunzione d’innocenza esiste solo per tipi come il suo amico Gustavo Zanchetta, già condannato in Argentina, ma libero in Vaticano di mostrare il suo bel faccione sorridente ogni giorno dalla Domus Sanctae Marthae fino al Palazzo Apostolico andata e ritorno, come nulla fosse, esponendo alla luce del sole una croce pettorale da vescovo che tutti i dipendenti dello Stato della Città del Vaticano possono ammirare, come la sua faccia di bronzo (per rimanere signorili) sorridente».

    I silenzi di Francesco
    di Aldo Maria Valli
    Duc in altum, 23 settembre 2018

    In Vaticano “regna un clima di paura e di incertezza”. “Francesco è molto bravo nel mettere in moto le cose, ma alla fine ci sono solo oscillazioni”. “Fin dall’inizio non ho mai creduto a una sua parola”.

    Voci uscite dal Vaticano. Voci anonime. Sappiamo solo che tra esse c’è anche quella di un cardinale. Il giornale che le pubblica è il tedesco Der Spiegel, che dedica al papato di Francesco una lunga inchiesta.

    Dunque, stando a queste testimonianze, in Vaticano il clima sarebbe di paura ma anche di incertezza. Paura perché chi è critico si sente sotto controllo, non libero di esprimere le proprie valutazioni. Incertezza perché spesso, come nel caso della comunione per i coniugi protestanti dei cattolici (questione molto avvertita in Germania), non c’è una linea chiara.

    Il quadro che emerge dall’inchiesta contrasta con l’immagine pubblica del papa argentino e del suo pontificato. A dispetto delle richieste, più volte avanzate da Francesco, di parresia, ossia di libertà e coraggio nell’esprimere le proprie idee, anche in contrasto con quelle del papa, nei sacri palazzi dominerebbe non la trasparenza, ma il sospetto. Il giornale riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della commissione vaticana per la tutela dei minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”.
    Der Spiegel non è certamente noto per la pacatezza dei suoi giudizi. Tempo fa, per esempio, l’ambasciata d’Italia in Germania fu costretta a protestare per un articolo nel quale il giornale tedesco lanciava un durissimo attacco al nuovo governo italiano (“promette agli italiani il paradiso in terra ma vuol far pagare il conto ai vicini”, l’Italia è un “paese di scrocconi”), tuttavia i risultati dell’inchiesta coincidono con le valutazioni che, sia pure a mezza bocca e sempre dietro rigoroso anonimato, arrivano sempre più spesso dai sacri palazzi.

    Uno dei problemi di maggiore portata, riferisce il giornale, è il silenzio dietro al quale il papa si trincera davanti a questioni che non possono essere ignorate. Ha taciuto di fronte alle critiche mosse dai quattro cardinali con i dubia, ha taciuto di fronte al memoriale dell’arcivescovo Viganò, ha taciuto di fronte alla petizione di migliaia di donne cattoliche che gli hanno scritto chiedendogli di rispondere chiaramente alle osservazioni dell’ex nunzio negli Usa. “Il papa – si chiede dunque il giornale – è ancora padrone della situazione?”.

    Gli inviati dello Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. L’abuso avvenne in una tenda, durante un campeggio di bambini, approfittando del sacramento della confessione.

    Julieta, originaria di La Plata, non lontano da Buenos Aires, solo in seguito ha scoperto che padre Giménez era già stato trasferito a causa di precedenti accuse di abuso su minori.

    Nel 2013, qualche mese dopo l’elezione di Bergoglio, Julieta e altre tredici vittime di padre Giménez decisero di scrivere una lettera al papa. Descrivevano i fatti, spiegavano quanto forte fosse ancora la loro sofferenza, raccontavano che alcuni soffrivano di depressione (fino al tentato suicidio) e che altri erano caduti nella tossicodipendenza, mentre il prete abusatore continuava a celebrare la messa ed a stare a contatto con bambini e giovani.

    La lettera fu inviata a Francesco, per posta raccomandata, nel dicembre 2013. Tre settimane dopo, racconta Julieta, dall’Italia arrivò un avviso di ricevimento, ma dal papa solo silenzio. “Non abbiamo saputo più nulla”. E don Giménez nel frattempo è stato ancora trasferito: ora presta servizio in una casa di cura per anziani.

    Secondo lo Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. Julieta Añazco e altre vittime ora chiedono che contro i loro violentatori si arrivi a un processo da parte delle autorità argentine. Ben sessantadue, riferisce il giornale, sarebbero i processi di questo tipo in corso nel paese sudamericano.

    Tuttavia, dice Julieta, “la situazione per noi resta difficile, perché nessuno ci crede; vorremmo raggiungere il papa, ma non è interessato a noi”.

    Un altro testimone che parla senza rifugiarsi dietro l’anonimato è Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi, il quale arriva addirittura a sostenere che “Francesco è ora in esilio a Roma: lì, per così dire, ha trovato rifugio”.

    Particolarmente scottante è la vicenda di padre Julio César Grassi, arrestato e chiuso in carcere per aver abusato di ragazzi nella fascia di età compresa tra undici e diciassette anni. Secondo Gallego, Bergoglio fu il confessore di Grassi e ordinò a uno studio legale un corposo rapporto, di 2.600 pagine, per difendere Grassi dalle accuse.

    “Nel 2006 – riferisce Gallego – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.

    Di recente, all’interno di un documentario intitolato Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio si vede una giornalista che, all’inizio di un’udienza in piazza San Pietro, pone al papa, a gran voce e in spagnolo, una domanda specifica sul caso Grassi: “Santità, circa il caso Grassi, lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il papa, che in un primo tempo sembra non cogliere la domanda, a un certo punto si ferma e guarda la giornalista con l’aria di chi non ha capito bene. Allora l’inviata ripete la domanda in modo ancora più chiaro, scandendo le parole, al che il papa, scuotendo la testa, e con un’espressione che è un misto di stupore e disprezzo, risponde: “Nada”. La giornalista tuttavia non demorde e chiede: “Perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. E il papa, di nuovo, accompagnando le parole con un gesto della mano, risponde: “Non l’ho mai fatto”.

    Nel documentario, realizzato dal giornalista Martin Boudot, si ricorda che Bergoglio nel libro Il cielo e la terra, scritto dal futuro papa con il rabbino Abraham Skorka, a proposito di abusi sessuali commessi da preti dice: “Non è mai accaduto nella mia diocesi” (siamo a pagina 55 dell’edizione italiana, Mondadori), ma le testimonianze raccolte da Boudot vanno in senso contrario a questa affermazione.

    Circa il caso Grassi, risulta che effettivamente nel 2010 la Conferenza episcopale argentina commissionò una contro-inchiesta tesa a screditare le vittime, accusate di “falsità, menzogne, inganno e invenzione”. Scopo del documento era ribaltare il giudizio del tribunale di primo grado, che aveva condannato il prete a quindici anni di carcere. “Una sottile pressione sui giudici” la definì uno dei giudici della commissione d’appello.

    Avvicinato da Boudot, un giovane, una delle vittime di Grassi, ha raccontato della sua paura di ritorsioni. Ha detto di aver ricevuto minacce e che qualcuno è entrato in casa sua per rubare materiale relativo al processo: “Alla fine il tribunale mi ha inserito in un programma di protezione dei testimoni. Non dimenticherò mai quello che padre Grassi continuava a ripetere durante il processo: Bergoglio, diceva, non ha mai lasciato la mia mano”.

    Boudot ha chiesto di poter intervistare il pontefice, ma gli è stato negato.

    “Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio” (2017) e i silenzi di Francesco. Nega di aver ignorato gli abusi di preti a Buenos Aires e di aver tentato di influenzare la giustizia argentina

  • Mauro Inzoli ha lasciato il carcere di Bollate. Limentani: ‘è stato affidato ai servizi sociali’

    Mauro Inzoli ha lasciato il carcere di Bollate. Limentani: ‘è stato affidato ai servizi sociali’

    Ieri, mercoledì 1 aprile, Mauro Inzoli ha lasciato il carcere di Bollate presso il quale era detenuto dal 7 aprile 2018, giorno in cui si era consegnato spontaneamente dopo la condanna in via definitiva dalla Corte di Cassazione a 4 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione per abusi su minori con l’aggravante dell’abuso di autorità. Come spiega uno dei difensori dell’ex parroco della Ss. Trinità di Crema, l’avvocato Corrado Limentani, “Inzoli è stato scarcerato in quanto gli è stato concesso il beneficio dell’affidamento in prova ai servizi sociali”.

    Leader di Comunione e Liberazione

    Mauro Inzoli, leader di Comunione e Liberazione, presidente del Banco Alimentare, rettore del liceo linguistico W. Shakespeare di Crema, aveva ricevuto anche la carica di monsignore. Nel marzo del 2018 la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza emessa il 21 settembre 2017 dalla Corte d’appello di Brescia. Molti casi sono caduti in prescrizione, mentre sono stati accertati otto casi di violenza sessuale avvenuti tra il 2004 e il 2008. Due su ragazzini con meno di 14 anni. Le altre vittime avevano meno di 16 anni. I fatti erano accaduti nell’ufficio in cui il sacerdote svolgeva gli esercizi spirituali e nei luoghi di villeggiatura in cui organizzava fine settimana e soggiorni estivi.

    Prescrizione e sconto di pena
    Nel maggio 2017 la riduzione allo stato laicale disposta da papa Francesco e ufficializzata dal vescovo di Crema Daniele Gianotti. La vicenda processuale è nata durante il mandato del vescovo Oscar Cantoni, poi trasferito a Como. A settembre l’esito dell’appello in sede penale con lo sconto di pena, poiché tra gli abusi denunciati due casi sarebbero caduti in prescrizione. Oltre a ciò la difesa dell’ex sacerdote ha sottolineato il principio ne bis in idem, in base al quale la persona non può essere condannata due volte per lo stesso reato. Il riferimento è al primo procedimento svolto dal tribunale ecclesiastico. La Cassazione ha confermato la sentenza d’Appello rigettando l’istanza della difesa.

    https://www.cremaonline.it/cronaca/02-04-2020_Inzoli+uscito+dal+carcere:+’%C3%A8+affidato+ai+servizi+sociali’/

  • Preti pedofili, così il muro di gomma del Vaticano fece prescrivere abusi compiuti da don Mauro Inzoli

    Preti pedofili, così il muro di gomma del Vaticano fece prescrivere abusi compiuti da don Mauro Inzoli

    Nel giorno Papa Francesco ha deciso di abolire il segreto pontificio sugli abusi sessuali dei sacerdoti pubblichiamo il capitolo del libro La Repubblica degli impuniti (PaperFirst) dedicato alla prescrizione delle violenze subite da alcuni ragazzini anche a causa della rogatoria negata agli inquirenti di Cremona da parte della Santa Sede

    Nel giorno Papa Francesco ha deciso di abolire il segreto pontificio sugli abusi sessuali dei sacerdoti pubblichiamo il capitolo del libro La Repubblica degli impuniti (PaperFirst) dedicato alla prescrizione degli abusi sessuali compiuti su alcuni ragazzini da don Mauro Inzoli anche a causa della rogatoria negata agli inquirenti di Cremona da parte del Vaticano. Inzoli, ridotto allo stato laicale nel 2017, sta scontando dal 7 aprile 2018 nel carcere di Bollate la pena a 4 anni e 7 mesi dopo la conferma in Cassazione della sentenza d’appello.

    Prima il muro di gomma opposto da Chiesa e Comunione e Liberazione e poi dal Vaticano stesso. E così decine di ragazzini di dodici o tredici anni molestati o abusati da don Mauro Inzoli, sacerdote e capo spirituale di cl, non avranno mai giustizia. Perché i loro casi si erano già prescritti ancora prima che iniziasse l’inchiesta che poi ha portato, il 29 giugno del 2016, a una condanna a soli quattro anni e nove mesi per violenza sessuale su minori grazie allo sconto di pena previsto dal rito abbreviato. Poi addirittura ridotti di due mesi in Appello e confermata in Cassazione, il 14 marzo 2018.

    Il gup Letizia Platè, nelle motivazioni della sentenza di primo grado, ricorda come i genitori di alcune vittime si fossero rivolte fiduciose alle autorità ecclesiastiche già alla fine degli anni Novanta. Ma è solo nel 2014 (al termine di un procedimento ecclesiastico iniziato tra il 2009 e il 2010) che don Mauro, detto don Mercedes a causa del suo amore per le auto di lusso, finisce sotto inchiesta per gli appuntamenti che dava agli studenti del Liceo linguistico Shakespeare di Cremona o a quelli che frequentavano la chiesa Santissima Trinità. Incontri che dovevano essere momenti per consigli di vita e che invece si trasformavano in baci, carezze e toccamenti. Don Inzoli, negli anni, ha «approfittato con spregiudicatezza della propria posizione di forza e prestigio per ottenere soddisfazione sessuale, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali e anche nel corso del sacramento della Confessione». Otto gli episodi di violenza sessuale contestati e per cui l’allora procuratore di Cremona Roberto Di Martino aveva chiesto sei anni di reclusione: il sacerdote ha risarcito cinque vittime con la somma di 25 mila euro a testa. Anche se i casi, in parte prescritti, di cui si sono occupati gli investigatori sono, a detta dei giudici, «venticinque-trenta».

    Gli abusi, per cui si è andati a processo, sono stati commessi tra il 2005 e il 2008 non solo nell’ufficio del religioso ma anche nei luoghi di villeggiatura durante le vacanze estive. Tutti minorenni vittime di una «forte sottomissione psicologica». Contro don Inzoli era già intervenuta la Santa Sede, sotto Benedetto XVI, punendolo con la riduzione allo stato laicale. Francesco, in seguito, aveva ammorbidito la sanzione e invitato il prete a condurre una vita di «preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza» per poi ridurlo nuovamente allo stato laicale nel giugno del 2017.

    L’inchiesta penale era partita dopo gli esposti, tra gli altri, presentati dal sindaco di Crema e di Franco Bordo, parlamentare di Sinistra Ecologia Libertà, nel giugno 2014, solo dopo la pubblicazione sul sito della curia cremasca della decisione della Santa Sede. Prima su questa brutta storia di pedofilia c’erano state solo famiglie cui era stato garantito che si sarebbe fatto qualcosa, ma che hanno atteso invano.

    Gli inquirenti sono riusciti a identificare solo alcune vittime perché il Vaticano ha sempre negato la rogatoria: con quella richiesta la procura aveva invocato di poter conoscere atti inerenti i casi di abusi sui minori, ma la risposta era che vigeva il segreto. Quello che don Inzoli – fotografato nel gennaio del 2015, quando, già sotto inchiesta, è tra le prime file al convegno sulla famiglia organizzato dalla Regione Lombardia – ha fatto prima, non potrà mai più essere perseguito. «Nonostante la Santa Sede non si sia prodigata nella consegna degli atti, sono contento che si sia giunti all’accertamento della verità. Se ci fosse stata più collaborazione, avremmo potuto sentire anche qualcun altro e in questo modo nelle testimonianze ci sarebbe stata una maggiore diversificazione» aveva detto il Pubblico Ministero. Un muro descritto anche nelle motivazioni della sentenza di primo grado: «La prima fase delle indagini compendiata in atti appare primariamente volta all’individuazione di eventuali ipotesi di reati e relative vittime di abusi sessuali […] i cui nominativi non sono mai stati comunicati dalle autorità ecclesiali nemmeno a seguito della rogatoria internazionale promossa dal pm […] In tale contesto» prosegue il giudice «veniva individuato un consistente numero di persone che riferivano di essere state vittime di attenzioni di ordine sessuale da parte di don Inzoli, quando erano ancora minorenni o da poco avevano raggiunto la maggiore età, per i cui fatti non era possibile promuovere l’azione penale per mancanza delle condizioni di procedibilità in assenza di tempestiva querela o per i quali era già decorso il termine prescrizionale».

    Grazie a questi ritardi il prete, considerato «una specie di idolo meritevole di venerazione», ha potuto invadere la vita e l’intimità di molti. Un’invasione descritta da una delle vittime così: «Sono stato trattato proprio come un oggetto e mi ero sentito praticamente violentato». Vergogna, imbarazzo, disgusto i sentimenti delle vittime durante gli incontri che poi venivano giustificati dal prete citando passi biblici o episodi della tradizione ebraica come l’inesistente “battesimo dei testicoli”. «Alla vastità dell’azione commessa corrisponde anche un danno nelle giovani vittime su larga scala» chiosa il giudice. Tanto che fra le vittime del prete di cl c’è anche chi poi si è suicidato.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/17/preti-pedofili-cosi-il-muro-di-gomma-del-vaticano-fece-prescrivere-abusi-compiuti-da-don-mauro-inzoli/5622416/?fbclid=IwAR2YNCoUVBELbwa7CwOAuUxOr5Xp1GvlKD-VsPi-APHH61Kyt7cBRUMwEL4

  • Zanardi, abusato da un prete: «Continuerò a sentirmi un vaso rotto»

    Zanardi, abusato da un prete: «Continuerò a sentirmi un vaso rotto»

    di MONICA COVIELLO – «Un vaso rotto: così si rimane. Si possono rimettere insieme i cocci, ma le crepe continueranno a segnarlo. Un bambino abusato non riuscirà mai a dimenticare, mai a mettere davvero da parte quello che gli è stato fatto». Francesco Zanardi, 48 anni, a 11 è stato vittima di violenza da parte del prete della parrocchia che frequentava, è diventato un attivista e ha fondato la rete «L’Abuso». Questi sono stati giorni molto importanti per lui: quelli del summit sulla pedofilia in Vaticano. Zanardi, che vive a Savona, li ha trascorsi a Roma, in attesa di novità e aperture che, però, non si sono concretizzate.

  • In Vaticano sono arrivate 2.200 nuove accuse di pedofilia da quando c’è papa Francesco

    In Vaticano sono arrivate 2.200 nuove accuse di pedofilia da quando c’è papa Francesco

    Mentre il clero fa mea culpa sugli orchi, ecco i dati ufficiali della Congregazione per Dottrina della Fede: solo nel 2017 si contano ben 410 denunce “verosimili”. Dal 2013 a oggi in media è stato segnalato, ogni giorno, un nuovo prete pedofilo. Il pontefice ha spretato, nel 2016, sedici sacerdoti

    Il summit sulla pedofilia del clero cattolico voluto da papa Francesco dura quattro giorni. I capi dei vescovi ascoltano le drammatiche storie di alcune delle vittime degli orchi in tonaca. Fanno mea culpa. E propongono nuove linee guida per estirpare il fenomeno che sta distruggendo la credibilità della Chiesa.
    Ebbene negli stessi quattro giorni, alla Congregazione per la dottrina della fede, arriveranno cinque nuove denunce “verosimili” contro altrettanti sacerdoti, accusati di abusi sessuali su minorenni.
    Almeno a leggere i dati ufficiali, che qui diamo in anteprima, che evidenziano come il fenomeno non riguardi solo casi già noti e confinati al passato. Al contrario, la questione della pedofilia ha ancora oggi dimensioni gigantesche: da quando Bergoglio è diventato papa, nel marzo del 2013, fino al 31 dicembre del 2018 in Vaticano sono arrivate poco più di 2.200 nuove denunce dai vescovadi sparsi per il mondo. Si tratta in media di 1,2 nuovi casi al giorno.

    Il trend è impressionante. Le accuse sono raddoppiate rispetto al quinquennio che va dal 2005 al 2009, quando i casi sfioravano – nonostante l’eco dello scandalo “Spotlight” svelato dai cronisti del Boston Globe nel 2001 – i 200 l’anno.
    Dal 2010 in poi le accuse si sono moltiplicate. Un tendenza che potrebbe indicare una maggiore fiducia nella giustizia ecclesiastica da parte delle vittime, certo. Ma che racconta anche la persistenza e pervicacia del fenomeno, nonostante gli annunci sulla “tolleranza zero” lanciati ormai da 15 anni prima da Benedetto XVI poi da Bergoglio.

    Nel 2017, si legge nel report dell’Ufficio disciplinare della Congregazione che ha il compito di aprire processi canonici contro le tonache che si sono macchiate di atti “contra sextum”, cioè di “delitti contro il sesto comandamento con minori”, sono arrivate a Roma ben 410 denunce “verosimili”. Dunque già vagliate e giudicate credibili dai vescovi in loco, che hanno l’obbligo – una volta verificate le accuse – di spedire il fascicolo in Vaticano.

    Per la precisione, alla Congregazione per la dottrina della fede, dove gli “Officiali” dell’ufficio disciplinare guidati oggi dal cardinale Luis Ladaria lavorano la segnalazione, che può condurre a un’archiviazione o a un processo canonico contro il presunto molestatore.

    Nel 2016, scartabellando i dati vaticani, gli abusi denunciati dalle vittime sono invece 415. Nello stesso anno scopriamo che papa Francesco ha dimesso dallo stato clericale, spretandoli, alcuni prelati: su 143 casi presentati dall’ex Sant’Uffizio al Sommo Pontefice, solo 16 sono stati spretati. Altri 127 casi hanno portato a «dispense da tutti gli oneri sacerdotali».

    Non sappiamo quanti sacerdoti abbia spretato papa Francesco nei primi sei anni del suo pontificato. Sappiamo però che solo nel 2011 e nel 2012 il predecessore Benedetto XVI ridusse allo stato laicale rispettivamente 125 e 67 persone.

    Dei nomi e dei motivi dei sedici prelati spretati da Bergoglio non sappiamo nulla: tutti i rinvii a giudizio, i processi e le decisioni del tribunale dell’ex Sant’Uffizio sono protetti da “perpetuo riserbo”. Fonti vaticane spiegano all’Espresso che i provvedimenti della Congregazione avallati poi dal papa «sanzionano quasi sempre crimini sessuali, perché per gli altri reati provvede la Congregazione per il Clero». In genere solo in casi straordinari, come quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick, espulso dalla Chiesa dopo le accuse di pedofilia dei giudici americani, la Santa Sede pubblicizza urbi et orbi la sentenza.

    Nel 2015 le denunce per atti sessuali su bambini e bambine hanno toccato i 518 casi. Nel 2014 sono state circa 500, nel 2013 le accuse sono 401.

    Tutte le vicende, i nomi delle vittime ma anche quelle dei presunti carnefici, sono “sub segreto pontificio”. Protetti da “perpetuo riserbo”. I dipendenti vaticani che ne parlano rischiano il licenziamento, persino la scomunica. A causa di norme mai modificate, il Vaticano guidato da Francesco ha negato alla procura di Cremona, nel 2015, gli atti istruttori e processuali su don Mauro Inzoli, già condannato per pedofilia dalla Congregazione e poi condannato a 4 anni e 7 mesi dalla magistratura italiana, nonostante la rogatoria andata a vuoto.

    Mentre ad ottobre del 2018 la Santa Sede ha invocato l’immunità per lo stesso cardinale Ladaria, convocato da alcuni giudici francesi a comparire in un tribunale per il caso del potente cardinale Philippe Barbarin, accusato di aver insabbiato abusi nella sua arcidiocesi.

    Gli ottimisti sperano che domenica il summit possa concludersi con un annuncio importante del Vaticano. In modo da evitare che un evento significativo e altamente simbolico si trasformi in un altra occasione mancata.
    Le vittime, parte importante della comunità cattolica e i laici progressisti chiedono da tempo una riforma strutturale delle leggi vaticane sulla pedofilia clericale: come l’eliminazione del segreto pontificio, che impedisce una reale trasparenza sulle azioni dei predatori e degli insabbiatori, e un obbligo giuridico (e non solo morale) di denuncia, da parte di vescovi e prelati che vengono a conoscenza del reato, alle autorità civili del paese dove quest’ultimo si compie.

    In caso contrario, i risultati del summit rischino di essere dimenticati allo scoppio del prossimo scandalo.