Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Mauro Inzoli

  • I silenzi del papa – una chiesa divisa a metà (Internazionale 7/13 dicembre 2018)

    I silenzi del papa – una chiesa divisa a metà (Internazionale 7/13 dicembre 2018)

    Der Spiegel, Germania

    Subito dopo la sua elezione papa Francesco aveva promesso un cattolicesimo più aperto e rinnovato. Ma oggi, dopo i numerosi scandali per gli abusi sessuali, il Vaticano attraversa una delle crisi più gravi della sua storia

    Il terremoto che sta scuotendo la Città del Vaticano è quasi impossibile da avvertire al suo epicentro. Dietro le alte mura che cingono lo stato della chiesa cattolica regna il silenzio. Nella residenza del papa – la Casa santa Marta – le tendine sono tirate. Una guardia svizzera sorveglia l’ingresso, un gendarme si occupa dei controlli. Il centro nevralgico della chiesa mondiale somiglia a una fortezza. Solo a porte chiuse cardinali e arcivescovi sono disposti a parlare degli eventi che stanno scuotendo le fondamenta della chiesa. Si tratta in primo luogo delle migliaia di abusi sessuali commessi da sacerdoti in ogni parte del mondo.

    Ma si tratta anche, e sempre più, di papa Francesco. Lui, che ha esordito come brillante riformatore, minaccia di giocarsi l’autorevolezza parlando spesso nel momento sbagliato e tacendo quando sarebbe importante parlare. Un anziano cardinale della corte di Francesco denuncia menzogne e intrighi, e tuona contro “un santo padre che mette in discussione le verità della fede come nessuno dei suoi predecessori”. Sono passati meno di sei anni da quando Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, è stato eletto 266° successore di Pietro.

    Fin dall’entrata in carica è stato osannato come una figura luminosa, come un papa che avrebbe potuto imprimere a una chiesa retrograda un carattere al passo con i tempi. Oggi invece il gregge sembra sfuggire al controllo del suo capo spirituale. Forse alla fine si avvererà quello che, secondo alcuni testimoni, Francesco avrebbe detto davanti a una ristretta cerchia di persone: “Non è escluso che io passi alla storia come colui che ha creato una frattura nella chiesa cattolica”. In questi giorni si parla della crisi più grave dell’attuale pontificato e di una “guerra civile” tra i fedeli che non si limita a contrapporre i conservatori contrari a Francesco ai progressisti che lo sostengono. Oggi le critiche arrivano soprattutto da cerchie conservatrici degli Stati Uniti, dove si avanza il sospetto che il papa argentino abbia protetto una rete di prelati omosessuali, di fatto rendendosi complice di migliaia di abusi. Ma l’accusa più pesante – e finora non smentita – è che Francesco abbia, contro ogni ragionevolezza, riabilitato un molestatore seriale, il cardinale statunitense Theodore McCarrick (nel frattempo sospeso), e gli abbia affidato delicate missioni diplomatiche. L’accusa arriva dall’ex nunzio apostolico a Washington, Carlo Maria Viganò, che ha anche chiesto le dimissioni di Francesco.

    “Su questo non dirò neanche una parola”, ha dichiarato il papa. Proprio lui, che in altri casi è pronto a esprimere un’opinione, su questo punto è rimasto fedele alla sua linea: tacere sui temi spinosi. È stato così quando quattro cardinali che lo sospettano di diffondere errori dottrinali hanno espresso dubbi sul suo pontificato. È stato così anche ad agosto, quando trentamila donne cattoliche hanno scritto una lettera aperta che chiedeva di conoscere la verità sugli abusi. Ma Francesco preferisce non affrontare l’accusa secondo cui fin dal giugno 2013 era a conoscenza degli abusi di McCarrick.

    Francesco aveva una certa familiarità con questo cardinale statunitense. Quando McCarrick, orgoglioso di poter ancora andare in missione a 84 anni per conto del papa, ha detto: “A quanto pare il Signore ha ancora un po’ di lavoro da farmi fare”, sembra che Francesco abbia ribattuto beffardo: “Può anche darsi che il diavolo non avesse ancora pronta la sua camera”.

    Questo papa spesso incline alle chiacchiere e agli scherzi continua a irritare l’élite vaticana, così attenta al rigore dei contenuti e alla severità delle forme. “Fin dall’inizio non ho mai creduto a una parola di questo Francesco”, dice un cardinale di grande esperienza, che preferisce restare anonimo, all’interno delle mura vaticane. “Predica la misericordia, ma in realtà è freddo e scaltro, direi macchiavellico. E – cosa peggiore – bugiardo”.

    Quando mai si è sentito parlare così di un successore al soglio di Pietro? Di una personalità a capo di 1,3 miliardi di fedeli, che esercita la sua sovranità assoluta su un’istituzione sopravvissuta a tanti regni e imperi e che continua a opporsi alla globalizzazione? In Francesco riposano le speranze di chi attribuisce a questa chiesa il compito di conciliare passato e futuro. Quello che sognano un ruolo più forte per le donne, il sacerdozio per gli omosessuali, ma anche più ecumenismo, più misericordia e meno fasto. Se Francesco fallisce, non finirà male solo il pontificato di un papa venuto dall’America Latina.

    In effetti i problemi non mancano. Lo studio di 356 pagine commissionato dalla conferenza episcopale tedesca sugli abusi sessuali ai danni di minori, di cui Der Spiegel ha fornito alcune anticipazioni, è stato presentato ufficialmente dal cardinale Reinhard Marx il 25 settembre 2018. Quelle pagine documentano in modo sconvolgente gli abusi. Secondo gli autori non c’è motivo di pensare che “gli abusi sessuali commessi da esponenti del clero cattolico nei confronti di minori siano un problema limitato al passato e ormai superato”.

    Sotto la pressione delle allarmanti notizie provenienti dalla Germania, il papa ha indetto per febbraio del 2019 un incontro tra i presidenti di tutte le conferenze episcopali nazionali sul tema degli abusi. Dovranno insomma trascorrere altri due mesi prima che gli alti prelati cattolici si riuniscano a Roma. Parliamo di quelle stesse eminenze ed eccellenze che, in virtù della loro posizione di potere, spesso costituiscono il problema, non la soluzione.

    Chi ascolta con attenzione la base della chiesa cattolica sente forti borbottii nel ventre di questa potente comunità che ha radici in tutto il mondo. Un viaggio alla ricerca delle vittime di abusi ha portato i giornalisti di Der Spiegel nello stato americano della Pennsylvania, tra le vittime argentine e nell’arcidiocesi del cardinale Reinhard marx, un amico intimo di Francesco. In questi posti si parla apertamente del “problema sistemico” e della “crisi spirituale” della chiesa.

    Ma i nostri giornalisti sono andati anche nell’epicentro del terremoto, a Roma, dove vescovi e cardinali hanno detto cosa pensano del sistema di potere della curia. Secondo uno di loro, in particolare , in Vaticano regna un “clima di paura e di insicurezza”.

    Buenos Aires, Argentina

    Ultimamente il papa viaggia molto. Dal 22 al 25 settembre è stato in Lituania, Lettonia, ed Estonia. Finora, però, Francesco non è mai andato nel suo paese, l’Argentina. “Ci chiediamo perché”, si sente dire tra i suoi collaboratori. Secondo l’avvocato Juan Pablo Gallego, la risposta è semplice: “A Roma Francesco è in esilio. Ci si è quasi rifugiato, perché in Argentina dovrebbe innanzitutto allontanare il sospetto di aver coperto per anni persone che hanno abusato di minorenni”. Gallego è il più famoso difensore delle vittime argentine di abusi sessuali da parte del clero cattolico. Riceve gli assistiti nel suo studio legale, nel centro di Buenos Aires. Chi vuole conoscere i punti oscuri del passato di Bergoglio, dice Gallego, deve occuparsi anche dell’ascesa e della caduta di Julio Cesar Grassi, un sacerdote in carcere dal 2013 per aver abusato di ragazzi di età compresa tra gli undici e i 17 anni. Prima di diventare papa, Bergoglio è stato il confessore di Grassi e, secondo Gallego, ha fatto anche realizzare uno studio di 2600 pagine che doveva contribuire a scagionare Grassi e a criminalizzare le vittime.

    “Nel 2006 ebbi un colloquio con Bergoglio”, dice Gallego. “Era chiuso, severo e diffidente, e non ha detto una parola sul fatto che i difensori di Grassi erano pagati dalla chiesa. L’immagine attuale, quella di un papa aperto e simpatico, non corrisponde a quella dell’uomo che mi trovai davanti in quell’occasione”. Gallego si lamenta del fatto che nessuno dei suoi assistiti è mai stato invitato in Vaticano: “Perché Francesco, invece di ricevere quelle vittime ha preferito accogliere Lionel Messi?”.

    Julieta Añazco è una delle vittime che finora non è stata ricevuta dal papa. Questa donna minuta è originaria di La Plata, una città di circa un milione di abitanti non lontana da Buenos Aires. In questo pomeriggio di fine estate siede con noi in un caffè e si sforza di trattenere le lacrime. Aveva sette anni quando trascorse per la prima volta le vacanze estive con gli scout della sua parrocchia, nei dintorni di La Plata. Nel campo c’era una tenda dove il sacerdote Ricardo Giménez confessava i bambini. Solo in seguito Julieta seppe che quel prete era stato trasferito. Circolavano voci che nel suo precedente posto di lavoro avesse abusato di minorenni. In quella tenda Giménez, un ometto grasso con gli occhi da pesce lesso, fece sedere Julieta a gambe larghe sulle sue ginocchia. Quindi la bambina avvertì le dita del prete sulla pelle e poi sentì che la penetravano. Ricorda ancora l’odore della guancia di lui contro la sua. Ancora oggi, a quarant’anni di distanza, le viene da piangere quando ne parla.

    All’epoca Añazco non disse niente ai genitori, perché si vergognava. In seguito andò da uno psicologo, ma poi abbandonò la terapia perché non riusciva ad aprirsi. Oggi però, insieme ad altre vittime della Rete dei sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti, parla apertamente di quello che le successe. Ha ancora davanti agli occhi quelle immagini rimaste sepolte dentro di lei per tanto tempo: le immagini delle confessioni sotto quella tenda.

    Nel 2013, quando Bergoglio era papa da poco, Julieta Añazco e altre tredici vittime di Giménez hanno scritto in una lettera quello che gli era successo. In seguito agli abusi alcuni avevano sofferto di depressione, altre avevano tentato il suicidio o erano diventate tossicodipendenti, mentre Giménez continuava a celebrare la messa e a occuparsi di bambini. Le vittime hanno spedito la lettera all’indirizzo “Papa Francisco, Vaticano” nel dicembre 2013. Tre settimane dopo ricevettero la conferma che era arrivata a destinazione, poi più niente. Giménez è stato trasferito in una casa di riposo, dove ancora oggi si presenta ai giornalisti in abito sacerdotale. È rispettato e continua a dire messa.

    Molte delle vittime di abusi residenti a Buenos Aires avevano già chiesto aiuto a Bergoglio quando era ancora cardinale, ma nessuna era stata ricevuta. Ora Julieta Añazco e altre esigono che i loro aguzzini siano processati nei tribunali ordinari. In Argentina ci sono 62 procedimenti giudiziari in corso contro sacerdoti cattolici, e secondo alcuni le vittime sono migliaia. Ma i sacerdoti continueranno a restare in silenzio, dice Añazco: la chiesa non fa niente per denunciare lo scandalo e cerca di mettere tutto a tacere. “Per noi è difficile, perché nessuno ci crede. Vorremmo andare dal papa, ma lui ci ignora”.

    Mentre parliamo con Julieta Añazco, all’altro capo della piazza i gradini della grande cattedrale si riempiono lentamente di persone. Decine di studenti si sono riuniti qui per annunciare tutti insieme al vescovo la loro uscita dalla chiesa cattolica, anche per via dello scandalo degli abusi. Quello che, visto da lontano, sembra solo un episodio che coinvolge molte persone, ha un valore simbolico: è un’istantanea scattata nel paese del papa nel settembre 2018 e mostra giovani donne e uomini che si allontanano dalla fede cattolica.

    Roma, Italia

    I giornali italiani fanno a gara avanzando ipotesi ai limiti dell’incredibile. L’ex nunzio pontificio Viganò avrebbe in casa valigie piene di materiali compromettenti. E in Vaticano, a quanto pare, si parla dell’imminente esplosione di una “bomba atomica”.  Un influente padre gesuita, Antonio Spadaro, ribatte che le accuse contro Francesco sono una “farsa” e resteranno senza conseguenze, perché “questo papa trae energia dai conflitti”. Ma al momento sembra proprio che l’uomo di Buenos Aires difficilmente potrà portare a termine il pesante compito di smantellare il potente e a volte arrogante apparato di governo della curia, mettere ordine nelle finanze vaticane e allo stesso tempo trovare risposte inattaccabili sul piano dogmatico alle questioni morali e di fede del ventunesimo secolo. Francesco vuole democratizzare la chiesa cattolica e renderla meno centralizzata. Vuole che la chiesa pensi in modo aperto e in linea con la realtà sociale contemporanea. Ma secondo i suoi avversari, la dottrina cristiana non può lasciarsi guidare dalla realtà sociale: l’unico metro di misura sono la vita e le opere di Gesù Cristo. Un papa non deve puntare alla creatività, ma alla continuità, dicono.

    Francesco ha più di un punto debole. Da anni tuona contro il capitalismo globale ma, come del resto i suoi predecessori, ha accettato milioni dal cardinale McCarrick (ora caduto in disgrazia), raccolti con le offerte. E ancora: esalta il valore della famiglia tradizionale, ma si circonda di consiglieri e collaboratori che danno l’esempio contrario, visto che convivono, in modo più o meno palese, con persone dell’uno o dell’altro sesso.

    Il giornale Il Fatto Quotidiano afferma di essere in possesso di un elenco che a suo tempo fu consegnato da papa Benedetto XVI a Francesco nella residenza di Castel Gandolfo. L’elenco, scritto su carta intestata della Città del Vaticano, contiene i nomi di presunti esponenti di una “lobby omosessuale”, una rete che avrebbe un grande potere ricattatorio e una forte influenza in Vaticano.

    Insomma, Francesco ha ancora il controllo della situazione? Ormai a criticarlo non sono più i circoli ultraconsevatori collegati tra loro in tutto il mondo. Questi cattolici temono che Francesco ammetta alla comunione i protestanti e mal digeriscono che faccia la lavanda dei piedi a una musulmana o che accusi alcuni vecchi esponenti del Vaticano di perdere colpi. I segnali di allarme arrivano anche dalla cerchia interna: “Il papa e i suoi fedelissimi sono visibilmente nervosi”, dice l’esperto vaticanista Edward Pentin. “Sono convinti che ci sia un complotto dei conservatori per sbarazzarsi di Francesco. Da questo punto di vista il suo problema principale è che non ascolta chi non la pensa come lui. E queste persone si vendicano”.

    Hagamos lìo, “facciamo un casino”, era il motto di Bergoglio ai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires. Ora che è papa, continua a seguire lo stesso principio, mettendo in discussione certi dogmi, ignorando procedure collaudate e disdegnando alcuni obblighi cerimoniali. “Francesco è bravissimo a mettere le cose in movimento”, sostiene un prelato tedesco. “Ma tutto questo non produce risultati se alla fine si limita a dare degli scossoni”. Qualche esempio? Per quanto riguarda l’ipotesi di ammettere alla comunione anche i coniugi protestanti di fedeli cattolici, il papa ha incoraggiato il cardinale tedesco Marx a fare un gesto di apertura pionieristico sotto il profilo ecumenico, ma poi – in seguito alle proteste dei conservatori – ha fatto marcia indietro, lasciando ogni decisione alla volontà dei vescovi tedeschi.

    Ancora più sconcertante è la condotta del papa nell’ambito in cui la credibilità della chiesa è più in gioco, cioè nel modo di affrontare gli abusi sessuali sui minori commessi da sacerdoti. Il tribunale speciale annunciato nel 2015 e destinato a giudicare i vescovi sospettati di aver coperto gli abusi fino è rimasto lettera morta. Nel 2017 l’irlandese Marie Collins (in passato vittima di abusi) si è dimessa, tra le proteste, dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori, parlando di “belle dichiarazioni pubbliche contraddette dai fatti in privato”.

    Può darsi che il papa abbia drammaticamente sottovalutato la misura della decadenza morale all’interno della chiesa: la cultura generalizzata “dell’abuso e dell’omertà”, come la chiama lui. Ma può darsi anche che voglia chiudere gli occhi davanti a indizi di reati commessi dai suoi fedelissimi, perché è interessato a salvare questo cardinale o quel vescovo per motivi politici.

    Tre dei nove componenti del Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9 istituito da Francesco, sono sospettati. L’australiano George Pell, signore delle finanze vaticane e numero tre della gerarchia della Santa Sede, dal 1 maggio 2018 è sotto processo nel suo paese. Sembra che molti anni fa abbia abusato di minori, ma i suoi sostenitori dicono che è un pretesto per sbarazzarsi di un cardinale malvisto per aver lanciato l’allarme sulla giungla delle finanze vaticane. Oscar Andrés Rodrìguez Maradiaga, uno dei più stretti collaboratori del papa, è nell’occhio del ciclone da quando sono state diffuse delle notizie sugli scandali sessuali che sarebbero avvenuti nella sua diocesi in Honduras; anche un vescovo ausiliario che era un suo protetto è sotto accusa. Inoltre Maradiaga, seguace della “chiesa dei poveri” sostenuta da Francesco, è stato accusato da un giornalista italiano di aver intascato quasi 660mila dollari nel 2015, quando era gran cancelliere dell’università cattolica di Tegucigalpa. Lui sostiene che quei soldi sono andati tutti alla sua diocesi. Infine il cardinale cileno Francisco Javier Erràzuriz Ossa è accusato nel suo paese di aver coperto i crimini del sacerdote Fernando Karadima. Solo molto più tardi il capo della chiesa ha ammesso “gravi errori” e ha chiesto perdono.

    Ingenuità, faccia tosta o mancanza di alternative? Perché Francesco, salutato come riformatore anche – o forse soprattutto – in ambienti lontani dalla chiesa, si circonda di uomini che con la loro condotta incarnano molte delle cose che lui stesso condanna?

    Nasce il sospetto che la scelta di mantenere al loro posto prelati molto discussi sia dovuta a un misto di disinteresse e malinteso spirito di corpo. Francesco deve affrontare casi molto diversi tra loro. Ci sono i fedeli omosessuali le cui inclinazioni, secondo la dottrina cattolica, “non sono in sé peccaminose”, ma “rappresentano condotte malvagie se considerate sotto il profilo morale”. Poi ci sono i sacerdoti che violano il loro voto di castità e il celibato, e infine gli uomini che, come il cardinale McCarrick, abusano di minorenni.

    Corrono voci sul caso di uno dei fedelissimi di Francesco, un cardinale che fino alla primavera del 2018 lavorava nel palazzo della Congregazione per la dottrina della fede come responsabile della stesura di testi legislativi e del trattamento riservato ai colpevoli di reati sessuali. Questo cardinale non avrebbe messo fine a certe attività del suo segretario, a cui era stato concesso, secondo direttive dall’alto, un lussuoso appartamento. Nel 2017 la gendarmeria vaticana lo ha arrestato irrompendo nel bel mezzo di una “battaglia a palle di neve” (un festino a base di cocaina riservato a dipendenti del Vaticano) in compagnia di omosessuali. I gendarmi lo hanno preso di peso e trasportato in una clinica per la disintossicazione.

    Poi c’è il direttore della foresteria della Casa santa Marta, dove risiede il papa. Si è distinto come uomo del Vaticano in Uruguay, dov’era arrivato insieme a un ex ufficiale della guardia svizzera a cui era legato da una relazione. All’inizio del 2001 è stato picchiato in un locale per incontri gay ed è stato messo in salvo da alcuni sacerdoti. Ma è agli atti anche un episodio in cui, a Montevideo, il tecnico arrivato per riparare un ascensore guasto ci ha trovato dentro il diplomatico in compagnia di un ragazzo. Eppure Francesco nel 2013 l’ha nominato “prelato”, cioè supervisore dello Ior, la banca del Vaticano.

    Infine c’è don Mauro Inzoli, soprannominato “don Mercedes” a causa della sua passione per le auto di lusso. Tolto di mezzo da Benedetto XVI per abusi sui minori, nel 2014 è stato in parte riabilitato da Francesco, nonostante l’opposizione dell’allora prefetto per la dottrina della fede, il cardinale tedesco Gerhard Mueller. Poco tempo dopo Inzoli è stato condannato a quattro anni e sette mesi di carcere in seguito a decine di “episodi” con ragazzi giovanissimi. Il papa ha commentato così: “Questa vicenda mi ha insegnato a non fare più simili errori”. Quella promessa risale all’autunno del 2017. Neanche un anno dopo scoppiava il caso del cardinale McCarrick.

    Diocesi di Erie, Pennsylvania

    Lawrence Persico, 67 anni, sembra provato. Dal 2012 guida la diocesi di Erie, nello stato della Pennsylvania, sull’omonimo lago poco distante dal confine tra gli Stati Uniti e il Canada. A bassa voce, visibilmente ansioso di mostrarsi calmo, il vescovo ci dice che la crisi della chiesa cattolica non è mai stata così evidente: “Siamo nel bel mezzo di un uragano”.

    Quello che è emerso ad agosto dal rapporto di un gran giurì va al di là di ogni immaginazione. Nel documento si parla di abusi commessi per decenni in sei delle 197 diocesi cattoliche statunitensi. Almeno trecento sacerdoti avrebbero abusato di più di mille minori. Si parla di stupro, di bambini incatenati dentro i confessionali, di un ragazzo fotografato nella posa di un crocifisso. Si descrive lo stupro di cinque suore. Si dice che le vittime designate erano segnalate ai violentatori da ciondoli d’oro a forma di crocifisso.

    Com’è possibile che un sacerdote della diocesi di Erie abbia abusato di numerosi ragazzini e nonostante tutto sia stato ringraziato dal suo vescovo “per quanto ha fatto per il popolo di Dio”? Com’è possibile che un altro sacerdote, che aveva violentato almeno 15 ragazzi da quando avevano sette anni, sia stato elogiato dal suo vescovo come “uomo retto e limpido”? La diocesi di Persico è una delle sei finite sotto inchiesta. Tra i presunti violentatori – molti dei quali sono ancora in vita – 41 venivano da Erie. Cosa distingue il vescovo Persico dai suoi colleghi? Il fatto che lui fin dall’inizio ha accettato di rendere pubblica la verità. Ha aperto un’indagine interna quando gli inquirenti erano ancora occupati nell’istruttoria. Ha parlato con le vittime e altre persone coinvolte nella vicenda e ha incaricato uno studio legale di verificare le accuse. Già nell’aprile 2018 Persico ha pubblicato sul sito della diocesi i nomi dei primi sospetti: 34 parroci e 17 collaboratori “accusati in modo credibile” di aver commesso personalmente abusi sessuali o di esserne stati a conoscenza e di aver taciuto. Nell’elenco di Persico c’è anche il nome di uno dei suoi predecessori, il vescovo Alfred Watson, che ha guidato la diocesi fino al 1982. Watson avrebbe detto a un sacerdote visto in compagnia di un bambino mezzo nudo: “Va’ a casa e sii un buon parroco”.

    A quel punto Persico si è messo a disposizione degli inquirenti come testimone ed è stato l’unico vescovo a presentarsi spontaneamente davanti al gran giurì. “La trasparenza è una cosa positiva solo se la si segue”, ci dice Persico ricevendoci nella sala riunioni della diocesi. Il vescovo ha anche fatto installare una linea telefonica dedicata alle vittime di abusi, riceve tutte le persone coinvolte e cerca di riparare torti fondamentalmente irreparabili.

    Sharon Tell aveva dodici anni quando fu toccata per la prima volta da James McHale, parroco della cittadina di Bethlehem, a più di cinquecento chilometri dalla sede diocesana. McHale si era occupato della madre di Sharon quando la donna era in ospedale. In seguito andava spesso a trovare la famiglia e veniva invitato in occasione di compleanni e altri festeggiamenti. Una volta andò addirittura in vacanza insieme ai Tell e nei fine settimana dormiva a casa loro. Sharon, che oggi ha 66 anni, dice che all’epoca i suoi genitori si fidavano del prete e che continuarono a non sospettare niente neanche quando cominciò a entrare di sera nella sua cameretta.

    Gli abusi cominciarono furtivamente. La prima volta McHale l’accarezzò attraverso il pigiama, le prese la mano e se la posò sui genitali. Sharon fece finta di dormire: non immaginava neanche che quello sarebbe stato l’inizio di vent’anni di abusi. Il sacerdote la violentò per la prima volta quando compì 18 anni, ma passarono decenni prima che lei riuscisse a parlarne ai genitori.

    Le aggressioni continuarono anche dopo che Sharon si era sposata e aveva avuto dei figli. Il prete andava da lei due volte alla settimana. Lei si rese conto di cosa le stava succedendo solo quando, dopo che il sacerdote era scomparso dalla sua vita, si rivolse a un centro di assistenza per le vittime di violenza sessuale, perché soffriva di un disturbo bipolare e delle conseguenze di un grave trauma.

    Crede ancora in Dio? Sharon Tell guarda fuori dalla finestra e risponde: “Ma certo, che domanda!”. Tuttavia, quando pensa alla chiesa cattolica, quando pensa al papa, ai cardinali e ai vescovi, vede un’istituzione marcia e corrotta fino al midollo. “La chiesa”, dice Sharon, “deve ricominciare da zero”.

    Intanto sono state annunciate indagini della magistratura o della polizia in altri otto stati americani. Gli attivisti hanno inviato lettere di protesta a Roma, hanno organizzato veglie a lume di candela e hanno chiesto spiegazioni al Vaticano. Hanno perfino organizzato una manifestazione davanti all’ufficio del vescovo Persico. Lui non ha cercato neanche una volta di sottrarsi alla rabbia dei fedeli. Quando gli chiediamo cosa pensa del papa, Persico spera che Francesco capisca cos’è successo qui: “Reagire con il silenzio non aiuta”.

    Arcidiocesi di Monaco e Freising, Baviera

    Una domenica mattina davanti alla Marienkirche, la cattedrale di Monaco di Baviera, sotto il sole estivo c’è chi alza già il suo boccale di birra. Ma all’interno dell’edificio regna un silenzio opprimente. Alla messa assistono, quasi dispersi tra i banchi, circa sessanta fedeli. La crisi della chiesa non si ferma nella capitale della Baviera. Meno di un terzo degli abitanti della regione dichiara ancora di essere di fede cattolica. All’arcivescovado qualcuno commenta: “La vera misura del disastro sarà evidente tra dieci anni”. E aggiunge che il papa, che va tanto volentieri nei paesi periferici della cristianità, farebbe bene a non dimenticare la Baviera: “Chi pensa solo a ciò che sta ai margini, si ritrova presto con un buco al centro”.

    In parte il problema dell’arcidiocesi di Monaco di Baviera ha origine al suo interno. Per esempio si parla di un esponente in vista del clero cittadino che non si fa scrupolo di piazzare la sua amante al primo banco della chiesa. in città si mormora di preti apertamente omosessuali. E s’inveisce contro questo papa imprevedibile. Perfino in una regione tradizionalmente cattolica come la Baviera tutto questo aggrava la crisi di credibilità della chiesa.

    A ciò si aggiunge che il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e di Freising, un uomo potente e molto vicino al papa, non rende la vita facile ai fedeli bavaresi. A volte, scherzando sul suo stesso cognome, parla di un’imminente “rinascita del marxismo”. E quando è andato alla spianata delle moschee di Gerusalemme si è tolto dal collo il crocifisso per non irritare i padroni di casa musulmani.

    A settembre il cardinale ha presentato a Fulda un rapporto sugli abusi sessuali di minori da parte di sacerdoti cattolici, diaconi e religiosi di sesso maschile nella giurisdizione della Conferenza episcopale tedesca. Lo studio riguarda casi avvenuti tra il 1946 e il 2014. Sfogliando i 38mila dossier provenienti da 27 diocesi tedesche emerge un quadro che danneggi ulteriormente l’immagine della chiesa. Dagli archivi delle diocesi sono venuti alla luce procedimenti per abusi sessuali ai danni di 3.677 minori, commessi da 1670 esponenti del clero. Più della metà delle vittime aveva meno di tredici anni all’epoca dei fatti. Ma si dice che i casi non denunciati siano ancora di più.

    Solo un terzo dei colpevoli degli abusi documentati è stato sottoposto ai procedimenti previsti dalla legge canonica. Molti sacerdoti accusati sono stati semplicemente trasferiti, senza che “la comunità di destinazione” fosse informata. Insomma, ai colpevoli di abusi sui minori sono state affidate parrocchie senza che i fedeli sapessero niente dei loro precedenti. Inoltre, i loro fascicoli sono stati spesso “distrutti o manipolati”.

    Il gesuita bavarese Hans Zollner fa parte della commissione del Vaticano contro gli abusi. Si mostra scosso, ma non troppo sorpreso dall’ultimo scandalo di pedofilia. “Francamente”, dice, “ormai mi stupisco poco. Naturalmente è insensato supporre che tutti i sacerdoti siano angeli in Terra, incapaci di fare del male”. Cosa consiglia Zollner? Dove, come negli Stati Uniti, la realtà delle cose è stata denunciata e affrontata con severità e gravi conseguenze “è poi emersa una consapevolezza accresciuta di questo problema e ci sono stati progressi significativi”. Degli oltre mille casi raccolti dal gran giurì della Pennsylvania, nel recente passato ce n’erano pochi ancora aperti.

    Roma, Città del Vaticano

    L’uomo che probabilmente sa già come andrà a finire questa vicenda si trova al primo piano del palazzo Apostolico, su una poltrona rococò ricoperta di velluto rosso e sovrastata da arazzi di seta e da un ritratto a olio di Francesco. È l’arcivescovo  Georg Gӓnswein. Nella sua qualità di prefetto della Casa pontificia, questo sacerdote venuto dalla foresta Nera – e soprannominato a Roma “il bel Giorgio” – è in contatto costante con Francesco. Ogni mercoledì, durante l’udienza generale del papa in piazza san Pietro, siede alla destra del pontefice. Ma allo stesso tempo, in qualità di segretario privato e coinquilino, è la persona in assoluto più vicina al papa emerito Benedetto XVI.

    Dal 2013 Gӓnswein è servitore di due padroni e oggi si trova in mezzo a un fuoco incrociato. Nel monastero Mater Ecclesiae, su un’altura all’interno del Vaticano, celebra la messa mattutina con Benedetto, il papa che si è battuto più di ogni altro contro gli abusi e ha allontanato dal servizio pastorale circa ottocento sacerdoti, anche se tutto questo è passato inosservato in Germania a causa dell’indignazione provocata dagli scandali per gli abusi nel monastero di Ettal e nel Canisius college. Dopo la messa Gӓnswein scende nel palazzo Apostolico e incontra Francesco, che invece è accusato di aver insabbiato gli abusi sessuali.

    Chi può saperne di più di Gӓnswein? È vero – come sostiene Viganò – che Benedetto XVI, quando sedeva sul soglio di Pietro, ha imposto sanzioni contro il cardinale McCarrick che poi sono state ritirate da Francesco? “Su questo cosiddetto memorandum Viganò non dice neanche una parola”, risponde Gӓnswein. Lo sa bene: in questa situazione senza precedenti nella storia, in cui all’interno delle mura vaticane ci sono due papi, qualsiasi cosa gli sfugga di bocca potrebbe danneggiare l’uno o l’altro.

    Ma come si comporta Francesco di fronte all’accusa mostruosa di aver mentito? E alla richiesta delle sue dimissioni? “Tanto per il suo spirito quanto per il suo modo di affrontare le cose, il papa iene prima di Viganò e sarà ancora lì dopo Viganò”, dice Gӓnswein.

    Ma quello che pensa davvero, Gӓnswein lo lascia intendere quando parla fuori dalle mura vaticane. L’11 settembre a Roma, in occasione della presentazione di L’opzione Benedetto, di Rod Dreher (secondo il New York Times “il libro più importante degli ultimi dieci anni in materia di religione”), l’alto prelato tedesco ha affermato che negli Stati Uniti lo scandalo degli abusi è stato una specie di 11 settembre della chiesa cattolica. Le anime ferite a morte e inguaribili delle numerose vittime “ci consegnano un messaggio che è ancora più grave di quanto lo sarebbe il crollo improvviso di tutte le chiese della Pennsylvania”.

    Per descrivere l’attuale situazione della chiesa cattolica, Gӓnswein ricorre a immagini forti, degne dell’Antico testamento. Vede avvicinarsi “una crisi davvero escatologica”, un “grande diluvio che sommerge il vecchio occidente cristiano” e la minaccia di “un’eclissi di Dio davanti alla quale noi tutti nel mondo proviamo terrore”. Potrebbe essere fondata, quindi, l’affermazione fatta nel 2012 da Benedetto XVI, secondo il quale ci dibattiamo nella più profonda crisi spirituale “dal tramonto dell’impero romano, verso la fine del quinto secolo: la luce del cristianesimo si sta spegnendo in tutto l’occidente”. Intanto l’uomo che deve tenere alta la fiaccola del cristianesimo si considera vittima. Il 18 settembre, durante la messa del mattino alla Casa santa Marta, Francesco spiega il suo silenzio di fronte alle accuse e paragona la sua situazione a quella del figlio di Dio moribondo: “Quando la gente lo insultava, quel venerdì santo, e gridava “crucifige!”, restava zitto perché aveva compassione di loro”. Perché, aggiunge, “nei momenti difficili, nei momenti in cui il diavolo si scatena dove il pastore è accusato, il pastore soffre, offre la vita e prega”.

    (Gli autori di questo articolo sono Marian Blasberg, Walter Mayr, Valentyna Polunina e Christoph Scheuermann. – Internazionale 7/13 dicembre 2018)

  • Pedofilia nella Chiesa: delitti senza castigo – Panorama seconda puntata

    Pedofilia nella Chiesa: delitti senza castigo – Panorama seconda puntata

    Di Antonio Rossitto

    Monsignori che allertano l’indagato. Vescovi che intercedono con il Vaticano perché conceda la grazia. Prelati che danno dei «coprofagi» ai giornalisti. la seconda puntata di Panorama su come la Chiesa ha coperto i preti pedofili parte dalla diocesi di Como, passa per la curia di Crema e arriva dritta alla Santa sede. Favoreggiamenti, compiacenze, accomodamenti. il canovaccio sembra ripetersi. Ancora una volta, dai documenti riservati e le carte giudiziarie emergono reticenze e tentennamenti. E un odioso rumore di fondo: la cristiana benevolenza che accompagna i carnefici e il generale biasimo per le vittime. il viaggio tra i peccati omissivi della Chiesa continua. E ricomincia da laglio, sul lago di Como. Don Mauro Stefanoni, parroco del paese, il 29 maggio 2008 viene condannato dal Tribunale di Como a otto anni. È colpevole di violenza sessuale su un ragazzo di 15 anni, infermo di mente. il sacerdote dovrà anche risarcire il minorenne e i genitori, rappresentati dall’avvocato Nuccia Quattrone, con 200 mila euro. la sentenza mette in fila i fatti. All’inizio dell’ottobre 2004 il ragazzo si lascia sfuggire, per caso, l’indicibile segreto. i compagni di scuola si vantano: prime conquiste, passioni fugaci, fidanzatine. E il quindicenne, corpo d’adolescente e cervello di bambino, non vuole sentirsi da meno: pure lui, racconta, ha avuto rapporti sessuali. Precisamente, con un sacerdote. i compagni si allarmano. Ne parlano con un’insegnante, che avverte la madre del ragazzo. i genitori, il 21 ottobre 2004, denunciano il parroco di laglio: avrebbe abusato del figlio già dall’estate del 2003. Parte l’inchiesta. i telefoni del prete vengono messi sotto controllo. Ed emerge una clamorosa fuga di notizie. Coinvolge Alessandro Maggiolini, l’allora vescovo di Como, e Oscar Cantoni, in quel momento vicario episcopale della diocesi lariana, poi vescovo di Crema e adesso di Como.

    IL PARROCO AVVERTITO: «ATTENTO, SEI INDAGATO» il 7 febbraio 2008 è lo stesso Stefanoni a spifferare tutto, durante la sua deposizione in tribunale. il pm Maria Vittoria Isella gli chiede di ricostruire che cosa fosse accaduto tra il 16 e il 17 novembre 2004. E lui risponde: «Appena arrivo a casa, vedo lampeggiare la segreteria telefonica. Trovo la chiamata di don Aurelio Pagani, al tempo segretario di monsignor Maggiolini. Mi chiedeva di raggiungere la curia appena possibile». Stefanoni si precipita a Como. «il segretario mi dice: “Guarda, sua eccellenza non c’è, però ti aspetta di là monsignor Enrico Bedetti (allora vicario generale della diocesi, ndr)… Nello studio, c’è anche monsignor Cantoni. Entro e mi dicono: “Dobbiamo darti una notizia un po’ così. il vescovo ci ha detto di riferirti che c’è in ballo una segnalazione per abusi sessuali su un minore… Si tratta di una persona disabile: non sappiamo né di più né di meno». Stefanoni spiega al magistrato di aver visto quella sera anche Maggiolini: «lui sicuramente era un po’ turbato di tutta la faccenda dei preti di Boston, erano giorni che la televisione ne parlava». Don Stefanoni chiarisce al magistrato: «Accennò a una querela… Ricordo anche che disse: “Ma tu non ti senti osservato?”». Durante l’incontro, chiarisce il prete, il vescovo lo invita a lasciare la parrocchia di laglio. lui però insiste per rimanere. il monsignore avrebbe replicato: «Resta, però a una condizione: di questa cosa qui non ne parli con nessuno». Finito il colloquio con Maggiolini, il parroco di laglio chiama un amico. Nonostante sia stato appena informato di essere intercettato, non lesina particolari: «il vicario generale m’ha detto: “Stai attento pure a come usi il telefono, perché sicuramente t’han messo sotto controllo anche quello». Poco dopo, gli investigatori ascoltano una conversazione tra Stefanoni e Cantoni. il vicario episcopale gli chiede: «Com’è andata?». Si riferisce all’incontro con Maggiolini. il sacerdote risponde che il vescovo è stato «abbastanza tranquillo»: «Gli ho parlato mezz’ora, come ho parlato questa mattina con te e monsignor Bedetti». Cantoni replica: «Non so dove lui abbia preso le informazioni…». il 20 maggio 2005, Stefanoni viene arrestato. Dopo un breve periodo ai domiciliari, viene mandato a Colico come viceparroco. E il 4 luglio 2006 il vescovo interviene pubblicamente: «Prego per don Mauro e sono vicino a lui con affetto. la curia ha taciuto perché è assai meglio il silenzio del cicaleccio, quando le vicende sono ancora da chiarire. indizi gravi non sono prove. Un cittadino è innocente fino alla sentenza definitiva. la gente semplice e pacata guarda a don Mauro nella speranza di vederlo reintegrato pienamente nel ministero sacerdotale».

    ACCUSA ALLA CURIA: FAVOREGGIAMENTO Meglio il silenzio del cicaleccio? il 4 aprile 2008, il pm isella iscrive Maggiolini, Bedetti e Cantoni nel registro degli indagati per «favoreggiamento personale». Un’iniziativa clamorosa, mai avvenuta prima nei rapporti tra Stato e Chiesa. l’articolo 129 del Codice di procedura penale prevede infatti che, nel caso di un’inchiesta su un religioso, venga avvertito il vescovo. Che però, ovviamente, è tenuto al rispetto del segreto istruttorio (vedere il box qui sopra). l’11 novembre 2008 il vescovo Maggiolini muore. E il pm subito isella chiede l’archiviazione: non soltanto per lui, ma anche per gli altri due prelati. Nel decreto, poi accolto il 22 novembre 2008, il magistrato scrive: «Pochi giorni dopo l’avvio delle verifiche, l’indagato veniva chiamato in curia. Dapprima monsignor Cantoni insieme a monsignor Bedetti, e in un secondo tempo lo stesso Maggiolini, lo informarono dell’esistenza di un procedimento penale o comunque di indagini a suo carico per sospetto di abusi sessuali su un minore disabile. in effetti, don Stefanoni era sottoposto a intercettazioni telefoniche e ambientali, ed era in atto osservazione diretta e controllo da parte della polizia». il pm ribadisce: «l’avviso della curia vanificò l’attività investigativa, costrinse a una perquisizione urgente il giorno successivo e soprattutto impose la celebrazione di un difficilissimo e lungo processo indiziario». la scomparsa di Maggiolini, però, «comporta necessariamente una richiesta di archiviazione nei suoi confronti». E i due vicari? Bedetti e Cantoni hanno ammesso l’incontro con Stefanoni, ma hanno aggiunto di avergli chiesto solo la fondatezza delle voci sulle sue «condotte immorali». il pm dubita ancora della veridicità «di quanto dichiarato dagli indagati». Ma anche per i due coindagati arriva l’archiviazione. Maggiolini infatti non ha mai parlato con i pm: e quindi non ha mai ammesso di averli informati. E in un eventuale processo la testimonianza di Stefanoni, resa in un procedimento connesso, avrebbe «uno spessore probatorio sminuito». i monsignori, insomma, sono salvi anche grazie al silenzio del vescovo.

    LA DIOCESI CONDANNATA A PAGARE 200 MILA EURO la condanna a otto anni di reclusione per don Stefanoni viene confermata nel novembre 2011 in Appello e nel maggio 2012 in Cassazione. Ma il parroco di laglio non ha ancora pagato il risarcimento alla vittima. Gli avvocati della famiglia, allora, decidono di rivalersi sulla curia di Como, che nel 2016 è obbligata a pagare i danni dal Tribunale civile di Milano. la sentenza è confermata a marzo 2017. Panorama è in grado di rivelarne il contenuto. la diocesi è stata condannata a versare al giovane disabile e ai suoi familiari i 200 mila euro dovuti da Stefanoni, perché «solidamente responsabile della condotta del sacerdote». È solo la seconda volta che succede in italia. Negli Stati Uniti, invece, 17 diocesi hanno addirittura dichiarato fallimento dopo gli enormi indennizzi pagati alle vittime dei sacerdoti. Su don Stefanoni, uscito dal carcere di Bollate qualche mese fa, la giustizia penale e quella civile hanno quindi inequivocabilmente sentenziato. Resta in itinere, invece, il processo canonico. Dal 21 ottobre 2004, quando vennero denunciati gli abusi, sono passati 14 anni. Ma Stefanoni è ancora un prete: nonostante le condanne, rimane un «presbitero», dettaglia laconico il sito della curia. Dal 2016 la diocesi di Como è guidata proprio dall’ex vicario episcopale, Cantoni. Prima, però, il monsignore diventa vescovo di Crema. Ed è in quel periodo che gli scoppia tra le mani un altro dei casi di pedofilia più eclatanti degli ultimi anni. l’11 dicembre del 2012, infatti, è lo stesso Cantoni a comunicare la decisione di Papa Benedetto XVI di ridurre un sacerdote cremasco allo stato laicale: anche lui, travolto da accuse di abusi sessuali sui minori. Si chiama don Mauro Inzoli, è un uomo potente e carismatico: dominus di Comunione e liberazione in provincia di Cremona, rettore di istituti privati cattolici ed ex presidente della Fondazione banco alimentare. la sua passione per le auto di lusso gli è valsa il soprannome di «don Mercedes». Stavolta, quindi, la giustizia ecclesiastica ha anticipato quella penale. Nel febbraio del 2013 don inzoli fa però ricorso alla Congregazione per la dottrina della fede e la sentenza canonica viene ribaltata. il 6 giugno 2014 riceve la grazia da Papa Francesco: rimarrà sacerdote. Sconterà solo una «pena medicinale perpetua». insomma, «una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza». Venti giorni dopo la nuova sentenza  il 26 giugno 2014, Cantoni comunica la notizia ai fedeli comaschi: «l’invito che rivolgo è di considerare il giudizio nei confronti di don Mauro alla luce di un binomio inscindibile: quello della verità e della misericordia. Senza queste due componenti ci ridurremmo a una “mentalità mondana” ben lontana da quello spirito ecclesiale che deve sempre accompagnare maternamente i suoi figli, anche quando sbagliano, e non deve mai far prevalere giudizi di condanna». Qualche mese più tardi, parte però il processo penale. il procuratore di Cremona, Roberto di Martino, con una rogatoria internazionale, chiede alla Santa Sede gli atti del procedimento ecclesiastico. il Vaticano risponde il 23 gennaio 2015. i documenti sull’«affare» inzoli non possono essere rivelati: sono «sub secreto pontificio». il diniego non fa demordere il procuratore, che va alla ricerca di prove e testimonianze. E il 18 ottobre 2015 «don Mercedes» viene rinviato a giudizio dal Tribunale di Cremona per violenze sessuali sui minori.

    LA SENTENZA «BUONA» TRADISCE PAPA FRANCESCO il sacerdote, intanto, risarcisce le cinque vittime con 25 mila euro a testa. E i suoi avvocati chiedono il rito abbreviato. in primo grado, il 29 giugno 2016, don inzoli è condannato a quattro anni e nove mesi. il giudice Letizia Platè scrive che toccava i ragazzini anche durante le confessioni: per convincerli, citava persino brani del Vecchio Testamento, come la relazione filiale fra Abramo e isacco. le molestie sessuali, dettaglia Platè, sono proseguite dal 2004 al 2008, su cinque ragazzini tra i 12 e i 16 anni: vittime di una «forte sottomissione psicologica». Ma i casi sarebbero molti di più: «Una pluralità indiscriminata di soggetti, all’epoca minorenni», abusati «sin dalla metà degli anni Novanta». Sono casi ormai prescritti. la condanna sarà confermata definitivamente in Cassazione. il giudizio di primo grado, però, rimette in moto anche la giustizia ecclesiastica, che ribalta la mite decisione che inzoli ha ottenuto nel 2004. il 20 maggio 2017 l’ex presidente del Banco alimentare viene definitamente spretato dal Vaticano. Perché la retromarcia? il 21 settembre 2017 Papa Francesco, ribadita la linea di tolleranza zero sulle violenze sessuali dei sacerdoti, cita «un solo caso» in cui ha accolto una richiesta di grazia. È proprio quello di don inzoli: «C’erano due sentenze» ricorda il pontefice. «Era l’inizio: si trattava di un sacerdote della diocesi di Crema. la sentenza del vescovo era buona, prudente, toglieva tutti i ministeri ma non lo stato clericale. io ero nuovo, non capivo bene queste cose, e ho scelto la più benevola. Dopo due anni lui però è ricaduto: è stata l’unica volta che l’ho fatto e non lo farò mai più». la sentenza «buona e prudente» era quella dell’allora vescovo Cantoni, nominato dallo stesso Papa Francesco un anno prima a capo della diocesi di Como. Che intanto, nell’attesa della sua venuta, era stata coinvolta in un altro devastante scandalo di pedofilia.

    I GENITORI ACCUSANO IL DON MA RESTA IN ORATORIO l’indagine, in questo caso, parte nel marzo del 2012. Don Roberto Pandolfi, parroco della chiesa di San Giuliano, a Como, riceve le confidenze di una giovane, che si dice vittima del suo predecessore, Marco Mangiacasale. le voci aumentano. Don Marco, che nel frattempo è stato promosso economo della curia, avrebbe abusato di altre quattro ragazzine, fra i 12 e i 15 anni. Si parla di masturbazioni, toccamenti, baci. la notizia finisce anche sui giornali locali. E la replica è tranciante. il 5 giugno 2012 il direttore dell’ufficio comunicazione della diocesi, monsignor Angelo Riva, risponde a una lettera sul Settimanale, il periodico della curia, che dirige: «Può darsi che il nostro silenzio abbia deluso qualche lettore, ma dal cannibalismo (per non dire coprofagia) di certa informazione noi intendiamo smarcarci». Curiosamente, sarà lo stesso concetto usato da Papa Francesco qualche anno dopo in un’intervista al settimanale belga Tertio sui guasti dei media, che dovrebbero evitare di cadere nella «coprofilia». la giustizia penale, in questo caso, va veloce. il 15 novembre 2012 il Tribunale di Como condanna Mangiacasale, anche lui con rito abbreviato, a tre anni e sei mesi per atti sessuali con minorenni. Al sacerdote vengono concesse le attenuanti generiche: è incensurato, s’è pentito, aveva una «relazione affettiva» con le vittime e le ha risarcite, complessivamente, con 200 mila euro. la sentenza ripercorre i fatti. E, ancora una volta, le omissioni. Già a novembre 2008, scrive il giudice Nicoletta Cremona, i genitori di una ragazzina «denunciano al vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, che don Mangiacasale aveva, in due diverse occasioni e in loro presenza, palpeggiato il seno alla loro figlioletta di 12 anni». la giovane, sentita dal magistrato, aggiunge: «i miei genitori mi hanno detto di aver parlato di quello che era successo al vescovo di Como già nel 2008… lui però non li
    aveva ascoltati fino in fondo e non aveva spostato don Marco né dalla chiesa di San Giuliano né dai giovani: infatti, ha continuato a svolgere funzioni nell’oratorio». Continua il giudice: «la denuncia al vescovo avrà come conseguenza la rimozione di don Marco dalle funzioni di parroco, ma non gli impedirà purtroppo di continuare ad abitare sopra l’oratorio e di essere responsabile delle attività dell’oratorio». il 21 maggio 2013, la Corte d’appello di Milano conferma la condanna a Mangiacasale. Ma mentre la giustizia penale procede spedita, quella ecclesiastica comincia a muovere i primi passi. il 23 settembre 2013 si conclude la fase istruttoria del processo canonico contro il sacerdote «ai sensi dell’articolo 4 del Motu proprio sacramentorum sanctitatis tutela». il caso passa alla Congregazione per la dottrina della fede. l’11 dicembre 2013, Papa Francesco decide la dimissione dallo stato clericale di Mangiacasale. la notizia viene comunicata il 12 febbraio 2014 da Coletti. il vescovo rammenta che «in ossequio alle volontà del pontefice, tali notificazioni e comunicazioni sono classificate come riservate e destinate alle soli parti in causa, vincolate al segreto». Per questo, stigmatizza «l’inopinata diffusione della notizia sui mezzi d’informazione». Ancora una volta: i panni sporchi della Chiesa vanno lavati in casa. lo impone il Vaticano.

    UN PRETE DENUNCIA: «TROPPE COPERTURE» Negli stessi giorni, monsignor Riva, il responsabile della comunicazione della curia, interviene nuovamente sul sito della diocesi in difesa di Mangiacasale: «Non è un pedofilo, non è malato, non è socialmente pericoloso. È un peccatore che ha commesso dei crimini per i quali è stato giudicato. È davvero deprecabile che una certa immagine “mostruosa” dell’imputato abbia finito per diventare di pubblica opinione, ben al di là della sua reale consistenza… la Chiesa di Como sa di volergli ancora bene, e di dovergli porgere, dopo l’aceto aspro della giustizia, il balsamo della misericordia». Una riflessione cui replica caustico lui però è ricaduto: è stata l’unica volta che l’ho fatto e non lo farò mai più». la sentenza «buona e prudente» era quella dell’allora vescovo Cantoni, nominato dallo stesso Papa Francesco un anno prima a capo della diocesi di Como. Che intanto, nell’attesa della sua venuta, era stata coinvolta in un altro devastante scandalo di pedofilia.

    I GENITORI ACCUSANO IL DON MA RESTA IN ORATORIO l’indagine, in questo caso, parte nel marzo del 2012. Don Roberto Pandolfi, parroco della chiesa di San Giuliano, a Como, riceve le confidenze di una gio
    don Pandolfi, il parroco di San Giuliano che ha raccolto le denunce su Mangiacasale: «Non so a quale parte della Chiesa di Como si riferisca il monsignore. Forse a quella che frequenta lui, quella dei passi felpati nei sacri palazzi. Forse a quella di coloro che pensano che bisogna coprire, nascondere, tacere. Forse a quella che ritiene che lo scandalo non siano gli abusi sessuali di un sacerdote sulle ragazzine, ma l’averli portati alla luce». il 27 febbraio 2014, sei anni dopo le prime accuse, arriva però il rammarico del vescovo Coletti: «Grava sul mio animo la tristezza di non essere riuscito a far pervenire con chiarezza la mia sollecitudine» scrive nel messaggio di quaresima. «Rinnoviamo alle giovani vittime e alle loro famiglie la domanda umile e accorata di perdono per tutto il male che hanno dovuto subire». il cerchio si chiude a ottobre del 2015. Dopo aver denunciato Mangiacasale e attaccato le coperture della curia comasca, don Pandolfi viene trasferito a Grandate, un paesino di 3 mila anime a qualche chilometro da Como. Due mesi fa, nella riflessione settimanale per i fedeli della parrocchia, ha scritto: «Parliamoci chiaro: denunciare espone a tanti rischi. Bisogna mettere in conto l’ostracismo da parte della stessa comunità ecclesiale, le calunnie più tremende messe in giro per screditare i denuncianti, la disapprovazione di preti, laici e suore per aver suscitato scandalo, le accuse di incuria per i genitori e di immoralità per i minori coinvolti. in ogni caso, certe situazioni hanno goduto di fin troppe coperture, a tutti i livelli. È tempo di dare una svolta. Parlare e denunciare è l’unico modo per iniziare a guarire».

    PANORAMA del 28.11.18

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-chiesa-coperture-inchiesta/

  • Chiesa, dalla suora stalker al prete omicida: ecco come (e dove) vengono coperti dalle gerarchie

    Chiesa, dalla suora stalker al prete omicida: ecco come (e dove) vengono coperti dalle gerarchie

    Il libro “Giustizia divina” (Chiarelettere) indaga sui religiosi indagati o finiti in carcere per reati che vanno dalla pedofilia all’omissione di soccorso. Di quelli che non sono finiti dietro le sbarre si occupa la Chiesa con una efficientissima e molto discreta rete di ‘assistenza per ecclesiastici in difficoltà’

    Non solo pedofilia nella Chiesa. Ma tanti altri reati commessi da preti e suore per lo più coperti dal silenzio imposto dalle gerarchie ecclesiastiche. È quanto emerge in Giustizia divina, edito da Chiarelettere, scritto a quattro mani dall’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e dal giornalista di Left Federico Tulli. Il libro raccoglie un’inchiesta molto rigorosa e ben documentata, ma al tempo stesso sconvolgente per la verità finora sommersa che porta a galla. “Silenzio e preghiera. È la pena – scrivono i due autori – comminata dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne”. È il modo in cui di norma la Chiesa ‘reagisce’ pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti da ecclesiastici in diverse parti del mondo. Sono le parole usate da Papa Francescoper commentare l’accusa, che gli è stata rivolta dall’ex nunzio vaticano negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò, di aver insabbiato le denunce per abusi su minori e adulti contro l’ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick”.

    Le domane a cui rispondono agli autori sono tante, attuali e scottanti. “Quanti sono gli ecclesiastici detenuti nelle carceri? Quanti i preti, quante le suore? E che genere di crimini hanno commesso? – scrivono Provera e Tulli– Lo abbiamo chiesto alle autoritàcompetenti ottenendo, con molta fatica e solo dopo aver insistito per mesi, risposte vaghe e incomplete. Durante la nostra indagine lungo l’Italia, da nord a sud, abbiamo intercettato diverse storie. C’è la suora stalker, c’è il parroco omicida, c’è quello che scappa dopo aver provocato un incidente, c’è il monsignore che spende per sé il denaro ricevuto tramite l’8 per mille. La violenza su minori non è dunque l’unico reato commesso da ecclesiastici. Forse è il più frequente, insieme ai reati di natura finanziaria, o per lo meno il più noto”.

    I dati che emergono sono a dir poco inquietanti. “Dal 2000 sono almeno trecento i sacerdoti denunciati. Per molti di loro il reato di cui sono stati accusati era prescritto, ma almeno centoquaranta sono stati indagati o condannati. Alcuni in via definitiva. Abbiamo così scoperto – precisano i due autori – che molto pochi sono in carcere o ci sono passati. Dove si trovano? Dove scontano le misure alternative? La risposta non è ovvia, e non solo perché i preti quasi mai hanno una casa di proprietà. Di loro si occupa la Chiesa. Come una ‘madre amorevole’. ‘Non è vero che la Chiesa nasconde i preti pedofili, si sa benissimo dove si trovano. Spesso sono i magistrati che ce li portano ma, sempre, il loro vescovo è al corrente del loro ‘domicilio’. Altrimenti dovrebbe denunciarne la scomparsa’ ci ha raccontato un diacono psicoterapeuta che ha chiesto di rimanere anonimo”.

    Che cosa è emerso da questa inchiesta? “Abbiamo scoperto – affermano i due autori – che in Italia esiste una efficientissima e molto discreta rete di ‘assistenza per ecclesiastici in difficoltà’ (questa è l’espressione utilizzata dal Vaticano) creata con lo scopo di favorire il recupero dei rei, tramite la cura, laddove ce ne sia bisogno, come nel caso dei pedofili, l’espiazione e la penitenza. È in una di queste dimore private che ha risieduto in segreto don Mauro Inzoli, noto esponente di Comunione e liberazione, prima di entrare nel carcere di Bollate in seguito alla condanna in via definitiva per abusi su minori avvenuta a marzo del 2018”.

    Al silenzio e alla preghiera, dunque, verrebbe da aggiungere anche connivenza e omertà. “Nelle strutture per sacerdoti in difficoltà – scrivono ancora i due autori – non ci sono solo pedofili. Accanto a loro, insieme a loro, la Chiesa si prende cura dei disagi interiori vissuti dalla popolazione ecclesiastica italiana, che in termini numerici è la più estesa al mondo, con oltre trentamila persone. Nelle parrocchie e nei conventi si trovano la depressione, l’alcolismo, ci sono la ludopatia e altre dipendenze. E c’è l’omosessualità che ovviamente, laicamente parlando, non è un reato, ma che per la Chiesa è un peccato da espiare oltre che una malattia da curare come le altre lontano da occhi indiscreti. Anche così opera la ‘giustizia divina’ dello Stato vaticano. Che, è bene sapere, estende la sua attività nel territorio italiano. Anche questo abbiamo scoperto e documentato come mai era stato fatto prima”.

    Giustizia divina è stato allegato alla denuncia contro lo Stato italiano presentata dall’associazione internazionale Ending clergy abuses riguardo la presunta violazione della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Secondo l’associazione, rappresentata nel nostro Paese da Rete L’Abuso, lo Stato italiano attuerebbe politiche omissive riguardo il contrasto della pedofilia di matrice clericale, che come diretta conseguenza produrrebbero un favoreggiamento e un incremento del fenomeno stesso. A riprova di questo comportamento, il libro di Provera e Tulli fornisce, secondo l’Associazione delle vittime, una serie di elementi inediti che prevalentemente ruotano intorno alla mappa italiana dei siti “segreti” in cui la Chiesa “assiste e cura” i preti pedofili. Il 22-23 gennaio 2019 è in programma un’audizione del governo di fronte al Comitato Onu per i diritti dell’infanzia a Ginevra proprio in relazione a questa denuncia.

    Nella sua recente lettera ai credenti di tutto il mondo sulla pedofilia del clero, Papa Francesco ha puntato il dito contro il clericalismo. Per Bergoglio, infatti, “dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo”. Ne sono convinti anche Provera e Tulli che evidenziano come “il clericalismo finisce per trasformare la carità in indulgenza, la misericordia divina diventa l’alibi che genera distinzioni di trattamento tra i cittadini. Con la ‘complicità’, in Italia, del dettato costituzionale che recepisce i Patti lateranensi. Esiste infatti, e opera alla luce del sole, uno Stato nello Stato, con una giustizia parallela alla nostra, esercitata nei tribunali penali ecclesiastici e riconosciuta dalla legge in virtù del Concordato, che comporta degli evidenti privilegi per gli ecclesiastici, che nessun altro cittadino ha né può avere. C’è una denuncia precisa nelle nostre pagine riguardo a questa stortura ignota all’opinione pubblica. Stortura che nel caso della pedofilia finisce per ledere gravemente i diritti delle vittime dei sacerdoti”. Dalle parole e dai silenzi ora si tratta di passare ai fatti.

    Twitter: @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/23/chiesa-dalla-suora-stalker-al-prete-omicida-ecco-come-e-dove-vengono-coperti-dalle-gerarchie/4783606/

  • IL VATICANO SI È RIFIUTATO DI CONSEGNARE IL CARDINALE IMPLICATO IN UNA COPERTURA DI ABUSI SESSUALI

    IL VATICANO SI È RIFIUTATO DI CONSEGNARE IL CARDINALE IMPLICATO IN UNA COPERTURA DI ABUSI SESSUALI

    di Christine Niles, M.St. (Oxon.), JD

    I critici denunciano la mossa per proteggere Cdl. Luis Ladaria Ferrer come scappatoia dalla giustizia

    CITTA ‘DEL VATICANO ( ChurchMilitant.com ) – Il Vaticano sta invocando l’immunità sovrana per un cardinale implicato nel coprire gli abusi sessuali.

    Il cardinale Luis Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato convocato in Tribunale penale il 19 settembre per rispondere del suo ruolo nella consulenza a Cdl. Philippe Barbarin su come disciplinare un prete predatore.

    Barbarin, che dirige la diocesi di Lione, in Francia, è sotto processo per non aver sanzionato  p. Bernard Preynat , accusato di aggressione omosessuale di più membri scout dal 1980-1990. Le rivelazioni sul cardinale popolare e mediatico hanno scosso la Chiesa in Francia negli ultimi anni, facendo sì che più vescovi francesi chiedessero perdono e si impegnassero a implementare misure più forti contro l’abuso sessuale. Una petizione online che richiede la dimissione di Barbarin ha raccolto oltre 100.000 firme.

    “Mi rendo conto oggi che la mia risposta in quel momento non era commisurata alla posta in gioco”, ha detto Barbarin a Le Monde l’anno scorso. “Oggi non ci comporteremmo così, ecco cosa era sbagliato.”

    A Preynat fu permesso di rimanere in un ministero attivo dopo che Barbarin aveva appreso nel 2007 che il prete aveva abusato di più giovani maschi. Barbarin ammette di aver omesso di rimuovere Preynat in base alla certezza del sacerdote di non aver molestato nessuno dopo il 1991. Il sacerdote è stato autorizzato a rimanere nel ministero fino al 2015, dopo che sono emerse ulteriori accuse di abuso.

    Nel 2015, Barbarin si era rivolto a Ladaria per avere indicazioni sulla disciplina di Preynat. Ladaria all’epoca era segretario per la Congregazione per la Dottrina della Fede e responsabile del dipartimento che supervisionava la cattiva condotta sessuale del clero. A quel tempo consigliò a Barbarin di prendere “misure disciplinari appropriate evitando lo scandalo pubblico”. Gli avvocati delle vittime sostengono che questo è un chiaro messaggio di Ladaria per non perseguire la giustizia. Sia Barbarin che Ladaria furono condannati dal tribunale di Lione ad essere processati per il loro ruolo nel coprire gli abusi di Preynat.

    Dopo che il tribunale ha ritardato due volte il procedimento a causa della mancata risposta del Vaticano alla convocazione, il Vaticano ha inviato una nota diplomatica il 17 settembre – due giorni prima dell’inizio del processo – al Ministero degli Affari Esteri francese e la Corte di Lione chiarendo che ha respinto la convocazione. Sostenendo che la corrispondenza di Ladaria con Barbarin è avvenuta “nell’esercizio delle funzioni sovrane” e che il diritto internazionale riconosce “l’immunità penale ratione materiae  ai pubblici ufficiali per gli atti compiuti in nome del sovrano pontefice”, il Vaticano ha ritenuto la convocazione inaccettabile.

    François Devaux, che ha avviato il procedimento contro Barbarin, ha sbattuto la mossa del Vaticano, dicendo che “evidenzia il particolare problema della Chiesa: un sistema che ci permette di eludere la giustizia …”.

    Ladaria è stato scelto per sostituire Cdl. Gerhard Müller a capo della CDF nel 2017, il cui mandato di cinque anni non è stato rinnovato da Papa Francesco. Müller in seguito confermò che il motivo era dovuto agli scontri tra lui e il papa sulla sua gestione degli abusatori del clero. Il papa ha ripetutamente ignorato le raccomandazioni del CDF sulla punizione per i sacerdoti accusati, scegliendo invece la clemenza. In almeno un caso, Francesco fu costretto a scusarsi dopo aver annullato le sanzioni imposte a p. Mauro Inzoli, condannato in un tribunale penale per aver abusato di più giovani maschi.

    Il processo a Barbarin è programmato per andare avanti senza Ladaria nel gennaio 2019. I procedimenti canonici contro il cardinale francese sono stati sospesi durante l’inchiesta penale.

    (Traduzione con Google)

    VATICAN REFUSED TO HAND OVER CARDINAL IMPLICATED IN SEX ABUSE COVER-UP

    Critics slam move to protect Cdl. Luis Ladaria Ferrer as evasion of justice

    VATICAN CITY (ChurchMilitant.com) – The Vatican is invoking sovereign immunity for a cardinal implicated in covering up sex abuse.

    Cardinal Luis Ladaria Ferrer, prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith, was summoned to criminal court Sept. 19 to answer for his role in advising Cdl. Philippe Barbarin on how to discipline a predator priest.

    Barbarin, who heads the diocese of Lyon, France, is facing trial for failing to sanction Fr. Bernard Preynat, accused of homosexual assault of multiple Scout members from 1980–1990. The revelations about the popular and media-friendly cardinal have rocked the Church in France over the past several years, causing multiple French bishops to ask forgiveness and pledge to implement stronger measures against sex abuse. An online petition demanding that Barbarin resign has garnered more than 100,000 signatures.

    “I realize today that my answer at that time was not commensurate with the stakes,” Barbarin told Le Monde last year. “Today, we would not act like that, that’s what was wrong.”

    Preynat was allowed to remain in active ministry after Barbarin learned in 2007 that the priest had abused multiple young males. Barbarin admits he failed to remove Preynat based on the priest’s assurance that he had not molested anyone after 1991. The priest was allowed to remain in ministry until 2015, after further allegations of abuse surfaced.

    In 2015, Barbarin had turned to Ladaria for guidance on disciplining Preynat. Ladaria at the time was secretary for the Congregation for the Doctrine of the Faith and in charge of the department overseeing clerical sexual misconduct. He advised Barbarin at the time to take “appropriate disciplinary measures while avoiding public scandal.” The victims’ attorneys argue this was a clear message from Ladaria not to pursue justice. Both Barbarin and Ladaria were ordered by the Lyons court to stand trial for their role in covering up Preynat’s abuse.

    After the court twice delayed proceedings because of the Vatican’s failure to respond to the summons, the Vatican sent a diplomatic note Sept. 17 — two days before the start of trial — to the French Ministry of Foreign Affairs and the Lyon court making clear it rejected the summons. Arguing that Ladaria’s correspondence with Barbarin took place “in the exercise of sovereign functions” and that international law recognizes “criminal immunity ratione materiae to public officials for acts performed in the name of the sovereign pontiff,” the Vatican deemed the summons unacceptable.

    François Devaux, who initiated the proceedings against Barbarin, slammed the Vatican’s move, saying it “highlights the particular problem of the Church: a system that allows us to evade justice … .”

    Ladaria was tapped to replace Cdl. Gerhard Müller as head of the CDF in 2017, whose five-year term was not renewed by Pope Francis. Müller later confirmed the reason was owing to clashes between him and the pope over his handling of clerical abusers. The pope repeatedly ignored the CDF’s recommendations on punishment for accused priests, instead choosing leniency. In at least one case, Francis was forced to apologize after reversing sanctions imposed on Fr. Mauro Inzoli, convicted in criminal court of abusing multiple young males.

    Barbarin’s trial is scheduled to move forward without Ladaria in January 2019. Canonical proceedings against the French cardinal have been suspended during the criminal investigation.

  • “Bergoglio bloccò l’indagine sul cardinale”

    “Bergoglio bloccò l’indagine sul cardinale”

    Müller conferma: fu il Papa a non volere che si andasse a fondo sulle accuse di abusi contro Murphy-O’Connor

    Il cardinale Müller, ex prefetto della Dottrina della fede, ammette che fu Bergoglio a fermare le indagini per le accuse di abusi contro l’alto prelato britannico poi defunto. È la conferma di quanto sostenuto dall’ex nunzio sulle coperture offerto da Francesco

    di Lorenzo Bertocchi

    La conferma è arrivata dal cardinale tedesco Gerhard Müller. È stato il Papa a chiedere di fermare le indagini per accuse di abusi sessuali contro il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, morto l’anno scorso, tirato in ballo da una donna inglese violentata da un prete. È la dimostrazione di quanto affermato dall’ex nunzio Carlo Maria Viganò: la copertura dell’ex cardinale Theodore McCarrick da parte del Papa “non sembra essere stato un errore isolato”.

    Il cardinale Gerhard Müller, ex prefetto della Dottrina della fede, ha confermato al portale Lifesitenews che l’indagine sulle accuse di abuso rivolte al defunto cardinale Cormac Murphy-O’Connor non è stata completata a causa della mancata approvazione da parte del Papa. Maike Hickson e John Henry Westen, i due giornalisti di Lifesitenews, hanno scritto di aver incontrato il cardinale a Washington il giorno 2 ottobre a margine di una conferenza e di avergli chiesto se papa Francesco avesse effettivamente interrotto le indagini sul cardinale Murphy-O’Connor, scomparso nel 2017. Müller ha risposto di essere “legato al segreto pontificio”, poi ha aggiunto “che è necessaria l’approvazione del Papa per le indagini” su un cardinale. Quindi gli è stato chiesto “se almeno potesse confermare che l’indagine era stata bloccata, piuttosto che completata, e il cardinale ha risposto di sì”.

    Questa notizia sembra confermare quanto lo stesso portale Web e il vaticanista italiano Marco Tosatti avevano ricostruito sulla base di alcune fonti anonime. Le accuse nei confronti di Murphy-O’Connor arrivano da una inglese che non le ha mai rese pubbliche e risalgono a un abuso che la stessa ha subito quando aveva 13 o 14 anni; vittima di un sacerdote, padre Michael Hill, condannato più volte dalla giustizia civile, la donna è rimasta in contatto per 15 anni con le autorità ecclesiastiche per far luce sul caso e nel 2000 avrebbe anche raggiunto un accordo con la diocesi di Brighton per l’abuso subito da padre Hill ricevendo 40.000 sterline. Nella sua testimonianza la vittima ha sempre asserito che quando fu abusata, oltre a Hill erano presenti altri sacerdoti, tra cui Murphy-O’Connor.

    La notizia della conferma della interruzione delle indagini rimanda anche alle circostanze in cui il Papa avrebbe chiesto di chiudere il fascicolo. Secondo la ricostruzione fatta da Tosatti, infatti, il protagonista sarebbe stato proprio il cardinale Müller interrotto nel bel mezzo di una messa celebrata nella cappella di Santa Monica, vicino alla sede della Congregazione per la dottrina della fede. Scrive il vaticanista: “il segretario (di Müller, ndr) scese dalla Congregazione con il cellulare, si avvicinò a Müller e disse al prefetto: “Il Papa vuole parlarle”. “Gli hai detto che sto celebrando la Messa?”. “Sì, ma dice che vuole parlarle ugualmente”. Fu così che il cardinale andò in sacrestia e il Papa, di pessimo umore, gli diede alcuni ordini circa un dossier riguardante un cardinale”. Secondo le fonti citate dal vaticanista quel cardinale sarebbe stato appunto il defunto Murphy-O’Connor.

    A testimonianza del fatto che un’indagine era stata avviata, nel 2011 la diocesi di Portsmouth, dove ora vive la donna, insieme alla diocesi di Northampton, ha contattato la Congregazione per la dottrina della fede, il cui prefetto allora era il cardinale William Levada,  per richiedere di indagare sulle affermazioni di quella donna, nonché sul rifiuto di Westminster di seguire le procedure previste dalla Chiesa per questi casi. Una persona della diocesi Portsmouth, ha scritto Lifesitenews, volò a Roma e consegnò i documenti all’allora promotore di giustizia monsignor Charles Scicluna. Tuttavia nei giorni scorsi alcuni media avevnao contestato la ricostruzione giornalistica e affermato che già nel 2011 il cardinale William Levada avesse ritenuto infondate le accuse su Murphy-O’Connor e chiuso il caso, poi lo stesso Müller, regnante papa Francesco e in qualità di prefetto dell’ex Sant’Ufficio, avrebbe successivamente raggiunto le stesse conclusioni una volta riesaminate le carte.

    Ma la notizia della conferma da parte dello stesso Müller  dell’interruzione dell’inchiesta apre di nuovo la questione. Ritorna così di attualità quanto scritto dall’ex nunzio Carlo Maria Viganò nel suo ultimo documento pubblicato anche dalla Verità  in cui, tra l’altro, sostiene che la copertura dell’ex cardinale Theodore McCarrick da parte del Papa “non sembra essere stato un errore isolato”. Altri casi, dice l’ex nunzio, “sono stati recentemente documentati dalla stampa, mostrando che papa Francesco ha difeso preti omosessuali che hanno commesso gravi abusi sessuali contro minori o adulti. Incluso il suo ruolo nel caso del padre Julio Grassi a Buenos Aires, l’aver reinstallato padre Mauro Inzoli dopo che papa Benedetto lo aveva rimosso dal ministero sacerdotale (fino al momento in cui è stato messo in carcere, e allora a questo punto papa Francesco  lo ha ridotto allo stato laicale), e per aver fermato le indagini per accuse di abusi sessuali contro il cardinale Cormac Murphy-O’Connor”.

    L’amicizia tra papa Bergoglio e il defunto cardinale è cosa nota, così come sono note le ricostruzioni giornaliste che parlano dell’azione di Murphy-O’Connor per favorire l’elezione di Francesco durante le riunioni pre conclave (il cardinale nel 2013 aveva già compiuto 80 anni quindi non era tra i votanti, ma partecipò attivamente alla fase preparatoria). Non si sa quale sia stato il motivo per cui, a quanto sostiene Müller , si sarebbero interrotte le indagini su Murphy-O’Connor, ma la lista di fatti da chiarire aumenta ancora.

    (trascrizione da La Verità del 5 ottobre 2018)

  • Vaticano, l’ex nunzio Viganò attacca il Papa: “Francesco, perché non parli?”

    Vaticano, l’ex nunzio Viganò attacca il Papa: “Francesco, perché non parli?”

    L’accusatore del Pontefice nella vicenda della doppia vita del cardinale McCarrick chiama in causa il pontefice: “Chi tace acconsente”

    di PAOLO RODARI
    CITTÀ DEL VATICANO–  “Papa Francesco, perché non rispondi? Chi tace acconsente”. A un mese dalla pubblicazione del suo memoriale, monsignor Carlo Maria Viganò torna a parlare. Lo fa attraverso un testo pubblicato ancora una volta dal sito conservatore statunitense lifesitenews.com e, in Italia, dal sito web del vaticanista della Rai Aldo Maria Valli.

    Nel nuovo documento fatto pervenire “dalla località segreta nella quale vive”, l’ex nunzio negli Stati Uniti che ha accusato Francesco e i vertici della curia romana di non essere intervenuti sulla doppia vita del cardinale Theodore McCarrick, va giù duro ancora contro il Papa. Dice: “Né il papa, né alcuno dei cardinali a Roma hanno negato i fatti che io ho affermato nella mia testimonianza. Il detto ‘Qui tacet consentit’ si applica sicuramente in questo caso, perché se volessero negare la mia testimonianza, non hanno che farlo, e fornire i documenti in supporto della loro negazione. Come è possibile non concludere che la ragione per cui non forniscono i documenti è perché essi sanno che i documenti confermerebbero la mia testimonianza?”.

    Mentre una risposta da parte del Vaticano sembra essere vicina, è la voce dell’ex diplomatico vaticano a tornare a farsi sentire. Viganò dice che “come ogni battezzato, come sacerdote e vescovo della santa Chiesa, sposa di Cristo, sono chiamato a rendere testimonianza alla verità”. E che “per il dono dello Spirito che mi sostiene con gioia nella strada che sono chiamato a percorrere, intendo farlo fino alla fine dei miei giorni”. E ancora: “Il nostro unico Signore ha rivolto anche a me l’invito: ‘Seguimi!’, ed intendo seguirlo con l’aiuto della sua grazia fino alla fine dei miei giorni”.

    Dopo aver citato il Samo 103 che recita la volontà di cantare “al Signore” finché si ha vita, Viganò spiega che “la decisione di rivelare quei fatti – relativi alla doppia vita di McCarrick e all’azione del papa e della curia in merito, ndr –è stata per me la più sofferta e grave che abbia mai preso in tutta la mia vita. La presi dopo lunga riflessione e preghiera, durante mesi di profonda sofferenza e angoscia, in un crescendo di continue notizie di terribili eventi, con migliaia di vittime innocenti distrutte, di vocazioni e di giovani vite sacerdotali e religiose sconvolte. Il silenzio dei pastori che avrebbero potuto porvi rimedio, e prevenire nuove vittime, diventava sempre più insostenibile, un crimine devastante per la Chiesa. Ben consapevole delle enormi conseguenze che la mia testimonianza avrebbe potuto avere, perché quello che stavo per rivelare coinvolgeva lo stesso successore di Pietro, ciò nonostante scelsi di parlare per proteggere la Chiesa e dichiaro con chiara coscienza davanti a Dio che la mia testimonianza è vera. Cristo è morto per la Chiesa, e Pietro, Servus servorum Dei, è il primo chiamato a servire la sposa di Cristo”.

    “Certo, alcuni dei fatti che stavo per rivelare erano coperti dal secreto pontificio che avevo promesso di osservare e che ho fedelmente osservato fin dall’inizio del mio servizio alla Santa Sede. Ma la finalità del secreto, anche di quello pontificio, è di proteggere la Chiesa dai suoi nemici, non di coprire e diventare complici di crimini commessi da alcuni suoi membri. Io ero stato testimone, non per mia scelta, di fatti sconvolgenti, e come sta scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica (par. 2491), il sigillo del segreto non è vincolante quando la custodia del segreto dovesse causare danni molto gravi ed evitabili soltanto mediante la divulgazione della verità. Solo il sigillo del segreto sacramentale avrebbe potuto giustificare il mio silenzio”.

    Viganò dice che il centro della sua testimonianza “è che almeno dal 23 giugno 2013 il papa ha saputo da me quanto perverso e diabolico fosse McCarrick nei suoi intenti e nel suo agire, e invece di prendere nei suoi confronti quei provvedimenti che ogni buon pastore avrebbe preso, il papa fece di McCarrick uno dei suoi principali agenti di governo della Chiesa, per gli Stati Uniti, la Curia e perfino per la Cina, come con grande sconcerto e preoccupazione per quella Chiesa martire stiamo vedendo in questi giorni”.

    “Ora, la risposta del papa alla mia testimonianza è stata: ‘Io non dirò una parola!’ Salvo poi, contraddicendo se stesso, paragonare il suo silenzio a quello di Gesù a Nazareth davanti a Pilato e paragonare me al grande accusatore, Satana, che semina scandalo e divisione nella Chiesa, ma senza mai pronunciare il mio nome. Se avesse detto: ‘Viganò ha mentito’ avrebbe contestato la mia credibilità e cercato di accreditare la sua. Così facendo però avrebbe accresciuto la richiesta da parte del popolo di Dio e del mondo dei documenti necessari per determinare chi dei due avesse detto la verità. Egli ha invece posto in essere una sottile calunnia contro di me, calunnia da lui stesso tanto spesso condannata persino con la gravità di un assassinio. Per di più, lo ha fatto ripetutamente, nel contesto della celebrazione del sacramento più sacro, l’Eucaristia, in cui non si corre il rischio di essere contestati come davanti ai giornalisti. Quando ha parlato ai giornalisti, ha chiesto loro di esercitare la loro professione con maturità e di tirare le loro conclusioni. Ma come possono i giornalisti scoprire e conoscere la verità se quelli che sono direttamente implicati si rifiutano di rispondere ad ogni domanda o di rilasciare qualsiasi documento? La non volontà del papa di rispondere alle mie accuse e la sua sordità agli appelli dei fedeli ad essere responsabile non è assolutamente compatibile con la sua richiesta di trasparenza e di essere costruttori di ponti e non di muri”.

    Continua l’ex nunzio: “Ma c’è di più: l’aver coperto McCarrick non sembra essere stato certamente un errore isolato da parte del papa. Molti altri casi sono stati recentemente documentati dalla stampa, mostrando che papa Francesco ha difeso preti omosessuali che hanno commesso gravi abusi sessuali contro minori o adulti. Incluso il suo ruolo nel caso del padre Julio Grassi a Buenos Aires, l’aver reinstallato padre Mauro Inzoli dopo che papa Benedetto lo aveva rimosso dal ministero sacerdotale (fino al momento in cui è stato messo in carcere, e allora a questo punto papa Francesco lo ha ridotto allo stato laicale), e per aver fermato le indagini per accuse di abusi sessuali contro il cardinale Cormac Murphy O’Connor. Nel frattempo, una delegazione della USCCB (la Conferenza episcopale degli Stati Uniti, ndr), guidata dal suo presidente, il cardinale DiNardo, è andata a Roma per chiedere un’indagine del Vaticano su McCarrick. Il cardinale DiNardo e gli altri prelati devono dire alla Chiesa in America e nel mondo: il papa si è rifiutato di svolgere un’indagine in Vaticano sui crimini di McCarrick e dei responsabili di averli coperti? I fedeli hanno diritto di saperlo”.

    “Vorrei fare un appello speciale al cardinale Marc Ouellet, perché con lui come nunzio ho sempre lavorato in grande sintonia e ho sempre avuto grande stima e affetto nei suoi confronti. Ricorderà quando, ormai terminata la mia missione a Washington, mi ricevette la sera nel suo appartamento a Roma per una lunga conversazione. All’inizio del pontificato di papa Francesco aveva mantenuto la sua dignità, come aveva dimostrato con coraggio quando era arcivescovo di Québec. Poi, invece, quando il suo lavoro come prefetto della Congregazione per i vescovi è stato virtualmente compromesso perché la presentazione per le nomine vescovili da due “amici” omosessuali del suo dicastero passava direttamente al papa, bypassando il cardinale, ha ceduto. Un suo lungo articolo su L’Osservatore Romano, in cui si è schierato a favore degli aspetti più controversi dell’Amoris Laetitia, ha rappresentato la sua resa. Eminenza, prima che io partissi per Washington, lei mi parlò delle sanzioni di papa Benedetto nei confronti di McCarrick. Lei ha a sua completa disposizione i documenti più importanti che incriminano McCarrick e molti in curia che li hanno coperti. Eminenza, le chiedo caldamente di voler rendere testimonianza alla verità!”.

    “In fine, desidero incoraggiarvi, cari fedeli, fratelli e sorelle in Cristo: non scoraggiatevi mai! Fate vostro l’atto di fede e di completa fiducia in Cristo Gesù, nostro Salvatore, di San Paolo nella sua seconda Lettera a Timoteo, Scio Cui credidi, che ho scelto come mio motto episcopale. Questo è un tempo di penitenza, di conversione, di grazia, per preparare la Chiesa, sposa dell’Agnello, ad essere pronta e vincere con Maria la battaglia contro il drago infernale. Come ricordo per la mia ordinazione episcopale, conferitami da san Giovanni Paolo II il 26 aprile 1992, avevo scelto un’immaginetta presa da un mosaico della basilica di San Marco, a Venezia. Essa riproduce il miracolo della tempesta sedata. Mi aveva colpito il fatto che nella barca di Pietro, sballottata dalle acque, la figura di Gesù è riprodotta due volte. A prua Gesù dorme profondamente, mentre Pietro dietro di lui cerca di svegliarlo: ‘Maestro, non t’importa che moriamo?’. Mentre gli apostoli, atterriti, guardano ciascuno in una direzione diversa e non si avvedono che Gesù è ritto in piedi dietro di loro, benedicente, ben al comando della barca. ‘Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: taci, calmati… Poi disse loro: perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?’. La scena è quanto mai attuale per ritrarre la tremenda bufera che sta attraversando in questo momento la Chiesa, ma con una differenza sostanziale: il successore di Pietro non solo non vede il Signore a poppa che ha sicuramente il pieno controllo della barca, ma nemmeno intende svegliare il Gesù dormiente a prua. Cristo è forse diventato invisibile al suo vicario? È tentato forse di improvvisarsi come sostituto del nostro unico Maestro e Signore? Il Signore è ben saldo al comando della barca! Cristo, Verità, possa essere sempre luce nel nostro cammino.!”.

    https://www.repubblica.it/vaticano/2018/09/28/news/vaticano_l_ex_nunzio_vigano_attacca_il_papa_francesco_perche_non_parli_-207562887/amp/
  • BERGOGLIO E PREGIUDIZIO – DOPO LA BOMBA DI VIGANÒ LA TV TEDESCA “ZDF” MANDA IN ONDA UN DOCUMENTARIO CHE ACCUSA BERGOGLIO

    BERGOGLIO E PREGIUDIZIO – DOPO LA BOMBA DI VIGANÒ LA TV TEDESCA “ZDF” MANDA IN ONDA UN DOCUMENTARIO CHE ACCUSA BERGOGLIO

    Quando era vescovo di Buenos Aires, Jorge Maria Bergoglio ha ignorato gli abusi nella sua diocesi. Dopo la pubblicazione del memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò la televisione tedesca ZDF ha deciso di mandare di nuovo in onda un documentario prodotto lo scorso anno, in cui si sostenevano questa e altre tesi. Come il fatto che Papa Francesco abbia provato (senza successo) a difendere un prete pedofilo, che è stato poi incriminato e che ora sconta una pena di 15 anni.

    Il documentario è diretto da Martin Boudot e si intitola “The Silence of the Shepherds” (il silenzio dei pastori). Nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia.

    JULIO CESAR GRASSI 1

    Il lavoro di Boudot si concentra sui molti preti accusati di abusi su minori coperti da una cappa di compiacenza e silenzio all’interno delle diocesi: invece che essere sospesi o radiati, spesso i vescovi decidevano di trasferirli, per evitar loro di poter essere incriminati.

    La seconda parte del docu film è tutta concentrata sulla figura di Bergoglio. Martin Boudot parte da una frase contenuta nel libro “Il cielo e la terra”, scritto a quattro mani dal futuro Papa con il Rabbino Abraham Skorka. Nel volume Bergoglio afferma che nella sua diocesi non c’erano preti pedofili (citazione che si trova a pagina 50 della versione inglese, secondo LifeSiteNews).

    CARLO MARIA VIGANO

    “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”. E a un vescovo che si era trovato a dover gestire un prete pedofilo, Bergoglio avrebbe consigliato di “non permettergli di esercitare il ministero”.

    Peccato che, una volta diventato Papa, secondo il documentario Francesco avrebbe ignorato proprio quel suo consiglio. Come nel caso di don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, condannato per abusi, rimosso da papa Ratzinger e che dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto papa Francesco.

    JULIO CESAR GRASSI 5

    Ma Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua diocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di  Padre Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio che dirigeva: l’Happy Children Orphanage. Almeno sei delle vittime di Grassi, che ora sta scontando una pena di 15 anni, si sarebbe rivolta al futuro Papa Francesco che non avrebbe mai risposto alle loro richieste d’aiuto. E alla domanda sulla frase del libro di Bergoglio, una delle vittime ha risposto: “Vuole che le persone lo credano, ma è una bugia. Riceve tutte le celebrità come Leonardo di Caprio, ma per noi nemmeno una lettera”.

    Ma nel documentario c’è un’accusa ancora più pesante: qualcuno infatti sostiene che Bergoglio abbia provato a deviare il corso della giustizia. “La chiesa argentina ha fatto tutto quello che era in suo potere per scagionarlo”. Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime, i vescovi argentini nel 2010 hanno commissionato un dossier a un professore di diritto penale, in cui si spiegava perché la corte aveva torto, Grassi era innocente e le vittime delle persone bugiarde.

    Quello studio era stato fatto su commissione della conferenza dei vescovi argentini. Sapete chi era presidente? Bergoglio, che ha spedito il dossier al giudice subito prima degli interrogatori di padre Grassi. Tra i magistrati c’era anche Carlos Mahiques: “Hanno provato a esercitare una sottile forma di pressione sui giudici”.

    Un’altra delle vittime che parla con Boudot si lascia intendere che Grassi aveva la protezione del vescovo di Buenos Aires: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”. Lo staff di Boudot ha provato per 8 mesi a ottenere un’intervista con il pontefice. Ovviamente senza risultato. Si sono anche presentati in piazza San Pietro durante un’udienza: “Sua santità, sul caso Grassi ha provato a influenzare la giustizia?” – gli hanno chiesto. E lui: “No. Non ho mai commissionato una contro inchiesta”.

    Eppure, sembrerebbe il contrario. Grassi è in carcere, ma fino a poco tempo fa appariva ancora nella lista ufficiale della diocesi di Moron (ora è scomparso). Grassi non è mai stato laicizzato. Almeno non sotto Bergoglio.

    http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/bergoglio-pregiudizio-ndash-dopo-bomba-vigano-tv-tedesca-182263.htm

  • Pedopornografia prete milanese arrestato dalla Gendarmeria vaticana

    Pedopornografia prete milanese arrestato dalla Gendarmeria vaticana

    Anche nella Bassa e nel Cremasco due casi che hanno visto sacerdoti accusati di pedofilia.

    Pedopornografia nel computer di un sacerdote milanese. Monsignor Alberto Capella è stato arrestato sabato dalla gendarmeria vaticana. Le accuse sono arrivate dagli Stati Uniti e dal Canada.

    Pedopornografia sul pc del sacerdote

    Sabato mattina, su proposta del Promotore di Giustizia, il Giudice Istruttore del Tribunale del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di monsignor Carlo Alberto Capella, ex funzionario della Nunziatura di Washington. Il provvedimento è stato eseguito dalla Gendarmeria Vaticana. L’imputato è detenuto in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’arresto giunge al termine di un’indagine del Promotore di Giustizia per possesso di ingente materiale pedopornografico. Lo comunica la Sala stampa vaticana.

    La vicenda

    Nato a Carpi, in provincia di Modena, nel 1967 monsignor Alberto Capella è stato ordinato sacerdote nella diocesi di Milano. Cresciuto all’oratorio San Carlo di Rho ha sempre rivestito incarichi diplomatici. L’ultimo quello di funzionario della nunziatura pontificia a Washington, negli Stati Uniti. La vicenda parte però dal Canada. Proprio il dipartimento di giustizia americano notificò alla Santa Sede le accuse contro Monsignor Capella, immediatamente richiamato in Vaticano. Poco dopo anche il Canada emise un mandato di arresto nei confronti dell’uomo accusato di aver scaricato e diffuso materiale pedopornografico dal computer di una chiesa durante un soggiorno nel Paese, nel dicembre 2016. Sabato mattina, dopo le indagini l’arresto.

    Preti pedofili, il caso del cremasco don Inzoli

    Quando si parla di preti pedofili impossibile non pensare alla vicenda di don Mauro Inzoli. Il sacerdote cremasco ai vertici di Cl, meglio conosciuto con il nome di “Don Mercedes” è stato condannato il mese scorso in via definitiva per aver abusato di diversi minori giustificando il proprio comportamento con passi della Bibbia. Era già stato spogliato delle vesti sacerdotali  l’anno scorso e si trova ora in carcere a Bollate.

    Il covese don Zappella

    Il caso di Don Inzoli aveva suscitato clamore e interesse anche a livello internazionale . Ma anche la piccola Covo, nel cuore della Bassa Orientale, ha avuto il suo scandalo. Meno noto a livello nazionale il caso di don Francesco Zappella aveva suscitato parecchio clamore in Sudamerica. Tantissime le denunce arrivate contro il sacerdote covese dall’Uruguay, dove don Zappella gestiva una missione che si occupava anche di un orfanotrofio. Durante le indagini era spuntata anche una condanna a 14 mesi risalente al 1989, per atti di libidine violenti su due ragazzini con meno di 14 anni. Ai tempi Don Zappella era stato ammesso al Noviziato a Pinerolo, poi interrotto, ufficialmente per motivi di salute. Quattro mesi dopo però, nonostante la condanna, don Zappella era stato accolto nel seminario di Albegna, dove era diventato sacerdote. Il magistrato aveva però chiesto l’archiviazione per le accuse contro don Zappella in quanto, essendo trascorsi più di 10 anni dai fatti, i reati erano caduti in prescrizione.

    http://giornaleditreviglio.it/cronaca/pedopornografia-prete-milanese-arrestato-dalla-gendarmeria-vaticana/

  • Abusi su minori, l’ex don Mauro Inzoli si consegna in carcere a Bollate

    Abusi su minori, l’ex don Mauro Inzoli si consegna in carcere a Bollate

    Cremona, 7 aprile 2018 – Si è presentato questa mattina al carcere di Bollate, consegnandosi spontaneamente, Mauro Inzoli, l’ex sacerdote – è stato ridotto allo stato laicale nel maggio 2017 – condannato per abusi ai danni di cinque ragazzi, tutti minorenni, commessi fra il 2004 e il 2008.

    Lo scorso 14 marzo la Corte di Cassazione aveva confermato la condanna a 4 anni, 7 mesi e 10 giorni pronunciata il 21 settembre 2017 dalla prima sezione penale della Corte d’Appello di Brescia. L’ex don Mauro Inzoli è ora detenuto nel carcere milanese in un reparto per “sex offender”, gli autori di reati sessuali.

  • Ex don Inzoli, la Cassazione  conferma la condanna:  4 anni, 7 mesi e 10 giorni

    Ex don Inzoli, la Cassazione conferma la condanna: 4 anni, 7 mesi e 10 giorni

    Per l’ex don Mauro Inzoli, 68 anni, è arrivato l’ultimo grado di giudizio: la Corte di Cassazione ha confermato la condanna emessa in appello il 21 settembre del 2017: 4 anni, 7 mesi e 10 giorni invece dei 4 anni e 9 mesi inflitti in primo grado per abusi sessuali su minori con l’aggravante dell’abuso di autorità. La riduzione della pena è dovuta all’intervenuta prescrizione di due episodi contestati all’imputato, ridotto nel maggio del 2017 con sentenza definitiva allo stato laicale da Papa Francesco.

    Il carismatico capo di CL, che è stato anche fondatore e presidente del Banco Alimentare di Crema, animatore della Onlus “Fraternità”, parroco della chiesa della Santissima Trinità di Crema e rettore del liceo linguistico Shakespeare, processato con il rito abbreviato, doveva rispondere di otto casi di violenza sessuale commessi sia nel suo ufficio dove teneva gli esercizi spirituali con i ragazzini, sia negli alberghi dei luoghi di villeggiatura dove CL portava i minori durante le vacanze estive.

    I fatti sarebbero accaduti tra il 2004 e il 2008. Tra le persone offese, un ragazzino all’epoca di soli 12 anni e un altro di 13. Sono gli episodi più gravi in quanto commessi ai danni di minori di 14 anni. Le altre vittime avevano tra i 14 e i 16 anni. Nel conteggio della pena è stato tenuto conto anche del risarcimento alle due parti civili e ad altre tre parti offese. A ciascuno dei cinque minori, in primo grado l’ex religioso aveva riconosciuto una somma di 25mila euro.

    Da parte dell’ex prete ci sarebbero stati baci, carezze, abbracci, toccamenti nelle parti intime e masturbazioni. “Negli anni”, scriveva il gup Letizia Platè nelle venti pagine di motivazione della condanna di primo grado, “don Inzoli ha approfittato con spregiudicatezza della propria posizione di forza e prestigio per ottenere soddisfazione sessuale, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso, così confondendo ulteriormente i giovani”.

    La difesa, rappresentata dagli avvocati Nerio Diodà e Corrado Limentani, del foro di Milano, oltre alle prescrizioni, ha sostenuto anche la linea del ‘Ne bis in idem’, e cioè il principio secondo il quale non si può essere condannati due volte per gli stessi fatti. In questo caso, essendo l’ex don Inzoli già stato condannato in sede ecclesiastica per gli stessi fatti, non avrebbe potuto essere di nuovo condannato in sede di giustizia ordinaria.

    Sara Pizzorni