Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Mauro Inzoli

  • I processi Canonici e la fregatura per le vittime

    I processi Canonici e la fregatura per le vittime

    Si è parlato tanto dei processi Canonici e dei Tribunali Ecclesiastici fatti apparire come una rivoluzione senza precedenti. Peccato che si siano dimenticati di dire che cosa è in realtà un Tribunale Ecclesiastico, come funziona e quale sia il rischio per la vittima.

    Si chiamano tribunali, proprio come quelli civili, al loro interno si svolgono dei processi, proprio come nei tribunali civili, ma quello che non vi hanno detto, forse per leggerezza o forse solamente per incompetenza, è che al di la dell’analogia del nome hanno ben poco a che fare con i tribunali civili che tutti conosciamo.

    Grazie ad alcuni dei nostri assistititi siamo riusciti ad avere prova di cosa accade durante quelli che la chiesa chiama processi canonici, durante i quali la vittima è costretta a presentarsi senza il proprio difensore di fiducia, ma dove paradossalmente, con il consenso della vittima può assistere l’avvocato dell’imputato. Esattamente come è accaduto ai due giornalisti, Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.

    Durante questi processi, quando è presente la vittima, non lo è l’imputato e viceversa. Entrambi vengono sottoposti separatamente ad un interrogatorio dove vengono acquisite le varie informazioni che riguardano lo specifico caso. La vittima non può portare testimoni a suo favore, può certamente citarli, ma sarà discrezione del tribunale sentirli. Alla vittima non viene rilasciato inoltre nessun verbale e nessun documento nel quale emerga ciò che è stato verbalizzato durante la deposizione.

    Quali sono le basi sulle quali si sviluppa il processo canonico?

    Anche in questo caso esiste un punto cardine davvero importante che fa capire l’abissale differenza con i tribunali che tutti conosciamo.

    Per la chiesa, l’abuso sessuale nei confronti di un minore, non è un reato penale nel quale la vittima è la parte lesa, bensì un’offesa morale a Dio. Ne viene da se che in quella sede, vittima e carnefice sono messi sullo stesso piano, sono entrambi peccatori, per questo le vittime vengono spesso snobbate dalla chiesa, perché sono viste come la parte che ha indotto il sacerdote in tentazione e non come colui ha subito la violenza.

    Esiste ancora un’altra differenza, questa volta tra la vittima e il sacerdote, una differenza gerarchica, possiamo chiamarla cosi, il sacerdote in quanto ministro di Dio è valutato ad un livello decisamente superiore di quello della vittima, la quale invece è un comune fedele, ovvero un peccatore ché ha permesso al sacerdote di “cadere in tentazione“.

    È proprio per questo motivo che la chiesa soccorre e accoglie come “una madre amorevole” il pedofilo nascondendolo o mandandolo in quei centri impropriamente chiamati di recupero di cui vi ho parlato pochi mesi fa, nei quali, come si legge puntualmente in tutti i comunicati diocesani divulgati in queste occasioni, il sacerdote non viene curato per una devianza, ma viene “rigenerato” nella sua parte morale e spirituale attraverso la preghiera, pentimento e isolamento.

    La fregatura per la vittima

    La Rete L’ABUSO sconsiglia caldamente ai propri assistiti di prestarsi ai Processi Canonici, almeno fino a quando sono in atto procedimenti nei tribunali civili. Tuttavia non possiamo vietarlo, ma state molto attenti perché il rischio è quello di arrivare in alcuni casi addirittura a perdere il processo.

    “L’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma spiega: «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante» spiega Caligiuri, che sottolinea: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali è stato ratificato nel 2012 dall’Italia.”

    Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva». Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». cit. LEFT del 10-12-16 pag. 32 (di federico Tulli)

    Cosa succede in caso di condanna del sacerdote?

    Nei Tribunali Canonici la massima pena che si può infliggere ad un sacerdote è la scomunica. Viene da se che in questo caso il pedofilo che prima di mestiere faceva il prete, resta un pedofilo che continuerà ad abusare anche se non più in abito talare. Nei suoi confronti la chiesa non provvederà a denunciarlo alle autorità civili a meno che non sia la vittima a farlo.  Nei confronti della vittima non è previsto un risarcimento, anche perché se per la chiesa la vittima è colei che ha portato lo sventurato sacerdote in tentazione, ci manca che la risarciscano pure.

    Tuttavia in alcuni casi è avvenuto che la chiesa paghi, ma non sotto forma di risarcimento alla vittima per il danno subito, ma come incentivo perché la vittima non denunci alle autorità civili. In questi casi infatti la vittima deve firmare un accordo tra le parti che la obbligherà a mantenere il silenzio sulla vicenda.

    Anche nel caso il processo si concludesse con la riduzione del sacerdote allo stato laicale, la denuncia viene sistematicamente omessa in quanto qualora l’Autorità Giudiziaria accertasse le responsabilità del sacerdote potrebbe ravvisare anche le responsabilità omissive della chiesa costringendo anch’essa ad un processo penale e/o ad un risarcimento civile. È proprio per questo che tutto viene gestito dal clero nella massima segretezza, proprio per non incorrere in risarcimenti milionari che come accaduto negli Stati Uniti hanno portato al fallimento diverse diocesi.

    In genere è comunque molto difficile che la chiesa riduca un prete pedofilo allo stato laicale a meno che questo non diventi troppo ingombrante per l’immagine e soprattutto per le casse della chiesa.

    Troviamo infatti ancora preti personaggi come don Mauro Inzoli riabilitato proprio da papa Francesco, o come don Aldo Nuvola che prima di essere spretato è stato arrestato e condannato ben 3 volte.

    Il nostro consiglio quindi è quello di aspettare almeno che terminino eventuali procedimenti civili prima di prestarsi ad avviare un procedimento canonico, che molto probabilmente, dopo il processo civile la chiesa non vorrà nemmeno più fare in quanto il vero obiettivo non è punire il prete, ma aggiustare al meglio la vicenda.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

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  • Pedofilia e Chiesa: verità insabbiate (parte 1)

    Pedofilia e Chiesa: verità insabbiate (parte 1)

    La versione più distorta della predicazione ha lo scopo di convincere le coscienze e non di stimolarle nel ragionamento critico. Le conquista imbambolandole e rendendole infantili, tramite azioni e gesti plateali capaci di raccogliere consensi. È questa la ragione del drastico rifiuto della concessione della grazia da parte di Papa Bergoglio nei confronti dei cosiddetti ‘preti pedofili’. Ma è proprio il caso di dire che stavolta il buco è troppo grosso per una toppa improvvisata come questa: non basta negare il perdono – contraddicendo tra l’altro i precetti fondamentali della religione cristiana – per sistemare decenni e decenni di insabbiamenti. Non si cancellano anni di omissioni e complicità riprovevoli semplicemente dando le spalle ai pesci che non sanno nuotare da soli. Gli intrighi ecclesiastici con i reati di pedofilia vantano rapporti consolidati e saldi. È infatti dai primi anni 2000 che vengono alla luce i tasselli di questa tragica storia, soprattutto grazie alla grande inchiesta avviata a Boston dal quotidiano The Boston Globe, che ha coinvolto nomi molto importanti. Da John J. Geoghan, un prete condannato a dieci anni di carcere per aver abusato di un bambino, all’arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, accusato di aver permesso a diversi preti – già accusati di violenze su minori – di continuare ad operare in parrocchie non informate dei fatti. Il 13 dicembre 2002 quest’ultimo, prima di rassegnare le sue dimissioni a Giovanni Paolo II, è costretto a fornire all’autorità giudiziaria 90 nomi di sacerdoti responsabili di molestie a danno di minori. L’inchiesta riesce a svelare denunce e condanne per reati di pedofilia insabbiati: nella sola Boston vengono accusati 89 sacerdoti e rimossi dall’incarico più di 55 preti. Nel 2002, la conferenza episcopale statunitense commissiona uno studio sul fenomeno, ormai accertato, al John Jay College of Criminal Justice di New York, il quale dopo circa due anni conferma le 6.700 accuse contro circa 4.392 sacerdoti e diaconi in carica negli Stati Uniti fra il 1950 e il 2002, cioè circa il 4% del totale dei sacerdoti. Dei 4.392 accusati, soltanto poco più di 100 sono stati condannati a pene detentive. Nel biennio 2009-2010 invece è la volta delle ‘magagne’ europee, fra queste anche l’Italia. Uno dei casi più estesi e complessi è quello irlandese, raccontato anche in un documentario della BBC, Sex crimes and the Vatican, che racconta i casi di 100 bambine e bambini abusati da 26 sacerdoti irlandesi. Proprio questi, sempre secondo il servizio della BBC, sarebbero stati coperti dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, a capo della Congregazione della Dottrina della Fede. Lo stesso che poi l’8 febbraio 2010, durante l’assemblea plenaria per la famiglia, condanna tutti quei comportamenti inconciliabili con la tutela dei diritti e della dignità dei minori. Dopo circa nove anni di indagini, l’inchiesta sul caso irlandese lascia a dir poco sbigottiti perché arriva a coinvolgere migliaia di bambini e adolescenti (le testimonianze di violenze sarebbero circa 2.500, avvenute fra gli anni ‘40 e ‘80), abusati nelle scuole, negli orfanotrofi e nei riformatori gestiti dagli ordini religiosi cattolici irlandesi. Cifre ridimensionate dalla dichiarazione dell’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’ONU di Ginevra, durante un intervento al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, che riduce il fenomeno ad un’incidenza compresa fra l’1,5% e il 5%. A rimanere un dato certo è però l’autonomia della magistratura ecclesiastica e dunque la ritrosia a rendere pubbliche e note denunce e vicende che richiederebbero un’indispensabile partecipazione collettiva.

    I casi italiani più noti

    La storia degli abusi in Italia è costellata davicende raccapriccianti. A partire dal processo avvenuto presso il Tribunale di Roma, nei confronti di don Ruggero Conti, parroco della parrocchia di Selva Candida a Roma, accusatoper l’abuso di 7 minori dal 2001 al 2008, anno in cui viene arrestato e condannato a 15 anni e 6 mesi di reclusione. Fino al caso Bertagna, riguardante l’omonimo don Pierangelo Bertagna, ex abate dell’abbazia di Farneta, in provincia di Arezzo, che viene arrestato l’11 luglio 2005, in seguito alla denuncia di un bambino tredicenne.Confessa abusi avvenuti a partire dal 1988,inizialmente nelle sue zone di origine, la Lombardia e il Bresciano – quando ancora non era entrato in seminario – ai danni di 38 bambini fra gli otto e i quindici anni. Bertagna confessa che padre Vittorio Cappelletto, capo dell’associazione dei Ricostruttori della preghiera, e anche alcuni altri membri dell’associazione stessa ne erano a conoscenza. È stato condannato a 8 anni di carcere nel giugno 2007, soltanto per 16 dei 38 abusi confessati.

    Altro caso è quello dell’ex seminarista Marco Marchese, che ha denunciato gli abusi subiti da parte di don Bruno Puleo, il quale ha poi patteggiato dichiarandosi colpevole. Marchese ha chiesto un risarcimento di 65.000 euro alla Curia di Agrigento, ma il vescovo, Carmelo Ferraro, ha risposto con una richiesta di 200.000 euro per danni di immagine alla Chiesa. Va da sé che lacondanna stabilita da parte delle istituzioni ecclesiastiche per Puleo è consistita nel solo trasferimento in un’altra località, anche qui in seguito accusato di ulteriori abusi sessuali nei confronti di minorenni.

    E ancora, il sacerdote don Mauro Inzoli, ex dirigente del movimento cattolico di Comunione e Liberazione ed ex presidente del Banco Alimentare, condannato il 29 giugno 2016 a 4 anni e 9 mesi di carcere, con l’accusa di violenze su minori, aggravate dall’abuso di autorità. È stato possibile condannarlo per 8 abusi, commessi fra il 2004 e il 2008, mentre gli altri 12 casi, che lo vedevano protagonista di ulteriori vessazioni, sono caduti in prescrizione. Gli abusi avvenivano nell’oratorio, nello studio del prete e nelle località di vacanza dove i gruppi di preghiera si riunivano.

    Il 2009 è anche l’anno dello squallore sconcertante dell’Istituto Provolo di Verona, teatro delle peggiori violenze e vessazioni fisiche e psicologiche. Le accuse sono state sottoscritte da 67persone, ormai di un’età compresa fra i 50 e i 70 anni, e allora bambini e bambine sordomuti chevivevano nell’Istituto. Hanno denunciato abusi protratti per circa trent’anni, fino al 1984. Le vittime e i testimoni dell’accusa, non potranno più avere neanche quella insulsa parvenza di giustizia accordata nei casi precedenti, perché i reati sono caduti in prescrizione. I religiosi accusati sono 25, mentre il numero dei bambini abusati raggiunge circa il centinaio. Poco più di sessanta persone, il 20 novembre 2008, trovano il coraggio di scrivere una lettera a monsignor Gianpietro Mazzoni, vicario giudiziale, ovvero magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona, nella quale riportano i fatti accaduti. «Nella stanza adibita a confessionale della chiesa di Santa Maria del Pianto dell’Istituto Provolo, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze sorde (la porta era in quei momenti sempre chiusa a chiave). I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni sia all’Istituto Provolo di Verona che al Chievo e, durante il periodo delle colonie, a Villa Cervi di San Zeno di Montagna». Inoltre aggiungono di essere stati oggetti di ulteriorivessazioni, botte e bastonate. Le violenze avvenivano addirittura sotto l’altare e nel confessionale o in gruppo sotto la doccia.

    I ritardi nelle condanne e la complicità subdola sono le cause principali dei numeri impressionanti delle vittime che si sono susseguite negli anni, ma non solo. La caduta in prescrizione e dunque l’impunità della gran parte dei reati è anch’essa frutto dell’omertà che circonda simili circostanze: le poche voci che hanno trovato la forza di raccontare le atrocità subite non state prese in considerazione o sono arrivate troppo tardi per vedere puniti i loro aguzzini. E questa è solo una piccola parte del perché la negazione della grazia è soltanto fumo negli occhi.

    http://www.2duerighe.com/attualita/93521-pedofilia-chiesa-verita-insabbiate-parte-1.html

  • Appello ex don Inzoli, pena  ridotta: 4 anni, 7 mesi e 10 giorni E il Papa cita il caso di Crema

    Appello ex don Inzoli, pena ridotta: 4 anni, 7 mesi e 10 giorni E il Papa cita il caso di Crema

    4 anni, 7 mesi e 10 giorni invece di 4 anni e 9 mesi. I giudici della corte d’appello di Brescia, il presidente Enrico Fischetti e il giudice relatore Mariapaola Borio, hanno accolto la richiesta del pg Cristina Bertotti, e hanno ridotto la pena decisa in primo grado per l’ex don Mauro Inzoli, 67 anni, il carismatico capo di CL condannato il 29 giugno del 2016 dal gup di Cremona Letizia Platè per abusi sessuali su minori con l’aggravante dell’abuso di autorità. La riduzione della pena è dovuta all’intervenuta prescrizione di due episodi contestati all’imputato, ridotto il 20 maggio scorso con sentenza definitiva allo stato laicale da Papa Francesco. Il processo è stato celebrato con il rito abbreviato, che concede lo sconto di un terzo della pena.

    E proprio oggi, nel giorno della sentenza d’appello, Papa Francesco ha fatto un pesante affondo contro la pedofilia. Davanti alla Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha detto: “Non concederò mai la grazia ai colpevoli di abuso. Per queste persone, se ci sono le prove, la pena è definitiva”. Il Papa ha anche parlato del caso di Crema. Le frasi da lui pronunciate sono riportate sul sito Avvenire.it. “In un solo caso, in quasi cinque anni”, ha detto Bergoglio, “c’erano due sentenze su un sacerdote della diocesi di Crema: la sentenza del vescovo era buona, toglieva tutti i ministeri, ma non lo stato clericale. Io ero nuovo, non capivo bene queste cose e davanti alle due ho scelto la più benevola”. “Ma dopo due anni lui è ricaduto”, ha concluso il Papa. “In realtà”, hanno spiegato i legali della difesa, gli avvocati Nerio Diodà e Corrado Limentani, “il nostro assistito non ha commesso alcun fatto nuovo. C’e’ stato un equivoco, o il Papa è stato informato male”. L’iter è stato questo, come hanno specificato gli avvocati: Nel marzo scorso la curia di Crema aveva incaricato l’avvocato Antonino Andronico, del foro di Bergamo, di chiedere copia della sentenza di primo grado. La sentenza era poi stata inviata al vescovo che a sua volta l’aveva inoltrata in Vaticano alla Congregazione per la dottrina della fede. In seguito don Inzoli era stato spretato. “In quell’occasione”, hanno detto i due legali, “il nostro cliente aveva scritto una memoria in cui specificava che i casi trattati nella sentenza di primo grado erano quelli riferiti agli anni addietro, quindi nessun nuovo episodio”.

    Inzoli doveva rispondere di otto casi di violenza sessuale commessi sia nel suo ufficio dove teneva gli esercizi spirituali con i ragazzini, sia negli alberghi dei luoghi di villeggiatura dove CL portava i minori durante le vacanze estive. I fatti sarebbero accaduti tra il 2004 e il 2008. Tra le persone offese, un ragazzino all’epoca di soli 12 anni e un altro di 13. Sono gli episodi più gravi in quanto commessi ai danni di minori di 14 anni. Le altre vittime avevano tra i 14 e i 16 anni. Nel conteggio della pena è stato tenuto conto anche del risarcimento alle due parti civili e ad altre tre parti offese. A ciascuno dei cinque minori, in primo grado l’ex religioso aveva riconosciuto una somma di 25mila euro.

    La difesa, da parte sua, oltre alle prescrizioni, ha sostenuto anche la linea del ‘Ne bis in idem’, e cioè il principio secondo il quale non si può essere condannati due volte per gli stessi fatti. In questo caso, essendo l’ex don Inzoli già stato condannato in sede ecclesiastica per gli stessi fatti, non avrebbe potuto essere di nuovo condannato in sede di giustizia ordinaria. Questo motivo d’appello, non accolto dalla corte, i legali lo ripresenteranno anche nel ricorso in Cassazione.

    La motivazione della sentenza d’appello sarà depositata entro 60 giorni.

    Sara Pizzorni

    https://www.cremonaoggi.it/2017/09/21/appello-ex-don-inzoli-pena-ridotta-4-anni-7-mesi-10-giorni-papa-cita-caso-crema/

  • L’EX SACERDOTE MAURO INZOLI GIOVEDÌ DAVANTI AI GIUDICI

    L’EX SACERDOTE MAURO INZOLI GIOVEDÌ DAVANTI AI GIUDICI

    Crema, 17 settembre 2017

    E’ la settimana del giudizio. Giovedì mattina a Brescia, i giudici della Corte d’appello di quel tribunale discuteranno il ricorso presentato dagli avvocati Corrado Limentani e Nerio Diodà contro la condanna a 4 anni e nove mesi per abusi sessuali nei confronti del loro assistito, l’ex sacerdote Mauro Inzoli, ridotto allo stato laicale da papa Francesco nello scorso mese di maggio. Come ribadito più volte, il ricorso non mira a ottenere il cambio del giudizio, da colpevole a innocente, ma a una riduzione della pena. Infatti, Inzoli prima di andare davanti al giudice delle udienze preliminari del tribunale di Cremona, ha sanato la sua posizione, risarcendo le sue vittime con 150mila euro. Questo significa che ha riconosciuto la sua colpevolezza per il reato per il quale poi il giudice l’avrebbe condannato. La strategia difensiva dei suoi difensori punta a una riduzione della pena perché se il collegio che giudicherà l’imputato lo condannerà a una pena inferiore ai quattro anni, l’ex sacerdote potrebbe chiedere di evitare il carcere e di essere ammesso ai servizi sociali. In caso di risposta positiva l’ex parroco della SS. Trinità di Crema non vedrebbe aprirsi le porte del carcere. Se invece la pena venisse confermata o addirittura maggiorata, allora resterebbe sempre la strada del ricorso in Cassazione, che aprirebbe altre prospettive, tra le quali quella della prescrizione. Ricordiamo che l’ex sacerdote è a giudizio solo per una parte dei reati commessi, in quanto altri erano già finiti in prescrizione.

    http://www.crema-news.it/articoli/lex-sacerdote-mauro-inzoli-giovedi-davanti-ai-giudici

  • Abusi sessuali su minori:  per l’ex don Inzoli fissato  l’appello al 21 settembre

    Abusi sessuali su minori: per l’ex don Inzoli fissato l’appello al 21 settembre

    E’ stato fissato al prossimo 21 settembre a Brescia il processo d’appello nei confronti di don Mauro Inzoli, 67 anni, il carismatico capo di CL condannato il 29 giugno del 2016 dal gup di Cremona Letizia Platè a 4 anni e 9 mesi di reclusione per abusi sessuali su minori con l’aggravante dell’abuso di autorità. Don Inzoli, ridotto il 20 maggio scorso con sentenza definitiva allo stato laicale da Papa Francesco, era stato processato con il rito abbreviato. Nel conteggio della pena era stato tenuto conto anche del risarcimento alle due parti civili e ad altre tre parti offese. A ciascuno dei cinque minori, il religioso aveva riconosciuto una somma di 25mila euro. L’ex religioso doveva rispondere di otto episodi di violenza sessuale commessi sia nel suo ufficio dove teneva gli esercizi spirituali con i ragazzini, sia negli alberghi dei luoghi di villeggiatura dove CL portava i minori durante le vacanze estive. I fatti sarebbero accaduti tra il 2004 e il 2008. Tra le persone offese, un ragazzino all’epoca di soli 12 anni e un altro di 13. Sono gli episodi più gravi in quanto commessi ai danni di minori di 14 anni. Le altre vittime avevano tra i 14 e i 16 anni. Contestato l’abuso di autorità in quanto nei periodi dei presunti abusi Inzoli ricopriva i ruoli di rettore al liceo linguistico Shakespeare e parroco della chiesa della Santissima Trinità di Crema a cui faceva capo il gruppo Gioventù studentesca. I ragazzi frequentavano l’oratorio per i perfezionamenti spirituali che svolgevano con il don. Da parte del prete ci sarebbero stati baci, carezze, abbracci, toccamenti nelle parti intime e masturbazioni. Tutte le presunte vittime avevano raccontato di una loro fortissima sottomissione psicologica davanti a don Mauro: in sostanza, sarebbero rimasti allibiti, ma non avrebbero avuto la forza di reagire. Uno dei giovani aveva raccontato che per i genitori don Inzoli era un “idolo meritevole di venerazione”. L’imputato, come in primo grado, è difeso dagli avvocati Nerio Diodà e Corrado Limentani di Milano.

    https://www.cremonaoggi.it/2017/09/04/abusi-sessuali-minori-don-mauro-inzoli-fissato-lappello-al-21-settembre/

  • Così la sessuofobia della Chiesa alimenta la pedofilia clericale

    Così la sessuofobia della Chiesa alimenta la pedofilia clericale

    Dal prete di Cremona don Mauro Inzoli, condannato per pedofilia e per questo spretato da Francesco, al cardinale George Pell, prefetto degli Affari economici del Vaticano, incriminato per molestie e stupro, messo in aspettativa dal Papa e volato in Australia per discolparsi, ai 547 bambini vittime di violenze del coro di Ratisbona, diretto per 30 anni, dal 1964 al 1994, dal sacerdote Georg Ratzinger, fratello di Benedetto XVI, sono gli ultimi casi che evidenziano un rapporto tra Chiesa cattolica e pedofilia.

    A differenza dell’ omosessualità, la pedofilia non potrà mai essere accettata, perché la prima è tra due individui consapevoli, liberi e responsabili, mentre la seconda non prevede la libertà del bambino, anzi il pedofilo approfitta della sua fiducia (l’evangelico “Se non sarete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”)… per questo l’ex presidente Usa Barack Obama parlò di pena di morte ipotizzabile in soli due casi: uccisione di bambini e stragi (se fosse in Italia, ne aggiungerebbe un terzo: la mafia).

    Come noto, il pedofilo è quasi sempre stato vittima di pedofilia. Si può quindi ipotizzare una sorta di malattia che si è trasmessa di generazione in generazione nei seminari – ovvio non si può generalizzare -. A ciò si aggiunga che nel passato l’omosessualità era tabù (Dante mette i sodomiti all’Inferno) ed era così naturale che gli omosessuali, e a maggior ragione i pedofili, finivano per scegliere la via del sacerdozio. Ma c’è molto di più. C’è una ragione potenziale, per così dire intrinseca, al ruolo sacerdotale.

    La commissione di psichiatri incaricata dalla stessa Chiesa di far luce sui casi di molestie e pedofilia nelle diocesi Usa dal 1960 al 1980 riscontrò negli accusati le due caratteristiche psichiche tipiche del pedofilo: il narcisismo e l’asocialità. Che cosa c’è di più narcisista di un prete, un uomo che porta la veste, che è il tramite tra gli uomini e Dio, che quindi è un semi-dio, che fino al Concilio Vaticano II (1962-1965) celebrava la messa dando le spalle ai fedeli? Che cosa c’è di più asociale di un prete, che è amico di tutti, ma alla fine si ritrova la notte da solo in casa?

    Alla base di tutto, c’è il sesso visto come un problema, il sesso come massimo allontanamento/avvicinamento a Dio. È vero che Matteo nel suo Vangelo parla di “eunuchi per vocazione religiosa”, ma anche che Pietro era sposato e che Paolo scrive ai vescovi rivolgendosi ai loro figli biologici. Del resto il celibato dei sacerdoti fu introdotto nel Basso Medioevo   – e divenne poi disciplina col Concilio di Trento (1545-1563) – perché papi e vescovi avevano figli che abusavano del proprio potere e compivano nefandezze. Sarà quindi inevitabile che si elimini questa paura per il sesso, che sia abolito il celibato. Ne va della stessa sopravvivenza della Chiesa. Del resto al vertice di quella luterana di Svezia è stata nominata Eva Brunne, donna e lesbica… e come dice Martin Lutero “chiunque può prendere una posizione sulla fede e sulla Bibbia”.

    http://www.affaritaliani.it/politica/cosi-la-sessuofobia-della-chiesa-alimenta-la-pedofilia-clericale-491497.html

  • Dietro la tolleranza zero di Bergoglio, l’irrefrenabile passione per pedofili e insabbiatori.

    Dietro la tolleranza zero di Bergoglio, l’irrefrenabile passione per pedofili e insabbiatori.

    Ancora uno scandalo scuote il Vaticano, è il turno del cardinale australiano George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia, membro del C9 (il gruppo di nove cardinali che coadiuvano Francesco nella riforma della Curia) e uomo di fiducia di Bergoglio che lo ha voluto tra i suoi fedelissimi, oggi accusato dalle autorità civili non solo di aver insabbiato casi di pedofilia quando era in Australia, ma addirittura incriminato per aver commesso lui stesso abusi su minori.

    Nello speciale di Federico Tulli che trovate su LEFT di sabato 7 luglio 2017

    Anche se oggi, nell’intento di smorzare quelle che sono state le incoerenti e difficilmente giustificabili scelte di Bergoglio dal Vaticano si grida “al complotto”, va ricordato che le accuse di insabbiamenti nei confronti di Pell non sono una novità recente. Già nel febbraio del 2016 fu ascoltato proprio a riguardo dalla Royal Commission into Institutional Responses to Child sexual abuse, oggi viene semplicemente formalizzata anche l’incriminazione per pedofilia.

    Definire un papa che ha promesso ai quattro venti di fare pulizia e riforme concrete al grido della “tolleranza zero” contro i pedofili e contro coloro che hanno insabbiato casi, che consapevolmente si circonda di personaggi a dir poco chiacchierati sia vittima di un improbabile complotto è un’offesa all’intelligenza umana, altro che complotto al papa, questo è un complotto contro il diritto dei cittadini a una corretta informazione.

    Vogliamo parlare in modo onesto di complotto?

    Bene parliamo di quello fatto da Bergoglio ai suoi stessi danni allora, perche tra le figure a dir poco ambigue di cui la stampa parla poco stando ben attenta a separare i casi per non dare un quadro troppo completo della situazione, non c’è solo Pell e il nuovo prefetto della C.D.F. Francisco Ladaria Ferrer, altro fidatissimo scelto personalmente da Bergoglio e chissà, magari in futuro oggetto del prossimo “complotto” della curia romana ai danni dell’operato del pontefice.

    Di Ladaria si è subito detto delle gravi accuse di aver insabbiato un caso, quello di don Gianni Trotta, motivo già più sufficiente se si volesse dare almeno una parvenza di coerenza e di serietà con la “tolleranza zero” tanto acclamata, per non metterlo a capo proprio di quell’organo (la Congregazione per la Dottrina della Fede) che ha il compito di giudicare i preti abusatori. Ma anche qui l’informazione è scarna e incompleta perchè il passato di Ladaria non è stato “valorizzato” quanto si dovrebbe.

    Non si è detto per esempio che Ladaria non è nuovo alla C.D.F., in passato ne fu il segretario e non era la prima volta che aveva a che fare con casi di pedofilia e i relativi silenzi.

    Si occupò nel 2013 del caso di Erik Zattoni, figlio del prete pedofilo don Pietro Tosi. (vedi allegato a sinistra)

    Un altro caso passato anche per le sue mani, è quello del sacerdote della diocesi di Savona, don Nello Giraudo, di cui Ladaria si occupò nel 2010. (vedi allegato a destra)

    In quella occasione il vescovo inadempiente si chiamava Domenico

    Calcagno, oggi promosso cardinale e meglio conosciuto negli ambienti vaticani come il cardinale Rambo, per via della sua passione per le armi.

    Anche lui è un altro fedelissimo di Bergoglio tutt’ora alla presidenza dell’APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

    Chissà un domani, anche lui probabile oggetto del prossimo “complotto” della curia romana ai danni del povero Francesco.

    E si, questo è un rischio concreto perché il cardinale non è coinvolto solo nelle inadempienze del caso savonese di don Giraudo, ma è anche indagato – sempre a Savona – per malversazione.

    Tornando a don Nello Giraudo, la lista di nomi coinvolti in quella sola vicenda va ben oltre Ladaria e Calcagno, c’è anche il nome di colui che nel 2003 era il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, tale Joseph Ratzinger (allegato a destra), che non è un omonimo, è proprio lui, il papa emerito non nuovo a simili accuse che nel 2005 lo portarono ad essere citato in giudizio in Texas dove evitò il processo chiedendo l’immunità.

    Come finì poi il caso di don Giraudo?

    Tra parole, opere e omissioni finì che nel 2005, cioè ben 2 anni dopo il carteggio che vedete, don Giraudo abuserà sessualmente dell’ennesimo ragazzino.

    Malgrado ciò, nel 2006, cioè un anno dopo quell’ultimo abuso di minore, Calcagno chiederà a Charles Scicluna – allora Prefetto – di “chiudere un occhio” e superare il giudizio espresso dalla C.D.F. ovvero la riduzione dallo stato clericale.

    Questa volta però verrà denunciato anche all’autorità civile e nel 2012 patteggierà una condanna a un anno e sei mesi – con la condizionale – per quel solo abuso del 2005. Per tutti gli altri invece, anche grazie alle inadempienze di cui sopra, sono intervenuti i termini prescrittivi.

    Ma altre recentissime scelte di Bergoglio stridono maledettamente con quella “tolleranza zero” tanto acclamata.

    Milano, 25 marzo 2017.
    Papa Francesco visita la diocesi di Milano.
    Mons. Mario Delpini e il card. Angelo Scola

    Giusto pochi giorni fa (7-7-17) è stato nominato a Milano il successore del cardinale Scola, monsignor Mario Delpini al quale anche a nome delle vittime della Rete L’ABUSO faccio le mie congratulazioni per la sua importante promozione.

    Delpini è un’altra di quelle davvero tristi scelte di Bergoglio, anche lui è accusato di aver coperto un sacerdote, Mauro Galli, attualmente sotto processo con l’accusa di abusi su un minore di Rozzano (MI).

    Altra vicenda che stride parecchio col termine “tolleranza zero” è il reintegro avvenuto proprio pochi giorni fa a Palermo di don Paolo Turturro, condannato a 3 anni di carcere per abuso di un minore. Per la seconda vittima invece sono intervenuti i termini prescrittivi.

    Ma non sono solo scelte azzardate di Bergoglio e farina del sacco altrui.

    Guarda l’approfondimento “Non abusare. Il comandamento negato nella chiesa di Francesco” il docu-film sul caso argentino del prete italiano don Nicola Corradi

    Francesco ha dato anche del suo, per esempio con il caso del prete pedofilo veronese don Nicola Corradi, denunciato dagli allievi sordi dell’istituto Antonio Provolo di Verona già negli anni 80, nascosto dalla chiesa in Argentina dove nel novembre scorso è stato arrestato per aver reiterato su decine di bambini sordi gli stessi reati che aveva commesso a Verona. (vedi il docu-film argentino)

    Ebbene, proprio questo caso, gli fu segnalato nel 2014 – quando era già papa – e sfatando il mito dei segretari che non consegnano le lettere al pontefice, questa lettera  (a sinistra) contenente il nome di don Corradi e di altri 14 sacerdoti ancora operanti e in vita accusati di abusi, gli fu consegnata direttamente in mano, ci sono persino le foto! (a destra)

    Purtroppo non intervenne ma oggi, solo dopo che la magistratura Argentina ha aperto un’inchiesta arrestando oltre a don Corradi altre 5 persone, Bergoglio manda i suoi ispettori i quali in virtù della “tolleranza zero” e della collaborazione con l’autorità giudiziaria, pretenderebbero dagli inquirenti di accedere al fascicolo, rigettando però l’analoga richiesta della magistratura argentina che vorrebbe accedere a quelli nelle mani degli ispettori papali.

    Ma nell’era della così detta “tolleranza zero” di Francesco quello argentino non è l’unico caso in cui il Vaticano nega alla magistratura la documentazione, per esempio, senza dover andare troppo a ritroso, c’è il caso di don Mauro Inzoli.

    E’ stato detto che la decisione di Bergoglio ricalca quella presa nel 2012 da Ratzinger, ma non si dice che fu proprio papa Francesco a riabilitare don Mauro accettando nel 2014 il ricorso contro il decreto di riduzione dallo stato clericale emesso in precedenza da Ratzinger.(Comunicato diocesi integrale)

    Non si ricorda neppure che il Vaticano rigettò anche in quel caso la richiesta di rogatoria fatta nel 2015 dalla Procura di Cremona.

    Leggendo le notizie di pochi giorni fa, provvidenzialmente divulgate poco prima che venisse annunciato che Pell era stato incriminato in Australia, si da quasi ad intendere che Bergoglio, in linea con le scelte del suo predecessore abbia  cacciato con decisione e pugno duro don Mauro Inzoli.

    Ma la “tolleranza zero” di papa Francesco stride anche rispetto a altre inadempienze. Per esempio quelle che furono nel 2014 le richieste della Commissione Onu per i diritti del bambino, la quale raccomandava non solo di prendersi cura delle vittime, ma di aprire alla magistratura gli archivi contenenti i nomi dei preti denunciati alla chiesa, in modo tale che la giustizia civile potesse fare il suo corso. Chiese anche di inserire uno strumento risolutivo oltre che di semplicissima realizzazione, l’obbligo della denuncia per i vescovi all’autorità civile e per far questo, basterebbe un Decreto che il papa può fare.

    Ma forse questo era troppo risolutivo e semplice, tant’è che come palliativo Bergoglio si inventò la commissione antipedofilia che però stando a quanto denunciano le due vittime che hanno lasciato, Marie Collins e Peter Sunders, sarebbe totalmente inefficace e non farebbe nulla di concreto per le vittime.

    Concordi non solo riguardo all’inefficacia della commissione di Bergoglio ma anche ai progressi della chiesa in materia di contrasto alla pedofilia, decine di migliaia di vittime in tutto il mondo e le associazioni che le tutelano, con le quali il Vaticano, malgrado i proclami, continua ancora oggi a rifiutare qualunque tipo di dialogo compreso rispondere alle loro lettere.

    … continua dopo il video delle vittime al quale Bergoglio non ha mai risposto

    Sono all’incirca 17 anni da quando dopo l’indagine dell’ormai famoso team del Boston Globe chiamato Spottlight, il mondo ha preso atto che tra i preti ci sono molti pedofili e quel che è peggio è che la chiesa, come conferma anche l’ONU, ha procedure interne che permettono sistematicamente di insabbiare i casi e di commettere altri abusi.

    Dopo 17 anni siamo ancora qui, in una situazione forse peggiore non solo perché non c’è stato un minimo cambiamento concreto ma perché a quanto pare non esiste un altro team come Spotlight che abbia voglia di indagare a fondo e dare un’informazione reale raccontando tutto quello che in questi anni non è cambiato affatto.

    Invece, soprattutto sulla stampa italiana, leggiamo continuamente di un papa onnipotente e rivoluzionario che malgrado le vittime di tutto il mondo lamentino la latitanza risolve, licenzia, punisce e processa i vescovi insabbiatori creando un rivoluzionario tribunale, che dopo due anni di propaganda si scopre che quel tribunale tanto osannato non è mai esistito, “era soltanto un progetto” – fa sapere il cardinale Gerhard L. Müller – tra le altre cose sottolinea – inutile – in quanto le norme per processare i vescovi esistono già nel Codice Canonico.

    Un papa onnipotente che quando si trova però di fronte a dover concretizzare quanto osannato da tutti i mezzi di informazione possibili e non, improvvisamente si trasforma in un papa solo, con un’intera curia che lo boicotta impedendogli di concretizzare i suoi buoni propositi che fino al giorno prima la stampa vendeva per concreti e efficacissimi.

    Improvvisamente non è più in grado di sospendere una promozione – almeno fino a quando le cose non saranno chiarite – come nel caso di monsignor Mario Delpini, o come quello del cardinale milionario Jean Zerbo.

    Un papa che non ha più il potere nemmeno di sfrattare dalla sua chiesa che lui stesso dice di volere umile e povera un cittadino Vaticano come il cardinale Tarcisio Bertone o che non è capace di bloccare un pedofilo come don Nicola Corradi o ancora, reintegrando preti condannati per pedofilia come ad esempio nel caso di don Turturro.

    Insomma, dalle stelle alle stalle, un pontefice che da “Superman” diventa quasi incapace li leggere una lettera consegnata a mano o di trovare la finestra dalla quale dice abitualmente l’Angelus…

    Una politica che in questi 17 anni e grazie ai complici di papa Francesco non solo ha agevolato l’immobilità della chiesa ad affrontare il problema, ma quel che è peggio è che ha reso sacrificabili altri bambini innocenti, si perché intanto che se ne parla, come si può vedere dalla nostra mappa che raccoglie gli ultimi 15 anni dei soli casi italiani, sembrerebbe che i pedofili continuino ad abusare producendo altre vittime.

    Sentir dire oggi che papa Francesco è vittima di un complotto della curia romana, è francamente inaccettabile ma potrebbe essere già un buon inizio se qualcuno di quei giornalisti tanto cari a Bergoglio gli andasse a chiedere conto almeno di quanto abbiamo detto sopra.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Abusi nella Chiesa: un problema di radici

    Abusi nella Chiesa: un problema di radici

    Il problema sono i criteri di selezione dei sacerdoti, quelli adottati sono come mettere una bomba alla base del colonnato di San Pietro.

    Un vescovo mi chiede quali sono le caratteristiche che deve possedere un ragazzo per diventare sacerdote di qualità. La mia risposta è ragionevole, deve essere una persona strutturata già prima di entrare in seminario, giacché il suo ruolo, se amministrato come si deve, è molto complesso e richiede doti umane non comuni.

    La maggior parte dei gravi problemi che affliggono oggi la Chiesa, sono legati ai criteri di selezione dei sacerdoti, spesso reclutati in base, diciamo così, al bisogno di mano d’opera spirituale e alla pretesa che il tempo e il seminario appianeranno le criticità. La stessa pretesa che un sacramento, ad esempio il matrimonio, per il fatto stesso che è un sacramento, riempia tutte le falle. Peccato che la situazione del matrimonio nel nostro Paese sia disperante e sarà sempre peggio, tanto che quasi nessuno dei giovani di oggi arriverà a termine corsa con lo stesso partner.
    Selezionare il personale religioso con il criterio predetto è come mettere una bomba alla base del colonnato di San Pietro.

    La vicenda del Cardinale australiano George Pell arriva pochi giorni dopo che la congregazione per la dottrina della fede aveva ridotto allo stato laicale un dominus di Comunione e Liberazione, già condannato in primo grado dal tribunale di Cremona a quasi cinque anni di reclusione, per una serie di abusi su minori, perpetrati, peraltro, nel silenzio dei genitori delle vittime. Gli stessi genitori che sono usciti dal processo di appello dietro risarcimento di circa 25 mila euro, una miseria, prosecuzione dell’atteggiamento omertoso di cui sopra. Questo silenzio, incredibile per un genitore normale, si giustifica proprio con i microclimi patologici che si creano all’interno di certe culture, in particolare religiose.

    Ma il cardinale George Pell e don Mauro Inzoli, sono arrivati al sacerdozio dopo quella che sarebbe dovuta essere una selezione, il fatto è che i selezionatori sono a loro volta consacrati, persone scelte con il medesimo criterio con cui essi sceglieranno i nuovi candidati. Un cane che si morde la coda. Non solo, quello che non viene visto prima dovrebbe essere visto nei seminari, dove un ragazzo rimane per anni, ma anche questa stazione di controllo funziona a spanne, salvo eccezioni, e quando funziona può accadere che la persona respinta riesca a farsi ammettere in un nuovo seminario.

    Quello che succede alle vittime dei casi di pedofilia è colpa esclusiva della Chiesa, perché spetta a lei e solo a lei il grave compito della selezione del personale. Un conto, infatti, è un accadimento limitato e raro, può succedere a chiunque di lasciarsi scappare una pagliuzza, un conto è un fenomeno sistematico e diffuso, che è assai più vasto dei casi che vengono denunciati e perseguiti. Negli anni credo di avere intercettato una ventina di casi mai individuati e perseguiti. Non voglio dire che è così per tutti quelli che fanno il mio lavoro, ci mancherebbe, ma se ognuno di essi si fosse imbattuto in almeno un caso, saremmo di fronte ad un fenomeno che con le eccezioni sembra avere poco a che fare.

    Intervenire sui casi conclamati è importante, questo Pontefice si è impegnato molto in questo senso, sono testimone diretto di suo intervento a favore della madre di una vittima, ma se non cambiano i criteri di selezione del personale religioso, la situazione è destinata ad aggravarsi. Le aziende private selezionano con molta attenzione i propri operatori, la Chiesa, invece, prende quello che capita, pescando peraltro in una platea ristretta, giacche gli eleggibili sono solo coloro che, almeno sulla carta, accettano le regole del celibato.

    Un paio di mesi fa papa Francesco aveva ricevuto in Santa Marta un gruppo di novizi e prenovizi salesiani. Con schiettezza era andato subito al punto, raccomandando di stare attenti a tutti quei giovani che «vogliono entrare in seminario perché sentono che sono incapaci di cavarsela da soli nel mondo». Il papa sa benissimo che chi entra in seminario appartiene spesso alla categoria che egli evoca. C’è un deficit di preparazione umana piuttosto vistoso e preoccupante nella maggior parte dei sacerdoti, che non riguarda solo le trasgressioni più gravi ma tocca tutto il loro impianto relazionale, la capacità di stare in mezzo ai loro simili come delle vere autorità morali, come dovrebbe essere. Invece, non sono in grado di confrontarsi fuori dai loro piccoli confini, dai loro angusti formulari, scappano timorosi quando li si coinvolge in confronti adulti, temendo di compromettersi.

    Il punto non è come saranno puniti George Pell, qualora dovesse risultare colpevole, don Mauro Inzoli o i preti che si macchiano di queste gravi mancanze, la vera questione aperta è che essi non sarebbero mai dovuti essere ammessi in un seminario. In caso di cecità dei selezionatori, non avrebbero dovuto superare l’altro passaggio cruciale, quello della consacrazione, anche perché una volta diventati sacerdoti cessa ogni possibile controllo su di essi.

    La Chiesa si trova di fronte ad almeno quattro emergenze, la cui mancata soluzione aggraverà i suoi problemi, compreso quello della pedofilia, condannandola alla marginalità, soprattutto in Occidente, dove essa non è in grado di ‘leggere’ la dimensione della crisi dell’individuo e di ‘testimoniare’ una via d’uscita, proprio perché non possiede gli uomini per farlo.
    Mi riferisco alla sua concezione della donna, davvero troglodita. Al rapporto con l’omosessualità, disumano e per nulla cristiano. Alla grottesca finzione del celibato, il cui superamento permetterebbe di selezionare i futuri sacerdoti tra una platea sconfinata di persone. Alla spaventosa questione del carrierismo tra i consacrati, che risparmia poche persone e tocca anche figure vicinissime al Papa.

    Questa rivoluzione è impossibile dall’interno della Chiesa, perché il bastone del comando è in mano a vescovi e cardinali che, una volta raggiunto il loro strapuntino, chiudono il portone e gettano via la chiave, rendendosi disponibili solo a piccoli aggiustamenti oppure a inutili ritualità, come il sinodo sulla famiglia, una specie di gioco di società privo di conseguenze chiare, non c’è un sacerdote che abbia capito davvero cos’è successo in quell’assise e come debba regolarsi nella pratica concreta, a proposito di comunione ai divorziati risposati.

  • Pedofilia, 4 anni e 9 mesi a don Inzoli

    Pedofilia, 4 anni e 9 mesi a don Inzoli

    (ANSA) – CREMONA, 29 GIU – Don Mauro Inzoli è stato condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque ragazzi, il più piccolo di 12 anni e il più grande di 16 al momento dei fatti. Alle cinque vittime il sacerdote, che per trent’anni è stato a capo di Cl a Cremona, aveva già risarcito il danno: 25mila euro a testa. Il procuratore Roberto Di Martino del Tribunale di Cremona aveva chiesto la condanna a sei anni di reclusione. Nella richiesta il procuratore aveva tenuto conto dello sconto di un terzo di pena previsto per il rito abbreviato e dell’attenuante relativa ai risarcimenti. Don Inzoli è stato condannato a 4 anni e 9 mesi, oltre al divieto di avvicinarsi a luoghi frequentati da minori.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2016/06/29/pedofilia-4-anni-e-9-mesi-a-don-inzoli_c4dd6f74-7e6a-4036-9050-1173b2a78afb.html

  • Spretato (ma non scomunicato) Inzoli, il don accusato di pedofilia

    Spretato (ma non scomunicato) Inzoli, il don accusato di pedofilia

    Mauro condannato dal Tribunale di Cremona (in primo grado) a 4 anni e 9 mesi. Inzoli non più monsignor CL né «don Mercedes» (non può più celebrare nulla di sacro). Per lui è arrivata la sentenza definitiva, datata 20 maggio con la firma di papa Francesco, trasmessa alla Congregazione per la dottrina della fede e ieri mattina annunciata dal vescovo Daniele Gianotti davanti a tutti i sacerdoti della diocesi di Crema.

    Mauro Inzoli, 67 anni, è stato conclamato protagonista nel periodo 2004-2008 di episodi di violenza sessuale su ragazzi in età compresa fra i 12 e i 16 anni. Alcuni durante i «soggiorni spirituali» a Falcade nel Bellunese e in altre località di villeggiatura. Una vicenda che ha segnato Crema ma l’eco ha imbarazzato la fraternità religiosa di Comunione e liberazione, la Compagnia delle Opere e il comitato organizzatore del Meeting di Rimini.

    Inzoli è un personaggio di primo piano nella «chiesa dentro la chiesa»: era a fianco di don Giussani, animatore di Gioventù Studentesca, parroco della Ss. Trinità e rettore del liceo linguistico Shakespeare a Crema. Per 14 anni presidente del Banco Alimentare, ospite d’onore a Rimini, ma anche legato a filo doppio con il “celeste” governatore Roberto Formigoni. Sempre con uno stile di vita tutt’altro che francescano, Inzoli era il punto di riferimento in Lombardia della comunità ciellina a cavallo fra fede, politica, economia.

    Finché è affiorata la sua vocazione alla pedofilia. Benedetto XVI aveva emesso un drastico provvedimento: riduzione allo stato laicale. Il 27 giugno 2014 papa Francesco aveva preferito la «pena medicinale perpetua», imponendo «una vita di preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza». Ma Inzoli non ha esitato a partecipare al Pirellone ad un convegno omofobo né a sentirsi al di sopra di tutto. Così Franco Bordo (deputato eletto da Sel, ora con i bersaniani) ha interpretato la voglia di verità e giustizia di Crema, presentando un esposto alla Procura della Repubblica che ha aperto il fascicolo di indagine e rinviato a giudizio Inzoli.

    Nell’udienza preliminare gli avvocati difensori Nerio Diodà e Corrado Limentani puntano al rito abbreviato. Lo ottengono e, dopo il risarcimento delle 5 parti civili con 25 mila euro a testa, Inzoli va alla sbarra per 8 episodi di violenza sessuale perché gli altri 15 sono ormai prescritti. Agli atti, il sacerdote ciellino (definito un «idolo meritevole di venerazione» dagli stessi genitori) si permetteva baci, carezze, abbracci, pesanti palpeggiamenti nei confronti di ragazzi incapaci di reagire, soprattutto perché psicologicamente sottomessi a Inzoli. E il procuratore Roberto Di Martino nella sua requisitoria aveva sollecitato una condanna a 6 anni di reclusione. Il gup di Cremona Letizia Platè sentenzierà 4 anni e 9 mesi.

    «La giustizia italiana ha fatto il suo corso. E ora arriva anche il pronunciamento del papa – commenta Bordo – Dopo anni di silenzi, omertà e coperture, nonostante la mancata collaborazione del Vaticano, si è riusciti a ricostruire i reati legati a circa 20 episodi accertati, purtroppo forse non tutti. Rimane la vicinanza al dolore delle vittime e tanta amarezza: se i fatti fossero stati denunciati da chi di dovere e con tempestività, alcune non avrebbero subito quella terribile esperienza».

    E dopo la condanna italiana arriva quella vaticana: «In quanto dimesso dallo stato clericale, non potrà esercitare il ministero sacerdotale né presiedere le celebrazioni sacramentali, neppure in forma privata; tuttavia – è bene precisarlo – non è scomunicato: resta un membro della chiesa, un fratello in Cristo», si legge nel comunicato ufficiale del vescovo Gianotti, che alle vittime di violenza sessuale e alle loro famiglie assicura: «A loro va ancora una volta tutta la solidarietà mia e della nostra chiesa, che non può non provare un profondo dolore per il male compiuto da uno dei suoi preti».

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