Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: comunione e liberazione

  • Don Conti in carcere. Parlano le vittime

    Don Conti in carcere. Parlano le vittime

    I carabinieri della compagnia di Tuscania, in esecuzione di un’ ordinanza messa dalla Corte d’ Appello di Roma, al termine della decisione della Suprema Corte di Cassazione, hanno arrestato don Ruggero Conti, ex parroco della diocesi di Porto-Santa Rufina.

    L’ uomo dovrà scontare una condanna totale di 11 anni, 10 mesi e 19 giorni nonché pagare la multa di 39.600 euro per violenza sessuale su minori e induzione alla prostituzione minorile. L’ arrestato, dopo le formalità di rito, è stato trasferito in un istituto religioso protetto in attesa di essere definitivamente tradotto in un carcere. Don Ruggero Conti, lombardo di origine, a Roma era finito in una delicata inchiesta del sostituto procuratore Francesco Scavo con l’ accusa di aver abusato, tra il 1998 e il 2008, di sette adolescenti che partecipavano o avevano partecipato ai gruppi parrocchiali nella chiesa della «Natività di Maria Santissima», nella zona di Selva Candida, dove era parroco. Li avrebbe circuiti promettendo capi d’ abbigliamento e ricariche telefoniche. La vicenda divise i fedeli. Condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi, pena poi ridotta due anni dopo, in appello, la pena era stata ridotta a 14 anni e due mesi perché nel frattempo erano finiti in prescrizione tre degli episodi contestati. Don Conti era stato sottoposto a divieto dell’ esercizio pubblico del ministero nel 2008 e quindi sospeso «a divinis» nel 2011.

    Si attende ora la riduzione allo stato laicale del sacerdote che ha fatto parte di Comunione e Liberazione, provvedimento  inevitabile con le attuali norme. «L’intera Chiesa diocesana – ha dichiarato la diocesi di Porto e Santa Rufina, dove il sacerdote era stato anche direttore della Caritas – è ora chiamata a un percorso di preghiera, di solidarietà fraterna e di rinnovamento per continuare a operare per la crescita dei bambini e dei ragazzi perché nessuno di loro abbia a soffrire violenza da parte di chi è chiamato ad essere per tutti punto di riferimento e padre».
    La testimonianza delle vittime
    “Ho sognato la mia vita senza questo schifo, perchè ormai è l’unico mio desiderio, il desiderio mio piu’ grande: riuscire ad andare avanti come se tutto non fosse mai successo”. È la testimonianza di uno dei ragazzi che accusa di violenza don Ruggero Conti, il parroco di Selva Candida, alla periferia della Capitale, condannato dal tribunale penale di Roma. “Che fa suo figlio, signora?, puo’ venire a pranzo da me oggi?”, chiedeva il sacerdote alla mamma ignara dell’inferno nel quale l’adolescente stava sprofondando. “Era molto cattolica. Non volevo deluderla”, spiega il giovane alla cronista Angela Camuso, che per l’editore Castelvecchi ne ha raccolto i tormenti nel libro “La preda, le confessioni di una vittima”.  “Questo non è un libro contro la Chiesa Cattolica. È piuttosto un libro dedicato soprattutto ai cattolici di tutta Italia e di tutto il mondo, alle famiglie, ai ragazzi, ai preti e alle suore, ai vescovi e ai cardinali. Se mi è permesso, al Sommo Pontefice”, confida nella premessa Angela Camusso, che con il suo scritto vuole “rendere giustizia a quei preti, la stragrande maggioranza, che i bambini li amano come figli e basta”. Il libro – peraltro – ricorda la circostanza sconcertante che “le indagini su don Ruggero Conti sono iniziate grazie alla denuncia di un sacerdote (il vicario parrocchiale, ndr.), il quale, incredibilmente, per aver osato tanto, verrà, piuttosto che premiato, punito dai suoi superiori con un decreto di allontanamento dalla parrocchia teatro dello scandalo”. A convincere “in alto” della propria innocenza era stato lo stesso don Conti, “capace di mentire per anni spudoratamente, anche di fronte all’evidenza e di accusare le sue vittime attraverso riuscite manipolazioni della realtà”. Una capacità mistificatoria che ha favorito la creazione di un vero e proprio movimento di opinione a favore di don Conti.
    Secondo la Camuso, del resto, proprio grazie a questa sua particolare abilità nel convincere gli altri, per ottenere la propria soddisfazione sessuale, “don Ruggero non ha mai usato la forza fisica”, e nonostante tutto, “pur sapendo che tornando sarebbero state violentate di nuovo, quasi tutte le sue prede sono tornate da lui”.
  • Cinque ragazzini lo accusano A processo don Mauro Inzoli

    Cinque ragazzini lo accusano A processo don Mauro Inzoli

    Il procuratore ha chiesto il rinvio a giudizio per violenza sessuale aggravata dall’«abuso di autorità derivante dalla sua posizione molto nota e carismatica» di rettore e parroco

    di Gilberto Bazoli

    La giustizia religiosa lo ha già punito, ora è il turno di quella terrena. Il procuratore di Cremona, Roberto di Martino, ha chiesto il rinvio a giudizio per don Mauro Inzoli, 65 anni, soprannominato «don Mercedes», per la sua passione per le auto di lusso. Esponente di spicco di Comunione e liberazione, è stato a lungo presidente della Fondazione Banco alimentare. A gennaio di quest’anno diede scandalo la sua presenza a un convegno sulla famiglia organizzato dalla Regione. Il sacerdote è accusato di violenza sessuale con «abuso di autorità derivante dalla sua posizione molto nota e carismatica» di rettore del liceo e parroco. I suoi legali hanno avanzato, pur non formalizzandola, proposta di patteggiamento, ma la procura ha detto di no.

    Cinque ragazzini

    Don Inzoli è chiamato in causa da cinque minorenni, i più piccoli dei quali all’epoca dei fatti avevano 12 e 13 anni. Otto gli episodi contestati mentre altri quindici sono caduti in prescrizione. I suoi accusatori parlano di baci, abbracci, carezze, toccamenti nelle parti intime e altro ancora. Secondo la procura, don Inzoli avrebbe sfruttato l’autorità che gli derivava dal suo doppio ruolo di rettore del liceo linguistico Shakespeare di Crema e di parroco, per 17 anni, della chiesa della Santissima Trinità.

    «Per i miei genitori era un idolo»

    Ed è lì, nel suo studio accanto all’oratorio e punto di riferimento di Gioventù studentesca, che si sarebbe consumata la maggior parte delle violenze. Un altro luogo erano le case-vacanza dove si svolgevano i ritiri spirituali. «Per i miei genitori – ha raccontato una delle vittime parlando della sudditanza psicologica nei confronti del religioso cremasco – don Inzoli era una specie di idolo meritevole di venerazione». Ora la parola passa al giudice per l’udienza preliminare: il sacerdote rischia una pena sino a 12 anni di reclusione.

    http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/15_ottobre_15/cremona-violenza-sessuale-cinque-ragazzini-accusano-processo-don-mauro-inzoli-a27066f6-734e-11e5-b973-29d2e1846622.shtml

  • Don Mauro Inzoli, la procura di Cremona ha chiesto 12 anni di carcere per violenza sessuale e abuso di minori

    Don Mauro Inzoli, la procura di Cremona ha chiesto 12 anni di carcere per violenza sessuale e abuso di minori

    Rigettato la richiesta di patteggiamento avanzata dai legali del 65enne prete cremasco, legato a filo doppio a Comunione e Liberazione e già presidente del Banco alimentare

    La richiesta di rinvio a giudizio era nell’aria ed è arrivata oggi: per il ‘prete in Mercedes’, al secolo don Mauro Inzoli, accusato di violenza sessuale con abuso di autorità e violenza sessualeaggravata per abuso di minori, la procura di Cremona ha chiesto 12 anni di reclusione. Ed ha rigettato la richiesta di patteggiamento avanzata dai legali del sacerdote. Il 65enne carismatico prete cremasco, legato a filo doppio a Comunione e Liberazione e già presidente del Banco alimentare, era stato invitato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a condurre una “vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza”.

    Il procuratore della Repubblica Roberto di Martino, titolare dell’inchiesta, non lo ha mai sentito in qualità di indagato e ha proseguito nel suo lavoro investigativo anche senza la collaborazione del Vaticano, che negò la rogatoria per l’accesso agli atti. Dal canto suo don Inzoli non ha mai chiesto di essere interrogato. Si attende, a questo punto, la data dell’udienza preliminare. Il prete sarebbe coinvolto in otto casi di presunti abusi sessuali (altri quindici sono caduti in prescrizione), quattro di questi riferiti, in continuazione, a più situazioni.

    Tutti i fatti sono accaduti tra il 2004 ed il 2008, o nello studio delsacerdote o in luoghi di villeggiatura dove il don si recava coi ragazzi. Gli episodi più gravi sarebbero stati commessi ai danni di un 12enne e di un 13enne. Le altre presunte vittime hanno tra i 14 e i 16 anni. L’avvio dell’inchiesta, estate 2014, la si deve aFranco Bordo, parlamentare cremasco di Sinistra Ecologia Libertà, che aveva presentato un esposto in Procura, al quale aveva fatto seguito la denuncia del presidente di un istituto religioso. Lo scandalo scoppiò invece nel dicembre del 2012 quando il sito della curia di Crema pubblicò la decisione del Vaticano di ridurre don Inzoli allo stato laicale. L’anno dopo la Congregazione della Dottrina della Fede trasmise al vescovo di Crema il decretoche infliggeva al sacerdote una “pena medicinale perpetua”.

    Twitter: @bacchettasimone

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/15/don-mauro-inzoli-la-procura-di-cremona-ha-chiesto-12-anni-di-carcere-per-violenza-sessuale-e-abuso-di-minori/2132285/

  • La procura contesta  a don Inzoli 8 episodi  di violenza sessuale

    La procura contesta a don Inzoli 8 episodi di violenza sessuale

    Violenza sessuale con abuso di autorità e violenza sessuale aggravata per abuso di minore di 12 anni. Questi i pesantissimi capi di accusa che il procuratore della Repubblica di Cremona Roberto di Martino contesta nell’atto di chiusura indagini nei confronti di don Inzoli, 65 anni, il carismatico prete cremasco già invitato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a condurre una “vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza”.

    Ora, con la chiusura delle indagini penali che il procuratore ha portato avanti anche senza la collaborazione del Vaticano, che aveva negato la rogatoria chiesta per conoscere gli atti inerenti i casi di abusi, don Inzoli, soprannominato “don Mercedes” per la sua passione per le auto di lusso, rischia di vedersi chiedere il rinvio a giudizio e di finire a processo. Rischia una pena fino ai 12 anni di reclusione.

    Numerosi i casi di presunti abusi sessuali dei quali don Inzoli sarebbe stato protagonista. Dodici sono caduti perché già finiti in prescrizione (tra questi anche casi di ragazzi di 23 e 24 anni), mentre per altri otto, accaduti tra il 2004 e il 2008, è ancora possibile procedere penalmente. Cinque le persone offese, tra cui un ragazzino all’epoca di soli 12 anni. Le altre vittime, tra i 14, 15 e 16 anni, sarebbero state abusate in più occasioni, sia nello studio del don in oratorio, sia nelle località di vacanza dove i gruppi giovanili erano soliti spostarsi.

    A don Inzoli si contesta l’abuso di autorità in quanto nei periodi dei presunti abusi ricopriva i ruoli di rettore al liceo linguistico Shakespeare e parroco della chiesa della Santissima Trinità di Crema, oltre ad essere stato presidente del Banco Alimentare ed ex leader di Comunione e Liberazione, movimento a cui tutte le famiglie delle presunte vittime erano aderenti.

    I ragazzi frequentavano l’oratorio per i perfezionamenti spirituali che svolgevano con don Inzoli. Secondo l’accusa, gli abusi si sarebbero consumati nello studio del don, dove i ragazzi entravano singolarmente. Per la procura, ci sarebbero stati da parte del prete, baci, carezze, abbracci, toccamenti nelle parti intime e masturbazioni. Tutte le presunte vittime avrebbero raccontato di una loro fortissima sottomissione psicologica davanti a don Mauro: in sostanza, sarebbero rimasti allibiti, ma non avrebbero avuto la forza di reagire. Uno dei giovani ha raccontato che per i genitori don Inzoli era un “idolo meritevole di venerazione”.

    A mettere in moto l’inchiesta giudiziaria era stato un esposto presentato da Franco Bordo, parlamentare cremasco di Sel, seguito da una denuncia del presidente di un istituto religioso. Lo scandalo era scoppiato il 9 dicembre del 2012, quando il sito della curia cremasca aveva pubblicato la decisione del Vaticano di ridurre don Mauro allo stato laicale, un provvedimento contro cui il sacerdote aveva fatto ricorso nel febbraio del 2013. Il 12 giugno dell’anno successivo la Congregazione della Dottrina della Fede aveva trasmesso al vescovo di Crema il decreto che infliggeva a don Inzoli una “pena medicinale perpetua”. In sostanza, responsabilità riconosciuta, ma don Mauro poteva conservare tecnicamente lo status di prete. Così, “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo provocato da abusi su minori”, don Inzoli era stato “invitato ad una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e penitenza”. Il sacerdote di Comunione e Liberazione non può quindi “celebrare e concelebrare in pubblico l’eucaristia e gli altri sacramenti, né predicare, ma solo celebrare l’eucaristia privatamente”. L’ex Sant’Uffizio ha disposto inoltre il divieto di contatto con i minori, così come l’impossibilità di “dimorare nella diocesi di Crema, entrarvi e svolgere in essa qualsiasi atto ministeriale”.

    Sara Pizzorni

  • “Abusi su almeno cinque ragazzini”, don ‘Mercedes’ verso la richiesta di rinvio a giudizio per pedofilia

    “Abusi su almeno cinque ragazzini”, don ‘Mercedes’ verso la richiesta di rinvio a giudizio per pedofilia

    L’inchiesta di Cremona su don Mauro Inzoli, il discusso sacerdote amante del lusso già ai vertici di Comunione e Liberazione. Le vittime avevano meno di 12 anni, sarebbero state molestate nel suo studio e durante le vacanze nelle strutture cielline

    di MATTEO PUCCIARELLI

    Don Mauro Inzoli, 65 anni, alias “don Mercedes”, già dirigente di primo piano di Comunione e Liberazione in Lombardia e a capo del Banco Alimentare, verso il rinvio a giudizio. L’accusa: violenza sessuale con abuso di autorità e violenza sessuale aggravata per abuso di minore di 12 anni. Almeno cinque vittime, secondo le carte della Procura di Cremona. Rischia una pena fino a 12 anni.

    Il procuratore della Repubblica, Roberto di Martino, ha appena chiuso le indagini e gli otto episodi di abuso si sarebbero verificati tra il 2004 e il 2008, quando don Inzoli era rettore del liceo linguistico Shakespeare di Crema nonché parroco della Santissima Trinità della stessa cittadina.

    Nei documenti si fa riferimento a fatti ben specifici, alcuni dei quali sono caduti in prescrizione, come spiega La Provincia di Cremona: dai palpeggiamenti ai baci, alle carezze, agli abbracci. Gli atti sarebbero avvenuti sia nello studio di don Mercedes  –  chiamato così per la sua passione per il lusso  –  che nei luoghi di villeggiatura dove i giovani trascorrevano le vacanze nelle strutture cielline.
    Don Inzoli era stato sospeso dallo stessa Congregazione per la Dottrina della Fede (“In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza”, c’era scritto nella lettera della Santa Sede). Da lì, dopo un esposto presentato dal deputato di Sinistra Ecologia e Libertà Franco Bordo, era partita l’inchiesta della magistratura italiana: questo nonostante il Vaticano avesse deciso di non trasmettere alla Procura gli atti inerenti i casi di abusi su minori, accertati da loro stessi.

    Fece scalpore la sua presenza seduto in seconda fila, dietro al governatore Roberto Maroni e all’ex presidente Roberto Formigoni, al convegno in difesa della “famiglia tradizionale”, manifestazione organizzata lo scorso gennaio insieme ad una associazione che si propone di curare i gay. Il giorno dopo i vertici del Pirellone fecero finta di non conoscerlo.

    Al seguito della vicenda, oltretutto, i legali di don Inzoli avevano diffidatoRepubblica per aver reso pubblico il fatto.
    “È positivo il fatto che si sia mossa la magistratura  –  dice Bordo  –  il rinvio a giudizio non è una condanna ma chiaramente rimane un fatto inquietante”.

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/06/26/news/milano_don_mauro_inzoli-117760620/?ref=fbpr

  • Il segreto pontificio salva don Inzoli: la santa Sede ha negato la rogatoria richiesta dalla Procura

    Il segreto pontificio salva don Inzoli: la santa Sede ha negato la rogatoria richiesta dalla Procura

    Don Mauro Inzoli è tornato alla ribalta delle cronache in occasione del convegno omofobo organizzato dalla Regione Lombardia. Nonostante due papi l’abbiano condannato per pedofilia, l’esponente di Comunione e liberazione era seduto in seconda fila per suggerire una ridefinizione ideologica della famiglia.
    L’uomo non è ancora stato giudicato dalla giustizia italiana e c’è da temere che non lo sarà ancora a lungo: il Vaticano ha infatti rifiutato la rogatoria richiesta dalla procura di Cremona.
    Secondo la santa Sede, infatti, gli atti sono da ritenersi un «sub secreto pontificio». In altre parole, gli atti del procedimento ecclesiastico non verranno condivisi con lo Stato italiano.

    I ritardi giudiziari che riguardano l’inchiesta sono principalmente legati ad una precisa scelta compiuta dalle vittime: anziché rivolgersi alla magistratura, hanno preferito parlare degli abusi con alcuni rappresentanti della Chiesa. Dato che la legge italiana prevede che «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero», si è potuto tenere legalmente segreto l’accaduto.
    In assenza di una formale denuncia, il procedimento ha avuto inizio solo quando Franco Bordo, deputato di Sel, ha presentato un regolare esposto. Il tutto basandosi sui risultati delle indagini vaticane che vennero pubblicate il 9 dicembre del 2012 sul sito della curia cremasca.

    http://gayburg.blogspot.it/2015/06/il-segreto-pontificio-salva-don-inzoli.html

  • Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

    Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

    Accogliendo una proposta elaborata dalla pontificia commissione per la Tutela dei minori, papa Francesco ha stabilito che è un reato canonico «l’abuso di ufficio episcopale», la prassi cioè, da parte dei vescovi, di non dare seguito alle denunce raccolte su presunti abusi compiuti da sacerdoti appartenenti alle loro diocesi. Al fine di rendere possibile l’individuazione e la punizione di eventuali responsabili, il papa ha quindi creato una sorta di commissione ad hoc all’interno della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) alla quale già spetta il compito di giudicare i sacerdoti accusati di pedofilia così come è stato stabilito nel 2010 dalle norme emanate da Benedetto XVI.

    La decisione di Francesco, che colma un vuoto procedurale della Crimen sollicitationis del 1962, è stata annunciata con enfasi dalla sala stampa vaticana e presentata dalla stampa italiana come l’ennesimo segnale di svolta rispetto al passato compiuto da Bergoglio in materia di lotta alla pedofilia clericale. Indubbiamente il messaggio recapitato ai vescovi di tutto il mondo è in sintonia con l’intenzione espressa più volte dal successore di Joseph Ratzinger sin dalle prime settimane di pontificato, di estirpare la pedofilia dalle parrocchie, dagli oratori, dalle scuole e dai seminari cattolici di tutto il pianeta. Quanto però questa mossa potrà rivelarsi efficace (o «rivoluzionaria») è difficile dirlo oggi. In quanto l’obbligo per il vescovo di dare seguito a una denuncia non va inteso come obbligo di denunciare e collaborare con le autorità civili, ma solo di informare la Cdf riguardo eventuali situazioni critiche. Cosa che peraltro era già prevista, solo che in Vaticano mancava un organo giudicante ad hoc per i vescovi.

    Quindi, per fare un esempio, in Italia non cambia nulla. La denuncia di un reato di questo tipo è obbligatoria solo per i pubblici ufficiali, pertanto la Conferenza episcopale italiana nelle sue linee guida ha stabilito che i vescovi non sono obbligati a informare l’autorità giudiziaria. Un eventuale abuso compiuto da un sacerdote della diocesi di Crema potrà essere denunciato dal vescovo solo in Vaticano, come del resto è accaduto nel caso di don Mauro Inzoli, ex vice presidente della Compagnia delle opere (il braccio operativo di Comunione e liberazione). Se non lo facesse scatterebbe per lui il processo canonico in Cdf. E qui c’è una seconda criticità da segnalare.

    Il testo del decreto di Bergoglio non è ancora pubblico e quindi al momento si conosce solo quanto riporta dichiarato dalla sala stampa vaticana. Ma è noto che per quanto riguarda i procedimenti canonici in generale e quelli che si occupano della pedofilia in particolare, non c’è trasparenza amministrativa. Nel senso che quanto viene deciso dalla Cdf e soprattutto le motivazioni della sentenza sono coperte dal segreto. Pertantosemmai si venisse a sapere che un vescovo è stato “punito” dall’ex Sant’Uffizio, difficilmente in Italia sapremo di che natura è il “crimine” compiuto. Quindi solo accidentalmente un prelato che si dovesse rendere complice di un sacerdote pedofilo, evitando di segnalarlo alle autorità preposte, finirebbe sotto la lente della magistratura.

    @federtulli

    Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

  • Pedofilia, la grave timidezza della Chiesa in Italia

    Pedofilia, la grave timidezza della Chiesa in Italia

    Papa Francesco ha istituito una sorta di ministero per combattere gli abusi. Ma sono ancora tanti che faticano a collaborare con le autorità civili

    Negli Stati e nei casi in cui i reati di abuso sui minori siano caduti in prescrizione e non è quindi possibile un’azione giudiziaria contro un religioso responsabile di simili atti «non è accettabile che le autorità ecclesiastiche sostengano che, se le autorità civili sono state informate ma non possono agire, la Chiesa non è obbligata a rispondere. Se lo stato è incapace di agire, la Chiesa deve investigare e risolvere il caso di abuso attraverso le sue proprie norme e procedure, rimuovendo i colpevoli e prendendosi cura delle vittime quando l’abuso è stato commesso».

    Sono parole estremamente chiare quelle pronunciate lo scorso febbraio dal cardinale Sean Patrick O’ Malley, presidente della Pontificia commissione per la protezione dell’infanzia creata su impulso di papa Francesco. Nel frattempo l’organismo è stato dotato dei necessari Statuti normativi così da entrare in una fase definitivamente operativa; in poche parole, in Vaticano c’è ora un dicastero per combattere la piaga della pedofilia in primo luogo nel clero e poi per difendere i minori in generale.

    Un bel passo avanti, certo, rispetto a un passato fatto di negazioni, insabbiamenti, fughe. E, d’altro canto è stato lo stesso O’ Malley a invocare un principio importantissimo: ovvero quello di mettere a punto «sanzioni» per «le autorità ecclesiastiche» che avessero fallito nel compito di proteggere l’infanzia. Insomma: basta protezioni dai vertici, fine dei segreti e dell’occultamento dei fatti. L’organismo vaticano, del resto, è nato coinvolgendo non solo le vittime degli abusi ma anche le conferenze episcopali sparse per il mondo. Tutto bene dunque? Non esattamente.

    Molti Paesi non sono pronti a recepire in modo automatico una politica di trasparenza su un tema tanto delicato, e – guarda caso – l’Italia rientra in questa sfera. Nei giorni e nelle settimane scorse, diverse indagini dal nord al centro Italia hanno portato alla luce l’ennesima rete di pedofili. In particolare, un prete è stato incastrato ad Alassio, in Liguria; un altro caso invece è emerso a Fiumicino, vicino a Roma. E ancora, un terzo episodio recentissimo riguarda un sacerdote di 73 anni di una parrocchia di Brindisi, in Puglia, una vicenda pure quest’ultima conclusasi con l’intervento delle forze dell’ordine. Un altro prete prete attivo nel quartiere dei Parioli a Roma e in precedenza operativo in Argentina (dove avrebbe commesso i reati), è finito sotto inchiesta – contro di lui è intervenuta l’Interpol – qualche mese fa per violenze, sesso di gruppo, corruzione di minorenni.

    Abusi commessi su chierichetti, su ragazzi che frequentano la parrocchia o adescati per strada, nelle zone della prostituzione minorile, video e fotografie pornografiche, scambio di materiale pedopornografico sul web, violenze filmate e messe in rete. Il catalogo dei reati e delle perversioni conosce ormai dei punti fermi e col passare del tempo si moltiplicano anche in Italia i casi e gli arresti di sacerdoti e religiosi. Se ormai da diversi anni pure nel nostro Paese è crollato il muro dell’omertà grazie alle denunce delle vittime, nelle 225 diocesi che compongono la galassia della Chiesa italiana, si continua a far finta di niente.

    Raramente un ordine religioso, un vescovo, per non dire della conferenza episcopale guidata dal cardinale presidente Angelo Bagnasco e dal Segretario, considerato più vicino a Bergoglio, monsignor Nunzio Galantino, hanno diffuso note di denuncia, prese di distanza, o anche semplicemente di informazione rivolte ai fedeli e all’opinione pubblica. Più raramente ancora si registra qualche parola in favore delle vittime. Si preferisce il silenzio.

    Una delle poche eccezioni ha toccato don Mauro Inzoli, ex pezzo grosso di Comunione e liberazione, “condannato” a una vita di riservatezza e preghiera dal Vaticano il cui provvedimento è stato reso noto dalla diocesi di Crema a cui faceva riferimento il sacerdote (detto don Mercedes). Tuttavia don Inzoli venne poi fotografato in mezzo ad autorità politiche di rango, seduto nelle prime file di un convegno – dedicato neanche a dirlo alla difesa della famiglia tradizionale – svoltosi a Milano. Altri casi, ancora, si sono accumulati negli anni passati, qualcuno finito nel dimenticatoio mediatico, qualcun altro conclusosi con una condanna esemplare come nel caso di don Ruggero Conti, parroco di Selva Candida, vicino Roma, al quale la Cassazione solo un paio di mesi fa, ha dato in via definitiva 14 anni e due mesi; una pena di particolare gravità.

    Dietro queste vicende segnate da omertà, da confessioni indicibili di adulti ex vittime che trovano il coraggio di parlare, di genitori che intuiscono qualcosa, di vescovi che si voltano dall’altra parte, c’è però un nodo istituzionale che riguarda in modo specifico la conferenza episcopale italiana. Quest’ultima negli ultimi anni, ottemperando a fatica alle richieste della Santa Sede, ha cercato di adottare linee guida antipedofilia in sintonia con gli standard richiesti dal Vaticano già prima che venisse creato il nuovo dicastero per la tutela dei minori. Ma nel redigere il documento la Cei ha sempre cercato di negare o attutire un principio fondamentale stabilito nelle norme quadro affermate dal Vaticano: quello della collaborazione con le autorità civili; concetto limitato in tutti i modi nei testi preparati dai vescovi italiani nei quali invece ampio spazio era dedicato alla tutela dell’indagato. Un garantismo che assomiglia un po’ troppo a una difesa della propria corporazione.

    Da ultimo, sui recenti casi di sacerdoti italiani arrestati e coinvolti in indagini relative ad abusi, don Fortunato di Noto, il prete da anni impegnato a combattere la pedofilia (fondatore di Meter), ha affermato: «Chi si macchia di questi reati non può fare il prete. Non possiamo giocare con i termini, sono fatti gravissimi, ancora più se a commetterli sono sacerdoti. Se un padre che abusa del figlio perde la patria potestà, è chiaro che un prete non può continuare a svolgere il suo ministero. Un prete non può permettersi questo scivolone». «È vero – ha aggiunto – che la legge permette percorsi di riabilitazione, va tutto bene. Ma un pedofilo non deve più fare il prete».

    http://www.linkiesta.it/vaticano-lotta-contro-pedofilia

  • Papa Francesco, don Mauro Inzoli e le carte sulla pedofilia negate ai giudici

    Papa Francesco, don Mauro Inzoli e le carte sulla pedofilia negate ai giudici

    Don Mercedes la fa franca con i PM di Cremona grazie all’aiuto della Chiesa

    Ve lo ricordate Don Mauro Inzoli, plenipotenziario di Comunione e Liberazione poi costretto a lasciare le proprie cariche dalla Chiesa dopo un processo per atti impuri e accusato di pedofilia dalla procura di Cremona, che aveva aperto su di lui un’indagine? Era tornato alle luci della ribalta per la sua partecipazione tra il pubblico al convegno per la famiglia organizzato con il patrocinio della Regione Lombardia, e per la foto che gli venne scattata dal Corriere della Sera, mentre qualche tempo dopo rivelò di essere stato invitato da amici di Costanza Miriano, l’autrice di “Sposati e sii sottomessa”.

    Ebbene, ieri Franco Bordo, deputato di Sinistra Ecologia e Libertà che aveva riconosciuto Inzoli nella foto pubblicata dal Corriere ha fatto sapere che il Vaticano ha scelto di non trasmettere alla Procura di Cremona gli atti inerentii casi di abusi su minori che hannovisto protagonista don Mauro Inzolie accertati dalle stesse autorità ecclesiastiche. «La decisione della Santa Sede di apporre ai carteggi richiesti dalla giustizia italiana il sub secreto pontificio, una sorta di segreto di Stato, è una contraddizione rispetto al nuovo corso che aveva annunciato lo stesso Papa Francesco», dice Bordo. Il deputato, autore a Crema di un esposto che ha avviato l’inchiesta giudiziaria nei confronti del sacerdote dice: «Auspichiamo –prosegue l’esponente di Sel – che ci sia un ripensamento al riguardo e che si sia trattato di una decisione burocratica e non di una cosciente e precisa scelta politica da parte delle autorità vaticane, che non sarebbe compresa e accettata dai cittadini italiani. I tempi dell’omertà sutemi del genere sono finiti e oggi ancorpiù di ieri il silenzio non è accettabilené comprensibile. Confidiamo ora checomunque le indagini proseguano e siamo fiduciosi che la magistratura italiana riesca ad accertare anche autonomamente i fatti».

    http://www.nextquotidiano.it/papa-francesco-don-mauro-inzoli-carte-pedofilia-negate-giudici/

  • Il segreto pontificio salva don Inzoli: negata la rogatoria alla Procura

    Il segreto pontificio salva don Inzoli: negata la rogatoria alla Procura

    Cremona, atti istruttori non rivelabili al pm per gli abusi sui minori
    di Gabriele Moroni

    Cremona, 3 marzo 2015 – Il Vaticano «chiude» alla Procura di Cremona sulla rogatoria chiesta per conoscere cosa sia stato accertato dal procedimento ecclesiastico a carico di don Mauro Inzoli, per un trentennio potente e carismatico prete di Comunione e Liberazione, raggiunto da drastici provvedimenti del Vaticano per una storiaccia di abusi su minori.Lo scorso ottobre il procuratore Roberto di Martino si era rivolto alla Santa Sede, attraverso il ministero della Giustizia, con una richiesta di rogatoria.Con la data del 20 febbraio è arrivata al procuratore una comunicazione del ministero che a sua volta, il 23 gennaio, aveva ricevuto dal Vaticano il testo (con più di un «omissis») del provvedimento preso per don Inzoli e la risposta negativa alla richiesta: gli atti istruttori e processuali sull’«affare» Inzoli non possono essere rivelati perché «sub secreto pontificio». Non occorre avere studiato Cicerone per tradurre: il procedimento ecclesiatico è segreto.

    Questo non ha fermato l’inchiesta su don Inzoli, 64 anni, conosciuto anche come «don Mercedes» o «don Marcinkus», fondatore del Banco Alimentare, che si occupa della raccolta di generi alimentari destinati ai più bisognosi, nonché animatore della onlus cremasca «Fraternità». Di Martino ha ascoltato diversi testimoni e altri sono attesi. A mettere in movimento le pale della giustizia ordinaria è un esposto presentato da Franco Bordo, deputato di Sel. La denuncia contro il prete (al vescovo e non all’autorità giudiziaria) verrebbe invece dal presidente di un istituto religioso. Lo scandalo deflagra in pubblico il 9 dicembre del 2012, quando il sito della curia cremasca pubblica la decisione del Vaticano di ridurre don Mauro allo stato laicale, un provvedimento contro cui il sacerdote ricorre nel febbraio del 2013.

    Il 12 giugno del 2014 la Congregazione della Dottrina della Fede trasmette al vescovo di Crema il decreto che infligge a don Inzoli una «pena medicinale perpetua». Conserva tecnicamente lo status di prete, ma la responsabilità è stata riconosciuta. Così, «in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseuente scandalo provocato da abusi su minori», il prete è «invitato ad una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e penitenza». Bandito da Crema (la sua città), «deve intraprendere, per almeno cinque anni, una terapia adeguata». Non può «celebrare o concelebrare in pubblico l’eucaristia e gli altri sacramenti né predicare, ma solo celebrare l’eucaristia privatamente». L’inosservanza degli obblighi comporterà «la dimissione dallo stato clericale». I riflettori su don Inzoli riaccendono, fra le polemiche, nello scorso gennaio, quando compare a Milano a un convegno organizzato dalla Regione Lombardia sulla «famiglia naturale». Viene fotografato seduto in seconda fila, dietro Maroni e Formigoni (che subito dopo dichiarano di non essere stati informati della scomoda presenza).

    gabriele.moroni@ilgiorno.net

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