Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: comunità di recupero

  • E’ morto don Lauro Costantini

    E’ morto don Lauro Costantini

    Morto oggi nella Casa di riposo “Villa Rosa” a Sezze don Lauro Costantini

    Don Lauro Costantini era stato condannato per una vicenda risalente al ’94 quando gestiva la comunità di recupero «Gente nostra» a Sezze dove abusò di una ragazza ospite della struttura.

  • Carpineto Romano, ordine di carcerazione per Padre Perez: è accusato di abusi su minori

    Carpineto Romano, ordine di carcerazione per Padre Perez: è accusato di abusi su minori

    Era stato arrestato con la pesante accusa di pedofilia, condannato a 7 anni e ora, padre Carlos Alberto Pérez, il missionario colombiano aggregato alla chiesa del Sacro cuore di Carpineto Romano, comune di 4 mila anime, andrà in carcere.

    Il Tribunale di Velletri lo aveva condannato a 8 anni,  dopo un’istruttoria lunga e complessa, basata su testimonianze e interrogatori protetti a minori. Poi la condanna era stata riformata a 7 in Corte di appello e il 17 luglio scorso è arrivato l’ordine di carcerazione. Per il sacerdote sudamericano, arrivato nel paesino incastonato nei Monti Lepini  assieme ad altri confratelli appartenenti alla congregazione dei padri eudisti, si sono aperte le porte del carcere di Velletri.

    I carabinieri della stazione di Carpineto lo hanno rintracciato nel pomeriggio del 17 luglio in una comunità di recupero di Alatri,  in provincia di Frosinone, dove il prete colombiano, finito nella rete della giustizia per atti sessuali su minori , stava scontando la pena ai domiciliari dopo l’arresto avvenuto il giorno di Venerdì Santo (15 aprile) del 2022.

    La vicenda

    Padre Perez, giunto a Carpineto poco prima del 2020, era già finito in carcere subito dopo l’arresto in esecuzione di un ordine di custodia cautelare emesso dal giudice per le indagini preliminari di Velletri; successivamente, aveva ottenuto un beneficio nella pena ed era stato trasferito nella comunità del frusinate.

    Il prete, i cui atteggiamenti avevano sollevato dubbi e perplessità tra i residenti fin dal suo arrivo in paese, era stato denunciato nel dicembre 2021 dai genitori di due minorenni, avvicinati al di fuori della parrocchia, dove il sacerdote celebrava solo messe e funerali, così era stato chiarito dalla Diocesi Alatri – Anagni, «senza svolgere attività di catechismo», come a voler allontanare i dubbi sulla possibilità che potessero esserci altre vittime.

    Sulla torbida vicenda delle attenzioni sessuali rivolte ai due ragazzini erano intervenuti anche i carabineri del Ris, il Reparto Investigazioni Scientifiche, che avevano svolto accertamenti tecnici sui cellulari. Anche due minori erano stati ascoltati in presenza di psicologi. Gli investigatori avevano trovato, sui telefonini esaminati, messaggi inequivocabili spediti dal religioso straniero, che aveva anche inviato più di una offerta di denaro ai due giovanissimi di età inferiore ai 14 annu, a quanto pare accompagnata da richieste di incontri nel bosco e in paese, durante le quali c’erano allusioni sessuali e  “massaggi” sul corpo.

    Erano stati proprio questi messaggi a insospettire i genitori dei ragazzi, che senza esitare avevano deciso di sporgere denuncia ai carabinieri. Carpineto era stata sconvolta dall’arresto, lo scompiglio e l’allarme tra i parrocchiani era stato inevitabile, nonostante i tentativi di minimizzare, per evitare di infangare gli ambienti di chiesa nel loro complesso. Qualcuno in paese, dopo la diffusione dell’ordine di carcerazione del sacerdote, ha anche commentato «poverino, non si meritava tanto», precisando che padre Carlos era riuscito anche a farsi benvolere, con atteggiamenti miti e disponibili.

    https://www.ilmessaggero.it/roma/metropoli/padre_perez_carpineto_romano_abusi_sessuali_minori_carcere_ultime_notizie-8252638.html

  • Il prete e gli «abusi su due minori»: le passeggiate nel bosco e i soldi ai bambini. Condannato a 8 anni

    Il prete e gli «abusi su due minori»: le passeggiate nel bosco e i soldi ai bambini. Condannato a 8 anni

    Passeggiate nel bosco, inviti a casa per cucinare insieme qualche dolce e poi somme in contanti regalate ai bambini erano il modo di un religioso colombiano attivo a Carpineto Romano per adescare i minorenni. Un metodo che tra il settembre e il novembre di due anni fa aveva portato l’uomo, oggi quarantaduenne, a intrattenere rapporti illegali con un paio di bambini di età inferiore ai 14 anni, che sono sfociati in violenza sessuale sui minori. Comportamenti che sono valsi al colombiano una condanna a otto anni di reclusione con annessa interdizione perpetua dai pubblici uffici, da qualsiasi ruolo attinente la tutela, la curatela e l’amministrazione di sostegno e da qualunque incarico nelle scuole, oltre che da ogni attività in istituzioni pubbliche e private frequentate prevalentemente da minorenni.

    LE ACCUSE

    Il religioso dell’Istituto Missionario di San Giovanni Eudes, residente a Carpineto da qualche anno, era stato arrestato dai carabinieri di Carpineto Romano pochi giorni prima della Pasqua dell’anno scorso, il 15 aprile, su ordine del giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Velletri. L’indagine era partita da una denuncia presentata dai genitori dei minorenni molestati e in pochi mesi aveva portato all’arresto. A insospettire gli adulti erano state le somme di denaro trovate nella disponibilità dei bambini: centodieci euro che uno dei minorenni aveva raccontato di aver ricevuto in varie occasione dal religioso.

    Il colombiano usava donare piccoli importi ai bambini, mettendo le banconote direttamente nelle loro tasche dei pantaloni qualora i piccoli provavano a rifiutarle. Anche quando i genitori di uno dei bambini avevano vietato al figlio di accettare denaro dall’uomo o avevano imposto di diradare i rapporti, non era servito a niente. E dalle indagini è emerso che quei regali non erano dazioni disinteressate, tanto che sono state collegate al rapporto malato tra il religioso e i minorenni. Un rapporto sospetto che i genitori non erano riusciti a interrompere nemmeno vietando ai bimbi di accettare inviti dall’uomo: se i bambini non potevano andare a passeggio in zone periferiche del paese con lui, era quest’ultimo che provava a chiedere ai genitori, senza successo, di vederli. Alla fine i bambini hanno raccontato ai genitori delle passeggiate nel bosco, delle allusioni sessuali, dei “massaggi” alle gambe nude, dei tentativi dell’uomo di toccare le loro parti intime o di farsi toccare e del divieto imposto dal religioso di parlare dei regali in denaro.

    La denuncia e le manette scattate poco più di un anno fa hanno tagliato definitivamente i rapporti. Poi il sequestro del cellulare ha fatto scoprire agli investigatori che il religioso aveva scattato diverse foto di bambini, secondo lui per errore, oltre ad avere sul telefono materiale pornografico. La condanna inflitta in abbreviato dal Tribunale di Velletri è arrivata qualche tempo fa. Nessuna circostanza attenuante è stata riconosciuta al colombiano, che ha ottenuto otto anni solo grazie alla scelta del rito abbreviato. Il giudice di Velletri lo ha condannato anche a pagare 40 mila euro a titolo di provvisionale e di risarcimento dei soli danni non patrimoniali, rimettendo a un giudizio civile la quantificazione dei danni ulteriori, oltre al pagamento delle spese legali sostenute dalle parti civili e le spese processuali e di custodia. Attualmente il colombiano sta scontando la pena in una comunità di recupero. Ma quando ne uscirà, per i cinque anni successivi dovrà anche osservare il divieto, a titolo di misura di sicurezza, di avvicinarsi a luoghi frequentati abitualmente da minori, di svolgere lavori che prevedono un contatto abituale con i minorenni e l’obbligo di informare gli organi di polizia sulla propria residenza e sugli eventuali spostamenti. Carlos Arcos Perez

    https://www.ilmessaggero.it/AMP/roma/prete_carpineto_romano_abusi_minori_soldi_inchiesta-7433681.html

  • Insulti razzisti, torture e stupri simulati: i nuovi video dall’inferno della Comunità Shalom

    Insulti razzisti, torture e stupri simulati: i nuovi video dall’inferno della Comunità Shalom

    Subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Backstair su ciò che accade dentro Shalom, la comunità di recupero fondata da Suor Rosalina Ravasio, a Fanpage.it sono arrivate decine di nuove testimonianze.

    In tanti hanno deciso di prendere coraggio e raccontare la loro verità, in questa seconda puntata dell’inchiesta firmata dal team Backstair. Ma non solo, perché nuovi video documentano insulti e violenze ai danni degli ospiti della struttura.

    https://youmedia.fanpage.it/video/aa/ZEGH4eSwXCVILPkH

  • Violenze, psicofarmaci e vessazioni: sotto copertura nella Shalom, la comunità degli orrori

    Violenze, psicofarmaci e vessazioni: sotto copertura nella Shalom, la comunità degli orrori

    Il team Backstair di Fanpage.it, specializzato nel giornalismo d’inchiesta, è entrato sotto copertura all’intero della comunità Shalom, una comunità di recupero gestita da suore in provincia di Brescia che ogni anno ospita circa 250 ospiti (anche minorenni) con diverse problematiche: dalla tossicodipendenza, all’anoressia, fino ai disturbi comportamentali.

    Dopo aver raccolto 13 testimonianze diverse di persone che in questa comunità hanno passato diversi anni in periodi diversi e che raccontano di violenze e punizioni di ogni genere, con una nostra giornalista siamo andati a verificare in prima persona trascorrendo diversi mesi dentro la struttura come volontari.

    In questo periodo abbiamo assistito al metodo messo in piedi dalla fondatrice di questa comunità, suor Rosalina Ravasio, un metodo che alle preghiere unisce metodi terapeutici che lasciano sconcertati.

    https://youmedia.fanpage.it/video/aa/ZDhJW-SwikhkiYmA

  • Google oscura la mappa sugli abusi sessuali del clero della “Rete l’abuso”.  Violerebbe anti-bullismo e minacce

    Google oscura la mappa sugli abusi sessuali del clero della “Rete l’abuso”. Violerebbe anti-bullismo e minacce

    SAVONA-ADISTA. Il sito dell’associazione “Rete l’abuso”, che si presenta come “associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero”, è uno strumento fondamentale per chi, dentro e fuori la Chiesa cattolica, intenda approfondire il fenomeno degli abusi del clero sui minori attraverso un database di nomi, fatti, circostanze costruito sin dal 2010 da una realtà che resta tuttora l’unica in Italia ad occuparsi della tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili.

    Strumento tanto più prezioso in un Paese, quale l’Italia, tra i pochi al mondo in cui le istituzioni laiche (cioè governo e parlamento) ed ecclesiastiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta pubblica e indipendente su scala nazionale per far luce su un fenomeno ormai chiaramente endemico. All’interno del sito, anche una mappa che ricostruisce i casi recenti di pedofilia nelle oltre 220 diocesi italiane, attualmente più di 360.

    A corredo di questo database, una ricchissima rassegna stampa, con gli articoli su tutti casi di pedofilia clericale, le testimonianze di vittime e sopravvissuti, un contatore con il numero delle denunce, dei casi passati in giudicato, numero e ubicazione delle strutture riservate dove la Conferenza episcopale italiana invia i sacerdoti che hanno commesso reati nonché la mappa delle diocesi considerate non sicure (cioè le diocesi in cui si è verificato almeno un caso di violenza su bambini).

    Ebbene, la mappa che localizzava (attraverso “google maps”), preti condannati e indagati, in Italia e all’estero, e le comunità di recupero dove alcuni di essi sono riparati è stato oscurato nella notte tra il 17 e 18 ottobre scorso: la mappa non è più consultabile perché, come ha denunciato il presidente di Rete l’abuso, Francesco Zanardi, a parere di Google «violerebbe le Norme relative a “molestie bullismo e minacce”».

    Una decisione che ha sorpreso gli animatori del sito perché quello di “Rete l’abuso” – l’unico database italiano degli abusi sessuali del clero – è online da ben 12 anni. Probabilmente, spiegano, qualcuno dei preti segnalati sul database ha chiesto e ottenuto la cancellazione del proprio caso segnalando a Google un presunto stato di pericolo e/o discriminazione. Forse qualcuno che non essendosi potuto appellare al diritto all’oblio per ottenere la cancellazione dal sito degli articoli che lo riguardano, ha trovato il modo di renderne più difficoltoso l’accesso e la consultazione oscurando la mappa che li linkava.

    Da parte sua, “Rete l’abuso” ricorda che in altri Paesi, «per esempio, negli Stati Uniti, sono gli organi di Stato, come l’FBI, a pubblicare online nome, foto e residenza di chi è stato condannato o ritenuto socialmente pericoloso per questi crimini.

    Un manifesto a tutela della comunità che si basa sul dato scientifico che il predatore sessuale non è un malato, ma una persona con una grave devianza della personalità a cui non si può chiedere un autocontrollo. L’unico modo per poterlo integrare evitando che stupri altre persone è quello di dire alle potenziali vittime di stare attente».

    Per questo, scrive Zanardi, «Reputiamo grave quanto accaduto arbitrariamente per mano di Google, verosimilmente a seguito di una segnalazione, almeno si presume, per la quale però non vi è stata possibilità di legittima replica, tanto meno di conoscere la natura effettiva del contenzioso, data l’infamante accusa ai sopravvissuti italiani, che nei fatti vedono etichettato il loro diritto costituzionale al reclamo di giustizia (non concesso in Italia) come fosse “Bullismo; molestie; minacce” a chi lo ha stuprato, ed è stato graziato dai vuoti legislativi italiani e dalle continuate omissioni dei Governi». (valerio gigante)

  • Roma, l’ex parroco don Antonello Sia condannato per abusi su un ragazzino durante il campo estivo

    Roma, l’ex parroco don Antonello Sia condannato per abusi su un ragazzino durante il campo estivo

    di Massimo Sbardella – L’ex parroco di Palestrina, don Antonello Sio, di 44 anni, è stato condannato ad un anno, cinque mesi e 10 giorni e al pagamento delle spese processuali, per aver avuto un rapporto sessuale con un minorenne «abusando dei poteri connessi alla sua posizione di sacerdote e di guida spirituale». Il sedicenne, che aveva espresso l’intenzione di prendere i voti, era stato invitato dal sacerdote, ex direttore della pastorale giovanile della Diocesi di Palestrina, ad accompagnarlo in Sardegna dove, oltre ad alcune incombenze familiari, avrebbero preso parte ad un campo estivo dei padri Giuseppini.
    Era l’agosto del 2016 quando don Antonello, parroco della Santissima Annunziata, andò a casa dei genitori del minore per chiedere il permesso. Erano già due anni che il ragazzo frequentava le attività della chiesa e del centro giovanile, e il prete nutriva la stima e la fiducia del papà e la mamma che non hanno avuto problemi a dare il loro benestare. Senza neanche immaginare che quel viaggio avrebbe cambiato per sempre la vita del giovane.

    LA VIOLENZA
    Durante la notte in mare, infatti, quando i due restarono in cabina da soli, Don Sio si legge nel dispositivo del tribunale mise in dubbio il principio del celibato dei sacerdoti, proseguì parlando della storia di Davide e Gionata come coppia omosessuale per concludere dicendo: «vedi, se io facessi qualcosa non ci sarebbe nulla di male, sia a livello biblico, sia etico». Poco dopo il sacerdote si spogliò ed entrò nel letto del ragazzo, toccandolo ed inducendolo a consumare un rapporto sessuale. Colto di sorpresa, e temendo di non essere creduto e di ciò che avrebbero pensato amici e familiari, il giovane non solo non oppose resistenza ma, tornato da quel viaggio, iniziò a sentirsi a disagio con gli amici, di cui evitava la compagnia, e l’unica persona con cui non si sentiva fuori posto era proprio il sacerdote, dal momento che si era creata una sudditanza psicologica.

    L’OMBRA
    La frequentazione tra i due continua per diversi anni, tanto che i testimoni portati dalla difesa sostengono che il giovane fosse diventato l’ombra del sacerdote, una costante presenza opprimente (si legge negli atti). In realtà, però, in questo modo finiscono per confermare il disagio della vittima che, dopo quanto accaduto, vedeva nel sacerdote l’unica persona con cui riusciva a non sentirsi in difficoltà. Non è un caso che anche la pena, pur se ridotta per le attenuanti generiche il rito abbreviato, tenga conto del rilevante grado di invasività nella sfera sessuale della vittima, per il tempo ed il luogo della condotta (di notte, nella cabina di una nave, lontano da casa) e per il danno prodotto.
    Nel settembre 2018, quando il commissariato Casilino Nuovo trova don Sio in possesso di un involucro di cocaina, i due convivono nella casa che il prete ha in affitto.

    IL VESCOVO
    L’episodio, che fa emergere in modo ufficiale la dipendenza da sostanze stupefacenti di don Antonello, fa saltare tutti gli equilibri. Il vescovo di Palestrina, Monsignor Mauro Parmeggiani, dispone l’immediato trasferimento in una comunità di recupero in Sardegna, per il sacerdote, e in provincia di Frosinone per il ragazzo. Ed è proprio nel centro il Dialogo di Trivigliano (Fr) che la vittima inizia ad aprirsi, a parlare con qualcuno di quella notte sulla nave. Il tempo di prendere consapevolezza di quanto accaduto e, nell’aprile 2019, la famiglia si rivolge al Nucleo mobile della Guardia di Finanza di Frascati per sporgere denuncia.

    La vittima ormai ha quasi 20 anni e racconta una serie di episodi legati all’ambiente frequentato con don Sio. Un ambiente caratterizzato dal consumo di sostanze stupefacenti e dalla promiscuità di rapporti sessuali nel quale il prelato lo aveva gradualmente portato ad entrare. Don Sio – si legge nella sentenza – lo aveva introdotto ancora minorenne in un ambiente fatto di droga, trasgressioni, orge e prostituzione, annullando nella sua vita la propria capacità di autodeterminarsi.

    https://www.ilmessaggero.it/roma/news/parroco_condannato_abusi_ragazzino_campo_estivo_don_antonello_sio_palestrina_droga_news_oggi-6599978.html

  • Gli abusi dei sacerdoti, in Sicilia il 10% dei casi “è un circolo vizioso”

    Gli abusi dei sacerdoti, in Sicilia il 10% dei casi “è un circolo vizioso”

    Tiziana Tavella – LA SICILIA – Oltre 300 preti in Italia sono stati coinvolti in indagini per pedofilia: il dieci percento circa sarebbe attivo (o lo sarebbe stato) in Sicilia, dove c’è anche una comunità che lavora al loro recupero. Degli oltre 300 sacerdoti indagati, la metà ha subito condanna definitiva e la proporzione si mantiene anche per la situazione siciliana.

    A fare l’analisi ragionata di un fenomeno che resta ancora sommerso, nonostante l’aumento delle denunce da parte delle vittime degli abusi che chiedono con incrollabile coraggio e dignità che venga fatta giustizia , Francesco Zanardi, fondatore nel 2012 della “ Rete l’abuso – associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero” che ha dato vita, tra le tante attività di sostegno e tutela delle vittime anche ad “ mappatura” online facilmente  fruibile da tutti, dal sito dell’associazione,  con nomi e foto dei preti indagati per reati sessuali o già condannati. E’ anche possibile consultare il database dell’associazione.

    “ Purtroppo  i casi sono molti di più di quelli che sembrano ad un primo impatto guardando la mappa – spiega Zanardi- realizzata per aiutare tutti a conoscere chi arriva in una comunità magari dopo un trasferimento e su cui non si sa assolutamente nulla all’esterno.

    Per aiutare la fruizione della mappa che è in continuo aggiornamento abbiamo indicato in rosso tutti i casi di condanna in 3°grado, reo confessi o coloro che hanno patteggiato, di questi oltre una  dozzina  sono preti che sono stati attivi in Sicilia, mentre in giallo quelli in attesa di giudizio e quelli di cui non si è più saputo nulla e sono più o meno della stessa consistenza numerica. Abbiamo anche inserito,  contrassegnandoli in nero   i casi di sacerdoti indagati all’estero e nascosti in Italia ed in blu le comunità di recupero per preti con problemi.”

    La “Rete l’abuso” nasce dall’esperienza diretta di Francesco Zanardi, savonese, che subisce, negli anni ottanta, ad 11 anni le inaccettabili attenzioni di un sacerdote che segneranno la sua vita indirizzandola poi verso un cammino che lo porterà ad avere già incontrato oltre 1300 vittime di predatori sessuali in ambito ecclesiastico. La scorsa estate Zanardi è stato anche in Sicilia, dove sta seguendo tra gli altri anche il caso dell’ennese Don Giuseppe Rugolo venuto a galla dopo la denuncia di un giovane minorenne al momento dei fatti, per cui l’associazione è stata ammessa parte civile e  la cui terza udienza si terrà a porte chiuse il 23 dicembre.

    In Sicilia, terra dalla forte identità religiosa, negli ultimi mesi i casi di cronaca su pedofilia in ambito ecclesiastico sono aumentati. “ C’è un rischio protezione di questi preti che certamente può essere alimentato dal radicamento sociale dell’idea di fede e che nel meridione ha una struttura più solida. Questo complica l’emersione dei casi e rischia di esporre le vittime come paradossali colpevoli. Per la vittima diventa più complesso denunciare anche per il rischio isolamento e destabilizzazione della vittima all’interno della comunità, capovolgendo i ruoli di vittima e colpevole.

    Non posso dimenticare, ad esempio, una fiaccolata a sostegno di un prete fatta passare dai fedeli sotto casa della bambina da lui abusata.” Quando ha iniziato il percorso della “Rete”, racconta Zanardi “era praticamente impossibile trovare ascolto per le vittime. Io stesso ho denunciato quando i fatti erano già prescritti, quando mi rendo conto di quanto questo trauma abbia travolto la mia vita. Ma pur essendo prescritto, ho fornito elementi utili a trovare vittime nuove, consentendo ugualmente di arrivare ad una condanna per il prete, sebbene lieve.”

    Una denuncia che diventa un atto di rinascita e che porta ad una catena di incontri che portano anche a far nascere l’Eca che opera a livello internazionale e che porterà il tema ad essere dibattuto anche all’Onu. “ Sebbene sia un atto certamente importante quello di arrivare all’Onu, va però considerato il rovescio di questa medaglia. In Italia l’ascolto di queste vittime è ancora a livello bassissimo, nonostante i proclami che arrivano anche dal Vaticano, incluso il Motu proprio del Papa. Noi come rete accogliamo le vittime che si rivolgono a noi e diamo loro assistenza legale e cerchiamo anche di offrire ascolto con dei gruppi di auto aiuto. Non c’è soltanto contatto diretto con me, ma le vittime possono incontrarsi tra loro per scambiare le loro esperienze, scaricando così emozioni e vissuto consapevoli di essere compresi ed accettati.”

    Tiziana Tavella

  • Don Vincenzo ai domiciliari nella casa di recupero per preti

    Don Vincenzo ai domiciliari nella casa di recupero per preti

    di P.C. – Don Vincenzo Esposito, l’ex parroco di San Feliciano, sul Trasimeno, accusato di prostituzione minorile aggravata per aver scambiato messaggi erotici con ragazzini, lascerà il carcere di Spoleto. Attenderà il processo in una comunità di recupero per sacerdoti, dove seguirà un protocollo terapeutico ad hoc.

    Braccialetto elettronico

    Lunedì mattina i giudici hanno disposto per lui la sostituzione dell’attuale misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari presso la casa sacerdotale ‘Villa S. Cuore’ Bisacchi, Città di Castello (PG), subordinando l’esecuzione di tale provvedimento alla condizione che sia disponibile ed attivabile il braccialetto elettronico e che l’imputato presti il consenso alla sua installazione.

    La casa di recupero per preti ‘smarriti’

     

    Villa Sacro Cuore è una struttura gestita dalla diocesi di Città di Castello dove, in accordo con le Conferenza episcopale italiana, vengono ‘riabilitati’ i preti che – per usare un linguaggio clericale – «si sono smarriti nel loro cammino pastorale». Si trova appena fuori il centro cittadino, è dotata di 56 posti letto. Fu trasformata ed adibita a casa di accoglienza per sacerdoti con problemi nel 2011 quando, nel pieno dello scandalo dei preti pedofili, ci fu l’esigenza di creare dei luoghi discreti dove questi potessero essere nascosti. La villa, immersa nelle campagne umbre e protetta da una recinzione, ha accolto numerosi sacerdoti, umbri e non solo, i cui nomi sono comparsi nelle pagine della cronaca dei quotidiani.

    «Carcerazione era extrema ratio»

    La decisione è stata presa dall’ufficio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo. Nel provvedimento si legge come «la custodia cautelare in carcere sia solo l’extrema ratio e può essere mantenuta soltanto nei casi in cui ogni diversa misura si presentasse inidonea o inefficace per il soddisfacimento delle esigenze cautelari». Invece – scrive il giudice – la misura dei «domiciliari con braccialetto elettronico in una struttura di recupero di sacerdoti con problemi psicologici sembra poter garantire, salvo prova contraria, quelle esigenze di controllo e sorveglianza dell’indagato, che verrebbe sottoposto alle regola di disciplina vigenti presso la comunità religiosa». Fra le regole imposte: il divieto di utilizzo di qualsiasi apparecchio telefonico o strumentazione telematica che gli permetta di comunicare verso l’esterno.

    Un camion ha portato via le sue cose a San Feliciano

    Del resto, era inimmaginabile per Don Vincenzo tornare nell’abitazione di San Feliciano, come inizialmente chiesto dal suo legale, l’avvocato Renato Vazzana: in quella abitazione ora vive il nuovo parroco di San Feliciano, nonché amministratore parrocchiale. A lui il compito di far riavvicinare i fedeli e di amministrare le finanze della chiesa lacustre, su cui c’erano molti dubbi da parte dei parrocchiani, al momento non suffragati da prove: l’analisi condotta dalla Curia non ha rilevato anomalie nella gestione dei conti, fra l’altro tenuti dal diacono. Nei giorni scorsi, avvistato un camion di una ditta di traslochi che ha portato via tutto. Non si sa se verso la Sicilia o proprio verso Città di Castello.

    Il furto, la mancata perquisizione e altri misteri

    «La speranza è che non si sia portato via pure qualche prova», commenta uno dei fedeli che ha assistito al trasloco, ricordando che già c’erano stati dei tentativi di inquinamento delle prove e che al momento non sono emersi elementi su una perquisizione all’interno della canonica nelle ore immediatamente successive all’arresto, come del resto ha confermato a umbriaon.it lo stesso avvocato Vazzana: «Nessun verbale di perquisizione ci è stato consegnato, né a me né al mio cliente; intanto però segnaliamo che nei giorni successivi all’arresto c’è stato un furto in quella casa». Magari era una bravata, magari un atto di vandalismo. E se invece fosse stato un modo per occultare prove? Ulteriori elementi sulla vicenda saranno forniti dallo stesso Don Vincenzo, che la prossima settimana incontrerà il suo avvocato nella casa di accoglienza tifernate.

    Don Vincenzo ai domiciliari nella casa di recupero per preti

  • Don Castagneto, l’abuso sui minori e l’insabbiamento tentato da Bagnasco

    Don Castagneto, l’abuso sui minori e l’insabbiamento tentato da Bagnasco

    La procura di Genova chiede l’archiviazione per don Franco Castagneto, parroco di Genova, perché gli abusi su minori dimostrabili sono prescritti e non c’è prova di casi più recenti.

    Il sacerdote, riferisce Il Fatto, è sotto processo davanti al tribunale ecclesiastico della diocesi di Torino. Un processo che avrebbe cercato di insabbiare Angelo Bagnasco, ex arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana. E proprio per questo la Congregazione per la dottrina della Fede, alla fine, gli ha dovuto revocare il ‘fascicolo’. È quanto emerge dai documenti acquisiti in Curia dai magistrati genovesi, che hanno aperto un’inchiesta in seguito all’esposto della onlus Rete L’Abuso contro il prelato.

    Le carte di Bagnasco

    Tra le carte ci sono due relazioni che Bagnasco invia alla Congregazione, l’ex Sant’Uffizio, organo del Vaticano preposto a trattare i casi di pedofilia tra i sacerdoti. Nella prima il cardinale informa l’ufficio della “situazione pregressa” del parroco, di cui, dice, “non ero al corrente” e riporta alcune testimonianze sugli abusi avvenuti a Sori dove don Castagneto ha esercitato fino al 1998. Le segnalazioni pervenute negli anni Novanta Bagnasco non le ritenne veritiere.

    Denunce e testimonianze insabbiate

    Così come la prima testimonianza raccolta, contenuta in una lettera spedita nel 2014 alla Santa Sede da una vecchia parrocchiana di Sori. Le denunce non si fermano: due anni dopo, nel 2016, si presentano al cardinale tre persone che sono preoccupate del fatto che il sacerdote possa nuocere ancora. Bagnasco conduce un’indagine nella parrocchia di Albaro, dove lui stesso è stato viceparroco fino al 1995: “Conosco e ho confidenza con molte persone – scrive -. Da quanto ho potuto raccogliere, non è emerso nessun dubbio o allusione su comportamenti scorretti del parroco; al contrario, ho sentito apprezzamento e gratitudine per la sua dedizione. Inoltre, sono trascorsi dai fatti più di vent’anni”.

    A quel punto il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, chiede l’archiviazione per don Castagneto: i fatti di Sori sono ormai prescritti, mentre le indagini, della Curia e della polizia, non ne hanno appurati di nuovi.

    Per i casi di pedofilia le leggi della Chiesa consentono di derogare alla prescrizione.

    Così la Congregazione risponde a Bagnasco che sussiste un “consistente fumus delicti” a carico del sacerdote, accusato di condotte punibili con la riduzione allo stato laicale. E quindi ordina al tribunale arcidiocesano di Genova di celebrare un processo penale. Ma a marzo 2019 con la sua seconda relazione Bagnasco, tenta di dissuadere il Vaticano: “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo”, cioè Bagnasco stesso, per rimuovere il prete dalla parrocchia. Il cardinale propone addirittura che don Castagneto rimanga in parrocchia “fino alla celebrazione delle prime comunioni e delle cresime previste a maggio. Nel frattempo potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza, e quindi la necessità di un adeguato tempo di riposo”.

    Don Castagneto rimarrà ad Albaro fino ad agosto.

    Intanto il tentativo di insabbiamento fallisce. La Congregazione decide di affidare il processo al tribunale dell’arcidiocesi di Torino, revocando “l’autorizzazione precedentemente concessa a Sua Eminenza di celebrare il processo”.

    Oggi il processo voluto dalla Congregazione è ancora in corso. “Don Castagneto è stato fatto sparire dalla parrocchia con una fretta sospetta”, accusa il presidente di Rete L’Abuso Francesco Zanardi. “Perché Bagnasco non ha aspettato quantomeno che riaprisse la comunità di recupero, se gli abusi non si sono più verificati dopo il 1998? E se don Castagneto non ha più reiterato i suoi crimini, perché mai si dovrebbe mandare un uomo ‘guarito’ da uno psicoterapeuta 21 anni dopo?”.