Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: comunità di recupero

  • Gestiva il centro Caritas di San Fatucchio, accuse di pedofilia per don Lucio Gatti, già condannato per molestie sessuali

    Gestiva il centro Caritas di San Fatucchio, accuse di pedofilia per don Lucio Gatti, già condannato per molestie sessuali

    Di Francesca Lagatta

    Il 9 gennaio del 2014, di fronte all’evidenza delle prove, don Lucio Gatti si arrende ai giudici del Tribunale di Perugia e patteggia una condanna a due anni di carcere con pena sospesa, anche se l’avvocato Nicola Di Mario, dopo la sentenza, continua a professare l’innocenza dell’assistito, che avrebbe scelto il rito alternativo “senza che ciò possa considerarsi ammissione di responsabilità”. Ma ora un nuovo testimone, che oggi ha 20 anni, getta nuovamente nella bufera il parroco che per anni ha gestito numerose comunità di recupero per ragazzi svantaggiati e la Caritas di San Fatucchio, frazione di Castiglione del Lago, comune della provincia di Perugia.

    Le indagini che hanno portato alla condanna erano partite grazie alle denunce di cinque ex ospiti di una delle comunità gestite dal sacerdote, ma le accuse di violenza sessuale erano state derubicate a molestie sessuali e abuso dei mezzi di correzione, perché all’epoca dei fatti le vittime erano tutte maggiorenni. Pertanto, sono mancati i presupposti per contestare la violenza.

    PERI IL PRETE CONDANNATO MAI UN SOLO GIORNO DI CARCERE

    Non un solo giorno dietro le sbarre, dunque, per il prete con il vizietto delle avances insistenti. Unica “punizione”: la sospensione ‘a divinis’ per cinque anni, periodo in cui don Lucio Gatti, protetto in una delle comunità religiose per il recupero spirituale dei preti con problemi legati alla sfera sessuale, ha dovuto rinunciare alle sue funzioni pastorali pubbliche.

    Rientrato in comunità a Perugia, avrebbe ripreso le consuete attività religiose, fino a che, nell’aprile scorso, una nuova querela è tornata a scuotere la sua quiete. La presunta vittima degli abusi, il cui caso è seguito dall’associazione Rete l’Abuso del presidente Francesco Zanardi, impiega dei mesi prima di rilasciare una testimonianza dettagliata di ciò che accade circa 7 anni fa, perché il ricordo sarebbe ancora straziante.

    IL RAGAZZO CHE LO ACCUSA  DESCRIVE LE COMUNITÀ DI RECUPERO COME UN INFERNO

    Dopo aver lasciato casa propria ed essere stato affidato dai servizi sociali proprio nella mani di don Lucio, il ragazzo racconta di aver passato cinque anni di inferno (fino alla maggiore età) tra lavori forzati, percorsi di recupero inadeguati e violenze sessuali. Secondo la sua versione, il sacerdote, a turno, avrebbe abusato di lui e di tanti altri adolescenti affidati alle sue comunità, mandati finanche nelle missioni umanitarie all’estero nonostante la giovane età, che di umano avevano poco o nulla.

    I dettagli agghiaccianti della storia, sono stati messi nero su bianco e consegnati nelle mani degli uomini dell’Arma. Ora sarà la Magistratura a verificare la veridicità del racconto ed accertare eventuali, nuove responsabilità, che questa volta sarebbero ancora più pesanti. Nel frattempo Gatti, è alle prese con la causa civile che si svolge presso il Tribunale di Perugia dal gennaio scorso, perché le vittime acclarate di molestie sessuali hanno avanzato una richiesta di risarcimento danni al sacerdote e alla sua diocesi.

  • Preti pedofili, scandalo anche italiano: sono 117 i sacerdoti condannati per le violenze

    Preti pedofili, scandalo anche italiano: sono 117 i sacerdoti condannati per le violenze

    Era nudo. Era davanti a Gesù crocefisso. Dietro di lui un’ombra che lo sovrastava. Una voce che rassicurava quel piccolo undicenne che tratteneva le lacrime. «Non avere paura, sono le mani di Dio», gli diceva il frate mentre accarezzava il suo corpicino. Un caso, uno delle centinaia quello di Mario. Che a lezione di catechismo, in un monastero della Toscana, ha perduto la propria innocenza. Molto è cambiato nella Chiesa italiana, da quando papa Ratzinger condannò duramente la pedofilia nella lettera pubblica ai cattolici di Irlanda che nel 2010 invertì definitivamente la rotta prima che giungesse irreparabile lo schianto. Ma molto c’è ancora da fare. La prova è nell’incertezza dei numeri, che sembrano ancora velati da quella stessa «riservatezza», che ha scagliato la Chiesa in un vortice di accuse e di scandali.

    «Oportet ut veniant scandala», dice Marco nel Vangelo. Che tradotto vuol dire: è bene che gli scandali scoppino. Eppure tentare di conoscere le dimensioni del fenomeno italiano, è assai complicato. Innanzitutto perché in Italia non esiste a oggi uno studio ufficiale che renda conto di quanti siano gli abusi su minori consumati in ambienti religiosi. E poi perché tra casi denunciati e casi segnalati, c’è un ampio discrimine. Basti pensare che nel 2010, il Telefono Azzurro raccolse 105 segnalazioni di abusi su minori che nel 3-4 per cento dei casi aveva visto come protagonista un religioso. Segnalazioni che tuttavia non hanno trovato riscontro in sede giudiziaria. A spiegare il discrimine, non è solo la reticenza delle vittime. Ma anche la cornice delle regole.A livello globale, sono state 3420 le denunce che la Congregazione per la dottrina della fede ha ricevuto tra il 2004 e il 2013. Di queste, ben 401 facevano riferimento a fatti accaduti nel 2013. Denunce spesso incanalate nell’alveo canonico, e cioè in un ambito non sempre comunicante con quello dell’autorità giudiziaria che conferisce ai casi e ai reati evidenza pubblica.Secondo quanto previsto dalla legge italiana e dagli accordi concordatari, «i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero».

    In forza di ciò, le Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici elaborate dalla Cei nel 2012 non impongono dunque ai vescovi l’obbligo di denunciare i preti pedofili alla magistratura. E la situazione italiana? Tra il 2002 e il 2012 sono emersi in Italia 135 casi di pedofilia tra i sacerdoti, che si sono tradotti in 77 denunce ai magistrati, 22 condanne in primo grado e 17 in secondo, 21 patteggiamenti, 12 archiviazioni, e 5 assoluzioni.Tutto ciò a fronte di 20mila episodi di pedofilia all’anno che secondo il presidente de «La Caramella buona on lus», Roberto Mirabile, si verificano nel nostro Paese a opera di religiosi e non religiosi che mediamente danno luogo a mille processi per reati sessuali ogni 12 mesi. Secondo quanto riferito da monsignor Mariano Crociata nel 2010 «un centinaio di casi sono stati rilevati dal punto di vista dei procedimenti canonici nel corso dell’ultimo decennio».

    Cifre che circoscrivono la responsabilità dei reati commessi da religiosi al 2 per cento del totale. Secondo la Rete L’Abuso, associazione nata da un gruppo di vittime di preti pedofili, sono 65 i sacerdoti attualmente indagati in Italia, in attesa di giudizio o di sentenza definitiva. Tra questi alcuni sono a piede libero, o hanno soltanto obbligo di dimora. Altri, viste le aggravanti, sono custoditi in carcere. Un esempio su tutti il caso di don Dino, prete di Fiumicino finito in cella perché era in possesso di 1686 file ritraenti minori di 18 anni. Gli inquirenti hanno ritrovato nella sua casa un memoriale («frutto di fantasia», si difende il don), che racconterebbe 50 anni di abusi su minori, dal titolo piuttosto esplicito: «Vi ho amato tutti e mai vi scorderò: Cinquant’anni di sesso 1956-2006».

    Altri preti sono stati indirizzati in comunità di recupero nelle more di nuove valutazioni da parte della Congregazione per la dottrina della fede o del giudizio del tribunale. Alcuni di loro sono ospiti di due centri gestiti dalla congregazione dei Padri Venturini, villa Iride a Verbania e la casa madre di Trento, e affidati alle cure di un terapeuta religioso, padre Franco Fornari. Villa Iride, in particolare, rappresenta per i legali di alcuni religiosi condannati per abusi sessuali un’importante alternativa in caso di arresti domiciliari per i loro clienti. In questo centro, dal maggio del 2012 è recluso don Marco Mangiacasale, accusato di violenza sessuale a danno di alcuni adolescenti quando era parroco di San Giuliano di Como, in attesa del verdetto definitivo della Cassazione.

    Secondo Rete L’Abuso, sono 117 i sacerdoti che dal 2000 a oggi sono stati condannati in via definitiva o hanno confessato reati sessuali e molestie a danno di minori. Numeri certamente striminziti, rispetto alla portata del fenomeno. «Occorre che gli scandali avvengano», dice San Marco nel Vangelo, «ma guai a colui che li produce». L’ammonimento del Nazareno, dopo duemila anni, ha il suono di una profezia incompiuta.

    Martedì 1 Marzo 2016, 11:42
    http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/preti_pedofili_scandalo_italiano_117_sacerdoti_condannati_le_violenze-1582840.html
  • Brindisi, prete pedofilo condannato a 3 anni e 8 mesi per abusi su minori

    Brindisi, prete pedofilo condannato a 3 anni e 8 mesi per abusi su minori

    Il sacerdote 73enne, accusato di violenze su due chierichetti di meno di 14 anni, era stato smascherato da un servizio della trasmissione Le Iene. Dal maggio dello scorso anno si trova agli arresti domiciliari in una comunità di recupero per religiosi.

    Tre anni e otto mesi di reclusione per atti sessuali su minori. E’ la sentenza di condanna emessa nei confronti di Giampiero Peschiulli, il prete brindisino accusato di pedofilia. Il sacerdote 73enne, arrestato nel maggio dello scorso anno, si trova agli arresti domiciliari in una comunità di recupero per religiosi. La condanna chiesta dal pm, Giuseppe De Nozza, era stata di 3 anni e 4 mesi, aumentata di altri 4 dal gup Giuseppe Licci, dopo il processo con rito abbreviato.

    Il comportamento del parroco era stato smascherato nell’autunno 2014 dal programma televisivo Le Iene che aveva denunciato gliabusi compiuti da Peschiulli nei confronti di due chierichetti che frequentavano la parrocchia di Santa Lucia. Abusi iniziati nel 2012 e perpetrati fino alla messa in onda del servizio. Oltre ai due episodi scoperti dall’inviato Giulio Golia, ne emersero poi altri per i quali però non fu possibile procedere perché più datati. L’eco che il servizio ebbe su quotidiani e social network diede impulso alle indagini dei carabinieri che portarono all’arresto del parroco nel maggio 2015. L’esigenza cautelare fu ritenuta necessaria per il pericolo di reiterazione del reato. A novembre 2014, peraltro, dopo il sequestro dei pc del prete, erano apparse scritte minatorie sui muri vicino alla chiesa in cui per anni Peschiulli aveva prestato la sua opera.

    La difesa, sostenuta dall’avvocato Roberto Cavalera, aveva chiesto l’assoluzione di don Peschiulli o in subordine il riconoscimento dell’ipotesi di minore gravità, richieste non accolte dal giudice. L’arcivescovo di Brindisi monsignor Domenico Caliandro ha fatto sapere che il sacerdote è stato dimesso dallo stato clericale, con decreto della Santa Sede dello scorso 3 dicembre. Il monsignore ha poi rinnovato la sua vicinanza epreghiera “per coloro che sono stati lesi da chi avrebbe dovuto, invece, guidarli al bene e farli crescere nelle virtù”.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/28/brindisi-prete-pedofilo-condannato-a-3-anni-e-8-mesi-per-abusi-su-minori/2414536/

  • Abusi sessuali sui chierichetti: don Peschiulli condannato a tre anni e otto mesi di carcere

    Abusi sessuali sui chierichetti: don Peschiulli condannato a tre anni e otto mesi di carcere

    E’ stato condannato a 3 anni e 8 mesi di reclusione con rito abbreviato don Giampiero Peschiulli, sacerdote di Brindisi accusato di atti sessuali su minori. Peschiulli si trova agli arresti domiciliari dallo scorso di maggio, in una comunità di recupero per sacerdoti.
    Il pm, Giuseppe De Nozza, aveva chiesto la condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione per ipotesi di abusi su due chierichetti che frequentavano la parrocchia di Santa Lucia, dove è rimasto a svolgere le funzioni di parroco fino agli ultimi mesi del 2014.
    Peschiulli, 73 anni, era stato smascherato dalla trasmissione Le Iene. L’inviato si era recato in chiesa e aveva cercato di incontrarlo. Il parroco si era però barricato all’interno aveva egli stesso contattato il 112. La notizia era stata riportata sui social network e vi erano stati numerosi commenti che avevano dato impulso alle indagini dei carabinieri di Brindisi. Sull’utenza del parroco erano state anche eseguite intercettazioni telefoniche. L’inchiesta nacque da una serie di commenti comparsi sulle pagine Facebook di Senza Colonne subito dopo il “blitz” delle Iene nella chiesa di Santa Lucia.
    La difesa aveva chiesto l’assoluzione di Don Peschiulli o in subordine il riconoscimento dell’ipotesi di minore gravità, richieste non accolte dal gup Giuseppe Licci che anzi ha maggiorato la pena rispetto a quella richiesta dal pubblico ministero. Il sacerdote ha usufruito della riduzione di un terzo della pena per il rito abbreviato.

  • Violentò due prostitute: don Walter in isolamento nel carcere di Bergamo

    Violentò due prostitute: don Walter in isolamento nel carcere di Bergamo

    Il prete mantovano Don Walter Mariani, condannato a sei anni e due mesi di carcere per violenza sessuale nei confronti di due donne alloggiate nella comunità di recupero “La Casa di Ruth” nel primo pomeriggio di giovedì è stato rinchiuso nella casa circondariale di via Gleno

    Ha festeggiato il suo 73esimo compleanno nel modo peggiore, con il primo giorno di carcere per violenza sessuale su due prostitute. Il prete mantovano Don Walter Mariani, condannato a sei anni e due mesi per violenza sessuale nei confronti di due donne alloggiate nella comunità di recupero “La Casa di Ruth”, nel primo pomeriggio di giovedì è stato rinchiuso nella casa circondariale di via Gleno, ed è stato subito messo in isolamento.

    “L’avrebbe costretta a rapporti sessuali non solo a casa sua ma anche nell’abitazione del datore di lavoro e una volta perfino in ospedale, nella saletta colloqui del reparto infettivi, dov’era ricoverata”. Questa la testimonianza che era stata rilasciate in un’ aula di tribunale da Nela, 43enne badante romena, una delle vittime dell’ex parroco di San Leonardo, in provincia di Udine.

    Non solo, la donna – più volte in lacrime – aveva anche rivelato che don Walter – aveva cercato di corromperla: “nell’estate del 2008 le aveva dato appuntamento a Copparo, nel Ferrarese, offrendole tremila euro perché se ne andasse in Romania e tornasse solo dopo il processo”.

    Sono così finite giovedì pomeriggio le ore di attesa e di preghiera del prete, ospite da tempo in una casa di riposo in provincia di Bergamo, dove si era preparato alla lunga reclusione. Le violenze per le quali don Walter è stato condannato al terzo grado di giudizio, sono avvenute tra il 2004 e il 2006 su due giovani, una russa e una romena ospiti della Casa di Ruth per un programma di recupero di cui lui stesso era responsabile.

    Il processo di primo grado si era concluso con la condanna a cinque anni. La Corte d’appello di Brescia aveva inasprito la pena, portandola a sette anni e mezzo. Poi il ricorso in Cassazione, l’annullamento della condanna, il rinvio degli atti a un’altra sezione d’appello. Quindi la nuova condanna, questa volta confermata dalla Suprema Corte.

    E’ stato quindi respinto il ricorso degli avvocati del religioso, su cui pende tra l’altro un secondo capo d’accusa, con condanna da Ferrara, per “aver indotto una testimone, una ragazza che lo accusava di violenza, a dire il falso, offrendole tremila euro per ritrattare le accuse”.

    http://www.bergamonews.it/2014/03/07/violento-due-prostitutedon-walter-in-isolamentonel-carcere-di-bergamo/186620/

  • Brindisi, abusi sessuali su due ragazzini, a processo prete pedofilo

    Brindisi, abusi sessuali su due ragazzini, a processo prete pedofilo

    Sarà giudicato con rito abbreviato don Giampiero Peschiulli, l’ex parroco di una chiesa di Brindisi arrestato e posto ai domiciliari per violenza sessuale su due minorenni. Oggi si è celebrata l’udienza preliminare dinanzi al gup Giuseppe Licci che ha ammesso Peschiulli al rito alternativo che gli consentirà, in caso di condanna, di beneficiare dello sconto di un terzo della pena.

    Si è costituito parte civile solo uno dei due ragazzini che avrebbero subito gli abusi del sacerdote che si trova ancora ristretto in una comunità di recupero destinata anche a sacerdoti. Don Peschiulli, 73 anni, fu raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare il 20 maggio scorso. Era stato smascherato alla fine del 2014 da un inviato della trasmissione televisiva ‘Le Ienè.

    La clip aveva poi dato impulso alle indagini dei carabinieri, coordinati dal pm Giuseppe De Nozza. L’accusa a carico del prelato è di aver compiuto atti sessuali su due ragazzini con l’aggravante di aver «abusato dell’autorità morale e religiosa connessa all’essere il parroco della chiesa di Santa Lucia». La prossima udienza è fissata a gennaio, quando è prevista la requisitoria del pubblico ministero e l’arringa del difensore, Roberto Cavalera.

    http://www.ilmessaggero.it/primo_piano/cronaca/brindisi_abusi_sessuali_su_ragazzini_processo_prete_pedofilo-1401614.html

  • Abusi sessuali su due bambini, a breve udienza preliminare per ex parroco

    Abusi sessuali su due bambini, a breve udienza preliminare per ex parroco

    Il sacerdote Giampiero Peschiulli, all’epoca alla chiesa di S. Lucia, davanti al gup il 10 dicembre: la difesa chiederà l’abbreviato. L’inchiesta dopo un servizio de Le Iene. La Procura conferma: “Due ragazzi di età inferiore a 14 anni costretti a subire abusi in sacrestia prima della messa.
    Abusi sessuali su due bambini, a breve udienza preliminare per ex parroco

    BRINDISI – Sette mesi dopo essere stato arrestato, don Giampiero Peschiulli, 73 anni, è imputato con l’accusa di “aver compiuto atti sessuali su due minori di età inferiore ai 14 anni, prima o dopo la messa, per quattro anni, agendo con  violenza e abusando dell’autorità morale e religiosa” essendo all’epoca parroco della chiesa di Santa Lucia e della Santissima Trinità di Brindisi.

    Il sostituto procuratore Giuseppe De Nozza ha chiesto il rinvio al giudizio del Tribunale per il parroco,  originario di Carbonia, in provincia di Cagliari, attualmente, in una comunità di recupero per sacerdoti nel Nord Italia, dopo essere stato arrestato il 20 maggio scorso e posto ai domiciliari dai carabinieri della compagnia di Brindisi in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Tea Verderosa per il pericolo di reiterazione del reato perché all’epoca “aveva possibilità effettiva di concelebrare la messa e avere contatti con i fedeli, tra cui anche famiglie con bambini e ragazzi, presso una parrocchia del comune di Terracina”.

    Dalle indagini delegate ai carabinieri del Norm, “emerge in modo piuttosto evidente che don Giampiero Peschiulli ha continuato a esercitare il suo ministero sacerdotale almeno sino al 16 gennaio 2015. A dare l’input all’inchiesta fu un servizio realizzato dalla trasmissione Le Iene, in onda su Italia Uno, a firma dell’inviato Giulio Golia che a Brindisi arrivò con alcuni attori per incontrare il sacerdote dopo aver ricevuto una mail tra aprile e maggio 2014, nella quale una “persona residente in città riferiva di essere stata vittima di avance sessuali di Peschiulli”.

    Le Iene lo chiamarono il prete “pomicione”. Quando tornarono per chiedere spiegazioni lui si chiuse in sacrestia e chiamò il 112, mentre su Facebook si registrava una valanga di commenti. La richiesta di processo è stata depositata presso la cancelleria del gup che dovrà pronunciarsi in sede di udienza preliminare nei prossimi giorni, dopo aver ascoltato il difensore del parroco, Roberto Cavalera, che potrebbe chiedere l’abbreviato secco, senza cioè perizia per il prelato. La scelta del rito alternativo, come è noto, consente di ottenere la riduzione della pena nella misura di un terzo in caso di condanna.

    Il magistrato ha confermato integralmente l’accusa mossa inizialmente, sottolineando un “un comportamento deviato, caratterizzato da una inclinazione a cercare approcci sessuali nei minorenni di sesso maschile” anche alla luce del “materiale informatico sequestrato” nel mese di novembre 2014: in particolare “sul pc portatile in uso” al parroco “sono state rilevate numerosissime immagini, raffiguranti rapporti tra ragazzi dall’evidente minore età, frutto di collegamenti a siti internet salvati automaticamente dal sistema operativo in file temporanei”.

    Già nell’ordinanza di custodia, il gip scriveva come “rilevantissimi elementi di valutazione possono essere tratti dalla lettura del fascicolo personale di Peschiulli e nello specifico dagli atti delle date 12 luglio 1965, 10 settembre 195, 25 giugno 1969 e primo settembre 1969, in cui si fa riferimento ad amicizie captative e a comportamenti morbosi verso altri seminaristi, manifestati già all’epoca”.

    Fonti di prova, ora che l’inchiesta è stata conclusa, sono costituite dalle testimonianze raccolte dall’ascolto dei due bambini, secondo la formula dell’incidente probatorio e dalle intercettazioni telefoniche, spesso con la perpetua. In una di queste, si sente il parroco commentare le indagini e dire, con riferimento ai ragazzini: “Te l’ho fatto io, perché tu non hai detto fermati, basta”. Dall’altra parte, la donna: “Tu devi sempre dire, se apro bocca io più di qualcuno si deve spogliare che è diverso”.

    E ancora si sentono i due parlare dell’ormai ex arcivescovo di Brindisi e Ostuni, poi ascoltato in qualità di persona informata dei fatti, poiché i genitori dei chierichetti hanno riferito di essersi rivolti a lui. In sede di udienza preliminare i due ragazzi, indicati come persone offese, potranno costituirsi parte civile e chiedere il risarcimenti dei danni patiti.

     
  • Genova, don Seppia vicino alla scarcerazione. Potrebbe tornare a dire messa

    Genova, don Seppia vicino alla scarcerazione. Potrebbe tornare a dire messa

    Il prete, condannato in appello per a 9 e anni e mezzo – sentenza rinviata parzialmente dalla Cassazione – tornerà libero in un paio di mesi per scadenza dei termini di custodia. In attesa di conoscere il suo destino giudiziario lo attende un periodo di penitenza, al termine del quale potrebbe ritrovare l’altare.

    Don Riccardo Seppia, il prete genovese condannato a 9 anni e mezzo di carcere per reati legati alla pedofilia e alla cessione di stupefacenti, in carcere dal 13 maggio 2011, fra un paio di mesi potrebbe tornare in libertà. E in un futuro non troppo lontano – se gli venisse revocata la sospensione a divinis che lo ha colpito dopo la condanna penale – potrebbe persino tornare a dire messa. Dopo avere scontato, tuttavia, il proprio peccato soggiornando in un centro di comunità di recupero e sostegno riservata ai religiosi.

    Don Seppia, parroco della chiesa genovese del Santo Spirito diSestri Ponente, era stato accusato di aver ceduto cocaina a minorenni in cambio di favori sessuali, nonché di aver ceduto cocaina all’ex seminarista Emanuele Alfano, anche lui arrestato nel corso della stessa inchiesta e accusato di induzione alla prostituzione minorile.

    Il nuovo quadro accusatorio si desume dalle motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione che nel novembre dell’anno scorso aveva riqualificato il reato per il quale don Seppia era stato condannato nei primi due gradi di giudizio: da tentata induzione alla prostituzione minorile a tentati atti sessuali con minorenni. La Suprema Corte aveva quindi annullato parzialmente la sentenza di appello con rinvio parziale ad un nuovo giudizio presso la Corte di appello di Genova. Che dovrà tenere conto delle indicazioni fornite dai giudici di ultima istanza. Spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocatoPaolo Bonanno, difensore del sacerdote: “La Cassazione ha accolto la nostra richiesta di considerare la continuazione fra i reati sessuali e quelli di spaccio di stupefacenti e di conseguenza la Corte d’Appello dovrà applicare una sorta di sconto sulla pena irrogata in precedenza. Inoltre i giudici di merito avevano considerato equivalenti l’aggravante della cessione di droga a minorenni e l’attenuante della modica quantità della sostanza. Ma la nuova normativa ridefinisce come un reato autonomo, punibile con una pena da 6 mesi a 4 anni, quella che era un’attenuante e come da noi richiesto i giudici di appello dovranno tenerne conto nelle determinazione della nuova pena”.

    C’è infine un ulteriore assetto in senso strettamente tecnico. La legge prevede che la detenzione in custodia preventiva non possa mai superare i quattro anni. E così si giungerebbe al 13 maggio 2015, data nella quale è escluso che il nuovo giudizio di Appello, nonché l’eventuale pronuncia della Cassazione, possano essere già stati emessi. Se l’istanza di scarcerazione del difensore sarà accolta Don Seppia potrà quindi uscire dal carcere e in attesa di conoscere la propria sorte giudiziaria sarà ammesso alla penitenza, invero non troppo pesante, della comunità di recupero. Dove lo attende una spartana ma non afflittiva disciplina. Ore 7,15 del mattino la recita delle Lodi, la sera l’Adorazione e il Vespro. Durante la giornata, il sacerdote dovrà svolgere dei lavori perché in quella comunità vige la regola di San Benedetto: Ora et labora.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/17/genova-don-seppia-vicino-scarcerazione-potrebbe-tornare-dire-messa/1514147/

  • Don Walter prega prima del carcere Genovesi attacca il procuratore

    Don Walter prega prima del carcere Genovesi attacca il procuratore

    La condanna al terzo grado di giudizio del sacerdote  non placa le polemiche. L’avvocato ed ex sindaco critica Condorelli: <Da lui parole censurabili>. Il procuratore  aveva replicato  al vescovo Busti facendo riferimento alle vittime del prete: «Pensiamo a loro».

    MANTOVA. Ancora due fronti. Chi difende a spada tratta il parroco di San Leonardo, il sacerdote dell’attivismo e del volontariato, l’uomo brillante e carismatico che tanto ha dato alla comunità parrocchiale e diocesana. E chi invece, in base alla sentenza che lo condanna a sei anni di carcere per violenza sessuale nei confronti di due ex prostitute alloggiate nella comunità di recupero “La Casa di Ruth”, gli spara addosso accuse e risentimento. Ancora pro e contro.

    Tutto sfumato all’orizzonte del dramma umano di un condannato. Un dramma che non cancella quello delle vittime, di due ragazze che oggi si sono rifatte una vita e hanno preferito non commentare la sentenza. Ma che segue una sorta di percorso parallelo. Per don Walter Mariani sono forse i giorni più difficili, quelli dell’attesa del carcere, di una cella che ingoierà la sua vita per sei lunghi anni. A sostenerlo, in queste ore in cui dalla Procura di Brescia, sede della corte di appello che l’ha condannato in via definitiva, si attende l’ordine di carcerazione, non c’è solo la preghiera, che vede spesso in raccoglimento il sacerdote.

    Vicino all’ex parroco di San Leonardo, che ha trovato rifugio in una casa di riposo del Bergamasco, ci sono le parole di affetto e di conforto delle due sorelle che gli sono sempre state vicine, dei parrocchiani e amici più fedeli che gli telefonano spesso e del suo difensore, l’avvocato Sandro Somenzi. «È imprevedibile quando arriverà l’ordine di carcerazione – dice l’avvocato – ce l’aspettavamo giovedì ma siamo ancora qui ad attendere».
    Sullo sfondo del dramma dell’attesa continuano le polemiche, nate dalla dichiarazione del vescovo Roberto Busti: «Pur nel rispetto della sentenza – ha osservato il capo della diocesi – rimangono, non solo in me, perplessità irrisolte». Perplessità che l’avvocato Somenzi spiega con una sentenza così dibattuta e tribolata: «Credo che le perplessità citate dal vescovo si riferiscano al fatto che con gli stessi elementi di prova una volta don Walter è stato assolto, e un’altra condannato».
    Quella stessa parola, “perplessità” ha scatenato il procuratore Antonino Condorelli che il giorno dopo ha attaccato l’alto prelato parlando di «attenzione prioritaria da riservare alle vittime» e «disattenzioni e sottovalutazioni dello scadimento morale delle istituzioni religiose».
    Polemica ancora nel camino del vulcano, a quanto pare. Ieri, al silenzio del vescovo che non ha inteso rispondere al fuoco delle parole di Condorelli, è intervenuto l’avvocato Sergio Genovesi con un’articolato commento (lo pubblichiamo in versione integrale nella nostra rubrica delle lettere al direttore, ndr).

    Genovesi, nella sua veste di presidente dell’Unione camere penali della Lombardia attacca il procuratore Condorelli sostenendo che il suo «soppesato comunicato stampa sia sorprendentemente forzato e discutibile».
    «…Trovo assai censurabile che un magistrato, tanto più di parte perché rappresenta la sola voce dell’accusa – va giù senza mezzi termini Genovesi – se ne esca con considerazioni dedicate allo “scadimento morale delle istituzioni religiose”. Detta al bar, questa battuta potrebbe anche giustificarsi. Scritta in un comunicato stampa lascia senza fiato. Dunque non basta la sentenza, non basta riconoscere il diritto di critica, non basta essere rispettosi dei diritti di tutti. Dobbiamo pure subire, considerata l’autorevolezza della fonte, linee guida moralizzatrici e di facile presa populistica, per farle divenire le verità ufficiali».
    «Non scrivo – insiste il presidente della Camere penali della Lombardia – per difendere il vescovo, né sostengo che il mio sfortunato amico don Walter sia vittima di mala giustizia. Scrivo, invece, per rimarcare senza mezze parole il mio profondo dissenso dall’iniziativa del procuratore della Repubblica e lo scrivo senza il timore di incorrere nel rischio di lesa maestà».

    VESCOVO E PROCURATORE. Il commento del vescovo è stato chiaro: rispetto della sentenza ma anche «perplessità irrisolte». Un dubbio, anche se velato, sul giudizio dei tribunali che hanno condannato a sei anni di carcere l’ex parroco di San Leonardo don Walter Mariani per violenza sessuale nei confronti di due ex prostitute alloggiate nella comunità di recupero da lui fondata, la Casa di Ruth. Le parole di Roberto Busti, capo della Chiesa mantovana, interpretano la pancia della comunità parrocchiale e diocesana. Ma per qualcuno il suo pronunciamento suona come uno schiaffo alle vittime del sacerdote e alla giustizia. Il primo a reagire all’esternazione del vescovo Busti è il procuratore Antonino Condorelli. Non lo fa con una dichiarazione ma con un messaggio consegnato alla stampa. Eccolo in versione integrale.

    «Le sentenze vanno rispettate e possono certamente essere criticate; quindi anche le perplessità sono legittime. Una sentenza di condanna per reati così soggettivamente e oggettivamente gravi non può che rattristare, sul piano umano e su quello civile, per i torti che sono stati fatti e accertati e per l’afflittività della pena. Come è stato autorevolmente osservato in questa vicenda hanno sofferto molte persone e tutte meritano rispetto e considerazione. Ma fra queste, credo, un’attenzione prioritaria deve essere riservata alle vittime. Nello stesso tempo il legittimo esercizio del diritto di critica non può far dimenticare lo sconcerto che certe disattenzioni e sottovalutazioni dello scadimento morale delle istituzioni religiose può causare nelle coscienze civili di laici e credenti».

    Parole come macigni. Un dito puntato, soprattutto quando Condorelli parla di «attenzione prioritaria da riservare alle vittime» e «disattenzioni e sottovalutazioni dello scadimento morale delle istituzioni religiose». Sulla stessa linea d’onda Laura Orlando, la psicologa testimone chiave del processo che per anni collaborò alla vita della Casa di Ruth e per prima raccolse le confidenze delle due ragazze violentate. «Giustizia è fatta – dice la psicologa – questa sentenza dice che le due ragazze sono state finalmente ascoltate ed è stato assegnato loro il valore di persone». E aggiunge: «Sono sconcertata dalle parole del vescovo: anziché essere solidali con le vittime, si esprimono con un dubbio a favore di una persona che per la giustizia è delinquente. Io avevo fiducia in don Walter, credo che abbia fatto cose buone, era un sacerdote carismatico, pieno di qualità. Anche per questo ho fatto fatica ad aprire gli occhi e a ricredermi su di lui. Faccio un appello a chi ancora lo difende: chiedete scusa alle ragazze».

    IL SINDACO.  «Solidarietà e vicinanza a don Walter!!!!» Sei parole postate nella notte a commento dell’articolo della Gazzetta sul sito web. La firma: Nicola Sodano. Il sindaco di Mantova è stato tra i primi a manifestare la propria opinione sulla sentenza della Cassazione che manderà dietro le sbarre l’ex parroco di San Leonardo. E la rete si è subito divisa tra innocentisti e colpevolisti, con sfumature intermedie. Contattato dalla Gazzetta, il sindaco ha spiegato il suo intervento: «Quando sono arrivato a Mantova dalla Calabria, studente di prima media, abitavo in via Fancelli e don Walter era in Ognissanti – racconta -. Gli scout non c’erano ancora, quindi mi iscrissi a Cerese, ma l’anno successivo don Walter mi venne a cercare. In quel momento è cominciata veramente la mia vita a Mantova». Sodano non entra nel merito dei fatti contestati, salvo sottolineare «una sproporzione di una sentenza che manda in carcere per più di 6 anni un religioso 73enne che ha fatto tanto per il prossimo».

    E conclude: «Mi sento di esprimere a don Walter una grande vicinanza: penso che gli faccia piacere sapere che la città gli è vicina».

  • Viaggio nelle comunità di recupero “Così curiamo i nostri confratelli”

    Viaggio nelle comunità di recupero “Così curiamo i nostri confratelli”

    A Trento sorge la casa madre gestita dai Padri Venturini. Ogni ospite è avvolto dal più assoluto riserbo e nessuno degli stessi sacerdoti della comunità conosce i motivi dei ricoveri. L’altro centro è Villa Iride, a Verbania: è ancora più chiuso all’esterno. L’accoglienza è il primo passo. “Vogliamo conoscere la persona e poi vedere se siamo in grado di aiutarla”, spiega padre Pastò, il Superiore generale. Poi si passa alla terapia. I problemi che portano qui i condannati sono i più vari: dai disordini alimentari alle dipendenze da gioco e da sostanze stupefacenti alla disinibizione sessuale, fino alle tendenze pedofile. Ma è anche un punto di riferimento per gli avvocati che indicano la villa come possibile sede per gli arresti domiciliari dei religiosi condannati

    NON E’ STATO FACILE, da laici, varcare i cancelli delle comunità terapeutiche dei padri Venturini; in quella oasi di pace e di recupero spirituale di solito le porte si aprono soltanto per accogliere religiosi in crisi. Ogni ospite è gestito nel più assoluto riserbo e neanche i confratelli sanno i motivi dei ricoveri. Superando non pochi ostacoli siamo riusciti a entrare in due centri gestiti dalla congregazione: Villa Iride a Verbania e la casa madre di Trento. Il Superiore Generale, padre Gianluigi Pastò, ci tiene a sottolineare: “Non dite per favore che siamo una clinica per pedofili, della pedofilia si occupa la Santa Sede. Come si sentirebbero quelli che sono accolti da noi con problemi meno gravi a dover vivere in una struttura etichettata in questo modo?”.

    Il nostro viaggio comincia dalla città di Trento. Arriviamo alla casa madre appena dopo l’ora di pranzo; la comunità non è molto lontana dalla stazione, si sale per alcuni tornanti mentre la città si allontana come un miraggio. Fuori dalla casa, nel giardino e nel vigneto non si vede nessuno. Incontriamo Pastò, un uomo sui settant’anni con un forte accento veneto. È gentile ma non nasconde la sua diffidenza verso i giornalisti: “Sui giornali sono comparse notizie sbagliate, che nessuno di noi aveva dato. Noi come congregazione nasciamo per la santità del prete, ci occupiamo di formazione spirituale, non neghiamo conforto a nessuno, ma non vogliamo etichette né abbiamo specializzazioni particolari; siamo religiosi che accolgono altri religiosi”.

    Il momento fondamentale per i Venturini è l’accoglienza, primo passo della terapia: “Noi solitamente vogliamo conoscere prima la persona, poi vediamo se siamo in grado di aiutarla ma non abbiamo preclusioni particolari”, spiega Pastò. È evidente come in questo caso il modello della comunità religiosa si sovrapponga perfettamente a quello della comunità terapeutica. Trento è l’unica realtà ecclesiastica in Italia che si occupa di seguire i preti offrendo loro un importante sostegno psicologico oltre che spirituale: il terapeuta di riferimento è padre Franco Fornari che offre la sua competenza per curare i fratelli in crisi. I problemi che portano un religioso a Trento possono essere dei più vari: dai disordini alimentari alle dipendenze da gioco e da sostanze stupefacenti alla disinibizione sessuale, fino alle tendenze pedofile.

    A differenza della casa di Trento, il centro venturino di Verbania è molto più chiuso. Il tassista che ci porta a Villa Iride ci racconta che gli è capitato spesso di trasportare religiosi: “Alla villa arrivano diversi preti, li vado a prendere in stazione, tutti hanno almeno una valigia. Dentro non sono mai entrato, li lascio al cancello e me ne vado”. Tra gli abitanti della zona pochissimi hanno sentito parlare della villa, il cancello è sempre chiuso e la casa è ben nascosta, lontana dal centro, immersa in un parco da cui domina il lago Maggiore. Come a Trento, anche qui l’atmosfera da poesia dell’Arcadia con i suoi scenari bucolici e i giardini ben curati si accosta al rigore della vita conventuale. A Villa Iride ci riceve padre Paolo, responsabile della comunità; ci avverte subito che  al  momento non ci sono ospiti: “Arriveranno a estate inoltrata”.

    Il centro di Verbania svolge una duplice funzione: da una parte accoglie religiosi che spontaneamente chiedono di essere ospitati qualche settimana per una pausa rigenerante, dall’altra è un punto di riferimento per gli avvocati di alcuni religiosi condannati per abusi sessuali, che indicano la villa come possibile sede per gli arresti domiciliari. Qui ha chiesto di essere trasferito don Riccardo Seppia, il parroco di Sestri Ponente, condannato a nove anni e sei mesi per violenza sessuale, induzione alla prostituzione e cessione di cocaina; il giudice per ora ha negato il trasferimento. Dal maggio del 2012 è recluso a Villa Iride don Marco Mangiacasale, condannato per abusi sessuali su parrocchiane minorenni e in attesa della sentenza di Cassazione. Tramite i suoi avvocati Renato Papa e Mario Zanchetti abbiamo chiesto a Mangiacasale un commento sul suo percorso perché ci sembrava importante raccontare un’esperienza terapeutica di questo tipo, ma ciò non è stato possibile. Digitando il nome e cognome del sacerdote sui motori di ricerca di internet si trova il dominio www. marcomangiacasale. it. Sulla homepage compare il nome del prete a caratteri cubitali e una foto panoramica: si può riconoscere il parco e il campanile di Villa Iride con il lago sullo sfondo. Sulle pagine del sito registrato su un provider tedesco si trovano, oltre ad alcune ricette di cucina e ad alcune pagine dell’antologia di Spoon River, citazioni evangeliche. Divise in gallerie, molte fotografie ritraggono oggetti e scenari della vita quotidiana nella comunità. Dopo aver contattato i legali del sacerdote per un incontro, l’homepage del sito è stata rimossa.

    A Verbania la congregazione si avvale della collaborazione di uno specialista laico che, dopo aver tracciato il profilo dei soggetti ospiti, in accordo con l’avvocato difensore e la comunità religiosa promuove terapie mirate al recupero comportamentale. I preti agli arresti sono seguiti da un’equipe esterna guidata dalla criminologa Gessica Marica Marengo e sono inseriti in un programma di recupero studiato su misura. La dottoressa Marengo è una criminologa forense che ha ricevuto diversi incarichi dalla curia milanese come perito di parte in alcuni processi per pedofilia. Spesso si affida alle sue competenze l’avvocato Mario Zanchetti, legale della Curia milanese e difensore di diversi preti accusati di abusi su minori. Il lavoro della Marengo è stato raccolto nello studio “Narciso smarrito e il mostro dell’oratorio accanto“, nel quale viene analizzato il profilo di sei preti pedofili da lei periziati.

    La Marengo spiega che in tutti questi casi i preti erano stati spostati di diocesi in diocesi prima di essere fermati dalla giustizia ordinaria; solo allora i preti venivano mandati nelle comunità in attesa di sentenza: “Non c’era la necessaria attenzione al problema, si spostavano i colpevoli senza ammettere che era necessario un massiccio intervento clinico”. Con i suoi protocolli di cura che integrano alla regola di vita della comunità religiosa scuole terapeutiche diverse, come quella psicodinamica e comportamentista, la dottoressa Marengo sta ottenendo buoni risultati: “È un percorso difficile e doloroso, ti metti davanti a uno specchio e vedi delle cose orribili che non avresti mai voluto vedere. Il rischio suicidario quando le vedi è altissimo. All’inizio i preti arrivano qui come pacchi postali, rifiutano le terapie, non ammettono le loro tendenze. Poi con un percorso molto duro, segnato anche da tappe drammatiche, la consapevolezza incomincia a emergere”. Isolati dal mondo esterno, i sacerdoti iniziano la terapia imparando a integrarsi nella comunità. Parlando di questi centri la dottoressa mette in rilievo l’importanza ambientale nel recupero dei soggetti: “Il concetto di comunità clinica ha i suoi vantaggi perché il contesto relazionale è parte integrante della terapia psicologica e farmacologica”.

    Alcuni psichiatri sono tuttavia scettici sulle possibilità di recupero dei soggetti pedofili, soprattutto se trattati dopo una certa età. Maurizio Marasco, docente di psicopatologia forense all’università “La Sapienza” di Roma, spiega: “Stiamo parlando di un disturbo del comportamento sessuale che, se scoperto precocemente in età adolescenziale, può anche essere trattato con successo; ma quando il soggetto è un adulto con una personalità già strutturata in quella maniera, la possibilità di risolvere questo problema, di curare e debellare definitivamente questa anomalia del comportamento è minima per non dire nulla”. Marasco è d’accordo sulla costituzione di comunità per il recupero di soggetti pedofili, ma lo è meno sul fatto che questi centri siano gestiti da religiosi: “Mi domando se un ambiente così chiuso come quello ecclesiastico possa essere utile ad attivare quelle risorse interne che possono spingere il soggetto verso il reinserimento sociale”.

    Abbiamo cercato di capire cosa succeda ai sacerdoti pedofili una volta usciti dalle comunità. Del loro destino decide l’autorità ecclesiastica, in primis il vescovo.

    Secondo le nuove rigorose linee guida del Vaticano sulla pedofilia, volute da  Benedetto XVI e raccolte da Papa Francesco, i vescovi sono obbligati a denunciare i casi a Roma. La Congregazione per la Dottrina della Fede valuta se aprire un processo canonico che in caso di condanna ridurrà il prelato allo stato laicale. Padre Pastò si è detto personalmente contrario alla laicizzazione dei preti pedofili, convinto che la Chiesa non possa abbandonare a loro stessi questi fratelli smarriti. Da un punto di vista clinico anche la dottoressa  Marengo è contraria alla riduzione allo stato laicale perché questa decisione mette a rischio i faticosi risultati della riabilitazione. E’ rilevante come il Vaticano, dopo decenni di silenzio, abbia scelto una linea tanto radicale sul destino di questi preti. Ma l’idea di cacciare i pedofili fuori dalla Chiesa non è comunque nuova. La sosteneva già negli anni quaranta padre Gerald Fitzgerald, fondatore del primo ordine religioso che si occupò espressamente di preti con problemi comportamentali. In quegli anni Fitzgerald denunciava l’atteggiamento collusivo dei vescovi nei confronti di questi religiosi. Il fondatore dei Servi del Paraclito creò numerosi centri nel mondo che si sono poi specializzati nel trattamento di sacerdoti pedofili, ma era convinto che la soluzione al problema fosse la laicizzazione dei colpevoli o in alternativa la loro segregazione in un monastero o su un’isola gestita dall’ordine dalla quale questi “criminali” non potessero più uscire.

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/22/news/preti_pedofili_1_pezzo_principale_riscritto-63453242/